Energie rinnovabili: flop alle aste per l’installazione

Non è una buona notizia per l’ambiente quella che stiamo per dare. Nonostante siamo in un momento in cui la questione ambientale è attualità stretta, quotidiana, di tendenza potremmo dire, continuiamo a vedere che molti se ne riempiono la bocca ma pochi fanno azioni concrete. Una nuova dimostrazione di ciò ce la da il Gestore dei Servizi Energetici. GSE è una società pubblica incaricata di assegnare i contributi per chiunque scelga di investire nelle energie rinnovabili. In seguito all’ultimo lotto di aste organizzate dalla società per assegnare le installazioni, gran parte di esse non sono state acquistate.

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I numeri delle energie rinnovabili

Come sovente sta accadendo nel nostro Paese, anche l’ultimo lotto di aste per l’installazione di centrali di sfruttamento delle energie rinnovabili si è dimostrato un flop. Entriamo nel merito, facendoci aiutare da alcuni numeri. GSE ha messo all’asta – nelle settimane passate – 1.582 megawatt (MW) di nuova capacità. La quantità avrebbe potuto – e dovuto – attirare l’attenzione di alcuni attori importanti nel mercato energetico. In realtà sono state ricevute offerte soltanto per 98,9 di questi MW. Le aziende ne hanno poi acquistati 73,7. Sarà questa la quantità sulla quale saranno portati avanti progetti di sfruttamento delle energie rinnovabili. Parliamo di meno del 5% della disponibilità totale.

Sulla totalità dei 73,7 MW assegnati, 41,2 se li è aggiudicati ENEL. L’asta di giugno è andata peggio di quella di maggio, nella quale fu venduta soltanto il 12% della potenza posta in vendita.

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Foto di Free-Photos da Pixabay 

Questi numeri ce la raccontano lunga su quanta strada ci sia ancora da fare, in Italia, prima di poter davvero entrare nell’era delle energie rinnovabili. Facciamo un esempio che funga da paragone anche per il profano. Nel corso dei 12 mesi del 2020, il nostro Paese ha messo all’asta 1.800 GW complessivi di energia pulita. GSE ha ricevuto offerte solamente per 470. L’anno scorso è stato naturalmente difficile e complicato e si potrebbe pensare che la longa manus del covid abbia influito in maniera considerevole, falsando il dato. Nello stesso periodo, però, in Spagna sono stati messi all’asta ben 3mila MW di energie rinnovabili. Madrid ha ricevuto richieste per oltre 9mila.

Burocrazia e opposizioni locali, ostacoli spesso insormontabili

Sembra proprio, dunque, che le aziende energetiche non ne vogliano sapere di investire in Italia. Per quale motivo? Le ragioni sono, in realtà, più di una. Il primo problema è una vecchia conoscenza nel nostro Paese, quel leviatano chiamato burocrazia che, inevitabilmente, finisce per rallentare qualunque cosa. I tempi medi di un processo autorizzativo in Italia sono di 5 anni: un lasso di tempo davvero troppo lungo. Ciclicamente i governi mettono l’accento su quanto ci sia bisogno di agevolare gli iter burocratici; un vero e proprio problema in questo Paese, capaci di ostacolare chiunque. Ciclicamente, questi programmi vengono disattesi.

Non è la burocrazia l’unico alto gradino da superare per chiunque voglia fare delle energie rinnovabili il proprio core business. Queste imprese, infatti, si trovano spesso contro comitati di ogni genere, nemici delle infrastrutture che occorrono per sfruttare a dovere una produzione pulita. Enti locali, comitati cittadini, amministrazioni comunali, sovrintendenti del Ministero dei Beni Culturali che bocciano i progetti poiché deturpano il paesaggio… Non è certo semplice insediare una centrale che sfrutti energie rinnovabili, nel nostro Paese. Gran parte dell’Italia è vittima della cosiddetta sindrome nimby ovvero not in my backyard. L’espressione inglese descrive un atteggiamento davvero comune, secondo il quale le persone non si dichiarano contrarie a centrali elettriche da energie rinnovabili – o a qualunque altra novità, però non le vogliono vicino a casa. Non a caso, letteralmente, la frase si traduce con “non nel mio cortile”.

Energie rinnovabili in Italia: lo stato attuale

L’Italia installa ogni anno, in media, circa 800 MW di energie rinnovabili. Per raggiungere l’ambizioso – sebbene necessario – obiettivo europeo di ottenere il 70% di energia pulita nel 2030, dovremmo salire a 7mila MW l’anno di nuova potenza. I numeri sono quelli indicati dal Ministro per la Transizione Ecologica, Roberto Cingolani. Servirebbe un immediato cambio di rotta, dunque. Eppure non stiamo certo assistendo a nulla del genere.

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Foto di Klaus-Uwe Gerhardt da Pixabay 

Situazione allarmante per le energie rinnovabili

Il CEO di Enel Green Power, nonché direttore responsabile della Global Power Generation division, Salvatore Bernabei, si è espresso in maniera piuttosto chiaro sull’attuale situazione italiana. La ha definita preoccupante.

“Il risultato della quinta asta GSE ha visto assegnare circa il 5% della capacità disponibile da energie rinnovabili. L’offerta per i progetti è stata notevolmente inferiore ai volumi di gara e la partecipazione è stata di pochissimi operatori. Siamo ai minimi mai registrati e si tratta di una situazione preoccupante per l’Italia.”

“La lentezza dei processi autorizzativi e l’incertezza sulla capacità di realizzazione rappresentano un freno alla transizione ecologica del Paese. Occorre trovare una soluzione per raggiungere gli obiettivi europei di decarbonizzazione. Gli operatori di un comparto fondamentale per la ripartenza hanno bisogno di certezze.”

Bernabei non si è sicuramente nascosto. Ha ragione da vendere quando sottolinea come ci sia un problema. Numerosi altri Paesi, come la Spagna che abbiamo già citato, puntano in maniera molto aggressiva alle energie rinnovabili, consci che sono queste a costituire la strada maestra per la decarbonizzazione. In Italia questo forse non lo capiamo o comunque, come sistema Paese, non siamo in grado di supportare chi davvero vorrebbe mirare sulla trasformazione in energia di fonti rinnovabili agevolando loro il compito. Di questo passo, le richieste di Bruxelles per una riconversione in tempi brevi non potranno che essere disattese.

Clima: stiamo sbagliando tutto

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Chi ci legge abitualmente lo sa ormai bene. Qui su L’EcoPost raramente diamo buone notizie. Non dipende da noi. Basta guardarsi un pò intorno per vedere con i propri occhi quanto inadeguata sia l’umanità rispetto ad una delle sue battaglie principali: quella per il clima. Tutti parlano di surriscaldamento globale, di disastro climatico e di crisi grave e profonda. Quasi nessuno fa veramente qualcosa di concreto. Le organizzazioni ambientaliste lo gridano da tempo, restando però inascoltate. Inevitabilmente, ci rimettiamo tutti.

Sono già passati 6 anni dagli applausi e la felicità in diretta streaming e televisiva della conclusione della conferenza di Parigi. Quel summit mondiale lasciò molti ambientalisti e numerosi scienziati delusi, eppure era già qualcosa. Purtroppo però, le promesse messe nero su bianco in quella sede sembrano essere restate tali.

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Foto di Gerd Altmann da Pixabay

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Il report sulle energie rinnovabili

Sul fronte della battaglia per il clima una sfida considerevole è quella riguardante l’energia. La transizione verso le rinnovabili è però troppo lenta e questo causa inquinamento. La produzione di elettricità pulita dovrebbe crescere ad un ritmo 8 volte maggiore rispetto alla percentuale con cui lo sta facendo oggi. Una velocità inferiore correrebbe il rischio di non riuscire a smarcarci dal fossile in tempo utile per tenere sotto controllo il surriscaldamento. A quanto ci dicono le indicazioni pubblicate da IRENA – International renewable energy agency, l’agenzia internazionale per le energie rinnovabili – il capitale investito nella transazione deve aumentare in maniera netta per supportare questa accelerazione. In base al report intitolato World energy transitions outlook, da qui al 2050 dovremmo aumentare del 30% gli investimenti nel settore. In soldoni, parliamo di 131 trilioni di dollari in 30 anni, ovvero 4,4 all’anno.

Rispetto a oggi, la capacità mondiale di produrre elettricità rinnovabile dovrà aumentare di oltre 10 volte. La sola elettrificazione dei trasporti dovrà segnare una crescita del 3000%. I numeri sono tanto netti da fare paura. Eppure lo scopo non vuole essere questo, bensì quello di rimarcare una volta in più come non esistano alternative alla transizione energetica. Se infatti vogliamo mantenere le nostre condizioni di vita almeno pari a quelle moderne (risultato che appare sempre più difficile da raggiungere) non possiamo continuare a bere energia come stiamo facendo oggi. Questo è un altro punto chiave. Accanto ad un aumento della produzione deve collocarsi una riduzione della domanda di energia. L’efficienza non può più essere trascurata.

Dalla Danimarca una decisione a favore del clima

I Paesi del Nord Europa, nonostante custodiscano ingenti quantità di petrolio nel sottosuolo, sono più virtuosi della media degli altri Paesi sviluppati quando si tratta di clima. La Danimarca sta portando avanti un disegno interessante, che auspichiamo sia d’esempio ad altri. Il governo del Paese scandinavo si è assicurato la copertura politica – e attende ora quella economica per circa 34 miliardi di dollari – per realizzare il maggior progetto integralmente dedicato alla green energy sulla Terra. Si tratta della realizzazione di un’isola energetica artificiale sulla quale saranno installate centinaia di torri eoliche. Tramite questa infrastruttura la Danimarca punta in maniera concreta alla neutralità climatica entro il 2050. Il parco offshore sorgerà nel Mare del Nord, 80 chilometri lontano dalla costa occidentale. L’estensione dell’isola raggiungerà i 120mila metri quadrati.

In completamento entro il 2033 questo parco fornirà inizialmente 3 gigawatt di elettricità dal vento. Poi i gw saranno portati a 10. Già entro il 2030 Copenhagen punta ad abbattere le proprie emissioni del 70% grazie soprattutto a questa struttura. L’obiettivo è sicuramente ambizioso e sarebbe inverosimile in gran parte dei Paesi europei. In Danimarca, però, il 40% della produzione energetica è già eolica al giorno d’oggi, dunque il risultato è più vicino di quanto si possa credere.

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La preoccupante situazione mondiale

A Parigi, lo sappiamo, era stata presa la decisione di contenere l’aumento del surriscaldamento globale entro il grado e mezzo. In realtà, sul pianeta stiamo andando nella direzione opposta. L’innalzamento delle temperature è proiettato ben più alto e non potrà che aumentare qualora la strada intrapresa per inseguire la ripresa economica al termine della pandemia – che grazie ai vaccini potrebbe non essere troppo distante – sarà quella cinese. La superpotenza asiatica, infatti, ha deciso di recuperare i ritardi nella crescita economica dovuti al coronavirus sorvolando sulle emissioni. Per restare all’interno dei limiti imposti a Parigi il consumo di combustibili fossili, principalmente petrolio e carbone, dovrebbe scendere di oltre il 75% da qui al 2050.

Secondo IRENA, così come per la maggior parte delle associazioni sue colleghe, si può ancora sperare in una transizione energetica sostenibile, però bisogna agire in fretta. Abbiamo scritto queste parole ormai decine di volte, eppure ogni volta che le ripetiamo il tempo è inferiore rispetto al monito precedente. Arrivati ad un certo punto, questo gap non sarà più colmabile. Tutti i Paesi che possiamo definire sviluppati stanno puntando in maniera netta verso la neutralità carbonica. Essa non corrisponde certo all’obiettivo ultimo delle emissioni zero ma è già un buon punto di partenza dal momento che stiamo scrivendo di nazioni che, da sole, producono oltre il 50% delle emissioni globali.

Dalla pandemia un’opportunità

Durante l’emergenza Covid, dalla quale non siamo ancora usciti, abbiamo avuto prova di come quelle economie già più vicine alla soluzione sostenibile si siano dimostrate più resilienti. Ricordiamo infatti lo storico giorno in cui il prezzo del petrolio è sceso sotto lo 0; in tale frangente abbiamo avuto una tangibile prova di quale debba essere la strada da intraprendere. Possiamo dunque prevedere – e augurarci – che saranno sempre più ingenti le risorse investite nella transizione. Investitori e mercati, dal canto loro, sembrano sempre più propensi a collocare i loro capitali in questo ambito. Non tutto è oro quel che luccica, però. Dobbiamo infatti vigilare, come elettori, che i governi e le classi dirigenti puntino davvero alla transizione e non siano soltanto impegnati in atti di greenwashing.

Greenwashing, l’ipocrisia è nemica del clima

È già capitato altre volte che enti si impegnassero moltissimo a parole per il clima, difendendo a spada tratta la necessità di puntare forte sulla transizione ma facendo poi l’esatto contrario. Abbiamo anche denunciato, su queste stesse pagine, banche e aziende che, in barba alle dichiarazioni pubbliche, continuano ad investire in maniera cospicua sul fossile. Purtroppo questo problema esiste. Per salvare la faccia e migliorare la propria reputazione, tanti applicano la strategia di mostrarsi ambientalisti a favor di camera, quando in realtà continuano ad inquinare o a fomentare l’inquinamento con le loro azioni e operazioni finanziarie. Il greenwashing è ipocrisia. Sfortunatamente, però, in tempi come questi dove tutti parlano di clima, cavalcare quell’onda gioca a favore di molti, compresi quelli che non hanno il minimo interesse e la minima sensibilità ambientale.

Piccoli ma importanti passi da intraprendere per il clima

Se dobbiamo agire ora faremmo bene a cominciare fin da subito. Tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare, com’è risaputo, e bisogna evitare di cadere – volutamente o meno – in quella trappola appena descritta che si chiama greenwashing. Come possiamo dunque muoverci?

Approfondimento dell’Università della Calabria sulla neutralità climatica in Europa

Partiamo da un ragionamento a medio termine: nel prossimo futuro saranno le rinnovabili a dominare il mondo dell’energia. Questa è una buona cosa. Non possiamo però certo attendere. Già oggi abbiamo a disposizione tecnologie che ci permettono di procurarci energia abbattendo al massimo, in alcuni casi anche fino allo 0, le emissioni. Queste tecnologie non sono molte, né a buon mercato ma possiamo renderle tali. Come? Perché non iniziare trasferendo la totalità dei fondi e dei sussidi che oggi vanno a beneficio del fossile all’energia rinnovabile? Alcuni Paesi si stanno già attrezzando per farlo ma c’è anche chi non se ne cura affatto. Questo sarebbe il modo più semplice e veloce per convertire il sistema di accaparramento energetico meno impattante e più efficiente. I singoli Paesi potrebbero cominciare a farlo nel loro piccolo. Esattamente come la Danimarca.

IRENA è l’istituzione sovranazionale più importante relativamente alle energie rinnovabili, forte di 163 Stati che ne fanno già parte e altri 21 in fase di adesione. Potrebbe essere l’organismo atto a dare linee guida, quando non proprio a prendere le decisioni in questo ambito ma non vi riesce. Non è infatti mai facile trovare una linea comune quando le decisioni vanno prese in tanti. Numerosi tra gli aderenti, infatti, sono esportatori di petrolio o altre fonti fossili. Per tal motivo, non è certo semplice convincerli a rinunciare ai propri introiti. Se dunque dall’alto non vi è modo, almeno nell’immediato, di mettere tutti d’accordo, incamminando l’intero pianeta su una strada alternativa, possiamo ribaltare la prospettiva e provare a farlo dal basso.

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Schieriamoci

C’è da scongiurare una catastrofe, se per caso il concetto non fosse ancora chiaro. L’anidride carbonica che stiamo emettendo non è sostenibile per il nostro pianeta. Di fatto, ci stiamo avvelenando da soli. È allora compito nostro prendere la sfida nelle nostre mani, cogliere l’importanza del momento e sollecitare chi decide a fare scelte che mirino alla tutela ambientale. Ciò vale a livello locale, nazionale e sovranazionale. Già noi e il nostro vicino dobbiamo cominciare a impegnarci in prima persona. Agire concretamente può apparire faticoso ma è con l’esempio che si insegna. Il miglior modo per convincere altre persone é mostrare che stiamo svolgendo la stessa mansione che abbiamo richiesto a loro.

Grandi banche o grandi inquinatori? Chi finanzia i nemici del clima

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La pandemia sta minando il mondo, lo sappiamo. Tra i tanti auspici per il post-coronavirus, numerose voci si alzarono per suggerire un cambiamento, dal momento che il pianeta sarebbe stato forzato a ripartire. L’economia green era vista da molti come la chiave forse più importante al fine di segnare un netto stacco tra il mondo pre e post COVID-19. Al solito però, sembrerebbe che si sia predicato bene per razzolare male. Le grandi banche, incuranti dei disagi pandemici, hanno continuato per tutto il 2020 a finanziare il settore dei combustibili fossili. Gli investimenti in questo ambito sarebbero addirittura superiori a quelli versati nel 2016.

La situazione tratteggiata nel corso della sedicesima edizione del Fossil Fuel Financing Report non arride agli ecologisti. Si tratta del più completo rapporto a nostra disposizione sul finanziamento delle grandi banche ai petrolieri e al settore del fossile. Già il titolo del report è abbastanza chiarificatore: Banking on Climate Chaos 2021.

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Elaborazione grafica di OpenClipart-Vectors da Pixabay 

Dopo tanti articoli, anche de L’EcoPost, che hanno esaminato i rapporti tra alte sfere finanziarie ed economia del petrolio, ormai questa situazione non dovrebbe neanche stupirci più di tanto. Eppure non dobbiamo distogliere la nostra attenzione da questa vicenda. È necessario mantenere ben chiaro chi siano davvero i nemici del clima. Occorre conoscere chiunque si schieri nel campo degli inquinatori seriali. Abbiamo bisogno di sapere a quale gioco stiano giocando le grandi banche.

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Chi punta il dito contro le grandi banche

Banking on Climate Chaos 2021 è stato pubblicato da un’alleanza di associazioni che si battono per l’ambiente. Tra queste troviamo Sierra Club, Rainforest Action Network, Indigenous Environmental Network, Reclaim Finance, BankTrack e Oil Change International. Alle spalle di questi aprifila, se così vogliam definirli, troviamo altre 300 organizzazioni provenienti da oltre 50 Paesi. La coalizione di queste ONG unite nella lotta al surriscaldamento globale spiega come il rapporto documenti “un allarmante scollamento tra il consenso scientifico globale sul cambiamento climatico e le pratiche delle più grandi banche del mondo.”

Nel servizio di Retesette una manifestazione, nell’estate 2019, dei ragazzi di Fridays For Future per chiedere alle grandi banche di smettere di investire in combustibili fossili.

I risultati della ricerca

Il rapporto 2021 ha allargato la sua inchiesta. Se fino allo scorso anno si prendevano in esame gli investimenti di 35 grandi banche, quest’anno si è passati a 60. Tutti i gruppi analizzati provengono dall’insieme dei più grandi poli bancari al mondo. I risultati di questa ricerca portata avanti sui dati 2020, si anticipava, non sono certamente entusiasmanti per quanto riguardi l’ambiente.

“Nei 5 anni dall’adozione degli accordi di Parigi, queste banche hanno pompato oltre 3,8 trilioni di dollari nell’industria dei combustibili fossili. Il finanziamento è stato più elevato nel 2020 rispetto al 2016. La tendenza è in diretta opposizione all’obiettivo dichiarato nell’Accordo di ridurre le emissioni di carbonio rapidamente. ” Il target, infatti, è quello di limitare l’aumento della temperatura globale a 1,5 gradi Celsius. Il rapporto ci dimostra come i detentori del potere economico-finanziario, stiano procedendo in direzione ostinata e contraria – per citare non in maniera casuale il più noto dei cantautori italiani.

Grandi banche e grande inquinamento

“Anche in mezzo a una recessione indotta da una pandemia, la quale ha portato a una riduzione generale del finanziamento dei combustibili fossili di circa il 9%, nel 2020 le 60 maggiori banche hanno comunque aumentato di oltre il 10% i loro finanziamenti alle 100 compagnie più responsabili dell’espansione dei combustibili fossili.” Il rapporto introduce oltre 20 casi di studio per supportare la propria tesi. Si tirano ad esempio in ballo progetti come l’oleodotto delle sabbie bituminose Line 3 oppure l’espansione delle operazioni di fracking sulle terre delle comunità indigene Mapuche nella Patagonia argentina.

Banking on Climate Chaos 2021 indica i maggiori finanziatori di combustibili fossili in tutto il mondo. Molti dei nomi che compaiono nel rapporto sono oltremodo noti. JPMorgan Chase sarebbe il principale investitore nel fossile a livello mondiale. RBC il maggiore in Canada; Barclays il suo omologo nel Regno Unito; Bank of China rappresenta il poco invidiabile leader di questa classifica in Cina e MUFG in Giappone. Nell’UE la maglia nera va a BNP Paribas mentre in Italia a Unicredit (trentacinquesima banca mondiale per investimenti neri), seguita a stretto giro da Intesa San Paolo (quarantacinquesima al mondo). Numerosi di questi sono leader assoluti nei loro settori di riferimento: finanza, gestione del risparmio e/o investimenti e trading.

In generale, gran parte delle banche con sede negli USA dimostra di essere tra le maggiori fomentatrici delle emissioni globali. Abbiamo puntato il dito contro JPMorgan in quanto si tratta della peggiore banca fossile al mondo; ma è in buona compagnia. Gli ambientalisti, si ricorda nel rapporto, sottolineano come “Chase si sia recentemente impegnata ad allineare il proprio investimento con il trattato di Parigi. Tuttavia continua a finanziare, sostanzialmente senza restrizioni, i combustibili fossili. Dal 2016 al 2020, le attività di prestito e sottoscrizione di Chase hanno fornito quasi 317 miliardi di dollari ai combustibili fossili. Il 33% in più di Citi, la seconda peggiore nel periodo.”

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Foto di Ana Gic da Pixabay 

Una cattiva politica

Quel che si può concludere dopo aver esaminato il report è come, indipendentemente da dove si trovino nel mondo, la gran parte delle banche tiene una cattiva politica nei confronti dell’ambiente. È scoraggiante dover rilevare come numerosi istituti creditizi continuino imperterriti nella loro opera di finanziamento al fossile.

Se un piccolo sorriso ci nasce in volto dopo aver letto come la banca Wells Fargo, una delle storicamente meno attente alla questione ambientale sia scivolata da quarta a nona peggior banca fossile; ecco che quello stesso sorriso si riassorbe prendendo in esame BNP Paribas, la quale l’ha subito sostituita sul podio di legno. È la prima volta in 5 anni che Wells non occupa una delle prime quattro posizioni, in questa classifica che potremmo definire vergognosa nel 2021. I suoi finanziamenti alle energie non rinnovabili si sarebbero ridotti di un 42%. Ci auguriamo che sia il primo passo di un percorso da istituto virtuoso e non un episodio dovuto, magari, ad un anno di crisi. Sul piatto opposto della bilancia c’è BNP, la quale è proprietaria dell’insegna statunitense Bank of the West, un istituto che ama presentarsi come molto attento al clima.

In realtà, leggiamo nel rapporto: “BNP Paribas ha fornito nel 2020 41 miliardi di dollari in finanziamenti fossili.” Si tratta del più grande aumento assoluto, in percentuale, per quanto riguarda il supporto economico a questa industria. Ciononostante, la banca è solita schierarsi apertamente contro i finanziamenti al petrolio e ai gas non convenzionali.

L’ambiente e le grandi banche

Dopo aver riportato con precisione certosina i dati relativi agli investimenti delle grandi banche contro il clima, il rapporto si conclude con un’analisi delle politiche ambientali degli istituti. Il giudizio complessivo è naturalmente tutt’altro che positivo. Ciò è inevitabile, alla luce di quanto abbiamo riportato fin qui.

Gli impegni esistenti delle banche nei confronti del clima sono definiti come “gravemente insufficienti e fuori asse con gli obiettivi degli accordi di Parigi. Su tutta la linea. Le politiche bancarie di alto profilo sull’obiettivo lontano e mal definito di raggiungere il net zero entro il 2050. Oppure sulla limitazione dei finanziamenti per i combustibili fossili non convenzionali. In generale, le politiche bancarie esistenti per quanto riguarda le restrizioni per il finanziamento diretto ai progetti. Eppure, questo aspetto rappresentava solo il 5% del finanziamento totale dei combustibili fossili analizzato in questo rapporto».

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La posizione dei nativi americani

Vittime privilegiate di questo modello d’investimento sono, inevitabilmente, le comunità più povere sul pianeta. Particolarmente colpite sono le tribù indigene, visto il loro speciale rapporto con la terra come suolo e la Terra come pianeta, esse parlano infatti di Madre Terra. Gran parte di questi investimenti rappresentano per queste comunità un diretto attacco ai loro valori e alle loro risorse. Lo ha spiegato bene Tom Goldtooth, il direttore esecutivo di Indigenous Environmental Network, una delle associazioni che ha partecipato alla stesura del report.

“Dobbiamo capire che finanziando l’espansione del petrolio e del gas le principali banche del mondo hanno le mani insanguinate. Nessun green-washing, carbon markets, techno-fixes non provato o net zero può assolverle dai loro crimini contro l’umanità e la Madre Terra. Le terre indigene, in tutto il mondo, vengono saccheggiate. I nostri diritti intrinsechi vengono violati e il valore delle nostre vite è stato ridotto a nulla di fronte all’espansione dei combustibili fossili. Queste banche devono essere ritenute responsabili della copertura del costo della distruzione che causano al nostro pianeta.”

Il monito di Goldtooth nasce come manifestazione del profondo disagio dei nativi americani, le cui terre sono violentate dagli oleodotti che trasportano petrolio tra USA e Canada. Le sue parole, però, possono tranquillamente diventare le nostre. Tutti ci troviamo di fronte a questa amara realtà, non soltanto le comunità indigene. L’economia non può avere il sopravvento sulla salute del nostro pianeta e , di conseguenza, su quella degli esseri umani. Banking on Climate Chaos 2021 ci indica come, però, stia avvenendo proprio questo. Finché la grande finanza e i poteri economici forte sosterranno il fossile, sarà davvero difficile portare a compimento quella transizione energetica di cui il pianeta ha bisogno.

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Nasce ufficialmente il Ministero alla Transizione Ecologica

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Una nuova era politica

Ecco che ci risiamo. L’ultima volta che abbiamo votato per le elezioni politiche, in Italia, era il 2018. Ora siamo nel 2021. Sono passati 3 anni e si sono già succeduti 3 governi. Più o meno com’è successo nei 75 anni di storia dell’Italia repubblicana, nel corso dei quali abbiamo avuto oltre 60 esecutivi. Povera Italia.

La classe politica che esprimiamo è di livello infimo, e la cosa appare particolarmente evidente negli ultimi tempi. Le leggi elettorali che il Parlamento propone sono risibili, imbarazzanti nella loro inefficacia. Ciò si deve principalmente al fatto che siano concepite per garantire uno scranno a ogni partito, partitino e micropartito che creiamo praticamente per sport. La cosa peggiore in tutto ciò è che ogni classe politica rispecchia il popolo che la elegge. Dunque prima di giudicare loro dovremmo fare un pò di sana autocritica noi stessi, per chiederci perché mai diamo il potere in mano a certi personaggi.

Antefatto a parte, si è insediato un nuovo esecutivo al termine della scorsa settimana. Novità particolarmente rilevante è la creazione del Ministero alla Transizione Ecologica. Ad esser franchi ci si aspettava qualcosa di più di quel che è stato partorito dalla visione politica di Mario Draghi. Andiamo però con ordine.

Donatella Bianchi, presidente WWF, annuncia ufficialmente la nascita del Ministero della Transizione Ecologica. Immagini: LA7

Il governo Draghi

Il nuovo premier Mario Draghi (classe 1947) è uno degli economisti più eminenti a livello mondiale. Dopo un notevole percorso di studi che lo ha portato anche negli Stati Uniti, ha cominciato la sua carriera presso il Ministero del Tesoro, prima di venire nominato Direttore Esecutivo della Banca Mondiale. Dopo un lungo corso tra le mura amiche del Ministero, con la carica di Direttore Generale, entra in Goldman Sachs. Impiegato presso la sede londinese del colosso finanziario, in quanto Vice Chairman e Managing Director, guida le strategie europee del gruppo.

Nel 2005 diviene il nono governatore della Banca d’Italia. A questo punto la sua carriera si impenna. Viene nominato Presidente del Forum per la Stabilità Finanziaria – che nel 2009 diventa Consiglio per la Stabilità Finanziaria – e poi, nel 2011, l’Eurogruppo lo rende ufficialmente Presidente della Banca Centrale Europea. Al termine del suo mandato in BCE si ritira a vita privata, ufficializzandola tramite le note parole: “del mio futuro chiedete a mia moglie.” Il 13 febbraio 2021 giura come Presidente del Consiglio dei Ministri. Il suo governo nasce da un compromesso tra numerose forze politiche – tutte, praticamente, eccezion fatta per Fratelli d’Italia – e nomina l’altissimo numero di 23 Ministri. Draghi ha dovuto accontentare tutti.

Le parole d’ordine del governo

Naturalmente, non occorre ricordare qui il particolare momento che stiamo attraversando. Il neo-governo Draghi, però, non dovrà occuparsi soltanto della crisi sanitaria ed economica innescata dalla pandemia. L’ex presidente di BCE ha fatto già circolare l’elenco dei principali punti programmatici che dovranno caratterizzare la sua azione politica. L’opera sarà convintamente europeista, come ci stanno dicendo i media da giorni, secondo una strategia che dovrebbe essere la più efficacia per riuscire a disporre dei copiosi finanziamenti parte del Recovery Fund.

L’esecutivo si concentrerà su 5 macro-temi, intenzionato a risolvere altrettante emergenze indicate dallo stesso premier: sanità, lavoro, scuola, imprenditoria e ambiente. Per questo motivo è stata avallata la richiesta forte, esternata principalmente dal Movimento 5 Stelle, della creazione di un Ministero preposto alla Transizione Ecologica.

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Beppe Grillo e Mario Draghi. Sarebbero le menti dietro l’ideazione del Ministero alla Transizione Ecologica. Foto: The Italian Times

La formazione del Ministero alla Transizione Ecologica

Che cosa intendiamo precisamente quando parliamo di Ministero della Transizione Ecologica? Come sarà costruito e chi lo guiderà? Tra i partiti che hanno maggiormente insistito per dar vita al dicastero c’è il Movimento 5 Stelle, come già scritto. Il partito ha parlato di questo ministero come di un ufficio fondamentale in questo preciso momento. Hanno ragione da vendere. Viene allora spontaneo domandarsi come mai, in due anni che sono stati al governo, non abbiano pensato di istituirlo loro stessi. Nonostante nel nostro Paese si parli sempre più sovente di transizione ecologica, siamo ancora piuttosto indietro nel concreto.

Ricordiamo infatti che l’Italia ha fatto dipendere troppo spesso la propria politica estera dalla strategia industriale di ENI (ne abbiamo parlato qui) e non è riuscita ad imporre alcun obbligo ambientale ad Arcelor Mittal a causa della mancanza di una strategia efficace e sostenibile per ILVA. Il nostro Paese spende annualmente circa 19 miliardi di euro in sussidi ambientali che tali non sono – in quanto in realtà danno origine a complicazioni per l’ambiente – e, dal 2011 a oggi, ha già sborsato oltre 600 milioni in multe a Bruxelles per infrazione. Come se non bastasse, 7 dei circa 60 milioni di italiani vivono in aree altamente inquinate. Altrettanti hanno la dimora in zone a grave rischio idrogeologico e di inondazioni. In una simile situazione, è più che mai necessaria l’istituzione di questo ministero.

Esempi dall’estero: Austria

In Austria l’ambientalista Leonore Gewessler è a capo di un ufficio davvero completo in termini di transizione ecologica. Si chiama Ministero per l’azione climatica, l’energia, i trasporti, l’industria e l’innovazione tecnologica. Il Paese – guidato come sappiamo dal conservatore Sebastian Kurz e i suoi improbabili alleati dei Verdi – è all’avanguardia assoluta, in Europa, per quanto riguarda clima ed energia. Lo Stato alpino, in maniera coerente ed intransigente, tanto che potremmo definirla proprio gerarchica, ha dato vita ad una politica ambientale estremamente ambiziosa. Il Ministero di Gewessler coordina ogni settore legato alla sostenibilità: trasporti, energia, industria e innovazione, grazie all’autorità di cui dispone che gli permette di spegnere immediatamente ogni focolaio di dibattito generato relativamente a questi ambiti.

Spagna

Anche in Spagna tali decisioni sono in mano a una donna. Teresa Ribera Rodriguez, vice primo ministro iberica, regge il ministero ribattezzato della transizione ecologica e della sfida demografica. Si è infatti deciso di associare alla battaglia climatica quella contro lo spopolamento e l’abbandono delle zone rurali spagnole. Ribera da sempre sostiene che le energie rinnovabili siano un indispensabile volano per la trasformazione verde e ha riportato il Paese ai primi posti nello sfruttamento di fonti pulite. In questo modo, si è invertita una tendenza che aveva caratterizzato gli ultimi anni. La chiave di volta è stata l’eliminazione dalle bollette dei costi per il sostegno delle rinnovabili che sono stati trasferiti in un fondo alimentato per di più dai fornitori.

Francia

Oltralpe, in Francia, Emmanuel Macron era riuscito a coinvolgere Nicolas Hulot, celeberrimo ecologista, per guidare il potentissimo Ministero della Transizione Ecologica e Solidale. Un unico hub avrebbe dovuto supervisionare l’operato ambientale, energetico, climatico, relativo ai trasporti e all’economia circolare. Per portare avanti questi compiti il budget ammonta oggi a 48 miliardi – ai quali dobbiamo aggiungere la quota di fondi europei che la Francia destinerà a questo ufficio – che non sono troppi per un Paese ben più sensibile del nostro, dove c’è contezza dell’importanza della sfida climatica. La lotta al surriscaldamento dei cosiddetti cugini è molto più combattuta, a livello sociale e politico, rispetto a quanto sia da noi, dove ancora in troppi vedono la creazione di questo dicastero come un mero contentino dato da Mario Draghi a Beppe Grillo, per comprarsi il suo sostegno al governo. E la cosa peggiore è che potrebbe essere la verità.

Hulot si è dimesso nel 2018, denunciando in radio il potere e la pervasività delle lobby. Gli industriali, a suo dire, gli impedivano, di fatto, di procedere spedito verso la decarbonizzazione come avrebbe voluto fare. Vista la situazione di grave emergenza climatica, non si poteva certo procedere a piccoli passi e occorreva un cambiamento radicale. Tristemente, Hulot constatò che il governo e la politica gli erano vicini soltanto a parole e si arrese a quest’evidenza. Stremato e stanco di lottare contro mulini a vento, rassegnò il mandato. A sostituirlo arrivò Barbara Pompili, transfuga dei Verdi e vicinissima politicamente a Macron.

La transizione ecologica in sintesi

Affinché funzioni, il Ministero della Transizione Ecologica deve poter soprintendere e organizzare secondo necessità quello dello Sviluppo Economico. I due ambiti non possono più essere separati, pena l’inefficacia dell’operato. Similmente, dovrebbe avere l’ultima parola anche in decisioni ambientali e – specialmente in Italia – relative alle infrastrutture ed i trasporti.

Eppure il MIse, per com’è concepito nel nostro Paese e per come ha sempre lavorato, è costituito quasi interamente da personale formatosi nell’era del fossile. Tale ministero ha sempre operato a braccetto con ENI, ENEL e i settori dell’industria pesante. Per anni lo staff impegnato nella definizione delle strategie italiane di sviluppo economico ha trattato le rinnovabili come fossero un capriccio troppo costoso e ha utilizzato la parola green energy alla stregua di uno slogan. Al Mit poi, la situazione potrebbe essere pure peggiore. Nessuno ricorda addetti particolarmente zelanti nel campo della manutenzione, della sicurezza o dei trasporti pubblici. Tutti invece sappiamo molto bene come le grandi opere scaldino il cuore a chiunque sia impiegato in quelle stanze.

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Il Ministero dell’Ambiente sarà sostituito da quello alla Transizione Ecologica. Foto: greenme.it

Un ministero di Serie B

Vent’anni fa, nel 2001, il Ministero all’Ambiente – che sarà sostituito da quello alla Transizione Ecologica – disponeva di un budget pari a circa 2 miliardi di euro. Oggi non può contare neppure su 800 milioni. Inevitabilmente, alla riduzione dei fondi è seguito un drastico abbassamento delle competenze. Di fatto, al giorno d’oggi è un dicastero minore. Nonostante clima e ambiente siano parole sulla bocca di tutti e i cambiamenti dovuti al global warming siano già arrivati al nostro uscio.

Nell’equilibrio del potere, la scrivania dell’ambiente è spesso stata assegnata a rappresentanti di second’ordine, sovente per accontentare questo o quel partito che avevano contribuito al trionfo elettorale. Piuttosto di rado la sua titolarità è stata davvero stabilita in base alle competenze. Non era questo il caso con Sergio Costa, persona attenta e capace ma poi a qualche partitino è venuto il mal di pancia, come ben sappiamo. C’è però anche una nota positiva.

Il governo e la sua responsabilità nella transizione ecologica

La scelta di Draghi, con tutti i limiti che ora analizzeremo, presenta infatti una grande opportunità. Il governo sembra volersi assumere, tramite l’instaurazione del Ministero alla Transizione Ecologica, le proprie responsabilità sul nostro futuro. Se vogliamo giocarcela questa sfida ai cambiamenti climatici, dobbiamo porre il potere decisionale in materia ambientale nelle mani di un solo burocrate. Le competenze in materia sono oggi spezzettate tra vari dicasteri e ciò non agevola certo un’azione rapida, coerente ed efficace.

La lezione di Hulot ci insegna che dobbiamo combattere una dura battaglia per resistere alle forti pressioni di chi ha interessi nel fossile. La lobby del petrolio, infatti, non vuole certo darsi per sconfitta e spera di protrarre quanto più a lungo possibile la sua agonia, in barba al pianeta. Vari ministeri guidati da orientamenti e priorità diverse non hanno alcuna possibilità di vittoria contro un nemico così ostico e organizzato.

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Bozza di destinazione dei fondi Recovery Plan per l’Italia. Grafica: ilprimatonazionale.it

I limiti del nuovo dicastero

Il Ministero della Transizione Ecologica riunirà i compiti del Ministero dell’Ambiente e la giurisdizione energetica che fino a qualche giorno fa era nelle mani del titolare del Mise. Ciò naturalmente significa che il nuovo dicastero avrà in sé alcune funzioni precedentemente assegnate allo sviluppo economico ma, simultaneamente, che non ne prenderà il posto in toto. Questo potrebbe essere limitante, mantenendo due polli a razzolare sulla stessa aia.

All’interno del Minambiente esiste già un dipartimento per la transizione ecologica. Esso si occupa, fino a nuova riorganizzazione, di economia circolare, contrasto ai cambiamenti climatici, efficientamento energetico, miglioramento della qualità dell’aria e sviluppo sostenibile. Altri compiti di pertinenza del dipartimento DITEI – possiamo leggere sul sito – sono la cooperazione ambientale internazionale e il risanamento. Queste mansioni dovrebbero ora divenire prioritarie.

Il nuovo Ministero conta di avere a disposizione un ingente budget – parliamo di circa 69 miliardi di fondi Next Generation EU – fin dalla sua nascita. Tali fondi sarebbero destinati alla conversione del sistema produttivo italiano in un modello ben più sostenibile. Energia, industria – e anche lo stile di vita di ogni persona – devono essere meno dannosi per l’ambiente. Questa non è più una novità per nessuno eppure ancora siamo ben lontani dal raggiungere questo risultato. Non è che un bene il fatto che la politica cominci ad occuparsene. Eppure si teme che il dicastero non riesca ad operare all’altezza delle attese. Non solo, ci sono anche voci fuori dal coro le quali sostengono che questo nuovo ministero si riveli un carrozzone, accentrando in maniera imprecisa alcune competenze di altri uffici e fomentando lo spreco di risorse pubbliche.

Dubbi e perplessità

In fin dei conti, dice Davide Tabarelli, presidente di Nomisma Energia, il Ministero dell’Ambiente nel 1986 era nato proprio per guidare la transizione ecologica. Insomma, ci sono luci e ombre su questo nuovo dicastero, il quale ha grandi possibilità ma potrebbe anche finire per trovarsi costretto tra troppi limiti. Si tratta però di quel rischio che accompagna ogni novità, in fin dei conti.

Lo spazio dedicato al Ministero della Transizione Ecologica da Porta a Porta.

Alla guida del nuovo Ministero della Transizione Ecologica

Il titolare del neonato Ministero sarà Roberto Cingolani, fisico 59enne. Si tratta del manager e responsabile dell’innovazione tecnologica del gruppo Leonardo. Il suo ruolo aziendale – espresso in lingua inglese come fanno tutti oggi, per chissà quale motivo – è quello di Chief Technology & Innovation Officer. Oltre alla guida del dicastero gli saranno date anche le chiavi del costituendo Comitato Interministeriale per la Transizione Ecologica.

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Roberto Cingolani. Foto: quifinanza.it

Cingolani – grande esperto di nanotecnologie – ha un curriculum di tutto rispetto, che può vantare esperienze in grandi e noti centri di ricerca negli USA, in Giappone e in Germania. Nel 2005 ha fondato a Genova l’Istituto Italiano di Tecnologia (IIT) di cui è stato direttore scientifico prima di entrare in Leonardo. La carriera di Cingolani potrebbe renderlo l’uomo giusto per affrontare il complesso passaggio a quella società sostenibile che l’UE ci chiede di diventare. Potrebbe, appunto.

Anche sulla sua figura, infatti, si addensa qualche dubbio. Leonardo è infatti parte di Finmeccanica, azienda leader nella produzione ed esportazione di armamenti. Si tratta dunque di un uomo che non vive esattamente di salvaguardia del creato, piuttosto che guadagna distruggendolo. Questo aspetto potrebbe essere tutt’altro che marginale. Si tratta di un tecnico molto politico; visto alla Leopolda renziana, al meeting di Rimini organizzato da Comunione e Liberazione e agli incontri pubblici di Gianni Letta e dei Casaleggio.

Naturalmente, è troppo presto per dare un giudizio su Cingolani e il suo neonato ministero. Ci auguriamo naturalmente che serva al meglio il nostro Paese mettendo l’ambiente e la sua tutela davvero al centro della sua opera – e, possibilmente, di quella dell’intero esecutivo – non possiamo però evitare di vedere tutto il quadro, nella sua scomoda interezza.

Svolta in Danimarca: Stop al petrolio dal Mare del Nord

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Ascolta il podcast di introduzione all’articolo!

Stiamo mettendo fine all’era del fossile.” È stato lapidario – in perfetto stile scandinavo – Dan Jørgensen, ministro danese per il clima. In queste poche parole, però, ha esternato un’importante svolta verso il rinnovabile. La Danimarca smetterà di estrarre petrolio. Si tratta di “un nuovo corso verde per il Mare del Nord.”

Nel servizio di Euronews, la decisione della Danimarca di rinunciare al petrolio e puntare sulle energie rinnovabili.

La Danimarca e il petrolio, una lunga storia d’amore

La penisola scandinava è il principale produttore di idrocarburi nella Unione Europea. Quella tra la Danimarca e il petrolio è una storia d’amore che va avanti da decenni. Ciononostante, il Paese è il primo della UE che si prepara ad eliminare, gradualmente, i combustibili fossili. A quanto pare, il fidanzamento è giunto al termine.

Il Parlamento danese ha annunciato che ogni futura concessione di licenze per l’esplorazione e la produzione di gas e petrolio, nella porzione di Mar del Nord che lambisce la Danimarca, sarà cancellata. Entro il 2050, il Paese non produrrà più alcun barile di petrolio. La decisione rappresenta un passo avanti ulteriore rispetto a quella della Norvegia, ove si sta discutendo in Corte Suprema il ricorso di alcune associazioni ambientaliste contro l’estrazione petrolifera nell’Artico. Il fondo sovrano norvegese – uno tra i più ricchi al mondo, continuamente alimentato dai proventi dell’oro nero – ha già tolto il proprio sostegno ad ogni azienda che abbia a che fare con gli idrocarburi.

La regione scandinava è una di quelle più legate al fossile, all’interno della UE. Il Mare del Nord, infatti è ricco di giacimenti. Eppure, è proprio a queste latitudini che si stanno proponendo politiche più attivamente mirate a contrastare il surriscaldamento ambientale e il cambiamento climatico.

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Una transizione pianificata

Nel corso del 2019 la Danimarca aveva già mandato un segnale forte e chiaro relativamente alla sua intenzione di smettere di sfruttare il petrolio. Lo Stato si era dato l’obiettivo di tagliare del 70% le emissioni di CO2 entro il 2030, tra dieci anni. Sullo stesso periodo, Bruxelles sta ancora discutendo sul fatto di raggiungere, complessivamente, meno 55% di inquinamento da anidride carbonica. Tutto è stato pianificato accuratamente. Il Paese ha stabilito un ingente stanziamento di denaro per garantire una giusta transizione ad ogni lavoratore toccato dalla fine dell’industria degli idrocarburi. Similmente, anche le compagnie petrolifere saranno rimborsate di ogni investimento già eseguito e del quale non potranno più beneficiare a seguito di questa attesa svolta.

Sono ormai anni che estrazione e produzione di idrocarburi sono in calo, nel Nord Europa. In Olanda si è riscontrato il calo maggiore, a causa dello sviluppo di fonti rinnovabili, eolico e biomassa in testa. Quella della Danimarca resta comunque una svolta epocale. Dagli anni ’70 ad oggi, infatti, il Paese ha finanziato il suo welfare in gran parte con ricavi generati dal petrolio.

Breve storia del petrolio in Danimarca

Le attività di esplorazione ed estrazione petrolifera, in Danimarca, sono state avviate nel 1972. In breve tempo, il Paese è diventato uno dei principali attori energetici della regione. Il benessere nazionale è strettamente legato agli idrocarburi; l’industria del fossile ha trainato la penisola per decenni. Non sarà più così. Con una decisione storica, il Parlamento di Copenaghen, ha deciso di virare verso le rinnovabili – eolico in primis – lasciandosi alle spalle la liaison con il petrolio. È importante sottolineare come questo provvedimento sia stato approvato in maniera trasversale. Tanto la maggioranza di centrosinistra quanto l’opposizione di centrodestra hanno avallato la decisione. Non tutto il mondo è Paese; non accade dappertutto che maggioranza e opposizione si attacchino su ogni singola decisione, su ogni singola parola, come ci ha abituato questa pessima classe politica che abbiamo in Italia. Ci sono Paesi dov’è possibile decidere assieme per il bene comune. Meno male.

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Entusiasmo e soddisfazione

“È estremamente importante il fatto che abbiamo una solida maggioranza dietro questo accordo. Le condizioni ambientali del Mare del Nord, non sono ora più in dubbio.” ha affermato un raggiante Jørgensen nel suo commento all’approvazione del provvedimento per cui tanto si è battuto. Gli ha fatto eco Helene Hagel, portavoce di Greenpeace Denmark: “Questa è una grande vittoria del movimento ambientalista. Si tratta di una decisione epocale verso la necessaria fine dei carburanti fossili. Siamo di fronte ad una svolta per il clima e tutte quelle persone che hanno lottato molti anni per fare in modo che ciò avvenisse. La Danimarca fisserà ora una data di scadenza per la produzione di petrolio e gas, affermandosi come pioniere verde.”

“Vogliamo ispirare altri Paesi a porre fine alla nostra dipendenza dai combustibili fossili, i quali altrimenti distruggeranno il clima. Siamo un Paese piccolo ma con il potenziale per aprire la strada alla necessaria transizione verso l’energia verde e rinnovabile.” Ha concluso Hagel. Secondo Greenpeace, la Danimarca, in quanto principale produttore di petrolio nella UE e Paese tra i più ricchi al mondo, ha l’obbligo morale di porre fine allo sfruttamento degli idrocarburi. È infatti importante inviare un chiaro segnale che il mondo può – e deve – agire in fretta, rispettando gli accordi di Parigi e mitigando la crisi climatica.

Dalla Danimarca del petrolio alla Danimarca green

“I proventi del petrolio del Mare del Nord hanno finanziato in larga parte il nostro stato sociale per oltre quattro decenni. Non nascondiamo il fatto che la nostra decisione sia molto costosa ma la nostra speranza è che si guardi alla Danimarca e si veda che è possibile agire concretamente. Mancheremmo di credibilità a noi stessi e agli occhi del mondo qualora continuassimo a ricorrere all’estrazione e all’esportazione di petrolio.” Ha dichiarato Jørgensen, in una sorta di testimonianza della mission di questa decisione, rimarcandone l’importanza. Non possiamo che auspicare, come fa lui, che il caso Danimarca sia da esempio a tutti gli altri membri della UE e, perché no, anche agli altri Paesi del mondo.

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Copenhagen. La suggestiva capitale della Danimarca, Paese che si avvia a rinunciare totalmente alla energia da idrocarburi entro il 2050.

Ogni settimana testimoniamo, qui su L’EcoPost, come sia sempre più necessario fare qualcosa, scendere in campo, agire in prima persona per allontanare la catastrofe climatica. Dichiarazioni relative ai buoni propositi di questo o quel governo le sentiamo di continuo, sono all’ordine del giorno dal momento che la tematica è sentita e, dunque, di gran moda. Eppure, molto raramente riusciamo a riportare buone notizie, che ci facciano ben sperare per l’esito di una guerra che appare impari, destinata a sconfiggerci. La Danimarca si è mossa in controtendenza, ha preso un provvedimento concreto. Resta da vedere se riuscirà a raggiungere l’ambizioso obiettivo di azzerare la sua produzione di idrocarburi in 30 anni. Per come è stata stesa la legge e per il rigido meccanismo transitorio creato, siamo però portati ad essere ottimisti. Bruxelles – e il mondo intero – prendano esempio.

La (non) riforma della PAC: il fallimento è servito

https://anchor.fm/lecopost/episodes/LUE-si-contraddice–Il-voto-sulla-PAC-mette-gi-a-rischio-il-Green-New-Deal-elj5u6

Il Parlamento europeo ha votato a favore del compromesso sulla riforma della PAC, la Politica Agricola Comune. Partito Popolare europeo, Socialisti e democratici e Renew Europe hanno concordato una riserva di bilancio nei tre regolamenti in discussione durante la sessione plenaria della scorsa settimana. Questo voto è fondamentale per capire il futuro della transizione ecologica del Green Deal, proposto dalla Presidente della Commissione Europea, Ursula Von der Leyen. Osservare come verranno spesi i 350 miliardi di euro del prossimo bilancio settennale, un terzo dei fondi complessivi dell’UE, è importante. Greenpeace ha sentenziato la votazione, definendola come una “condanna a morte per le piccole imprese e la natura”.

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Nascita della PAC e obiettivi

Finita la seconda guerra mondiale, la scarsità alimentare dovuta alle conseguenze belliche incideva pesantemente sulla qualità della vita della popolazione europea. Garantire uno standard sufficiente a livello nazionale non risultava adeguato al risanamento dell’intero continente. Così, si decise di inserire l’agricoltura nelle competenze della Comunità Economica Europea. I target vennero sanciti nel Trattato di Roma del 1957.

Durante la Conferenza di Stresa, dal 3 al 12 luglio 1958, si gettarono le basi operative della PAC. Si decise che l’agricoltura dovesse essere considerata parte dell’economia, in modo da aumentare gli scambi intracomunitari. Riequilibrando il rapporto fra domanda e offerta agricole, si poteva consolidare il legame tra politica di mercato e politica del mercato agricola. Infine, evitando fenomeni di sovrapproduzione, sarebbe stato più facile assicurare all’agricoltura un livello di remunerazione dei capitali come negli altri settori.

Entrò in vigore nel 1962, con l’obiettivo di approvvigionare i cittadini e fornire i giusti standard di vita ai contadini, garantendo l’autosufficienza alimentare. Le sue finalità erano incentrate sull’incremento della produttività, sviluppando progresso tecnico e assicurando lo sviluppo razionale della produzione.

La policy sottostava a tre principi fondamentali. Il primo era il mercato comune, per poter commerciare all’interno dei confini comunitari beni come farina, riso, grano, zucchero, carne, vino e alcuni tipi di frutta e di verdura. Il secondo venne identificato nella preferenza o priorità comunitaria. Nel caso in cui ci fosse stato un surplus di offerta, con conseguente discesa dei prezzi, la Comunità Europea avrebbe aiutato l’equilibrio attraverso un aumento delle scorte. Infine, si stabilì la solidarietà comunitaria. Per fare ciò, si creò un Fondo europeo agricolo di orientamento e garanzia (FEOGA), così da permettere un’organizzazione meticolosa delle risorse a disposizione.

Scontri sulla PAC

Le intenzioni della PAC si scontrarono quasi subito con la frammentazione nazionale sulle politiche agricole.

Secco Leendert Mansholt, definito uno dei padri della PAC, in un suo intervento del 1970, spiegò questa differenza marcata: «sul piano nazionale, gli Stati dispensano denari che non servono a nulla, per creare imprese così piccole che condannano i propri coltivatori alla miseria mentre si espandono gli altri settori dell’economia e si accresce il livello di vita di altre categorie della produzione.

Sono stati citati esempi a sufficienza: uno Stato sovvenziona la costruzione di stalle per quindici bovini, quando una azienda redditizia deve contare su almeno quaranta capi; altri accordano facilitazioni per l’acquisto di trattori, quando la maggioranza dei trattori europei sono impiegati a poco più della metà della loro capacità reale; si sovvenziona l’acquisto delle mietitrebbie, quando il paro esistente non è utilizzato, in media, che per un terzo della sua capacità reale.»

Innumerevoli (e fallimentari) tentativi di riforma della PAC

E fu con il cosiddetto Piano Mansholt del 1968 che queste contraddizioni vennero definite chiaramente. La pubblicazione, nominata Memorandum sulla riforma dell’agricoltura nella Comunità economica europea, aveva lo scopo di riformare in modo incisivo la PAC. Da una parte, si impegnava a operare una revisione della politica di sostegno dei mercati agricoli; dall’altra, chiedeva la messa in atto di politiche socio-strutturali, per permettere a tutti gli operatori del settore di godere delle stesse opportunità lavorative e di crescita. Il suggerimento di tagliare il sostegno dei prezzi sollevò numerose critiche, tanto che il progetto venne accantonato, lasciando immutato, per tutti gli anni ’70, l’equilibrio precario su cui si mantenevano le aziende.

Non fu l’unico tentativo. Il varo del Piano Delors nel febbraio 1987 assunse un importante significato. La ratifica dell’Atto Unico, avvenuta poco tempo prima, ridava slancio alla riforma della PAC, prefiggendosi di contenere la spesa, riformare i fondi e aumentando le risorse proprie del bilancio comunitario. Mercato comune e PAC furono riassunti compresi in un più vasto pacchetto di riordino, visto l’allargamento. Affrontare le disuguaglianze regionali era necessario per aumentare la produttività e il benessere di tutto il territorio comunitario.

La riforma Fischler della PAC del 2003

La multifunzionalità, intesa come una visione ad ampio raggio di conservazione ambientale e sviluppo rurale, divenne il fulcro della nuova riforma, denominata Fischler, del 2003. Essa poneva le basi di una costruzione della PAC, che la rendesse all’avanguardia, prendendo in considerazione i diversi campi strategici di interesse. Non si poteva più prescindere da fattori quali la sicurezza alimentare, la qualità dell’ambiente e il benessere animale. Una revisione metodica degli strumenti, calcolando le conseguenze delle azioni prettamente economiche di un’UE sempre più estesa e influente a livello internazionale.

Lo stesso Commissario Fischler dichiarò durante i dibattiti del 2003 che «[la] comune aspirazione è una politica agricola coerentemente imperniata su obiettivi economici, sociali e ambientali. Questo ideale, che ancora non abbiamo raggiunto, è alla base delle proposte di riforma della Commissione. Non intendo nascondere che esistono divergenze nella valutazione e nella scelta delle misure concrete più opportune e che molti sono gli aspetti ancora da definire.»

Revisione della PAC del 2014

Nel 2014, con l’insediamento della Commissione Juncker, forte delle riforme dell’anno precedente per rendere la crescita più intelligente e inclusiva, sono stati proposti degli obiettivi strategici ancora più ambiziosi. Una produzione alimentare sostenibile, una gestione sostenibile delle risorse naturali e un’azione per il clima, attraverso uno sviluppo territoriale equilibrato sono diventati i perni della nuova riflessione europea.

La linea tracciata doveva essere implementata da strategie più complesse e articolate, adattandosi alle nuove sfide. Il 18 giugno 2018 venivano discusse al Consiglio per l’Agricoltura e la Pesca tre proposte legislative di riforma: i regolamenti sui piani strategici della Politica Agricola Comune e per il mercato comune unico, e la regolamentazione sul finanziamento, il management e il monitoraggio della PAC.

Per ripensare alla funzione della PAC sono stati elencati nove obiettivi per migliorare la qualità degli alimenti, sostenendo la produzione. Tra questi, vi sono il riequilibrio della distribuzione del potere nella filiera, la tutela dell’ambiente e il sostegno generazionale.

Le difficoltà di una vera riforma della PAC

Se ci si limitasse alla valutazione delle istituzioni europee, il quadro sarebbe confortante, se non addirittura positivo. Ma le difficoltà a raggiungere un consenso in sede sovranazionale sono marcate. Ed è per questo motivo che le riforme della PAC sono sempre state complicate da far approvare e poi attuare.

Alcune volte, proposte difficili da un punto di vista di risposta elettorale sono addossate a livello centrale europeo dai governi nazionali. Altri gruppi di interesse spingono perché si attui una legislazione che permetta loro dei benefici. Grandi associazioni nazionali, come quelle presenti in Francia e in Germania, sono riuscite, nei decenni, a imporre le proprie idee, minacciando scontri e disordini.

Se da una parte, però, la questione economica è sicuramente rilevante, dall’altra, le conseguenze dei pagamenti diretti avrebbero causato una rottura all’interno del settore agricolo, che si sentiva costretto ad accettare quelli che sembravano più una misura di welfare, che una di sostegno alla produzione. La realtà si dimostrò diversa. Proprio perché esistevano disparità enormi tra le diverse categorie di agricoltori, la nuova distribuzione dei pagamenti avrebbe, almeno in parte, colmato le enormi disuguaglianze tra piccole e grandi aziende.

Come evidenziato dall’Agenzia Europea per l’Ambiente (AEA), “Le due principali sfide cui l’agricoltura si trova a far fronte in Europa sono il cambiamento climatico e il consumo di suolo, ossia la sua conversione, ad esempio, in insediamenti e infrastrutture. Il cambiamento climatico impone l’adattamento delle varietà di colture e determina fenomeni meteorologici estremi e richiede, quindi, una significativa gestione dei rischi. Il consumo di suolo si traduce in una diminuzione dei terreni agricoli, in molti regioni.”

La nuova PAC, in teoria

La proposta di regolamento del Parlamento europeo e del Consiglio, per sostenere i piani strategici che gli Stati Membri devono redigere nell’ambito della PAC, doveva tenere in considerazione vari ambiti. Tra questi, sicuramente garantire la sicurezza alimentare, contribuendo a migliorare la risposta dell’UE alle nuove esigenze della società in materia di alimentazione e salute.

L’obiettivo era lo sviluppo di un’agricoltura sostenibile e del benessere animale, con una nutrizione più sana ed evitando gli sprechi alimentari. La nuova PAC doveva essere inserita all’interno del piano più vasto di transizione verde, il Green Deal europeo. Attraverso una strategia comune, si sarebbe arrivati a un sistema alimentare “equo, sano e rispettoso dell’ambiente”.

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La realtà dei fatti: il compromesso al ribasso

425 voti a favore, 212 contrari e 51 astenuti. Questo è il risultato delle votazioni per appello nominale del 23 ottobre alla sessione plenaria del Parlamento europeo.

Così, mentre in Italia si dibatteva sul nome da dare ai burger vegani, la PAC si allontanava sempre più dagli obiettivi del Green Deal, svuotandosi di significato. L’attenzione social non è bastata a frenare il compromesso al ribasso. Ancora una volta, le grandi lobby del Copa-Cogeca , l’associazione dei grandi agricoltori europei, ha avuto la meglio.

Chi perde, di nuovo? La natura, la biodiversità, i piccoli agricoltori.

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PAChinermi e pappagalli

Le decisioni assunte dal Parlamento europeo si discostano dalla transizione verde. Visto che il 60% dei fondi PAC potrà essere destinato a pratiche anche non agroecologiche, non si fermerà l’utilizzo sconsiderato di fertilizzanti e pesticidi. La conversione green è, nuovamente, rallentata. Ancora una volta, le grandi aziende beneficeranno dell’80% dei sussidi.

Inoltre, i siti Natura 2000 potranno essere destinati all’aratura, diventando prati permanenti, tranne in poche eccezioni.

Infine, per affossare ancora di più la situazione già poco rosea, ecco che, a fronte di un’approvazione di un emendamento sulla connessione tra PAC e accordo di Parigi, ne sono stati bocciati dieci che auspicavano un avvicinamento ai target del Green Deal.

Nota positiva è la “condizionalità sociale”, ossia l’azzeramento dei fondi a quegli agricoltori che non concedono giusti contratti di lavoro.

E ora? Il movimento #WithdrawTheCAP, per una vera riforma della PAC

«Il cibo ci rimanda […] a tutte le questioni del giorno: ci parla del nostro rispetto per noi stessi, della nostra capacità di conversare con gli altri, della nostra attenzione verso i più deboli, dei rapporti di genere, della nostra apertura al mondo, della condizione delle nostre leggi, del nostro rapporto con il lavoro, con la natura, con il clima e con il mondo animale. Il cibo ci parla, meglio di ogni altra cosa, delle disuguaglianze tra coloro, sempre più rari, che possono ancora mangiare sano e tutti gli altri.» Così scrive Jacques Attali nel suo libro “Cibo. Una storia globale dalle origini al futuro”.

Il voto della scorsa settimana deve essere rivisto. Per questo motivo, è necessaria una mobilitazione sociale. Non si può continuare a minimizzare l’impatto che la filiera alimentare ha nella nostra società ed economia. Disinteressarsi significa non prendere posizione su un aspetto che è indispensabile per la sopravvivenza del genere umano e del pianeta terra.

Bas Eickhout, eurodeputato verde, ha sottolineato come « Le catene di approvvigionamento più corte, i pagamenti adeguati e i posti di lavoro sicuri possono rendere la politica agricola europea un modello per alimenti sani, prodotti localmente e venduti. Questa riforma della PAC impedirà ai paesi dell’UE di spendere di più per misure ambiziose per proteggere il clima e l’ambiente e migliorare il benessere degli animali. »

Associazioni di categoria, piccoli produttori e ambientalisti si sono riuniti con l’hashtag #WithdrawTheCap -ritirate la PAC- per sensibilizzare e iniziare un dialogo costruttivo. Rendere la PAC sostenibile è necessario. Non è più il tempo di tergiversare.

Autoconsumo: è l’alba di una nuova energia?

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https://anchor.fm/lecopost/episodes/Approvato-il-nuovo-decreto-sullautoconsumo-e-le-comunit-energetiche-ek1tu5

Il decreto

Qualche giorno fa – la giornata del 15 settembre 2020 – è stata una data potenzialmente fondamentale per l’usufrutto energetico in Italia. Stefano Patuanelli, Ministro dello Sviluppo Economico, ha firmato il decreto attuativo definendo con quale tariffa si incentivi l’autoconsumo collettivo. Nello stesso documento si promuovono anche le comunità energetiche da fonti rinnovabili, in modo da favorire una transizione energetica ed ecologica riguardante il sistema elettrico del nostro Paese. Esso è piuttosto impattante e la riconversione porterebbe benefici ambientali, economici e sociali per i cittadini,

Con questo atto, il MISE dà ufficialmente il via libera alle comunità energetiche e all’autoconsumo collettivo. Esse potranno impiegare anche i sistemi di accumulo. D’ora in avanti più soggetti potranno unirsi, omogenei od eterogenei che siano: enti pubblici, PMI, normali cittadini… Lo scopo è quello di creare comunità energetiche le quali condividano tra loro l’energia prodotta al loro interno. Questo modo di sfruttamento energetico si definisce, appunto, autoconsumo collettivo. L’energia non appartiene ad un soggetto ma alla sua comunità. Ogni membro della stessa ne può beneficiare.

I principali benefici della misura saranno quelli della massima resa ed efficienza energetica. Tramite l’autoconsumo eviteremo perdite di rete, evitando di incappare nello stress energetico cui la stessa rete è sottoposta durante i momenti di massimo utilizzo. Sarà anche un modo di incentivare la filiera italiana di stoccaggi e il demand – response energetico; servizi e prodotti in cui si contano numerose aziende italiane leader. I costi si abbasseranno per ogni attore coinvolto: singolo aderente, comunità e sistema Italia, poiché il costo dell’energia sarà strutturalmente ridotto.

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Foto: database Pixabay

Tariffe vantaggiose

Ogni comunità energetica creata potrà godere di un incentivo compatibile con il superbonus del 110% per i primi 20 kW di impianto e una detrazione pari al 50% per sistemi fino a 200 kW. La tariffa per l’energia autoconsumata si attesta attorno ai 100 € per MegaWatt/ora sulle configurazioni di autoconsumo collettivo e 110 €/ MWh per le comunità energetiche rinnovabili. C’è poi un altro considerevole vantaggio. La burocrazia connessa ad ogni comunità energetica è davvero bassissima. Non esistono bandi, né liste, né aste; questa attività non è ritenuta commerciale, speculativa o finanziaria ma soltanto improntata al risparmio. Le bollette saranno tagliate a privati e imprese. Lo scambio energetico è stato definito da Gianni Girotto (Movimento 5 Stelle), il promotore dell’iniziativa legislativa presentata e Edoardo Zanchini, vicepresidente di Legambiente, come una vera e propria rivoluzione” e il “risultato di un grande lavoro di partecipazione e condivisione.”

Sono quasi 30 anni che in Italia si parla di autoconsumo e comunità energetiche, fin dalla legge 10/91, la quale sollecitava già in tempi meno sospetti la necessità di generazione distribuita dell’energia, in particolare quella elettrica. In occasione della più recente liberalizzazione del mercato dell’energia si è cominciato a pensare ad una applicazione della condivisione di energia tra le comunità presenti sul territorio ma non strutturate. Condomini, centri commerciali con più attività e operatori, attività con partecipazione di enti locali; tutti questi attori non erano tenuti in considerazione dalla legge abbastanza primitiva, in termini di innovazione energetica, del 1991.

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Gianni Girotto espone i vantaggi dell’autoconsumo delle comunità energetiche in una intervista rilasciata ad Askanews

Quali possibilità apre l’autoconsumo

Il piano energetico che punta forte su autoconsumo e comunità energetiche è un intervento che rientra nella Direttiva Europea 2018/2021, la quale si impegna ad incentivare produzione e condivisione di energia pulita e rinnovabile, producendo ricadute che non riguardino solo aspetti economici, bensì anche sociali e, soprattutto, ambientali. Come sappiamo, infatti, l’UE si è impegnata a raggiungere obiettivi importanti entro il 2050, per tutelare e custodire meglio il nostro Pianeta, severamente minacciato dall’azione poco rispettosa dell’uomo.

Il quadro normativo che autorizza e incentiva la creazione di comunità energetiche finalizzate all’autoconsumo apre interessanti possibilità. Dal momento che si potrà scegliere di vendere l’energia prodotta ma non utilizzata, sarà possibile massimizzare l’istallazione di pannelli fotovoltaici negli spazi condominiali, in quanto essi non saranno più onere di un unico privato ma dell’intero condominio. Così facendo, si ridurrà la necessità di riconvertire campi agricoli a sede di centrali fotovoltaiche; operazione che porta a un considerevole consumo di suolo.

L’autoconsumo, poi, finirà per educare le comunità al mutuo servizio. Lo spiego con un esempio: nel caso di un edificio a utilizzo misto residenziale/produttivo, le attività sfrutteranno durante la settimana l’energia prodotta ma non utilizzata dai privati, perché fuori casa durante la giornata; mentre nel fine settimana saranno i cittadini a fare uso di quanto stoccato durante i cicli produttivi aziendali. Gli italiani diverranno prosumer, ovvero non soltanto cittadini che consumano, passivamente, il prodotto energia, bensì attivi partecipanti nella sua produzione, grazie ai loro impianti condominiali. Non si può trascurare, inoltre, l’importanza di produrre e consumare nello stesso luogo l’energia necessaria. In tal modo, si azzera ogni eventuale costo di trasporto, gestione e distribuzione.

Un luminoso futuro?

Ad oggi, tutto quel di cui si è scritto è in fase embrionale. Gran parte degli aspetti positivi, a livello economico, ambientale e sociale, del ricorso all’autoconsumo delle comunità energetiche sarà compreso appieno soltanto dopo che si saranno completate le istallazioni. Sarà infatti necessario eseguire test di sforzo, consumo e produzioni all’interno delle comunità prima di poter parlare di numeri concreti. Non abbiamo ancora neppure avuto modo di leggere e studiare le regole operative e di installazione che sottostanno ad una comunità energetica. È però sotto gli occhi di chiunque segua da vicino il settore l’entusiasmo profuso da tecnici, progettisti e installatori per questo cambiamento imminente che potrebbe anche rivoluzionare il concetto di energia come noi lo intendiamo oggi. Naturalmente, tutte le categorie ora citate hanno anche importanti interessi economici legati all’indotto del rinnovabile.

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Elaborazione di Unionearchitetti.it

Questo punto non va sottovalutato. L’EcoPost è una testata web che si occupa di sostenibilità e tutela ambientale, dunque quotidianamente porta all’attenzione di chi gentilmente ci legge tutte le principali problematiche – e le loro relative soluzioni quando ve ne sono – legate alla scottante questione climatica. Non vediamo però solo l’aspetto onirico della medaglia, non commettiamo l’errore di sottovalutare i contro, oltre ai numerosi pro del rinnovabile. Anche nelle notti di luna piena, il nostro satellite conserva una faccia scura e invisibile all’occhio.

Naturalmente, questi rischi non sono legati agli impianti rinnovabili di per sé, ma alle persone che costituiscono le aziende del settore. Come c’insegna la saggezza popolare, l’occasione fa l’uomo ladro, da che mondo è mondo.

Autoconsumo, bisognerà ridurre gli oneri di sistema

Quello che non ci viene mai detto da chi si occupa di energie rinnovabili – probabilmente perché troppo preso nel dar forza alle sue argomentazioni per far vedere l’intero quadro all’interlocutore meno ferrato – è che l’indotto dietro alla produzione di energia pulita ha costi di sistema elevati. Le stime di quanto costerebbe al contribuente la sovrastruttura delle comunità energetiche sono in conflitto, consideriamo però che ad oggi spendiamo per la rete nazionale già circa 12 miliardi di euro ogni anno. Quando consultate la vostra bolletta della luce, come si suol dire, trovate sempre una voce oneri di sistema – i quali vanno esplicitati per legge -incidente per una percentuale non troppo alta dell’ammontare dell’importo che dobbiamo pagare.

Consideriamo però le decine di milioni di consumatori nel nostro Paese e ci accorgeremo che non parliamo di noccioline. I cosiddetti conti energia sono delle convenzioni tra il governo e le aziende produttrici che stabiliscono a quanto debbano ammontare questi oneri. Gli ultimi accordi risalgono al 2014 e sono state rinnovati dall’ex premier Matteo Renzi, forse il peggior Primo Ministro della storia repubblicana per quanto concerne la tematica ambientale, fino al 2039. Sostanzialmente, la lobby dei produttori di energia, si è garantita il suo guadagno – indipendentemente da quale sia la strada che l’Italia intraprenderà nei prossimi due decenni per disporre dell’energia che le occorre.

Una sgradevole coesistenza

Oltre a ridurre gli oneri di sistema, o comunque a regolamentarli in maniera più trasparente, bisognerà inseguire una vera alternativa green. L’autoconsumo nelle comunità energetiche, non la garantisce ancora. Infatti, per evitare che gli oltre 600mila impianti rinnovabili i quali, da previsione, verranno istallati nel nostro Paese, finiscano per sbilanciare la rete – ad oggi il fotovoltaico è allacciato alle rete elettrica nazionale – occorrerà mantenerla costante, evitando cali di flusso o interruzioni capaci di dar luogo a blackout, con 49 GW di energia sempre disponibile.

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Foto: database Pixabay

Questo risultato sarà ottenuto tramite impianti convenzionali a gas in grado di produrre una quantità di energia così elevata. Per chi non riuscisse a dare un valore a 49 GW, gli basti pensare che corrispondono al 60% della potenza nazionale istallata. Attenzione dunque a riempirci la bocca di parole come rivoluzione o nuova era. L’autoconsumo e le comunità energetiche sono un piccolo passo, nella direzione giusta, la strada però resta lunga.

Un buon inizio

Da qualche parte bisogna pur cominciare. In fin dei conti, non possiamo attenderci da un giorno all’altro un balzo ad una produzione energetica totalmente pulita. Una fase di transizione tra un sistema e l’altro va messa in conto. Dobbiamo essere pronti ad accettarla, pur mantenendo la consapevolezza di tutti quegli aspetti che ho voluto mettere in luce poc’anzi. La riconversione energetica italiana ci riguarda tutti. Ora che il decreto è stato approvato, dobbiamo attendere la sua effettiva messa in pratica. A quel punto saremmo chiamati in causa noi.

Quel che possiamo fare noi è attivarci per ottenere quante più informazioni possibili relativamente all’autoconsumo e alle comunità energetiche, dopodiché valutare sul lungo periodo i cambiamenti che tale sistema potrebbe portare nel quotidiano utilizzo che facciamo dell’energia. E poi perché no, magari essere tra i primi ad entrare a farne parte, di una di queste comunità. Potrebbe veramente essere una nuova alba.

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La California si oppone a Trump e al fracking forsennato

Una causa contro lo Stato

Lo Stato della California non ne può più. Per fare in modo di tenere il governo federale statunitense fuori dai propri giacimenti di olio e gas, a Sacramento hanno deciso di passare alle vie legali. L’amministrazione Trump, notoriamente sorda alla tematica ambientale e prima sostenitrice mondiale della a dir poco dannosa tecnica del fracking, vorrebbe consentire la perforazione su oltre un milione di ettari pubblici. Nessuno dell’amministrazione californiana è d’accordo con questa scelta di Washington e allora ecco la decisione: una causa contro lo U.S. Bureau of Land Management.

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Il governo Trump intende aumentare la produzione energetica da fonti fossili su suolo pubblico (spesso addirittura in riserve protette e parchi), in barba alle direttive di molte amministrazioni locali. Diversamente dalla Casa Bianca, c’è chi ha programmi di tutela ambientale. La California ha recentemente promulgato una legge ad hoc per contrastare il piano di Washington e, immediatamente dopo, ha deciso di contattare un avvocato.

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Donald Trump

I dettagli dell’azione legale

La causa federale porta la firma di Xavier Becerra, General Attorney per lo Stato della California. Becerra, democratico, ha intentato l’azione legale su mandato del suo ufficio e del governatore Gavin Newsom. Lo scorso venerdì, nel corso di una conferenza stampa tenuta presso il suo ufficio di Sacramento, Becerra aveva precisato come la causa fosse stata aperta in quanto l’amministrazione Trump si stava comportando come se fosse al di sopra della legge. La maggior parte delle attività estrattive federali in California si svolge vicino agli insediamenti delle comunità più vulnerabili. Tali comunità, ha tenuto a sottolineare Becerra, sono già sovraesposte all’inquinamento e la salute dei residenti ne risente. Aggiungere a questa già delicata situazione nuove operazioni di fracking peggiorerebbe ulteriormente le cose. La decisione di Washington, a detta di Becerra, è “insensata e palesemente pericolosa”.

Xavier Becerra

Fracking: favorevoli e contrari

Le posizioni del Bureau per la gestione del suolo e dell’amministrazione californiana sulla fratturazione idraulica, più comunemente chiamata fracking, sono distanti quanto i due Poli terrestri. Secondo Becerra e Newsom “i rischi connessi al fracking per l’ambiente e le persone sono semplicemente troppo grandi per essere ignorati.” La posizione dell’ufficio federale, diametralmente opposta, attesta invece come i rischi siano pressoché nulli. Ogni sito estrattivo riceverà una dedicata analisi ambientale e non si procederà con le operazioni laddove venga evidenziato un tasso di criticità non accettabile.

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Ma che cos’è il fracking e perché è da sempre un’operazione così controversa? Il termine deriva dalla contrazione dell’inglese hydraulic fracturing, sviluppata agli inizi del Novecento per estrarre petrolio e gas naturale dalle rocce di scisto. Tali conformazioni rocciose, presenti nel sottosuolo, sono le più facili da sfaldare. Per raggiungerle si perfora il terreno fino allo strato di sottosuolo che contiene gli agglomerati di scisto. In seguito si inietta, tramite un getto ad altissima pressione, acqua mista a sabbia ed elementi chimici. Tale operazione provoca l’emersione in superficie del gas.

I rischi del fracking

La fratturazione idraulica ha rivoluzionato il mondo dell’approvvigionamento energetico, soprattutto negli Stati Uniti. Accanto a ciò, però, ha anche sollevato una questione ambientale che ultimamente è diventata un polverone, ora che ci stiamo rendendo conto di quel che stiamo facendo al nostro Pianeta.

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L’esplorazione dei siti e l’estrazione del gas richiede quantitativi ingenti di acqua, causando sprechi e costi ambientali da impallidire. Inoltre, le sostanze chimiche iniettate nel sottosuolo, potenzialmente dannose per la salute, possono finire con il contaminare le falde acquifere attorno al sito dell’estrazione; si calcola infatti che solo l’80% circa delle acque iniettate nel sottosuolo per il fracking risalga in superficie come riflusso, mentre la percentuale restante rimanga sepolta. Se ciò non bastasse, bisogna pure prendere in considerazione la teoria (che in quanto tale, resta tutta da dimostrare) secondo la quale la fratturazione idraulica sia correlata, forse addirittura in una relazione di causa ed effetto, con il verificarsi di scosse sismiche di lieve entità.

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Nel novembre del 2011, in Oklahoma, si verificò un terremoto di magnitudo 5,7. Un impianto vicino aveva appena iniettato acqua ad altissima pressione nel sottosuolo. Non ci sono prove che il fracking abbia causato la scossa, sebbene tale possibilità non sia mai stata smentita.

La tecnica del fracking: cos’è e come funziona

La fratturazione delle speranze

Secondo le organizzazioni ambientaliste, nessuna delle principali esclusa, la tecnica del fracking sarebbe l’ultima trovata delle compagnie petrolifere per ritardare l’adozione di politiche energetiche basate sulle fonti rinnovabili. La fratturazione idraulica è il più avanzato sistema di sfruttamento delle risorse fossili. Per quanto meno sporco del carbone, il fracking rappresenta un sistema antiquato di produrre energia. Esso è la quintessenza dello sfruttamento di combustibili dai quali dovremmo liberarci, per proiettarci finalmente in un futuro energetico rinnovabile.

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La California è uno degli Stati americani più ricchi di petrolio e presenta già una regolamentazione piuttosto severa in termini di estrazione di questa risorsa. La decisione di questa causa contro il governo americano rappresenta un positivo precedente all’interno della lotta mondiale contro il cambiamento climatico. “I californiani non consentiranno all’industria petrolifera di inquinare ancora acqua ed aria”, è stato il commento del Centro per la Diversità Biologica. Il Centro, che ha sede in Arizona, è stato fiero sostenitore dell’azione legale.

E’ importante fare nostro tale messaggio. In fondo, alla parola californiani, si può sostituire l’aggettivo relativo ad una qualsiasi comunità.

Il costo della transizione energetica? Il 10% dei fondi destinati al fossile

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La notizia ha dell’incredibile. La tanto agognata transizione energetica, quella che potrebbe dare un taglio netto alle emissioni su scala globale, è un traguardo più che raggiungibile. Come riportato dal Guardian, testata capofila sulle questioni ambientali, se solamente il 10% dei sussidi pubblici destinati alle fonti fossili fosse reindirizzato per degli investimenti sulle energie rinnovabili potremmo soppiantare in un ragionevole arco di tempo i combustibili fossili. Ad affermarlo è un report dell’International Institute of Sustainable Development (IISD) pubblicato il 17 Giugno scorso, intitolato  “Reforming Subsidies Could Help Pay for a Clean Energy Revolution”.

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I dati del report

370 miliardi di dollari. Questa è l’ammontare, su scala globale, dei fondi pubblici destinati al settore dei combustibili fossili ogni anno, contro i soli 100 miliardi messi a disposizione per le rinnovabili. Un paragone che lascia di stucco se si pensa all’urgenza con la quale dovremmo ridurre le emissioni per rispettare i target degli accordi di Parigi. Ma la cosa più sconcertante è che se solo una cifra tra il 10% ed il 30% dei fondi destinati alla produzione di energia inquinante fosse trasferita alle energie rinnovabili una rivoluzione energetica sarebbe possibile, eccome.

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Una questione che non è passata inosservata agli occhi del Segretario dell’Onu Antonio Guterres che ha rilasciato queste dichiarazioni: “Quello che stiamo facendo è usare i soldi dei contribuenti – ovvero i nostri – per alimentare uragani, diffondere siccità, sciogliere i ghiacciai e uccidere coralli. In poche parole: per distruggere il mondo”.

Le tecnologie per la transizione energetica ci sono già

Richard Bridle dell’ ISSD, co-autore del report, sottolinea come “quasi ovunque le rinnovabili sono ormai vicinissime ad essere competitive, a livello di prezzo, con le fonti fossili. Uno spostamento dei sussidi di questa portata potrebbe far pendere la bilancia dall’altro lato rendendo una tecnologia che sta crescendo lentamente la più credibile per le future generazioni con effetto quasi immediato. Dall’essere un’opzione marginale potrebbe subito diventare una scelta palesemente ovvia”.

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Nonostante la transizione energetica stia avvenendo, lo sta facendo in modo troppo lento secondo Bridle che aggiunge: “É fuor di dubbio che le rinnovabili possano supportare il sistema energetico. L’unica perplessità riguarda la velocità con la quale la transizione avverrà ma una riforma dei sussidi pubblici è un passo fondamentale in quella direzione”.

Con la transizione energetica possibile taglio delle emissioni fino al 25%

Il settore energetico è uno dei principali responsabili dell’avanzamento dei cambiamenti climatici. Secondo il report la transizione energetica verso l’energia pulita potrebbe tagliare le emissioni, a livello globale, almeno del 18%. Una percentuale che salirebbe al 25% se l’elargizione di questi sussidi ammontasse a 0. Un cambiamento in questa direzione diminuirebbe anche i costi che le istituzioni dovranno affrontare nei prossimi anni per quanto riguarda la salute pubblica e le spese relative agli effetti che i cambiamenti climatici avranno sulle nostre città e le nostre infrastrutture.

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In parole povere ciò che sta accadendo è a dir poco folle. Invece di utilizzare i soldi dei cittadini per creare infrastrutture sostenibili e che non rechino danno alla popolazione, ogni anno vengono dati 375 miliardi di dollari a chi sta distruggendo il pianeta. Non è più questione di etica o di morale, è ormai diventata una questione di buon senso e di rispetto nei confronti di chi paga questi soldi anche per dare un futuro ai propri figli.

Non solo fondi pubblici. Anche le banche sono una minaccia

Il numero di paesi che ogni anno donano fondi da investire nel reperimento e nello sfruttamento di combustibili fossili è di 112. Tra questi i più “generosi” sono quelli del Medio Oriente e, neanche a dirlo, gli Stati Uniti, la Cina e la Russia. Ma anche in Europa non si scherza. L’Italia, per esempio, destina ogni anno 18,8 miliardi di euro a questo settore. Tra i paesi più virtuosi sotto questo punto di vista troviamo invece India, Zambia, Marocco ed Indonesia.

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Già nel 2009, durante un G20, era stato deciso di azzerare progressivamente i sussidi al settore fossile. Purtroppo però ciò che è stato preso non è altro che un impegno generico che non tutti stanno rispettando come dovrebbero. Nel banco degli imputati finiscono anche le grandi banche che, essendo enti privati, non sono tenute a rispettare alcun tipo di accordo preso dalle istituzioni. In Italia, ad esempio, Unicredit ha elargito più di 16 miliardi di euro negli ultimi 3 anni ad industrie operanti in questo settore.

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Che una transizione ecologica non sia vista di buon occhio da chi per anni ha guadagnato enormi quantità di denaro sulle spalle delle future generazioni, non è mistero. Così come il fatto che questo generi complicazioni soprattutto a livello politico. La strada è dunque impervia. Ma anche questo si sapeva già. Occorre perseverare. La posta in gioco è la più alta di sempre.