Capri-Revolution, un film che aiuta a capire l’ambientalismo

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Isola di Capri, inizi del ‘900. Famiglie di pastori, pochi abitanti, un solo medico inviato dallo Stato, ricordatosi miracolosamente di questo luogo nascosto e dominato dalla natura selvaggia. Già a pochi minuti dall’inizio del film, però, il regista Mario Martone distrugge il velo di Maya e la sua banalità. Infatti, sul palcoscenico della pur sempre meravigliosa isola amalfitana, compare prima un gruppo di hippie nudisti, totalmente in contrasto con lo stile di vita modesto degli isolani. Poi, l’orrore di un radicato e violento maschilismo da parte della famiglia di pastorelli capresi. Infine l’ombra della guerra che non risparmia nessuno nel mondo, nemmeno questa piccola, insignificante isola. La natura, nel frattempo, viene idealizzata, mistificata, sottovalutata, male interpretata dai vari personaggi del film, che formano uno spettro di umanità molto vario e spaventosamente attuale.

Lo sguardo di Lucia

Il regista ci accompagna tra la moltitudine di questi temi attraverso lo sguardo e, quindi, il punto di vista di Lucia, la protagonista. In questo modo Martone ha creato molta suspense e colpi di scena che rendono la pur lunga pellicola piacevole e scorrevole. Lucia è una ragazza di quasi vent’anni che vive con la madre, il padre malato e i fratelli, in una minuscola casetta su un’altura defilata dal mare. Il suo lavoro è pascolare le capre, oltre che aiutare la madre con le faccende di casa. Durante le sue peregrinazioni con il gregge, Lucia entra piano piano in contatto con un gruppo di artisti hippie provenienti dalle più disparate nazioni europee. Essi amano stare nudi, in gruppo, cantando, ballando, dipingendo e mettendo in scena strane esibizioni di arte contemporanea.

Inizialmente, agli occhi di Lucia e ai nostri, sembrano invadenti, boriosi, irrispettosi della tranquilla e rurale vita caprese. È quest’ultima infatti a dare l’impressione di essere “dal lato giusto” della storia: semplice e in armonia con la natura. Con il passare del tempo e non senza una buona dose di innocente curiosità da parte della pastorella, iniziamo a conoscere il gruppo di stranieri. Allo stesso modo entriamo anche nella casa di Lucia per scoprirne l’oscurità che si cela dietro a quella vita apparentemente semplice e innocente.

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Fishing off the coast of Capri, Bernard Hay

Capri-Revolution mostra le contraddizioni della società

Nel corso del film vengono evidenziate le enormi differenze tra due mondi opposti e che rispecchiano anche le problematiche della società attuale. Una società che come allora comprende da un lato una élite un po’ piena di sé, in auto-isolamento dalla “plebe”, che utilizza metodi di comunicazione molto astratti e incomprensibili ai più, quasi avesse un proprio linguaggio in codice. Dall’altro le persone con pochi mezzi, meno cultura e uno stile di vita più concreto. Nessuno dei due stili di vita, dal punto di vista ambientale e sociale, è totalmente corretto. Così come nessuna delle due parti commette errori madornali.

Gli “hippie” di Capri-revolution, per esempio, non mangiano carne, o “cadaveri”, come li chiamano loro, e questa è chiaramente una buona abitudine. Essi non sono però ben informati su come integrare le proteine, fondamentali per uno stile di vita sano. Questa carenza avrà conseguenze anche gravi su alcuni membri del gruppo. Oppure utilizzano soltanto la medicina naturale, ma in alcuni casi questa non basta, e impone di scendere a patti con una modernità ben più cruda e “reale” di come viene dipinta nel loro mondo idealizzato. Per non parlare delle deviazioni fanatiche di alcuni membri del gruppo, che portano con sé tutto tranne che un messaggio di pace ed ecologia.

Per quanto riguarda la famiglia di Lucia, questa, certo, vive in modo molto modesto. Mangiano prodotti (carne compresa) locali, pascolano le loro capre e dedicano del tempo alla spiritualità, non cedendo alle dinamiche della frenesia e dell’ingordigia borghese. Lucia però è maltrattata e comandata dai fratelli solo perché donna. Inoltre la carne viene consumata ad ogni pasto. Infine, quando arriva l’elettricità a Capri, essi ne sono felicissimi, senza giustamente considerarne le conseguenze ambientali e sociali.

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I mediatori: la chiave della società?

Tra gli estremi di questi due gruppi esiste una fiumana di altre persone, rappresentate, genericamente parlando, dalla media borghesia. Queste spesso possono davvero fare la differenza. Da un lato la classe media è stata in grado di scatenare una guerra mondiale, di dare l’avvio alla combustione fonti fossili per ricavare energia ottenibile in altro modo, e di rendere la rincorsa ai beni materiali un bisogno insaziabile. Dall’altro, alcune persone appartenenti a questa categoria, possono diventare il tramite positivo tra i due poli sopracitati i quali, forse, non sono poi così opposti.

In Capri-revolution i mediatori sono rappresentati dal medico del villaggio e da Seybu, leader del gruppo hippie. Il momento più interessante del film infatti è il dialogo tra questi due personaggi. Questi sono gli unici (oltre a Lucia) ad aver avuto il coraggio e l’umiltà di confrontarsi. In questo modo hanno compreso sia il punto di vista dell’altro, sia ciò che li accomuna, aprendo una strada verso la giustizia sociale (e ambientale), forse più tortuosa ma sicuramente più efficace.

Il dialogo rivelatore di Capri-revolution

Seybu: Tutte le attività umane vanno considerate alla luce dell'energia.
Medico: l'energia è quella attraverso cui l'isola è stata appena illuminata. e a produrla è la scienza, lo studio, il progresso.
Seybu accende una lampadina solo tramite il contatto di due cavi che passano attraverso un limone.
Seybu: il problema non è l'elettricità in quanto tale, ma come viene prodotta e come la useremo nel futuro. l'elettricità ha a che fare con le forze condensatrici del centro della terra, con la gravitazione e il magnetismo. non potrei mai considerare l'elettricità come qualcosa di negativo. La questione dell'energia deve essere discussa e capita, perché c'è qualcosa di molto più ampio da imparare. Molto più di quanto possono insegnarci la fisica e il materialismo.
Medico: Non penserà di migliorare il mondo con questi trucchi?
Seybu: e lei, con i suoi idealismi, lo migliorerà? Gli uomini non sono al mondo con la vocazione di essere migliorati, ma semmai di diventare se stessi. Dovremmo riflettere su questo, specialmente ora che stiamo andando contro un muro. Abbiamo tutti gli strumenti per distruggerci e stiamo per usarli.
Medico: questa guerra, dal momento che avviene, può essere utile.
Seybu: una guerra utile?
Medico: sì. La classe lavoratrice potrà piegarla a suo vantaggio se obbligherà il potere ad assumersi le proprie responsabilità. E' una guerra voluta dal capitale, perciò va portata a estreme conseguenze. Bisogna che salti tutto per rifondare nuovi equilibri.
Seybu: sulla critica al capitale la seguo. La crescita economica, il capitale, non renderanno il mondo più produttivo. L'arte è il vero capitale e le persone devono prenderne coscienza. 
Medico: vuole prendermi in giro?
Seybu: niente affatto. Il mio concetto non è un'utopia, è la realtà. L'agricoltura è una questione di arte. Si può fare agricoltura solo occupandosi del terreno e delle condizioni climatiche. Insomma, se si comprende lo spirito delle sostanze; le sostanze umane sono creatività e intenzione. Questi sono i veri valori economici, nient'altro. Non il denaro. Quella di cui parliamo non è vera crescita: progredisce come un tumore che distrugge ogni cosa. Non è produttiva, è un processo letale e fuori controllo. Ma noi possiamo controllarlo, dipende tutto da noi; è inutile prendersela con il potere se le cose vanno male. Bisogna accusare solo se stessi. La rivoluzione siamo noi.

Capri Revolution è un film del 2018 ed è stato presentato in concorso alla 75ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia. È fruibile su Netflix, Youtube, Prime Video e Google Play.

Netflix, lo streaming e l’inquinamento

Streaming in casa

In questi giorni di quarantena, di autoisolamento e di distanza sociale, la tv (o il computer) sono diventate le nostre finestre sul mondo. Non che non lo siano sempre e comunque, soprattutto da quando lo smartphone è diventato un’appendice irrinunciabile della nostra mano. Ai tempi del nuovo coronavirus, però, tale ragionamento è ancor più vero. Costretti tra le pareti di casa, infatti, la visione di film e/o serie tv in streaming è diventata uno dei nostri passatempi preferiti. La piattaforma di maggior successo ad offrire questo tipo di servizio è Netflix, servizio online partito dagli Stati anglofoni e diffusosi ora a macchia d’olio anche in Italia.

A chiunque faccia uso del servizio offerto dalla piattaforma, segnaliamo il documentario Chasing Ice, di cui abbiamo parlato qualche giorno fa. Potete trovare altri interessanti titoli, per cui vale la pena spendere qualche emissioni, nella nostra sezione “Documentari sull’ambiente”.

Netflix e l’impatto ambientale

In fin dei conti, che male può esserci a bombardarsi di serie tv quando ho l’ordine tassativo di restare chiuso in casa? Nonostante, a seguito di precise direttive UE, Netflix e gli altri attori del settore abbiano abbassato la qualità dei propri contenuti, per meglio rispondere all’ampia domanda, la richiesta per questo tipo di servizio è rimasta alle stelle. Partiamo con il dire che, diversamente da quanto alcuni forse pensino, un’attività come la visione online non è certo ad impatto zero.

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Affinché sia infatti possibile, per un solo individuo, usufruire di un contenuto offerto in streaming, è necessario un importante dispendio di elettricità. Questo consumo, a sua volta, provoca emissioni di anidride carbonica. La CO2, come ben sappiamo, inquina l’ambiente.

Da una ricerca, i dati sull’inquinamento da Netflix

Dati concreti su quanto comporti, effettivamente, il binge watching, ovvero la visione forsennata dei nostri show preferiti su Netflix – o similari – ce li ha portati una ricerca condotta da Save on Energy. Tale ricerca, intitolata Netflix & COVID – 19: The environmental impact of your favourite shows, è stata in realtà condotta basandosi sui dati ufficiali, diffusi da Netflix, relativi al periodo compreso tra ottobre 2018 e settembre 2019. Il periodo, dunque, è antecedente alla diffusione del coronavirus. I dati potrebbero quindi essere sottostimati. Dobbiamo però tener presente che la società guidata da Reed Hastings è stata spesso accusata di gonfiare i suoi numeri, per cui possiamo ritenere il campione ugualmente significativo.

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Da questa ricerca sarebbe emerso come l’energia generata dai circa 80 milioni di telespettatori che hanno visionato Birdbox, la produzione di maggior successo della piattaforma, nel periodo di riferimento, abbia comportato per il pianeta una elevatissima emissione di anidride carbonica. Il film thriller a tinte horror con Sandra Bullock non è stato certo un alleato per il nostro pianeta. I calcoli effettuati dai coinvolti in questa ricerca hanno portato un risultato che potrebbe stupire. L’emissione di CO2 ammonta a circa 66 milioni di chili. Esattamente quanto si inquinerebbe affrontando un viaggio in auto di 147 milioni di miglia (e non km, badiamo bene). In sostanza, tutti questi telespettatori hanno inquinato quanto un automobile che, partendo da Londra, giungesse fino ad Istanbul e poi tornasse senza fermarsi. Per oltre 38mila volte.

I film Netflix che hanno generato la maggior quantità di CO2

Gli show più “inquinanti”

Alle spalle del poco invidiabile campione, in questa speciale classifica, si è classificato un altro importante film trasmesso dalla piattaforma. Murder Mystery, interpretato da Adam Sandler e Jennifer Aniston, ha emesso oltre 47 milioni di chili di anidride carbonica nell’aria. Tornando alla metafora automobilistica che ci aiuta a mettere in concreto il dato, parliamo dell’equivalente di un viaggio di oltre 104 milioni di miglia.

Il piatto forte di Netflix, probabilmente, sono le serie tv, e anch’esse dimostrano di sapersi difendere bene sul ring dell’inquinamento. La cintura di campione, in questo caso, la indossa la seguitissima serie Stranger Things, che fa impallidire Bullock e gli altri coinvolti nel progetto Birdbox. L’intrigante terza stagione dello show ha generato un inquinamento equiparabile ad un viaggio automobilistico che supererebbe, attenzione, i 421 milioni di miglia terrestri. Le emissioni totali ammonterebbero a ben 189 milioni di chili di CO2.

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Al terzo posto nel campionato riservato alle serie tv di Netflix troviamo la prima stagione di You. Le emissioni ad essa legate sono pari a quasi 120 milioni di chili. Il paragone stradale, in questo caso, è con un percorso di circa 266 milioni di miglia.

Le serie Netflix che hanno generato la maggior quantità di CO2

Valide alternative a Netflix

Molto spesso non ci rendiamo conto di quanto si inquini usufruendo di contenuto in streaming. Naturalmente, sia ben chiaro, le emissioni generate stando sul divano a guardare la tv o lo schermo del pc con una birra in mano, sono molto inferiori a quelle prodotte dai mezzi pesanti su gomma o addirittura dal campione indiscusso dell’inquinamento mondiale, l’aereo. Ciononostante, lo scopo della ricerca che abbiamo or ora esaminato, come ci ricorda anche la relatrice del dossier, l’esperta di energia per Save on Energy, Linda Dodge: “bisognerebbe limitare le visioni ed il binge watching.”

Foto: paginemediche.it

Naturalmente, i ricercatori comprendono bene le ragioni dietro l’aumento della richiesta per i servizi online, in questo periodo di reclusione morbida, se così vogliam definirla. Eppure, l’invito di Dodge e del suo gruppo di ricerca ci sentiamo di farlo nostro: “Meglio leggere. Optare per puzzle, arti, cucina e così via.” Cerchiamo insomma, per quanto ci sia possibile, di dedicarci ad attività le quali “non implichino l’estensivo e prolungato utilizzo di elettricità, internet e smart device.”

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Questo periodo di isolamento, e i dati di questa ricerca, ci siano da stimolo per ripensare il modo in cui guardiamo i film. Personalmente, prima di chiudere, vorrei ricondividere le parole di Sam Mendes, il regista di American Beauty, di Era mio padre, degli 007 Skyfall e Spectre, nonché del recente 1917, il quale agli ultimi Academy Awards affermò, a ragione, che secondo lui sarebbe ora di tornare a gustare i film laddove sono pensati per essere visti: all’interno delle sale cinematografiche. Forse rinunceremo alla comodità del divano ma ne guadagneremmo personalmente in termini di qualità della visione, oltre che collettivamente in termini ambientali.

Minimalism, un documentario su ciò che è importante

minimalism

Ho visto Minimalism molto, troppo tempo fa e non mi sembrava giusto scrivere un articolo senza ricordarne tutti i dettagli. Poi ho realizzato che il film parla da sé e che io non potrei fare molto se non consigliarlo ai miei lettori. In più, non potrei esprimere opinioni tecniche sul film: non sono una critica cinematografica, bensì una persona che come molte altre è rimasta colpita dalla pellicola, il cui effetto è durato nel tempo e che ha contribuito a rendermi la persona che sono oggi. Se infatti cerco di condurre uno stile di vita semplice, sobrio e nel rispetto dell’ambiente è stato anche grazie a Minimalism.

https://www.youtube.com/watch?v=0Co1Iptd4p4

Il documentario è presente su Netflix, Prime, iTunes, Google Play, Vimeo.

Bisogni inutili

In Minimalism, Joshua e Ryan, i due ragazzi ideatori del documentario, ma anche di articoli, libri e podcast (qui il loro sito web), cercano di comprendere il bisogno compulsivo delle persone di acquistare oggetti, conducendo una vera e propria indagine. Il film inizia in modo forse ovvio, per poi stupirci con una conclusione più profonda e rivelatoria. Inizialmente, infatti, troviamo la semplice ma comunque stimolante considerazione dell’inutilità di molti oggetti da noi posseduti, da quelli più piccoli come i soprammobili o i vestiti a quelli più importanti come le automobili o le case. Per acquistarli perdiamo infatti molti soldi e tempo prezioso, così come per mantenerli, pulirli, ammirarli e, infine, buttarli.

Molti oggetti per molti problemi

Nel corso del film, grazie a testimonianze e immagini contagiose che rappresentano la serenità spesso irraggiungibile di coloro che hanno scelto una vita minimalista, iniziamo a capire qualcosa di molto più profondo. Spesso il comprare oggetti è un modo per oscurare i nostri problemi e le nostre mancanze, oppure per illuderci di averli risolti. Questo avviene grazie alla temporanea soddisfazione conseguente un acquisto e all’accettazione sociale che ne deriva. L’amara verità che svela Minimalism è che, al contrario, i beni materiali non fanno altro che aumentare le nostre preoccupazioni, vista la maggiore quantità di elementi dei quali occuparci nella nostra vita. Oppure, semplicemente, non le risolvono.

Consumismo, il nemico dell’ambiente

Un altro aspetto fondamentale del film è la questione ambientale. Il pianeta sta esaurendo le sue risorse proprio per soddisfare i bisogni materiali di tutti noi. Noi che siamo ormai abituati a uno stile di vita che prevede il possesso di una quantità enorme di oggetti affatto necessari. Oltre allo sfruttamento eccessivo delle risorse naturali, vi è anche il problema delle emissioni di gas serra dovuti alla produzione industriale e quello dell’inquinamento. Quest’ultimo è dovuto al rilascio di sostanze chimiche e ai rifiuti che produciamo ogni qual volta uno di questi oggetti non ci serve più.

Diventare minimalisti

Ma come fare per diventare minimalisti? La parte più difficile è iniziare, poi tutto verrà da sé. Si può partire da un solo piccolo aspetto della nostra vita e successivamente, visti gli immediati benefici, tutto verrà coinvolto, dalla casa al lavoro fino alle persone che ci stanno intorno. Per esempio, si potrebbe svuotare il proprio armadio da tutti i capi che non utilizziamo e tenere soltanto i nostri preferiti o quelli di qualità maggiore. Ovviamente con la promessa di non comprarne di nuovi per un po’ di tempo. Lo stesso si può fare con la scarpiera, l’astuccio, il portafogli, i file del computer e del cellulare, gli arredamenti e persino, con più attenzione e cautela, con le persone. Insomma, un’operazione di liberazione totale da ciò che non è importante, per dare invece più valore e più dedizione alle poche cose che rimangono.

Solo ciò che è importante

Minimalism non è però un film di “propaganda” estremista che giudica negativamente chiunque non intraprenda questa via. Joshua e Ryan sono molto aperti al confronto e comprendono la difficoltà nell’abbracciare questo stile di vita. Le persone hanno infatti il bisogno di coltivare passioni e interessi che da un punto di vista rigidamente minimalista non potrebbero essere accettati. Per esempio la passione per i libri, per i quadri, o per la musica. Dal film traspare infatti l’idea che non sarebbe giusto che una persona amante della musica buttasse i suoi strumenti musicali, i cd, i vinili, i biglietti dei concerti soltanto perché beni materiali.

Lo scopo del minimalismo e del documentario, quindi, è un altro. Il minimalismo serve per aiutarci a capire cosa merita di occupare spazio nella nostra vita non in quanto oggetto esterno, bensì in quanto parte di noi stessi. Lo spazio reale da riempire con un oggetto infatti non è una stanza, né una casa, ma il nostro cuore. Tutto ciò che non ne è degno, può essere eliminato. Non immaginiamo neanche quante cose abbiamo di cui potremmo fare a meno seguendo questa linea guida. E in questo modo anche il nostro pianeta, soffocato da tanti inutili oggetti, potrebbe tornare a respirare e godere della propria libertà, che in fondo è anche la nostra.

Il documentario è fruibile su Netflix (link)

La collina dei conigli, la miniserie di Netflix e BBC

La collina dei conigli è una miniserie di quattro episodi targata BBC e Netflix e ispirata all’omonimo romanzo di Richard Adams. Protagonisti della storia sono un gruppo di conigli che, in previsione di un evento catastrofico, scappano dalla loro conigliera in cerca di un ambiente meno ostile. Durante questa ricerca incontreranno altri personaggi, più o meno positivi, che cambieranno per sempre il loro destino.

Il tema ambientale

Il tema ambientale, così come una forte denuncia sociale, si trovano su due livelli: il primo è la trama stessa, nella quale viene rappresentato lo sfruttamento della natura e degli animali da parte degli uomini. Il secondo è più metaforico, poiché dai rapporti dei conigli tra loro si possono evincere alcune dinamiche proprie della natura umana. La conigliera di Sandleford per esempio, dalla quale i conigli scappano all’inizio della serie, è florida, rigogliosa e tutti gli abitanti sono trattati dignitosamente. Il corpo della polizia è però troppo ottuso e fa il possibile per mantenere i conigli comuni docili, mansueti e ignari del mondo esterno. In questo modo possono mantenere la società in pace, ma soprattutto possono mantenere stabili le gerarchie.

Il regime totalitario di Efrafa

Un’altra conigliera, quella di Efrafa, è invece l’esatta rappresentazione di un regime totalitario, nel quale i conigli più deboli così come i conigli-femmina sono perseguitati. I conigli-maschi più grossi e più forti entrano invece tra le file della “polizia”. Le risorse sono divise iniquamente e utilizzate senza logica dalle élite per soddisfare i propri impulsi e appetiti. Questo rende l’ambiente circostante secco, brullo e senza vita.

La denuncia alle attività umane

La metafora viene per così dire svelata da uno dei protagonisti, che si rivolge a un membro della polizia di Èfrafa accusandolo di comportarsi da umano e non da animale. La denuncia qui diventa palese: gli animali solitamente aggrediscono per difesa o per procacciarsi cibo, a differenza degli uomini che agiscono per ingordigia e avidità, non rispettando le leggi della natura. Il risultato sono tutte le attività umane che in questo film trovano la loro piena rappresentazione: animali in gabbia o al guinzaglio, intere colonie di conigli lobotomizzati, nutriti oltre le loro esigenze naturali, costretti a morire malamente e prima del tempo; prati incontaminati che diventano coltivazioni, automobili che inquinano.

Non solo ambientalismo

In questo film, però, non vediamo un solo lato della medaglia. Infatti un’automobile e il suo guidatore saranno due degli elementi positivi della storia, creando un alone di speranza spesso poco visibile nei più crudi documentari ambientalisti. D’altronde qui, l’ambientalismo non è l’unico valore dichiarato, ma è accostato ad altri grandi problemi del mondo.

Il castello di carta

Si può quindi chiudere un occhio sulle tecniche di animazione molto basilari, così da concentrarci sulla trama. Si possono anche sopportare alcune scene troppo lente, inserite forse per lasciarci il tempo di riflettere. Lo scopo del film è infatti di farci uscire dal nostro castello di carta, nel quale noi siamo i re e la natura un suddito, un coniglio debole e perseguitato che ormai è diventato preda.

 

Il link alla serie su Netflix

“Una scomoda verità 2”, perché le bugie non durano a lungo

Finalmente un documentario degno di questo nome. Con poche, semplici immagini, Una scomoda verità 2 permette di capire la portata del fenomeno più pericoloso e importante della nostra epoca: il riscaldamento globale. D’altra parte, l’incisività è una caratteristica del protagonista del film, Al Gore, ambientalista nonché ex vicepresidente degli Stati Uniti d’America.

Il riscaldamento globale è in atto

I frammenti dei suoi discorsi sono così sentiti e così convincenti da non lasciare dubbi: il riscaldamento globale è in atto proprio adesso, sotto i nostri occhi, con fenomeni di fronte ai quali è difficile restare indifferenti. Alluvioni, esondazioni, carestie, siccità, migrazioni stanno cambiando il nostro mondo con una velocità quasi incontrastabile. Le immagini di questi eventi sono scioccanti e i grafici che le accompagnano illustrano in modo razionale e per questo efficace il loro impatto a livello mondiale, oltre che locale.

Il documentario vuole soprattutto dimostrare l’enorme potere che hanno i politici nel contrastare i cambiamenti climatici. Al Gore stesso durante la Conferenza Internazionale per il clima a Parigi nel 2015 ha avuto un ruolo fondamentale. Ha infatti portato l’India, il secondo Paese più popolato del mondo, ad abbandonare i combustibili fossili prediligendo le fonti rinnovabili. Con il benestare del direttore della Banca Mondiale, infatti, l’America ha concesso un ingente prestito all’India per iniziare le transizione.

Una nostra responsabilità

Nel documentario si chiarisce un altro fatto importante. I paesi in via di sviluppo si sentono in diritto di dar da mangiare a milioni di persone attraverso i combustibili fossili a basso costo, proprio come hanno fatto i paesi occidentali per 150 anni. Il cambiamento, nostro e loro, deve quindi essere prima di tutto una nostra responsabilità, un nostro investimento, poiché noi disponiamo delle risorse per metterlo in atto, loro no.

Dilungarsi in parole, comunque, non renderebbe giustizia a questo schietto, conciso, necessario documentario. Esorto quindi tutti a guardarlo con attenzione e il prima possibile, per capire un po’ di più cosa sta succedendo proprio qui, davanti ai nostri occhi, sotto i nostri piedi, sopra le nostre teste.

Il documentario si può noleggiare su varie piattaforme tra cui Chili, Apple iTunes e Google Play Music.