Transizione ecologica, modelli troppo contrastanti

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Le alluvioni in Germania, una catastrofe climatica

Il meteo impazzito assedia l’Europa occidentale. Nel momento in cui scrivo questo articolo il conteggio totale delle vittime ha superato quota 180. I dispersi, invece, sono impossibili da quantificare poiché le linee di comunicazione sono collassate nei Länder tedeschi vittime della recente alluvione. La cancelliera Angela Merkel, visitando i luoghi del disastro, ha parlato di immagini spettrali. Quello che è accaduto in Germania ci ricorda che stiamo scherzando con il fuoco – nel caso non lo avessimo ancora realizzato – continuando a fare poco più di nulla per preservare il nostro pianeta.

Le alluvioni che hanno sferzato l’Europa occidentale si sono ora spostate sull’Austria, dove si è cominciato a monitorare attentamente il livello del Danubio, con il peggio che sembrerebbe comunque passato. Come già scritto, la situazione è ancora in evoluzione e i dati che trovate sull’articolo potrebbero essere totalmente sbagliati nel momento in cui esso verrà letto. Inevitabilmente, queste parole non sono che una foto, un istante congelato in questa tragedia e il lavoro prezioso dei soccorritori va avanti instancabile.

Le 180 vittime di cui scritto non sono tutte tedesche, stando al report di Rainews sarebbero 156 i morti in Germania e 27 in Belgio. Il totale europeo sarebbe dunque di 183. 110 di questi defunti erano cittadini del Land tedesco della Renania-Palatinato, il più colpito assieme al confinante Nordreno-Vestfalia. Le cause del disastro sono state attribuite anche dai politici, senza giri di parole, al cambiamento climatico. La catastrofe tedesca ha riportato la questione della transizione ecologica sulle primissime pagine dei quotidiani di attualità.

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Le strade a Meissen, in Sassonia, in seguito a un alluvione del fiume Elba. Foto: LucyKaef da Pixabay 

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Il discorso alla popolazione di una scioccata cancelliera Merkel

La cancelliera, visibilmente scioccata, si è sforzata di vedere il bicchiere mezzo pieno, per quanto possibile naturalmente, durante la sua visita a Adenau:

“Grazie a Dio il nostro Paese può far fronte a quanto accaduto finanziariamente. Provvederemo a stretto giro. La lingua tedesca non conosce alcuna parola che possa descrivere quanto è accaduto qui.”

Ha affermato Angela Merkel, prima di aggiungere:

“C’è bisogno di una politica che tenga in considerazione natura e clima, ben più di quanto non si sia fatto negli ultimi anni. Vediamo con quanta violenza la natura possa agire. La contrasteremo nel breve ma anche nel medio e lungo periodo. Saremo il primo continente a diventare neutrale in quanto a CO2. Dovremo però dedicare anche molta più attenzione per quanto riguarda l’adattamento ai cambiamenti climatici in corso.”

Naturalmente il discorso può apparire strumentale, visto il luogo e il momento in cui è stato pronunciato, nonché il ruolo che il capo di stato Merkel deve tenere, in virtù della sua carica, di fronte a una popolazione devastata dalla catastrofe. Non è tanto però per il desiderio di condividere una dialettica scontata che riporto questo pensiero, bensì perché subito dopo Angela Merkel arriva a toccare un punto importantissimo, fondamentale direi in un’ottica di transizione ecologica continentale.

La transizione ecologica secondo Angela Merkel

Il governo federale tedesco sta approvando proprio in questi giorni un pacchetto straordinario di aiuti per le popolazioni colpite. Non si vuole infatti perdere tempo prezioso per aiutare concretamente chiunque ne abbia bisogno. L’idea è concedere alle zone alluvionate fondi immediati ma anche aiuti sul medio e lungo periodo. La parola d’ordine è ricostruire tutto. La cancelliera ha anche chiesto donazioni a tutti i cittadini che abbiano possibilità di fornirne.

Durante la sua visita nelle regioni colpite dal dramma – mentre alcuni Länder confinanti come, ad esempio, l’Alta Baviera stanno evacuando le fasce di popolazione più a rischio – Angela Merkel ha voluto sottolineare un aspetto di cui parliamo spesso, qui sulle pagine de L’EcoPost:

“Quello che investiremo nella difesa del clima ci costerà molto. Quello che però non faremo, finirà per costarci molto di più. Se vediamo i danni degli ultimi anni, o degli ultimi decenni, comprendiamo perché dobbiamo impegnarci ancora moltissimo.”

Non c’è altro da aggiungere; l’importanza della transizione ecologica sta tutta in queste parole. Certo, avremmo gradito che ci si fosse arrivati senza la necessità di dover seppellire tutti questi morti ma questo è quel che ci attende se continueremo a trascurare il problema del cambiamento climatico. È tempo di agire. Il pensiero di Merkel non deve finire come uno degli ultimi discorsi importanti di una cancelliera a termine mandato – dopo 15 anni di mandato, la leader della CDU ha già annunciato che non si ricandiderà – bensì dovrebbe essere un piano d’attacco per l’intera UE. E ci auguriamo che lo sia, dal momento che anche a capo della Commissione abbiamo una politica tedesca, il cui pensiero non differisce troppo, almeno nelle dichiarazioni, da quello del suo Capo di Stato.

Interventi a sostegno della popolazione

In Alta Baviera, sono state evacuate circa 130 persone perché si è verificata l’esondazione di un fiume che poi, fortunatamente, non ha riportato le drammatiche coincidenze che si temevano.

Le criticità ora sembrano essere terminate, dal momento che i fiumi sono in ritirata e l’ondata di maltempo si sta allontanando. Restano impresse le parole di uno dei soccorritori, il quale ha affermato: “Le auto sono diventate come una palla da fuoco per l’enorme massa d’acqua.” Angela Merkel ha promesso interventi a sostegno delle popolazioni, per rimediare a danni che sono stati stimati intorno ai 4 o 5 miliardi di euro.

Le parole della cancelliera sull’ambiente hanno fatto il giro del mondo e la passerella dei politici che si sta dirigendo a Napoli per il G20 monotematico dedicato al tema hanno dimostrato di averle colte. Ora occorre passare ai fatti ed è proprio in questa fase che si teme un cortocircuito, il quale finirebbe per portarci di fronte all’ennesimo nulla di fatto. In fin dei conti, il nostro ministro per la transizione ecologica, Roberto Cingolani, ha da subito fatto capire che la sua idea non è proprio allineata con quella di Merkel.

La transizione ecologica e le parole del Ministro

Pressapoco in concomitanza con i tremendi fatti che avvenivano in Germania, il Ministro per la Transizione Ecologica Roberto Cingolani confidava alla stampa alcune sue preoccupazioni riguardo al pacchetto europeo denominato Green New Deal. Com’è noto si tratta del provvedimento per raggiungere la neutralità climatica nella UE entro il 2035. Esso impone – tra le altre cose – ai costruttori di autovetture di produrle esclusivamente a propulsione elettrica da qui a 15 anni.

Muovendo da qui, Cingolani ha lanciato quello che i media hanno definito un allarme. A detta del Ministro, se anche le supercar dovranno essere elettriche al 100% – cosa più che probabile, in quanto anche le supercar sono automobili – l’Italia sarà costretta a chiudere la sua Motor Valley. Con questa definizione anglosassone intendiamo l’Emilia di Ferrari, Lamborghini, Pagani e Maserati, le cui linee di produzione generano un considerevole indotto. A detta di Cingolani, il tempo tra oggi e la data di passaggio all’elettrico è insufficiente per convertire i cicli di produzione industriali.

Il pensiero di Cingolani

Per non snaturare il pensiero del Ministro alla Transizione Ecologica, riportiamo qui le sue parole. Le esternazioni sul distretto dei motori vanno viste all’interno di un ragionamento più ampio. Poiché spesso l’informazione dei media ci abitua a decontestualizzare un ragionamento per ottenere il titolo sensazionalistico, ho preferito prendere qualche riga per riportare l’intervista.

“C’è una grandissima opportunità nell’elettrificazione. È stato però comunicato dalla Commissione UE che anche le produzioni di nicchia come Ferrari, Lamborghini, Maserati e McLaren si dovranno adeguare al full electric. Questo vuol dire che, a tecnologia costante e con l’assetto costante, la Motor Valley la chiudiamo.”

Sono le parole di Cingolani, riportate dal Corriere della Sera.

“Se oggi pensassimo di avere una penetrazione del 50% di auto elettriche, d’emblée, non avremmo le materie prime per farlo né alcuna grid per gestirle. Su un ciclo produttivo di 14 anni, pensare che le nicchie automobilistiche supersport si riadattino è impensabile.”

“C’è un fattore chiave che le persone non considerano. La transizione ecologica deve avere un tempo specifico. Se siamo troppo lenti falliremo come homo sapiens. Se andiamo troppo veloci, falliremo come società. Dobbiamo affrontare la disuguaglianza a livello locale che non rende la transizione facile a livello globale. Noi siamo relativamente fortunati. Possiamo parlare di riconversione, idrogeno, mobilità verde… ma che dire di altri 3 miliardi di persone sul pianeta che hanno problemi più urgenti? Dobbiamo trovare regole comuni e sostenere i Paesi emergenti.”

Ha concluso il Ministro.

Cattive notizie per la transizione ecologica dunque?

Alla luce del ragionamento di Cingolani, dunque, come possiamo concludere? Alcune delle argomentazioni del Ministro hanno senso, gli va riconosciuto. Consideriamo di quali automobili stiamo parlando e di quali macchinari hanno a disposizione questi costruttori. Uno come Horacio Pagani, che italiano non è in quanto proveniente dall’Argentina ma che lavora nel bolognese da decenni, produce le sue hypercar in un laboratorio artigianale che nulla a che vedere con uno stabilimento automobilistico.

Ciò non toglie, comunque, che sentir parlare in questo modo un Ministro alla Transizione Ecologica faccia veramente accapponare la pelle. A maggior ragione se pensiamo che si tratta di chi dovrà coordinare il vertice ambientale delle prime 20 economie del mondo. Naturalmente i costruttori di automobili – così come gran parte di altre imprese – avranno delle difficoltà anche serie a riconvertire la loro produzione. Se però consideriamo le potenziali problematiche di ogni attore economico, quando mai inizieremo questo processo vitale per il futuro?

Qualora il pensiero di Cingolani divenisse predominante, se tutti gli altri Ministeri incaricati di agevolare la transizione ecologica per tutelare aziende o distretti produttivi, neanche cominceremmo mai a mettere in pratica una qualunque forma di riconversione.

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Tesla fa soltanto automobili elettriche e ha dimostrato che è possibile coniugare alte prestazioni a motorizzazioni ecologiche. Foto: Pixabay.

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Un esempio virtuoso

Cingolani dà l’idea di volersi arroccare sul passato e difendere l’esistente, come hanno sottolineato sulle pagine virtuali di vaielettrico.it. Nello stesso articolo, troviamo anche un esempio assolutamente virtuoso e in netto disaccordo con la tesi del Ministro.

Ci sono infatti anche costruttori di automobili sportive e di lusso che stanno già cavalcando da tempo l’elettrico e ne apprezzano le possibilità. La Porsche ha lanciato il suo primo modello elettrico nel 2019 – La Ferrari E non è attesa prima del 2025 – e ha annunciato risultati di vendita sorprendenti per il primo semestre 2021. L’elettrica Taycan vende ormai praticamente tanto quanto l’immortale 911, la quale la stacca per 20mila 611 consegne contro 19mila 822, davvero un pugno di unità.

“Il tasso di elettrificazione sta crescendo ovunque. Questo conferma il percorso intrapreso con la nostra strategia. In Europa, circa il 40% delle auto attualmente in consegna dispone di un motore elettrico, puro oppure ibrido plug-in. La nostra massima priorità continua a essere quella di realizzare i sogni dei nostri clienti.”

Dice Detlev von Platen, responsabile Sales&Marketing del marchio Porsche. A quanto pare, dunque, anche i clienti di questi marchi possono accettare l’elettrico; non a caso a Stoccarda lanceranno presto la loro seconda proposta completamente elettrica, la Macan, e hanno già annunciato che farà seguito un’intera gamma di auto con propulsione green. Qualcuno avvisi Cingolani.

Nutri-score: la discussa catalogazione nutrizionale

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Lo hanno ideato in Francia e la Germania lo ha subito appoggiato. Parliamo di un sistema di etichettatura e catalogazione di prodotti alimentari, nato tra il 2013 e il 2014 al di là delle Alpi. Accostando visivamente cinque colori progressivi, da verde scuro ad arancione scuro, e cinque lettere – dalla A alla E – si rispecchia il punteggio nutrizionale FSA. Così funziona il Nutri-score, il sistema di assegnazione punti nato per comunicare lo score, o punteggio, di ogni singolo alimento nei termini della Food Standards Agency (FSA).

L’etichetta Nutri-score è dunque un preciso calcolo che mette in secondo piano – per non dire ignora – la totalità della dieta. Esso analizza la salubrità di un prodotto solo ed esclusivamente sulla base dei suoi nutrienti. A seconda di quanti zuccheri, sodio e acidi grassi saturi siano contenuti in 100 grammi di prodotto, esso dà un punteggio. Tramite un semplice rapporto matematico, insomma, si suddividono i cibi in due insiemi: alimenti sani (buoni) o alimenti poco salubri (cattivi).

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Foto di Nenad Maric da Pixabay 

Unione Europea e Nutri-score

Da quanto è stato ideato a oggi, non sono state molte le nazioni ad aver sposato appieno il Nutri-score. Pochi Paesi, ad oggi, hanno richiesto la sua obbligatoria esposizione sulla parte frontale delle confezioni alimentari. Ciò, però, potrebbe cambiare davvero molto presto, a seguito di una decisione presa… dall’alto. La Commissione Europea, infatti, ha dichiarato di voler proporre un sistema di etichettatura nutrizionale a partire dal 2022. La svolta è parte della strategia farm to fork ed entrerebbe in vigore nel giro di qualche mese.

La decisione, con ogni probabilità, produrrà un conflitto interno. La Francia, coadiuvata da Germania, Belgio e altri Paesi, spinge per l’adozione di Nutri-score quanto prima. L’Italia, invece, è fortemente contraria, convinta che sia necessario adottare un’indicazione diversa. L’idea italiana è quella di una etichettatura cosiddetta a batteria. Essa indica tutti i valori nutrizionali relativi alla porzione consumata.

Leggi anche: “From farm to fork: nuova strategia UE su agricoltura e alimentazione”

La risposta italiana a Nutri-score

L’Italia aveva proposto la sua idea di etichettatura qualche mese fa, nel novembre 2020, per bocca dell’allora ministro all’agricoltura Teresa Bellanova. La soluzione italiana fu denominata NutrInform Battery e si oppose – come fa ancora – al Nutri-score a semaforo. Gli indicatori restano 5 ma sono ben diversi dalla legenda francese. NutrInform – che non è obbligatorio ma adottato solo da chi ne faccia esplicita richiesta – appare si più completo ma anche abbastanza più complesso.

Esso indica il valore energetico (espresso in joule o calorie) del prodotto; i grassi; i grassi saturi; gli zuccheri e il sale in esso contenuti, tutti espressi in grammi. Le rilevazioni si riferiscono alla singola porzione dell’alimento. Poiché l’espressione del singolo dato non aiuta il consumatore a comprendere la salubrità di quel che mangia (principale critica al Nutri-score), ecco che la batteria può indicarci il contenuto in percentuale di ognuno dei 5 indicatori rispetto alla quantità giornaliera di assunzione raccomandata. La soluzione grafica è l’icona della batteria del telefono più o meno carica a seconda del contenuto di quel nutriente in 50 grammi (una porzione) di prodotto.

Sebbene Nutri-score risulti più immediato alla lettura, le sue indicazioni – per usare le parole con cui lo definì il Ministro Bellanova – sono semplicistiche più che semplici. Le lettere del Nutri-score, infatti, sono ottenute da un calcolo piuttosto complesso che tiene conto dei contenuti buoni dell’alimento in rapporto a quelli cattivi. Un calcolo del genere, oltre a non essere attendibile al 100%, finisce inevitabilmente per penalizzare la gran parte degli elaborati piatti tipici italiani.

Nutri-score e NutrInform
Raffronto grafico tra NutrInform (sopra) e Nutri-score (sotto). La grafica della proposta italiana è controintuitiva: più la batteria è carica, più nocivo sarà il prodotto. Elaborazione: greenplanner.it

Alle origini dello scontro

Olio d’oliva, prosciutti, salami tipici e gran parte degli alimenti che tengono alto il valore dell’export italiano sarebbero penalizzati dal giudizio di Nutri-score. I nutrienti in essi contenuti, infatti, non sono esattamente la quintessenza della salute e del benessere. È proprio per tale motivo che NutrInform Battery non si potrà applicare a prodotti riconosciuti DOP, IGT o SGT, sigle che contraddistinguono gran parte delle nostre eccellenze gastronomiche.

Alle origini dello scontro Italia – Francia, che in realtà coinvolge anche altri paesi, non vi sono soltanto la salute e la trasparenza. Si tratta di una battaglia prettamente commerciale. L’idea della Commissione Europea di orientarsi verso una sola etichetta nutrizionale, in modo da evitare confusione e incertezza tra i consumatori europei, ha innescato una miccia che potrebbe presto divenire esplosiva.

Nutri-score, un dramma per l’export italiano?

Nel caso in cui Nutri-score diventasse effettivamente lo standard nell’etichettatura nutrizionale europea, di fronte all’Italia si parerebbe un problema tangibile. Immaginiamoci, alla luce di quanto già scritto, quali problemi causerebbe il sistema a semaforo all’esportazione delle nostre eccellenze alimentari. La reputazione della cucina italiana subirebbe un grosso colpo. I nostri prodotti più noti e golosi non supererebbero probabilmente la classificazione della lettera C, la terza su cinque totali, ove il numero 5 è il più basso possibile. L’olio EVO (extravergine di oliva), re della nostra cucina, diverrebbe un prodotto mediocre, da colore arancione e lettera C, come si diceva.

In definitiva, non si scontrano soltanto due differenti tipi di etichetta, bensì due modi diversi e opposti di considerare gli alimenti e il loro apporto nutrizionale. Dietro alla grafica di semaforo da verde a rosso di Nutri-score e della batteria più o meno carica di NutrInform si cela potenzialmente il futuro della dieta mediterranea. Da decenni i nutrizionisti ci ripetono che sia il miglior modo di alimentarsi. Ora Nutri-score potrebbe cambiare ogni cosa. Oppure no.

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Alcuni cibi caratteristici della dieta mediterranea. Foto: Dana Tentis da Pexels

Implicazioni ambientali

In realtà, non dobbiamo farci trascinare da una discussione strumentalizzata. Sebbene Nutri-score corra il rischio di danneggiare l’export italiano, in realtà esso potrebbe compiacere gli ambientalisti. Cerchiamo di spiegare per quale motivo.

Partiamo con il precisare che la dieta mediterranea non è soltanto – ma neanche prevalentemente – olio d’oliva, parmigiano e prosciutto. Per definizione essa privilegia grassi di origine vegetale e ammette un consumo limitato di latticini e insaccati. Questa alimentazione, teniamo ben presente, si basa principalmente sull’abbondante consumo di frutta, vegetali e cereali prima di olio, formaggi e affettati. La retorica italiana sul Nutri-score non è sempre del tutto corretta.

Alla luce di ciò, in questa sua corretta versione, la dieta mediterranea è amica dell’ambiente. Gli alimenti maggiormente impattanti sono proprio quelli che andrebbero consumati più di rado. Prodotti come frutta, verdura e cereali difficilmente verranno penalizzati da Nutri-score, in quanto contengono nutrienti salubri. Per tal motivo, non sarebbe tanto la dieta mediterranea a venire penalizzata, bensì alcuni suoi prodotti che, comunque, dovrebbero essere consumati con moderazione. La dialettica del governo italiano, dunque, segue una logica prettamente commerciale.

Qualunque sia la decisione che prenderà Bruxelles – ove Nutri-score appare in vantaggio – ricordiamo che tutte le nostre decisioni alimentari finiscono per ripercuotersi sull’ambiente. Quello che mangiamo, i prodotti che scegliamo, hanno un impatto, che può essere più o meno nocivo per il pianeta. Nutri-score, NutrInform o qualunque altra etichetta sarà adottata dall’UE, le implicazioni ambientali del cibo che serviamo quotidianamente a tavola hanno un prezzo, dobbiamo tenerlo a mente.

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A Venezia i ministri del G20 rilanciano l’idea della carbon tax

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Finalmente i ministri dell’economia e i governatori delle Banche Centrali più influenti al mondo hanno rilanciato l’idea di una carbon tax, e di “un ampio insieme di strumenti per far fronte all’emergenza climatica”. È la prima volta che avviene in maniera così decisa. La sede di questo rilancio è una di quelle d’eccezione: il vertice di economia e finanza del G20 tenutosi a Venezia dal 9 all’ 11 luglio scorso.

Però cominciamo col dire che, sebbene sia stata messa sul tavolo, la strada per introdurre una tassa globale sulle emissioni di CO2 sembra ancora lunga. Soprattutto perché, al di là dei proclami, ad ora sono arrivate solo semplici dichiarazioni.

Cos’è la carbon tax?

Per prima cosa capiamo cosa si vuol dire quando parliamo di carbon tax. La carbon tax è una tassa che viene applicata ai prodotti il cui consumo comporta emissioni di Co2, il principale responsabile dell’emergenza climatica che stiamo vivendo. A pagarla, solitamente, sono le aziende che nella loro attività produttiva emettono tale gas a effetto serra.

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Il ragionamento alla base della carbon tax è semplice. La produzione di un bene può generare un costo negativo per l’ambiente, in questi casi si parla di esternalità negative. Questo costo verrà pagato dalla collettività, ad esempio attraverso i danni alla salute e il danneggiamento degli ecosistemi. Per fare in modo che siano le aziende – e non la collettività – a pagare per i danni causati, è dunque possibile tassare le produzioni inquinanti.

Il summit del G20 di Venezia

Il G20 è nato nel 1999 come forum di consultazione tra le maggiori economie del mondo. In seguito alla crisi del 2008 è stato implementato anche di una dimensione politica, per favorire il coordinamento delle politiche dei singoli Stati sulle principali tematiche internazionali. Attualmente i Paesi coinvolti rappresentano il 60 per cento della popolazione globale, l’80% del PIL mondiale, il 75% del commercio estero.

Quest’anno i vertici del G20 si stanno svolgendo in Italia. Sabato scorso a Venezia, a margine del vertice su economia e finanza, si è tenuta la Conferenza internazionale sul cambiamento climatico, a cui hanno partecipato i ministri dell’economia e i governatori delle banche centrali più influenti al mondo.

Durante il vertice, il ministro dell’economia francese, Bruno Le Maire, ha esortato i colleghi ad assumere un impegno comune: far pagare un prezzo equo a tutti coloro che inquinano. «C’è bisogno – ha spiegato Le Maire – di introdurre un prezzo equo ed efficiente delle emissioni di anidride carbonica. In un mondo ideale, il prezzo dovrebbe essere uguale per tutti, ma ci sono differenze politiche su questo obiettivo. Stabilire una soglia minima va in questa direzione».

La fissazione di una base globale del prezzo del carbonio (cosiddetta global floor) è anche uno dei cardini della strategia climatica della Unione Europea. La Commissione presenterà domani ‘Fit for 55‘, un maxi pacchetto sul clima che poggerà su tre elementi:

  • l’estensione a nuovi settori del sistema del trading di emissioni di Co2;
  • la revisione della direttiva sulla tassazione energetica;
  • un meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere (carbon border adjustment mechanism).

Gli Stati Uniti

Un po’ più generico è stato il punto di vista degli Stati Uniti. La segretaria al Tesoro Usa, Janet Yellen, si è mostrata consapevole che la lotta al cambiamento climatico “richiederà grandi investimenti e scelte politiche difficili” da prendere “immediatamente”. Ma non c’è stato nessun accenno specifico su una carbon tax globale, bensì più in generale su «incentivi alla decarbonizzazione e altre tipologie di sussidi».

La posizione del FMI

Uno degli attori più favorevoli all’introduzione della carbon tax è il Fondo Monetario Internazionale (Fmi). A Venezia la direttrice generale, Kristalina Georgieva, ha ribadito che serve «un segnale forte» per spingere all’adozione di una soglia di prezzo minima globale per le emissioni di anidride carbonica.

Ad oggi, secondo la direttrice del Fmi, il prezzo medio globale della Co2 è insufficiente: appena 3 dollari la tonnellata, e oltretutto copre solo il 23% delle emissioni globali complessive. Georgieva ha indicato la necessità di fissare un prezzo di almeno 75 dollari per ogni tonnellata di Co2 emessa.

Come farlo? «La prima priorità è liberare il mondo da ogni forma di sussidi ai combustibili fossili, che oggi sono equivalenti a più di 5 trilioni di dollari all’anno», risponde Georgieva. Poi si dovrebbe arrivare a un accordo internazionale che introduca un prezzo minimo del carbonio (global floor), o meglio diversi prezzi minimi a seconda dei contesti locali di sviluppo.

La strada è ancora lunga

Certo, stiamo parlando di semplici dichiarazioni. Ad esempio, nulla di comparabile con l’accordo sulla tassazione delle multinazionali raggiunto durante il summit. Un accordo vero e proprio anche in tema di carbon tax non sarà semplice da raggiungere. In primis bisognerà prevedere le ricadute economiche e sociali legati all’introduzione della tassa sul carbonio, evitando ciò che è avvenuto in Francia in occasione delle proteste dei gillet gialli.

Qui da noi, in Italia, una recente analisi fornita dall’Osservatorio dei conti pubblici calcola che, con la carbon tax, «il prezzo di carbone aumenterebbe del 134%, quello dell’elettricità del 18%. Per la benzina, l’aumento di prezzo sarebbe di circa il 10%». Sicuramente un cambiamento necessario se vogliamo affrontare l’emergenza climatica, ma da adottare insieme ad altre riforme indispensabili.

Insomma, la strada è ancora lunga. Ma la nota positiva è che, per la prima volta, nel comunicato finale del G20 potrebbe esserci il riconoscimento del ruolo del carbon pricing nella lotta la cambiamento climatico.

Nasce ufficialmente il Ministero alla Transizione Ecologica

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Una nuova era politica

Ecco che ci risiamo. L’ultima volta che abbiamo votato per le elezioni politiche, in Italia, era il 2018. Ora siamo nel 2021. Sono passati 3 anni e si sono già succeduti 3 governi. Più o meno com’è successo nei 75 anni di storia dell’Italia repubblicana, nel corso dei quali abbiamo avuto oltre 60 esecutivi. Povera Italia.

La classe politica che esprimiamo è di livello infimo, e la cosa appare particolarmente evidente negli ultimi tempi. Le leggi elettorali che il Parlamento propone sono risibili, imbarazzanti nella loro inefficacia. Ciò si deve principalmente al fatto che siano concepite per garantire uno scranno a ogni partito, partitino e micropartito che creiamo praticamente per sport. La cosa peggiore in tutto ciò è che ogni classe politica rispecchia il popolo che la elegge. Dunque prima di giudicare loro dovremmo fare un pò di sana autocritica noi stessi, per chiederci perché mai diamo il potere in mano a certi personaggi.

Antefatto a parte, si è insediato un nuovo esecutivo al termine della scorsa settimana. Novità particolarmente rilevante è la creazione del Ministero alla Transizione Ecologica. Ad esser franchi ci si aspettava qualcosa di più di quel che è stato partorito dalla visione politica di Mario Draghi. Andiamo però con ordine.

Donatella Bianchi, presidente WWF, annuncia ufficialmente la nascita del Ministero della Transizione Ecologica. Immagini: LA7

Il governo Draghi

Il nuovo premier Mario Draghi (classe 1947) è uno degli economisti più eminenti a livello mondiale. Dopo un notevole percorso di studi che lo ha portato anche negli Stati Uniti, ha cominciato la sua carriera presso il Ministero del Tesoro, prima di venire nominato Direttore Esecutivo della Banca Mondiale. Dopo un lungo corso tra le mura amiche del Ministero, con la carica di Direttore Generale, entra in Goldman Sachs. Impiegato presso la sede londinese del colosso finanziario, in quanto Vice Chairman e Managing Director, guida le strategie europee del gruppo.

Nel 2005 diviene il nono governatore della Banca d’Italia. A questo punto la sua carriera si impenna. Viene nominato Presidente del Forum per la Stabilità Finanziaria – che nel 2009 diventa Consiglio per la Stabilità Finanziaria – e poi, nel 2011, l’Eurogruppo lo rende ufficialmente Presidente della Banca Centrale Europea. Al termine del suo mandato in BCE si ritira a vita privata, ufficializzandola tramite le note parole: “del mio futuro chiedete a mia moglie.” Il 13 febbraio 2021 giura come Presidente del Consiglio dei Ministri. Il suo governo nasce da un compromesso tra numerose forze politiche – tutte, praticamente, eccezion fatta per Fratelli d’Italia – e nomina l’altissimo numero di 23 Ministri. Draghi ha dovuto accontentare tutti.

Le parole d’ordine del governo

Naturalmente, non occorre ricordare qui il particolare momento che stiamo attraversando. Il neo-governo Draghi, però, non dovrà occuparsi soltanto della crisi sanitaria ed economica innescata dalla pandemia. L’ex presidente di BCE ha fatto già circolare l’elenco dei principali punti programmatici che dovranno caratterizzare la sua azione politica. L’opera sarà convintamente europeista, come ci stanno dicendo i media da giorni, secondo una strategia che dovrebbe essere la più efficacia per riuscire a disporre dei copiosi finanziamenti parte del Recovery Fund.

L’esecutivo si concentrerà su 5 macro-temi, intenzionato a risolvere altrettante emergenze indicate dallo stesso premier: sanità, lavoro, scuola, imprenditoria e ambiente. Per questo motivo è stata avallata la richiesta forte, esternata principalmente dal Movimento 5 Stelle, della creazione di un Ministero preposto alla Transizione Ecologica.

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Beppe Grillo e Mario Draghi. Sarebbero le menti dietro l’ideazione del Ministero alla Transizione Ecologica. Foto: The Italian Times

La formazione del Ministero alla Transizione Ecologica

Che cosa intendiamo precisamente quando parliamo di Ministero della Transizione Ecologica? Come sarà costruito e chi lo guiderà? Tra i partiti che hanno maggiormente insistito per dar vita al dicastero c’è il Movimento 5 Stelle, come già scritto. Il partito ha parlato di questo ministero come di un ufficio fondamentale in questo preciso momento. Hanno ragione da vendere. Viene allora spontaneo domandarsi come mai, in due anni che sono stati al governo, non abbiano pensato di istituirlo loro stessi. Nonostante nel nostro Paese si parli sempre più sovente di transizione ecologica, siamo ancora piuttosto indietro nel concreto.

Ricordiamo infatti che l’Italia ha fatto dipendere troppo spesso la propria politica estera dalla strategia industriale di ENI (ne abbiamo parlato qui) e non è riuscita ad imporre alcun obbligo ambientale ad Arcelor Mittal a causa della mancanza di una strategia efficace e sostenibile per ILVA. Il nostro Paese spende annualmente circa 19 miliardi di euro in sussidi ambientali che tali non sono – in quanto in realtà danno origine a complicazioni per l’ambiente – e, dal 2011 a oggi, ha già sborsato oltre 600 milioni in multe a Bruxelles per infrazione. Come se non bastasse, 7 dei circa 60 milioni di italiani vivono in aree altamente inquinate. Altrettanti hanno la dimora in zone a grave rischio idrogeologico e di inondazioni. In una simile situazione, è più che mai necessaria l’istituzione di questo ministero.

Esempi dall’estero: Austria

In Austria l’ambientalista Leonore Gewessler è a capo di un ufficio davvero completo in termini di transizione ecologica. Si chiama Ministero per l’azione climatica, l’energia, i trasporti, l’industria e l’innovazione tecnologica. Il Paese – guidato come sappiamo dal conservatore Sebastian Kurz e i suoi improbabili alleati dei Verdi – è all’avanguardia assoluta, in Europa, per quanto riguarda clima ed energia. Lo Stato alpino, in maniera coerente ed intransigente, tanto che potremmo definirla proprio gerarchica, ha dato vita ad una politica ambientale estremamente ambiziosa. Il Ministero di Gewessler coordina ogni settore legato alla sostenibilità: trasporti, energia, industria e innovazione, grazie all’autorità di cui dispone che gli permette di spegnere immediatamente ogni focolaio di dibattito generato relativamente a questi ambiti.

Spagna

Anche in Spagna tali decisioni sono in mano a una donna. Teresa Ribera Rodriguez, vice primo ministro iberica, regge il ministero ribattezzato della transizione ecologica e della sfida demografica. Si è infatti deciso di associare alla battaglia climatica quella contro lo spopolamento e l’abbandono delle zone rurali spagnole. Ribera da sempre sostiene che le energie rinnovabili siano un indispensabile volano per la trasformazione verde e ha riportato il Paese ai primi posti nello sfruttamento di fonti pulite. In questo modo, si è invertita una tendenza che aveva caratterizzato gli ultimi anni. La chiave di volta è stata l’eliminazione dalle bollette dei costi per il sostegno delle rinnovabili che sono stati trasferiti in un fondo alimentato per di più dai fornitori.

Francia

Oltralpe, in Francia, Emmanuel Macron era riuscito a coinvolgere Nicolas Hulot, celeberrimo ecologista, per guidare il potentissimo Ministero della Transizione Ecologica e Solidale. Un unico hub avrebbe dovuto supervisionare l’operato ambientale, energetico, climatico, relativo ai trasporti e all’economia circolare. Per portare avanti questi compiti il budget ammonta oggi a 48 miliardi – ai quali dobbiamo aggiungere la quota di fondi europei che la Francia destinerà a questo ufficio – che non sono troppi per un Paese ben più sensibile del nostro, dove c’è contezza dell’importanza della sfida climatica. La lotta al surriscaldamento dei cosiddetti cugini è molto più combattuta, a livello sociale e politico, rispetto a quanto sia da noi, dove ancora in troppi vedono la creazione di questo dicastero come un mero contentino dato da Mario Draghi a Beppe Grillo, per comprarsi il suo sostegno al governo. E la cosa peggiore è che potrebbe essere la verità.

Hulot si è dimesso nel 2018, denunciando in radio il potere e la pervasività delle lobby. Gli industriali, a suo dire, gli impedivano, di fatto, di procedere spedito verso la decarbonizzazione come avrebbe voluto fare. Vista la situazione di grave emergenza climatica, non si poteva certo procedere a piccoli passi e occorreva un cambiamento radicale. Tristemente, Hulot constatò che il governo e la politica gli erano vicini soltanto a parole e si arrese a quest’evidenza. Stremato e stanco di lottare contro mulini a vento, rassegnò il mandato. A sostituirlo arrivò Barbara Pompili, transfuga dei Verdi e vicinissima politicamente a Macron.

La transizione ecologica in sintesi

Affinché funzioni, il Ministero della Transizione Ecologica deve poter soprintendere e organizzare secondo necessità quello dello Sviluppo Economico. I due ambiti non possono più essere separati, pena l’inefficacia dell’operato. Similmente, dovrebbe avere l’ultima parola anche in decisioni ambientali e – specialmente in Italia – relative alle infrastrutture ed i trasporti.

Eppure il MIse, per com’è concepito nel nostro Paese e per come ha sempre lavorato, è costituito quasi interamente da personale formatosi nell’era del fossile. Tale ministero ha sempre operato a braccetto con ENI, ENEL e i settori dell’industria pesante. Per anni lo staff impegnato nella definizione delle strategie italiane di sviluppo economico ha trattato le rinnovabili come fossero un capriccio troppo costoso e ha utilizzato la parola green energy alla stregua di uno slogan. Al Mit poi, la situazione potrebbe essere pure peggiore. Nessuno ricorda addetti particolarmente zelanti nel campo della manutenzione, della sicurezza o dei trasporti pubblici. Tutti invece sappiamo molto bene come le grandi opere scaldino il cuore a chiunque sia impiegato in quelle stanze.

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Il Ministero dell’Ambiente sarà sostituito da quello alla Transizione Ecologica. Foto: greenme.it

Un ministero di Serie B

Vent’anni fa, nel 2001, il Ministero all’Ambiente – che sarà sostituito da quello alla Transizione Ecologica – disponeva di un budget pari a circa 2 miliardi di euro. Oggi non può contare neppure su 800 milioni. Inevitabilmente, alla riduzione dei fondi è seguito un drastico abbassamento delle competenze. Di fatto, al giorno d’oggi è un dicastero minore. Nonostante clima e ambiente siano parole sulla bocca di tutti e i cambiamenti dovuti al global warming siano già arrivati al nostro uscio.

Nell’equilibrio del potere, la scrivania dell’ambiente è spesso stata assegnata a rappresentanti di second’ordine, sovente per accontentare questo o quel partito che avevano contribuito al trionfo elettorale. Piuttosto di rado la sua titolarità è stata davvero stabilita in base alle competenze. Non era questo il caso con Sergio Costa, persona attenta e capace ma poi a qualche partitino è venuto il mal di pancia, come ben sappiamo. C’è però anche una nota positiva.

Il governo e la sua responsabilità nella transizione ecologica

La scelta di Draghi, con tutti i limiti che ora analizzeremo, presenta infatti una grande opportunità. Il governo sembra volersi assumere, tramite l’instaurazione del Ministero alla Transizione Ecologica, le proprie responsabilità sul nostro futuro. Se vogliamo giocarcela questa sfida ai cambiamenti climatici, dobbiamo porre il potere decisionale in materia ambientale nelle mani di un solo burocrate. Le competenze in materia sono oggi spezzettate tra vari dicasteri e ciò non agevola certo un’azione rapida, coerente ed efficace.

La lezione di Hulot ci insegna che dobbiamo combattere una dura battaglia per resistere alle forti pressioni di chi ha interessi nel fossile. La lobby del petrolio, infatti, non vuole certo darsi per sconfitta e spera di protrarre quanto più a lungo possibile la sua agonia, in barba al pianeta. Vari ministeri guidati da orientamenti e priorità diverse non hanno alcuna possibilità di vittoria contro un nemico così ostico e organizzato.

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Bozza di destinazione dei fondi Recovery Plan per l’Italia. Grafica: ilprimatonazionale.it

I limiti del nuovo dicastero

Il Ministero della Transizione Ecologica riunirà i compiti del Ministero dell’Ambiente e la giurisdizione energetica che fino a qualche giorno fa era nelle mani del titolare del Mise. Ciò naturalmente significa che il nuovo dicastero avrà in sé alcune funzioni precedentemente assegnate allo sviluppo economico ma, simultaneamente, che non ne prenderà il posto in toto. Questo potrebbe essere limitante, mantenendo due polli a razzolare sulla stessa aia.

All’interno del Minambiente esiste già un dipartimento per la transizione ecologica. Esso si occupa, fino a nuova riorganizzazione, di economia circolare, contrasto ai cambiamenti climatici, efficientamento energetico, miglioramento della qualità dell’aria e sviluppo sostenibile. Altri compiti di pertinenza del dipartimento DITEI – possiamo leggere sul sito – sono la cooperazione ambientale internazionale e il risanamento. Queste mansioni dovrebbero ora divenire prioritarie.

Il nuovo Ministero conta di avere a disposizione un ingente budget – parliamo di circa 69 miliardi di fondi Next Generation EU – fin dalla sua nascita. Tali fondi sarebbero destinati alla conversione del sistema produttivo italiano in un modello ben più sostenibile. Energia, industria – e anche lo stile di vita di ogni persona – devono essere meno dannosi per l’ambiente. Questa non è più una novità per nessuno eppure ancora siamo ben lontani dal raggiungere questo risultato. Non è che un bene il fatto che la politica cominci ad occuparsene. Eppure si teme che il dicastero non riesca ad operare all’altezza delle attese. Non solo, ci sono anche voci fuori dal coro le quali sostengono che questo nuovo ministero si riveli un carrozzone, accentrando in maniera imprecisa alcune competenze di altri uffici e fomentando lo spreco di risorse pubbliche.

Dubbi e perplessità

In fin dei conti, dice Davide Tabarelli, presidente di Nomisma Energia, il Ministero dell’Ambiente nel 1986 era nato proprio per guidare la transizione ecologica. Insomma, ci sono luci e ombre su questo nuovo dicastero, il quale ha grandi possibilità ma potrebbe anche finire per trovarsi costretto tra troppi limiti. Si tratta però di quel rischio che accompagna ogni novità, in fin dei conti.

Lo spazio dedicato al Ministero della Transizione Ecologica da Porta a Porta.

Alla guida del nuovo Ministero della Transizione Ecologica

Il titolare del neonato Ministero sarà Roberto Cingolani, fisico 59enne. Si tratta del manager e responsabile dell’innovazione tecnologica del gruppo Leonardo. Il suo ruolo aziendale – espresso in lingua inglese come fanno tutti oggi, per chissà quale motivo – è quello di Chief Technology & Innovation Officer. Oltre alla guida del dicastero gli saranno date anche le chiavi del costituendo Comitato Interministeriale per la Transizione Ecologica.

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Roberto Cingolani. Foto: quifinanza.it

Cingolani – grande esperto di nanotecnologie – ha un curriculum di tutto rispetto, che può vantare esperienze in grandi e noti centri di ricerca negli USA, in Giappone e in Germania. Nel 2005 ha fondato a Genova l’Istituto Italiano di Tecnologia (IIT) di cui è stato direttore scientifico prima di entrare in Leonardo. La carriera di Cingolani potrebbe renderlo l’uomo giusto per affrontare il complesso passaggio a quella società sostenibile che l’UE ci chiede di diventare. Potrebbe, appunto.

Anche sulla sua figura, infatti, si addensa qualche dubbio. Leonardo è infatti parte di Finmeccanica, azienda leader nella produzione ed esportazione di armamenti. Si tratta dunque di un uomo che non vive esattamente di salvaguardia del creato, piuttosto che guadagna distruggendolo. Questo aspetto potrebbe essere tutt’altro che marginale. Si tratta di un tecnico molto politico; visto alla Leopolda renziana, al meeting di Rimini organizzato da Comunione e Liberazione e agli incontri pubblici di Gianni Letta e dei Casaleggio.

Naturalmente, è troppo presto per dare un giudizio su Cingolani e il suo neonato ministero. Ci auguriamo naturalmente che serva al meglio il nostro Paese mettendo l’ambiente e la sua tutela davvero al centro della sua opera – e, possibilmente, di quella dell’intero esecutivo – non possiamo però evitare di vedere tutto il quadro, nella sua scomoda interezza.

Decarbonizzazione: parte la Mission Possible a Davos

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Una coalizione per decarbonizzare

Durante il World Economic Forum di Davos, svoltosi quest’anno in formato virtuale, date le note problematiche legate alla pandemia, sono state gettate basi per una interessante iniziativa ambientale. Parliamo di una coalizione a cui hanno aderito oltre 400 aziende che si pone come obiettivo finale la decarbonizzazione di industria pesante e trasporti. Questi due settori contribuiscono largamente al cambiamento climatico.

La coalizione si è data l’accattivante nome di Mission Possible. In tal modo, si vuole fare il verso al celebre film d’azione con Tom Cruise, impegnato a portare a termine varie operazioni considerate impossibili. Clienti, fornitori, banche, azionisti e autorità, tutti questi attori sono coinvolti in Mission Possible. Si punta a raggiungere emissioni nette pari allo zero. Alle spalle ci sono finanziatori importanti quali Bezos Earth Fund e Breakthrough Energy. Il consorzio è un ottimo modo per porre in essere il concetto di stakeholder capitalism di cui tanto si è parlato ultimamente nelle sale del World Economic Forum; almeno sulla carta.

Ascolta il podcast di introduzione all’articolo!

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Foto di Bela Geletneky da Pixabay 

Davos Agenda 2021 contro il cambiamento climatico

Le fondamenta di questa alleanza furono gettate da Antonio Guterres, segretario generale ONU, al vertice sul clima tenutosi nel 2019. Egli propose per primo di portare l’industria pesante – dal settore siderurgico a quello dei trasporti aerei e marittimi – a ridurre la propria impronta di carbonio abbassando le emissioni di CO2.

Greta Thunberg, la nota attivista ambientale svedese, ha voluto registrare un messaggio per il Forum di Davos. La giovane ha posto l’accento su come si faccia troppo poco per l’ambiente, all’infuori di un grande chiacchiericcio

Mission Possible è forse la voce che risuona più forte all’interno della Davos Agenda 2021. Ne sono partner principali, oltre al World Economic Forum (d’ora in avanti WEF); Energy Transitions Commission; Rocky Mountain Institute e la coalizione We Mean Business.

Leggi anche: “Green Economy, cosa si cela dietro il termine”

L’importanza della coalizione per la decarbonizzazione

Dalla comunicazione ufficiale rilasciata dal WEF, si capisce come a Davos vogliano puntare con convinzione su Mission Possible. “La partnership aiuterà un maggior numero di settori industriali a mobilizzare risorse e allinearsi con un maggior numero di organizzazioni. In tal modo accelereremo la corsa verso le emissioni zero. Questa iniziativa aiuterà industrie a utilizzo intensivo di CO2 a raggiungere i loro traguardi e realizzare il cambiamento sistemico necessario per portare a termine il chiaro percorso verso l’abbattimento delle emissioni.”

Si è parlato in apertura di come abbiano aderito a Mission Possible oltre 400 aziende. Ebbene, tra di esse vi sono alcuni nomi i quali, francamente, hanno ben poco a che vedere con la sensibilità ambientale. Ciò non toglie che, ci auspichiamo, potrebbero essere veramente mossi a cambiare le proprie politiche economiche, allineandosi con le aziende che si stanno già muovendo nel concreto per ridurre il proprio impatto sull’ambiente. Alcuni dei brand che hanno aderito alla coalizione – e che ne sono stati nominati guida – sono Arcelor Mittal, Maers e Shell.

Decarbonizzazione: una mobilitazione globale

Da settori hard-to-abate alle emissioni zero

Acciaio, cemento, chimica, alluminio, trasporti navali, aerei e pesanti su gomma; tutti questi settori si contraddistinguono per una peculiarità che li accomuna: inquinano moltissimo. È proprio qui che sta l’importanza di questa coalizione. Potrebbe veramente essere la volta buona che questi giganti dell’inquinamento si alleino per diminuire il proprio impatto ambientale. Se queste industrie divenissero sostenibili, sarebbe un vero e proprio punto di svolta nella battaglia per il clima e il futuro del pianeta. Non potremmo infatti essere troppo ottimisti sulle sorti del global warming, qualora non coinvolgessimo in prima persona gli attori principali delle emissioni, quelli provenienti dai settori cosiddetti hard-to-abate (ovvero che hanno difficoltà a ridurre il proprio impatto ambientale.)

Impegno concreto

Nel tweet incorporato l’impegno di WEF e delle aziende coinvolte per ottenere emissioni zero al più presto

Naturalmente, gli antefatti sono molto positivi. Quella appena riportata non può che essere una grande notizia per ogni ambientalista, così come per chiunque sia un minimo interessato alle sorti del pianeta su cui abita. Al solito, però, un conto è fare proclami, un altro impegnarsi nel concreto a raggiungere quegli ambiziosi obiettivi che si dichiarano in pubblico.

Bisognerà impegnarsi lungo l’intera catena del valore e della produzione nei settori elencati. Sarà necessario coinvolgere i competitor per stipulare accordi comuni, vincolanti da ambedue le parti, che impegnino ognuno a fare la propria parte di azione climatica. Gli impegni presi a Davos dovranno diventare piani credibili, volti a supportare la decarbonizzazione già in tre anni, a partire dal 2024 come si è messo per iscritto.

“Non si tratta solo di alcune aziende che si vogliono impegnare per il clima. Dobbiamo riunire l’intera catena di approvvigionamento, in modo che ogni settore abbia un incentivo a decarbonizzare. Soltanto così tutti lavoreranno più velocemente per ridurre le proprie emissioni.” Sono le parole di Maria Mendiluce, CEO della coalizione We Mean Business. Nell’illustrare all’agenzia di stampa Reuters il senso di Mission Possible, Mendiluce sintetizza ottimamente la strada che si vuole intraprendere. Non possiamo che augurarci di cuore che questi obiettivi vengano presto raggiunti.

La (non) riforma della PAC: il fallimento è servito

https://anchor.fm/lecopost/episodes/LUE-si-contraddice–Il-voto-sulla-PAC-mette-gi-a-rischio-il-Green-New-Deal-elj5u6

Il Parlamento europeo ha votato a favore del compromesso sulla riforma della PAC, la Politica Agricola Comune. Partito Popolare europeo, Socialisti e democratici e Renew Europe hanno concordato una riserva di bilancio nei tre regolamenti in discussione durante la sessione plenaria della scorsa settimana. Questo voto è fondamentale per capire il futuro della transizione ecologica del Green Deal, proposto dalla Presidente della Commissione Europea, Ursula Von der Leyen. Osservare come verranno spesi i 350 miliardi di euro del prossimo bilancio settennale, un terzo dei fondi complessivi dell’UE, è importante. Greenpeace ha sentenziato la votazione, definendola come una “condanna a morte per le piccole imprese e la natura”.

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Nascita della PAC e obiettivi

Finita la seconda guerra mondiale, la scarsità alimentare dovuta alle conseguenze belliche incideva pesantemente sulla qualità della vita della popolazione europea. Garantire uno standard sufficiente a livello nazionale non risultava adeguato al risanamento dell’intero continente. Così, si decise di inserire l’agricoltura nelle competenze della Comunità Economica Europea. I target vennero sanciti nel Trattato di Roma del 1957.

Durante la Conferenza di Stresa, dal 3 al 12 luglio 1958, si gettarono le basi operative della PAC. Si decise che l’agricoltura dovesse essere considerata parte dell’economia, in modo da aumentare gli scambi intracomunitari. Riequilibrando il rapporto fra domanda e offerta agricole, si poteva consolidare il legame tra politica di mercato e politica del mercato agricola. Infine, evitando fenomeni di sovrapproduzione, sarebbe stato più facile assicurare all’agricoltura un livello di remunerazione dei capitali come negli altri settori.

Entrò in vigore nel 1962, con l’obiettivo di approvvigionare i cittadini e fornire i giusti standard di vita ai contadini, garantendo l’autosufficienza alimentare. Le sue finalità erano incentrate sull’incremento della produttività, sviluppando progresso tecnico e assicurando lo sviluppo razionale della produzione.

La policy sottostava a tre principi fondamentali. Il primo era il mercato comune, per poter commerciare all’interno dei confini comunitari beni come farina, riso, grano, zucchero, carne, vino e alcuni tipi di frutta e di verdura. Il secondo venne identificato nella preferenza o priorità comunitaria. Nel caso in cui ci fosse stato un surplus di offerta, con conseguente discesa dei prezzi, la Comunità Europea avrebbe aiutato l’equilibrio attraverso un aumento delle scorte. Infine, si stabilì la solidarietà comunitaria. Per fare ciò, si creò un Fondo europeo agricolo di orientamento e garanzia (FEOGA), così da permettere un’organizzazione meticolosa delle risorse a disposizione.

Scontri sulla PAC

Le intenzioni della PAC si scontrarono quasi subito con la frammentazione nazionale sulle politiche agricole.

Secco Leendert Mansholt, definito uno dei padri della PAC, in un suo intervento del 1970, spiegò questa differenza marcata: «sul piano nazionale, gli Stati dispensano denari che non servono a nulla, per creare imprese così piccole che condannano i propri coltivatori alla miseria mentre si espandono gli altri settori dell’economia e si accresce il livello di vita di altre categorie della produzione.

Sono stati citati esempi a sufficienza: uno Stato sovvenziona la costruzione di stalle per quindici bovini, quando una azienda redditizia deve contare su almeno quaranta capi; altri accordano facilitazioni per l’acquisto di trattori, quando la maggioranza dei trattori europei sono impiegati a poco più della metà della loro capacità reale; si sovvenziona l’acquisto delle mietitrebbie, quando il paro esistente non è utilizzato, in media, che per un terzo della sua capacità reale.»

Innumerevoli (e fallimentari) tentativi di riforma della PAC

E fu con il cosiddetto Piano Mansholt del 1968 che queste contraddizioni vennero definite chiaramente. La pubblicazione, nominata Memorandum sulla riforma dell’agricoltura nella Comunità economica europea, aveva lo scopo di riformare in modo incisivo la PAC. Da una parte, si impegnava a operare una revisione della politica di sostegno dei mercati agricoli; dall’altra, chiedeva la messa in atto di politiche socio-strutturali, per permettere a tutti gli operatori del settore di godere delle stesse opportunità lavorative e di crescita. Il suggerimento di tagliare il sostegno dei prezzi sollevò numerose critiche, tanto che il progetto venne accantonato, lasciando immutato, per tutti gli anni ’70, l’equilibrio precario su cui si mantenevano le aziende.

Non fu l’unico tentativo. Il varo del Piano Delors nel febbraio 1987 assunse un importante significato. La ratifica dell’Atto Unico, avvenuta poco tempo prima, ridava slancio alla riforma della PAC, prefiggendosi di contenere la spesa, riformare i fondi e aumentando le risorse proprie del bilancio comunitario. Mercato comune e PAC furono riassunti compresi in un più vasto pacchetto di riordino, visto l’allargamento. Affrontare le disuguaglianze regionali era necessario per aumentare la produttività e il benessere di tutto il territorio comunitario.

La riforma Fischler della PAC del 2003

La multifunzionalità, intesa come una visione ad ampio raggio di conservazione ambientale e sviluppo rurale, divenne il fulcro della nuova riforma, denominata Fischler, del 2003. Essa poneva le basi di una costruzione della PAC, che la rendesse all’avanguardia, prendendo in considerazione i diversi campi strategici di interesse. Non si poteva più prescindere da fattori quali la sicurezza alimentare, la qualità dell’ambiente e il benessere animale. Una revisione metodica degli strumenti, calcolando le conseguenze delle azioni prettamente economiche di un’UE sempre più estesa e influente a livello internazionale.

Lo stesso Commissario Fischler dichiarò durante i dibattiti del 2003 che «[la] comune aspirazione è una politica agricola coerentemente imperniata su obiettivi economici, sociali e ambientali. Questo ideale, che ancora non abbiamo raggiunto, è alla base delle proposte di riforma della Commissione. Non intendo nascondere che esistono divergenze nella valutazione e nella scelta delle misure concrete più opportune e che molti sono gli aspetti ancora da definire.»

Revisione della PAC del 2014

Nel 2014, con l’insediamento della Commissione Juncker, forte delle riforme dell’anno precedente per rendere la crescita più intelligente e inclusiva, sono stati proposti degli obiettivi strategici ancora più ambiziosi. Una produzione alimentare sostenibile, una gestione sostenibile delle risorse naturali e un’azione per il clima, attraverso uno sviluppo territoriale equilibrato sono diventati i perni della nuova riflessione europea.

La linea tracciata doveva essere implementata da strategie più complesse e articolate, adattandosi alle nuove sfide. Il 18 giugno 2018 venivano discusse al Consiglio per l’Agricoltura e la Pesca tre proposte legislative di riforma: i regolamenti sui piani strategici della Politica Agricola Comune e per il mercato comune unico, e la regolamentazione sul finanziamento, il management e il monitoraggio della PAC.

Per ripensare alla funzione della PAC sono stati elencati nove obiettivi per migliorare la qualità degli alimenti, sostenendo la produzione. Tra questi, vi sono il riequilibrio della distribuzione del potere nella filiera, la tutela dell’ambiente e il sostegno generazionale.

Le difficoltà di una vera riforma della PAC

Se ci si limitasse alla valutazione delle istituzioni europee, il quadro sarebbe confortante, se non addirittura positivo. Ma le difficoltà a raggiungere un consenso in sede sovranazionale sono marcate. Ed è per questo motivo che le riforme della PAC sono sempre state complicate da far approvare e poi attuare.

Alcune volte, proposte difficili da un punto di vista di risposta elettorale sono addossate a livello centrale europeo dai governi nazionali. Altri gruppi di interesse spingono perché si attui una legislazione che permetta loro dei benefici. Grandi associazioni nazionali, come quelle presenti in Francia e in Germania, sono riuscite, nei decenni, a imporre le proprie idee, minacciando scontri e disordini.

Se da una parte, però, la questione economica è sicuramente rilevante, dall’altra, le conseguenze dei pagamenti diretti avrebbero causato una rottura all’interno del settore agricolo, che si sentiva costretto ad accettare quelli che sembravano più una misura di welfare, che una di sostegno alla produzione. La realtà si dimostrò diversa. Proprio perché esistevano disparità enormi tra le diverse categorie di agricoltori, la nuova distribuzione dei pagamenti avrebbe, almeno in parte, colmato le enormi disuguaglianze tra piccole e grandi aziende.

Come evidenziato dall’Agenzia Europea per l’Ambiente (AEA), “Le due principali sfide cui l’agricoltura si trova a far fronte in Europa sono il cambiamento climatico e il consumo di suolo, ossia la sua conversione, ad esempio, in insediamenti e infrastrutture. Il cambiamento climatico impone l’adattamento delle varietà di colture e determina fenomeni meteorologici estremi e richiede, quindi, una significativa gestione dei rischi. Il consumo di suolo si traduce in una diminuzione dei terreni agricoli, in molti regioni.”

La nuova PAC, in teoria

La proposta di regolamento del Parlamento europeo e del Consiglio, per sostenere i piani strategici che gli Stati Membri devono redigere nell’ambito della PAC, doveva tenere in considerazione vari ambiti. Tra questi, sicuramente garantire la sicurezza alimentare, contribuendo a migliorare la risposta dell’UE alle nuove esigenze della società in materia di alimentazione e salute.

L’obiettivo era lo sviluppo di un’agricoltura sostenibile e del benessere animale, con una nutrizione più sana ed evitando gli sprechi alimentari. La nuova PAC doveva essere inserita all’interno del piano più vasto di transizione verde, il Green Deal europeo. Attraverso una strategia comune, si sarebbe arrivati a un sistema alimentare “equo, sano e rispettoso dell’ambiente”.

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La realtà dei fatti: il compromesso al ribasso

425 voti a favore, 212 contrari e 51 astenuti. Questo è il risultato delle votazioni per appello nominale del 23 ottobre alla sessione plenaria del Parlamento europeo.

Così, mentre in Italia si dibatteva sul nome da dare ai burger vegani, la PAC si allontanava sempre più dagli obiettivi del Green Deal, svuotandosi di significato. L’attenzione social non è bastata a frenare il compromesso al ribasso. Ancora una volta, le grandi lobby del Copa-Cogeca , l’associazione dei grandi agricoltori europei, ha avuto la meglio.

Chi perde, di nuovo? La natura, la biodiversità, i piccoli agricoltori.

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PAChinermi e pappagalli

Le decisioni assunte dal Parlamento europeo si discostano dalla transizione verde. Visto che il 60% dei fondi PAC potrà essere destinato a pratiche anche non agroecologiche, non si fermerà l’utilizzo sconsiderato di fertilizzanti e pesticidi. La conversione green è, nuovamente, rallentata. Ancora una volta, le grandi aziende beneficeranno dell’80% dei sussidi.

Inoltre, i siti Natura 2000 potranno essere destinati all’aratura, diventando prati permanenti, tranne in poche eccezioni.

Infine, per affossare ancora di più la situazione già poco rosea, ecco che, a fronte di un’approvazione di un emendamento sulla connessione tra PAC e accordo di Parigi, ne sono stati bocciati dieci che auspicavano un avvicinamento ai target del Green Deal.

Nota positiva è la “condizionalità sociale”, ossia l’azzeramento dei fondi a quegli agricoltori che non concedono giusti contratti di lavoro.

E ora? Il movimento #WithdrawTheCAP, per una vera riforma della PAC

«Il cibo ci rimanda […] a tutte le questioni del giorno: ci parla del nostro rispetto per noi stessi, della nostra capacità di conversare con gli altri, della nostra attenzione verso i più deboli, dei rapporti di genere, della nostra apertura al mondo, della condizione delle nostre leggi, del nostro rapporto con il lavoro, con la natura, con il clima e con il mondo animale. Il cibo ci parla, meglio di ogni altra cosa, delle disuguaglianze tra coloro, sempre più rari, che possono ancora mangiare sano e tutti gli altri.» Così scrive Jacques Attali nel suo libro “Cibo. Una storia globale dalle origini al futuro”.

Il voto della scorsa settimana deve essere rivisto. Per questo motivo, è necessaria una mobilitazione sociale. Non si può continuare a minimizzare l’impatto che la filiera alimentare ha nella nostra società ed economia. Disinteressarsi significa non prendere posizione su un aspetto che è indispensabile per la sopravvivenza del genere umano e del pianeta terra.

Bas Eickhout, eurodeputato verde, ha sottolineato come « Le catene di approvvigionamento più corte, i pagamenti adeguati e i posti di lavoro sicuri possono rendere la politica agricola europea un modello per alimenti sani, prodotti localmente e venduti. Questa riforma della PAC impedirà ai paesi dell’UE di spendere di più per misure ambiziose per proteggere il clima e l’ambiente e migliorare il benessere degli animali. »

Associazioni di categoria, piccoli produttori e ambientalisti si sono riuniti con l’hashtag #WithdrawTheCap -ritirate la PAC- per sensibilizzare e iniziare un dialogo costruttivo. Rendere la PAC sostenibile è necessario. Non è più il tempo di tergiversare.

Biodiversità 2020: la strategia UE per salvare la natura

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Il 2020 ci ha dimostrato che la biodiversità svolge un ruolo centrale per il benessere non solo del Pianeta ma anche dell’uomo. A causa dell’epidemia da Covid-19, l’UE ha dovuto rimandare al 20 maggio 2020 la presentazione della nuova strategia sulla biodiversità.

La biodiversità nel 2020 secondo l’UE

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La biodiversità in ecologia è la varietà di organismi viventi nelle loro diverse forme e nei rispettivi ecosistemi.

Deforestazione, inquinamento, urbanizzazione, acidificazione degli oceani, innalzamento delle temperature e distruzione degli habitat naturali sono solo alcune delle terribile cause all’origine della perdita della biodiversità, tutte perpetrate dall’uomo.

Le cinque estinzioni di massa, avvenute negli ultimi 500 milioni di anni, hanno determinato la scomparsa di consistenti percentuali di specie viventi. Gli scienziati, ormai da diverso tempo, affermano che il mondo sta affrontando la sesta estinzione di massa, e che questa sia strettamente legata al pesante impatto antropico. Il tasso complessivo di estinzione delle specie viene oggi stimato da 10 fino a 1.000 volte superiore al tasso di estinzione naturale. Secondo la comunità scientifica entro pochi decenni circa il 75% delle specie viventi scomparirà dalla Terra.

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Secondo la IUCN (International Union for Conservation of Nature), che si occupa di stilare ogni anno una Lista rossa delle specie a rischio, circa il 30% dei vertebrati sta diminuendo in numero, 1/4 dei mammiferi e 1/8 degli uccelli sono attualmente a rischio di estinzione. Ad oggi conosciamo circa 2 milioni di specie animali e vegetali, ma si stima che ci siano ancora altre decine di milioni di specie che rischiano di estinguersi ancor prima di essere scoperte.

Dato che le precedenti strategie adottate sembrano aver fallito, il 2020 sarà un anno decisivo per l’ambiente e la biodiversità. Nel prossimo decennio saranno necessarie azioni incisive e molto più efficaci per invertire la rotta e intraprendere la strada per un futuro sostenibile.

UE: “Riportare la natura nelle nostre vite”

La maggior parte dei Governi del mondo è ormai concorde sul fatto che molti degli obiettivi del Piano Strategico per la Biodiversità 2011-2020 non saranno raggiunti entro il 2020. Inoltre si stima che il Pianeta stia per affrontare una crisi ambientale senza precedenti, con un numero elevatissimo di specie sull’orlo dell’estinzione.

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Riportare la natura nelle nostre vite“, questo è il titolo della nuova strategia sulla biodiversità che la Commissione Europea ha presentato il 20 maggio del 2020, nella quale si propone di arrestare la perdita della biodiversità entro il 2030.

Attraverso un elenco di impegni, a livello Europeo, verranno affrontate le seguenti tematiche:

  • Destinare il 30% della superficie terrestre e altrettanto per quella marina alle aree protette dell’UE.
  • Mettere a riposo del 10% dei terreni agricoli e con il 30% coltivato a biologico.
  • Tagliare del 50% nell’uso dei pesticidi e del 20% quello dei fertilizzanti.
  • Intensificare la lotta al traffico di animali selvatici.
  • Piantare tre miliardi di alberi.
  • Investire capitali pubblici e privati per 10 miliardi in 10 anni su natura ed economia circolare.
  • Liberare 25.000 chilometri di fiumi da barriere a livello UE.
  • Puntare ad un buono stato di tutte le acque superficiali e sotterranee.
  • Aumentare le zone verdi nelle città con più di 20.000 abitanti.
  • Utilizzare il 10% della superficie agricola UE per creare paesaggi ad alta diversità collegati tra loro.

Uno sguardo al passato: la biodiversità nel 1992

La prima convenzione sulla biodiversità venne firmata a Rio de Janeiro nel 1992 durante il “Summit della Terra“, rappresentando un decisivo passo in avanti per la conservazione della biodiversità e la protezione della natura. La convenzione sulla biodiversità è stata ratificata ad oggi da 196 paesi.

Nel 2002, durante il secondo Summit della Terra a Johannesburg, in Sudafrica, i governanti del mondo diedero alla Convenzione il mandato di ridurre significativamente la perdita di biodiversità entro il 2010 (Obiettivo 2010). A livello internazionale, l’UE ha svolto un ruolo importante nella ricerca di soluzioni a problemi quali la perdita di biodiversità, il cambiamento climatico e la distruzione delle foreste pluviali tropicali.

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UE: continui rinvii per la biodiversità?

Poiché era improbabile che l’UE conseguisse il proprio obiettivo entro il 2010, il 21 giugno 2011 il Consiglio Europeo dell’Ambiente adottò una nuova strategia per proteggere e migliorare lo stato della biodiversità in Europa entro il 2020. Voleva infatti dare modo agli ecosistemi di recuperare la propria resilienza ed essere in grado di fornire i servizi essenziali.

Nel 2014 erano oltre 50 i Paesi che vi aderirono e la strategia divenne un punto di riferimento per tutte le Nazioni Unite.

Questa prevedeva i seguenti obiettivi:

  • Migliore protezione degli ecosistemi e maggiore utilizzo di infrastrutture verdi.
  • Estensione dell’agricoltura e della silvicoltura sostenibili.
  • Migliore gestione degli stock ittici.
  • Controllo più rigoroso delle specie esotiche invasive.
  • Rafforzamento del contributo dell’UE alla prevenzione della perdita di biodiversità a livello mondiale.

Oltre all’obiettivo 2020, la nuova strategia dell’Unione sulla biodiversità definì la “visione 2050“.

Questa afferma che entro il 2050 la biodiversità nell’Unione europea sarà protetta, valutata e opportunamente ripristinata, sia per il suo valore intrinseco, sia per il contributo essenziale che danno al benessere umano ed alla prosperità economica.

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Insomma, il panorama fornito dalle più avanzate ricerche sul sistema Terra ci conferma l’eccezionalità dell’intervento di una singola specie, la nostra, come profonda modificatrice dei sistemi naturali. E’ necessario ricordare che è proprio grazie a questi sistemi che esistiamo e su di essi basiamo il nostro benessere e la nostra economia. Per questo andrebbero tutelati con la massima priorità ed efficienza.

L’UE sceglie BlackRock come arbitro della finanza green

blackrock

Un discutibile consulente: BlackRock

Torniamo a parlare del gigante BlackRock, la maggiore società d’investimento al mondo, la quale ha annunciato, qualche tempo fa, di voler legare il suo nome a quello degli investimenti sostenibili. La Commissione Europea deve aver preso sul serio l’impegno della società di trading. E’ infatti cronaca recente l’assegnazione al colosso statunitense del compito di vigilare sulla corretta integrazione dei criteri di sostenibilità ambientale nelle strategie del sistema bancario europeo. Il compenso pattuito per la prestazione di BlackRock è piuttosto esiguo, a questi livelli: 280mila euro. Naturalmente, il valore dell’incarico trascende ampiamente il risvolto economico.

La sede di BlackRock, a Manhattan.

Impegni mai concretizzati

Finora, però, BlackRock non ha fatto seguire azioni significative al suo impegno nella tutela ambientale. Aldilà dell’annuncio, applaudito da molti, di impegnarsi in prima linea perché l’ambiente diventasse criterio basilare all’interno di una strategia d’investimento, BlackRock si è limitata a stanziare dei fondi ETF, tramite la sua divisione iShares e poc’altro. Tutto questo senza mai uscire dal settore dei combustibili fossili, ove vanta ancora importanti quote. Praticamente, non vi sono consigli d’amministrazione di grandi aziende petrolifere ove non sieda un rappresentante dell’azienda. BlackRock detiene il 4,8% di Chevron e ConocoPhilips, il 4,5% di Exxon Mobil e il 5% di Petrobras.

Le partecipazioni aziendali nel settore ammontano a poco meno di 90 miliardi di dollari. Ciò è probabilmente inevitabile quando gestisci un portafoglio di ben 7mila miliardi di dollari, cifra piuttosto difficile da quantificare per chi è esterno alle alte sfere della finanza. Ciò non toglie, però, che quando hai una tale ricchezza legata al petrolio, sorgano seri dubbi riguardo ad un ruolo da paladino ambientale. Il quotidiano britannico Guardian ha provato a fare i conti in tasca a BlackRock, a seguito della svolta ambientale. Secondo la testata, il gruppo controllerebbe indirettamente oltre 3 miliardi di barili di greggio, 1300 tonnellate di carbone e 622 miliardi di metri cubi di gas. Inutile dire che questi dati non ci fanno pensare esattamente alla tutela ambientale come principio di strategia d’investimento.

Il potere economico/ finanziario di BlackRock è immenso, non trovo altre parole, dunque la società potrebbe davvero favorire decisioni concrete per la salvaguardia ambientale.

Chi è BlackRock?

Naturalmente chiunque abbia seguito, su queste pagine, i precedenti articoli relativi al gigante del trading, ha ben presente le dimensioni di BlackRock. Per agevolare però il compito del nuovo lettore, così come per ribadire quanto sia grosso il pesce di cui stiamo parlando, riportiamo qualche dato.

L’azienda è nata nel 1988 per mano di un trader come tanti, chiamato Laurence Fink, per tutti Larry. Insieme a una dozzina di colleghi, Fink ha una intuizione che si rivelerà essere geniale, nonché fonte di una ricchezza smisurata. Si dimette dal suo ben pagato posto di consulente a Manhattan per seguire il suo intuito e creare BlackRock. Nella vita, quando ci si trova al posto giusto nel momento giusto, capitano queste sliding doors imprevedibili. Come quando Bill Gates chiese al suo vicino un prestito per aprire la sua azienda, promettendogli un 20% dei futuri guadagni e il vicino accettò. Come quando Steven Spielberg, dopo aver visto in anteprima Star Wars, firmò un accordo con George Lucas nel quale cedeva al titolare di Lucasfilm il 3% dei futuri introiti del suo Incontri ravvicinati del terzo tipo, in cambio della stessa percentuale sui futuri guadagni della saga western – fantascientifica.

Da un’intuizione, da un azzardo è nata la fortuna di Fink.

BlackRock conta oggi 13.900 impiegati in 30 Paesi. Gestisce circa 6300 miliardi di dollari, un terzo dei quali soltanto in Europa, che rappresentano più del pil di Francia e Spagna. Sommati. Si stima che Aladdin, software aziendale sviluppato per la gestione dei rischi, sia capace di controllare indirettamente altri 20mila miliardi di dollari. Banche centrali del vecchio continente e istituzioni europee si rivolgono puntualmente a BlackRock per consigli finanziari. Ogni legge che abbia a che fare con finanza ed economia, approvata dalla UE, ha subito a qualche livello l’influenza del colosso statunitense. Il deputato liberale tedesco, Michael Theurer, ha affermato: “Le dimensioni di Blackrock ne fanno un potere di mercato che nessuno Stato può più controllare.”

Il peso di BlackRock nel settore del fossile, elaborazione e grafica: The Guardian

Capitalismo e società

BlackRock rappresenta la quintessenza del capitalismo schiacciatutto. In un libro sulla finanza scritta da Heike Buchter, giornalista tedesca, tre anni fa, si legge: “Comincia quando ti alzi la mattina. Prendi i cereali con il latte. Ti vesti. Ti infili le scarpe. Prendi l’auto e vai al lavoro. Accendi il computer. Usi il tuo iPhone. In ognuno di questi momenti, BlackRock è presente.” Difficile darle torto.

La roccia nera, in Europa, possiede quote nell’energia. Nei trasporti. Nelle compagnie aeree. Nell’agroalimentare e nell‘immobiliare. Possiede una cospicua fetta di bond del debito pubblico italiano, come riporta la Reuters citando il database Thomsons One consultato da Investigate Europe. Naturalmente, però, Banca d’Italia preferisce non diffondere questa notizia, con il benestare di BlackRock. In ognuna delle prime dieci banche europee, Fink è azionista di peso. Nel caso di Deutsche Bank è il primo azionista, in quello di Intesa San Paolo il secondo. Ovunque vada, il ceo di BlackRock è accolto come un capo di Stato, si chieda a Matteo Renzi in merito a quella cena privata del 2014. L’Europa chiede a Fink di continuare a investire nel vecchio continente, lui chiede al’Europa di non intralciare i suoi affari con troppe leggi e controlli. Una mano lava l’altra. Entrambe lavano il viso.

Larry Fink accanto a Mario Draghi, al Forum di Davos nel 2014. Foto: Flickr

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BlackRock, lo scoglio sicuro

Quis custodiet ipsos custodes, domandava Platone, chi controllerà i controllori? Non sono in molti a preoccuparsi di questo aspetto. Tutt’altro, in Europa, BlackRock è visto come uno sbocco ancor più allettante della grande politica.

George Osborne, che è stato ministro delle Finanze britanniche tra il 2010 e il 2016, ha ora un contratto da consulente con la società. Guadagna moltissimo, naturalmente. La riforma delle pensioni del Regno Unito, quella che ha liberato un mercato di fondi pensionistici ammontante a circa 25 miliardi di sterline porta la sua firma. I rappresentanti dell’azienda sono stati incontrati a più riprese, mentre la stendeva. Frederic Merz, ex capogruppo della CDU al Bundestag, ha ora un contratto con BlackRock. Philippe Hildebrand, ex governatore della banca centrale svizzera, lavora adesso per Fink. Jean-Francois Cirelli, esponente di punta di BlackRock è anche consulente del presidente francese, Emmanuel Macron.

In definitiva, per usare le parole di Daniela Gabor, ricercatrice dell’Università del West England a Bristol che si occupa di legislazione finanziaria anche per conto di Bruxelles: “BlackRock non è solo una storia di fondi passivi. E’ la storia di un potere politico.”

Riproponiamo un breve video sul potere di BlackRock in Europa, già condiviso su queste pagine qualche tempo fa, quando abbiam parlato della società

La questione ambientale

Dopo aver delineato questo identikit della società, torniamo al focus iniziale: la questione ambientale e i dubbi relativi alla nomina da parte della Commissione. Durante il lustro appena concluso, 2015 – 2019, all’interno dei cda di cui fa parte, BlackRock si è opposta all’80% delle mozioni che spingevano per più attente politiche ambientali. Se si confronta questa percentuale con quella dei maggiori asset manager mondiali, ci si accorge che è la più bassa. Nello stesso periodo, le emissioni di CO2 dei suoi gruppi partecipati hanno continuato a salire, si stima del 38% dal 2015 ad oggi. Non certo poco.

Il colosso della finanza, però, si è impegnato per costruirsi una sorta di verginità ecosostenibile, come abbiamo scritto nei mesi passati. A Bruxelles hanno creduto a questo rinnovato impegno. Vorremmo tanto poterlo fare anche noi. Aziende così grandi hanno il potere di sfoggiare l’artiglieria pesante nella battaglia per il clima. A parole hanno mostrato la volontà di volerlo fare, e ne siamo ben lieti. Ora non occorre che far seguire ad esse fatti concreti. Il consulente BlackRock si metterà all’opera non appena la pandemia consentirà la ripartenza a pieno regime dell’Europa. Probabilmente, vaglieranno alcune misure anche prima della celeberrima fase 2. Non ci resta che attendere le mosse del trader, auspicando che davvero mettano la questione ambientale di fronte al proprio salvadanaio. Dubitarne resta però legittimo.

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L’Unione Europea ha dichiarato lo stato di emergenza climatica

Venerdì abbiamo assistito al Quarto Sciopero Globale per il Clima e, finalmente, i risultati stanno iniziando ad arrivare. Dopo l’annuncio dello stop agli investimenti nel settore dei combustibili fossili da parte della BEI – Banca degli Investimenti Europea, l’Unione Europea ha dichiarato, in data 28 novembre 2019, lo stato di emergenza climatica. Una presa di posizione che si aggiunge a quelle di diversi Paesi sparsi in tutto il mondo e di altrettanti comuni, italiani e non.

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I punti dell’Unione Europea nel documento per la dichiarazione di emergenza climatica

Il Parlamento Europeo, onde evitare che questa dichiarazione rimanga solo un insieme di belle parole, ha inserito all’interno del documento diversi punti. Questi dovranno orientare le decisioni che verranno prese in futuro dalla Commissione Europea che presto, salvo inaspettati colpi di scena, entrerà in carica sotto la guida di Ursula Von der Leyen. Eccoli:

  • La Commissione deve assicurarsi che tutte le nuove proposte siano in linea con l’obiettivo di limitare l’innalzamento della temperatura globale a 1,5 °C
  • L’Unione Europea deve tagliare le proprie emissioni del 55% entro il 2030
  • Un’attenzione speciale sarà volta al settore dell’aviazione e della nautica

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La principale novità, in termini di obiettivi, riguarda il secondo punto. Nell’Accordo di Parigi l’Unione Europea si era infatti impegnata a tagliare le proprie emissioni del 40% entro il 2030. Quella soglia è stata innalzata al 55%. Un incremento necessario che presuppone un maggiore impegno da parte delle istituzioni europee nella lotta al cambiamento climatico. D’altronde, le scorse elezione europee e le proteste dei giovani di tutto il mondo, hanno mostrato un chiaro desiderio da parte della popolazione di mettere al primo posto delle politiche di tutto il mondo proprio la crisi climatica. Una tendenza che Bruxelles ha recepito come dimostra la volontà da parte della Commissione di approvare un Green New Deal, più volte messo in cima alla lista delle priorità da diversi membri del Parlamento Europeo.

L’emergenza climatica e ambientale al centro delle nuove politiche dell’Unione Europea

Questa dichiarazione di emergenza climatica da parte dell’Unione Europea, qualora si traducesse in azione, sarebbe una svolta epocale a livello planetario. L’Europa ha infatti grande influenza a livello politico anche su altri paesi e una tale presa di posizione potrebbe spingere altre grandi economie mondiali a fare lo stesso. Non a caso questa decisione è stata presa a pochi giorni dalla COP25 che si terrà a Madrid a partire dal 2 Dicembre, dove i paesi di tutto il mondo si incontreranno per individuare soluzioni incisive che possano limitare la crisi climatica in atto.

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Pascal Canfin, politico francese a capo del Comitato per l’Ambiente dell’Unione Europea ha così commentato l’esito del voto: “Il Parlamento Europeo ha appena adottato una posizione ambiziosa in vista dell’imminente COP25 di Madrid. Data l’ emergenza climatica e ambientale, è essenziale ridurre le nostre emissioni di gas ad effetto sera del 55% entro il 2030. Invia anche un messaggio chiaro e puntuale alla Commissione a poche settimane dalla pubblicazione della Comunicazione del nuovo patto verde”. Parole sacrosante, macchiate solamente dai 225 voti contrari che sono pervenuti durante le votazioni, sintomo dello scarso senso di responsabilità che ancora governa le decisioni di alcuni politici miopi e, diciamocelo, verosimilmente corrotti da interessi privati. Si sono invece espressi in modo favorevole ben 429 parlamentari. 19 le astensioni.

Ora servono i fatti

Le belle parole e le belle decisioni sono arrivate. Le aspettavamo da tanto, forse troppo. Ma ancora da più tempo manca concretezza. La lente d’ingrandimento ora è puntata, come confermato anche da Pascal Canfin, sulle decisioni politiche che verranno prese nei prossimi mesi. I principali nodi da sciogliere riguardano la resistenza di Polonia, Ungheria e Repubblica Ceca all’approvazione dell’obbiettivo zero emissioni entro il 2050. Questi paesi hanno infatti grandi interessi nel settore del carbone e non solo. Non sarà facile fargli cambiare idea.

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Se, tuttavia, ci si ferma a riflettere sulla situazione di appena un anno fa niente sembra impossibile. In soli 12 mesi i movimenti ambientalisti hanno ottenuto una serie di risultati che erano inimmaginabili. Il tema dei cambiamenti climatici sta ottenendo sempre più attenzione da parte dell’opinione pubblica e questa presa di posizione ufficiale da parte di diverse istituzioni non lasciano più spazio ad alcun tipo di dubbio riguardo l’esistenza o meno del problema. I negazionisti, che sicuramente non molleranno l’osso e continueranno a giocare sporco come fatto fino ad ora, sono spalle al muro e ben presto avranno perso del tutto la loro credibilità.

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Ancora è presto per dire come finirà, soprattutto data la situazione critica, in termini di emissioni generate, di alcuni paesi in particolare – come USA, Cina, India, Brasile e la stessa UE –  ma questi risultati infondono coraggio a dei movimenti che già prima di essi facevano dell’energia e della fermezza dei propri valori un loro pilastro. Le fondamenta per la vittoria di questa battaglia iniziano ad essere solide. La strada intrapresa è ancora lunga ma, forse, potrebbe essere quella giusta. Guai però a sentirsi appagati. C’è ancora tanto da fare.  

Fridays For Future: decisa la data del terzo sciopero globale

I ragazzi di Fridays For Future hanno deciso. Il Terzo Sciopero Globale per il Clima si terrà il 27 settembre 2019 nelle piazze di tutto il mondo. Il primo comitato italiano del movimento a pubblicare l’evento sulla propria pagina è stato quello di Milano. Il capoluogo lombardo è stata infatti la città in cui c’è stata la più alta partecipazione duranti i due scioperi precedenti. L’evento costituisce la continuazione di una rivolta iniziata quasi un anno fa grazie all’esempio di Greta Thunberg e che, in pochissimo tempo, ha raggiunto una portata di carattere globale.

Tante parole, pochi fatti

Le tante dichiarazioni di emergenza climatica che si stanno succedendo in tutto il mondo sono sicuramente un risultato da tenersi stretto. Soprattutto considerando che sono frutto di pressioni fatte principalmente da ragazzi che, in alcuni casi, non hanno ancora nemmeno finito le superiori. Tuttavia, quando si vanno ad analizzare i fatti, c’è qualcosa che non torna. Di settimana scorsa è infatti la notizia della mancata approvazione da parte del Consiglio Europeo di una mozione che ponesse il 2050 come termine ultimo per l’azzeramento delle emissioni climalteranti dell’Unione.

Il testo, per essere valido, doveva essere approvato all’unanimità. Purtroppo però i paesi di Visegrad – Polonia, Repubblica Ceca, Ungheria ed Estonia – si sono fermamente opposti al provvedimento. Il risultato è stato l’inserimento nel testo di una frase molto generica che di fatto non obbliga nessuno dei paesi membri ad azzerare le proprie emissioni. Gli stati firmatari si mpegnano infatti a “garantire una transizione verso una Unione europea climaticamente neutrale in linea con gli accordi di Parigi”. Nessuna data ultima per farlo viene specificata nel testo così come nessun obiettivo intermedio.

Un accordo privo di significato?

In questo senso va ricordato come l’aspetto più criticato degli Accordi di Parigi sia proprio la mancanza di vere e proprie restrizioni, con annesse sanzioni, per i paesi che non riescono a rispettare quanto specificato all’interno del testo dell’Accordo. Se dunque, per altri aspetti della società, mettere regole e paletti da rispettare venga considerato come la norma, risulta ormai chiaro come, quando si parli di cambiamenti climatici, quest’abitudine possa essere totalmente ignorata senza porsi troppi problemi.

Salvo qualche eccezione, infatti, la maggior parte dei paesi più sviluppati non ha ancora dato una risposta concreta alla crisi climatica in atto. Se i movimenti ambientalisti stanno toccando il loro punto più alto in termini di partecipazione da parte dei cittadini, come dimostrato anche dai risultati delle scorse europee conclusesi l’exploit dei Verdi, l’incoerenza e la cecità della classe politica di fronte a tale mobilitazione sta creando uno scenario preoccupante. Fino ad ora le istituzioni, invece di assecondare le richieste dei cittadini, stanno deliberatamente ignorando il problema. Il rischio è quello della creazione un circolo vizioso di ipocrisia che potrebbe dominare il Parlamento Europeo negli anni a venire. Se, infatti, la netta inversione di rotta necessaria per contrastare i cambiamenti climatici non trovasse riscontro alcuno nelle politiche messe in atto dall’Unione le conseguenze potrebbero infatti essere irreparabili.

L’appello di Fridays For Future ai lavoratori

Fridays For Future nasce come un movimento di giovani e studenti e, in quanto tale, ha raggiunto dimensioni che sono andate oltre le più rosee aspettative. Tuttavia il carattere inclusivo dell’iniziativa ha mobilitato in maniera spontanea, anche se in percentuale minore, anche persone di età più adulta. I ragazzi del movimento, in occasione del terzo sciopero globale per il prima, hanno deciso di lanciare un vero e proprio appello indirizzato ai lavoratori. L’intento è quello di coinvolgere in maniera diretta anche un maggior numero di adulti. Fridays For future ha pubblicato la sua “Lettera aperta a tutte le lavoratrici, a tutti i lavoratori e a tutte le organizzazioni sindacali” in data 25 giugno 2019. Questa segna un punto di svolta per il movimento che ha deciso di puntare ancora più in alto volendo coinvolgere tutti gli strati della società.

E come potrebbe essere altrimenti. Il cambiamento climatico non guarda all’età delle persone, né tanto meno a quello che fanno nella vita. Colpirà tutti, nessuno escluso, e le conseguenze che avrà nelle nostre vite, se non affrontiamo il problema come dovremmo, saranno a dir poco devastanti. Fridays For Future vuole provare a salvarci da tutto questo. Non resta che sperare che anche i politici vogliano fare lo stesso.