Stratosfera sempre più ristretta: CO2 nuovamente responsabile

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Chi segue L’EcoPost con maggiore assiduità lo sa bene: la CO2 è altamente nociva per il nostro pianeta e chi lo abita. Altre volte abbiamo descritto come l’anidride carbonica agisca disturbando i cicli di vita del nostro habitat. Questa sostanza è una dei principali attori responsabili del surriscaldamento globale. E non solo, a quanto sembrerebbe. Una ricerca congiunta ha dimostrato che la CO2 abbia enormi responsabilità anche nel restringimento della stratosfera.

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Uno spessore sempre più contenuto

La rivista specializzata Environmental Research Letters (ERL) è incentrata sulla gestione del cambiamento climatico. Sulle sue pagine, nel numero di maggio 2021, è uscita una ricerca congiunta di studiosi tedeschi, austriaci, spagnoli, cechi e statunitensi. I loro risultati sono allarmanti per quanto riguarda la salute della stratosfera: essa si sarebbe ridotta di ben 400 metri dal 1980 a oggi e diminuirà di un intero altro chilometro entro il 2080 qualora le emissioni non vengano tagliate. Ciò finirà per danneggiare in maniera sensibile l’operatività satellitare, il sistema GPS e le telecomunicazioni in genere.

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Foto di Jerry Xavier da Pixabay 

L’importanza della stratosfera

Che cos’è la stratosfera? Come mai dovremmo curarcene? Come ricorderà chiunque abbia qualche reminiscenza dalle scuole, l’atmosfera terrestre viene convenzionalmente divisa in 5 diversi strati, noti come sfere. Allontanandoci dalla superficie terrestre incontriamo, in ordine, dapprima la cosiddetta tropopausa e poi gli strati appena citati. Quello più vicino alla Terra si chiama troposfera. In seguito, continuando ad allontanarci, incontriamo stratosfera, mesosfera, termosfera ed esosfera, la più lontana dalla superficie.

Si definisce stratosfera quello strato che si origina a una distanza di circa 12 chilometri dalla superficie terrestre. Tale numero è una media. La conformazione terrestre infatti – che come sappiamo non è lineare sebbene qualcuno continui a volercelo far credere – comporta che lasciando i poli e allontanandosi da essi in verticale ci si trovi nella stratosfera dopo essersi alzati di 8 km. Un astronauta che parta da coordinate equatoriali dovrà innalzarsi di 20 km prima di poter dire lo stesso. Questo strato si conclude ad un’altezza di circa 50 km dalla Terra, prima di lasciar posto alla mesosfera. Intorno al confine alto della stratosfera, la temperatura massima è di -3 gradi Celsius, al massimo. A separarla dallo strato successivo troviamo la stratopausa, una zona di transizione che non possiede dimensioni proprie e segnala il passaggio tra le due sfere.

Peculiarità della stratosfera

Questa porzione di atmosfera è caratterizzata da un gradiente termico verticale positivo, molto piccolo. In altre parole, ciò significa che la temperatura della stratosfera – per strano che possa sembrare – aumenta leggermente mano a mano che si sale. Nello strato precedente, la troposfera più vicina alla Terra, avviene il contrario.

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Foto di Richard Gatley su Unsplash

Questo contenuto aumento di temperatura si deve a una particolare reazione chimica che coinvolge le molecole di ozono presenti in stratosfera. Questo gas, noto in chimica con la formula O3, si compone appunto di tre molecole di ossigeno. Nel momento in cui i raggi ultravioletti emessi dal sole vanno a urtarle, esse si dissolvono, separandosi. Dunque le tre molecole di ossigeno si dissociano e questo processo dà vita ai due fenomeni che caratterizzano la stratosfera: produzione di calore e arresto dei raggi ultravioletti.

Maggiori sono le dissociazioni, più alta sarà la produzione di calore. A questo si deve il gradiente termico particolare di questa sfera. Questa emanazione di calore fa sì che la temperatura aumenti al salire di quota. I raggi ultravioletti sono dannosi per la vita. L’importanza della stratosfera nel rallentarne – o addirittura impedirne – l’arrivo sulla superficie terrestre, è capitale. Ciò deve preoccuparci mentre leggiamo che lo spessore di questo strato atmosferico è in così forte riduzione.

Le cause

La ricerca congiunta avrebbe individuato due principali cause per le quali la stratosfera si sta riducendo con questa velocità. Entrambe le ragioni hanno a che fare con i pericolosi gas serra. Da un lato, infatti, essi si espandono a macchia d’olio nell’atmosfera sottostante, schiacciando sempre più verso l’alto il limite inferiore dello strato superiore, in maniera instancabile. Per tal ragione, il confine basso – per così dire – della stratosfera si alza sempre più.

Non solo. I gas serra abbassano le temperature della stratosfera, raffreddandola. In questa maniera la fanno restringere. Per quale motivo? Poiché assorbono il calore e l’aria calda è più dilatata di quella fredda. Così facendo riducono la dispersione nello spazio del calore solare che arriva sulla Terra.

Riduzione della stratosfera: motivi di preoccupazione

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Foto di EMANUELE CRAVA da Pixabay 

La ricerca si è basata su dati risalenti agli ultimi 40 anni, dal 1980 in poi. Non sono disponibili misurazioni antecedenti a questa data. Gli studiosi hanno espresso alcune preoccupazioni perché la stratosfera non è soltanto parte integrante di quella atmosfera che protegge il nostro pianeta rendendolo abitabile per l’umanità, bensì è anche fondamentale per la corretta traiettoria dei satelliti, la propagazione delle onde radio e l’efficienza del sistema di posizionamento GPS. La precisione di tutti questi strumenti potrebbe finire per risentire di questo fenomeno dovuto principalmente – tanto per cambiare – alla nefasta azione dell’uomo sul pianeta.

Se continueremo a emettere gas serra nell’atmosfera, l’assottigliamento stratosferico sarà sempre più netto e deciso. L’impatto umano sulla Terra è troppo marcato e sta causando gravi danni al pianeta. Stiamo alterando addirittura una zona atmosferica che dista 60 chilometri da dove viviamo quotidianamente; dobbiamo fermarci. All’interno della stratosfera si trova quello strato di ozono di cui sentiamo spesso parlare, il quale assorbe le nocive radiazioni solari ultraviolette. Nonostante l’importante firma del protocollo di Montreal (1989), il quale vietò i clorofluorocarburi (CFC) che stavano devastando l’ozono come un tritatutto alle prese con della gelatina, la riduzione dello strato di ozono è continuata. Ciò si deve alla CO2 e a come il suo aumento nell’aria provochi una costante contrazione della stratosfera, accentuando i gravi fenomeni riportati nel paragrafo precedente.

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Prototipo Adidas: si può correre senza inquinare?

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Forse non tutti sanno che le scarpe da ginnastica sono davvero inquinanti e difficili da riciclare. All’interno del settore della moda, infatti, sono tra gli oggetti più pericolosi per l’ambiente. Si stima che una scarpa da corsa abbia un’impronta di carbonio pari a 13,6 kg di anidride carbonica equivalente (CO2e). Qualcosa però potrebbe presto cambiare. Un prototipo Adidas sviluppato insieme ad Allbirds, infatti, si sarebbe concentrato proprio su questo aspetto e avrebbe un’impronta inferiore ai 3 kg.

FUTURECRAFT.FOOTPRINT, il prototipo Adidas

Lo scorso 12 maggio Adidas ha tolto il velo alla sua ultima creazione. Si chiama FUTURECRAFT.FOOTPRINT ed è una scarpa davvero innovativa. Nè il notissimo brand della tripla striscia né i loro collaboratori di Allbirds hanno rilasciato tutti i dettagli relativi al modello. Dunque non conosciamo ancora ogni caratteristica di questa scarpa green, per così dire. Il prototipo Adidas si presenta leggerissimo, composto da un numero inferiore di componenti i quali presentano pochissimo carbonio nella loro struttura chimica.

Accompagnando la presentazione del modello, Adidas e Allbirds hanno affermato di aver: “scomposto i materiali, rivoluzionato la catena delle loro forniture e sfruttato ogni innovazione.” Anche il design scelto e la manifattura del modello sono rispettose dell’ambiente, perché durante questi processi sono state applicate procedure rispettose dell’ambiente, da parte di tutto lo staff coinvolto. Le fasi dell’ideazione e della produzione di ogni scarpa, infatti, sono solitamente estremamente inquinanti.

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Dettaglio ravvicinato del prototipo Adidas FUTURECRAFT.FOOTPRINT, sul rivestimento leggiamo che l’LCA della scarpa produce 2,94 kg di anidride carbonica equivalente. Foto: solecollector.com

Il prototipo Adidas e l’attenzione all’ambiente

La notizia con la N maiuscola, in questa vicenda, è che il prototipo Adidas FUTURECRAFT.FOOTPRINT presenta un’impronta di carbonio misurata pari a 2,94 chilogrammi di CO2e. I due marchi non hanno mai prodotto prima un modello impattante in maniera così contenuta sull’ambiente. Le due aziende affermano come non sia possibile avvicinarsi ulteriormente a emissioni zero, nell’iter produttivo di una scarpa. È possibile che l’avanzamento tecnologico renda possibile abbassare ancora questa soglia in futuro.

“La nostra partnership con Allbirds è un faro che illumina quanto possa accadere quando due marchi concorrenti della stessa industria uniscono le loro forze nello sviluppo di un design innovativo. Creando in simbiosi e mettendo apertamente a disposizione del partner le proprie competenze e risorse – come l’esperienza di Allbirds nel campo del calcolo dell’impronta di carbonio e le capacità di Adidas di realizzare scarpe competitive e performanti – si può arrivare a risultati importanti. Questa esperienza è una call-to-action per gli altri marchi e una pietra miliare nell’industria sportiva che vuole raggiungere la neutralità carbonica.”

Ha affermato Brian Grevy, membro del direttivo Adidas per i marchi globali.

Nel video di Run Testers un approfondimento sul prototipo Adidas e Allbirds FUTURECRAFT.FOOTPRINT

Il percorso di questo progetto

L’annuncio della collaborazione tra i due marchi per sviluppare una scarpa che avesse un basso impatto ambientale risale al 2020. A quel tempo c’era solo una grande ambizione, quella di riuscire a dar vita ad un modello pulito che fosse il meno inquinante mai creato. Non si tratta della prima volta che Adidas mostra interesse per l’ambiente, dal momento che qualche anno fa ha già dato vita a una scarpa sportiva prodotta interamente con plastica recuperata dagli oceani. È legittimo pensare che il marchio creato da Adi Dassler voglia strumentalizzare l’attenzione al pianeta e stia mettendo in atto del greenwashing con queste iniziative. In fin dei conti, il sospetto è d’obbligo quando parliamo di queste enormi multinazionali, che hanno naturalmente importanti responsabilità sul fronte del surriscaldamento globale. Ciò posto, bisogna spezzare una lancia in favore delle tre strisce, in quanto almeno mostrano dell’interesse a migliorare la loro etica. Non possiamo dire lo stesso di brand altrettanto noti e loro rivali.

Adidas ha dichiarato che intende ridurre la propria impronta di carbonio entro il 2030 e giungere alla neutralità di emissioni entro il 2050. Anche B-Corp Allbirds – questo il nome legale del marchio che ha collaborato allo sviluppo del prototipo Adidas – vuole raggiungere le emissioni zero. Troviamo dunque coerenza nell’iniziativa dei due professionisti delle scarpe.

Allbirds all’avanguardia

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Foto di David Mark da Pixabay 

In tempi non sospetti, ben prima dell’accordo con Adidas, Allbirds aveva già sviluppato una tecnologia LCA (Life Cycle Assessment – analisi del ciclo di vita) che mirava ad abbattere le emissioni. Lo strumento creato dal brand di moda e da alcuni esperti provenienti da industrie di altri settori e terze parti può calcolare con cura l’impronta di carbonio durante ogni fase della catena produttiva. Esso è diventato parte integrante del processo aziendale di creazione e progettazione, in grado di mappare l’impronta di carbonio di ogni prodotto. Recentemente, Allbirds ha creato una versione open-source – gratuita da utilizzare – di questo suo calcolatore, che altro non è se non un software informatico, in modo da renderlo disponibile anche ad altri marchi che vogliano seguirne i passi.

“Abbiamo urgente bisogno di ridurre le nostre emissioni di carbonio. Si tratta di una missione molto più grande di Allbirds o Adidas. Sia che ce ne rendiamo conto sia che non siamo in grado di farlo, questa gara ci vede tutti coinvolti. Ci riguarda come pianeta ed è enormemente più grande delle sfide quotidiane tra compagnie rivali e concorrenti.”

È il pensiero di Tim Brown, co-direttore di Allbirds. Difficile inquadrare meglio le nostre priorità, come società e collettivo.

Tagli alle emissioni dell’1%: gli Stati non rispettano gli accordi

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Iniziamo la settimana con un bilancio generale sull’impegno degli stati a favore dell’ambiente. Una piccola anticipazione: la valutazione è molto negativa. Lo svela un rapporto dell’Unfccc, l’agenzia dell’Onu per la lotta al cambiamento climatico, redatto in vista della Cop26, che si terrà a novembre. Il report, pur necessitando di un’integrazione, è molto chiaro: i Paesi hanno ridotto solo dell’1% le loro emissioni rispetto al 2010. Per mantenere gli accordi di Parigi, però, tutti gli Stati firmatari dovrebbero ridurle del 45% entro il 2030. Come sempre, comunque, è necessario attribuire i giusti pesi e misure, soprattutto considerando quali e quanti stati hanno presentato i loro obiettivi.

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Tagli alle emissioni: obiettivi mancati

Al termine della storica Cop21 del 2015, 196 Nazioni hanno firmato l’accordo di Parigi. L’impegno era quello di mantenere l’aumento della temperatura globale al di sotto dei 2 gradi rispetto ai livelli pre-industriali. Negli anni successivi, questo obiettivo si è inasprito e gli scienziati hanno ritenuto doveroso abbassare l’asticella climatica a 1,5°. Per farlo, sarebbero necessari dei tagli alle emissioni nette mondiali del 45% entro il 2030 e del 100% entro il 2050. Per monitorare i risultati e anche in vista della Conferenza sul clima, che si terrà a Glasgow a novembre 2021, le Nazioni Unite hanno chiesto agli stati di inviare le loro Nationally Determined Contributions (NDC). Si tratta semplicemente di un insieme di documenti che dichiarano il modo in cui il governo che li presenta contribuirà alla limitazione del riscaldamento globale. La scadenza era stata fissata al 31 dicembre 2020.

Meno della metà degli Stati (40%) ha però presentato i dati. Come se non bastasse, dai pochi analizzati emerge che l’impatto combinato di questi Paesi avvierebbe il mondo sulla strada per ottenere una riduzione delle emissioni inferiore all’1% entro il 2030 rispetto al 2010. Un numero che stride con il 45% sopra accennato. A questo proposito, il segretario generale dell’ONU Antonio Guterres ha mostrato la sua preoccupazione: “Il 2021 è un anno decisivo per affrontare l’emergenza climatica globale. […] Il rapporto provvisorio di oggi dell’Unfccc è un allarme rosso per il nostro pianeta. Mostra che i governi non sono neanche lontanamente vicini al livello di ambizione necessario per limitare il cambiamento climatico a 1,5 gradi e a raggiungere gli obiettivi dell’Accordo di Parigi”.

tagli alle emissioni

I silenzi che parlano

Gli obiettivi di tagli alle emissioni non sono sufficienti

Probabilmente, alcune delle Parti che hanno consegnato i loro NDC nel 2020 erano anche abbastanza orgogliose. La maggior parte ha infatti aumentato i livelli individuali di ambizione per ridurre le emissioni. Gli ultimi NDC sono inoltre più chiari e più completi del primo ciclo. Per esempio contengono più informazioni sull’adattamento e un maggiore allineamento con gli Obiettivi di sviluppo sostenibile. Alla luce di questo, quindi, perché l’obiettivo non è stato centrato?

I dati più eloquenti, come spesso accade, sono quelli nascosti. Solo il 40% dei firmatari dell’Accordo ha presentato gli obiettivi aggiornati e questi contribuiscono solo al 30% delle emissioni globali. Anzi, senza la presenza di Regno Unito e Unione Europea, che sono stati diligenti nel rispettare la consegna, l’elenco sarebbe composto da nazioni davvero poco inquinanti rispetto ai livelli mondiali. Questo ovviamente non giustifica il loro mancato raggiungimento dei target emissivi, che rappresenta un’altra causa dello scarto rilevato. Sicuramente, però, il loro sforzo (o non sforzo) non è determinante nella lotta al riscaldamento globale.

I grandi assenti

Una lotta che sarebbe sicuramente più semplice da vincere se le nazioni più inquinanti, che sono responsabili del 75% delle emissioni, contribuissero alla riduzione delle stesse. Invece, soltanto due delle diciotto nazioni più inquinanti hanno presentato gli NDC. Tra i grandi assenti troviamo gli Stati Uniti, la Cina, l’India, l’Australia e il Brasile. Qualcuno potrebbe muovere due riflessioni per difenderli. Innanzi tutto, queste grandissime realtà potrebbero aver bisogno di più tempo per riorganizzare l’economia e la società. Il 2020, poi, ha rallentato se non bloccato qualunque possibile iniziativa a causa dell’epidemia di Covid. Anche la Segretaria esecutiva dell’Ufccc, Patricia Espinosa, ha chiarito come il Rapporto di sintesi sia “solo un’istantanea, non un quadro completo degli NDC, perché nel 2020 il Covid-19 ha posto sfide significative a molte nazioni rispetto al completamento dei report loro richiesti”.

L’obiettivo dei tagli alle emissioni, però, era stato fissato nel 2015, ovvero ben cinque anni fa, quando la pandemia era ancora un evento ben nascosto tra i piani dell’universo. Allora, poi, il margine di tempo per rivoluzionare il mercato dell’energia era più ampio. Certo, sappiamo che gli Stati uniti hanno attraversato la presidenza di Donald Trump, il quale nel 2017 si è addirittura sfilato dagli Accordi di Parigi. Questo fatto però non rappresenta una scusante, bensì una aggravante che mette in luce come l’elezione dei giusti politici possa cambiare le sorti del mondo. Si potrebbe poi pensare che, essendo questo report soltanto un frammento del quadro, noi non possiamo sapere se gli stati non presenti abbiano o meno un piano per ridurre le emissioni. Si può rispondere a questa semplicistica obiezione con un’altra domanda, ancora più semplice. Se fosse davvero tutto in regola, cosa avrebbero da nascondere?

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Il futuro degli accordi per i tagli alle emissioni

Per quanto riguarda le nazioni che già hanno presentato il piano, queste dovranno puntare le loro frecce più lontano. Come ha affermato Ester Asin, direttrice dell’European Policy Office del Wwf, l’Unione Europea ha concordato un National Climate Action Plan aggiornato più ambizioso. Non risulta però essere sufficiente per affrontare adeguatamente l’emergenza climatica. Ridurre le emissioni nette del 55% entro il 2030 per un Paese così inquinante è un obiettivo ancora lontano da ciò che sarebbe necessario. Per compensare la sua impronta carbonica e quindi la sua responsabilità climatica, l’Europa dovrebbe ridurre i gas serra del 65%. Mostrerebbe così agli altri Paesi che “l’azione climatica, l’uguaglianza sociale e la prosperità economica possono andare di pari passo”.

Il direttore esecutivo di Greenpeace Italia, Giuseppe Onufrio, ha affermato che “nella partita del clima anche l’Unione europea è chiamata a giocare un ruolo decisivo, e così tutti i Paesi membri. L’Italia, in particolare, deve aggiornare profondamente il Piano Nazionale Integrato Energia e Clima che risponde ai vecchi e ormai superati obiettivi comunitari. Il governo Draghi porti l’ambizione europeista e ambientalista dalle parole ai fatti e utilizzi l’occasione storica del Piano di ripresa e resilienza per portare il nostro Paese all’avanguardia della lotta alla crisi climatica”.

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Riguardo invece all’assenza di molti stati degli stati, Patricia Espinosa ha affermato che un secondo rapporto sarà pubblicato prima della COP26. Ha quindi invitato “tutti i Paesi, in particolare i principali emettitori che non l’hanno ancora fatto, a presentare le loro richieste il prima possibile, in modo che le loro informazioni possano essere incluse nella relazione aggiornata”. Guterres, dal canto suo, ha tentato di vedere una luce nel buio. La pandemia di Covid-19, seppur tragica, ha dato il via allo stanziamento di fondi e piani recupero che offrono l’opportunità di ricostruire un ambiente più verde e pulito. E da qui, secondo il segretario generale dell’Onu, bisogna ripartire per accompagnare le promesse “ad azioni immediate per avviare il decennio di trasformazione di cui le persone e il pianeta hanno così disperatamente bisogno”.

Riscaldamento domestico: un nemico invisibile

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https://anchor.fm/lecopost/episodes/Linsidia-del-riscaldamento-domestico-elb9k0

Gli esseri umani hanno la tendenza naturale o, se vogliamo, inconscia, a convincere se stessi dell’inesistenza di ciò che non si vede. L’inquinamento dovuto al riscaldamento domestico è un nemico invisibile, che però apporta un grosso contributo all’acuirsi del riscaldamento globale. Molto più, per esempio, della tanto accusata plastica. Essa, seppur rappresenti a sua volta una grave minaccia all’ambiente, non contribuisce ai cambiamenti climatici quanto il riscaldare le nostre case durante l’inverno. La plastica, però, si vede e si tocca e per questo è molto più semplice utilizzarla come espediente per lavarci la coscienza. Dobbiamo ricordarci, però, che l’Idra della crisi climatica ha molte teste e una delle più resistenti è proprio quella del riscaldamento.

Riscaldamento domestico: i dati

Anche se sono attivi soltanto da metà ottobre sino ad aprile, le caldaie e i caminetti sono responsabili del 60% delle polveri sottili. Questo dato deriva anche dal fatto che, se tutte le altre fonti di inquinamento, prima tra tutte quella dei trasporti, hanno ridotto le loro emissioni, il settore del riscaldamento le ha invece incrementate. Secondo l’Ispra nel 2005 le caldaie erano responsabili dell’emissione di 14mila tonnellate di Pm10. Nel 2015 sono arrivate a superare quota 21mila tonnellate. In alcuni comuni questo aumento è stato ancora più significativo. Ad Aosta si è passati da 31 a 72 tonnellate all’anno di particolato emesso dai comignoli, il che significa un incremento del 129%.

Cliccando qui verrai indirizzato alla pagina originale dove, utilizzando i filtri posti in alto a sinistra nell’infografica, è possibile visualizzare i dati di una singola regione o di una delle città nelle quali Ispra ha effettuato le rilevazioni.

Tra le informazioni che si trovano nei numerosi articoli e studi in merito all’attribuzione di queste emissioni, emerge il dato relativo al legno. La combustione di questa biomassa infatti emetterebbe moltissimo particolato (400 g/Gj di PM10 contro i 216 del carbone e i 3,6 del gasolio). È anche vero, però, che il caminetto a legna non è la fonte di riscaldamento più utilizzata dagli italiani. Il primato va invece al metano, che raggiunge l’altissima soglia del 71% (le biomasse vengono bruciate dal 14% delle abitazioni, il GPL dal 6%, l’energia elettrica viene utilizzata nel 5% dei casi e il gasolio nel 4%).

Il riscaldamento domestico da fonti rinnovabili

Il fatto quindi di scegliere il combustibile che è “meno peggio” rispetto agli altri non apporterebbe un cambiamento radicale, dato che, ripetiamo, le biomasse rappresentano già una minoranza rispetto alla maggior parte delle fonti di calore in Italia. Una vera svolta sarebbe invece data da un diffuso e rapido efficientamento energetico di tutte le abitazioni.

A cominciare dall’utilizzo di fonti rinnovabili o comunque realmente poco inquinanti. L’esempio più lampante è quello dei pannelli fotovoltaici che, sfruttando l’energia solare, possono portare elettricità e acqua ad alta temperature quasi gratuitamente alle abitazioni che ne usufruiscono. Di qui, poi, si può sfruttare l’acqua riscaldata in favore della regolazione termica della casa. Molto efficiente, da questo punto di vista, è il riscaldamento a pavimento, che sfrutta l’acqua calda immagazzinata nei tubi di scarico.

Le soluzioni ibride

I pannelli solari, però, sono legati al ciclo naturale dell’elemento apollineo, purtroppo non molto sgargiante durante i mesi invernali. Di qui la possibilità di combinare il fotovoltaico alla tecnologia pellet. Questa permette di utilizzare la fonte rinnovabile e naturale del legno in modo molto più efficiente rispetto alla semplice stufa “aperta”. Va tuttavia specificato che, sebbene un impianto di riscaldamento basato su questo elemento sia preferibile a quelli che fanno invece uso di legna da ardere, questa non è comunque una soluzione ottimale in termini di emissioni. Gli elogi che ricevette questo tipo di materiale quando fu inizialmente messo in commercio, sono infatti stati smentiti negli anni a venire. Il problema principale infatti, in termini di particolato, è la combustione, che andrebbe quindi evitata in tutte le sue forme.

Un altro strumento utile al riscaldamento domestico che sfrutta l’energia rinnovabile è la pompa di calore. Ne esistono di diversi tipi, a seconda di quale siano le caratteristiche della propria abitazione, tutti assolutamente preferibili da un punto di vista ecologico rispetto agli impianti tradizionali. Il Presidente di ARSE (Associazione Riscaldamento Senza Emissioni) aveva rivelato, in un’intervista alla Stampa che per produrre 100 unità di calore una caldaia deve bruciare da 105 (caldaie più efficienti) a 120 (caldaie vecchie) unità di energia chimica (combustibile). Una pompa di calore in soluzione geotermica per produrre le stesse 100 unità di calore preleva 70-80 unità di energia termica dall’acqua (o dal terreno) e solo 20 – 30 unità di energia elettrica.

Talvolta, però, manca lo spazio o i fondi sufficienti per questo tipo di tecnologie. Ebbene esistono anche alcune caldaie cosiddette a condensazione. Queste sono dispositivi caratterizzati da elevata efficienza energetica che permettono di limitare i consumi utilizzando il calore dei gas di scarico sotto forma di vapore acqueo. In questo modo assicurano una sostanziale riduzione dei costi e il recupero di una quota di energia pari al 17%. Eventualmente anche queste possono essere abbinate a una delle fonti di energia pulite di cui sopra.

Il cambiamento dipende anche da noi

Per quanto però possiamo essere virtuosi nella scelta del riscaldamento casalingo, la nostra responsabilità non finisce qui. Se infatti compriamo una stufa a pellet, ma questa resta accesa tutto il giorno oppure la posizioniamo in aree della casa poco frequentate, il nostro comportamento iniziale passa da virtuoso a estremamente dannoso. Le accortezze da tenere per qualunque dispositivo di riscaldamento domestico sono le seguenti:

  • Attivarlo soltanto in alcuni momenti della giornata, evitando ovviamente l’accensione nei momenti in cui non vi è nessuno per un lungo arco di tempo.
  • Scegliere di coprirsi un po’ di più piuttosto che alzare troppo il riscaldamento.
  • Differenziare la temperatura nelle stanze della casa, abbassandola nei luoghi di passaggio come corridoi e anticamere.
  • Utilizzare un Timer. Con l’accensione manuale talvolta si rischia di lasciare acceso il riscaldamento a vuoto per un tempo superiore a quello necessario.
  • Limitare la dispersione di calore
    • Chiudere imposte o tapparelle quando cala il sole.
    • Non coprire i caloriferi con indumenti o tende troppo lunghe.
    • Utilizzare infissi isolanti o a risparmio energetico
  • Tenere sotto controllo la manutenzione della caldaia e spurgare regolarmente i radiatori dall’acqua in eccesso per una corretta circolazione della stessa.
  • Usufruire degli incentivi per l’efficientamento energetico delle abitazioni. Il Decreto Rilancio attivo da luglio prevede infatti una detrazione del 110% per ogni intervento al fine di rendere più energicamente efficienti gli immobili. Nell’articolo che puoi leggere cliccando qui trovi tutte le informazioni a riguardo.

Perdita di metano in Antartide, scienziati preoccupati

Perdita di metano in ANtartide

La rilevazione

Andrew Thurber è uno scienziato, un ricercatore presso l’università statunitense di Oregon State. In questi giorni si è detto “molto preoccupato” in quanto ha rilevato, insieme al suo gruppo di studio e ricerca che si occupa di Antartide, una perdita di metano attiva sul fondale dell’oceano che circonda il continente ghiacciato.

Perdita di metano in Antartide Andrew Thurber
Andrew Thurber (primo piano) in Antartide. Foto: Polar Journal

La motivazione di questa fuoruscita rimane un mistero. Non siamo a conoscenza del motivo per cui il gas sia fuoriuscito. La rilevazione è avvenuta nel braccio di oceano denominato Mare di Ross, una zona che la squadra di Thurber non ritiene vittima del surriscaldamento globale, per ora. Gli scienziati, però, si basano su dati risalenti al 2016, quando si sono recati in loco. Da quell’anno in avanti, il loro lavoro si è svolto esclusivamente in università. All’interno di un laboratorio molto lontano dall’Antartide.

Disgelo e perdita di metano in Antartide, i precedenti storici

Il timore degli scienziati è che questa perdita sia riconducibile a precedenti storici poco entusiasmanti. Dodicimila anni fa, al termine della cosiddetta Era Glaciale, la ritirata improvvisa e massiccia dei ghiacciai provocò consistenti emissioni di gas metano. Ciò fu dovuto all’azione di dissolvimento delle masse solide, ghiacciate, che liberarono numerose strutture, disseminate sul fondale del mare Artico, contenenti metano. La paura è che questo rilevazione possa essere una prima fase della ripetizione di questo fenomeno.

La fuga è stata individuata ad una profondità di circa 10 metri. La localizzazione precisa riporta le coordinate di Cinder Cones, nel McMurdo Sound. Il team di Thurber alla OSU è convinto che in quelle acque siano conservate enormi quantità di gas metano. Le pareti di ghiaccio le terrebbero imprigionate a quelle latitudini. Se però esse dovessero sciogliersi a causa dell’aumento della temperatura dell’acqua, le perdite gassose aumenterebbero rapidamente.

Il Video dell’università di Oregon State sulla fuga di metano in Antartide

Nel preciso momento in cui si scrive, non si riscontra un riscaldamento così significativo, nel Mare di Ross, da poter avvalorare questa tesi. Il rilascio di gas, dunque potrebbe essere dovuto ad altre cause. Il collegamento tra la perdita e il surriscaldamento, ad oggi, è puramente teorico.

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I microbi testimoniano la sofferenza del Pianeta

Che ci fosse qualcosa che non andava, a Cinder Cones, era stato già scoperto nel 2011. Alcuni sub immersi in quelle acque, infatti, si accorsero che la concentrazione di metano nell’acqua era troppo elevata. Passarono però ben 5 anni prima che fosse assemblata una squadra di scienziati – quella guidata da Thurber – e la si inviasse a studiare dettagliatamente il fenomeno.

Le loro osservazioni non sono troppo positive. Andrew Thurber ha affermato: “La scoperta più importante è il ritardo nel consumo del metano. Non è una buona notizia. Nella maggior parte degli oceani, quando fuoriesce metano dal fondale, viene consumato dai microbi sedimentati sul fondo o nella colonna d’acqua sopra la fuga. La lenta crescita dei microbi nel sito di Cinder Cones e la sua profondità, però, significano che il metano si diffonderà quasi sicuramente nell’atmosfera.” I microbi sono fondamentali nell’indicare lo stato di un giacimento gassoso. La presenza di una distesa di microbi bianchi lunga oltre 70 metri attesta la fuoriuscita. La riserva di gas potrebbe avere migliaia di anni.

Il motivo per il quale i microbi non riescono ad arrestare la fuoriuscita sarebbe che il metano sta consumando le alghe le quali formano i sedimenti ove questi agenti bianchi si annidano. Qualunque sia però la causa, su cui anche gli scienziati si stanno interrogando, la situazione non potrà che aggravarsi se il flusso del gas non sarà arrestato.

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La perdita di metano in Antartide, i motivi di preoccupazione

“Ci sono voluti più di 5 anni prima che i microbi si manifestassero e, nonostante ciò, il metano fluiva rapidamente dal fondale marino. La grande domanda da farsi è: quanto è grande il ritardo dei microbi rispetto alla velocità con cui potrebbero potenzialmente formarsi nuove perdite?” In queste parole di Thurber ben si coglie la sua principale preoccupazione. Il timore è che la microfauna marina non riesca ad arrestare questa ed eventuali prossime esfiltrazioni gassose. “Potrebbero volerci anche 5 o 10 anni prima che una comunità di microbi si adatti completamente e inizi a consumare metano.” Ha concluso lo scienziato americano.

Perdita di metano in Antartide superficie

Dunque per un decennio il metano potrebbe trasferirsi dall’acqua all’aria, passando nell’atmosfera per evaporazione. Questo dato è molto preoccupante perché, come sappiamo, il nostro pianeta ha già un grave problema di emissioni, dovuto in larga parte alle attività umane. Mentre aumentano i motivi di preoccupazione, la comunità internazionale continua a fare troppo poco per affrontare questa battaglia che ci riguarda tutti. Chiunque voglia approfondire la ricerca di Thurber e dei suoi due assistenti, Sarah Seabrook e Rory M. Welsh, può farlo sulle pagine della Royal Society Publishing, in lingua originale.

Esiste una petizione online per tassare le emissioni

Tassare le emissioni carbonio è l’obiettivo della nuova petizione “StopGlobalWarming.eu“, che può essere firmata, senza costi e senza sforzi, tranquillamente dal divano di casa.

L’importanza di Internet e i Social Media

Non è certo la prima volta che Internet e i Social Media hanno avuto un ruolo decisivo per cambiamenti sociali importanti. Pensiamo al successo ottenuto dall’hashtag #Metoo, grazie al quale donne e uomini di tutto il mondo si sono fatti forza per combattere insieme una mentalità retrograda e maschilista. Oppure si pensi alla sempre maggiore popolarità della piattaforma di campagne sociali Change.org, il cui direttore Luca Francescangeli ha dichiarato che dal 2012 al 2017 sono state vinte ben 800 petizioni.

Un esempio è l’approvazione, da parte della Camera dei Deputati, dell’emendamento che riconosce il reato di revenge porn. E ancora, Fedez e Chiara Ferragni, grazie alla piattaforma di raccolta fondi Gofoundme hanno raccolto più di 4 milioni di euro da destinare all’ospedale San Raffaele di Milano perché sostenesse i costi dell’epidemia di Covid-19. Lo sciopero digitale per il clima di Fridays For Future ha registrato solo in italia più di 6000 presenze “virtuali”. E la lista potrebbe continuare.

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Cosa prevede la petizione per ridurre le emissioni

Marco Cappato non si è fatto quindi intimorire dal lockdown e ha creduto nella potenza del web. La campagna StopGlobalWarming.eu è stata infatti promossa da Eumans!, il movimento di Cappato formato dai cittadini europei attivi sullo sviluppo sostenibile, insieme a Science For Democracy.

La proposta della campagna prevede, innanzi tutto, una tassa sulle emissioni (che aumenterà nel corso del tempo), abbassando al contempo le tasse sul lavoro e sui redditi più bassi. Propone poi di abolire il sistema di quote gratuite di CO2 per ogni Stato e introdurrebbe un prezzo fisso per le emissioni, in modo da ridurne le importazioni da parte dei paesi più inquinanti.

Come sappiamo, infatti, in seguito all’Accordo sul Clima di Parigi, è entrato in vigore il “comodo” sistema di scambio di emissioni. Semplificando molto, le nazioni più virtuose, che restano sotto il limite consentito di emissioni, hanno il diritto di vendere le emissioni restanti ad altri paesi, che invece hanno superato la soglia di agenti inquinanti emessi nell’atmosfera.

Questo meccanismo non ha, ovviamente, incentivato un miglioramento da parte delle nazioni più inquinanti, anzi. Ha invece fatto sì che queste continuassero a sforare i limiti senza particolari ripercussioni. Se non quelle, ovviamente, sul riscaldamento globale e sulle popolazioni che più risentono dei cambiamenti climatici (le quali sono anche, paradossalmente, quelle che inquinano meno).

Perché è importante firmare la petizione per ridurre le emissioni

Un altro punto importante della petizione prevede che il ricavato della tassa sul carbone sia destinato a progetti di risparmio energetico e fonti di energia rinnovabile. “Con il prezzo del petrolio ai minimi e le pressioni per rimuovere i vincoli ambientali in nome dell’uscita dalla crisi, si rischia di tornare indietro a modelli di sviluppo disastrosi per l’ambiente – ha dichiarato Cappato -. L’Unione europea e gli Stati nazionali stanno per spendere migliaia di miliardi di soldi pubblici per uscire dalla crisi. Bisogna cogliere l’occasione per promuovere un modello di sviluppo sostenibile”.

La petizione, per poter essere presentata alla Commissione Europea, deve raggiungere quota un milione di firme in sette diversi paesi dell’Unione. Al momento ne sono state raggiunte 26.548. Perché il numero subisca un’impennata, dovrebbe passare il forte messaggio contenuto nel video della Banca Mondiale proprio in merito alla tassazione delle emissioni.

Non è questione di prendere le parti di qualcuno, bensì di pensare al futuro. L’inquinamento non è gratis e, se non controllato, causerà un danno globale senza precedenti. Molti paesi, però, emettono CO2 nell’atmosfera senza alcun costo. Questa bolletta la pagheremo noi, sotto forma di minacce alla salute pubblica, scarsità di cibo e di acqua e disastri naturali. Invece, quando l’inquinamento ha un prezzo, possono essere pagate l’efficienza e l’innovazione per le energie rinnovabili, che faranno risparmiare, sul lungo periodo, molti soldi.

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Ovviamente, noi crediamo che la tassazione delle emissioni sia solo un modo per favorire la transizione verso un mondo la cui economia non dovrà più basarsi sulla combustione del carbone per sopravvivere. I soldi risparmiati anche grazie all’implementazione delle energie rinnovabili dovranno essere utilizzati anche per un’educazione ambientale capillare, che eradichi la mentalità della ricerca del profitto fine a se stesso, oltre che quella del consumismo estremo. Questo perché il cambiamento di una società va di pari passo con i valori della società stessa. Nel frattempo, è necessario che i cittadini comunichino “ai piani alti” di essere pronti a questo cambiamento. E ora possono farlo.

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Netflix, lo streaming e l’inquinamento

Streaming in casa

In questi giorni di quarantena, di autoisolamento e di distanza sociale, la tv (o il computer) sono diventate le nostre finestre sul mondo. Non che non lo siano sempre e comunque, soprattutto da quando lo smartphone è diventato un’appendice irrinunciabile della nostra mano. Ai tempi del nuovo coronavirus, però, tale ragionamento è ancor più vero. Costretti tra le pareti di casa, infatti, la visione di film e/o serie tv in streaming è diventata uno dei nostri passatempi preferiti. La piattaforma di maggior successo ad offrire questo tipo di servizio è Netflix, servizio online partito dagli Stati anglofoni e diffusosi ora a macchia d’olio anche in Italia.

A chiunque faccia uso del servizio offerto dalla piattaforma, segnaliamo il documentario Chasing Ice, di cui abbiamo parlato qualche giorno fa. Potete trovare altri interessanti titoli, per cui vale la pena spendere qualche emissioni, nella nostra sezione “Documentari sull’ambiente”.

Netflix e l’impatto ambientale

In fin dei conti, che male può esserci a bombardarsi di serie tv quando ho l’ordine tassativo di restare chiuso in casa? Nonostante, a seguito di precise direttive UE, Netflix e gli altri attori del settore abbiano abbassato la qualità dei propri contenuti, per meglio rispondere all’ampia domanda, la richiesta per questo tipo di servizio è rimasta alle stelle. Partiamo con il dire che, diversamente da quanto alcuni forse pensino, un’attività come la visione online non è certo ad impatto zero.

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Affinché sia infatti possibile, per un solo individuo, usufruire di un contenuto offerto in streaming, è necessario un importante dispendio di elettricità. Questo consumo, a sua volta, provoca emissioni di anidride carbonica. La CO2, come ben sappiamo, inquina l’ambiente.

Da una ricerca, i dati sull’inquinamento da Netflix

Dati concreti su quanto comporti, effettivamente, il binge watching, ovvero la visione forsennata dei nostri show preferiti su Netflix – o similari – ce li ha portati una ricerca condotta da Save on Energy. Tale ricerca, intitolata Netflix & COVID – 19: The environmental impact of your favourite shows, è stata in realtà condotta basandosi sui dati ufficiali, diffusi da Netflix, relativi al periodo compreso tra ottobre 2018 e settembre 2019. Il periodo, dunque, è antecedente alla diffusione del coronavirus. I dati potrebbero quindi essere sottostimati. Dobbiamo però tener presente che la società guidata da Reed Hastings è stata spesso accusata di gonfiare i suoi numeri, per cui possiamo ritenere il campione ugualmente significativo.

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Da questa ricerca sarebbe emerso come l’energia generata dai circa 80 milioni di telespettatori che hanno visionato Birdbox, la produzione di maggior successo della piattaforma, nel periodo di riferimento, abbia comportato per il pianeta una elevatissima emissione di anidride carbonica. Il film thriller a tinte horror con Sandra Bullock non è stato certo un alleato per il nostro pianeta. I calcoli effettuati dai coinvolti in questa ricerca hanno portato un risultato che potrebbe stupire. L’emissione di CO2 ammonta a circa 66 milioni di chili. Esattamente quanto si inquinerebbe affrontando un viaggio in auto di 147 milioni di miglia (e non km, badiamo bene). In sostanza, tutti questi telespettatori hanno inquinato quanto un automobile che, partendo da Londra, giungesse fino ad Istanbul e poi tornasse senza fermarsi. Per oltre 38mila volte.

I film Netflix che hanno generato la maggior quantità di CO2

Gli show più “inquinanti”

Alle spalle del poco invidiabile campione, in questa speciale classifica, si è classificato un altro importante film trasmesso dalla piattaforma. Murder Mystery, interpretato da Adam Sandler e Jennifer Aniston, ha emesso oltre 47 milioni di chili di anidride carbonica nell’aria. Tornando alla metafora automobilistica che ci aiuta a mettere in concreto il dato, parliamo dell’equivalente di un viaggio di oltre 104 milioni di miglia.

Il piatto forte di Netflix, probabilmente, sono le serie tv, e anch’esse dimostrano di sapersi difendere bene sul ring dell’inquinamento. La cintura di campione, in questo caso, la indossa la seguitissima serie Stranger Things, che fa impallidire Bullock e gli altri coinvolti nel progetto Birdbox. L’intrigante terza stagione dello show ha generato un inquinamento equiparabile ad un viaggio automobilistico che supererebbe, attenzione, i 421 milioni di miglia terrestri. Le emissioni totali ammonterebbero a ben 189 milioni di chili di CO2.

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Al terzo posto nel campionato riservato alle serie tv di Netflix troviamo la prima stagione di You. Le emissioni ad essa legate sono pari a quasi 120 milioni di chili. Il paragone stradale, in questo caso, è con un percorso di circa 266 milioni di miglia.

Le serie Netflix che hanno generato la maggior quantità di CO2

Valide alternative a Netflix

Molto spesso non ci rendiamo conto di quanto si inquini usufruendo di contenuto in streaming. Naturalmente, sia ben chiaro, le emissioni generate stando sul divano a guardare la tv o lo schermo del pc con una birra in mano, sono molto inferiori a quelle prodotte dai mezzi pesanti su gomma o addirittura dal campione indiscusso dell’inquinamento mondiale, l’aereo. Ciononostante, lo scopo della ricerca che abbiamo or ora esaminato, come ci ricorda anche la relatrice del dossier, l’esperta di energia per Save on Energy, Linda Dodge: “bisognerebbe limitare le visioni ed il binge watching.”

Foto: paginemediche.it

Naturalmente, i ricercatori comprendono bene le ragioni dietro l’aumento della richiesta per i servizi online, in questo periodo di reclusione morbida, se così vogliam definirla. Eppure, l’invito di Dodge e del suo gruppo di ricerca ci sentiamo di farlo nostro: “Meglio leggere. Optare per puzzle, arti, cucina e così via.” Cerchiamo insomma, per quanto ci sia possibile, di dedicarci ad attività le quali “non implichino l’estensivo e prolungato utilizzo di elettricità, internet e smart device.”

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Questo periodo di isolamento, e i dati di questa ricerca, ci siano da stimolo per ripensare il modo in cui guardiamo i film. Personalmente, prima di chiudere, vorrei ricondividere le parole di Sam Mendes, il regista di American Beauty, di Era mio padre, degli 007 Skyfall e Spectre, nonché del recente 1917, il quale agli ultimi Academy Awards affermò, a ragione, che secondo lui sarebbe ora di tornare a gustare i film laddove sono pensati per essere visti: all’interno delle sale cinematografiche. Forse rinunceremo alla comodità del divano ma ne guadagneremmo personalmente in termini di qualità della visione, oltre che collettivamente in termini ambientali.

Dopo la pandemia le emissioni potrebbero aumentare

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Il drastico calo delle emissioni a causa della pandemia di coronavirus che ha messo in ginocchio il mondo potrebbe non essere duraturo. Anzi, probabilmente causerà un aumento delle emissioni anche più sostanzioso rispetto al periodo precedente il virus. O almeno così si legge in un articolo di Internazionale, dal quale prendo spunto per affermare ciò che segue.

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Crisi climatica in secondo piano

E’ ancora presto per fare previsioni, visto che non sappiamo ancora quando avverrà il picco dei contagi in Italia e nel resto del mondo la “vera” epidemia non è ancora iniziata. Possiamo però intuire come la crisi climatica sia giustamente passata in secondo piano a fronte di un’emergenza che, per essere contenuta, richiede misure repentine e a brevissimo termine.

Come si legge nel suddetto articolo, la lotta al cambiamento climatico scenderà parecchio nella percezione delle priorità globali, e servirà un impegno diplomatico ancora più deciso per evitare un fallimento. Purtroppo, però, la pandemia ha già provocato la cancellazione di alcuni incontri preliminari alla conferenza delle Nazioni Unite sul clima che dovrebbe svolgersi a Glasgow a novembre. E, molto probabilmente, la conferenza stessa sarà rinviata.

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Soldi per salvare l’economia (fossile)

Oltre che dal punto di vista politico, la crisi climatica subirà un disinteresse anche da quello economico. Secondo le ultime previsioni dell’Ocse, la pandemia potrebbe ridurre la crescita del Pil globale nel 2020 dal 3,5% all’1,5%.

Per questo, Giuseppe Conte ha scongelato 25 miliardi di euro per “curare” l’Italia, mentre Christine Lagarde, presidente della Banca Centrale Europea, ha dichiarato di voler mettere a disposizione dell’Unione ben 750 miliardi di euro.

Queste notizie giungono dopo pochi mesi dall’annuncio dell’Unione Europea di un Green New Deal per azzerare le emissioni entro il 2050. A questo scopo, molti soldi pubblici dovevano essere mobilitati per sostenere le industrie nella transizione e per crearne di nuove.

Infatti, come ha dichiarato Fatih Birol, direttore esecutivo dell’Agenzia internazionale dell’energia, il 70% degli investimenti mondiali in energia pulita dipende dalle finanze pubbliche. Se questi soldi verranno utilizzati per risollevare le economie delle nazioni colpite dalla crisi, ad oggi basate sui combustibili fossili, il Green New Deal verrà probabilmente declassato.

Uscendo dal panorama europeo, è anche possibile che la Cina, così come gli Stati Uniti, rilancino la costruzione di centrali a carbone e altre infrastrutture inquinanti nel tentativo di far ripartire l’economia.

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Memoria storica

Queste ipotesi si basano anche su dati storici, dal momento che a seguito di ogni crisi economica avvenuta nel mondo dopo la rivoluzione industriale vi è stato un aumento delle emissioni ancor maggiore.

Questo fenomeno si spiega con il fatto che normalmente l’intensità di emissione si riduce con il tempo grazie al progresso tecnologico, che va di pari passo con quello economico. L’efficienza energetica migliora, così come la diffusione di fonti di energia meno inquinanti. Con una crisi economica il progresso potrebbe interrompersi e, quindi, farci tornare al punto di partenza.

Un incremento delle attività già in atto, senza puntare a nuovi investimenti, sarebbe una delle soluzioni più plausibili. In Cina il governo ha promesso sussidi statali alle imprese che avessero ricominciato a produrre. Pare che alcune stiano addirittura fingendo l’attività, accendendo i condizionatori e i macchinari a vuoto per poter accedere agli incentivi. Nel colosso asiatico hanno già riaperto 42 store della Apple e la Toyota riprenderà la produzione nel suo maggiore stabilimento a Guangzhou. E noi, gli iPhone e le auto continueremo imperterriti a comprarle, forse più di prima.

Una frustrazione pericolosa

Internazionale non ha toccato la questione sociale del problema. Provo a farlo io, basandomi sui dati ufficiali ma anche sulla percezione che ho sviluppato riguardo al mondo durante questa strana condizione di isolamento. Sia chiaro, quindi, che non giudicherò, anzi mi sento parte di coloro che hanno attivato il meccanismo mentale che a breve trasformerò in parole.

La brama di tornare a impossessarci dei lussi che durante la quarantena sono diventati meno accessibili, toccherà prima o poi il fondo della molla. Per esempio, già dopo poco tempo dall’inizio della quarantena italiana e, poi, mondiale, Amazon ha aumentato spaventosamente i suoi incassi. La compagnia ha anzi annunciato di voler e dover assumere 100 mila nuovi dipendenti per rispondere alla crescente domanda di questi giorni.

Gli incassi di Amazon nell’ultima settimana.
Fonte: fool.com ( https://www.fool.com/quote/nasdaq/amazon/amzn/#InteractiveChart )

Le persone, poi, si renderanno conto che ricevere la merce a casa è molto conveniente. Gli ordini di Amazon potrebbero quindi non diminuire dopo la pandemia. Aumenteranno così le emissioni dovute ai trasporti dei prodotti acquistati online. Verrà inoltre alimentato il mercato dei prodotti low-cost che sfruttano in modo insostenibile sia la manodopera sia le risorse del pianeta.

Si sta inoltre diffondendo una crescente frustrazione psicologica e sociale che porterà molti a voler abbandonare il proprio nido dopo oltre un mese di “reclusione”. Questo sia per respirare la perduta libertà di viaggiare intorno al mondo, diventata ormai un must per la classe media occidentale.

Ma anche per ricongiungersi con persone lontane, magari lontanissime, dopo che improvvisamente ci siamo resi conto di quanto le relazioni interpersonali siano preziose nella nostra vita. Tutto bello, tutto legittimo, ma l’impennata delle emissioni di milioni di aerei che ricominceranno a solcare i cieli, forse più di prima, sarà un probabile dato di fatto.

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Un barlume di speranza

Vi sono, certo, anche dei fattori che potrebbero far sperare in un proseguo di questa pulizia atmosferica globale di questi funesti mesi. Per esempio la inevitabile difficoltà economica nella quale tutti ci ritroveremo alla fin della pandemia. Senza contare la mancanza di tempo per prenderci ulteriori pause durante l’estate. Tutto questo impedirà a molti di realizzare il proprio desiderio di spiccare il volo una volta che la gabbia verrà aperta.

Dal punto di vista economico, è ancora Birol ad ipotizzare che i politici prenderanno questa pausa totale come un’occasione per ripartire da zero, dando la precedenza all’economia verde.

Inoltre, dice Birol, i governi potrebbero approfittare del crollo del prezzo del petrolio per ridurre i sussidi pubblici agli idrocarburi senza provocare grosse reazioni, e investire quelle risorse nella sanità.

Infine, fino a poco tempo fa era opinione diffusa che solo un rallentamento dell’economia degli Stati Uniti avrebbe impedito la rielezione di Donald Trump a novembre. Ora quel rallentamento sta accadendo e Trump dovrà giocare molto bene le sue carte per non perdere consensi.

Un esempio simile è quello del presidente inglese Boris Johnson, che sta gestendo la situazione in modo tutt’altro che corretto e sta, quindi, perdendo la fiducia di molti dei suoi elettori. E’ logico quindi come un’eventuale caduta dei governi conservatori e spesso anti-verdi che stanno spopolando in tutto il mondo, non potrebbe che rappresentare un lume di speranza per i polmoni del nostro pianeta.

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Coronavirus: il paradossale calo delle emissioni e l’esperimento Smart Working

Negli scorsi giorni, molte testate giornalistiche hanno riportato la notizia del crollo delle emissioni dovute al Coronavirus. A gennaio sembrerebbe esserci stata una riduzione considerevole in Cina. Anche fra le maggiori città italiane si registrano notevoli cali di polveri sottili nell’aria, potenzialmente legati al rallentamento complessivo delle attività di queste settimane. Gli ambientalisti frenano gli entusiasmi: non appena l’emergenza sarà finita, la produzione riprenderà a pieni ritmi e anzi cercherà di recuperare le perdite. Lo Smart Working, invece, potrebbe essere una soluzione da estendere oltre la crisi.

Il Coronavirus ha portato ad un calo delle emissioni in Cina

Per quanto riguarda la Cina, la fonte principale che riporta un calo delle emissioni è lo studio redatto dal Centre for Research on Energy and Clean Air (CREA) e pubblicato su CarbonBrief.org. Secondo i loro dati, la domanda di energia elettrica e la produzione industriale sono crollate drasticamente dall’inizio di gennaio. Riportiamo il testo introduttivo dello studio: “le misure per contenere il Coronavirus hanno portato ad una riduzione fra il 15 e il 40% della produzione in molti settori chiave dell’industria. Questo corrisponde con ogni probabilità ad un’eliminazione di un quarto o più delle emissioni nazionali di anidride carbonica nelle scorse quattro settimane, un periodo dove l’attività normalmente avrebbe registrato una ripresa dopo le vacanze per il Capodanno Cinese”.

Infatti, in occasione della festività del Capodanno, la Cina vede solitamente un calo nelle proprie emissioni, soprattutto per quanto riguarda la produzione energetica in impianti a carbone. Quest’anno le vacanze cinesi sono state prolungate per contenere l’espansione del Coronavirus. Di conseguenza, l’attività produttiva ha subito un forte rallentamento, tramite la chiusura delle fabbriche, il blocco degli spostamenti via terra e via cielo e le persone che lavorano prevalentemente da casa.

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I dati della NASA confermano

I dati della NASA e dell’European Space Agency (ESA) confermano il trend sopra descritto, con un drastico calo della presenza del diossido d’azoto nell’area sovrastante la Cina. Anch’essi riconducono questo fenomeno alla quarantena forzata dovuta al Coronavirus. Il diossido d’azoto è un gas prevalentemente emesso dai veicoli a motore, dalle centrali elettriche e dagli stabilimenti industriali. Le mappe riportate qui sotto mostrano tre intervalli di tempo del 2019 a confronto con gli stessi periodi del 2020. Gli scienziati della NASA hanno dichiarato che il fenomeno interessava inizialmente solo la zona intorno a Wuhan. Con il passare delle settimane, la riduzione di diossido d’azoto si è allargata in tutto il paese. Fei Liu, ricercatore per la qualità dell’aria, ha ammesso: “Questa è la prima volta che ho visto un calo così drastico su un’area tanto vasta per un determinato evento”.

Calo di polveri sottili in Pianura Padana

In maniera similare, è avvenuta una riduzione dei livelli di PM10 nell’aria nella Pianura Padana. In Emilia Romagna dal 25 febbraio ad oggi non è stato registrato nessun sforamento delle polveri sottili. Arpae ha indicato come prima causa il cambiamento meteorologico, dovuto a una depressione che ha aumentato la ventilazione, ma non ha escluso che proprio il Coronavirus possa aver contribuito alla decrescita.

Anche Arpa Lombardia ha rilasciato dati positivi per l’area milanese. A partire dal 23 febbraio, giorno del primo decreto, non vi sono più stati sforamenti dei limiti consentiti (oltre i 50µg/m³), mentre nelle settimane precedenti l’area metropolitana di Milano aveva registrato livelli superiori per ben 35 volte. L’ente di monitoraggio sottolinea come anche in questo caso la riduzione sia dovuta principalmente ai forti venti che hanno soffiato sulla Pianura Padana. È ancora presto per stabilire con certezza un collegamento con il Coronavirus e il consequenziale blocco delle attività.

Coronavirus: una riduzione solo temporanea

GreenPeace China ha segnalato che l’effetto benefico per il clima è quasi certamente temporaneo. Ad un calo della diffusione del virus seguirà “un aumento della produzione delle fabbriche per compensare le perdite del periodo di inattività”. Inoltre, non c’è nulla da festeggiare se l’unico modo che abbiamo per vedere una riduzione delle emissioni è un’emergenza sanitaria che blocca la società e la cultura. Quella stessa cultura che risulta fondamentale per aumentare la consapevolezza sulla crisi climatica e spingere all’azione.

Anche l’esperto Luca Mercalli è arrivato alle stesse conclusioni: “Dispiace ottenere un risultato positivo attraverso un fatto sbagliato, invece che per un progetto. Per questo periodo ci sarà un rallentamento; se si tratta di una settimana non cambierà nulla, ma se dovesse durare mesi avremmo un’effettiva riduzione dell’impatto climatico. Si è arrivati a questi paradossi”.

Coronavirus e Smart Working: l’esperimento in tutto il mondo

C’è però un fattore della quarantena che potrebbe portare dei benefici a lungo termine: lo Smart Working. Numerosissime aziende e vari settori della società italiana si stanno adattando all’emergenza facendo lavorare i propri dipendenti da casa. Lo scopo è appunto limitare quanto più possibile il contagio e sopperire al fatto che le scuole sono chiuse e i figli non posso restare in casa da soli. Ebbene, secondo la CNN, il Coronavirus avrebbe avviato “il più grande esperimento di Smart Working al mondo“.

In Italia esistono già le prime valutazioni, attuate da ENEA. La ricercatrice Marina Penna ha commentato i dati fin’ora ottenuti con queste parole: “basterebbe anche un solo giorno a settimana di smart working per i tre quarti dei lavoratori pubblici e privati che utilizzano l’automobile per ridurre del 20% il numero di km percorsi in un anno. In questo modo si otterrebbe un risparmio di circa 950 tonnellate di combustibile, oltre a una riduzione di oltre 2,8 milioni di tonnellate di CO2, di 550 tonnellate di polveri sottili e di 8mila tonnellate di ossidi di azoto, con un significativo impatto positivo sulla salute della popolazione”.

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Smart Working: i limiti della sostenibilità

Le fonti del risparmio dello Smart Working sono evidenti: minor mezzi di trasporto, abbattimento del consumo energetico negli uffici. Ma anche in questo caso, bisogna essere cauti nelle previsioni e valutare il quadro d’insieme. La BBC ha sottolineato come lo smartworking possa illudere in termini di sostenibilità. Per un’analisi completa, bisognerebbe valutare numerose variabili, a partire dal mezzo di trasporto utilizzato dai lavoratori (dai più inquinanti mezzi a benzina e gasolio, fino all’auto elettrica, al car-sharing o al trasporto pubblico). Inoltre, almeno per quanto riguarda la stagione invernale, il consumo di energia delle singole case sarebbe maggiore a quello degli uffici, spesso più moderni delle abitazioni e quindi dotati di sistemi di efficienza energetica.

Una nuova normalità

In conclusione, l’epidemia Coronavirus sta portando a dei paradossi ambientali imprevisti. Ci teniamo a ribadire che, oltre ad essere un fenomeno temporaneo, il calo delle emissioni verificatosi in queste settimane non è certamente auspicabile, poiché la mancata produzione sta avvenendo a discapito della salute e della sostenibilità economica degli italiani. D’altra parte però, come hanno scritto in tanti, non possiamo augurarci che le mascherine per contenere l’epidemia siano sostituite un’altra volta da quelle per la qualità dell’aria. La quarantena ci ha costretti a scompaginare la lista delle priorità e a reinventarci giorno per giorno. La pratica dello Smart Working ne è l’esempio più evidente. Il minimo che possiamo fare, quando la normalità tornerà, è evitare che sia la stessa normalità di prima, del tutto insostenibile dal punto di vista ambientale.

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Perché anche la Cop25 è fallita

cop25

All’ultima conferenza della Cop25 i posti vuoti nella grande sala dell’IFEMA a Madrid erano tanti. Molti dei ministri erano partiti due giorni prima, il 13 dicembre, data nella quale la Conferenza sul clima delle Nazioni Unite avrebbe dovuto ufficialmente concludersi. E’ stato invece necessario prolungarla di due giorni e due notti; un tempo in cui, però, i paesi partecipanti hanno risolto ben poco.

https://www.youtube.com/watch?v=TOR6MG49o_w
La sessione finale della cop25

La più importante lacuna

La più importante questione irrisolta è quella dell’Articolo 6. L’accordo di Parigi del 2015, infatti, aveva previsto una risoluzione globale per controllare le emissioni di Co2 grazie a un sistema di compravendita tra le nazioni. Ogni Stato ha a disposizione, in base alle proprie disponibilità, un tetto massimo di emissioni da non superare. Se uno di essi fosse particolarmente virtuoso da emettere meno anidride carbonica rispetto al limite imposto, questo Stato potrebbe vendere la restante parte a un altro meno diligente. In questo modo le Nazioni potrebbero cooperare pacificamente tra di loro, senza ricorrere a pesanti punizioni economiche che allontanerebbero ulteriormente i governi da qualunque impegno ambientale.

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Uno degli obiettivi della Cop25 era però quello di aggiornare il tetto massimo di emissioni, in quanto i dati utilizzati per l’accordo di Parigi, non sono ormai più validi. Gli scienziati sostengono infatti che, anche rispettando i vecchi accordi sulle emissioni, la Terra supererà i 2 gradi, arrivando ai 3,5. Alcuni Paesi però non sono disposti a rinnovare il loro impegno sulla base dei nuovi dati. Per esempio, Cina, India, Brasile e Sudafrica hanno dichiarato di aver già fatto il possibile per quanto riguarda il clima. Il problema è che Cina e India sono responsabili da sole di un terzo delle emissioni mondiali di CO2. Anche l’Australia ha fatto un passo indietro, dichiarando di non voler cedere i suoi “carbon credit” guadagnati negli anni passati.

Uno degli scioperi per il clima di quest’anno. Fotografia di Francesco Cufino

Gli insufficienti obiettivi raggiunti

Sono circa ottanta le Nazioni che si sono impegnate per aggiornarsi e ridurre maggiormente le emissioni. Un buon numero, certo, anche se si tratta di paesi che non ricoprono una grande importanza nel panorama mondiale. Questi paesi insieme infatti producono circa il 10 percento delle emissioni globali. Tra questi è presente anche l’Italia e molti altri Paesi europei. Molti osservatori, però, sottolineano come l’Europa, nonostante il nuovo Green New Deal, non abbia un grande peso rispetto ai colossi economici quali Cina, India o Stati Uniti. Questi ultimi, poi, sono nel bel mezzo del processo per l’uscita dagli accordi di Parigi.

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Passi avanti invece per quanto riguarda la questione dei diritti umani. I partecipanti alla Cop25 infatti hanno approvato il Gender Action Plan, che promuove i diritti e la partecipazione delle donne all’interno dell’azione climatica internazionale. Una buona iniziativa è anche quella del meccanismo Loss&Damage, richiesto dai piccoli stati insulari. Si tratta di un sistema per cui i Paesi del nord del mondo si impegnano ad aiutare quelli meno sviluppati ogniqualvolta vengano colpiti da catastrofi climatiche. Anche qui però vi è un rovescio (negativo) della medaglia. Se infatti i buoni propositi ci sono, manca però un fondo apposito.

Tutte le decisioni, dai fondi per i paesi colpiti dalle catastrofi alla decisione per ogni stato del proprio tetto massimo di gas serra, sono state rimandate alla Cop26 che si terrà a Glasgow l’anno prossimo. Il presidente delle nazioni unite Guterres, così come la giovane attivista Greta Thunberg, non sono affatto contenti della notizia. “La scienza è chiara, ma viene ignorata” ha twittato la ragazza nella giornata di sabato. Un anno, infatti, è molto, specialmente in un momento di emergenza climatica quale stiamo vivendo.

L’intervento di Greta Thunberg alla Cop25