Stretto di Messina e l’incubo della plastica nei fondali

Nello stretto di Messina vivono i mostri. Non stiamo parlando di Scilla e Cariddi, che resero difficile il viaggio a Ulisse. A minacciare questo braccio di mare, che divide la Calabria dalla Sicilia, ci sono i rifiuti, che inquinano il fondale marino, danneggiando l’intero ecosistema. Uno studio, pubblicato sulla rivista Environmental Research Letters e condotta dall’Università di Barcellona, insieme ad altri centri di ricerca internazionali, ha denunciato la situazione.

I residui di materiali vari, che si depositano o vengono trascinati dalle correnti, diventano cibo per gli animali. Gli esperti si sono concentrati sull’identificazione delle esigenze su cui incentrare il monitoraggio, per poter, finalmente, arrivare ad alcune soluzioni durature. Si sono basati sulla definizione di rifiuti marini, che il Programma Ambientale dell’ONU ha descritto come “qualsiasi materiale solido persistente, fabbricato o lavorato, scartato, smaltito o abbandonato nell’ambiente marino e costiero”. Insomma, il microcosmo, in cui ci stiamo per tuffare, è alterato dalle azioni dell’uomo.

Stretto di Messina: il “mare di spazzatura” con la più alta densità di rifiuti al mondo

Gettato direttamente dalle navi o da altre piattaforme marine oppure finito in modo accidentale tra le onde, tutto lo scarto che produciamo viaggia o si sedimenta sul fondale, cambiandone o, addirittura, stravolgendone l’equilibrio. Solamente nel 2010, si è stimato che più di 8 milioni di tonnellate di rifiuti, abbandonati sulla terraferma, siano arrivati nei mari. E le prospettive sono ancor più negative. Si pensi che alcune previsioni indicano come si potrebbero monitorare fino a 90 milioni di tonnellate di emissioni plastiche negli ecosistemi acquatici entro il 2030. Se già sotto questa lente la situazione è allarmante, conoscere cosa succede sotto lo stretto di Messina è utile per comprendere ancora una volta quanto sia necessario cambiare rotta. In alcune parti del fondo, si riscontra la presenza di più di un milione di oggetti per chilometro quadrato.

A complicare il quadro si inserisce la poca conoscenza del fondale, tanto è vero che, nel 2019, gli studi in questo senso hanno rappresentato meno del 25% di tutti gli studi sui rifiuti marini, microplastiche escluse e un 1/7, includendole. La dispersione è diversa: ci sono degli inquinanti leggeri, a bassa densità, che rimangono sospesi per periodi variabili. Altri, invece, si inabissano. Nessun luogo è escluso da questo tipo di cambiamento e i dati permettono di stabilire che vi è un incremento di articoli monouso, lattine e plastiche. Nemmeno la Fossa delle Marianne è stata risparmiata: a 10900 metri, è stato registrato un sacchetto. In alcuni punti, i rifiuti superano il numero degli esseri viventi presenti. Talvolta, li ingeriscono, scambiandoli per prede, mentre si nutrono di altri organismi o quando sono a caccia di banchi. Come se non risultasse abbastanza, potrebbero mangiarli in maniera secondaria, ossia scegliendo organismi che si erano cibati di detriti in precedenza.

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Come monitorare i rifiuti dei fondali marini

Per fare in modo di riuscire a condurre studi approfonditi e fornire delle soluzioni concrete, bisogna fare un passo fondamentale: monitorare i fondali marini. Se quello dello Stretto di Messina è risultato particolarmente inquinato, è stato anche grazie alla messa a punto di strategie diversificate, così da permettere di incrociare i dati e avere una panoramica più completa possibile. Gli esperti, all’interno della loro ricerca, hanno fornito alcuni spunti. Innanzitutto, indagare le acque poco profonde, così da scandagliare il territorio. In secondo luogo, usare le reti a strascico, che possono essere utilizzate per valutare la densità di rifiuti su vasta scala degli stock ittici.

Questo secondo sistema, però, ha dei punti a suo sfavore più forti rispetto al primo. Potrebbe alterare -ancora una volta- l’equilibrio, riportando a galla o smuovendo detriti e rendendo l’ambiente ancora più dinamico. Un secondo elemento da tenere in considerazione è la pericolosità, dovuta al rischio di cattura di munizione inesplose. Si stima che sia circa un milione di tonnellate di armi chimiche giacciano sui fondali globali. Una minaccia per fauna, flora ed esseri umani. Un altro tipo di osservazioni sono quelle visive, con immagini subacquee in grado di studiare quantità e distribuzione. Per quanto la risoluzione delle immagini possa essere ottima, di sicuro non riuscirà a intercettare inquinanti microscopici. Inoltre, sono operazioni complesse, che necessitano di procedure ad hoc e, talvolta, pericolose. Esistono, infine, piattaforme per l’acquisizione di immagini di rifiuti marini. Tutte le informazioni devono essere analizzate, elaborate, annotate e gestite adeguatamente.

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Perché lo Stretto di Messina non diventi il primo “stretto di plastica”

Sentiamo spesso parlare di sensibilizzazione, per quanto riguarda la gestione dei rifiuti. Ormai, siamo abituati a situazioni di degrado ambientale, che, però, non devono diventare la normalità. Tutelare i nostri mari e, prima ancora, i nostri fiumi, non è solo indicatore di civiltà. È un modo per responsabilizzarci e intervenire, provando a smaltire le enormi quantità di materiale inorganico e nocivo che produciamo e abbandoniamo.

Burger King sceglie gli imballaggi a rendere

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Ascolta il podcast di introduzione all’articolo!

Multinazionali e rispetto dell’ambiente sono un’accoppiata di quelle che solitamente non funziona. La dicotomia tra crescita economica esponenziale ed inarrestabile e tutela dell’ambiente è fortissima, tanto che rileviamo molto spesso, anche qui sulle righe de L’EcoPost, come sia difficile fare convivere i due aspetti. Eppure, dal momento che in tempi recenti la questione ambientale sta avendo sempre maggiore seguito, ecco che anche svariate multinazionali cominciano a mostrare interesse verso la tematica. Tra le ultime, in ordine di tempo, c’è la nota catena di fast food americana, Burger King.

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Riportaci il tuo vuoto

La compagnia alimentare ha annunciato che dall’anno prossimo, dal 2021, darà il via all’utilizzo degli imballaggi a rendere. I primi fast food che cominceranno ad impiegare questo sistema saranno quelli di New York e Portland negli USA e di Tokyo in Giappone. Il piano appare piuttosto interessante. Burger King si è detta determinata a eliminare l’enorme quantità di rifiuti derivante dal packaging in cui sono contenuti i suoi alimenti. Il progetto della compagnia per raggiungere l’ambizioso risultato sarebbe quello di una sperimentazione di imballaggi a rendere.

Panini, bibite o qualunque altro alimento ordinato presso uno store Burger King sarà consegnato all’interno di confezioni le quali dovranno poi essere riportate. Al momento del pagamento sarà richiesto anche un deposito cauzionale, il quale verrà poi riconsegnato non appena il packaging sarà riportato in cassa. Che cosa avverrà ai contenitori usati? Ognuno di essi sarà sterilizzato e poi messo nuovamente a disposizione dello staff del punto vendita.

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Il Loop ovvero pronti al riuso

Al trattamento dei contenitori usati riportati penserà il Loop, servizio di imballaggio circolare sviluppato da Terra Cycle. Tale sistema sarà il solo responsabile addetto alla sanitizzazione dei contenitori di Burger King. Si occuperà di pulire in maniera approfondita ogni pacco, di sterilizzarlo e di restituirlo per tutti i futuri utilizzi. La compagnia si fida molto di questo sistema. O perlomeno così ha affermato nella conferenza stampa ove ha illustrato il suo piano di riuso. “I sistemi di pulizia di Loop sono stati creati per disinfettare i contenitori e le tazze alimentari. Ciò significa che ognuno sarà igienicamente pulito e sicuro prima di ogni utilizzo.” Così Matthew Banton, capo del reparto innovazione e sostenibilità per Burger King Global.

“Durante la pandemia da COVID-19 abbiamo visto l’impatto dell’aumento degli ordini da asporto. Ciò rende questa iniziativa di Burger King ancor più importante.” Ha affermato, nella stessa conferenza stampa di lancio dell’iniziativa Tom Szaky di Terra Cycle. Inizialmente saranno solo alcuni punti vendita delle tre città apripista sopra elencate a impiegare questo tipo di servizio. Nella prima fase sarà il cliente a poter scegliere se utilizzare il contenitore riciclabile o meno, come da decisione aziendale. Qualora questo periodo pilota avesse successo, saranno aggiunte via via nuove città e nuovi punti vendita.

Questo programma sarà di importanza capitale per Burger King, dal momento che la compagnia ha fissato obiettivi ambientali ambiziosi. Entro il 2025 infatti, BK ha promesso che sarà in grado di riciclare tutti i rifiuti che produce negli USA e in Canada. Entro quella data, poi, la catena ha promesso che acquisirà tutti i materiali per i propri imballaggi da fonti riciclate, rinnovabili o, quantomeno, certificate.

L’importanza della decisione di Burger King

Il settore del fast food produce tantissimi rifiuti. Pensiamo semplicemente a quanto ci viene consegnato quando ordiniamo un semplice menù al nostro punto vendita preferito. Il panino verrà servito dentro la sua scatola, in carta rigida o morbida, la quale probabilmente si sporcherà molto dovendo contenere un alimento iper-condito e ricco di salse, rendendo il riciclo più difficoltoso. Assieme all’hamburger riceveremo anche le patatine, all’interno del loro imballaggio in carta e, magari, con un vasetto di salsa, a parte, per insaporirle. Infine avremo anche la bibita, all’interno del suo bicchierone, con il tappo in plastica e la cannuccia, anch’essa plastificata, per consentirci di berla in comodità. A ciò dobbiamo aggiungere la tovaglietta che ci viene messa sul vassoio, i tovaglioli e talvolta i bicchieri in plastica.

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La salsa BBQ Dip, tra le più golose di quelle servite presso Burger King, nell’imballaggio con cui viene servita. Foto: openfoodfacts.org

Consideriamo ad ogni pasto quale montagna di spazzatura viene prodotta. Nessuno di questi rifiuti, infatti, è riutilizzabile, parliamo di prodotti monouso che vengono gettati al termine del pranzo – o della cena o, anche, della colazione, ormai consumabile presso ogni fast food.

In questa ottica la decisione di Burger King è davvero importante, tanto che potrebbe essere l’inizio di una nuova era per il settore. Naturalmente, il fatto che la decisione sull’impiego di contenitori riutilizzabili spetti al cliente fa sorgere alcuni dubbi sulla diffusione di questo sistema. Utenti dei fast food con poca sensibilità ambientale o che non si fidino, magari per – errate – convinzioni igieniche, di adoperare packaging riutilizzato potrebbero annullare l’efficacia di questa soluzione, continuando a fare uso dell’imballaggio usa e getta. L’auspicio è che la possibilità di scelta sia presto eliminata e Burger King serva i suoi panini soltanto in contenitori riutilizzabili. L’annuncio della compagnia è un bel passo avanti per il nostro Pianeta. Come sempre avviene quando parliamo di multinazionali di questa dimensione, però, è lecito restare tiepidi di fronte a simili decisioni.

Burger King e il suo endemico greenwashing

Sorgono dubbi ogni qualvolta un fast food che prospera vendendo carne annuncia misure a favore dell’ambiente. In fin dei conti, se consideriamo le emissioni di gas a effetto serra, il consumo di acqua e l’utilizzo dei terreni, ci accorgiamo di quale impatto abbia l’azienda della carne sul nostro Pianeta. Burger King, poi, non è nuova a grandi proclami che non rispecchiano la realtà.

Qualche anno fa, infatti, la catena lanciò un’iniziativa encomiabile sulla carta, contro la deforestazione. Nelle dichiarazioni pubbliche, la compagnia si impegnava a fermare completamente il disboscamento entro il 2030. All’ombra dei grandi proclami, però, nulla si è mosso. Secondo l’associazione Rainforest Norway, la quale si occupa di monitorare la situazione della deforestazione nel mondo, quell’impegno di BK è completamente infondato. Non vi sono infatti prove che il fast food abbia fatto passi avanti in questo campo.

Con questo paragrafo non si vuole tanto incolpare il marchio in questione, bensì aprire gli occhi a chi legge su quelle che sono le strategie di questi grandi gruppi. Burger King, McDonald’s, KFC ma anche Walmart e Nestlè, tutti questi brand sono legati a marchi come Cargill. Tale azienda è un gigante dell’allevamento, responsabile del disboscamento di ampie fette di Foresta Amazzonica perché interessata a guadagnarsi terreni ove piantare la soia, principale alimento di polli e bovini serviti dai fast food in tutto il mondo.

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Marketing e coerenza

Diversamente da quando avvenuto con la campagna contro la deforestazione, ci auguriamo che questa volta dietro l’iniziativa di Burger King ci sia davvero un’intenzione concreta. Seppure la compagnia non si sia finora mai dimostrata troppo coerente relativamente alla questione ambientale, da ambientalisti vogliamo sperare che questa volta il caso sia diverso. Non possiamo però esserne certi.

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La tematica ambientale, infatti, oggi è di gran moda. Da ogni pulpito sentiamo privati, aziende, politici e uomini di potere riempirsi la bocca di ecologia, surriscaldamento globale e tutela ambientale, spesso senza neanche sapere quel di cui stiano parlando. Alla base del lavoro pubblicitario c’è l’obiettivo di convincere e far credere. Bisogna mettere in testa al target pubblicitario di riferimento che la mia carne è più buona di quella del competitor; i miei prezzi sono più economici dei suoi e la mia compagnia è più corretta. Non è sempre necessario che tali affermazioni corrispondano a verità. Da questo punto di vista, la questione ambientale è un potentissimo veicolo di marketing, di questi tempi. Sarebbe bene che, oltre al fumo pubblicitario, ci sia anche l’arrosto di un genuino impegno per l’ambiente nel forno di Burger King.

Mascherina chirurgica, la nuova compagna di banco

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https://anchor.fm/lecopost/episodes/Mascherina-chirurgica-in-classe–Dove-metteremo-le-44-tonnellate-di-rifiuti-generate-ogni-giorno-ej88ku

La data segnata in rosso sul calendario è quella del 14 settembre. Dopo mesi di interruzione delle lezioni in presenza, decisione dovuta alle misure per contenere la pandemia in primavera, si potrà finalmente tornare a fare scuola nelle aule. Vige ancora un pò di confusione sulle condizioni nelle quali si potrà riprendere l’insegnamento; il protocollo diventa più trasparente via via che ci avviciniamo alla data x. Quel che già sappiamo, ad ogni modo, è cosa non mancherà sicuramente, quest’anno, nello zaino dei nostri ragazzi: la mascherina chirurgica usa e getta.

La mascherina chirurgica in classe

Fino a qualche giorno fa, sembrava non ci sarebbe stato alcun obbligo di indossare la mascherina a scuola. Il distanziamento sociale tra i banchi e l’abolizione, piuttosto triste, dei compagni di banco apparivano sufficienti. Poi l’impennata dei casi – siamo tornati ad avere un numero quotidiano di positivi ampiamente superiore alla soglia psicologica di 1000 nuovi contagiati da COVID – e il dietrofront: mascherine anche in aula.

Il comitato tecnico incaricato dal Ministero dell’Istruzione di stilare un protocollo per la ripresa delle lezioni in sicurezza è stato chiaro. Le mascherine chirurgiche andranno indossate alle scuole primarie di primo grado – le elementari – solo in caso di spostamenti. Nelle primarie di secondo grado e nelle secondarie – medie e superiori – invece, l’obbligo di indossare la propria mascherina chirurgica resta anche al banco. Ovviamente, questa normativa è suscettibile di modifica ma, per il momento, questo è quanto.

Chi fornirà queste protezioni individuali? Ogni istituto dovrà fornire ai propri iscritti e docenti, così come a tutto il personale, una mascherina chirurgica giornaliera. Il piano del Commissario Speciale per l’emergenza coronavirus, Domenico Arcuri, è quello di raggiungere una fornitura quotidiana di 11 milioni di mascherine chirurgiche usa e getta destinate alle scuole. I dispositivi di protezione avranno taglie e misure differenti a seconda delle età di coloro i quali ne faranno uso. Ogni istituto dovrà organizzare la distribuzione mattutina della mascherina chirurgica facendo in modo di evitare assembramenti. Che cosa significano, in termini ambientali, 11 milioni di protezioni monouso al giorno?

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Una pessima decisione

In soldoni, fornire ogni giorno 11 milioni di mascherine chirurgiche significa produrre, quotidianamente, 44 milioni di tonnellate di rifiuti da smaltire tramite incenerimento. Non vi è infatti altro modo di disporre di rifiuti sanitari potenzialmente infetti.

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Nel servizio di Quotidiano.Net, la decisione di fornire alle scuole 11 milioni di mascherine chirurgiche

Se questi numeri ci fanno tutt’altro che piacere, dato che già conviviamo abitualmente con mascherine chirurgiche gettate a terra o nei mari, ancora meno ce ne farà sapere che alunni e insegnanti dovranno utilizzare rigorosamente una mascherina chirurgica usa e getta. Quella di stoffa sarà consentita solo laddove la scuola non sarà in grado di fornirla. La decisione appare pessima, presa senza alcun briciolo di considerazione per l’ambiente. Anche dal punto di vista educativo sarebbe stato preferibile evitare di appesantire in questa maniera la rete impiantistica di smaltimento e trattamento dei rifiuti, insegnando magari ai ragazzi che l’ambiente va tutelato evitando, per quanto possibile, l’immissione in esso di nuova plastica.

Per quale motivo questa distinzione? Che cosa cambia effettivamente nell’utilizzo di una mascherina di stoffa rispetto a quello di una chirurgica in materiale plastico monouso?

Mascherina chirurgica e mascherina riutilizzabile

Ritorna utile, a questo punto, approfondire rapidamente per quale motivo si preferiscano dispositivi di protezione usa e getta rispetto a quelli riutilizzabili. La questione principale è la certificazione.

La mascherina chirurgica di uso medico, da utilizzare in ambiente prettamente sanitario, è certificata in base alla sua capacità di filtraggio. Essa risponde a tutte le caratteristiche richieste dalla norma UNI EN ISO 14683 – 2019 che ne sancisce la sua capacità di impedire trasmissioni di germi, batteri e virus. Diversamente, la mascherina riutilizzabile è poco più della sciarpa che adoperiamo, in pieno inverno, per mantenere caldi collo e naso.

Il decreto legge del 17 marzo scorso, emesso in piena crisi sanitaria, stabilisce, all’articolo 16 comma 2, come la mascherina di comunità (riutilizzabile) non sia soggetta ad alcuna particolare certificazione. Inoltre, non si può considerare dispositivo medico e neppure di protezione individuale DPI. Essa è semplicemente una misura igienica utile a impedire la diffusione del virus. Alla luce di ciò, dobbiamo rassegnarci a non poter fare a meno di dover buttare una mascherina al giorno? Non esiste davvero un’altra soluzione?

In realtà no, esistono – seppur siano poche note – aziende d’eccellenza che producono mascherine riutilizzabili e certificate. Le prestazioni di questi dispositivi sono integralmente assimilabili a quelle di una mascherina chirurgica, come traspirabilità, pulizia dai microbi ed efficienza nella filtrazione batterica. Alcuni test dell’Istituto Superiore di Sanità hanno certificato che la protezione resta inalterata fino al ventesimo lavaggio.

Una protezione che non minacci l’ambiente

Il direttore generale di Legambiente, Giorgio Zampetti, è voluto intervenire sul tema e ha affermato: “Auspichiamo che venga predisposta una fornitura adeguata di dispositivi riutilizzabili certificati. Equiparabili alla mascherina chirurgica monouso. Per ridurre il quantitativo di usa e getta che circola nel Paese, garantendo comunque la tutela della salute e invogliando e sollecitando gli studenti a utilizzare protezioni lavabili. La riapertura delle scuole è il più grande cantiere civico che il nostro Paese si trovi ad affrontare. La prevenzione la faranno gli strumenti ma anche la consapevolezza e i giusti comportamenti da assumere per garantire la protezione dal virus.”

Zampetti ha colpito nel segno. Non dimentichiamo infatti che la mascherina chirurgica, così come i guanti monouso, è un prodotto figlio della lavorazione di materiali plastici. Dopo essere stati utilizzati, essi vanno ad aggiungersi alla già più che eccessiva mole di rifiuti dalla stessa composizione che ogni giorno produciamo e troppo spesso disperdiamo nell’ambiente. Sembra che a scuola quest’anno si insegni l’educazione ambientale, chissà che i nostri ragazzi non imparino a smaltire in maniera corretta i loro rifiuti.

Ultimamente, da quando il nuovo coronavirus è entrato prepotentemente nelle nostre vite, i dispositivi di protezione individuale sono diventati il principale rifiuto prodotto dalla nostra società, diffuso davvero in ogni dove dalle Alpi alle Ande, mari compresi. La scelta di fornire agli studenti una mascherina chirurgica giornaliera appare come altra benzina gettata su un fuoco che già crepita deciso. È chiaro che il nostro Paese e la nostra comunità abbiano bisogno della scuola; dobbiamo però fare attenzione che l’istruzione non riparta a danno dell’ambiente.

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Emergenza smaltimento rifiuti: si rischia il collasso

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Come ormai abbiamo imparato a comprendere, un’emergenza sanitaria, per quanto circoscritta nel tempo, ha conseguenze enormi in moltissimi altri settori della società. Questi effetti possono essere positivi, come per esempio la pulizia dell’aria a seguito della riduzione delle emissioni, ma anche molto negative, come il problema della raccolta e del riciclo dei rifiuti.

La sicurezza dei lavoratori

Mancanza di mascherine e di tamponi

Innanzi tutto vi è il pericolo per i lavoratori che, proprio come i dipendenti dei supermercati, i farmacisti, gli impiegati di banche e uffici postali e, ovviamente, i medici, svolgono un’attività ad alto rischio di contagio. Gli addetti al settore della raccolta e gestione dei rifiuti urbani e speciali sono 90 mila nel nostro paese e non tutti hanno a disposizione le misure preventive adeguate all’emergenza sanitaria in corso.

Più di due settimane fa, l’Associazione Imprese Servizi Ambientali “Fise Assoambiente” aveva chiesto al Governo di assicurare un adeguato rifornimento di questi dispositivi alle imprese del settore e di valutare in questa fase di emergenza misure fiscali sui DPI per supportare le aziende. Per quanto però molti comuni abbiano agito tempestivamente e in modo efficiente, fornendo ai lavoratori mascherine e tute protettive, molti altri hanno invece riscontrato problemi e ritardi, specialmente al sud.

Messina, Brindisi, Livorno

A Messina, per esempio, era stato lanciato un allarme da parte delle imprese di raccolta dei rifiuti per mancanza di adeguate protezioni, a cui è seguita una minaccia da parte dei sindacati di uno stop dell’attività. Un episodio simile è avvenuto a Brindisi dove la Cisl aveva richiesto già l’otto marzo maggiori protezioni per gli operatori.

Conseguentemente, Utilitalia, Confindustria Cisambiente, Alleanza delle cooperative italiane e FISE Assoambiente hanno provveduto a un protocollo d’intesa al fine di garantire la continuità di un servizio pubblico essenziale.

Solo ieri, però, a Brindisi il coordinatore territoriale del sindacato ha dovuto sollecitare questo bisogno. Anche se in quella zona, al momento, non è stato registrato alcun caso di COVID-19, sappiamo tutti quanto sia importante la prevenzione, specialmente in aree del Paese che non hanno gli strumenti per poter interfacciare una crisi sanitaria come quella che ha colpito la Lombardia.

Anche a Livorno non sono mancati problemi e proteste, sopratutto in seguito a un altro caso di COVID-19 nel settore dei rifiuti. I sindacati lamentano la mancanza di adeguate misure protettive e di tamponi per gli operatori. Anche le misure igieniche faticano ad essere aggiornate a fronte di un’emergenza. Per esempio la sanificazione dei mezzi, usati da tutti, è fatta in modo approssimativo ed artigianale senza che nessuno lasci un documento che certifichi la data della sanificazione e dei prodotti usati.

Rifiuti contaminati

Il pericolo per gli operatori deriva, oltre che dal contatto con colleghi e con chiunque incontrino durante l’orario di lavoro, anche da quello con i rifiuti stessi. Questi possono infatti provenire da case al cui interno vivono persone positive al virus. Per questo, sono state pubblicate dal Ministero della salute le norme di raccolta dei rifiuti da parte di chi è risultato positivo al tampone.

Chi è in quarantena obbligatoria, per esempio, non deve differenziare i rifiuti, i quali devono essere ben chiusi all’interno di due o tre sacchetti resistenti.Se invece non si è positivi, la raccolta differenziata può continuare come sempre, usando però l’accortezza, se si è raffreddati, di smaltire i fazzoletti di carta nella raccolta indifferenziata.

La difficoltà del riciclo

Vi è poi un’emergenza per quanto riguarda il riciclo dei rifiuti. Innanzi tutto sono aumentati quelli non riciclabili poiché gettati nella raccolta indifferenziata. Il materiale medico-sanitario, per esempio, ma anche gli scarti domestici. Questo causerà non pochi danni all’ambiente nei mesi futuri.

Non possiamo poi non menzionare il fatto che gli imballaggi da smaltire in questi giorni stanno notevolmente aumentando. Questo a causa dell’incremento degli acquisti online. In più, i cittadini iniziano a prediligere l’acquisto di oggetti e alimenti che siano ben protetti da pesanti imballaggi, snobbando quelli sfusi.

Il Conai (Consorzio Nazionale Imballaggi) ha lanciato l’allarme riguardo al rallentamento o blocco di alcune attività industriali che causano l’inceppo delle filiere della raccolta differenziata. Gli stoccaggi sono saturati e gli impianti di riciclo e smaltimento hanno subito un notevole rallentamento. La situazione è ancora più fragile al Sud, poiché quest’area del Paese è dotata di un minor numero di impianti. Questo può avere conseguenze gravissime sul riciclo dei rifiuti non solo aziendali ma anche urbani.

La plastica

Come riporta nel dettaglio il Sole 24 Ore, esiste un materiale plastico di difficile riciclo: il Plasmix. L’unico modo per riciclare questo materiale è nei cementifici, che lo usano come collante. Con la chiusura di questi ultimi, il Plasmix azzera le sue possibilità di essere smaltito in modo ecologico. Quanto alla plastica riciclata, che ammonta al 45,5% del totale di quella consumata, solitamente viene esportata in quantità significative. Tali esportazioni però sono al momento sospese. Infine la plastica riciclata in Italia è destinata specialmente all’industria del giocattolo e dell’arredo urbano. Queste aziende oggi sono chiuse perché non sono considerate essenziali.

Acciaio, alluminio e carta

Per l’acciaio e l’alluminio, vi è il problema della chiusura di quasi tutte le acciaierie e delle fonderie italiane che non possono più riutilizzare questi materiali. Per il riciclo della carta vi sono invece difficoltà di tipo logistico. Mancano infatti i cosiddetti “ritornisti” ovvero persone disposte a compiere viaggi a vuoto ritornando dopo le consegne del materiale da riciclare.

Quali soluzioni?

In risposta a questi problemi, il Ministero dell’Ambiente ha proposto quattro soluzioni immediate.

Aumento degli stoccaggi

Innanzi tutto l’aumento della capacità degli stoccaggi e quindi delle misure di sicurezza in vista di una maggiore quantità di rifiuti. Si alza infatti il rischio di incendi o di infiltrazioni ma anche di emissioni di gas tossici. Saranno poi raddoppiati i permessi per quanto riguarda il periodo di stoccaggio consentito dalla legge.

Una combustione più efficiente

E’ stata anche aumentata la soglia massima di capacità termica per gli inceneritori, al fine di consentire una combustione intensiva e in tempi più brevi. Inoltre, una priorità alla combustione sarà data ai rifiuti provenienti dalle abitazioni in cui sono stati registrati casi di COVID-19.

Le discariche urbane poi fungeranno da temporaneo spazio di stoccaggio dei rifiuti urbani, indifferenziati o differenziati.

Le discariche urbane

A questo proposito, bisogna anche sottolineare il fatto che molti comuni hanno deciso di chiudere le discariche urbane, sopratutto in quelli maggiormente colpiti dall’epidemia di COVID-19. Per citarne alcuni, il comune di Torre Boldone e di Sovere nella bergamasca e quello di Gessate nel milanese. La chiusura delle piattaforme ecologiche, per quanto necessaria, causerà molti problemi di smaltimento dei rifiuti pesanti, anche domestici, per non parlare di quelli aziendali delle attività strategiche.

Un’ occasione per cambiare

Il problema della gestione dei rifiuti durante una simile emergenza è l’ennesimo campanello di allarme e, forse, un’ennesima occasione per ripensare le nostre abitudini. Dovremmo infatti chiederci se vale la pena, a emergenza finita, continuare ad utilizzare le risorse in modo eccessivo. I rifiuti, infatti, derivano spesso da prodotti atti a soddisfare i nostri più futili capricci, oltre che quelli delle più grandi aziende inquinanti.

La pandemia di coronavirus durante la quale ci stiamo dimostrando incapaci di gestire i rifiuti dovrebbe portarci a realizzare che l’essere umano non è invincibile. Anzi, continuando a vivere con le stesse abitudini di sempre, non saremo in grado di far fronte ai problemi futuri di simile, se non peggiore portata. Magari non giungeranno in veste di pandemia, bensì sotto forma di catastrofe naturale o ondate migratorie conseguenti ai cambiamenti climatici. Per questo consumare meno, produrre meno e, quindi, dover smaltire meno sarà l’unica chiave per evitare che la storia si ripeta.

La mascherina e il suo impatto sull’ambiente

Mascherina

La corsa alle mascherine

Sono viste come il più leale alleato in questi tempi di infezione da coronavirus. Le mascherine respiratorie sono diventate il principale accessorio indossato in strada, in questo periodo, da chiunque esca di casa, rigorosamente per recarsi all’alimentari, in farmacia o in posta. O a portare a spasso il cane. L’utilizzo della mascherina è indicato solo a chi risulta positivo, per evitare che le goccioline di saliva, i famigerati droplet, possano contagiare altri. Il positivo, come ben sappiamo, ha l’obbligo di restare a casa in quarantena, anche qualora sia asintomatico. La maggior parte di chi ne fa uso, nelle nostre città, non è positivo al COVID – 19.

A causa soprattutto della paura generata dal patogeno, l’accessorio chirurgico viene utilizzato durante ogni spostamento. Se a ciò associamo l’utilizzo professionale che ne fanno medici e operatori sanitari impegnati nella lotta al COVID – 19, ci ritroviamo con una enorme quantità di mascherine da smaltire. Questa protezione, infatti, è monouso; ogni 4 o 5 ore bisogna gettarla via e sostituirla.

Una mascherina FFP2

Da una sbagliata informazione, l’utilizzo errato della mascherina

Come ci ha ricordato la WHO, l’Organizzazione Mondiale della Sanità, l’unico modo per evitare sprechi è l‘utilizzo razionale del prodotto. In questi giorni di spreco correlato all’utilizzo della mascherina ne stiamo vedendo davvero tanto.

Possiamo verificarlo da tre micidiali effetti, naturalmente correlati l’uno all’altro, che stiamo riscontrando. Il primo, sotto gli occhi di tutti, è la speculazione selvaggia che sta coinvolgendo il prodotto. I prezzi di una mascherina sono schizzati alle stelle data l’impennata della richiesta, in maniera spesso incontrollata ed irragionevole. Ciononostante tantissime persone, la maggioranza potremmo dire, fanno uso di questa protezione, anche se ha poco senso che lo facciano; tale comportamento potrebbe essere controproducente. La mascherina (diversamente dal respiratore facciale), infatti, non serve tanto a proteggere se stessi, quanto a tutelare gli altri. In terzo luogo, naturalmente, l’abuso dello strumento mascherina da parte di chi non è tenuto ad indossarla, può comportarne l’assenza per i contagiati, ai quali sarebbe veramente necessario.

Dobbiamo avere cura di fare uso di questa protezione solo qualora ci occorra veramente farlo. E’ comprensibile volersi difendere al massimo; è però meno comprensibile minare l’ecosistema del nostro pianeta a causa di una protezione blanda e prevalentemente psicologica, se si è negativi al virus.

Chi deve utilizzare la mascherina?

Per chiarire al lettore che, letti i precedenti paragrafi, si stia legittimamente domandando se debba indossare la mascherina, riportiamo le indicazioni base dell’OMS, rilanciate dal Ministero della Sanità. E’ necessario che indossi la protezione chiunque soffra di malattie respiratorie, o riporti sintomi riconducibili ad esse. Nello specifico, va da sé, deve indossarla chiunque riporti sintomi riconducibili al COVID – 19: tosse, starnuti o febbre prolungata. La mascherina è alleato prezioso per chiunque sia a stretto contatto con contagiati – o persone fortemente sospettate di esserlo. Lo strumento è più utile alle persone che circondano chi la indossa che all’indossatore stesso.

Un simpatico contributo animato per aiutarci a capire se dobbiamo davvero fare utilizzo della mascherina, Video: Cartoni Morti

Numerosi esperti che appaiono in tv o su altri media, in questi giorni, consigliano a tutti di indossarla, dal momento che il contagio è galoppante. Seppur si sia appena visto come ciò non sia necessario. Lascio dunque alla sensibilità di ognuno la decisione se indossare la mascherina o meno, anche alla luce di ciò che andremo a scrivere nelle prossime righe.

Tipologie e sigle

Se abbiamo deciso di utilizzarla, dobbiamo avere l’accortezza di selezionarne modello e tipologia adeguati. La mascherina non è un accessorio trendy, come gli occhiali da sole o una sciarpa, bensì una protezione medica. Cominciamo dicendo che le tipologie utilizzate in camera operatoria, così come quelle comunemente note come antismog, non hanno alcuna utilità antivirale. Per proteggere e proteggersi dal coronavirus occorre una mascherina specifica, ideata e realizzata appositamente per la protezione respiratoria. Il protocollo corretto è quello dei modelli siglati con le diciture seguenti: FFP1, FFP2 oppure FFP3. Particolarmente efficaci sono gli ultimi due: il loro filtraggio oscilla tra il 92 ed il 98%, a seconda degli studi. Il prezzo di questi prodotti non dovrebbe allontanarsi molto dai 5 euro.

Una mascherina semifacciale FFP3

Naturalmente, nell’utilizzare la mascherina, vanno tenute presenti alcune indispensabili precauzioni. Prima di indossarla, occorre lavarsi sempre accuratamente le mani, con sapone o disinfettante, come abbiamo (re)imparato bene a fare, in questi giorni così difficili. In secondo luogo, va verificata la perfetta aderenza tra strumento e viso, bocca e naso devono essere ben protetti. Infine, dovrebbe essere scontato ma quotidianamente vediamo come non lo sia, non tocchiamo mai la mascherina durante l’uso. E’ una cosa da ricordare soprattutto a coloro i quali si levano la protezione per grattarsi il naso, o per rispondere al telefono, per poi reindossarla subito dopo.

L’impatto ambientale della mascherina

La mascherina protettiva, prodotto alla cui produzione si stanno dedicando, in questi giorni, sempre più aziende, anche italiane, è composta di polipropilene. A causa di questo materiale, l’accumulo delle mascherine corre il rischio di creare seri problemi all’ambiente. Il polipropilene è un materiale plastico, difficilmente biodegradabile, pericoloso soprattutto per i mari. Non sono poche le associazioni ambientali che hanno già avvertito di questa incombente minaccia, la quale corre il rischio di farsi sempre più grave, con il prosieguo della pandemia.

La serietà della situazione è stata ben evidenziata da Oceans Asia, organizzazione impegnata nella salvaguardia marina, tramite il suo fondatore Gary Stokes. Egli ha affermato: “Abbiamo visto la diffusione delle mascherine per sole 6/8 settimane. Eppure stiamo già riscontrando i loro effetti sull’ambiente.” Il riferimento è alla triste scoperta su una spiaggia delle Isole Soko, vicine ad Hong Kong. A quelle latitudini sono state rinvenute 100 maschere, nell’arco di due settimane, giunte dall’Oceano. Il costante utilizzo di plastiche monouso, insieme nel quale naturalmente rientrano le mascherine, rappresenta uno dei principali problemi per l’inquinamento mondiale. Vittima favorita di questi prodotti è l’ecosistema marino.

L’impietosa pesca delle mascherine in mare, su una spiaggia delle Isole Soko, Foto: Taipei Times

Siamo naturalmente tutti impegnati nella lotta al virus e ogni guerra ha le sue vittime. I numeri sono impietosi, lo sappiamo bene in Italia. Impegniamoci però a tener fuori l’ambiente dal bollettino dei caduti di guerra, altrimenti non faremo in modo a riprenderci da questa crisi che dovremmo affrontarne subito un’altra. Quella che stavamo affrontando già prima, se qualcuno ancora lo ricorda. E il bilancio di quella battaglia, non potrà che essere più impietoso.

Sfruttamento ambientale e virus sono profondamente legati, basta seguire qualche approfondimento televisivo o radiofonico, in questi giorni, perché qualcuno analizzi questo aspetto. Anche noi lo abbiamo fatto, sulle pagine dell’EcoPost.

Come smaltire mascherina e guanti?

Non più di qualche giorno fa, era il 18 marzo, si è svolta la giornata del riciclo. Inevitabilmente, dato il periodo che stiamo attraversando, si è dedicata particolare attenzione allo smaltimento di guanti e mascherine protettive. In che modo trattiamo questi accessori al termine della loro breve vita?

I guanti monouso si dividono principalmente in due tipi. Quelli più diffusi, in lattice, non sono riciclabili e vanno gettati nella raccolta indifferenziata. Lo stesso vale per quelli composti di nitrile, una gomma sintetica. I guanti in vinile, o PVC, invece, fanno storia a parte, essendo derivati di materiale plastico, vanno gettati nella raccolta differenziata della plastica. Naturalmente, parliamo di protezioni utilizzate da persone non positive al COVID – 19. I malati devono sospendere la raccolta differenziata e gettare i loro rifiuti, indistintamente, all’interno dell’indifferenziata, curandosi di chiudere in doppi sacchetti la loro spazzatura e raccoglierla in un ambiente inaccessibile agli animali domestici. Questi rifiuti, inevitabilmente, risulteranno contaminati e non sarà dunque possibile riutilizzarli.

L’infografica dell’Istituto Superiore della Sanità per lo smaltimento di rifiuti durante la pandemia

Per quanto riguarda, invece, le mascherine, esse non sono mai riciclabili. Gettiamo tale prodotto, sempre e comunque, nella raccolta indifferenziata. La disposizione vale anche per l’utilizzatore non positivo al nuovo coronavirus. Teniamo dunque presente che ogni singola mascherina usata costituisce un rifiuto che non potremmo riciclare.

Per agevolare il lettore, ricordo che l’Istituto Superiore della Sanità ha dato indicazioni precise sullo smaltimento dei rifiuti urbani in questo periodo.

L’Italia spedisce tonnellate di rifiuti illeciti in Malesia

malesia

Quello che leggerai ti sembrerà parecchio triste se fino ad ora la Malesia figurava nel tuo immaginario come la patria di una tigre bellissima e sfondo di racconti salgariani avventurosi, dove la natura selvaggia, prima ancora di Sandokan, era la protagonista indiscussa. Quella natura di cui ti raccontano gli amici, dopo un viaggio affascinante in Sud-Est Asiatico sfoggiando fotografie in fitte foreste incontaminate e spiagge sconfinate. Quella natura, però, non è e non sarà più così incontaminata a causa dei nostri rifiuti plastici.

Rifiuti bruciati o abbandonati

Grazie a una approfondita operazione di ricerca, con tanto di telecamere nascoste, Greenpeace ha scoperto che dal 2019 l’Italia ha spedito in Malesia 1300 tonnellate di plastica.

Oltre all’impatto ambientale che deriva dal trasporto stesso della plastica, le conseguenze peggiori sono dovute al fatto che su 65 spedizioni, 43 sono state inviate a impianti irregolari di smaltimento. Ciò significa che la plastica viene bruciata senza nessun rispetto per l’ambiente e la salute umana.

Nello stesso report si può vedere la presenza di rifiuti plastici, di origine chiaramente straniera, abbandonati all’aperto senza alcun controllo né messa in sicurezza.

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Greenpeace ha anche attuato quella che si può chiamare controprova. La loro unità investigativa è infatti riuscita ad ottenere dal governo di Kuala Lumpur (capitale della nazione) alcuni documenti riservati.

In essi si nominano le 68 aziende malesi responsabili dell’importazione di rifiuti e Greenpeace le ha contattate. Alcune di queste erano disposte a importare illegalmente i nostri rifiuti fittizi, compresa plastica contaminata e rifiuti urbani. Ma la parte più triste dell’inchiesta è sicuramente la testimonianza dei cittadini malesi, che hanno chiesto aiuto a Greenpeace prima che il loro territorio venga irrimediabilmente ricoperto di rifiuti.

Un traffico di lunga data

Il fenomeno però non è iniziato solo nel 2019. La nostra plastica di difficile riciclo viene mandata in Malesia già da qualche anno. Dopo lo stop della Cina alle importazioni di rifiuti di bassa qualità, dal 2017 la Malesia importa circa il 20 per cento dei residui plastici dell’Unione Europea. I dati di Eurostat, diffusi da un dossier di Greenpeace, indicano che l’Italia invia in Malesia un quantitativo di rifiuti che ha un peso pari a 445 Boeing 747 a pieno carico.

L’Italia, poi, non è l’unica nazione che manda gli “avanzi” in Malesia. Anzi, si è aggiunta a una lunga lista in cui appaiono Bangladesh, Arabia Saudita, Singapore, Stati Uniti, Regno Unito, Francia.

Nel maggio del 2019 la Malesia aveva provato a reagire, rispedendo all’Occidente 3 mila tonnellate di rifiuti. Le parole del ministro dell’ambiente malese erano chiare: “Se ci sono persone che vogliono vedere questo Paese come la discarica del mondo, stanno sognando, quindi noi rimandiamo indietro il carico”. Questa minaccia non è stata sufficiente perché i trafficanti di rifiuti terminassero i loro loschi affari.

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Non solo in Malesia

L’esportazione di rifiuti illeciti non riguarda soltanto la Malesia. Dopo il blocco cinese, i paesi occidentali hanno dovuto trovare altre “valvole di sfogo”. La Turchia, forse anche grazie alla maggiore accessibilità in termini di distanza, è stata la prima destinataria. Si pensi soltanto che, secondo i dati diffusi da Greenpeace, nel 2016 la Turchia importava “solo” 4.000 tonnellate di plastica. Nel 2018 le tonnellate sono diventare 20.000.

Lo dimostra un triste caso avvenuto in Turchia, a 30 chilometri da Smirne. Lo scorso 4 settembre un imprenditore italiano ha abbandonato in un terreno privato 500 tonnellate di ecoballe, per poi fuggire e sparire nel nulla.

In fondo non siamo così potenti

Il fatto che si sia trattato di un imprenditore, può far dedurre il motivo principale di questi traffici, sicuramente scontato: il vil denaro. Alle aziende di smaltimento italiane, infatti, costa meno inviare la plastica in un’altra nazione, la quale non chiederà altro che una quantità di denaro relativamente bassa. Questo porterà all’azienda italiana un grosso risparmio in termini di risorse umane ed energetiche riservate di solito allo smaltimento corretto della plastica.

Inoltre, in questo modo le nazioni in via di sviluppo sono tenute in pugno dal denaro di quelle che, in teoria, sono già ampiamente sviluppate. Bisognerebbe però chiedersi se questa superiorità che tanto pavoneggiamo sfoggiando cospicue mazzette, lo sia davvero.

Se fossimo un paese davvero avanzato utilizzeremmo i soldi che diamo loro illecitamente per rendere i nostri impianti di riciclaggio efficienti. A guidarci sarebbero dei valori morali che ci vieterebbero l’attuazione di un abuso di potere simile. Oltre al fatto che avremmo abolito già da molto tempo la famigerata plastica monouso. Ma questa è un’altra triste storia.

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Indonesia rimanda in Australia i rifiuti ricevuti: erano contaminati

indonesia

L’Indonesia ha chiuso con i compromessi. Martedì la Nazione asiatica ha rispedito più di 210 tonnellate di spazzatura in Australia, da dove, d’altra parte, provenivano. Motivo? I rifiuti erano contaminati.

Contaminazione pericolosa

All’interno di quella che doveva essere la raccolta della carta, infatti, sono stati trovati molti altri materiali come bottiglie di plastica (leggi qui la vita di una bottiglia di plastica), lattine, pannolini usati, cibo, indumenti. Vi erano, inoltre, anche scarti di materiali elettrici e contenitori che in passato contenevano olio motore o detergenti. Come ha detto il Ministro dell’Ambiente indonesiano, era d’obbligo rimandarli indietro in quanto questi materiali sono potenzialmente dannosi per l’ambiente e per le persone.

Non bisogna però pensare che la contaminazione derivi soltanto da sostanze tossiche. Questa infatti sussiste anche quando i materiali si mischiano tra loro, compromettendo la purezza del prodotto originario e rendendolo definitivamente non riciclabile. Sempre a causa della contaminazione l’Indonesia aveva già rispedito in Francia 49 container di rifiuti. Anche la Malesia a marzo ha rimandato nei Paesi d’origine (Australia, Bangladesh, Canada, Cina, Giappone, Arabia Saudita e Stati Uniti) 450 tonnellate di plastica contaminata. Le Filippine, dal canto loro, hanno spedito in Canada 69 container pieni di spazzatura.

Proteste e provvedimenti

Tutto questo ha preso il via da alcune proteste avvenute nei mesi scorsi in tutto il Sud Est Asiatico. Forse sono da ringraziare i nuovi media come internet e i social che hanno reso noto a tutti il problema di quelle che oramai sono le “discariche dell’Occidente”. Forse è stato anche lo scambio proficuo di informazioni tra abitanti e viaggiatori, che sempre più spesso giungono in questi Paesi. Oppure semplicemente era diventato impossibile per gli abitanti chiudere gli occhi di fronte all’enorme quantità di rifiuti che vengono costantemente riversati nei mari e nei fiumi del sud est asiatico.

La massa di spazzatura spedita in questi paesi da quelli più ricchi è infatti drasticamente aumentata dopo che la Cina ha bloccato l’importazione di rifiuti da Paesi quali Australia, America ed Europa. La Cina nel 2016 ha raccolto 600 mila tonnellate di plastica al mese rendendola uno dei maggiori Paesi per il riciclo di plastica. Senza la Cina, l’Indonesia, la Malesia e le Filippine sono state quindi scelte come nuove “discariche”. Fortunatamente però, come i fatti degli scorsi giorni hanno dimostrato, i Paesi in via di sviluppo non si stanno del tutto piegando in maniera remissiva ai loro ricchi carcerieri.

Discarica di Surabaja, Indonesia (afp)

Come risolvere il problema?

L’Australia sta pensando a come risolvere rapidamente il problema dell’Indonesia e degli altri Paesi che rifiutano la loro spazzatura. Peter Shmigel, il capo dell’Australian Council of Recycling, si è esposto dicendo che il governo dovrebbe investire più soldi nel riciclaggio, utilizzando questi vecchi-nuovi materiali per progetti pubblici. Riciclare, però, non è sempre facile poiché il rischio di contaminazione è alto. Per questo anche il nostro ruolo da civili è importantissimo. Un’attenzione maggiore a come differenziamo la nostra spazzatura, giorno per giorno, nelle nostre case è vitale per il bene del Pianeta. E, ancora meglio. è seguire il primo comandamento dell’ecologia: comprare meno, comprare meglio, riducendo al minimo la produzione dei rifiuti. (Leggi qui alcuni consigli per la raccolta differenziata)

India, una montagna di rifiuti alta come le torri del London Bridge

india

A Ghazipur in India, in prossimità di Delhi, esiste una vera e propria montagna di rifiuti che secondo quanto affermato dal sovrintendente ingegnere di East Delhi, Arun Kumar, ha raggiunto un’altezza di 65 metri. Per capirci, la stessa altezza delle torri del London Bridge.

Troppo tempo fa

Questa discarica è stata aperta nel 1984 e già nel 2002 aveva raggiunto i 20 metri ovvero la sua capienza massima. Questo perché ogni giorno interi camion di spazzatura riversavano il loro contenuto nella discarica, anche dopo gli inutili avvertimenti della East Delhi Municipal Corporation (EDMC). D’altra parte le 21 mila persone che vivono a Nuova Delhi non hanno molte altre alternative dove gettare i propri rifiuti, oltre ad altre due discariche. Anche queste, però, hanno entrambe raggiunto la loro capienza massima almeno dieci anni fa. “Il monte Everest”, come è stato soprannominato dai locali, continua a crescere di anno in anno. Con circa 2000 tonnellate di rifiuti al giorno il tasso di crescita è di 10 metri ogni anno. Di questo passo, entro un anno diventerà più alto del Taj Malhal, uno dei più iconici monumenti della nazione.

Conseguenze sugli abitanti

Le conseguenze dovute a questa discarica ormai da tempo abusiva sono molte e terribili per gli abitanti della zona. L’anno scorso due uomini sono morti a causa di una frana dovuta alle forti piogge. Anche senza pioggia, comunque, si formano spesso pendii ripidi e instabili, affatto sicuri per chiunque lavori nella discarica e, purtroppo, spesso sono bambini.

Inoltre, poiché i rifiuti su questa pila montuosa non vengono compattati, questo incoraggia la decomposizione e genera moltissimo calore e metano. Ciò significa che, da un lato, nelle giuste condizioni, i fuochi spontanei si scatenano facilmente fuochi spontanei che quindi destabilizzano ulteriormente l’intera struttura oltre ad essere molto pericolosi per i lavoratori della discarica e per i villaggi vicini. Come riporta l’associazione ambientalista Chintan, “la mattina del 1 ° febbraio 2012 i bassifondi
alla discarica di Ghazipur hanno preso fuoco per l’ennesima volta. Oltre 240 famiglie raccoglitrici di rifiuti hanno perso ogni oggetto di loro proprietà”.

Dall’altro lato, i gas tossici emanati dalla discarica causano malattie mortali a persone animali. Shambhavi Shukla, ricercatore Senior presso il Center for Science and Environment di Nuova Delhi, ha affermato che il metano emanato dalla spazzatura può diventare ancora più letale se mescolato con l’atmosfera. I rifiuti, inoltre, rilasciano queste sostanze anche nel terreno, andando quindi a inquinare la falda acquifera e rendendo l’acqua non potabile.

Un medico locale ha detto che vede circa 70 persone al giorno che soffrono principalmente di disturbi respiratori e dello stomaco, molti dei quali sono bambini. Un’indagine governativa indiana ha riportato che tra il 2013 e il 2017 Delhi abbia visto 981 decessi per infezione respiratoria acuta.

La raccolta differenziata: come farla al meglio

Non è sempre facile fare la raccolta differenziata correttamente. Sia perché i comuni italiani seguono regole diverse per la gestione dei rifiuti, sia perché spesso è necessario attuare alcuni accorgimenti aggiuntivi. Tenendo presente dunque le possibili variazioni tra le varie aree del paese, ecco una guida generale per differenziare al meglio i propri rifiuti. Il pianeta vi ringrazierà.

Leggi sul sito del governo le regole per la raccolta differenziata durante il COVID-19

Le regole generali della raccolta differenziata

  • La prima regola per svolgere bene la raccolta differenziata è quella di consultare il sito del proprio comune. Ogni città, infatti, segue regole di smaltimento diverse. Per esempio, alcuni comuni prevedono che il vetro e l’alluminio abbiano un cassonetto unico, altri no.
  • Una seconda regola importante è quella di dividere il più possibile i materiali. Bisogna dividere, per esempio, i vasetti di yogurt di plastica dalla loro copertura, solitamente in alluminio. Oppure è bene svitare il tappo in metallo dal vasetto di vetro, anche se si raccolgono insieme. Oppure ancora vi sono sacchetti di carta al cui interno vi è una pellicola di plastica per permettere di vedere il contenuto. Se possibile, togliere la pellicola. Questo faciliterà lo smaltimento dei rifiuti.
  • Pulire sempre i rifiuti da eventuali residui di cibo, poiché rendono difficoltoso lo smaltimento e possono fermentare all’interno dei cassonetti.
  • Portare in discarica i rifiuti di grandi dimensioni, anche se potrebbero potenzialmente essere gettati in un contenitore domestico. Le cassette della frutta, per esempio, si devono portare alla piattaforma ecologica e non vanno nell’organico.
  • Le pile e le batterie, come più in generale i rifiuti elettronici, sono materiali altamente pericolosi, pertanto vanno smaltite soltanto negli appositi centri di raccolta. Anche i farmaci devono essere gettati nell’apposito contenitore che solitamente si trova fuori dalle farmacie.
  • I tessuti in cattivo stato possono essere gettati nell’indifferenziata, mentre se sono in buono stato è bene portarli presso gli appositi raccoglitori appartenenti, di solito, ad associazioni umanitarie.

La raccolta differenziata: ad ognuno il suo contenitore

Umido

La raccolta differenziata ha una colonna portante: la divisione dell’umido dal resto. Forse lo sanno anche i muri, ma per raccogliere l’umido bisogna usare i sacchetti biodegradabili. Qui si buttano tutti i rifiuti biodegradabili quindi gli avanzi di cibo, i filtri del tè (a cui bisogna staccare i punti metallici della pinzatrice), i fondi del caffè, i tovaglioli unti, pezzi di carta e cartoni della pizza sporchi di cibo, la segatura, gli stuzzicadenti, i bastoncini in legno dei gelati, i fiori e piccole piante domestiche, paglia, terriccio, cortecce degli alberi. NON gettate nell’umido la lettiera per gli animali, anche se 100% biodegradabile, bensì nell’indifferenziata.

Carta

La parte più semplice della raccolta differenziata è gettare la carte. Mi raccomando, però, tutta la carta e il cartone gettati qui devono essere puliti. Qui si gettano anche i contenitori porta-uova. I contenitori in Tetra Pak (quelli del latte o dei succhi di frutta) seguono regole diverse per ogni comune. È bene comunque separare sempre i tappi di plastica dal cartone.

I cartoni della pizza puliti vanno nella carta ma, a rigor di logica, saranno sporchi. Gettateli quindi nell’umido. Non buttare nel contenitore della carta tovaglioli o carta da cucina unti o sporchi di cibo, i quali vanno gettati nell’umido.

NON vanno in questo contenitore gli scontrini fiscali, che invece sono destinati all’indifferenziata. In generale per capire se un materiale è cartaceo o plastico, provate a strapparlo. Se si divide facilmente è carta, se fa resistenza è plastica oppure un mix (indifferenziata)

raccolta differenziata

Plastica

Prima di buttare i contenitori in plastica, pulirli da ogni residuo di cibo e separarli da altri materiali. Gettate in questo cassonetto vasetti di yogurt, contenitori di detersivi e shampoo, bottiglie, sacchetti e le retine della frutta e verdura, che sono di plastica (ecco perché è bene comprare prodotti sfusi). Inoltre, buttate qui le stoviglie di plastica (piatti, posate, bicchieri), detti comunemente “di carta”, creando confusione.

Il polistirolo è un materiale particolare, la cui destinazione varia da comune a comune. E’ quindi bene informarsi, anche se solitamente si getta nella plastica.

Le pellicole per alimenti sporche non vanno gettate nella raccolta della plastica bensì in quella dell’indifferenziata. Se vi sono residui di materiali pericolosi quali vernici o colle non gettateli nella plastica, ma portateli al centro di smaltimento più vicino. (Leggi come ridurre la plastica riciclando)

Vetro

Un altro must, anche abbastanza semplice, della raccolta differenziata è il vetro. Ricordatevi, però, di dividere l’eventuale tappo in metallo dal contenitore.

NON sono da gettare nel vetro invece le lampadine e neon, contenitori in pirex (quelli dei tupperware o dei dosatori) e piatti, tazze e bicchieri in ceramica, che sono invece destinati alla piattaforma ecologica, dove è bene portare anche gli specchi e i vetri di grandi dimensioni come le finestre.

Leggi anche: “I benefici del vuoto a rendere”

Metallo

Qui potete gettare latta e lattine, contenitori per alimenti in alluminio, carta stagnola pulita, coperture in alluminio degli yogurt, tappi dei contenitori in metallo. Anche le bombolette spray senza simboli di pericolosità. Quelle pericolose, invece, portatele in discarica, così come gli oggetti ingombranti quali pentole e posate.

La raccolta indifferenziata

Tutto ciò che non va negli altri contenitori o che contiene materiali diversi non divisibili come la carta plastificata degli scontrini, i giocattoli, le penne, i pennarelli, le matite e tutti i prodotti da cancelleria, i pannolini e gli assorbenti (gettare qui anche quelli 100% cotone usati), gli spazzolini, i mozziconi di sigaretta, la lettiera per il gatto, gli ombrelli, i cd e i dvd, il nastro adesivo, le lamette dei rasoi, l’abbigliamento in cattivo stato. Piccoli pezzi di ceramica si possono buttare in questo sacco, ma è preferibile, se sono grandi quantità come servizi di stoviglie o vasi, portarli all’isola ecologica.

Leggi qui dove buttare l’olio usato. Spoiler: non nel lavandino!