Allevamenti intensivi ittici: tra ecologia ed etica

In un periodo storico come quello attuale, all’insegna delle pandemie e del disequilibrio tra uomo e natura, è importante focalizzare l’attenzione sugli allevamenti intensivi. Di questi ultimi, seppur meno trattati, fanno parte gli allevamenti ittici; spreco, sofferenza e inquinamento ambientale sono solo alcune delle drammatiche conseguenze legate a questa pratica, sempre più utilizzata in molte parti del mondo.

Dati alla mano

L’itticoltura è il settore zootecnico con la più rapida crescita; si pensi che nel ’74 provvedeva solo al 7% del fabbisogno totale di pescato, passando al 39% del 2004. Oggi, in Europa, il pesce da allevamento corrisponde al 50% di quello immesso nel mercato, e con tutta probabilità a breve toccherà il 60%.

Come si è arrivati a questi numeri? Da una parte un aumento globale del consumo di pesce, passato da 18 milioni di tonnellate nel 1950 a 104 milioni nel 2015. E, come conseguenza, la pesca intensiva ha sovrasfruttato i mari, impoverendoli a tal punto da portare numerose specie sull’orlo dell’estinzione.

Nel 2014 la Commissione Europea ha dichiarato infatti che:

“il 96% delle specie di fondale mediterranee è soggetto a uno sfruttamento eccessivo”.

La risposta a questo grave problema non è stata invitare a una riduzione del consumo di pesce, ma costruire ampie vasche a terra o enormi gabbie di rete in mare, in cui far riprodurre e crescere i pesci.

In ognuna di queste gabbie possono vivere da 100 a 300 mila pesci; in situazioni che non prevedono alcun interesse per il loro stato di salute. Il problema dunque non è solo di carattere prettamente ecologico, ma anche etico. Il sovraffollamento nelle vasche è quasi una costante e in più allevamenti si è riscontrata la presenza di acque torbide e sporche.

Quanto inquinano gli allevamenti intensivi ittici?

Troppo spesso i consumatori sono poco informati sulle problematiche legate a questo tipo di allevamento. Prima di tutto, ingenti danni ambientali; la produzione annuale di 43 milioni di tonnellate di gas serra emessi e immensi consumi di acqua, ossigeno, energia elettrica e farmaci.

Si parla di tonnellate di rifiuti e di liquami scaricati in mare e nei fiumi; alcune sostanze in eccesso eutrofizzano le acque, provocando una invasioni algale e quindi, di attività batterica. Questa porta alla morte delle forme di vita limitrofe a causa di un eccessivo consumo di ossigeno.

Tra gli scarti prodotti dall’allevamento ittico annualmente ci sono più di 500 mila tonnellate di escrementi; causate dalla ricchezza di fibre nella dieta imposta ai pesci allevati, rispetto all’alimentazione che seguono in natura. La percentuale di fibre nella dieta in trent’anni è passata dal 10% al 70% del volume del mangime. Inoltre, negli escrementi si concentrano i residui dei medicinali che vengono somministrati ai pesci spargendoli in acqua. Questi ultimi si diffondono anche al di fuori dei confini degli allevamenti, soprattutto in mare aperto.

L’ambiente in cui i pesci sono costretti è così insalubre e sovraffollato che gli animali si ammalano e si trasmettono parassiti l’un l’altro, come dimostrano diversi casi di epidemie. Che spesso poi, rischiano di passare all’uomo.

Per tenere a bada alghe e parassiti, questi allevamenti impiegano tonnellate di antibiotici, alghicidi, erbicidi, disinfettanti e insetticidi. Gli allevamenti in mare finiscono per contaminare anche i pesci liberi, che assorbono le sostanze, subendone le conseguenze.

Secondo un studio pubblicato su Nature, gli abitanti di 66 Paesi mangiano pesce nel quale la concentrazione di mercurio è superiore a quella ritenuta pericolosa per un feto in crescita.

Farina e olio di pesce, cosa c’è di sbagliato?

Recentemente sono emersi nuovi dati che mettono in luce come gran parte del pescato non finisca sulla tavola delle popolazioni locali, ma piuttosto diventi mangime per gli allevamenti di pesce di altri paesi.

Anche in questo caso quindi si ripresenta un meccanismo già ben noto al sistema di allevamenti intensivi “terrestri”; c’è una parte del mondo, come l’Africa, che si trova ad utilizzare le sue risorse, il pescato in questo caso, per dare da mangiare agli animali allevati per sfamare la parte del mondo “ricca”.

Il business che si sta sviluppando consiste nel prendere il pescato dalle popolazioni locali ed utilizzarlo per produrre farina o olio di pesce; prodotti che vengono usati dalle industrie di mangimi per gli allevamenti intensivi.

Negli ultimi due anni, l’ufficio africano di Greenpeace ha condotto una ricerca documentando la presenza di oltre 40 impianti di produzione di farine e oli di pesce tra la Mauritania, il Senegal e il Gambia. Negli ultimi 25 anni le catture totali di pesci pelagici sono più che duplicate.

È quindi chiaramente un fenomeno preoccupante e in rapida crescita. Perché? La richiesta di pesce da parte dei consumatori del mondo “ricco” è in continuo aumento. Ma la causa di questo aumento della richiesta di pesce e prodotti ittici non è da ricercare solo nei consumi diretti, quanto anche nell’aumento degli allevamenti intensivi di pesce, che si stanno sviluppando a velocità impressionante.

Analizzando il mercato dell’importazione-esportazione, si vede chiaramente come anche l’Italia abbia una parte di responsabilità di quello che sta succedendo. Difatti è uno dei principali importatori di farine di pesce e di olio, per esempio dal Senegal.

Vita e morte negli allevamenti intensivi

Se la situazione di galline, ovini e bovini è sotto gli occhi del Mondo, altrettanto non si può dire del pesce. Si pensi ai salmoni: vengono privati del loro istinto di riprodursi risalendo i fiumi e costretti a vivere in recinti. Alimentati con coloranti chimici per dare loro un aspetto rosa arancio.

O ancora ai gamberi. Forse non tutti sanno, che quelli che troviamo nel banco frigo dei supermercati provengono da allevamenti intensivi che comportano inquinamento, distruzione di ecosistemi, deforestazione costiera e ancora erosione del suolo.

I pesci allevati in tali condizioni non possono esprimere i loro comportamenti naturali. La loro è una vita trascorsa in ambienti insalubri con altissime densità dove spesso vengono alimentati con mangimi medicati per contenere l’inevitabile diffusione di virus e batteri

Divorati vivi dai parassiti, imbottiti di medicinali e ammassati in condizioni che nel caso di altri animali sono considerate crudeltà, i pesci sono vittime invisibili. Subiscono sovraffollamento, inquinamento, sofferenza e una morte che spesso è anche inutile: difatti, ogni anno 10 milioni di tonnellate di pesci vengono ributtati in mare perché non idonei alle richieste del mercato.

L’alimentazione umana si basata su appena 25 specie di pesce; tra le quali a dominare sono soltanto tonno, salmone, spigola e merluzzo. Pur essendo 550 le specie allevate in 190 Paesi.

Dall’asfissia nel ghiaccio di orate e spigole a quella senza ghiaccio per le trote; il tempo dell’agonia degli animali varia tra un’ora e i 250 minuti. Il metodo del congelamento con anidride carbonica non garantisce lo stordimento dei pesci, i quali mostrano chiari segni di agitazione e stress. Capita spesso che prima dello stordimento tramite un colpo in testa, i pesci possano passare anche lunghi periodi fuori dall’acqua.

Come cambiare la realtà degli allevamenti intensivi?

Questa pratica impoverisce le risorse naturali del nostro Pianeta causando un impatto ambientale enorme, con il solo scopo di sfamare gli animali negli allevamenti. E’ il medesimo processo che sta portando alla distruzione delle foreste pluviali per fare spazio alle coltivazioni di cereali come la soia, per produrre il foraggio di bovini, maiali ed altri animali costretti negli allevamenti intensivi.

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Non esiste una legge ad hoc per la protezione dei pesci negli allevamenti intensivi. Ci viene continuamente detto che l’assunzione di pesce, e quindi di omega-3, sia essenziale per un corpo sano. Nessuno fa presenti però, i pericoli che si celano dietro questi stabilimenti.

La richiesta di pesce aumenterà nei decenni a venire come ovvia conseguenza della crescita esponenziale del genere umano sul Pianeta. Sono quindi necessari interventi che mirino alla risoluzione del problema.

Possiamo scegliere di consumare sempre meno – o non consumare affatto – il pesce e altri prodotti ittici. E’ un primo passo che ognuno di noi può compiere per aiutare gli oceani. Ma non basterà. La politica ha il dovere di legiferare su questa realtà: è importante che vi sia una maggiore tracciabilità dei pesci allevati, di spazi più ampi, così da generare un minor stress fisico e l’eliminazione di farmaci. Educare al consumo di specie meno pregiate, così da far riprendere gli stock ittici delle specie più sfruttate.

La nostra società attuale si aspetta sempre delle prestazioni molto rapide. Siamo le generazioni del “tutto e subito”; non si da tempo alla natura di poter fare il proprio corso. Per questo diamo ormoni potenti alle piante e ai pesci, inquinando terreni e mari.

La politica deve essere affiancata dalle scelte consapevoli del singolo cittadino: lo stile alimentare che adottiamo, infatti, è una decisione importantissima che influisce in modo diretto sul clima, sugli animali e sull’ambiente.

Ghost net: le reti da pesca che soffocano gli oceani

reti da pesca

Negli ultimi giorni è divenuta popolare la notizia di un capodoglio, “Furia”, completamente intrappolato in una spadara (rete illegale in molti paesi) nei pressi delle isole Eolie. Non è la prima volta che notizie del genere giungono alle orecchie della stampa nazionale e mondiale; le reti da pesca abbandonate, perse o illegali ogni anno mietono migliaia di vittime negli oceani e prendono il nome di ghost net.

Ghost net, cosa sono?

Per ghost net, o reti fantasma, si intendono tutte quelle reti andate perse o lasciate in mare perchè danneggiate durante le battute di pesca. Quasi invisibili nella penombra, possono essere lasciate aggrovigliate su una scogliera o alla deriva in mare aperto. Possono intrappolare pesci di varie dimensioni, mammiferi, uccelli e altre creature, incluso l’occasionale subacqueo.

Furia, il capodoglio imprigionato in una spadara nel pressi delle isole Eolie. Le ghost net mietono vittime di tutte le dimensioni.
Crediti: Carmelo Isgrò

Le reti impediscono il movimento, causando fame, lacerazioni cutanee, infezioni e soffocamento in coloro che devono tornare in superficie per respirare.

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Alcuni pescatori usano reti da posta; queste sono sospese nel mare grazie a boe di galleggiamento lungo un bordo. In questo modo formano una parete della morte verticale lunga centinaia di metri, dove è possibile catturare qualsiasi tipo di animale, indiscriminatamente, in base alle sue dimensioni.

Reti da posta

Se le reti non vengono recuperate in tempo rischiano di dar vita ad un ciclo infinito: difatti, una volta piene, affondano a causa dell’eccessivo carico, avendo superato la capacità di galleggiamento delle boe, e dopo essersi depositate sul fondale il pesce diviene una risorsa per animali bentonici come i crostacei. Una volta alleggerito il carico, i galleggianti sollevano nuovamente la rete e il ciclo continua.

I pescatori spesso abbandonano le reti logore perché è il modo più semplice per sbarazzarsene. Si stima che l’equipaggiamento fantasma rappresenti il ​​10% (640.000 tonnellate) di tutti i rifiuti marini.

Bycatch

Ovunque vi sia la pesca, esiste una cattura accidentale, detta bycatch, di specie non bersaglio, ovvero non di interesse commerciale, come i delfini, le tartarughe e gli uccelli marini. 

Le attuali attrezzature da pesca, spesso quasi invisibili ed estremamente efficienti, catturano le specie di pesci desiderate così come qualsiasi altra cosa sul proprio cammino. Una quantità immensa di biodiversità marina, tra cui molti organismi giovani, viene trasportata con il pescato e poi scartata in mare morta o morente.

Bycatch: tonnellate di pesce catturato involontariamente dalle reti vengono gettate in mare ogni anno.

I leader del settore della pesca comprendono sempre più la necessità di ridurre questo fenomeno. Esistono soluzioni comprovate, come la modifica degli attrezzi da pesca in modo che un numero minore di specie non bersaglio sia catturato o possa sfuggire. In molti casi, queste modifiche sono semplici ed economiche e spesso provengono dagli stessi pescatori.

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Nonostante le nuove tecnologie e il riconoscimento del problema da parte dell’industria ittica, le catture accidentali rappresentano ancora un grave problema. Non solo provocano morti e lesioni perenni, ma i metodi di pesca possono essere dannosi per gli ambienti marini in cui vengono impiegati.

La seconda vita delle reti da pesca

Healthy Seas, in collaborazione con l’Aeolian Islands Preservation Fund (AIPF), Blue Marine Foundation (BLUE) e la Ghost Fishing Foundation, si fa promotore di una missione di recupero delle reti da pesca perse o abbandonate nei fondali marini al largo delle isole Eolie. La missione è interamente sponsorizzata da Aquafil.

Healthy Seas opera nel Regno Unito, in Italia, in Grecia, nei Paesi Bassi e in Belgio. In cinque anni, con la collaborazione di subacquei volontari e pescatori, ha raccolto oltre 375 tonnellate di reti da pesca, l’equivalente del peso di 2 balenottere azzurre.

Crediti: Econyl

Una volta recuperate, le reti da pesca vengono ripulite ed inviate all’azienda Aquafil che si occupa di trasformarle in nylon rigenerato ECONYL®, il nylon riciclabile all’infinito. Il progetto, realizzato inoltre in collaborazione con la Capitaneria e il Comune di Lipari, interessa i diving e pescatori locali che sono direttamente coinvolti nel recupero delle reti.

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Questa iniziativa raggiunge anche le scuole; gli studenti hanno l’opportunità di incontrare i subacquei e toccare con mano il problema dei rifiuti marini, approfondendo il tema dell’economia circolare e dell’inquinamento da plastiche. Tale iniziativa ha l’obiettivo di contribuire alla sensibilizzazione e responsabilizzazione della comunità locale verso la salvaguardia dell’ambiente marino (aree marine protette etc.).

Molti brand di fama mondiale, come Gucci, hanno iniziato ad avvicinarsi a questo genere di filato 100% derivato da reti e plastiche raccolte negli oceani.

Un piccolo passo che, unito a sensibilizzazione ed istruzione, potrà fare la differenza per la salvaguardia degli oceani ed attuare un reale cambiamento nel futuro di tutti noi.

Sotto il segno del mercurio: il futuro degli oceani

Le attività antropiche, come i processi industriali e minerari-estrattivi, nel tempo hanno contribuito all’aumento delle concentrazioni di mercurio (Hg) negli oceani. La conferenza di Goldschmidt del 2020 ha messo in luce la ricerca del Dr. Ruoyu Sun dell’Università di Tianjin sul metilmercurio trovato nel punto più profondo del nostro pianeta, la fossa delle Marianne.

Lo studio cinese

La conferenza Goldschmidt è la principale conferenza geochimica del mondo. Tenuta annualmente, affronta temi come i cambiamenti climatici, l’astrobiologia, le condizioni ambientali, l’inquinamento, l’ambiente sottomarino e molte altre materie. Quest’anno il congresso si è tenuto alle Hawaii, in forma online, dal 21 al 26 giugno.

Ogni anno, scienziati di tutto il mondo presentano ad una commissione le proprie ricerche e scoperte. Solo dopo un’attenta valutazione, vengono scelti coloro degni di nota. Quest’anno la conferenza ha dato voce ad una scoperta drammatica.

Un gruppo di scienziati dell’università cinese di Tianjin, ha misurato le concentrazioni di mercurio e le composizioni di isotopi in molluschi e crostacei catturati a una profondità di 7.000-11.000 metri e in alcuni sedimenti raccolti a 5.500-9.200 metri nella Fossa delle Marianne e nella Fossa di Yap.

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“Durante il 2016-2017, abbiamo dispiegato sofisticati veicoli terrestri per l’esplorazione delle acque sul fondo del mare della fossa delle Marianne e di Yap, tra i luoghi più remoti e inaccessibili della Terra, catturando la fauna endemica e raccogliendo dei sedimenti. Siamo stati in grado di presentare prove inequivocabili della presenza di isotopi del mercurio che provengono esclusivamente dal metilmercurio dell’oceano superiore. La maggior parte di questa sostanza si forma direttamente o indirettamente in seguito a vari processi industriali. Il metilmercurio trovato nelle specie esaminate deriva in gran parte dall’atmosfera e penetra nell’oceano durante le piogge. Sappiamo che questo mercurio si deposita dall’atmosfera nell’oceano di superficie e viene quindi trasportato nell’oceano profondo nelle carcasse di pesci e mammiferi marini, in piccole particelle. Parte di questo mercurio è prodotto naturalmente, ma è probabile che gran parte di esso provenga dall’attività umana”.

Dr. Ruoyu Sun, scienziato a capo della ricerca.

Tuttavia, il metilmercurio viene prodotto naturalmente in quantità minime a queste profondità, ciò implica che il maggior rilascio di questa sostanza, a causa delle azioni umane, è molto più diffuso negli oceani profondi di quanto si pensasse in precedenza.

Il mercurio e la biomagnificazione

I vapori del mercurio (Hg), che provengono in primo luogo dalla crosta terrestre (esplosioni vulcaniche ed incendi) e da attività antropiche come quelle industriali e l’utilizzo di combustibili fossili, sono estremamente tossici.

Va detto che negli ultimi anni l’inquinamento da Hg dovuto a fonti industriali fortunatamente è stato ridotto. Il metilmercurio è una sostanza derivata, presente in piccole concentrazioni nell’acqua di mare, ed assorbito dalle alghe, entrando così nella catena alimentare.

Morte, la conseguenza della presenza di mercurio ed altre sostanze tossiche negli oceani.

Il metilmercurio tende quindi ad accumularsi nei pesci, specialmente nei predatori più grandi e longevi, all’apice della catena trofica, legandosi alle proteine muscolari e divenendo dunque un problema anche per la salute umana. L’effetto del mercurio è particolarmente evidente nelle aree che circondano le industrie metallurgiche, dove piante ed animali sono distrutti nel raggio di km.

Nel 1962 Rachel Carson fu la prima a descrivere il processo di “biomagnificazione“. Spiegò come il DDT ed altre sostanze altamente tossiche diventino sempre più concentrate nei tessuti biologici man mano che si trasmettono nella catena alimentare.

Quindi, la biomagnificazione in ecologia/biologia è il processo per cui l’accumulo di sostanze nocive, come il mercurio, negli esseri viventi aumenti di concentrazione man mano che si sale al livello trofico successivo.

L’immagine ci descrive in maniera semplice e chiara il passaggio del mercurio (prodotto da eventi naturali e antropici) negli oceani.
Crediti: wikipedia

L’immagine qui di sopra permette di comprendere meglio il funzionamento della biomagnificazione del mercurio negli oceani:

un microorganismo di fitoplancton (alla base della catena alimentare negli ecosistemi acquatici) ingloba in sé un atomo di mercurio. Un organismo di zooplancton mangia poi 10 organismi di fitoplancton e ingloba di conseguenza 10 atomi di mercurio; un piccolo pesce mangia 500 organismi di zooplancton e ingloba quindi 5.000 atomi di mercurio; un pesce di media taglia mangia 5 pesci di piccola taglia e ingloba 25.000 atomi di mercurio; un pesce di grossa taglia mangia 2 pesci di media taglia e siamo a 50.000 atomi; infine uno squalo mangia 5 pesci di grossa taglia e ingloba quindi 250.000 atomi di mercurio.

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Nei tessuti di orsi polari in Norvegia e Russia sono state trovate alte concentrazioni di sostanze, tra le quali il mercurio, che hanno un impatto drammatico sulla salute di questi animali.

La baia di Minimata, una tragedia dimenticata

Tra il 1932 ed il 1968 la Chisso corporation (società chimica) riversò nelle acque della baia di Minimata, in Giappone, innumerevoli quantità di mercurio, presenti nelle acque reflue del suo stabilimento.

Il metilmercurio, nel tempo, si depositò nei fanghi sul fondo del mare, luogo in cui vivono e nutrono numerosi microrganismi alla base della catena alimentare. La sostanza tossica fu assorbita da crostacei e molluschi, risalendo la catena alimentare per terminare il proprio viaggio nelle tavolo degli abitanti della baia, molti dei quali pescatori.

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Proprio questi ultimi furono i primi ad accusare le terribili conseguenze di quella che sarebbe stata nominata la “malattia di Minimata”. Una sindrome neurologica che provoca atassia (progressiva perdita del coordinamento muscolare) e parestesia (alterazione della sensibilità degli arti, perdita del senso del tatto). Perdita dell’udito e della vista, disordine mentale ed infine, essendo degenerativa, paresi e morte.

Dopo trent’anni di sversamenti e di omissioni di colpa da parte della Chisso ed il drammatico silenzio del Governo giapponese, finalmente nel 1956 la malattia venne riconosciuta.

Solo dodici anni dopo venne confermato il legame tra sversamenti del mercurio in mare e la malattia; e solo nel 1968 la Chisso smise di inquinare la baia con le proprie acque reflue, delle quali oltretutto negò la tossicità fino all’ultimo.

Una situazione sotto controllo?

Per tutelare i consumatori, con il Regolamento (CE) n. 1881/2006 l’Europa ha fissato i limiti di mercurio consentiti nei prodotti della pesca. A 0,5 mg/kg per i pesci e muscolo di pesce, e 1 mg/kg per lo squalo, pesce spada, tonno, rana pescatrice, storione (etc.).

Qui vi riportiamo alcuni dei valori medi di metilmercurio presenti nei pesci in commercio; i dati sono a cura del CEIRSA (Centro interdipartimentale di Ricerca e documentazione per la Sicurezza Alimentare).

L’Oms lo ha inserito tra le dieci minacce più gravi per la salute umana.

Purtroppo, anche nei Paesi che da decenni hanno regolato o reso illegale l’utilizzo del mercurio, i loro residui chimici continuano ad essere presenti nell’ambiente e ad avere effetti negativi sui sistemi acquatici.

Ripristinare gli oceani entro il 2050: la sfida della scienza

Secondo la ricerca Rebuilding marine life, pubblicata il 1° aprile 2020 sulla rivista scientifica Nature, sarebbe possibile recuperare gli oceani entro il 2050. Permettere il ripristino della vita marina rappresenta una grande sfida per l’umanità; un obbligo etico ed, economicamente, una scelta intelligente per il raggiungimento di un futuro sostenibile.

Qualche dato sugli oceani

L’oceano copre i 3/4 della superficie terrestre e rappresenta il 99% dello spazio vitale del pianeta in volume; contiene circa 200.000 specie identificate, molte delle quali minacciate di estinzione, ma i numeri effettivi potrebbero trovarsi a milioni. Circa il 40% dell’oceano è pesantemente colpito dall’inquinamento, dal depauperamento delle risorse ittiche, dalla perdita di habitat costieri e da altre attività antropiche.

Anemoni di mare. Molte regioni bentoniche dei nostri oceani ospitano questi affascinanti animali .

Attualmente, almeno 1/3 degli stock ittici è sovra sfruttato ed 1/3 degli habitat marini vulnerabili completamente perso. Una buona parte dell’oceano costiero soffre di eutrofizzazione, riduzione dell’ossigeno ed è stressato dal riscaldamento delle acque. Gli oceani assorbono anche circa i 2/3 dell’anidride carbonica prodotta dall’uomo; inoltre, stiamo assistendo ad un aumento del 26% dell’acidificazione degli oceani dall’inizio della rivoluzione industriale.

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L’acqua piovana, l’acqua potabile e il clima sono tutti regolati dalle temperature e dalle correnti dell’oceano. Il 20% delle barriere coralline è distrutto ed un altro 24% è a rischio di collasso. Circa 1 mln di uccelli marini, 100.000 mammiferi marini e annualmente un numero sconosciuto di pesci viene ferito o muore, a causa delle attività umane.

L’inquinamento da plastiche è divenuto ormai un problema mondiale; si stima che circa 8 milioni di tonnellate di rifiuti di plastica entrino globalmente negli oceani ogni anno. Più di 3 miliardi di persone dipendono dalla biodiversità marina e costiera per il proprio sostentamento. Il valore di mercato delle risorse e delle industrie marine e costiere è stimato a 3 trilioni di dollari all’anno; circa il 5% del PIL globale.

Ricordando l’obiettivo 14: vita sott’acqua

Il 25 settembre del 2015 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha approvato l’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, composta da 17 obiettivi; il 14° afferma che si debba “preservare e usare in modo sostenibile gli oceani, i mari e le risorse marine per lo sviluppo sostenibile”. Il raggiungimento di questo obiettivo richiederà la ricostruzione dei sistemi marini, i quali offrono numerosi benefici alla società.

Una drastica riduzione delle popolazioni di predatori, come gli squali, può squilibrare fortemente gli ecosistemi degli oceani.

Nella ricerca pubblicata su Nature si documenta il recupero di molte popolazioni marine, habitat ed ecosistemi a seguito di interventi di conservazione negli anni passati. I tassi di ripresa suggeriscono che entro il 2050 si potrebbe raggiungere un sostanziale recupero dell’abbondanza, della struttura e della funzione della vita negli oceani; sempre se le pressioni maggiori, incluso il cambiamento climatico, saranno mitigate.

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Il conflitto tra la crescente dipendenza dell’uomo dalle risorse oceaniche e il declino della vita marina, focalizza l’attenzione sulla connessione tra conservazione dell’oceano e benessere umano.

Gli interventi sugli oceani

  • La regolamentazione della caccia: la protezione delle specie attraverso la “Convenzione sul commercio internazionale delle specie minacciate di estinzione” (CITES, 1975) e la Moratoria globale sulla caccia commerciale alla balena, sono esempi importanti di azioni internazionali per proteggere la vita marina. Queste sono state integrate da iniziative nazionali per ridurre la pressione di caccia sulle specie in pericolo e proteggere i loro habitat di riproduzione.
L’IWC è l’organismo globale incaricato della conservazione delle balene e della gestione della caccia alle balene.
  • Gestione della pesca: l’incremento nel numero delle popolazioni ittiche depauperate è avvenuto su scala locale e regionale, attraverso azioni di gestione comprovate, tra cui restrizioni di cattura, zone chiuse, regolamentazione della capacità degli attrezzi da pesca. Questi interventi richiedono un’attenta valutazione delle circostanze socioeconomiche, con soluzioni adattate al contesto locale. Le sfide includono povertà e mancanza di lavoro alternativo, pesca illegale e non regolamentata, non dichiarata e gli impatti ecologici che le attività di pesca causano.
  • Miglioramento della qualità dell’acqua. Le politiche per ridurre le immissioni di nutrienti, e fognature per ridurre l’eutrofizzazione delle coste e l’ipossia (assenza di ossigeno – anche dette “zone morte”), sono iniziate quattro decenni fa negli Stati Uniti e nell’Unione Europea, portando oggi ad importanti miglioramenti. Molti inquinanti pericolosi sono stati regolamentati o eliminati gradualmente attraverso la Convenzione di Stoccolma e, in particolare nell’oceano, dalla Convenzione MARPOL, spesso rafforzato dalle politiche nazionali e regionali. L’attenzione recente si è concentrata sulla riduzione e la prevenzione dell’inquinamento da plastica proveniente dall’oceano.
  • Protezione e ripristino degli habitat; La necessità di proteggere meglio gli habitat sensibili ha ispirato le Aree Marine Protette (MPA), come strumento di gestione globale. Nel 2000, solo lo 0,9% dell’oceano era sotto protezione, ma le MPA ora ne ricoprono il 7,4%. La copertura delle MPA continua a crescere dell’8% all’anno. Il ventunesimo secolo ha visto anche un’ondata globale di protezione attiva dell’habitat e iniziative di ripristino. Questi sforzi hanno portato a molti benefici, come il miglioramento delle risorse idriche a seguito del ripristino della barriera corallina.

Gli obiettivi raggiunti

  • Recupero degli stock ittici: gli stock ittici disponibili al mondo sono gestiti in maniera sempre più sostenibile. Molti stock ittici, soggetti a valutazioni a livello globale, suggeriscono un rallentamento del loro esaurimento, sebbene questa tendenza non possa essere verificata per la maggior parte degli stock che non dispongono di valutazioni scientifiche. Inoltre, i 2/3 degli stock ittici commerciali su larga scala sono sfruttati a tassi sostenibili, sebbene, ancora una volta, questa cifra non tenga conto di stock più piccoli, che spesso sono in cattive condizioni. Gli stock valutati in modo scientifico, hanno generalmente una migliore probabilità di recupero grazie al miglioramento dello stato di gestione e regolamentazione rispetto a quelli non valutati, i quali rappresentano ancora la maggior parte degli stock ittici sfruttati, specialmente nei paesi in via di sviluppo.
  • Riduzione dell’inquinamento: Le analisi mostrano che gli inquinanti organici persistenti sono diminuiti anche negli ambienti marini ,che tendono ad accumularli (ad esempio, l’Artico). La transizione verso la benzina senza piombo dagli anni ’80 ha ridotto le concentrazioni di quest’ultimo negli oceani tra il 2010-2016. Il miglioramento delle norme di sicurezza ha anche portato ad una riduzione di 14 volte le grandi fuoriuscite di petrolio dalle petroliere tra il 2010-2019.
  • Ripristino dell’habitat: Le prove che il ripristino della mangrovia può essere ottenuto su larga scala sono venute dalla foresta di mangrovie sul delta del Mekong, probabilmente il più grande restauro di habitat fino ad oggi. Da allora la perdita globale delle foreste di mangrovie è rallentata allo 0,11% all’anno, con popolazioni di mangrovie stabili lungo la costa del Pacifico di Colombia, Costa Rica e Panama e popolazioni in aumento nel Mar Rosso, nel Golfo Arabico e in Cina. Anche i tentativi di ripristino degli ecosistemi di alghe e barriera corallina stanno aumentando a livello globale, sebbene siano spesso di piccola scala.
  • Riduzioni del rischio di estinzione: La percentuale di specie marine valutata nella Lista rossa IUCN come “minacciata di estinzione” è diminuita dal 18,0% nel 2000 all’11,4% nel 2019, con tendenze relativamente uniformi nei bacini oceanici. Tuttavia, molte specie hanno migliorato il loro stato di minaccia nell’ultimo decennio. Per i mammiferi marini, il 47% di 124 popolazioni valutate ha mostrato un aumento significativo negli ultimi decenni, con solo il 13% in calo. Le megattere che migrano dall’Antartide all’Australia orientale sono aumentate dal 10% al 13% all’anno, da poche centinaia di animali nel 1968 alle oltre 40.000 attuali. Pur essendo ancora in pericolo, la maggior parte delle popolazioni di tartarughe marine, per le quali sono disponibili dati, stanno aumentando.

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In conclusione

Gli sforzi per ripristinare la vita marina non possono mirare a riportare l’oceano a un particolare punto di riferimento passato. L’oceano nel tempo è cambiato considerevolmente e – in alcuni casi – irreversibilmente, per mano dell’uomo; basti pensare all’estinzione di almeno 20 specie marine.

L’attenzione dovrebbe essere rivolta all’aumento dell’abbondanza degli habitat/specie “chiave” ed al ripristino della complessità degli ecosistemi bentonici. Il ripristino della struttura ecologica, delle funzioni, della resilienza e dei servizi ecosistemici marini, aumentano la capacità del biota marino di soddisfare le crescenti esigenze di altri 2-3 miliardi di persone entro il 2050.

Per raggiungere tali obiettivi dovrebbero essere intraprese azioni rapide e mirate per evitare eventuali punti di non ritorno, oltre i quali il collasso potrebbe essere irreversibile. Lo studio di Nature indica che il tasso di recupero delle specie e degli habitat marini ad oggi saranno possibili nel caso in cui siano mitigate, o eliminate, le maggiori pressioni, incluso il cambiamento climatico.

La “ristrutturazione” sostanziale degli oceani entro il 2050 è una grande sfida realizzabile per la scienza e la società. Ciò richiederà perseveranza e l’impiego di risorse finanziarie, ma i vantaggi ecologici, economici e sociali saranno di vasta portata. Il successo richiede il lavoro di politiche coordinate, adeguati meccanismi economici e di mercato, progressi scientifici e tecnologici che permettano gli interventi.

Affrontare la sfida della ricostruzione degli oceani entro il 2050 sarebbe una pietra miliare storica nella ricerca dell’umanità, per raggiungere un futuro sostenibile a livello globale.

Entro il 2100 tutti i coralli potrebbero sparire

coralli

Se state pensando di trascorrere le vacanze estive ai Caraibi, anche per ammirare i loro rinomati fondali marini, sappiate che la barriera corallina in quell’area ha subito una diminuzione dell’80%. Pertanto, l’ecosistema che da essa dipendeva sarà ben meno vario e stupefacente rispetto a qualche anno fa. E la situazione non sta migliorando. Vediamo perché i coralli sono in pericolo.

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I mari si acidificano

L’uomo sta aggiungendo costantemente CO2 nell’atmosfera e gli oceani ne assorbono una grandissima parte. Solo nel corso del 2015 le acque del pianeta hanno assorbito 2 miliardi e mezzo di tonnellate di carbonio e nel 2016 altri 2 miliardi e mezzo.

Le conseguenze sono varie e tutte dannose per la vita nei mari. Innanzi tutto, con una grande quantità di CO2 l’acqua diventa acida, poiché il PH si abbassa. Prima della rivoluzione industriale, Il PH della superficie oceanica era di circa 8,2. Oggi si è abbassato a 8,1. Un calo del 0,1 significa che il mare è il 30% più acido.

Continuando con lo stesso ritmo, entro il 2050 il PH sarà di 8,0 e gli oceani saranno 150 volte più acidi rispetto all’inizio della rivoluzione industriale. Il punto di non ritorno, cioè la soglia critica entro cui i coralli spariscono e l’ecosistema marino cede, è un livello di PH pari a 7,8, ossia quello che ci aspettiamo si verifichi entro il 2100.

Ken Cladeira, studioso dell’atmosfera aveva pubblicato un articolo su Nature dicendo che nei prossimi secoli l’acidificazione potrebbe essere superiore a quella degli ultimi trecento milioni di anni.

Le conseguenze dell’acidità

Ulf Riebesell, biologo oceonografo presso il centro Helmholtz di Ricerca oceanica Kiel in Germania, spiega che l’acidità dell’acqua è dannosa perché i plancton, in questa condizione, prolificano e consumano una quantità enorme di sostanze nutritive, sottraendole agli animali più grandi e compromettendo l’intera catena alimentare.

Questo lo sappiamo anche perché alcune zone della terra hanno già un PH così basso. Nei pressi dell’isola di Ischia, per esempio, vi sono dei camini vulcanici che emettono grandi quantità di CO2 e il PH in queste aree di mare è di 7,8. Qui sono state rilevate soltanto un terzo delle specie esistenti nel resto del mare.

La minaccia ai coralli

Uno studio recente condotto da un gruppo di ricercatori australiani ha rilevato che l’estensione dei coralli sulla Grande Barriera si è ridotta del 50 percento negli ultimi 30 anni. In più, durante lo Ocean Sciences Meeting 2020 dell’American Geophysical Union, Renee Setter e Camillo Mora dell’università delle Hawaii – Manoa, hanno presentato una ricerca preoccupante. Essi dichiarano che circa il 70-90% di tutte le barriere coralline esistenti spariranno nel giro di 20 anni.

Questo è accaduto perché l’acidificazione colpisce maggiormente le creature calcificanti come i ricci, le stelle marine e anche molte specie di coralli. Nella zona con PH 7,8 vicino a Ischia, tre quarti delle specie scomparse sono calcifere. Perché quest? Spiegato semplicemente, l’acidificazione degli oceani rende lo sforzo per la calcificazione molto più “faticoso”, in quanto riduce gli elementi chimici necessari per la formazione del calcio. Elizabeth Kolbert nel suo libro “La sesta estinzione”, scrive che sarebbe un po’ come se tentassimo di costruire una casa mentre qualcuno cerca continuamente di rubarci i mattoni.

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Inoltre, l’acqua così acida è corrosiva per il carbonato di calcio, il quale, semplicemente, si scioglie. Questa corrosione si aggiunge alle già tante minacce dalle quali i coralli sono già costretti a difendersi e per cui consumano molta energia. Tra questi vi sono gli attacchi dei pesci e dei vermi che scavano tane, ma anche i colpi dati dalle onde e dalle tempeste.

Il livello di saturazione diminuisce

La CO2 in acqua, inoltre, abbassa il livello di saturazione dell’acqua. I coralli crescono con rapidità massima con un livello di saturazione dell’acqua pari a 5. Quando il livello è 2 i coralli abbandonano i processo di costruzione.

Prima della rivoluzione industriale il livello di saturazione dei mari era pari a 4 o 5. Ad oggi non esiste nessun luogo del pianeta in cui il livello sia pari o superiore a 4. Se non si abbassano i livelli di emissioni, entro il 2060 non ci sarà più una sola area con un livello maggiore a 3,5. Nel 2100, nemmeno con livelli superiori a 3.

Sbiancamento e altri problemi

I coralli hanno bisogno di calore per crescere, ma quando è troppo è molto dannoso. All’interno dei coralli vivono delle piante, dette zooxantelle, che sono la fonte del loro straordinario colore. Con il caldo, queste iniziano a produrre pericolose concentrazioni di radicali liberi dell’ossigeno, che danneggiano i coralli. I coralli, quindi, espellono queste piante e, di conseguenza, diventano bianchi. Le colonie sbiancate smettono di crescere e, se il danno è di una certa entità, muoiono.

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Altri problemi sono la pesca eccessiva e gli scarichi di rifiuti agricoli. Entrambi favoriscono la crescita delle alghe le quali concorrono con i coralli per accaparrarsi le sostanze nutritive. Alcune di queste, poi, con l’acidificazione degli oceani diventano tossiche. L’uomo ha poi inventato la pesca con dinamite, il cui potenziale distruttivo si spiega da sé.

Infine, le sostanze inquinanti riversate ogni anno negli oceani dall’uomo, rendono il corallo soggetto ad agenti patogeni. Uno di questi è causa di un’infezione batterica detta white band desease, che produce una banda bianca con tessuto necrotico. E’ a causa di questa infezione che la presenza di coralli nei Caraibi è diminuita dell’80 percento.

Un ecosistema importante

Migliaia di specie si sono evolute dipendendo dalle barriere coralline, sia direttamente, per proteggersi e procurarsi il cibo, sia indirettamente, per predare altre creature in cerca di cibo o protezione. Le barriere coralline sono spesso paragonate alle foreste pluviali in quanto varietà di forme di vita che ospitano e sostengono. In un’area di circa un metro quadro sono state individuate più di 100 differenti specie.

Questa immensa catena evolutiva è stata attiva varie ere geologiche, ma gli scienziati dicono che no resisterà all’Antropocene. E’ probabile infatti che i reef siano il primo ecosistema aggiungere l’estinzione ecologica nell’era moderna.

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Cosa fare?

I ricercatori hanno avvisato che il riscaldamento climatico è il maggior killer, non l’inquinamento,che solo una piccola parte della minaccia. “Provare a pulire le spiagge è una cosa buona ed è fantastico provare a combattere l’inquinamento dei mari. Dobbiamo proseguire con questi sforzi”. Spiega Renee Setter dell’Università delle Hawaii. “Ma, alla fine, combattere il cambiamento climatico è quello che realmente serve per proteggere i coralli”.

Finché però non si agisce a monte, con azioni radicali da parte dei governi di tutto il mondo, c’è chi ha pensato di farlo a valle, limitando i danni. L’Istituto italiano di tecnologia (Iit), in collaborazione con il centro di ricerca marina dell’università di Milano-Bicocca situato alle Maldive hanno inventato i cerotti per i coralli. Si tratta di cerotti speciali, biocompatibili e biodegradabili, che si applicano sulle parti lesionate del corallo e rilasciano princìpi attivi di vario tipo, come antibatterici, antiprotozoari e antifungini, ognuno dei quali capace di curare una specifica patologia.

“La sesta estinzione” è qui. Finiremo come i dinosauri?

estinzione

Il fatto che stiamo assistendo a una estinzione di massa paragonabile a quella che ha portato i dinosauri a sparire dalla faccia della terra non è una teoria, una ipotesi, o una supposizione. E’ la cruda realtà. Elizabeth Kolbert, con il suo libro “La sesta estinzione“, vincitore del premio Pulitzer nel 2015, ce lo spiega molto chiaramente.

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L’estinzione di massa è un fenomeno raro

Il primo fatto più scioccante che Kolbert ci presenta è che le estinzioni di massa sono avvenimenti estremamente rari nella storia del pianeta. Atteniamoci alle sue parole:

Qualsiasi evento verificatosi solo cinque volte da quando il primo animale con uno scheletro è apparso sul pianeta, circa cinquecento milioni di anni fa, deve essere definito estremamente raro. L’idea che un episodio di questo tipo stia avendo luogo proprio ora, sotto i nostri occhi, mi ha messa in allarme.

Stiamo quindi assistendo alla sesta estinzione di massa, ovvero un fenomeno per cui il tasso di scomparsa delle specie si impenna in un arco di tempo insignificante dal punto di vista geologico. Le cause di questa estinzione ingente e improvvisa possono essere molto varie, ma un tratto le accomuna tutte. Vi è un cambiamento improvviso delle condizioni di vita “usuali” e le specie viventi non hanno il tempo evolutivo per adattarsi alle nuove.

Come è avvenuta l’estinzione dei dinosauri

L’estinzione dei dinosauri è stata causata da un asteroide enorme, di 10 chilometri di diametro, che si è abbattuto sulla terra. Nell’esplosione che seguì l’impatto venne rilasciata una quantità di energia pari a un milione delle più potenti bombe atomiche mai testate.

Ma il fattore determinante, più che l’esplosione in sé, è stato il cambiamento climatico sopraggiunto successivamente. Alcune particelle ricche di solfuro si sparsero nell’aria, coprendo il cielo e bloccando i raggi solari. Dopo l’iniziale ondata di calore, vi fu un abbassamento drastico delle temperature e, quindi, un cambiamento improvviso delle condizioni di vita sul pianeta. Le caratteristiche degli esseri viventi che fino ad allora avevano probabilmente caratterizzato un vantaggio, diventarono letali. Questo portò all’estinzione di quasi tutti gli organismi viventi e i mammiferi subirono perdite pari al 100 percento.

La seconda estinzione

Per quanto sia meno conosciuta, l’estinzione di massa che più si avvicina a quella che potrebbe avvenire nella nostra era è la seconda, avvenuta 225 milioni di anni fa. Vi fu infatti una improvvisa e massiccia immissione di carbonio nell’atmosfera la cui causa è ancora un mistero.

L’acqua divenne più acida e la quantità di ossigeno al suo interno crollò al punto che molti organismi morirono, di fatto, per soffocamento. I reef corallini subirono un collasso. […]

Quello che sembra essere un antico “riscaldamento globale” ha portato all’estinzione del 90% di tutte le specie del pianeta. Ed è avvenuto in un tempo abbastanza rapido dal punto di vista geologico: circa 200 mila anni.

La “nostra” estinzione

L’essere umano ha immesso nell’atmosfera 365 miliardi di tonnellate metriche di carbonio in meno di duecento anni. La deforestazione ha contribuito con altre 180 miliardi di tonnellate. E ogni anno ne immettiamo il 6% in più. La concentrazione di diossido di carbonio è aumentata del 40% e quella di metano, un gas serra molto più potente, è più che raddoppiata.

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Il fattore determinante è sicuramente quello del tempo. Come scrive efficacemente Kolbert, vi è una grande differenza tra il bere sei lattine di birra in un’ora oppure in sei mesi. Se immettessimo CO2 nell’aria più lentamente, i processi geofisici entrerebbero in gioco per controbilanciare l’acidificazione. L’odierno riscaldamento globale ha invece luogo a una velocità almeno dieci volte maggiore a quella registrata alla fine di tutte le glaciazioni. A questo proposito Kolbert cita la rivista Oceanography, che dice:

E’ probabile che l’eredità dell’Antropocene (l’era degli uomini, ndr.) sarà il più rilevante, se non catastrofico evento nella storia del nostro pianeta

Cosa sta succedendo?

Un aumento di temperatura di questa entità può portare a una serie di eventi in grado di alterare gli assetti del pianeta. Un esempio è quello dello scioglimento di gran parte dei ghiacciai perenni. Nell’Artico i ghiacci perenni coprono la metà dell’area rispetto a quella di trent’anni fa. Fra altri trent’anni potrebbero scomparire del tutto.

Per non parlare poi dell’acidificazione degli oceani. Di questo passo, gli oceani saranno 150 volte più acidi di quanto non lo fossero prima della rivoluzione industriale e supereranno la soglia critica oltre la quale non l’ecosistema marino inizia a cedere. Infatti, molte piccoli organismi marini che sono la prima fonte alimentare di animali più grossi, come salmoni e balene, non sopravvivranno. L’acidificazione inoltre favorirà la crescita di alghe tossiche e batteri velenosi, che potrebbero infestare l’intero Pianeta.

Molte specie dipendono anche dalle barriere coralline, usate per difesa o per procacciarsi il cibo. I ricercatori oggi ritengono che i coralli saranno il primo ecosistema nell’era moderna a raggiungere l’estinzione. Ad oggi la Grande Barriera si è ridotta del 50% negli ultimi 30 anni.

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Non incolpiamo solo la CO2

Colpevole di una eventuale estinzione di massa non sarà però soltanto il riscaldamento dato dalla CO2 nell’atmosfera. Anche l’azione diretta dell’uomo sta giocando un grande ruolo.

Le aree selvagge” del pianeta ormai non esistono quasi più. L’uomo ha alterato più della metà di superficie libera dai ghiacci, compromettendo gli habitat di molte specie viventi. Abbiamo cancellato molte foreste, dalle quali dipendevano intere catene alimentari, per creare immense aree coltivabili o destinate la pascolo. Continuiamo a costruire città e cementificare intere praterie. Scaviamo miniere, cave, acquedotti e oleodotti. Abbiamo introdotto sostanze inquinanti nell’acqua, nell’aria e sui terreni.

In questo modo abbiamo persino peggiorato gli effetti del riscaldamento. Per stare al passo con gli attuali aumenti di temperatura – dice Ken Caldeira, studioso dell’atmosfera – le piante e gli animali dovrebbero migrare verso i poli a una velocità di dieci metri al giorno. Un eventuale loro spostamento, anche meno drastico, è però reso difficile dall’isolamento degli habitat. Per esempio, i “pezzi”di foresta sono spesso sono divisi da enormi aree coltivate e non permettono agli animali di spostarsi alla ricerca di condizioni migliori.

La causa sono gli esseri umani

Gli unici in grado di spostarsi e, quindi, di spostare organismi, sono proprio gli esseri umani. Anche i nostri continui ed eccessivi viaggi, infatti, continuano a causare la contaminazione dei diversi ecosistemi del pianeta. L’introduzione improvvisa di nuove specie o, peggio, di agenti patogeni sconosciuti, non lascia il tempo alle specie native di abituarcisi e porta, quindi, non pochi problemi. La California sta a acquisendo una nuova specie invasiva ogni 70 giorni. Nelle Hawaii vi è un nuovo invasore in più ogni mese. Prima dell’arrivo dell’uomo le specie si sono stabilizzate nell’arcipelago hawaiano al ritmo di una ogni diecimila anni.

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Da ultimo, ma non per importanza, vi è la più inquietante delle cause dell’estinzione di massa cui stiamo assistendo. E, purtroppo, questa avviene con o senza CO2. Fino a qualche centinaio di anni fa era presente sul pianeta la cosiddetta megafauna, ovvero animali di dimensioni grandissime che, tutto a un tratto, sono scomparsi. Ecco cosa scrive Kolbert:

L’estinzione della megafauna è avvenuta a più riprese. La prima, circa quarantamila anni fa, spazzò via i giganti australiani. La seconda interessò il Nord e Sud America circa 25 mila anni fa. I lemuri giganti del Madagascar, gli ippopotami pigmei e gli uccelli elefante sopravvissero fino al Medioevo. I Moa della Nuova Zelanda resistettero fino al rinascimento. Guarda caso, la sequenza di queste scomparse e la sequenza degli insediamenti umani in questi luoghi sono quasi perfettamente allineate.

Detto senza peli sulla lingua, gli uomini uccidevano questi animali senza misura, fino a portarli all’estinzione. Ovviamente inizialmente non sapevano che più grandi sono gli animali, più è basso il loro tasso di natalità. Le uccisioni, quindi, avvenivano senza remore e per i più disparati motivi che andavano dal cibo, al vestiario, al traffico di questi beni (e quindi, il denaro), fino al semplice “divertimento“. Nonostante adesso vi siano le informazioni necessarie per bloccare questi stermini, molti grandi animali come elefanti, orsi e grandi felini sono ancora largamente minacciati.

Il mammut è uno dei maggiori rappresentanti dell megafauna estinta

Ci uccidiamo anche a vicenda

Kolbert si chiede anche che fine farà la specie umana in queste condizioni. Alcuni dicono che anche noi verremo inevitabilmente annullati dalla trasformazione del paesaggio ecologico visto che, in fondo, ne dipendiamo. Un’altra ipotesi è che l’ingegno umano sappia superare qualunque disastro egli abbia messo in moto, per esempio immettendo sostanze in grado di assorbire l’anidride carbonica.

Oppure, qualcuno dice che, tra qualche anno, saremo in grado di scappare su Marte. Vi è anche l’opzione più positiva, per la quale riusciremo a ridurre le emissioni, fare marcia indietro e a recuperare il recuperabile. Vi è però ancora un problema da superare, quello dell’autodistruzione.

Oltre alla megafauna, infatti, l’uomo ha anche da sempre reciso i rami del suo stesso albero genealogico. Quando l’homo sapiens ha incontrato quello di Neanderthal, per esempio, quest’ultimo non ebbe lunga vita. Pare sia avvenuto un vero e proprio sterminio a discapito dei neandertaliani, i quali, di fatto, non differivano moltissimo da noi. Anzi, è stato accertato che l’Homo sapiens abbia avuto rapporti sessuali con quello di Neanderthal, il che ci porta ancora oggi ad avere una parte dei suoi geni

Ci sono tutte le ragioni per credere che, se gli esseri umani non avessero fatto la loro comparsa, i neandertaliani sarebbero ancora lì, insieme ai cavalli selvaggi e i rinoceronti lanosi. Con la nostra capacità di rappresentare il mondo attraverso segni e simboli, arriva anche la capacità di cambiarlo, e quindi di distruggerlo.

Dal libro “La sesta estinzione”, un uomo di Neandertal vestito secondo i dettami moderni. Come si può notare, non sarebbe così facile distinguerlo da un Homo Sapiens qualunque

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Una lunga storia di genocidi

Non serve, però, arrivare a Neanderthal per confermare la capacità dell’uomo di sterminare i suoi stessi simili e non serve quindi che mi dilunghi elencando la quantità di genocidi, stermini, guerre, omicidi che ogni giorno avvengono sul nostro pianeta.

Se quindi, dopo aver letto questo articolo, vi siete anche solo di poco liberati dell’idea che il rispetto della natura sia solo una futile fissazione dei nuovi giovani “hippie”, e che non avrà conseguenze dirette sulla sopravvivenza della nostra specie, completate il processo leggendo questo libro illuminante.

Ghiacciai italiani. Il nuovo rapporto IPCC su ghiacci e oceani

“Requiem per un ghiacciaio. Veglie funebri per i nostri ghiacciai che stanno morendo”. Così Legambiente ha deciso di chiamare una serie di eventi avvenuti la scorsa settimana nelle nostre Alpi. Dei funerali per i ghiacciai italiani che sono scomparsi o stanno scomparendo a vista d’occhio: dal ghiacciaio del Lys in Valle d’Aosta al Ghiacciaio del Montasio in provincia di Udine, una serie di escursionisti appassionati hanno scalato le vette per attirare l’attenzione sul maggiore “hotspot climatico” italiano, le Alpi appunto. Tutto questo a pochi giorni dall’uscita del nuovo allarmante rapporto IPCC sul legame fra scioglimento dei ghiacciai e innalzamento del mare.

ghiacciai italiani

I ghiacciai italiani: hotspot climatico

Si definiscono “hotspot climatici” quei punti del globo che stanno risentendo maggiormente dell’impatto del cambiamento climatico, sia a livello di entità che di velocità. Sono considerati hotspot paesi come il Bangladesh o le Filippine, dove il cambio del regime delle piogge, unito all’innalzamento del mare, sta portando sempre più inondazioni e fenomeni climatici estremi. Altri hotspot climatici sono le regioni africane in via di desertificazione, così come la catena montuosa dell’Himalaya e la nostra catena alpina.

Infatti, come riportato dall’attivista James Whitlow Delano, “dal 1960 al 2017 la stagione delle nevi nelle Alpi si è accorciata in media di 38 giorni l’anno”. Inoltre, le estati 2015 e 2016 sono state le più calde mai registrate. Ciò è particolarmente preoccupante perché le Alpi costituiscono la maggior riserva d’acqua europea: uno scioglimento rilevante dei ghiacciai significa meno acqua nei fiumi e di conseguenza meno acqua a valle e nelle città.

Leggi il nostro articolo: “L’onda verde globale. Oggi milioni di giovani in piazza”

Funerali per i ghiacciai. Perdita dei maggiori in Europa

Per questo motivo la scorsa settimana, in occasione del Summit ONU sul clima e della mobilitazione giovanile targata Fridays For Future, numerosi cittadini si sono recati sulle cime del Monte Rosa, del Monvisio, del Montasio, dello Stelvio, della Marmolada e del Brenta allo scopo di testimoniare la ritirata impressionante dei maggiori ghiacciai italiani; all’escursione sul Monte Rosa era presente anche Diego Bianchi di Propaganda Live (il reportage è visibile nel sito della trasmissione). L’idea di fare un funerale per i ghiacciai è stata ripresa da un evento organizzato in Islanda nell’agosto scorso: il funerale del ghiacciaio Okjokull a causa del cambiamento climatico.

Durante la commemorazione è stata affissa una targhetta con questa scritta: “Lettera al futuro: Ok è il primo ghiacciaio islandese a perdere lo status di ghiacciaio. Nei prossimi 200 anni, è previsto che tutti gli altri ghiacciai facciano la stessa fine. Questo monumento è per riconoscere che sappiamo cosa sta succedendo e cosa bisognerebbe fare. Solo voi saprete se l’abbiamo effettivamente fatto. Agosto 2019, 415ppm CO2”. Seppur senza targhe, discorsi simili sono stati fatti durante i funerali per i ghiacciai dei giorni scorsi in Italia. Una crescente preoccupazione dovuta anche all’evacuazione di alcuni abitanti per l’imminente crollo del ghiacciaio Planpincieux sul Monte Bianco.

ghiacciai italiani
Photograph: Jeremie Richard/AFP/Getty Images

Il nuovo rapporto IPCC sullo scioglimento dei ghiacciai

Questi eventi così tangibili stanno finalmente risvegliando tutte quelle persone che fino a poco tempo fa non credevano nel cambiamento climatico o non lo consideravano prioritario. Il cambiamento climatico sta ora scalando le vette degli argomenti più discussi in politica, nei quotidiani e fra la gente comune. Già un anno fa era uscito il monito dell’ONU, “abbiamo solo 11 anni per salvare il pianeta”. Questa frase è stata spesso ripetuta durante gli scioperi del clima iniziati dalla svedese Greta Thunberg.

Un nuovo rapporto IPCC, intitolato Special Report on the Ocean and Cryosphere in a Changing Climate, è stato reso pubblico il 25 settembre. In questo dettagliato documento, si fa ancora più chiarezza sull’impatto che il cambiamento climatico sta avendo sui ghiacciai, con tutte le conseguenze che questo comporta: lo scioglimento dei ghiacciai sta avvenendo con una velocità estremamente maggiore rispetto alle previsioni, causando un innalzamento del livello del mare di 3,6 millimetri l’anno, che significherebbe un aumento fra i 30 e i 60 centimetri entro il 2100.

Leggi il nostro articolo: “Il discorso di Greta all’ONU e i numeri della politica”

Le conseguenze dello scioglimento dei ghiacciai

Non solo. Lo scioglimento dei ghiacciai porta con sé un aumento degli eventi estremi come tempeste e inondazioni, creando grossi disagi per tutte le attività economiche e turistiche. Solo nella scorsa estate, in Italia si sono verificati numerosi fenomeni estremi, come la tempesta nelle spiagge di Numana o il nubifragio di agosto in Emilia Romagna. Infine, il rapporto mette in guardia sul devastante effetto che si sta verificando in termini di biodiversità: il Mediterraneo, assieme alle aree tropicali, vedrà una diminuzione di stock ittico pari al 40% entro il 2050.

Emanuele Bompan, giornalista e attivista ambientale, ha commentato con queste parole i nuovi dati rilasciati dall’ONU: “In Italia il tema dei ghiacciai è centrale, giacché dalle loro acque dipende una parte dell’agricoltura delle regioni settentrionali, centinaia di migliaia di lavoratori nel settore turistico e la produzione di energia idroelettrica, che pesa il 16,5% del totale nazionale. Secondo il report questi ghiacciai, insieme a quelli dell’Africa Orientale, delle Ande Tropicali e dell’Indonesia, entro il 2100, perderanno oltre l’80% della loro attuale massa di ghiaccio se non si riducono le emissioni. Il ritiro della criosfera di alta montagna avrà impatti economici rilevanti, oltre che ambientali e paesaggistici”.

Funerali per i ghiacciai: un monito per agire immediatamente

In definitiva, la celebrazione dei funerali per i ghiacciai della scorsa settimana non deve essere letta come una stravagante esibizione di pochi fanatici. Il nuovo rapporto rilasciato dall’ International Panel on Climate Change costituisce un’ulteriore evidenza scientifica che il cambiamento climatico sta trasformando il mondo che ci circonda, in modi e tempi molto più devastanti rispetto a quanto predetto qualche anno fa. Tantissime persone lungo tutta la penisola stanno in qualche modo avendo riprova di ciò, con perdite personali in termini umani, paesaggistici ed economici. Non servono altri dati per agire immediatamente e cercare di arginare un fenomeno davanti agli occhi di tutti.

https://www.youtube.com/watch?v=sitUI1WELEs

Leggi il nostro articolo: “Antropocene – L’Epoca Umana” arriva nelle sale italiane

Il catamarano Le Manta ripulirà gli oceani dai rifiuti

A partire dal 2022 il primo catamarano Manta solcherà i mari del pianeta per recuperare i rifiuti di plastica. L’ideatore del progetto è lo skipper svizzero Yvan Bourgon, che auspica una massiccia produzione di queste imbarcazioni per contrastare nel più breve tempo possibile l’inquinamento degli oceani. Il processo di raccolta dei rifiuti inizia attraverso dei tapis roulant, posti sotto il catamarano, che aspirano gli oggetti. Invece, due gru posizionate a poppa recuperano le reti alla deriva e i rifiuti di grandi dimensioni. Questi sono poi smistati manualmente e, infine, compattati in blocchi di 1 metro cubo. La capacità massima di stoccaggio è di 600 blocchi, ovvero 250 tonnellate di rifiuti.

https://www.youtube.com/watch?v=E_0i0GjBkxg

I dettagli sul progetto del catamarano

Il progetto è stato presentato al Salone delle invenzioni di Ginevra del 2018 dall’associazione fondata da Bourgon solamente due anni prima, chiamata The Sea Cleaners. Con ben 70 metri di lunghezza, 49m di larghezza e 61m di altezza il Manta è soprannominato il “Gigante dei mari”. A bordo si dispone di avanzate tecnologie che rendono l’imbarcazione autonoma e alimentata da energie rinnovabili: due turbine eoliche (500kw/h) e un impianto fotovoltaico (100kw/h). L’energia prodotta aziona i quattro motori elettrici e un sistema di propulsione ibrida formato da quattro DynaRigs. Inoltre, è presente un impianto di pirolisi, ovvero quel processo che trasforma la materia non riciclabile in carburante.

La grande manovrabilità e velocità di questo catamarano permettono un intervento tempestivo in acque profonde, lungo le coste e nei delta dei dieci più grandi fiumi da dove derivano il 90% dei rifiuti di plastica del mondo.

il catamarano

Oltre la lotta all’inquinamento

Un occhio di riguardo è dato anche alla fauna, infatti il progetto prevede l’installazione di un apparecchio acustico che allontana i cetacei nei momenti di raccolta dei rifiuti. Inoltre, il Manta sarà equipaggiato di un laboratorio scientifico che permetterà di acquisire maggiori informazioni sullo stato di salute delle acque. Uno degli altri obiettivi dell’associazione è la crescita dei centri didattici, al fine che venga compreso appieno il problema dell’inquinamento degli oceani.

Infine: “i paesi che avranno maggiormente accesso a questi blocchi saranno quelli colpiti da catastrofi, in particolare quelli del sud-est asiatico e del continente africano” come afferma Bourgon in un’intervista all’emittente radiotelevisiva RSI.

Scarpe di plastica riciclata, l’iniziativa di Adidas per l’ambiente

Si possono spendere 150 euro per della plastica usata? Se è per una buona causa e per delle buone scarpe, noi risponderemmo di sì. Dal 2015 Adidas, uno dei marchi sportivi più famosi del mondo, ha deciso che fosse arrivato il momento di fare la propria parte per la salvaguardia l’ambiente. L’azienda si è infatti unita all’organizzazione ambientalista Parley for the Oceans nel progetto Parley A.I.R. Strategy. Il progetto consiste nel trasformare i rifiuti plastici trovati negli oceani in filamenti, che a loro volta possono essere intessuti e diventare indumenti o, come nel caso di Adidas, delle scarpe.

Tre obiettivi

Gli obiettivi di Parley e Adidas sono principalmente tre. Prima di tutto quello di evitare la produzione di nuova plastica vergine. In secondo luogo, bloccare la plastica prima che arrivi nel mare, intercettandola sulle spiagge e nelle comunità costiere. Infine, guardando al futuro, Adidas e Parley si stanno impegnando per produrre nuovi materiali per nuovi prodotti. Le suole delle scarpe Adidas Parley, per esempio, sono state realizzate con gomma riciclata e rifilata. In più della linea Parley ora si possono trovare anche altri indumenti come costumi da bagno, magliette e pantaloncini sportivi.

Un brand (quasi) sostenibile

Adidas è un brand che, oltre all’impegno per ridurre la produzione di materiali plastici, presta attenzione anche ad altri aspetti della sostenibilità. Per esempio, ha dichiarato pubblicamente di voler ridurre le emissioni di gas serra del 15% entro il 2020. Adidas è anche membro fondatore della Better Cotton Initiative, una organizzazione non governativa che mira a trasformare tutto il cotone coltivato nel mondo in un prodotto sostenibile, sia per l’ambiente sia per le persone che lo lavorano. Adidas è anche membro della Sustainable Apparel Coalition, un’alleanza che promuove la produzione sostenibile nei settori dell’abbigliamento, delle calzature e dell’industria tessile. Per farlo SAC ha sviluppato l’indice di Higg, una misurazione che indica quanto è sostenibile, sia dal punto di vista ambientale sia da quello dei diritti umani, una data filiera. Infine, Adidas è parzialmente certificata da Bluesign, un’azienda che si occupa di certificare i prodotti sostenibili.

Adidas infatti si impegna a informarsi riguardo al luogo dove operano i suoi fornitori e, se sono luoghi in cui vi è scarsità di acqua, implementa iniziative di risparmio idrico in tali strutture. Per quanto riguarda gli animali, Adidas non utilizza pellicce o pelli di animali esotici e protetti. Come si  legge sul sito Good on you, che si occupa di classificare i brand di moda a seconda del loro livello di sostenibilità, tutto questo “è un inizio”, anche se vi è ancora un ampio margine di miglioramento. Per ora, preferire le Adidas Parley a quelle classiche, può essere un modo per incentivare l’azienda a continuare per questa strada.

Qui potete leggere anche l’articolo sulla fast fashion

Ecosistema: che cos’è e perché è importante

Esempio di ecosistema

Pensate a un ecosistema come a una torre di Jenga. Quando ci sono tutti i pezzi, la torre è stabile, in equilibrio e abbastanza resistente agli agenti esterni. Quando togliete qualche rettangolo inizialmente non succede nulla poiché le forze fisiche trovano il loro nuovo equilibrio senza che la struttura crolli. Quando però ne togliete tanti, il collasso sarà inevitabile e della torre non resterà niente, se non pezzi sparsi sul tavolo.

Definzione e significato di ecosistema

Il vocabolario online Treccani lo definisce così:

In ecologia, unità funzionale formata dall’insieme degli organismi viventi e delle sostanze non viventi (necessarie alla sopravvivenza dei primi), in un’area delimitata (per es., un lago, uno stagno, un prato, un bosco, ecc.).

ecosistema fragile

Alcuni esempi di ecosistema

Una torre di Jenga può essere un esempio perfetto per descrivere i vari tipi di ecosistemi, potenzialmente formato da tutti i “micromondi” che tutti noi conosciamo:

  • la foresta
  • la savana
  • la steppa
  • il deserto
  • la tundra
  • la Macchia Mediterranea
  • gli oceani
  • qualsiasi ecosistema marino

I rettangoli non sono altro che i componenti dell’ecosistema e sono sia esseri viventi (biodiversità) sia quelli non viventi (rocce, acqua, sabbia etc). Più elementi ci sono, più l’ecosistema sarà in grado di resistere alla scomparsa di qualcuno di loro, ripristinando con facilità l’equilibrio originario. Quando però iniziano ad essere tante le specie estinte, tutto il sistema diventa più debole fino a cadere.

Legami importanti

In Jenga, oltre alla quantità di rettangoli, è importante anche il modo in cui questi vengono estratti. Se per esempio togliamo solo quelli di sinistra, la torre crollerà dopo pochi step. Lo stesso accade se togliamo i rettangoli alla base della torre. Questo avviene perché ogni pezzo dipende dagli altri e soprattutto da quelli che reggono il tutto.

Anche negli ecosistemi tutti i componenti sono legati tra loro da rapporti di causa-effetto. Ad esempio, se l’acqua di un oceano diventa più fredda, alcuni pesci migreranno verso acque più tiepide e gli organismi che dipendevano da loro dovranno trovare altre fonti di sostentamento. Quelli che non sono in grado di adattarsi muoiono, gli altri sopravvivono, proliferano e si differenziano, mantenendo l’ecosistema vivo e fertile.

L’equilibrio come condizione di vita per un ecosistema

È importante però aggiungere che l’equilibrio è recuperabile soltanto se le specie si estinguono o si modificano gradualmente, secondo processi lenti e naturali. In Jenga, se si è troppo bruschi e veloci nelle proprie mosse il rischio del crollo aumenta, anche dopo un solo tentativo e anche togliendo un pezzo di poco conto. Allo stesso modo, se gli elementi naturali vengono danneggiati ed eliminati con grande velocità l’ecosistema non ha il tempo di trovare un nuovo equilibrio, creando un circolo vizioso che comprometterà l’intera stabilità.

Se il corallo muore velocemente e inaspettatamente, l’intero ecosistema viene colpito. I pesci che se ne nutrono o che lo usano come rifugio muoiono o si allontanano poiché non hanno avuto il tempo di adattarsi. I pesci più grandi che di essi si nutrivano restano quindi senza cibo, e si estinguono a loro volta.

Ma gli effetti a cascata non si fermano qui perché in natura tutte le “torri” dipendono le une dalle altre. Se il pesce scompare, gli uccelli che lo mangiano perdono la loro fonte di energia e le piante che prosperano grazie alle loro deiezioni si esauriscono. E, naturalmente, le persone che si affidano alle barriere coralline per il cibo, il reddito o il riparo dalle onde perdono la loro risorsa vitale.

ecosistema marino

Cosa sta accadendo nel mondo?

Questi non sono solo scenari fantascientifici, ma stanno accadendo proprio ora, mentre siamo tranquilli davanti allo schermo del computer. La National Academy of Sciences ha riferito che la Terra ha già cominciato la sesta estinzione di massa, che vedrà la flora e la fauna del mondo estinguersi. Le specie, comprese quelle non in pericolo, si sono ridotte a causa della perdita degli habitat, deturpati dall’agricoltura “intensiva”; dalla caccia, soprattutto quella illegale di specie protette; dall’inquinamento agricolo, con l’uso sconsiderato di pesticidi e fertilizzanti, e dall’inquinamento dell’aria e dell’acqua da parte dei gas serra.

Gli oceani hanno perso il 40% dei plancton negli ultimi 50 anni, una delle principali fonti di ossigeno per il pianeta (leggi l’articolo). Anche gli insetti, che stanno alla base della catena alimentare e che sono i maggiori responsabili dell’impollinazione delle piante, stanno diminuendo. Le api in particolare sono una risorsa preziosa per gli ecosistemi e sta subendo forti danni (leggi l’articolo).

Il crollo dell’ecosistema terrestre è una catastrofe non-naturale

Ecologicamente, la parola giusta per descrivere questi fenomeni è “catastrofe”. L’unica soluzione per preservare la biodiversità sarebbe l’interruzione delle suddette pratiche. Se la biodiversità aumenta, infatti, crescerà anche la sua capacità di recupero. Se ciò non dovesse accadere, il mondo probabilmente continuerà ad esistere, proprio come il tavolo sul quale giochiamo a Jenga: dopo il crollo della torre esso rimane intatto.

La Terra, però, non sarà più come noi la conosciamo. Nessun animale, nessun albero, nessun fiore, nessun uomo. Un paesaggio simile a quello lunare sarà l’unico che potremmo aspettarci. O che l’universo potrà aspettarsi, perché noi, per vederlo, non ci saremo.