Nata a Milano nel 1991 ma bergamasca di adozione, è tornata nella sua città natale per conseguire la laurea specialistica in Lettere Moderne, un corso di studi che ha cambiato la sua vita e il suo punto di vista sul mondo. Ha infatti imparato ad approfondire e affrontare criticamente argomenti di varia natura e dare in questo modo priorità a ciò che nella vita è davvero importante.
Il rispetto per l’ambiente è una di queste cose e, grazie ad alcuni libri e documentari, ma anche dopo due viaggi in Asia, Iris si interessa in modo particolare a questo ambito. Durante l’università scrive recensioni e interviste sul blog letterario Viaggio nello Scriptorium e, terminati gli studi, si appassiona al mondo del giornalismo, decidendo di sfruttare il grande potere della scrittura per comunicare al mondo i suoi interessi e le notizie più importanti. Collabora come redattrice con il giornale Bergamo Post e ha poi l’onore di frequentare il Corso di Giornalismo Ambientale Laura Conti organizzato da Legambiente.
Qui conosce altri aspiranti giornalisti e insieme decidono di dare il loro contributo per informare l’Italia riguardo all’emergenza ambientale cui stiamo assistendo e di cui non molti sembrano essersi accorti. Per l’Ecopost Iris si occupa della redazione di contenuti e comunicazione sui Social Media.
Diciamo spesso che la moda è una delle industrie più inquinanti, soprattutto la cosiddetta “fast fashion”. Tutti però hanno necessità di coprirsi oltre che, perché no, di divertirsi ed esprimere la propria personalità attraverso i vestiti. La miglior soluzione è come sempre quella di comprare capi in minor quantità ma di maggiore qualità e che quindi durino nel tempo. Se pensate di non conoscerne in realtà molti marchi famosi producono capi di vestiario sostenibile e da anni sono dediti alla causa dell’ambientalismo.
Brand sportivi in testa
Uno di questi è Patagonia, che fin dalle sue origini negli anni ’70 ha avuto a cuore l’ambiente. Già nel 1996 i loro capi erano realizzati con solo cotone organico, talvolta mischiato con poliestere riciclato. I capi sono costosi, ma la qualità è molto alta.
Un marchio che invece solo recentemente si sta impegnando per ridurre il proprio impatto ambientale è North Sails. Come si legge sul loro sito, la strada per essere totalmente sostenibili è ancora lunga, ma le collezioni future saranno prodotte più consapevolmente e la loro opera di sensibilizzazione per la lotta alla plastica negli oceani è davvero ammirevole.
Anche Adidas sta migliorando sempre di più i suoi prodotti ed è anche un membro fondatore della Better Cotton Initiative, una organizzazione non governativa che mira a trasformare tutto il cotone coltivato nel mondo in un prodotto sostenibile. Adidas è anche membro della Sustainable Apparel Coalition, un’alleanza che promuove la produzione sostenibile di tessuti.
Un brand meno conosciuto ma sicuramente uno dei migliori dal punto di vista della sostenibilità è Rapanui. L’azienda produce prevalentemente abbigliamento ispirato al mondo del surf, come magliette, felpe e asciugamani. ha vinto molti premi tra i quali il HBA Sustainability Award 2012.
Non solo sport
Non possiamo poi non nominare Stella McCartney. La stilista, vegetariana da sempre e famosa per non usare pelle e pellicce per i suoi prodotti, ha portato l’attenzione dell’alta moda alla sostenibilità ambientale.
Un marchio sempre più conosciuto sopratutto oltreoceano è Reformation, grazie ai suoi capi accuratamente disegnati, femminili e di classe ma nello stesso tempo giovanili.
L‘acqua di un colore azzurro intenso e il cielo terso fanno pensare a una cartolina inviata da un‘isola tropicale, non certo dalla Groenlandia. Non fosse, ovviamente, per la slitta e gli Husky che corrono inconsapevoli sull’acqua derivata dallo scioglimento del ghiaccio superficiale.
2 miliardi di tonnellate di ghiaccio in meno
Lo scienziato Steffen Malskaer, che ha pubblicato la fotografia, stava partecipando a una missione di recupero delle strumentazioni meteorologiche e oceanografiche posizionate a nord est della Groenlandia da un team di ricercatori dell‘istituto meteorologico danese. Il materiale si trovava su uno strato di ghiaccio e sarebbe servito per accumulare dati riguardo, appunto, il clima e alla condizione dell‘acqua in quelle zone.
The Arctic Ocean and Greenland ice sheet have seen record June ice loss https://t.co/UOO83e1LeT
— The Washington Post (@washingtonpost) June 14, 2019
Il fatto di non essere riusciti a recuperare nulla di quel materiale in quanto ormai fluttuante nelle profondità marine suggerisce, comunque, un dato importante: il ghiaccio si è sciolto molto prima del previsto. Solitamente infatti una tale temperatura si raggiunge soltanto tra luglio e agosto, ovvero i mesi più caldi dell‘anno. Quest’ anno, però, il ghiaccio ha iniziato a sciogliersi molto prima. Al 13 giugno infatti si sono già perse più di 2 miliardi di tonnellate di ghiaccio tanto che, secondo gli scienziati, il 2019 si preannuncia come un anno record per le temperature.
Effetti dello scioglimento
Come ha affermato Steffen Olsen, scienziato dell’Istituto meteorologico danese e autore della fotografia, il ghiaccio e‘ fondamentale per la popolazione groenlandese. Questo infatti permette loro di spostarsi, pescare e cacciare. Il suo scioglimento repentino e massiccio renderà difficili se non impossibili queste attività. Un’ altra conseguenza, come ha affermato Thomas Mote, ricercatore dell’Università della Georgia che da anni studia il clima della Groenlandia e‘ quella dell’ innalzamento del livello dei mari.
Infine, lo scioglimento dei ghiacci causerà un ulteriore aumento della temperatura, con un infinito circolo vizioso. Le calotte ghiacciate, infatti, essendo banche riflettono la luce del sole senza assorbirla e impedendo, quindi, che la terra si scaldi. Senza questa attività da parte dei ghiacci il calore riversato sulla superficie terrestre dal sole verrà assorbito, causando quindi un ulteriore aumento della temperatura. (Qui un articolo più approfondito sulle cause del riscaldamento globale).
Un trend globale
E’ inoltre recente la notizia data dall’agenzia Usa per la meteorologia (Noaa) secondo cui questo maggio e’ stato il piu’ caldo mai registrato sulla Terra dal 1880, ovvero da quando sono cominciate le rilevazioni. L’unica eccezione e’ stata l’Europa, con temperature piu’ fredde della media. Cio’ non toglie che in Antardide ci sono +4 gradi e che anche la sua calotta ghiacciata sia notevolmente diminuita rispetto al solito.
A Ghazipur in India, in prossimità di Delhi, esiste una vera e propria montagna di rifiuti che secondo quanto affermato dal sovrintendente ingegnere di East Delhi, Arun Kumar, ha raggiunto un’altezza di 65 metri. Per capirci, la stessa altezza delle torri del London Bridge.
Troppo tempo fa
Questa discarica è stata aperta nel 1984 e già nel 2002 aveva raggiunto i 20 metri ovvero la sua capienza massima. Questo perché ogni giorno interi camion di spazzatura riversavano il loro contenuto nella discarica, anche dopo gli inutili avvertimenti della East Delhi Municipal Corporation (EDMC). D’altra parte le 21 mila persone che vivono a Nuova Delhi non hanno molte altre alternative dove gettare i propri rifiuti, oltre ad altre due discariche. Anche queste, però, hanno entrambe raggiunto la loro capienza massima almeno dieci anni fa. “Il monte Everest”, come è stato soprannominato dai locali, continua a crescere di anno in anno. Con circa 2000 tonnellate di rifiuti al giorno il tasso di crescita è di 10 metri ogni anno. Di questo passo, entro un anno diventerà più alto del Taj Malhal, uno dei più iconici monumenti della nazione.
Conseguenze sugli abitanti
Le conseguenze dovute a questa discarica ormai da tempo abusiva sono molte e terribili per gli abitanti della zona. L’anno scorso due uomini sono morti a causa di una frana dovuta alle forti piogge. Anche senza pioggia, comunque, si formano spesso pendii ripidi e instabili, affatto sicuri per chiunque lavori nella discarica e, purtroppo, spesso sono bambini.
Inoltre, poiché i rifiuti su questa pila montuosa non vengono compattati, questo incoraggia la decomposizione e genera moltissimo calore e metano. Ciò significa che, da un lato, nelle giuste condizioni, i fuochi spontanei si scatenano facilmente fuochi spontanei che quindi destabilizzano ulteriormente l’intera struttura oltre ad essere molto pericolosi per i lavoratori della discarica e per i villaggi vicini. Come riporta l’associazione ambientalista Chintan, “la mattina del 1 ° febbraio 2012 i bassifondi alla discarica di Ghazipur hanno preso fuoco per l’ennesima volta. Oltre 240 famiglie raccoglitrici di rifiuti hanno perso ogni oggetto di loro proprietà”.
Dall’altro lato, i gas tossici emanati dalla discarica causano malattie mortali a persone animali. Shambhavi Shukla, ricercatore Senior presso il Center for Science and Environment di Nuova Delhi, ha affermato che il metano emanato dalla spazzatura può diventare ancora più letale se mescolato con l’atmosfera. I rifiuti, inoltre, rilasciano queste sostanze anche nel terreno, andando quindi a inquinare la falda acquifera e rendendo l’acqua non potabile.
Un medico locale ha detto che vede circa 70 persone al giorno che soffrono principalmente di disturbi respiratori e dello stomaco, molti dei quali sono bambini. Un’indagine governativa indiana ha riportato che tra il 2013 e il 2017 Delhi abbia visto 981 decessi per infezione respiratoria acuta.
“La plastica è ovunque, non scompare, diventa soltanto più piccola”. E’ una delle tante verità presenti nel video del canale WWF-Australia. L’associazione ambientale più nota al mondo ha infatti commissionato all’Università di Newcastle a nord di Sydney lo studio ‘No Plastic in Nature: Assessing Plastic Ingestion from Nature to People’. “La plastica – si legge nel video – si trova nel cibo che mangiamo, nell’acqua che beviamo, nell’aria che respiriamo (come detto in un altro articolo del blog). Proprio adesso stai probabilmente consumando della plastica”.
2000 frammenti a settimana
Ma la parte più interessante oltre che più inquietante dello studio emerge appena dopo: “in media una persona può mangiare 100.000 microplastiche all’anno, che è esattamente come mangiare una carta di credito alla settimana. Ingeriamo infatti circa 2000 frammenti alla settimana di microplastiche, ovvero 5 grammi, che è proprio il peso di una carta di credito“.
Le microplastiche sono piccole particelle di plastica con un diametro non più grande di cinque millimetri. Queste vengono facilmente assunte attraverso l’acqua nelle bottigliette oppure dal rubinetto, in quanto non i depuratori non sono in grado di filtrarle Per quanto riguarda gli alimenti, la birra, i frutti di mare e il sale sono quelli con la più alta concentrazione di microplastiche.
Cosa fare?
Marco Lambertini, il direttore internazionale del Wwf, ha dichiarato che “questi risultati segnano un importante passo avanti nel comprendere l’impatto dell’inquinamento da plastica sugli esseri umani. E devono servire da campanello d’allarme per i governi“. Ha infatti aggiunto che per bloccare questo fenomeno è necessario agire alla radice, ovvero fermando la diffusione della plastica nell’ambiente oltre che la sua produzione. Per farlo, è necessaria un’azione dei governi (come ad esempio la direttiva dell’Unione Europea che prevede il bando della plastica monouso), delle imprese e anche dei consumatori.
La plastica è causa di molti altri danni ambientali. La distruzione degli habitat naturali è uno di questi, così come il pericolo che costituisce per la fauna di terre e oceani di tutto il mondo.
Immaginatevi Parigi, una delle più grandi e importanti città del mondo, senza macchine. Forse non accadrà mai, ma la direzione che si sta prendendo e che si dovrà prendere è proprio quella. La sindaca della capitale francese Anne Hidalgo ha infatti presentato un programma di miglioramento della mobilità e inquinamento sonoro sul cosiddetto boulevard périphérique. Questa strada, paragonabile a una tangenziale, è un anello di otto corsie che circonda Parigi e che ospita 1,2 milioni di veicoli al giorno.
Velocità e veicoli ridotti
Sul nuovo “boulevard urbano”, come è stato descritto nel programma, le auto, le moto e i veicoli per le merci si muoveranno a non più di 50 km/h e non potranno circolare quelli di più di 3,5 tonnellate. Ampi spazi saranno inoltre destinati al concorso per creativi basato sul tema ‘Périph’ sans voitures’, ovvero “Periph senza automobili’. Tutto questo dovrà avvenire entro il 2024.
Una data quindi non troppo vicina e che comunque non porterà a drastiche restrizioni. Eric Azière, presidente del gruppo UDI-MoDem al Consiglio di Parigi ha dichiarato: “Dire che sarebbe sufficiente distruggere questo asse stradale sarebbe una menzogna nonché una mancanza di rispetto per tutti gli utenti che non hanno ancora un’alternativa alla macchina. Dobbiamo anche tener conto della legittima suscettibilità di tutti coloro che, non essendo parigini, lavorano o passano per Parigi.”
Il boulevard périphérique di Parigi
La riduzione del traffico porterà inoltre all’abbandono di alcune corsie, le quali saranno trasformate in spazi verdi pedonali a completa disposizione dei cittadini. “L’obiettivo – continua Azière – è di decentrare l’attività parigina per una nuova organizzazione spaziale dei posti di lavoro e degli alloggi, per far emergere nuove centralità all’interno della metropoli.
Parigi sempre più green
La sindaca di Parigi ha avuto a cuore il miglioramento della città dal punto di vista dell’inquinamento sin dall’inizio del suo mandato nel 2014. Per esempio, ha reso pedonali le strade che circondano la Senna e in futuro vorrà sempre più coinvolgere le imprese cittadine per rivoluzionare la mobilità. Vorrebbe infatti favorire il telelavoro e il carpooling tra i dipendenti, oltre che la costruzione di interi eco-quartieri. Come si legge nel rapporto, tutto questo sarà inserito in un tessuto urbano rigenerato, in una ferita guarita.
L’8 giugno è stata giornata mondiale degli oceani. Il giorno perfetto per testare nel mare livornese il nuovo robot acquatico e mangia plastica progettato e realizzato dall’Istituto di Biorobotica della Scuola Universitaria Superiore Sant’Anna di Pisa. Quello che dall’alto può sembrare una grosso granchio grigio scuro, dalla foto scattata dal basso risulta essere una macchina molto sofisticata. Ha infatti sei “zampe” sulle quali appoggiarsi e che permettono al robot di muoversi sul fondale dell’oceano. (Qui le foto del robot)
Come funziona il robot
Il lavoro di Silver2 è quello di “netturbino degli oceani” in quanto raccoglie le microplastiche che rileva nell’acqua. Il robot “è in grado di camminare e di correre, sempre guidato a distanza grazie a una boa superficiale che riceve i dati e li trasmette wireless al computer dell’operatore”. Dice il responsabile del progetto Marcello Calisti, ricercatore dell’Istituto di Biorobotica. “Oltre ad avere due telecamere ad alta definizione come occhi – aggiunge l’esperto – Silver 2 può alloggiare nella pancia vari strumenti. Un esempio sono i carotatori per raccogliere campioni del fondale da analizzare in cerca delle microplastiche”.
microplastiche
Per crearlo ci sono voluti due anni interi di studi: “Abbiamo pensato – continua calisti – di ispirarci ai granchi che vedevamo fuori dal nostro laboratorio sullo Scoglio della Regina e abbiamo iniziato a studiare i loro movimenti grazie a telecamere ad alta definizione spaziale e temporale”. La presenza del robot inoltre non è invadente e non rischia di danneggiare né se stesso né l’ambiente circostante. ”Silver-2 pesa 20 chili, può scendere fino a 200 metri di profondità. E’ dotato di sei zampe articolate e molleggiate che gli permettono di saltellare sul terreno senza danneggiarlo e di aggirare gli ostacoli. L’obiettivo del robot-granchio non è soltanto quello di ripulire i mari, ma anche di “contribuire all’esplorazione dei fondali, che oggi conosciamo soltanto per il 5%”.
Un lungo percorso
Il progetto è stato reso possibile anche grazie alla collaborazione con l’azienda Arbi Dario Spa per il suo progetto Blu Resolution. L’azienda aveva probabilmente già visto del potenziale nel progetto precedente “Silver”, un prototipo dell’attuale robot sponsorizzato dalla National Geographic Society. Per il futuro si sta pensando a come sviluppare il robot aggiungendo dei bracci in grado di afferrare le macroplastiche e, quindi, pulire gli oceani anche dalla sporcizia più visibile.
Chiunque inserisce nella Plastic machine una bottiglia di plastica riceverà un coupon per una Corona gratis. I bar che hanno aderito sono Elita Bar, Mag Cafè, Sugar e Ugo.
Un’onda di plastica riciclata
Con questa iniziativa il noto marchio di birra insieme a Parley ha lanciato una campagna di sensibilizzazione contro il consumo di plastica usa e getta. La macchina si trova a Milano in Ripa di Porta Ticinese 43. L’installazione più importante, però, consiste in un’onda imponente composta da quindici metri cubi di materiale riciclato per un peso di circa 220 chilogrammi, con oltre 12000 bottigliette e bicchieri. Questi sono stati riciclati per evitare che finissero nelle discariche o, peggio, negli oceani.
Questa onda è stata costruita come se stesse per riversarsi sul marciapiede dove centinaia di persone ogni giorno si godono la movida milanese, spesso senza pensare che le loro piccole azioni, come l’acquisto di una bottiglietta di plastica, possono avere gravi conseguenze sull’ambiente circostante. A differenza della “plastic machine”, che cesserà di erogare coupon domani 9 giugno, l’onda rimarrà installata fino al 16 giugno. Continuerà poi il suo percorso in altre località italiane, seguendo le orme del Jova Beach Party, il tour delle spiagge organizzato da Jovanotti previsto per questa estate.
Con la speranza che le persone non approfittino dell’iniziativa per comprare più bottigliette e avere una birra gratuita, la sensibilizzazione ambientale è sempre un buon gesto da parte di grandi aziende multinazionali quali Corona e personaggi famosi e influenti come Jovanotti.
Il governo nazionale ha deciso di non presentare nel mese di maggio scorso i risultati dell’indagine epidemiologica “Sentieri” dell’Istituto superiore di Sanità su Taranto. Tra i dati presenti sul sito del Ministero dell’ambiente ne emerge uno allarmante: 600 bambini nati nei pressi dell’ex Ilva tra il 2002 e il 2015 presentano delle malformazioni congenite.
In un altro Paese sarebbe scandalo
Il coordinatore dei Verdi Angelo Bonelli si è quindi chiesto perché nessuno ne ha parlato, considerato che il rapporto era stato presentato nel 2018. “Perché – si chiede Bonelli – i ministri dell’Ambiente, della Salute, e dello Sviluppo economico Costa, Grillo e Di Maio hanno rinviato la presentazione dell’indagine epidemiologica a dopo le elezioni europee? Se ci trovassimo in un altro Paese europeo questo sarebbe uno scandalo che porterebbe alle dimissioni di membri del governo e non solo”.
Ma soprattutto bisognerebbe chiedersi perché, dopo anni di lotte, lo stabilimento siderurgico ArcelorMittal Italia di Taranto continua a operare ai danni dei cittadini. Una risposta si può trovare nel fatto che l’ex Ilva è la più grande fabbrica siderurgica d’Europa. Non solo quindi dà lavoro a migliaia di persone ma costituisce anche un ingente introito economico per l’intera Nazione. Questo, però, non dovrebbe mai giustificare danni del genere alla salute de cittadini e all’ambiente.
Controlli e indagini inutili
I controlli allo stabilimento sono iniziati negli anni ’80, a causa dell’aumento delle malattie tra i cittadini di Taranto e specialmente nel quartiere Tamburi, il più vicino all’area industriale. Le morti dovute alle patologie respiratorie e cardiovascolari sono state più di 11 mila in sette anni. La causa era la grande quantità di polveri sottili immesse nell’aria dall’industria stessa. Secondo i dati del registro Ines, negli anni che precedono il 2012 il 93 per cento di tutta la diossina prodotta in Italia e il 67 per cento del piombo derivavano proprio dall’Ilva.
La città di Taranto e l’Ex Ilva
Nel 2012 la procura di Taranto ha deciso di chiudere l’Ilva e di arrestare i dirigenti con l’accusa di gravissime violazioni ambientali che provocarono la morte di centinaia di persone. Però, per salvare l’economia italiana ed evitare di acquistare l’acciaio dall’estero a un prezzo maggiorato, si è deciso di salvare l’industria. Lo Stato ha quindi indetto una gara di appalti vinta poi dalla multinazionale indiana Arcelor Mittal. Inoltre, si è cercato di stabilire delle norme ambientali più restringenti anche se, a distanza di sei anni, sembra non sia cambiato nulla.
Polvere sotto il tappeto
Soltanto tre mesi fa e per l’ennesima volta, il sindaco di Taranto ha deciso di chiudere due scuole del quartiere Tamburiper trenta giorni e di trasferire gli studenti in altri istituti. Si può solo immaginare il disagio e l’improduttività di simili soluzioni in una regione nella quale l’abbandono scolastico, secondo i dati dell’ISTAT del 2018, è tra i più alti in Italia. Il commissario di Governo alla bonifica, Vera Corbelli, aveva anche predisposto di installare nelle scuole filtri ed impianti di ventilazione meccanica controllata con una spesa di milioni di euro. Di questi, però, non trapela più alcuna notizia.
Il tutto perché, invece di agire alla base del problema, si continua a nascondere la polvere sotto il tappeto. Bisognerebbe invece chiudere definitivamente l’industria e investire i soldi destinati agli impianti di ventilazione e filtraggio in progetti di green-economy, di risanamento ambientale e urbano e valorizzazione del segmento turistico. Insomma, bypassando la monocoltura industriale dietro la quale, evidentemente, vi sono interessi che non ci è dato conoscere.
Collinette poco ecologiche
Altre soluzioni altrettanto insensate sono state attuate in passato, come la costruzione delle cosiddette “collinette ecologiche“. Queste avevano lo scopo di dividere l’area industriale da quella abitata. Inutile spendere parole per qualcosa che anche un bambino capirebbe, ovvero che nessuna collina può evitare che una tale quantità di sostanze inquinanti venga trasportata per via aerea nei dintorni della fabbrica. Ma non finisce qui. Nel febbraio del 2018 i Carabinieri del Noe insieme ad Arpa Puglia hanno avviato un’indagine sull’area occupata da tre collinette. Risultato? Le collinette ecologiche altro non sono che una enorme discarica abusiva di svariate tonnellate di rifiuti industriali derivanti dal polo siderurgico. Queste hanno poi riversato nei terreni e nell’ambiente sostanze altamente tossiche e cancerogene.
Ebbene sì, ho trovato un prodotto che ha rivoluzionato il modo di struccarmi e che non è ancora molto conosciuto. Forse mi direte che ho scoperto l’acqua calda, ma io non credo. Sto usando FaceHalo da qualche mese ormai e per me che non indosso moltissimo trucco è stata la svolta. Si tratta di un dischetto in microfibra poco più grande di quelli in cotone cui siamo abituati. Le fibre però sono particolari, poiché sono 100 volte più fini di un capello e in quanto tali riescono a intrappolare il trucco sul disco e far sì che non ritorni sulla pelle durante la seconda passata. E dopo una o due passate sulla pelle il trucco sarà svanito nel nulla. Qual è però il beneficio ambientale di questo ennesimo, super tecnologico dischetto struccante?
Prima di tutto, le microfibre si attivano soltanto con un po’ di acqua, calda o fredda. Nulla di più. Nessun prodotto, olio, gel detergente o acqua micellare. Soltanto acqua. In più il disco è riutilizzabile, in quanto si può lavare più di 200 volte senza che perda la propria efficacia. Dopo aver tolto un trucco leggero basta lavare FaceHalo con un po’ d’acqua calda e del sapone di Marsiglia. Per quello più pesante, invece, dopo un passaggio in lavatrice FaceHalo tornerà come nuovo.
Ogni disco costa intorno ai 7 euro e dura circa 3 mesi se utilizzato ogni giorno. L’unica pecca è che in Italia ancora non è arrivato ed è acquistabile solo on-line. Come sappiamo, però, acquistare on-line non è del tutto environment-friendly e anche il costo di spedizione può diventare importante. Personalmente mi sono fatta portare FaceHalo da un amico che vive a Londra, visto che al momento è distribuito solo nel Regno Unito, negli Stati Uniti, in Australia, in Nuova Zelanda, in Corea, nell’Irlanda del Nord, in Qatar e a Hong Kong. Forse anche in qualche grande centro commerciale in Europa (qui la lista dei punti vendita). Esistono dei dischi struccanti simili di marche italiane, come Blueeco e Lamazuna, ma non li ho provati quindi non so con certezza se siano efficaci al pari di FaceHalo oppure no.
Complice l’influenza di Internet come YouTube e social media, ero arrivata ad utilizzare una quantità di prodotti esorbitante per potermi struccare alla perfezione. Il bifasico per gli occhi, il latte detergente per il viso, il gel detergente per il risciacquo e lo scrub per togliere i residui. Quattro prodotti, quindi quattro contenitori diversi e quattro rifiuti plastici in più ogni mese. E anche il portafogli non era felice. Nella speranza di trovare prodotti che fossero il più naturale possibile, con meno ingredienti possibili, stavo cominciando a spendere un patrimonio. Il tutto per un’operazione che ora mi richiede solo dell’acqua calda. Più naturale di così…
Abbiamo fatto un passo avanti e tre indietro. Quello avanti è stato fatto nel 2016 quando è stata legalizzata la cosiddetta “marijuana light”. Quest’ultima è quasi priva di TCH, la sostanza stupefacente presente nella cannabis tradizionale. Pertanto, la cannabis light non ha alcun effetto psicotropo sull’organismo.
Posti di lavoro e introiti milionari
Sono stati poi aperti migliaia di negozi e attività legati alla vendita di cannabis light con più di 1500 aziende specializzate nel settore. Moltissimi agricoltori, soprattutto i più giovani, hanno investito terreno, lavoro ed energie nella coltivazione della cannabis, vedendo in questa un futuro migliore, per loro stessi e per il pianeta. In nemmeno tre anni sono stati rimessi a coltivazione più di tremila ettari di terreno. Concretamente, la canapa ha creato un introito di 150 milioni di euro e 10 mila nuovi posti di lavoro (negozianti, agricoltori, marchi nati per il commercio). Inutile dire che tutto questo era una potenziale ancora di salvezza per l’economia italiana ormai alla deriva.
I benefici ambientali
Per non parlare poi dei benefici ambientali di questa pianta, che abbiamo ampiamente spiegato in un articolo del blog. Riassumendo molto, la canapa è una pianta molto efficiente in quanto si possono usare tutte le sue parti. Cresce a una velocità altissima, solamente con molto sole, poca acqua e non ha bisogno di pesticidi. Da essa si possono ricavare carta e tessuti, un olio e una farina molto proteici e salutari, cosmetici naturali e persino materiali per l’edilizia.
Nel lungo periodo avrebbe poi ridotto lo spaccio nel mercato nero, magari inducendo i giovanissimi a desistere dal comprare per strada la sostanza realmente stupefacente e prediligere invece quella innocua, controllata e tassata regolarmente.
Ieri 30 maggio 2019 la Cassazione di Roma ha invece dichiarato che questa pianta non può più essere venduta né coltivata. Ed ecco quindi i tre passi indietro: il danno all’economia, il danno all’ambiente e il nutrimento al mercato nero. Come aveva detto il Presidente dell’Associazione Italiana Cannabis Light: “Se dovessero cambiare la legge provocherebbero un danno economico senza precedenti in un settore in pieno sviluppo. Il nostro obiettivo, però, non è solo vendere. Vogliamo tutelare tutta la filiera della canapa e mettere in atto un vero e proprio messaggio di sensibilizzazione culturale sui benefici che questa pianta può dare a tutti. Chi compra l’erba si informa anche sulla pasta, sulle proprietà dei prodotti alimentari o cosmetici: scopre un mondo che non conosceva”.
Una retrocessione culturale
Un altro elemento importante, infatti, è la retrocessione in ambito culturale. L’indice puntato su un prodotto che in sé per sé non ha nulla di pericoloso né dannoso alimenta l’ignoranza nei confronti delle droghe pesanti, oltre che di altre sostanze e alimenti realmente molto dannosi ma comunque legali come l’alcol, il fumo e persino lo zucchero raffinato. Questi hanno ormai uno spazio troppo grande nell’economia e nel mercato mondiale e illegalizzarli andrebbe contro l’interesse di troppi. E, in ogni caso, non sarebbe la soluzione più intelligente, visto che il proibizionismo è già stato sperimentato e non ha ottenuto i risultati sperati. La soluzione ottimale sarebbe piuttosto quella di investire risorse sul piano culturale, diffondendo le reali informazioni legate a queste sostanze e promuovendone il consumo moderato.
L'Ecopost aderisce alla campagna nazionale #InformazioneFossilFree. Gli annunci pubblicitari presenti nel sito sono selezionati attentamente affinchè rispettino i principi morali del blog come il rispetto dell'ambiente e il cambiamento degli stili di vita secondo un approccio green.
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