C’è un saggio dello psicologo ed economista norvegese Per Espen Stoknes che ha un titolo che sembra uno scioglilingua. Si chiama What We Think About When We Try Not to Think About Global Warming. È interessante (non per lo scioglilingua), perché contiene numerose ricerche sulle barriere cognitive che offuscano la nostra mente quando dobbiamo considerare la pericolosità del riscaldamento globale.
La prima barriera menzionata è la distanza. Il cambiamento climatico è spesso percepito come qualcosa di ancora lontano; lontano in senso spaziale (succede altrove, non dove vivo io), temporale (avrà effetti significativi solo in futuro) e sociale (riguarda persone diverse, più povere). Ecco, questa distanza non esiste, è un meccanismo erroneo del nostro cervello. Una di quelle barriere che non ci permettono di percepire la minaccia a cui siamo sottoposti.
Questo vale anche per noi, che viviamo in Italia, e che pensiamo che la crisi climatica sia avvertita solamente in remoti atolli del Pacifico. Ce lo dimostra il nuovo rapporto dell’Osservatorio CittàClima di Legambiente.
Escalation di eventi metereologici estremi
Sta crescendo, di anno in anno, il numero degli eventi metereologici estremi e dei comuni colpiti in Italia. Dal 2010 al 1 novembre 2021 sono stati registrati 1.118 eventi estremi sulla mappa de rischio climatico, 133 solo nell’ultimo anno, con un 17,2% in più rispetto alla passata edizione del rapporto. Per eventi estremi si intende fenomeni come allagamenti da piogge intense, stop alle infrastrutture, trombe d’aria, esondazioni fluviali, prolungati periodi di siccità, temperature estreme, grandinate, frane e danni al patrimonio storico.
I comuni colpiti sono stati 602 (95 in più rispetto allo scorso anno, quasi +18%), e le vittime 261. La città più colpita è Roma dove si sono verificati 56 eventi, di cui ben oltre la metà hanno riguardato allagamenti a seguito di piogge intense. Subito dopo Bari con 41 eventi, principalmente allagamenti da piogge intense (20) e danni da trombe d’aria (18). Infine Milano con 30 eventi totali.
Le aree più colpite da alluvioni, trombe d’aria e ondate di calore sono 14. Si tratta di grandi aree urbane e di territori costieri: a città come Roma, Bari, Milano, Genova e Palermo, vanno aggiunti la costa romagnola e a Nord delle Marche (42 casi), la Sicilia orientale e la costa agrigentina (38 e 37 eventi estremi), l’area metropolitana di Napoli (31 eventi estremi), il Ponente ligure e la provincia di Cuneo, con 28 casi in tutto, il Salento, con 18 eventi, la costa Nord Toscana (17), il Nord della Sardegna (12) e il Sud dell’isola con 9 casi.
Mancata prevenzione
Secondo i dati della Protezione Civile, ogni anno spendiamo 1,55 miliardi per la gestione di queste emergenze. Ma, cosa più allarmante, il rapporto tra spese per la prevenzione e quelle per riparare i danni è di 1 a 5. Legambiente rileva che “si tratta di un quadro complesso, quello del nostro Paese, di rischi e impatti in corso, in cui da decenni si continua a spendere un’enorme quantità di risorse economiche per rincorrere i danni provocati da alluvioni, piogge e frane, a fronte di poche risorse spese per la prevenzione”.
I motivi
Perché gli eventi estremi stanno aumentando anche da noi? Non è una domanda semplice, ma iniziamo col dire che, a causa del riscaldamento globale, il clima mediterraneo si sta estremizzando sempre più.
Lo spiega il climatologo Antonello Pasini su Linkiesta: «Il riscaldamento globale di origine antropica sta facendo estendere verso nord la circolazione equatoriale e tropicale. In questo modo siamo sempre più colpiti dai caldissimi anticicloni africani, invece di essere sotto la protezione del più mite anticiclone delle Azzorre. Quando poi gli anticicloni africani si ritirano sul Sahara lasciano un territorio e soprattutto un mare molto caldo che, quando scendono correnti da nord o nord-ovest più fredde o anche solo più fresche, creano un contrasto termico molto forte e forniscono vapore acqueo ed energia dal basso ai sistemi atmosferici, rendendoli più violenti ed estremi».
Al cambiamento climatico, poi, vanno aggiunte le caratteristiche del nostro territorio. «Per calcolare il rischio da eventi estremi e dunque i danni vanno considerate anche la vulnerabilità del territorio e l’esposizione dei nostri beni e delle nostre persone – continua Pasini – Anche in questo caso in Italia non siamo messi bene, perché i territori, spesso a causa di un’antropizzazione esagerata, sono molto fragili, soprattutto all’arrivo di piogge violente che non hanno la possibilità di essere assorbite ma defluiscono in superficie, facendo diventare le strade dei fiumi in piena. Spesso, inoltre, ci esponiamo in zone dove non dovremmo, magari impegnandoci in abusi che ci si ritorcono contro».
Cosa fare?
Il rapporto di Legambiente si chiude con quattro priorità che il nostro paese dovrebbe tenere in conto per aumentare la resilienza e ridurre la vulnerabilità del territorio ai cambiamenti climatici. In primis, l’approvazione del Piano di adattamento ai cambiamenti climatici. Il nostro paese ancora non ne dispone uno, è fermo in attesa di approvazione dal 2018. A differenza di altri 23 paesi europei, l’Italia è l’unico a non disporre di un Piano nazionale di adattamento.
Tale mancanza può avere un notevole impattato nella programmazione delle risorse di Next Generation UE. Si tratta infatti di un documento necessario, secondo l’associazione ambientalista, per arrivare preparati alla fine del 2022, quando sarà possibile rivedere gli interventi previsti dal Recovery Plan, pianificando specifici progetti nelle aree urbane e territoriali più a rischio.
Altra priorità è la necessità di prevedere un programma di finanziamento e intervento per le 14 aree del Paese più colpite. Il “Programma sperimentale di interventi per l’adattamento ai cambiamenti climatici in ambito urbano” del Ministero della transizione ecologica è un primo passo, ma occorre farne altri. Come, ad esempio, individuare le aree urbane più critiche e introdurre un fondo pluriennale che permetta alle città la programmazione degli interventi più urgenti.
Inoltre, è importante rafforzare il ruolo delle Autorità di Distretto e dei Comuni negli interventi contro il dissesto idrogeologico. E infine bisogna mettere la sicurezza delle persone al primo posto, rivedendo le norme urbanistiche: nonostante l’aumento degli eventi estremi, si continua a costruire in aree a rischio idrogeologico, ad intubare corsi d’acqua, a portare avanti interventi che mettono a rischio vite umane durante piogge estreme e ondate di calore.
Ci aspettavamo qualche cosa di meglio. La nascita del Ministero della Transizione Ecologica, avvenuta in contemporanea all’insediamento del governo Mario Draghi ci aveva fatto ben sperare. All’alba della sua presidenza, il premier incaricato Draghi aveva annunciato la creazione di un Ministero che doveva garantire una transizione ecologica al nostro Paese, verso le fonti rinnovabili. Anzi, lo aveva fatto annunciare a Donatella Bianchi, presidente del WWF, enfatizzando ancor più la nascita del dicastero. Il primo atto autorizzato però, non lascia affatto tranquilli gli ambientalisti.
Le grandi speranze che hanno seguito la nascita del Ministero – all’interno di un governo del tutti dentro che, come ben sappiamo, di dicasteri ne ha creati addirittura 23! – corrono il rischio di venire deluse a nemmeno 3 mesi dal giuramento della squadra di Draghi. Per transizione ecologica, infatti, nessuno intendeva certo nuove trivellazioni per sfruttare fonti fossili. Vediamo che cosa è successo.
— Europa Verde – Verdi (@europaverde_it) April 9, 2021
Raccontiamo il caso con le parole del comunicato stampa inviato all’ANSA dal Forum H2O, associazione abruzzese che riunisce numerosi movimenti per l’acqua: “Il Ministro della Transizione Ecologica Cingolani ingrana la marcia. Però all’indietro. Lo fa puntando sul passato, cioè sulle fossili. È stata infatti approvata la valutazione di impatto ambientale per ben 11 nuovi pozzi per idrocarburi, di cui anche uno esplorativo. Il tutto nel Mar Adriatico, tra Veneto e Abruzzo, nel canale di Sicilia e a terra, in provincia di Modena. Inoltre, sempre in Emilia ma questa volta in provincia di Bologna, ha approvato anche l’avvio della produzione di un pozzo già esistente a metano. Visti i primi atti ci verrebbe voglia di battezzarlo come Ministero della Finzione Ecologica.”
Ironia amara
La definizione “Ministero della Finzione Ecologica” fa certamente sorridere. Eppure esprime davvero bene la frustrazione che si prova di fronte a questa decisione. Ci verrà detto che queste misure non devono ricadere interamente sulle spalle di Cingolani, uno che è lì da qualche settimana e, data l’improvvisa fine del governo precedente, si sarà sicuramente ritrovato molte pratiche aperte da chi lo precedeva al Ministero dell’Ambiente. La storia vera, però, non è proprio questa.
Continua il Forum H2O: “Sono ben 7 gli interventi presentati negli anni scorsi dai petrolieri delle società ENI (3); Po Valley Operations PTY Ltd (2) e SIAM Srl (2). Questi progetti erano rimasti fermi al Ministero per anni, anche dal 2014. Il neoministro Cingolani li ha prontamente resuscitati invece di mettere fine, in generale, ai nuovi progetti fossili.” Che era poi quel che ci si aspettava da lui.
“Oltre ai rischi e alle criticità insiti in ogni singolo progetto, per incidenti (recentemente in Croazia una piattaforma si è inabissata per il maltempo), perdite e scarichi, la cosa grave è che ci si allontana sempre più dagli obiettivi fissati dall’Accordo di Parigi sul Clima. Quelli che a parole tutti dicono di voler rispettare.”
Le priorità del Ministero della Transizione Ecologica
Il comunicato del forum continua con una brutale conclusione e un augurio a cui ci uniamo: “Per Cingolani e il governo Draghi, evidentemente, l’emergenza non è quella climatica ma premiare i progetti dei petrolieri. Auspichiamo che questi progetti siano fermati nel prosieguo dell’iter di approvazione, anche se la strada si fa in salita.”
Le esplorazioni e le trivellazioni, infatti, non sono ancora operative, in atto. Esse hanno però ricevuto il via libera da parte del Ministero, che significa che ormai hanno avuto il nulla osta e, con ogni probabilità, diverranno effettive a breve. Il campanello d’allarme del Forum H2O ci serva da monito. Se il buongiorno si vede dal mattino, come recita un noto proverbio, ecco che dobbiamo tenere sotto stretto controllo l’operato del nuovo dicastero. Continuare ad appoggiare estrazione e sfruttamento del fossile non è transizione ecologica, semmai l’esatto contrario. È immobilismo ecologico, finzione come hanno detto dal forum. In altre parole, è tutto ciò di cui non abbiamo bisogno in questo momento. Il nostro pianeta ha già iniziato a farci intendere quanto disapprovi il nostro stile di vita totalmente irrispettoso nei suoi confronti.
— Franco Maria Fontana (@francofontana43) April 11, 2021
Altro che transizione ecologica: ancora nuove trivellazioni
L’idea delle trivellazioni pare essere un chiodo fisso, un cruccio nel nostro Paese. Nonostante i giacimenti fossili italiani siano tutt’altro che ricchi e rigogliosi, tanto che dovrebbero essere di stimolo alla ricerca di fonti energetiche a loro alternative, numerosi sono i governi che continuano ad insistere su di essi. Prima di Draghi lo fece l’ex premier Matteo Renzi. Ricorderete come, 5 anni fa – il 17 aprile 2016 – fummo chiamati alle urne per un referendum abrogativo. Esso ci chiedeva se volessimo impedire esplorazioni e trivellazioni alla ricerca di idrocarburi nei nostri specchi d’acqua. Ebbene, in tale occasione, si recò a votare una percentuale di elettori esigua, ben inferiore al 40% e, come da normativa, il referendum non passò e il diritto di esplorare non venne tolto. Proprio come desiderava il governo di allora.
Perché è importante ricordare questo episodio? Perché dobbiamo evitare di incolpare i soli Draghi e Cingolani. Se come popolo italiano avessimo deciso, quando potevamo, di stoppare queste operazioni, probabilmente questo articolo non sarebbe neppure mai uscito poiché nuove trivellazioni in Italia sarebbero state impossibili. E invece eccoci qua.
La storia non si fa con i se e con i ma com’è risaputo ma ciò non deve scusarci. Se non ci responsabilizziamo noi per primi, se non facciamo partire dal basso la lotta per il clima, alzando le nostre voci finché non vengano sentite con chiarezza all’interno dei palazzi del potere, temo che ci ritroveremmo molte volte a dover scrivere pezzi come questo – da questa parte dello schermo – e a doverli leggere – dal vostro lato.
Nell’oceano di brutte notizie che si infrangono ogni giorno sui lidi delle testate internazionali, è spuntata un’onda anomala che interessa l’Italia: quella delle rinnovabili. Secondo l’Analisi trimestrale del sistema energetico italiano condotta da ENEA, infatti, le rinnovabili in Italia hanno visto un’accelerazione, specialmente negli ultimi due anni. Un risultato certamente buono, non fosse che gran parte del “merito” è da attribuirsi a un evento non proprio felice: quello della pandemia.
Rinnovabili in Italia: i dati che fanno sperare
L’Indice ISPRED è stato elaborato da ENEA per misurare la transizione energetica italiana sulla base dell’andamento di prezzi, sicurezza e decarbonizzazione. Ed è proprio qui che scorgiamo la buona notizia. L’indice ha infatti segnato un aumento su base annua del 38%, anche grazie a un continuo abbassamento dei prezzi delle rinnovabili. Per quanto riguarda le importazioni di tecnologie low carbon dall’estero, anche qui vediamo un forte aumento (+27%, per un valore di 2,2 miliardi di euro), soprattutto per veicoli elettrici, ibridi e batterie. Queste ultime categorie, in particolare, sono passate dal coprire il 33% dell’import green nel 2019, al 56% nel 2020. Nel complesso, quindi, la quota di rinnovabili sui consumi finali è pari a circa il 20% (era 18% nel 2019). Questo dato consente all’Italia di superare il target Ue del 17% imposto per il 2020.
Di pari passo, assistiamo a una costante decarbonizzazione, che nel 2020 ha accelerato del 40%. La forte diminuzione della richiesta di petrolio e carbone ha spinto al minimo storico dal 1961 la quota di fossili nel mix energetico. Una quota che però rimane ancora molto alta, visto che si attesta al 72% nel 2020 (contro il 74% del 2019). La capacità eolica e solare è comunque in crescita, e si stima che passerà dal 16% attuale al 25% nel 2030.
Rinnovabili in Italia: ancora molto da fare
Tra burocrazia lenta e blocchi culturali
Purtroppo, molti lati oscuri caratterizzano questo significativo, ma apparente miglioramento nel settore delle rinnovabili in Italia. Innanzi tutto, il gas resta la prima fonte energetica della Nazione (37,4%). Le rinnovabili, in valore assoluto, hanno subito un aumento di appena l’1%. L’Italia sembra quindi non riuscire a spingere del tutto il piede sull’acceleratore quando si tratta di energia pulita. Il primo ostacolo è dato dalla monumentale torre burocratica italiana e dal continuo scarica barile di responsabilità fra Stato, Regioni ed enti locali.
In secondo luogo, sussiste un grande blocco culturale che impedisce a imprenditori e investitori di dare adito anche solo al pensiero di costruire centrali di energia pulita sul territorio. Un esempio è quello di Francesco Ferrante, vicepresidente del Kyoto Club. Egli aveva censito 160 progetti di impianti per produrre biometano da rifiuti organici e scarti agricoli. Sono però stati tutti bloccati da comitati di cittadini “informati” e da sindaci riottosi ai nuovi progetti. Forse in nome di un paesaggio che andrà comunque distrutto dagli effetti ormai noti e sempre più vicini dei cambiamenti climatici.
Come riporta il Sole 24 Ore, in Italia ogni mese si realizzano impianti eolici da 6 megawatt e impianti fotovoltaici per 54 megawatt. Un risultato ancora lontano dalla cifra da raggiungere per soddisfare gli obiettivi Pniec (Piano Energia e Clima) entro il 2030: 83 megawatt per l’eolico e 250 megawatt per il fotovoltaico. Terna ha dovuto realizzare l’elettrodotto di alta tensione Adriatic Link al largo e sul fondo del mare, con un aumento dei costi che sarà pagato dai cittadini. Il tutto perché le autorità locali ne hanno impedito la costruzione sul suolo nazionale. Confindustria ha calcolato che questi rallentamenti sulle rinnovabili apportino una perdita al Paese di 600 milioni di euro all’anno.
Soldi e pandemia
Un terzo freno è dato dai prezzi delle energie rinnovabili, che restano più elevati rispetto al resto d’Europa. Il motivo è legato soprattutto al ruolo determinante che l’import di rinnovabili gioca per l’Italia, vista la mancanza di fonti domestiche. Il tutto nonostante la nostra Nazione abbia un altissimo potenziale in questo settore. La nostra geografia privilegiata, specialmente nell’Italia meridionale, permetterebbe infatti di sfruttare facilmente le principali fonti, come eolico, fotovoltaico e idroelettrico. Settori che aiuterebbero a colmare la ferita ancora pulsante che divide il Nord e il Sud, innescando in quest’ultima zona incalcolabili progressi nella sfera lavorativa, economica e sociale.
Un ultimo aspetto da considerare è l’effetto dei lockdown dal 2020 ad oggi. I consumi di combustibili fossili si sono drasticamente ridotti, dando quindi l’impressione di una decarbonizzazione de facto. Non dobbiamo dimenticare, però, che il trend potrebbe ribaltarsi nuovamente una volta terminata l’emergenza epidemiologica. In questo articolo approfondiamo la questione.
Per concludere lasciando un barlume di speranza e motivazione, è doveroso sottolineare come gli sforzi della politica italiana del post-pandemia siano maggiori rispetto agli anni passati. In cima alla lista delle priorità che si è posto il nuovo ministero della Transizione ecologica vi è proprio l’aggiornamento del Piano Energia e Clima ai nuovi obiettivi di riduzione delle emissioni posti dall’Europa (-55% entro il 2030). E, per la prima volta, sembra esserci anche la fondamentale disponibilità economica per farlo. Basti pensare che il 37% dei 209 miliardi in arrivo dall’Europa andranno a finire proprio nell’appena confezionato nuovo ministero. Ora non resta che vedere se esiste una disponibilità anche politica, sociale e culturale per affrontare la transizione che ci è stata promessa.
Ecco che ci risiamo. L’ultima volta che abbiamo votato per le elezioni politiche, in Italia, era il 2018. Ora siamo nel 2021. Sono passati 3 anni e si sono già succeduti 3 governi. Più o meno com’è successo nei 75 anni di storia dell’Italia repubblicana, nel corso dei quali abbiamo avuto oltre 60 esecutivi. Povera Italia.
La classe politica che esprimiamo è di livello infimo, e la cosa appare particolarmente evidente negli ultimi tempi. Le leggi elettorali che il Parlamento propone sono risibili, imbarazzanti nella loro inefficacia. Ciò si deve principalmente al fatto che siano concepite per garantire uno scranno a ogni partito, partitino e micropartito che creiamo praticamente per sport. La cosa peggiore in tutto ciò è che ogni classe politica rispecchia il popolo che la elegge. Dunque prima di giudicare loro dovremmo fare un pò di sana autocritica noi stessi, per chiederci perché mai diamo il potere in mano a certi personaggi.
Antefatto a parte, si è insediato un nuovo esecutivo al termine della scorsa settimana. Novità particolarmente rilevante è la creazione del Ministero alla Transizione Ecologica. Ad esser franchi ci si aspettava qualcosa di più di quel che è stato partorito dalla visione politica di Mario Draghi. Andiamo però con ordine.
Donatella Bianchi, presidente WWF, annuncia ufficialmente la nascita del Ministero della Transizione Ecologica. Immagini: LA7
Il governo Draghi
Il nuovo premier Mario Draghi (classe 1947) è uno degli economisti più eminenti a livello mondiale. Dopo un notevole percorso di studi che lo ha portato anche negli Stati Uniti, ha cominciato la sua carriera presso il Ministero del Tesoro, prima di venire nominato Direttore Esecutivo della Banca Mondiale. Dopo un lungo corso tra le mura amiche del Ministero, con la carica di Direttore Generale, entra in Goldman Sachs. Impiegato presso la sede londinese del colosso finanziario, in quanto Vice Chairman e Managing Director, guida le strategie europee del gruppo.
Nel 2005 diviene il nono governatore della Banca d’Italia. A questo punto la sua carriera si impenna. Viene nominato Presidente del Forum per la Stabilità Finanziaria – che nel 2009 diventa Consiglio per la Stabilità Finanziaria – e poi, nel 2011, l’Eurogruppo lo rende ufficialmente Presidente della Banca Centrale Europea. Al termine del suo mandato in BCE si ritira a vita privata, ufficializzandola tramite le note parole: “del mio futuro chiedete a mia moglie.” Il 13 febbraio 2021 giura come Presidente del Consiglio dei Ministri. Il suo governo nasce da un compromesso tra numerose forze politiche – tutte, praticamente, eccezion fatta per Fratelli d’Italia – e nomina l’altissimo numero di 23 Ministri. Draghi ha dovuto accontentare tutti.
Le parole d’ordine del governo
Naturalmente, non occorre ricordare qui il particolare momento che stiamo attraversando. Il neo-governo Draghi, però, non dovrà occuparsi soltanto della crisi sanitaria ed economica innescata dalla pandemia. L’ex presidente di BCE ha fatto già circolare l’elenco dei principali punti programmatici che dovranno caratterizzare la sua azione politica. L’opera sarà convintamente europeista, come ci stanno dicendo i media da giorni, secondo una strategia che dovrebbe essere la più efficacia per riuscire a disporre dei copiosi finanziamenti parte del Recovery Fund.
L’esecutivo si concentrerà su 5 macro-temi, intenzionato a risolvere altrettante emergenze indicate dallo stesso premier: sanità, lavoro, scuola, imprenditoria e ambiente. Per questo motivo è stata avallata la richiesta forte, esternata principalmente dal Movimento 5 Stelle, della creazione di un Ministero preposto alla Transizione Ecologica.
Beppe Grillo e Mario Draghi. Sarebbero le menti dietro l’ideazione del Ministero alla Transizione Ecologica. Foto: The Italian Times
La formazione del Ministero alla Transizione Ecologica
Che cosa intendiamo precisamente quando parliamo di Ministero della Transizione Ecologica? Come sarà costruito e chi lo guiderà? Tra i partiti che hanno maggiormente insistito per dar vita al dicastero c’è il Movimento 5 Stelle, come già scritto. Il partito ha parlato di questo ministero come di un ufficio fondamentale in questo preciso momento. Hanno ragione da vendere. Viene allora spontaneo domandarsi come mai, in due anni che sono stati al governo, non abbiano pensato di istituirlo loro stessi. Nonostante nel nostro Paese si parli sempre più sovente di transizione ecologica, siamo ancora piuttosto indietro nel concreto.
Ricordiamo infatti che l’Italia ha fatto dipendere troppo spesso la propria politica estera dalla strategia industriale di ENI (ne abbiamo parlato qui) e non è riuscita ad imporre alcun obbligo ambientale ad Arcelor Mittal a causa della mancanza di una strategia efficace e sostenibile per ILVA. Il nostro Paese spende annualmente circa 19 miliardi di euro in sussidi ambientali che tali non sono – in quanto in realtà danno origine a complicazioni per l’ambiente – e, dal 2011 a oggi, ha già sborsato oltre 600 milioni in multe a Bruxelles per infrazione. Come se non bastasse, 7 dei circa 60 milioni di italiani vivono in aree altamente inquinate. Altrettanti hanno la dimora in zone a grave rischio idrogeologico e di inondazioni. In una simile situazione, è più che mai necessaria l’istituzione di questo ministero.
Esempi dall’estero: Austria
In Austria l’ambientalista Leonore Gewessler è a capo di un ufficio davvero completo in termini di transizione ecologica. Si chiama Ministero per l’azione climatica, l’energia, i trasporti, l’industria e l’innovazione tecnologica. Il Paese – guidato come sappiamo dal conservatore Sebastian Kurz e i suoi improbabili alleati dei Verdi – è all’avanguardia assoluta, in Europa, per quanto riguarda clima ed energia. Lo Stato alpino, in maniera coerente ed intransigente, tanto che potremmo definirla proprio gerarchica, ha dato vita ad una politica ambientale estremamente ambiziosa. Il Ministero di Gewessler coordina ogni settore legato alla sostenibilità: trasporti, energia, industria e innovazione, grazie all’autorità di cui dispone che gli permette di spegnere immediatamente ogni focolaio di dibattito generato relativamente a questi ambiti.
Spagna
Anche in Spagna tali decisioni sono in mano a una donna. Teresa Ribera Rodriguez, vice primo ministro iberica, regge il ministero ribattezzato della transizione ecologica e della sfida demografica. Si è infatti deciso di associare alla battaglia climatica quella contro lo spopolamento e l’abbandono delle zone rurali spagnole. Ribera da sempre sostiene che le energie rinnovabili siano un indispensabile volano per la trasformazione verde e ha riportato il Paese ai primi posti nello sfruttamento di fonti pulite. In questo modo, si è invertita una tendenza che aveva caratterizzato gli ultimi anni. La chiave di volta è stata l’eliminazione dalle bollette dei costi per il sostegno delle rinnovabili che sono stati trasferiti in un fondo alimentato per di più dai fornitori.
Francia
Oltralpe, in Francia, Emmanuel Macron era riuscito a coinvolgere Nicolas Hulot, celeberrimo ecologista, per guidare il potentissimo Ministero della Transizione Ecologica e Solidale. Un unico hub avrebbe dovuto supervisionare l’operato ambientale, energetico, climatico, relativo ai trasporti e all’economia circolare. Per portare avanti questi compiti il budget ammonta oggi a 48 miliardi – ai quali dobbiamo aggiungere la quota di fondi europei che la Francia destinerà a questo ufficio – che non sono troppi per un Paese ben più sensibile del nostro, dove c’è contezza dell’importanza della sfida climatica. La lotta al surriscaldamento dei cosiddetti cugini è molto più combattuta, a livello sociale e politico, rispetto a quanto sia da noi, dove ancora in troppi vedono la creazione di questo dicastero come un mero contentino dato da Mario Draghi a Beppe Grillo, per comprarsi il suo sostegno al governo. E la cosa peggiore è che potrebbe essere la verità.
Hulot si è dimesso nel 2018, denunciando in radio il potere e la pervasività delle lobby. Gli industriali, a suo dire, gli impedivano, di fatto, di procedere spedito verso la decarbonizzazione come avrebbe voluto fare. Vista la situazione di grave emergenza climatica, non si poteva certo procedere a piccoli passi e occorreva un cambiamento radicale. Tristemente, Hulot constatò che il governo e la politica gli erano vicini soltanto a parole e si arrese a quest’evidenza. Stremato e stanco di lottare contro mulini a vento, rassegnò il mandato. A sostituirlo arrivò Barbara Pompili, transfuga dei Verdi e vicinissima politicamente a Macron.
La transizione ecologica in sintesi
Affinché funzioni, il Ministero della Transizione Ecologica deve poter soprintendere e organizzare secondo necessità quello dello Sviluppo Economico. I due ambiti non possono più essere separati, pena l’inefficacia dell’operato. Similmente, dovrebbe avere l’ultima parola anche in decisioni ambientali e – specialmente in Italia – relative alle infrastrutture ed i trasporti.
Eppure il MIse, per com’è concepito nel nostro Paese e per come ha sempre lavorato, è costituito quasi interamente da personale formatosi nell’era del fossile. Tale ministero ha sempre operato a braccetto con ENI, ENEL e i settori dell’industria pesante. Per anni lo staff impegnato nella definizione delle strategie italiane di sviluppo economico ha trattato le rinnovabili come fossero un capriccio troppo costoso e ha utilizzato la parola green energy alla stregua di uno slogan. Al Mit poi, la situazione potrebbe essere pure peggiore. Nessuno ricorda addetti particolarmente zelanti nel campo della manutenzione, della sicurezza o dei trasporti pubblici. Tutti invece sappiamo molto bene come le grandi opere scaldino il cuore a chiunque sia impiegato in quelle stanze.
Il Ministero dell’Ambiente sarà sostituito da quello alla Transizione Ecologica. Foto: greenme.it
Un ministero di Serie B
Vent’anni fa, nel 2001, il Ministero all’Ambiente – che sarà sostituito da quello alla Transizione Ecologica – disponeva di un budget pari a circa 2 miliardi di euro. Oggi non può contare neppure su 800 milioni. Inevitabilmente, alla riduzione dei fondi è seguito un drastico abbassamento delle competenze. Di fatto, al giorno d’oggi è un dicastero minore. Nonostante clima e ambiente siano parole sulla bocca di tutti e i cambiamenti dovuti al global warming siano già arrivati al nostro uscio.
Nell’equilibrio del potere, la scrivania dell’ambiente è spesso stata assegnata a rappresentanti di second’ordine, sovente per accontentare questo o quel partito che avevano contribuito al trionfo elettorale. Piuttosto di rado la sua titolarità è stata davvero stabilita in base alle competenze. Non era questo il caso con Sergio Costa, persona attenta e capace ma poi a qualche partitino è venuto il mal di pancia, come ben sappiamo. C’è però anche una nota positiva.
Il governo e la sua responsabilità nella transizione ecologica
La scelta di Draghi, con tutti i limiti che ora analizzeremo, presenta infatti una grande opportunità. Il governo sembra volersi assumere, tramite l’instaurazione del Ministero alla Transizione Ecologica, le proprie responsabilità sul nostro futuro. Se vogliamo giocarcela questa sfida ai cambiamenti climatici, dobbiamo porre il potere decisionale in materia ambientale nelle mani di un solo burocrate. Le competenze in materia sono oggi spezzettate tra vari dicasteri e ciò non agevola certo un’azione rapida, coerente ed efficace.
La lezione di Hulot ci insegna che dobbiamo combattere una dura battaglia per resistere alle forti pressioni di chi ha interessi nel fossile. La lobby del petrolio, infatti, non vuole certo darsi per sconfitta e spera di protrarre quanto più a lungo possibile la sua agonia, in barba al pianeta. Vari ministeri guidati da orientamenti e priorità diverse non hanno alcuna possibilità di vittoria contro un nemico così ostico e organizzato.
Bozza di destinazione dei fondi Recovery Plan per l’Italia. Grafica: ilprimatonazionale.it
I limiti del nuovo dicastero
Il Ministero della Transizione Ecologica riunirà i compiti del Ministero dell’Ambiente e la giurisdizione energetica che fino a qualche giorno fa era nelle mani del titolare del Mise. Ciò naturalmente significa che il nuovo dicastero avrà in sé alcune funzioni precedentemente assegnate allo sviluppo economico ma, simultaneamente, che non ne prenderà il posto in toto. Questo potrebbe essere limitante, mantenendo due polli a razzolare sulla stessa aia.
All’interno del Minambiente esiste già un dipartimento per la transizione ecologica. Esso si occupa, fino a nuova riorganizzazione, di economia circolare, contrasto ai cambiamenti climatici, efficientamento energetico, miglioramento della qualità dell’aria e sviluppo sostenibile. Altri compiti di pertinenza del dipartimento DITEI – possiamo leggere sul sito – sono la cooperazione ambientale internazionale e il risanamento. Queste mansioni dovrebbero ora divenire prioritarie.
Il nuovo Ministero conta di avere a disposizione un ingente budget – parliamo di circa 69 miliardi di fondi Next Generation EU – fin dalla sua nascita. Tali fondi sarebbero destinati alla conversione del sistema produttivo italiano in un modello ben più sostenibile. Energia, industria – e anche lo stile di vita di ogni persona – devono essere meno dannosi per l’ambiente. Questa non è più una novità per nessuno eppure ancora siamo ben lontani dal raggiungere questo risultato. Non è che un bene il fatto che la politica cominci ad occuparsene. Eppure si teme che il dicastero non riesca ad operare all’altezza delle attese. Non solo, ci sono anche voci fuori dal coro le quali sostengono che questo nuovo ministero si riveli un carrozzone, accentrando in maniera imprecisa alcune competenze di altri uffici e fomentando lo spreco di risorse pubbliche.
Dubbi e perplessità
In fin dei conti, dice Davide Tabarelli, presidente di Nomisma Energia, il Ministero dell’Ambiente nel 1986 era nato proprio per guidare la transizione ecologica. Insomma, ci sono luci e ombre su questo nuovo dicastero, il quale ha grandi possibilità ma potrebbe anche finire per trovarsi costretto tra troppi limiti. Si tratta però di quel rischio che accompagna ogni novità, in fin dei conti.
Lo spazio dedicato al Ministero della Transizione Ecologica da Porta a Porta.
Alla guida del nuovo Ministero della Transizione Ecologica
Il titolare del neonato Ministero sarà Roberto Cingolani, fisico 59enne. Si tratta del manager e responsabile dell’innovazione tecnologica del gruppo Leonardo. Il suo ruolo aziendale – espresso in lingua inglese come fanno tutti oggi, per chissà quale motivo – è quello di Chief Technology & Innovation Officer. Oltre alla guida del dicastero gli saranno date anche le chiavi del costituendo Comitato Interministeriale per la Transizione Ecologica.
Roberto Cingolani. Foto: quifinanza.it
Cingolani – grande esperto di nanotecnologie – ha un curriculum di tutto rispetto, che può vantare esperienze in grandi e noti centri di ricerca negli USA, in Giappone e in Germania. Nel 2005 ha fondato a Genova l’Istituto Italiano di Tecnologia (IIT) di cui è stato direttore scientifico prima di entrare in Leonardo. La carriera di Cingolani potrebbe renderlo l’uomo giusto per affrontare il complesso passaggio a quella società sostenibile che l’UE ci chiede di diventare. Potrebbe, appunto.
Anche sulla sua figura, infatti, si addensa qualche dubbio. Leonardo è infatti parte di Finmeccanica, azienda leader nella produzione ed esportazione di armamenti. Si tratta dunque di un uomo che non vive esattamente di salvaguardia del creato, piuttosto che guadagna distruggendolo. Questo aspetto potrebbe essere tutt’altro che marginale. Si tratta di un tecnico molto politico; visto alla Leopolda renziana, al meeting di Rimini organizzato da Comunione e Liberazione e agli incontri pubblici di Gianni Letta e dei Casaleggio.
Naturalmente, è troppo presto per dare un giudizio su Cingolani e il suo neonato ministero. Ci auguriamo naturalmente che serva al meglio il nostro Paese mettendo l’ambiente e la sua tutela davvero al centro della sua opera – e, possibilmente, di quella dell’intero esecutivo – non possiamo però evitare di vedere tutto il quadro, nella sua scomoda interezza.
In concomitanza con la fine dell’anno e del decennio arriva, puntuale e severa, la pagella. La Commissione dell’Unione Europea ha rimandato agli anni venturi uno dei suoi studenti meno ligi, l’italia, nelle materie ambientali. Ma abbiamo ancora un buon margine di tempo e, oserei dire, un’ennesima clemente chance prima della bocciatura definitiva. Questa si concretizzerà in una punizione monetaria di cui il Bel Paese non ha affatto bisogno in questo periodo di grande crisi sociale ed economica legata al Covid.
L’Italia e l’inquinamento radioattivo
A fine ottobre la Corte di Giustizia UE ha avviato una procedura di infrazione contro l’Italia in merito alla gestione dei rifiuti radioattivi. Nonostante nel nostro Paese le centrali nucleari siano state definitivamente chiuse nel lontano 1990, l’Italia non ha ancora avviato un programma di gestione degli scarti. Questi sono, di fatto, bombe a orologeria pericolose per l’ambiente e la popolazione, ma la quantità di questi oggetti nel nostro paese è sconcertante.
Secondo l’ ISIN (Ispettorato Nazionale per la Sicurezza Nucleare) in Italia vi sono 30 mila metri cubi di rifiuti nucleari sparsi in 7 regioni. Questi sono solo una parte del quantitativo iniziale in quanto circa il 99% del combustibile esaurito, utilizzato nelle quattro centrali nucleari nazionali dismesse, è stato già inviato in Francia e in Gran Bretagna. Qui verrà riprocessato e solo in un secondo momento tornerà in patria. Sempre l’Isin però avverte che nei prossimi 50 anni i rifiuti nucleari potrebbero raggiungere i 78mila metri cubi. Da biasimare, però, non saranno soltanto i vecchi impianti nucleari in via di smantellamento. 28mila di questi infatti saranno i residui dalla ricerca, della medicina nucleare e dell’industria.
Proprio per arginare la possibilità che si creassero enormi discariche radioattive, nel 2013 è stata emanata una direttiva in merito alla gestione di questi rifiuti. Le Nazioni avevano a disposizione ben due anni per presentare le loro virtuose soluzioni. Il tempo, però, è trascorso e l’Italia, insieme ad Austria e Croazia, ha riconsegnato la verifica in bianco. L’UE ha lasciato a questi Paesi ancora due mesi per rimediare, dopodiché passerà al secondo stadio del richiamo, ovvero quello del “parere motivato”.
Italia oltre i livelli di particolato da più di 10 anni
Il “parere motivato” è invece già arrivato da parte dell’Ue in merito ai livelli di particolato in atmosfera sia pm 2,5 sia pm 10. Per capire più nel dettaglio il significato di queste sigle vi rimandiamo al nostro articolo in merito alle polveri sottili. Quel che è certo è che l’Italia sia uno dei paesi più inquinati d’Europa e, secondo la Commissione, tra il 2008 e il 2017 avrebbe violato il diritto dell’Unione “in maniera sistematica e continuata”. Inoltre “non ha manifestamente adottato, in tempo utile, misure adeguate per garantire il rispetto dei valori limite fissati dalle norme Ue sull’inquinamento dell’aria.
L’area d’Italia che maggiormente presenta livelli di inquinamento oltre il limite della legalità è la Pianura Padana, con Lombardia e Veneto ai massimi livelli di PM10. Città particolarmente imputate sono MIlano, Brescia e Venezia. Non esenti da una valutazione negativa della qualità dell’aria sono però molte altre regioni tra cui Toscana, Friuli Venezia Giulia, Umbria, Campania, Marche, Molise, Puglia, Lazio e Sicilia.
Alla luce di dati inconfutabili l’Italia non ha potuto fare altro che far leva “sulla diversità delle fonti d’inquinamento dell’aria, alcune delle quali sarebbero influenzate dalle politiche europee di settore. Oppure ha puntato sulle particolarità topografiche e climatiche di alcune zone interessate come la Pianura Padana, un’area con conformazione “a conca” e quindi poco soggetta al ricambio dell’aria.
Le possibili soluzioni
La procedura di infrazione avviata dalla Commissione Europea è uno dei provvedimenti che mirano alla realizzazione del Green Deal europeo (di cui parliamo qui). Secondo i piani, infatti, l’UE dovrebbe diventare il primo continente a emissioni zero entro il 2050. Un patto che vede favorevole l’attuale ministro dell’ambiente italiano Sergio Costa. Egli infatti non si è lasciato abbattere dagli scarsi risultati ottenuti dall’Italia negli ultimi anni in fatto di inquinamento. Costa ha affermato quanto segue: “Fin dal mio insediamento, nel 2018 ho messo in campo tutti gli strumenti possibili, in accordo con le Regioni, per affrontare il tema della qualità dell’aria”.
“Il decreto legge Clima dello scorso novembre – continua il ministro – ha poi individuato una serie di iniziative, come l’acquisto di scuola bus green per cui abbiamo stanziato 20 milioni in due anni, o la riforestazione urbana, finanziata con 30 milioni. Importante anche il buono mobilità per incentivare una mobilità elettrica e sostenibile nelle grandi città, stanziando a tal fine i proventi delle cosiddette ‘aste verdi’ del Ministero dell’Ambiente”.
Non sappiamo se questi provvedimenti riusciranno ad allontanare le numerose spade di Damocle che pendono sul nostro paese. L’Italia è infatti il Paese europeo con il numero più alto di procedure aperte (oltre 20) a tema ambiente. Quello che sappiamo, però, è che possiamo contribuire anche nel nostro piccolo alla realizzazione del sogno di un’Europa a emissioni zero e, sopratutto, un’Italia senza più particolato nell’aria. Possiamo, per esempio, attuare questi piccoli accorgimenti:
Scegliere, quando possibile, di non utilizzare la macchina per gli spostamenti
Sfruttare i servizi di car-sharing o bike-sharing della nostra città
Investire in un mezzo di trasporto a emissioni zero (bicicletta, monopattino elettrico, auto elettrica)
Utilizzare i mezzi pubblici
Usufruire il più possibile dello smart working
Evitare (in futuro) i voli aerei
Usufruire, se possibile, dei servizi che si trovano nei pressi della nostra abitazione (panificio, cinema, parrucchiere, banca, scuola e lavoro)
Ottimizzare il consumo energetico della nostra abitazione
L’Italia, il Paese di cui tutto il mondo invidia il cibo, il clima e le risorse è sempre più in balia dei cambiamenticlimatici. Stiamo infatti già affrontando i problemi che solo qualche anno fa attanagliavano le nazioni cosiddette tropicali. La mancanza di acqua è uno di questi e ha interessato la Puglia, la Basilicata e la Sicilia durante tutto il mese di ottobre, che statisticamente è uno dei più piovosi dell’anno.
Ascolta il podcast di introduzione all’articolo di oggi!
Le regioni più colpite dalla scarsità d’acqua
La valutazione della carenza di acqua nelle regioni italiane viene condotta dall’analisi dei bacini idrici, ovvero enormi contenitori di acqua piovana utili a sfruttare il più possibile ciò che il cielo ci invia ogni anno gratuitamente. I dati più recenti rivelati dall’ ANBI (Associazione Nazionale Bonifica e Irrigazione), però, non sono incoraggianti.
Nei bacini idrici della Basilicata si trovano ora 78,4 milioni di metri cubi di acqua. Può sembrare molto se non si considerano i metri cubi presenti in questi stessi bacini nel 2019: ben 110 milioni, ovvero 35 milioni di metri cubi di acqua in più. In Puglia lo scarto (negativo) è di 75 milioni di metri cubi. Alla lista delle regioni che stanno affrontando una crisi idrica si è da pochissimo aggiunta la Campania, i cui fiumi stanno subendo un calo significativo della loro capacità: il bacino di Piano della Rocca sul fiume Alento contiene soltanto 6,5 milioni di metri cubi d’acqua, che consiste nel 26% della sua capacità. L’invaso di Conza della Campania, sull’Ofanto, nonostante sia in lieve crescita, presenta comunque un deficit significativo rispetto a un anno fa di oltre 4,7 milioni di metri cubi.
Ancora più preoccupante è il caso della Sicilia. Il 70% del suo ricchissimo territorio rischia infatti la desertificazione. Il dato è stato diffuso lo scorso giugno dal CNR (Consiglio Nazionale delle Ricerche) ed è stato confermato dai dati ANBI. La portata dei bacini idrici siciliani è infatti passata dai 69,9 milioni di metri cubi di acqua del 2019 ai 53,8 milioni di quest’anno.
La prima e più intuibile causa della scarsità d’acqua nei bacini di molte regioni italiane è quella di una inusuale siccità e, quindi, dei cambiamenti climatici. Già a febbraio Coldiretti annunciava che all’Italia mancavano l’80% di piogge, con un inverno più caldo di 1,87 gradi rispetto alla media. In Sicilia sopratutto i picchi di calore e siccità sono in costante aumento e la piovosità dell’isola diminuisce di anno in anno. Secondo l’Osservatorio europeo sulla siccità (European drought observatory) nel 2020 soltanto il mese di marzo avrebbe registrato piogge quantitativamente significative sull’isola. Una quantità ingente di acqua è caduta soltanto a luglio quando Palermo è stata colpita da una bomba d’acqua degna di un paese situato nelle vicinanze dell’equatore (ne parliamo in questo articolo).
La diminuzione delle precipitazioni annuali preoccupa gli scienziati ormai da decenni. Dai primi anni del 900 ai primi del 2000 infatti il tasso di diminuzione delle piogge è stato di quasi 2 millimetri all’anno. Ecco perché è importante fare tesoro delle piogge e raccogliere più acqua possibile nei bacini idrici del Bel Paese. Qui però sopraggiunge un altro problema legato alla poca attenzione che viene riservata alle questioni ambientali oltre che alla prevenzione di eventi meteorologici estremi, siano essi alluvioni o siccità prolungate. Anche perché i bacini dell’Appennino meridionale sono per lo più a gestione pluriennale: impiegheranno molti mesi per riguadagnare quote e volumi confortanti, a patto che piova.
Non solo siccità: ecco perché manca l’acqua in italia
Senza girarci troppo intorno, i bacini idrici italiani non funzionano bene. Come ha spiegato il presidente di ANBI Francesco Vincenzi, in Sicilia la rete di distribuzione irrigua è insufficiente e la capacità degli invasi è fortemente condizionata dagli interramenti, contro i quali è necessaria una vera e propria campagna di escavi. Nel 2019 l’Ispra ha pubblicato dei dati riguardanti i consumi e le perdite di acqua in Italia. Da questi si evince che in Sicilia il 50% dell’acqua potabile “si disperde” a causa di “corrosione, giunzioni difettose, deterioramento o rotture delle tubazioni”. Ciò significa fondamentalmente che la metà dei volumi immessi in rete non raggiunge gli utenti come invece dovrebbe. La situazione è anche migliore rispetto alla Basilicata dove viene disperso il 56,3% dell’acqua raccolta. In Sardegna ne viene persa il 55,6 per cento e nel Lazio il 52,9 per cento.
Il direttore generale di ANBI ha affermato che anche in Sicilia, come nel resto d’Italia mettiamo a disposizione delle autorità competenti l’esperienza e le capacità tecniche presenti nei Consorzi di bonifica ed irrigazione. Ribadiamo, però, la necessità di una loro ristrutturazione secondo principi di efficienza e sostenibilità economica. Da troppi anni, infatti, una mal interpretata funzione della politica ne condiziona l’operatività a servizio del territorio, possibile nell’isola come già avviene nel resto d’Italia“.
Mozia, Sicilia
La carenza di acqua causa perdite economiche
Alcuni aiuti, quindi, ci sono. Lo dimostra anche la Sardegna, per la quale sono stati stanziati 20 milioni di euro per l’efficientamento del canale adduttore dell’invaso di Liscia, mirati a ridurre le perdite in un territorio soggetto a gravi carenze idriche. Una tale preoccupazione da parte delle autorità competenti nasce sopratutto quando iniziano ad esserci anche deficit economici relativi al settore agricolo delle regioni. “La siccità è diventata l’evento avverso più rilevante per l’agricoltura. I fenomeni estremi hanno provocato danni alla produzione agricola, alle strutture e alle infrastrutture con una perdita di 14 miliardi di euro in 10 anni”. Ha dichiarato Coldiretti.
A conferma di ciò si può consultare il rapporto Istat “Utilizzo e qualità della risorsa idrica in Italia“. La premessa dello studio è il fatto che nel nostro paese il settore agricolo si contraddistingue come il più grande utilizzatore di acqua. I bacini idrici infatti servono anche all’irrigazione del terreno, indispensabile per la prosperità delle zone con più spinta specializzazione produttiva. Un esempio è la piana del Sele, dove si coltivano grandissime quantità di ortaggi e frutta. Qui l’irrigazione deve essere assicurata tutto l’anno.
Carenza d’acqua in Italia e allevamenti intensivi: uno stretto legame
Inutile però nascondersi dietro a un dito. All’interno del settore agricolo i maggiori responsabili del consumo idrico nazionale sono gli allevamenti intensivi. Sempre secondo l’Istat ai primi posti per superficie irrigata per tipologia di coltivazione c’è il mais a granella, erbai e altre foraggere, fruttiferi e agrumi. Ma cosa facciamo di tutta questa produzione? “Solo una piccola parte è destinata all’alimentazione umana, mentre la gran parte va ai mangimi degli allevamenti intensivi”. Sostiene Sorlini, professoressa Emerita di Microbiologia Agraria dell’Università di Milano e Presidentessa della Casa dell’Agricoltura. Oltre al fatto che, come sappiamo, gli animali richiedono anche moltissima acqua da bere “direttamente”.
Un’altra schiacciante prova riguarda il consumo di risorse idriche regionale in rapporto alla presenza di allevamenti intensivi. La Lombardia, guarda caso, detiene entrambi i primati. Questo rivela un legame palese tra l’eccessivo sfruttamento del bestiame e un consumo di acqua altrettanto irresponsabile.
Cosa puoi fare tu per alleviare la carenza d’acqua in Italia
Come si legge in un articolo di Internazionale al quale facevamo riferimento in un altro nostro articolo, nella società si sta spargendo il mito del consumatore verde. Un consumatore che, per quanto attento ai suoi piccoli gesti quotidiani, fa poca differenza senza le azioni a favore dell’ambiente di politici, imprenditori ed economisti. Per esempio chiudere il rubinetto mentre ci si lava i denti è una buona pratica che però fa poca differenza a fronte dei consumi di un allevamento di 10.000 galline (e, quindi, intensivo). Avendo quindi ben presente questo, noi de L’Ecopost non scoraggeremo mai i nostri lettori nell’avere qualche accortezza relativa al consumo diretto e indiretto di acqua. Ecco alcuni consigli:
Adotta una dieta povera o priva di carne, specialmente quella derivata dagli allevamenti intensivi. In questo modo invieremo insieme un forte messaggio a chi detiene il potere di questo settore.
Vota politici che hanno a cuore l’ambiente.
Riduci la durata delle docce.
Se lavi i piatti a mano riempi una bacinella dove insaponare le stoviglie. Sciacquale poi con l’acqua corrente solo un un secondo momento.
Spegni il rubinetto quando non necessario (per esempio mentre spazzoli i denti).
Riempi il più possibile la lavatrice e la lavastoviglie per ridurne gli utilizzi.
Quando hai a disposizione dell’acqua di scarto o piovana utilizzala per lo scarico del WC.
A volte, da bambina, quando un adulto mi imponeva il divieto di fare qualcosa, mi bastava uscire dal suo radar visivo per continuare indisturbata la mia attività. Lo stesso atteggiamento infantile è proprio delle aziende chimiche produttrici di pesticidi; e quella mancanza di attenzione, voluta o non voluta, da parte degli adulti è paragonabile alle indulgenti leggi dell’Unione Europea. Un’indagine di Greenpeace UK, Unearthed, e dalla ONG svizzera Public Eye ha messo a nudo l’esportazione, da parte di alcune nazioni europee, di pesticidi che sono già stati dichiarati illegali all’interno dell’Unione. Insomma, invece che terminare il gioco, le aziende chimiche lo hanno proseguito lontano dagli occhi degli adulti.
Perché i pesticidi erano illegali
Nei primi dieci anni del nuovo millennio l’Unione Europea ha deciso di vietare l’utilizzo di alcuni prodotti fitosanitari. Tra questi il Trifluralin e l’Alachlor, erbicidi utilizzati sin dagli anni ’60 e rivelatosi tossici per gli organismi acquatici, oltre che per la loro lunga persistenza nel suolo. Un altro famigerato erbicida ormai vietato in UE è l’Atrazina. Secondo L’EPA (Environmental Protection Agency) l’esposizione ad Atrazina è collegata al cancro alla prostata, oltre ad avere effetti neuroendocrini con conseguenze sia a livello riproduttivo che di sviluppo.
Vi sono poi i pesticidi, che non hanno caratteristiche migliori. L’ 1,3-dicloropropene e la Propargite, per esempio, sono considerati probabilmente cancerogeni per operatori e consumatori, oltre che per i mammiferi che vi entrano in contatto.
Etica? No grazie
Alla luce di questo, le aziende chimiche e chi gestisce i loro rapporti commerciali non si sono poste alcun problema etico, ma hanno deciso di esportare questi pesticidi ed erbicidi dannosi per gli uomini e l’ambiente dove la legge lo consentiva, ovvero fuori dall’Unione Europea. E le cose sono anche peggiori di così. Oltre agli Stati Uniti, l’Australia, il Canada e il Giappone, l’UE esporta i pesticidi anche in nazioni del mondo più povere, come Marocco, Sud Africa, India, Messico, Iran e Vietnam.
In totale, nel periodo dei 9 mesi di indagini, sono state contate 81.615 di tonnellate di prodotti fitosanitari vietati destinati all’esportazione. Di queste, il 12% (pari cioè a 9.500 tonnellate di pesticidi) provenivanodall’Italia. Questo dato rende il Bel Paese il secondo esportatore europeo di queste sostanze. Poi, quando il Regno Unito reciderà i suoi legami con l’Unione Europea, l’Italia si aggiudicherà il primato.
Non stupisce quindi la recente e triste notizia del processo a Karl Bär e Alexander Schiebel. I due attivisti si sono infatti schierati contro l’uso intensivo dei pesticidi in agricoltura, in particolare in Trentino Alto Adige. Sono stati poi portati in giudizio dall’Assessore all’Agricoltura bolzanino Arnold Schuler.
I due, però, non avrebbero torto, visto che i dati parlano chiaro: la vendita di pesticidi in rapporto alla superficie trattabile supera di oltre sei volte la media nazionale. Il processo contro Bär inizierà oggi, 15 settembre. In caso di condanna egli rischia la pena detentiva e la rovina personale a causa dell’astronomica spesa di risarcimento per aver “recato danno all’immagine dell’Alto Adige”. Fermo restando che entrambi gli attivisti stanno già sostenendo delle ingenti spese legali.
La coltivazione delle mele, diffusa soprattutto nella valle dell’Adige e in Val di Non, porta le province di Bolzano e Trento al triste primato di regione italiana con la maggiore distribuzione di pesticidi.
Le contraddizioni dell’esportazione di pesticidi
Le contraddizioni legate all’uso e all’esportazione di pesticidi, se non sono evidenti, la sveliamo di seguito. Innanzi tutto, l’abbiamo detto, esiste un problema etico alla base di questa attività. Proteggere da sostanze cancerogene gli abitanti dell’Unione Europea soltanto perché in possesso di un documento che ne sancisca la cittadinanza e non farlo con altri esseri umani che hanno semplicemente una nazionalità differente non ha alcun senso logico.
In più, l’Unione Europea importa dai Paesi sopra elencati una grandissima quantità di prodotti agricoli e, quindi, cibo che finisce direttamente sulle nostre tavole. La vendita di pesticidi a queste Nazioni, quindi, ci si ritorcerebbe contro, rappresentando perfettamente quel fenomeno che ormai va di moda chiamare karma.
Infine, vi è sempre il problema del riscaldamento globale che incombe sul pianeta (e sopratutto sui paesi più poveri) ormai da decenni. Il quale ancora non spaventa chi lucra sulla produzione, trasporto, vendita e smaltimento di prodotti che l’hanno causato. Non basta quindi questo infausto fenomeno a minacciare l’ambiente, gli ecosistemi e l’essere umano. I pesticidi non riescono ad uscire dalla scacchiera e si uniscono agli innumerevoli strumenti di tortura cui la Terra è già sottoposta.
L’appello di Federica Ferrario, responsabile campagna agricoltura di Greenpeace Italia, è quindi rivolto all’UE, che deve porre fine a questa ipocrisia vietando per sempre la produzione e l’esportazione di tutti i pesticidi vietati.
Tanto tuonò che piovve. Ci siamo ormai abituati, ahinoi, alle alluvioni estive nel nostro Paese. Solo nelle ultime settimane possiamo ricordare una bomba d’acqua a Milano, con esondazione del Seveso (24 luglio), il nubifragio a Verona (23 agosto) e l’allagamento a Cortina d’Ampezzo (24 agosto). Il trend, però, non è certo iniziato in questo poco fortunato 2020.
Il maltempo è conseguenza del cambiamento climatico
La Coldiretti, l’associazione dei coltivatori diretti, monitora costantemente l’andamento delle condizioni meteorologiche italiane. A detta loro, nel nostro Paese, si verificherebbero violenti temporali durante la stagione estiva ormai in maniera costante. Nella bella stagione 2020 che si appresta a terminare, in Italia, ci sarebbe stata la non invidiabile media di ben 3 grandinate ogni giorno.
“Siamo di fronte alle evidenti conseguenze dei cambiamenti climatici. Anche in Italia l’eccezionalità degli eventi atmosferici è ormai la norma. La tendenza alla tropicalizzazione del clima si manifesta con una più elevata frequenza di manifestazioni violente, sfasamenti stagionali, precipitazioni brevi e intense ed il rapido passaggio dal sole al maltempo. Ciò compromette le coltivazioni con costi per oltre 14 miliardi di euro, in un decennio, tra perdite in produzione agricola nazionale e danni a strutture e infrastrutture nelle campagne.” L’associazione dei coltivatori ha spiegato così il suo rapporto annuale relativo all’estate 2020. In questa specifica fase stagionale – l’estate è un periodo chiave per numerose coltivazioni – è proprio la grandine il nemico più temuto.
Alluvioni estive e fenomeni estremi portano a estremi danni
L’elaborazione di Coldiretti muove da dati ESWD, European Severe Weather Database, e i risultati dati sono piuttosto preoccupanti per l’indotto del settore agricolo. La raccolta estiva della frutta, infatti, rischia di essere pesantemente minata dall’insorgenza di fenomeni atmosferici così estremi. Anche la vendemmia è in procinto di cominciare e si corre il rischio di perdere fino a un anno intero di lavoro qualora i fenomeni lambissero le vigne.
Naturalmente, per il benessere delle colture le precipitazioni sono necessarie, l’acqua è vita come ben sappiamo e la siccità è un pessimo nemico dell’agricoltura. La pioggia però occorre in maniera costante. Non è salutare avere periodi con precipitazioni nulle e poi nubifragi che ricordino le cataratte del cielo di biblica memoria. I forti temporali sono una minaccia poiché le precipitazioni violente causano frane e smottamenti. In un Paese dall’altissimo rischio idrogeologico come la nostra Italia, le alluvioni estive sono una calamità rilevante.
“I cambiamenti climatici con precipitazioni sempre più intense e frequenti, le bombe d’acqua che si abbattono su un territorio fragile per via della cementificazione e dell’abbandono sono una minaccia. Sono saliti a 7252 i comuni italiani a rischio frane e/o alluvioni secondo le elaborazioni Coldiretti su dati ISPRA. Si tratta del 91,3% del totale” precisa la stessa associazione di coltivatori.
Un nuovo contesto climatico
L’Italia del Nord è stata falcidiata dal maltempo, negli ultimi giorni, e le alluvioni estive hanno portato danni ingenti e disperso persone. Grandine, pioggia e smottamenti si sono susseguiti a Milano, in Valtellina, nell’alessandrino, ad Asti e a Casale Monferrato. Il veronese, Mantova, Cremona e la provincia di Belluno sono tutti stati investiti dalle intemperie, così come il vicentino. In luglio una brutta alluvione estiva colpì invece la città siciliana di Palermo. Il nuovo contesto climatico estivo, nel nostro Paese, pare sempre più essere caratterizzato da periodi di caldo rovente proveniente dal deserto del Sahara alternati a fenomeni di estremo maltempo in zone più o meno circoscritte del nostro Paese.
Quando infatti agli anticicloni africani, i quali caratterizzano sempre più spesso la bella stagione nelle nostre regioni, si uniscono correnti atlantiche fresche e instabili; vengono innescati nubifragi, grandinate e alluvioni devastanti, portatrici di conseguenze distruttive, anche a causa della non ottimale condizione delle infrastrutture italiane, spesso sofferenti di scarsa manutenzione quando non proprio abbandonate al più totale disinteresse. Lo scontro tra diverse masse d’aria genera i presupposti necessari alla formazione di imponenti celle temporalesche, capaci di scaricare al suolo ingenti quantità di acqua in pochissimo tempo.
Il surriscaldamento globale potenzia le alluvioni estive
A ciò va aggiunta la nefasta azione che il surriscaldamento globale gioca sulle temperature dei mari. L’innalzamento di queste ultime, infatti, comporta una maggiore evaporazione. Di conseguenza, l’atmosfera si arricchisce sempre più di vapore acqueo, ovvero umidità. Possiamo pensare a questo elemento, come al vero catalizzatore per la formazione dei temporali. L’umidità in atmosfera, infatti, non è che energia potenziale per alimentare forti rovesci. La penisola italiana è circondata dal mare, dunque si trova spesso proprio al centro degli scontri tra masse d’aria calda e fredda, e la zona di conflitto nella quale esse si incontrano subisce l’influenza dell’evaporazione accelerata a causa dell’innalzamento delle temperature planetarie.
Le estati non sono certo terribili solo a casa nostra. Oramai l’intero pianeta ha un problema con il surriscaldamento. Negli scorsi mesi abbiamo avuto 38 gradi a Londra, 40 a Madrid e addirittura 42 a Parigi, senza poi parlare del gran caldo siberiano, senza precedenti. Le alluvioni estive hanno colpito senza alcuna pietà Turchia, Corsica, Ungheria, Repubblica Ceca, Romania, Serbia, Ucraina, Polonia , Bulgaria, Giappone, Bangladesh e l’isola greca di Evian. Per i morti e i dispersi climatici, però, non esiste alcuna università John Hopkins a darci quotidianamente il numero di morti, feriti e dispersi. Sembra chiaro che il mondo reputi più pericolosa la pandemia della ben più insidiosa questione ambientale.
E poi c’è la situazione cinese. Il gigante asiatico è, da giugno, alle prese con una stagione delle piogge che pare infinita. Nella Cina rurale la catastrofe potrebbe essere epocale in termini di danni economici e vite umane perse. Eppure il governo di Pechino preferisce tenere tutto nascosto, insabbiando una vicenda che non farebbe certo buona propaganda. Le cifre che circolano raccontano di 219 morti, 64 milioni di cinesi vittime di esondazioni e, dunque, semisommersi, più di 50mila edifici crollati, 2 milioni di persone evacuate e 5 milioni di ettari di terre coltivate inondati. Le piogge però non accennano a smettere e questi numeri dovranno essere aggiornati.
I responsabili dietro al fenomeno delle alluvioni estive
Non basta però snocciolare dati che ogni estate si fanno più cupi, occorre invertire la tendenza che continua a soffiare sulle vele del surriscaldamento globale, occorre che la società si impegni davvero a cambiare la situazione. I principali responsabili delle alluvioni estive sono gli stessi che stanno alla base del fenomeno dell’innalzamento del clima a livello globale: gli uomini.
Alluvioni estive e danni climatici, quali sono le colpe dell’uomo
La mano dell’uomo gioca un ruolo di assoluto primo piano nella propagazione e prosperazione dei fenomeni atmosferici estremi. La distruttività delle alluvioni estive, ad esempio, si deve a gravi mancanze ambientali che da tempo vengono messe in risalto da geologi e ambientalisti: la latitante manutenzione di sponde e argini fluviali, la selvaggia cementificazione dei letti e delle aree ad essi adiacenti, le canalizzazioni forzate, tutte queste operazioni condotte dall’uomo portano a un serio dissesto idrogeologico. È stato calcolato che in Italia si consumino ogni giorno circa 90 ettari di suolo. È naturale che, se aggiungiamo a questi dati il surriscaldamento globale, ci accorgiamo bene di quale sia la strada che stiamo percorrendo.
Degrado ecologico e innalzamento delle temperature non sono una buona accoppiata. Dobbiamo sforzarci di dividerla, eppure, sembra che la comunità umana mondiale sia piuttosto lieta di questo metaforico fidanzamento, tanto che continua a rafforzarlo, comportandosi in maniera sbagliata, incurante della salvaguardia ambientale. Se vogliamo evitare altri articoli che parlano di alluvioni estive e delle loro brutte conseguenze, occorre agire in fretta.
Quella del Covid-19 è stata una crisi senza precedenti, che ha costretto il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte a firmare il Decreto Rilancio. Il Decreto prevede una serie disposizioni per permettere all’economia italiana di ripartire. È anche, però, un’opportunità per mettere in atto delle pratiche virtuose ed iniziare la transizione verso un’economia a favore dell’ambiente.
Il decreto rilancio per l’efficienza energetica degli edifici
Il provvedimento maggiore è sicuramente quello che riguarda il sistema edilizio. Lo Stato infatti rimborserà il 110% degli interventi di efficientamento energetico sostenute dal 1° luglio fino al 31 dicembre 2020. I soldi verranno rimborsati in cinque quote annuali.Tali interventi sono:
Isolamento termico. La spesa per questa operazione deve ammontare ad un massimo di 60.000 moltiplicato per il numero delle unità immobiliari che compongono l’edificio .
Sostituzione degli impianti di climatizzazione invernale con impianti centralizzati per il riscaldamento, raffrescamento o fornitura di acqua calda a condensazione. Tutti devono avere un’efficienza almeno pari alla classe A. Ovviamente è valido anche se abbinato all’installazione di impianti fotovoltaici.La spesa per queste operazioni, compreso lo smaltimento degli impianti sostituiti, non deve superare i 30.000 euro.
Tutti gli altri interventi di efficientamento energetico già previsti dalla legislazione vigente.
Importante: Ai fini dell’accesso alla detrazione, gli interventi devono assicurare il miglioramento di almeno due classi energetiche dell’edificio. Oppure il raggiungimento della della classe energetica più alta.
L’installazione di impianti solari fotovoltaici connessi alla rete elettrica. La spesa massima deve però essere di 48.000 e comunque nel limite di 2.400 per ogni kW di potenza.
L’installazione di infrastrutture per la ricarica di veicoli elettrici.
Interventi di efficientamento anti-sismico.
Sostegno per le Zone Economiche Ambientali (ZEA)
Il Decreto Rilancio stanzia anche 40 milioni di euro per l’anno 2020 a favore delle micro, piccole e medie imprese che svolgono attività economiche eco-compatibili. Queste comprendono anche le attività di guida escursionistica ambientale che hanno sofferto una riduzione del fatturato a causa del Covid-19. Per ricevere il denaro le imprese e gli operatori devono risultare attivi alla data del 31 dicembre 2019.
Devono inoltre avere sede legale e operativa nei comuni aventi almeno il 45% della propria superficie compreso all’interno di una ZEA. Infine, devono svolgere attività eco-compatibile ed essere iscritti all’assicurazione generale obbligatoria.
Mobilità sostenibile
Il governo predispone poi 120 milioni di euro per incentivare la mobilità sostenibile, a fronte della crisi che subirà il trasporto pubblico. A partire dal 4 maggio, con l’acquisto di una bicicletta, anche a pedalata assistita, un segway, un hoverboard o un monopattino, verrà rimborsato il 60% del prezzo originale. Bisogna però essere residenti in un comune con più di 50.000 abitanti. La detrazione è valida per una sola volta a persona.
Per gli anni 2021 e seguenti il Programma incentiva la rottamazione di autoveicoli e motocicli altamente inquinanti.
Saranno inoltre finanziati i progetti per la creazione, il prolungamento, l’ammodernamento e la messa a norma di corsie riservate per il trasporto pubblico locale e di piste ciclabili.
Infine, per le aziende con più di 100 dipendenti e situate in un comune con pi di 50.000 abitanti sarà obbligatorio predisporre un piano spostamenti casa-lavoro entro il 31 dicembre di ogni anno. Dovranno inoltre nominare un responsabile della mobilità aziendale (mobility manager).
Il decreto Clima, che dovrebbe dare il via al Green New Deal annunciato allo stanziarsi del nuovo governo, è appena stato approvato dal ministro dell’ambiente Sergio Costa. Si tratta niente più che un fondo monetario stanziato dall’Unione Europea e che l’Italia può sfruttare per iniziative a favore dell’ambiente.
Quanti soldi?
L’ammontare del fondo è di 450 milioni di euro che, di primo impatto, sembrano moltissimi. Bisogna però da notare che i fondi richiesti da Angela Merkel per il decreto clima in Germania sono 50 miliardi di euro entro il 2021 e 100 miliardi entro il 2030. I nostri, quindi, sono meno di un centesimo di quelli tedeschi. Infatti, le proposte a favore dell’ambiente presenti nel decreto sono altrettanto esigui.
Il più chiacchierato è sicuramente la possibilità, per chi vuole rottamare la propria auto da Euro 0 a Euro 3 e i motorini (Euro 2 e Euro 3), di beneficiare di un bonus mobilità per acquistare biciclette o abbonamenti per mezzi pubblici. Il bonus avrà un valore dai 500 euro ai 1500 euro, che devono essere utilizzati entro i successivi tre anni da qualunque componente della famiglia dell’intestatario del veicolo rottamato. Il nuovo mezzo inoltre non entrerà a far parte del reddito disponibile, quindi non sarà tassato
Il lato oscuro del bonus mobilità
Il lato oscuro di questo bonus consiste nel fatto che, innanzi tutto, è destinato solo ai cittadini che risiedono in comuni che superano i limiti di emissioni inquinanti indicati dalla normativa europea sulla qualità dell’aria. Quindi, invece di agire sulla prevenzione e sulla riduzione dell’inquinamento, il bonus è finalizzato a limitare (di poco) i danni già presenti.
In secondo luogo, il bonus può essere riscattato solo se il mezzo non viene sostituito con un altro mezzo di trasporto a motore. Come si legge su vaielettrico.it, il bonus potrà essere riscattato da un numero limitatissimo di cittadini in possesso di un veicolo di valore zero e senza necessità di rimpiazzarlo. Non avrà nessun effetto di stimolo per il mercato auto e moto elettrici, quindi non stimolerà investimenti e sviluppi delle case automobilistiche. Una buona idea, a nostro parere, sarebbe stata quella di inserire incentivi alla conversione in elettrico di vecchi veicoli termici inquinanti.
Città: trasporto pubblico e commercianti
40 milioni di euro saranno poi destinati ai Comuni per la realizzazione, prolungamento, l’ammodernamento delle corsie preferenziali per il trasporto pubblico locale. Le corsie preferenziali sono sì utili per un più efficiente trasporto pubblico, ma sarebbe forse stato più giusto investire soldi per la sostituzione dei mezzi a motore con quelli elettrici. Per il trasporto scolastico, invece, saranno stanziati alcuni finanziamenti per mezzi ibridi, elettrici o non inferiori a Euro 6.
Trenta milioni di euro, inoltre, saranno destinati alla piantumazione di alberi e alla creazione di foreste, orizzontali e verticali, nelle città. Verranno anche aumentati i poteri e le risorse dei commissari che si occupano delle bonifiche delle discariche abusive e della depurazione delle acque. Un problema, questo, piuttosto grave nella nostra nazione. L’Unione Europea aveva infatti ripreso l’Italia poiché237 agglomerati urbani non disponevano di adeguati sistemi di raccolta e trattamento delle acque di scarico.
I commercianti che decideranno di allestire un “green corner”, ovvero un reparto con prodotti sfusi, potranno ricevere fino a 5mila euro (venti milioni in totale).
Infine, un milione e mezzo di euro saranno destinati all’Ispra (l’istituto superiore per la ricerca ambientale di cui si avvale il ministero dell’Ambiente). Con questi soldi realizzerà un database pubblico, liberamente consultabile, contenente i dati ambientali di tutto il Paese.
Come già abbiamo accennato, questo decreto ha sollevato non poche polemiche, in primis dal direttore esecutivo di Greenpeace Giuseppe Onufrio: “non è un decreto sul clima, dato che inciderà davvero molto poco sulla lotta all’emergenza climatica in corso, per cui occorrerebbero provvedimenti ben più radicali”. La politica energetica italiana infatti vede ancora il gas naturale al centro del sistema. Come conferma il recente rapporto dell’Asvis, nell’ultimo quinquennio le emissioni di CO2 da parte delle imprese italiane sono tornate a crescere.
Anche il movimento italiano Fridays For Future ha fatto sentire la sua voce, protestando contro il fatto che inizialmente il decreto sul clima avrebbe dovuto tagliare i fondi ai combustibili fossili, oltre che aver imposto l’obiettivo di emissioni zero entro il 2030. Questi provvedimenti però sono stati cancellati. Così come è sparita dalla decreto l’intenzione di creare un Comitato interministeriale sui cambiamenti climatici e di un Cipe, (il comitato interministeriale per la programmazione economica) “verde” per ingenti investimenti pubblici. Secondo FFF, quindi, questo è sostanzialmente un non-piano, una falsa partenza da parte del nuovo governo.
«Quello varato oggi dal Consiglio dei Ministri non è un decreto sul clima, dato che inciderà molto poco sulla lotta all’emergenza climatica, per cui occorrerebbero provvedimenti ben più radicali» G. Onufrio, dirigente @Greenpeace_ITAhttps://t.co/mVhiRmTcUwpic.twitter.com/zYVLj5YMFO
Costa, dal canto suo, ha affermato che questo è solo l’inizio, tanto che all’interno del decreto vi è un l’intenzione di creare un piano strategico nazionale entro 60 giorni per il contrasto ai cambiamenti climatici. “Una vergogna“, secondo Angelo Bonelli dei Verdi. Se è “un primo passo”, come ha detto il ministro per l’Ambiente Sergio Costa, è davvero timido.
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