Disastro ambientale in Siberia

Disastro ambientale in Siberia

Geografia della zona

Ci troviamo a Norilsk, nel territorio di Krasnojarsk, in piena Siberia settentrionale. Questa località è la seconda città al mondo, per popolazione, oltre la linea del Circolo Polare Artico, preceduta soltanto dalla più nota Murmansk. Il centro, sorgendo ad una latitudine di 69 gradi nord, è il più settentrionale della Siberia. La città sorge su suolo completamente ghiacciato, che non disgela mai nel corso dell’anno, il cosiddetto permafrost. È la mattina del 29 maggio e tutto appare solito e consueto, non vi è alcun sentore che si sta per verificare un incidente cui seguirà un disastro ambientale di dimensioni storiche.

Il clima subartico e il fatto di essere uno dei 10 luoghi più inquinati al mondo, non giocano certo a favore dell’appeal turistico di Norilsk. L’impianto industriale cittadino dell’azienda NorNickel è, singolarmente, il polo produttivo più inquinante sul nostro pianeta. L’aria in città è tossica; un’alta percentuale dei circa 105mila abitanti di Norilsk soffre di malattie respiratorie. Tra i cittadini il cancro si manifesta con una probabilità due volte superiore a quella della media russa. L’aspettativa di vita da queste parti è più corta di ben 10 anni rispetto alle altre regioni del vasto Paese.

I fatti dell’ultimo tra i disastri ambientali del mondo

Ora che conosciamo la remota, per noi centro-europei, zona di Norilsk, andiamo a vedere cosa è successo il 29 maggio. All’interno di una centrale termoelettrica nei pressi della città è improvvisamente crollato un serbatoio di carburante. Tale contenitore era colmo di gasolio. In seguito al suo crollo, le oltre 20mila tonnellate di combustibile liquido si sono riversate nel fiume Ambarnaya, che scorre accanto alla centrale. In brevissimo tempo, le acque del fiume si sono tinte di un rosso acceso. Le immagini sono tanto spettacolari quanto terribili; si tratta di una inondazione di gasolio la quale, inevitabilmente, andrà a devastare gli ecosistemi della rete fluviale locale.

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Un disastro ambientale ed ecologico

L’evento rappresenta un disastro ambientale di proporzioni catastrofiche. L’associazione ambientalista Greenpeace ha paragonato l’accaduto all’incidente della petroliera Exxon Valdez, nel 1989. Le conseguenze di tale misfatto, nel quale, come qualcuno ricorderà, si versò in mare una quantità di petrolio incredibile, pari a circa 41 milioni di litri, in seguito all’incagliamento di una superpetroliera nello stretto di Prince William, stretta insenatura del golfo di Alaska.

Il presidente russo, Vladimir Putin, ha immediatamente dichiarato lo stato d’emergenza per l’intera regione, chiedendo ai gestori della centrale di assumersi le proprie responsabilità. In seguito, però, appurato che la centrale è in gestione alla ditta NTEK – sussidiaria di NorNickel, il gigante estrattivo cui abbiamo accennato in apertura – e che NorNickel è di proprietà di Vladimir Potanin, oligarca russo, naturalmente miliardario e naturalmente prezioso alleato dello zar del nuovo millennio, si è deciso di non sostituire il CEO e di non nazionalizzare l’impresa.

Putin ha dichiarato pubblicamente che si attiverà presto, assieme ai suoi funzionari, per modificare la normativa in modo da evitare che in futuro si ripetano simili disastri ambientali e ha criticato duramente le autorità locali, ree di non aver risposto in maniera coordinata ed efficace allo sversamento in acqua di tutto questo gasolio. Teniamo presente che la situazione è stata insabbiata per diversi giorni, prima che il 3 giugno la peculiare colorazione dei fiumi contaminati non rendesse nota a chiunque la situazione.

Ci auguriamo che il presidente Putin sia in buona fede e speriamo che il suo governo, dal potere pressoché infinito, riesca a trovare una quadra per evitarci di dover descrivere un simile disastro anche tra qualche tempo. Resta comunque il fatto che, ad oggi, abbiamo 20mila tonnellate di gasolio le quali stanno arrivando in mare dai fiumi siberiani. Questo disastro ambientale, non può attendere la prossima normativa.

Leggi anche: “Giornata Mondiale degli Oceani, facciamo il punto”

Ecosistemi condannati dall’ennesima catastrofe ambientale

Lo stato di emergenza garantisce lo stanziamento di ampie risorse per portare soccorso nella zona interessata dall’incidente. Al fine di capire a cosa sia dovuto il crollo del serbatoio, è stata avviata un’indagine. È però sotto gli occhi di tutti come si sia perso fin troppo tempo prezioso. Putin si è personalmente lamentato di essere stato informato troppo tardi e di aver appreso la notizia dai social network. Il governatore della regione di Krasnojarsk, Alexander Uss, ha dichiarato di essere stato informato solamente nella giornata di domenica 31 maggio.

Se ciò non bastasse, ricordiamo che non è la prima volta che NorNickel si trova coinvolta in simili incidenti. Già nel 2016 la società era stata responsabile di un disastro ambientale. In tale occasione del materiale inquinante stipato in un impianto metallurgico si era riversato nel fiume Daldykan. Anche tale corso d’acqua, in quella occasione, si era tinto completamente di rosso.

Alexei Knizhnikov, rappresentante dell’associazione ambientalista WWF per la Russia, ha confermato che il volume di gasolio disperso nell’Ambarnaya sarebbe notevolmente superiore a quello fuoriuscito nel Mar Nero, 13 anni fa, a causa dell’incidente dello stretto di Kerch. In tale occasione, una nave cisterna affondò rilasciando in acqua 5mila tonnellate di gasolio. Secondo Svetlana Radionova, responsabile dell’agenzia russa per la tutela ambientale, in seguito al crollo del serbatoio a Norilsk, la concentrazione degli elementi inquinanti nell’Ambarnaya è ora decine di migliaia di volte superiore al massimo consentito dalla già piuttosto generosa normativa locale attuale.

La chiazza rossa dovuta al gasolio disperso, Foto: Vistanet.it

L’ecosistema del fiume Ambarnaya e dei suoi confluenti e affluenti è condannato da questo insostenibile inquinamento, non ci è dato sapere se e quando si riprenderà.

Le cause del disastro ambientale

Nel momento in cui si scrive la situazione è ancora in sviluppo. Come sappiamo infatti, fiumi e corsi d’acqua sono dominati dalle correnti e questo significa che ora dopo ora, giorno dopo giorno, la macchia rossa di gasolio si sposta, nonostante i tentativi di contenerla e gli sforzi delle autorità russe che agiscono in stato di emergenza.

Attualmente la superficie interessata è ampia circa 350 chilometri quadrati, con il combustibile che ha percorso un diametro di 12 chilometri dal punto della sua dispersione. I dati sono però naturalmente in continuo aggiornamento e, a seconda di quando questo articolo verrà  letto, potrebbero essere già cambiati, ci auguriamo in meglio.

A quanto è stato ricostruito, i pilastri a sostegno della cisterna contenente il gasolio avrebbero cominciato ad affondare nel terreno a causa della fusione del permafrost sottostante, causata dall’innalzamento delle temperature. È soltanto un’ipotesi, per il momento. Se confermata, però, sarebbe un altro insindacabile segnale di quanti danni stiamo facendo al nostro Pianeta. Non si escludono comunque neppure le ipotesi di usura eccessiva o danneggiamento strutturale.

Individuazione del colpevole e misure contenitive

Nel corso dell’inchiesta aperta non appena il disastro ambientale è stato reso pubblico è già stato effettuato un arresto. Viatcheslav Starostine, responsabile della centrale elettrica, si trova in fermo provvisorio. Durante i prossimi giorni le forze dell’ordine russe faranno maggior chiarezza.

Al fine di impedire ulteriore diffusione al carburante, il governo ha preso misure importanti: innanzitutto la sistemazione di barriere di contenimento contro la propagazione del gasolio nell’acqua e, in secondo luogo un monitoraggio continuo della marea rossa. Serve però capire in quale modo eliminare il combustibile; bruciandolo? Diluendolo con forti reagenti? Pompandolo nella tundra adiacente? L’ultima soluzione pare la meno percorribile, in quanto la zona è già satura di carburante, mentre le altre due sono al vaglio delle autorità. Ad ogni modo, il diesel non attende certo di sapere quale sarà la decisione finale e sta già cominciando a dissolversi in acqua.

A complicare le operazioni di pulizia ci si mettono anche le caratteristiche del letto del fiume, poco profondo, e quelle dell’area paludosa che lo ospita. Una stima prevede che la pulizia potrebbe durare tra i 5 e 10 anni e il costo superare 1,3 miliardi di euro. Tempi grami attendono la Siberia.

Disastri ambientali anche nel prossimo futuro?

Se l’inchiesta confermasse lo scioglimento del permafrost come responsabile di questo crollo, ci troveremmo di fronte ad un pessimo precedente. In tempi recenti, numerose ondate di caldo hanno interessato la Siberia. La comunità scientifica sospetta che si stia verificando, in numerose località della regione russa, una fusione dello strato di ghiaccio permanente. Una ricerca del 2013 sosteneva che un aumento annuo della temperatura globale pari a 1,5 gradi centigradi sarebbe stato sufficiente a sciogliere completamente il permafrost siberiano. Questo fenomeno si sta svolgendo più velocemente del previsto.

Oltre al surriscaldamento globale, anche la geologia ci sta mettendo del suo. Sono state osservate, sotto la coltre perennemente ghiacciata del suolo siberiano, circa 7000 bolle di gas metano. Queste bulgunyakh, come si chiamano in lingua locale, finiscono quasi sempre per esplodere, rilasciando il gas nell’atmosfera. Qualora tutte queste bolle dovessero scoppiare, o anche se lo facesse solo la maggior parte di esse, un’enorme quantità di gas serra sarebbe rilasciata nell’aria. Il gas fuoriuscito da esse, infatti, contiene una concentrazione di metano 1000 volte più alta di quella normalmente riscontrata nell’atmosfera e un quantitativo di anidride carbonica 25 volte più alto del consueto.

Ancor più preoccupante è il fatto che, all’interno dei crateri formati nello strato di ghiaccio permanente, la concentrazione di metano continua a restare alta per molto tempo dopo l’esplosione del bulgunyakh. Tali bolle, dunque, potrebbero essere il colpo di grazia per il delicato ecosistema siberiano, uno dei più minacciati dal global warming.

Il permafrost, uno strato di ghiaccio permanente sotto la terra, Foto: Blue Planet Earth

Leggi anche: “Caldo record in Siberia. 25 gradi a maggio”

Rischi e pericoli connessi alla fusione del permafrost

I ricercatori non si accontentano di capire le cause a cui sia dovuta la comparsa di queste bolle, essi vogliono anche riuscire a stabilire quali bulgunyakh esploderanno per primi. In tal modo sarà possibile stabilite quali fette di popolazione correranno i maggiori rischi e in quale momento.

Il gas serra, ad ogni modo, non è l’unico rischio connesso al disgelo. Dobbiamo infatti anche considerare come l’emisfero nord del nostro Pianeta sia la principale riserva mondiale di mercurio. Secondo uno studio firmato Geophysical Research Letters, infatti, nel suolo perennemente ghiacciato alle latitudini settentrionali della Terra troviamo una quantità di questo elemento tossico doppia rispetto a quello presente in tutti gli altri terreni, negli oceani e nell’atmosfera. Messi assieme. Il mercurio, infatti, si lega ai materiali organici presenti nel suolo, finisce ricoperto di sedimenti prima e di ghiaccio poi, restando intrappolato sotto chiave finché, naturalmente, il surriscaldamento globale non lo liberi dalla sua fredda prigione.

Il cambiamento climatico, contribuendo in prima persona alla fusione del permafrost, rischia di scatenare un disastro ambientale incontenibile. Pensiamo a che cosa succederebbe se il disgelo liberasse non solo la quantità industriale di mercurio di cui abbiamo appena scritto, ma anche le centinaia di batteri e virus rimasti intrappolati nelle carcasse congelate di specie animali e nei residui vegetali ancora non completamente decomposte a causa del ghiaccio.

A causa del surriscaldamento globale, il permafrost è a rischio fusione, Foto: Notizie Scientifiche

Dal disgelo al disastro ambientale

La fusione del permafrost consentirebbe al mercurio di liberarsi nell’aria, avvelenando in un sol colpo le comunità locali che vivono di pesca in Alaska e in Siberia, interrompendo la loro catena alimentare e condannando quelle aree allo spopolamento o alla morte. Ma non solo. Tramite i venti e le correnti d’aria, la tossicità raggiungerebbe anche aree e zone ben distanti da quelle interessate dal ghiaccio permanente, magari densamente popolate.

Il mercurio correrebbe il rischio di viaggiare in maniera inarrestabile nella catena alimentare. Parallelamente, ogni altra sostanza nociva, ogni altro pericolo rimasto intrappolato per secoli sotto la spessa coltre ghiacciata, sarebbe libero di tornare a circolare. Ci viene semplice immaginare, ad esempio, uno scenario con virus in circolazione incontrollata, visto che stiamo ancora lottando contro il nuovo coronavirus. Pensiamo ai batteri portatori di patologie che consideriamo debellate annidati sotto il ghiaccio perenne.

Le minacce nascoste sotto il ghiaccio perenne sono numerose, sarebbe molto difficile affrontarle tutte. Non è che un altro motivo per batterci per la tutela e conservazione del nostro Pianeta, contro lo sfruttamento e il surriscaldamento.

 

 

 

 

Virus: lo sfruttamento ambientale li fa esplodere

La deforestazione lascia fauna e batteri senza più una casa

Il Covid-19 è la notizia del momento. Tutti conosciamo perfettamente questo nome che indica il coronavirus esploso in Cina e poi diffusosi in tutto il mondo. In Italia abbiamo avuto un focolaio in Lombardia, come ben sappiamo, che poi si è allargato a macchia d’olio nel resto della penisola. Come solitamente accade per questo tipo di patogeni, il virus si sta ora diffondendo, in maniera instancabile seppure difforme, in tutto il mondo. Senza dilungarci troppo in una descrizione della patologia virale, dal momento che non ci sono le competenze per farlo su questo blog e che, comunque, la rete e i giornali non fanno altro che parlarne, in questi giorni, concentriamoci sull’aspetto più pertinente del virus con le tematiche affrontate dall’Ecopost.

Rielaborazione di un coronavirus. Il nome si deve al fatto che tale virale, esaminato a microscopio, ricordi la sagoma di una corona, Foto: Shutterstock

I danni all’ambiente e la proliferazione dei virus

Partiamo da un imprescindibile antefatto, un concetto che non è legato al Covid-19, bensì ad ogni virus, in quanto assioma sempre valido: per prenderci cura della nostra salute dobbiamo difendere il nostro pianeta. In questi giorni di emergenza, di misure severe per evitare la diffusione incontrollata del coronavirus e di disagi diffusi in tutto il Paese, non vogliamo certo ragionare sul nesso tra la patologia e la scriteriata tutela del nostro habitat. Eppure dobbiamo farlo. Difficilmente qualcuno di noi si sarà fermato a considerare quale legame possa esserci tra i danni che quotidianamente apportiamo all’ambiente e le epidemie di Ebola, Sars, Zika, Mers e H1N1. Tutti questi ceppi virali si sono diffusi prima del Covid-19. Tutti questi ceppi virali presentano un minimo comun multiplo con il virus che ormai è compagno della nostra quotidianità.

Cosa sappiamo del coronavirus

In base a cosa possiamo fare queste considerazioni? Su cosa basiamo l’assunzione che la diffusione di virus di questo tipo vada a braccetto con i mala tempora ambientali cui noi umani costringiamo il nostro ecosistema? Ragioniamo assieme, basandoci su un ottimo articolo uscito qualche giorno fa sulla Stampa, a firma Mario Tozzi.

Punto di partenza è la riconduzione al primo tratto in comune dei virus citati e del coronavirus esploso nella provincia cinese dello Hubei: la trasmissione animale. Circa il 70% delle malattie infettive emergenti (EID secondo l’acronimo inglese), deriva dall’interazione tra animali selvatici, addomesticati ed esseri umani. In determinate situazioni ed in determinati ambienti, si riscontrano fattori aggravanti e/o scatenanti, dovuti ai contatti tra questi attori. Nelle aree urbane che presentano un’alta densità di popolazione, tali rischi sono più elevati. Molti uomini in uno spazio piccolo significa anche molti animali domestici in uno spazio piccolo, dal momento che oramai, com’è risaputo, circa una persona su 2 possiede (almeno) un cane; sempre più persone sostituiscono l’animale da compagnia ad un figlio vero, magari senza neppure ammetterlo a sé stessi o agli altri.

https://www.youtube.com/watch?v=eup3_i_5uaw
Una semplice spiegazione video del virus. Audio in inglese.

L’importanza della qualità dell’aria

Prima della proliferazione dei sapiens, le tribù antiche di cacciatori-raccoglitori correvano molto meno il rischio di contrarre virus. Sicuramente, tali popolazioni – spesso nomadi – non sviluppavano e diffondevano epidemie virali. Qualora qualcuno di essi avesse contratto una simile patologia, era ben più probabile che il virus morisse dopo averlo ucciso, piuttosto che si diffondesse ad altre persone. I principali due focolai del Covid-19, la città di Wuhan con la sua provincia e la pianura padana hanno un tratto che le accomuna: sono zone piuttosto degradate dal punto di vista della qualità ambientale. In particolare, la qualità dell’aria che si respira a tali latitudini non è certo delle migliori. Per quanto non inquadrabile scientificamente con stime esatte e precise, tale considerazione può estendersi anche alla ultraurbanizzata Corea del Sud e al nucleo abitato di Teheran, in Iran; altri due importanti focolai, nel momento in cui scrivo, del coronavirus.

In Europa non sono molte le aree che possono vantare un’aria inquinata come quella della pianura padana. Tale aspetto è stato forse troppo trascurato, nell’analisi di questa patologia.

In pianura padana, l’aria è tra le più inquinate in Europa, foto: Pixabay

Eccessivo sfruttamento

Un contributo importante, diciamo pure importantissimo, all’intensificazione dei rapporti tra uomo e fauna, selvatica e domestica, si deve allo sfruttamento eccessivo del terreno. Cambiamenti di uso del suolo e aumento incontrollato dell’allevamento intensivo, specialmente in regioni cruciali per la tutela della biodiversità, sono attori protagonisti in tale fenomeno. La deforestazione, poi, è la madre di tutti i problemi, in un simile contesto. Nel 1998, in Malesia, comparve per la prima volta il virus Nipah. Tale patologia fu causata dall’intensificazione dell’allevamento di suini al limite delle foreste. In sostanza, per crear spazio all’allevamento intensivo di maiali, si disboscavano ampi settori forestali; devastando l’habitat del pipistrello della frutta, l’originario portatore del virus.

Anche l’origine di Sars ed Ebola è dovuta a comportamenti simili. Nelle aree metropolitane asiatiche è piuttosto comune trovare pipistrelli e scimmie, specie portatori dei due virus. I primi convivono con i sapiens, mentre le seconde sono prede abituali di bracconaggio e vendita illegale.

Il salto di specie dei virus

Ogni sindrome virale presenta la possibilità di spillover, ovvero il salto di specie. Tale passaggio, però, sarebbe ampiamente favorito laddove le attività umane impongono grandi modifiche ambientali. Impiantare improvvisamente monocolture e allevamenti intensivi ove la natura ha posto una foresta tropicale, non è certo un comportamento foriero di benessere e salute. Nelle foreste vergini, infatti, la fauna selvatica è molto più importante che in altre zone, tanto per numero di specie quanto per numero di individui. Conseguentemente a ciò, naturalmente, anche i patogeni sono maggiormente diffusi. Ogni animale porta con sé un corredo di microrganismi che potrebbe essere dannoso per l’uomo e non sempre ci è conosciuto. La caccia, i disboscamenti selvaggi, la desertificazione agricola e la crescita, spesso terribilmente sproporzionata, delle aree urbane, non possono che causare imponenti migrazioni della fauna che abitava quei luoghi. Tutto questo si deve ad una sola causa: la sconsideratezza umana.

Una volpe volante, noto anche come pipistrello della frutta (nome scientifico: Pteropus Giganteus), questi grandi chirotteri sono ritenuti responsabili della diffusione del Covid-19, foto: Wikipedia

L’illegalità che favorisce i virus

Il contrabbando e lo smercio illegale di alcuni esemplari di animali rari giocano un ruolo di primo piano nella diffusione di batteri. In questo preciso momento, la specie più contrabbandata al mondo è il pangolino cinese. La circolazione illegale di questo animale è stata una delle cause che ha agevolato la diffusione del Covid-19. La corazza del pangolino è in cheratina, come le unghie umane, ed è abitualmente utilizzata nella medicina orientale. Numerose superstizioni asiatiche, infatti, parlano della corazza di questo tenero mammifero come una sorta di panacea ad ogni male, alla stregua delle ossa di tigre o del corno di rinoceronte. A ciò va aggiunto che la carne di pangolino è considerata una prelibatezza, in numerose zone della Cina. Negli ultimi sessant’anni, il numero di esemplari della specie è diminuito del 90%.

Il genoma del virus 2019 nCoV (tale è il nome utilizzato in laboratorio) rinvenuto nelle persone infette è pressoché identico a quello rinvenuto nei pangolini. Si suppone che l’animale sia stato contagiato da esemplari di pipistrello. Il commercio incontrollato di animali, o di loro parti del corpo, può essere veicolo di zoonosi, ovvero patologie della fauna. Nel 2003, forse qualcuno ricorderà, la SARS apparve per la prima volta in un mercato cinese dove si vendevano, senza alcun tipo di controllo, esemplari di civetta delle palme.

Una mamma di pangolino con il suo cucciolo, Foto: Repubblica

La prevenzione parte dal rispetto degli ecosistemi

Il capitalismo contemporaneo più sfacciato e disumano – sovente sostenuto, finanziato ed incoraggiato da potentissime multinazionali di cui conosciamo bene i nomi – comprende tutta una serie di pratiche, assolutamente contro natura, tese solo ed esclusivamente alla massima resa del terreno nel minor tempo possibile. Questo modus operandi, naturalmente, non tiene minimamente conto dell’impoverimento dell’habitat e, dunque, della vita di chiunque lo abiti, che va a creare. Le difese naturali di un ecosistema sfruttato allo stremo si indeboliscono, ciò è comprensibile persino da un bimbo. Se questi sfruttamenti, se questi beceri crimini contro l’ambiente avvengono dentro un incubatore come quello del terzo mondo, povero e minacciato in prima persona dal riscaldamento globale, come possiamo ostacolare la proliferazione virale?

Deforestazione e sfruttamento dei suoli agevolano la diffusione di batteri, stravolgendo l’habitat delle specie viventi in quei luoghi e costringendole a migrare altrove, assieme al loro corredo di microrganismi, Foto: Pixabay

Il legame tra virus e surriscaldamento globale

In clima caldo ed umido le zanzare anofeli, portatrici della malaria, trovano un habitat perfetto per lo sviluppo di cui la larva necessita. Infatti si stanno riproducendo a ritmi che appaiono quasi inarrestabili, colonizzando regioni che non avevano mai conosciuto tale patologia. Teniamolo ben presente, poiché corriamo il rischio di trovarci tra i prossimi della lista. Similmente. la specie di zanzara denominata Aedes aegypti si è già spostata dalle calde temperature egiziane, ove storicamente proliferava, per spingersi fino ad alture oltre i 1300 metri in Costa Rica e vicine ai 2000 in Colombia, Kenya, Uganda, Etiopia e Ruanda. In tutti questi luoghi, nei quali si è stabilita, la specie non ha mancato di portare i suoi omaggi di dengue e febbre gialla. Le recenti invasioni di locuste in Africa sono riconducibili a questi stravolgimenti.

Se qualcuno ha ancora bisogno di stimoli per convincersi di quanto sia necessario ed urgente rivedere il nostro modello di sviluppo economico, e fermare la distruzione degli habitat naturali, ci auguriamo di aver portato qualche stimolo, in questo articolo, su cui riflettere, in queste giornate nelle quali i luoghi di aggregazione sono chiusi. C’è un legame concausale tra epidemie ed ambiente e la strada giusta per giungere alla limitazione, quando non alla sconfitta vera e proprio di queste patologie, passa da qui. Come ci ricorda Tozzi, chiudendo il suo articolo: “Stavolta a indicare la via non sono i soliti ambientalisti ma i medici.”

Ecosistema: che cos’è e perché è importante

Esempio di ecosistema

Pensate a un ecosistema come a una torre di Jenga. Quando ci sono tutti i pezzi, la torre è stabile, in equilibrio e abbastanza resistente agli agenti esterni. Quando togliete qualche rettangolo inizialmente non succede nulla poiché le forze fisiche trovano il loro nuovo equilibrio senza che la struttura crolli. Quando però ne togliete tanti, il collasso sarà inevitabile e della torre non resterà niente, se non pezzi sparsi sul tavolo.

Definzione e significato di ecosistema

Il vocabolario online Treccani lo definisce così:

In ecologia, unità funzionale formata dall’insieme degli organismi viventi e delle sostanze non viventi (necessarie alla sopravvivenza dei primi), in un’area delimitata (per es., un lago, uno stagno, un prato, un bosco, ecc.).

ecosistema fragile

Alcuni esempi di ecosistema

Una torre di Jenga può essere un esempio perfetto per descrivere i vari tipi di ecosistemi, potenzialmente formato da tutti i “micromondi” che tutti noi conosciamo:

  • la foresta
  • la savana
  • la steppa
  • il deserto
  • la tundra
  • la Macchia Mediterranea
  • gli oceani
  • qualsiasi ecosistema marino

I rettangoli non sono altro che i componenti dell’ecosistema e sono sia esseri viventi (biodiversità) sia quelli non viventi (rocce, acqua, sabbia etc). Più elementi ci sono, più l’ecosistema sarà in grado di resistere alla scomparsa di qualcuno di loro, ripristinando con facilità l’equilibrio originario. Quando però iniziano ad essere tante le specie estinte, tutto il sistema diventa più debole fino a cadere.

Legami importanti

In Jenga, oltre alla quantità di rettangoli, è importante anche il modo in cui questi vengono estratti. Se per esempio togliamo solo quelli di sinistra, la torre crollerà dopo pochi step. Lo stesso accade se togliamo i rettangoli alla base della torre. Questo avviene perché ogni pezzo dipende dagli altri e soprattutto da quelli che reggono il tutto.

Anche negli ecosistemi tutti i componenti sono legati tra loro da rapporti di causa-effetto. Ad esempio, se l’acqua di un oceano diventa più fredda, alcuni pesci migreranno verso acque più tiepide e gli organismi che dipendevano da loro dovranno trovare altre fonti di sostentamento. Quelli che non sono in grado di adattarsi muoiono, gli altri sopravvivono, proliferano e si differenziano, mantenendo l’ecosistema vivo e fertile.

L’equilibrio come condizione di vita per un ecosistema

È importante però aggiungere che l’equilibrio è recuperabile soltanto se le specie si estinguono o si modificano gradualmente, secondo processi lenti e naturali. In Jenga, se si è troppo bruschi e veloci nelle proprie mosse il rischio del crollo aumenta, anche dopo un solo tentativo e anche togliendo un pezzo di poco conto. Allo stesso modo, se gli elementi naturali vengono danneggiati ed eliminati con grande velocità l’ecosistema non ha il tempo di trovare un nuovo equilibrio, creando un circolo vizioso che comprometterà l’intera stabilità.

Se il corallo muore velocemente e inaspettatamente, l’intero ecosistema viene colpito. I pesci che se ne nutrono o che lo usano come rifugio muoiono o si allontanano poiché non hanno avuto il tempo di adattarsi. I pesci più grandi che di essi si nutrivano restano quindi senza cibo, e si estinguono a loro volta.

Ma gli effetti a cascata non si fermano qui perché in natura tutte le “torri” dipendono le une dalle altre. Se il pesce scompare, gli uccelli che lo mangiano perdono la loro fonte di energia e le piante che prosperano grazie alle loro deiezioni si esauriscono. E, naturalmente, le persone che si affidano alle barriere coralline per il cibo, il reddito o il riparo dalle onde perdono la loro risorsa vitale.

ecosistema marino

Cosa sta accadendo nel mondo?

Questi non sono solo scenari fantascientifici, ma stanno accadendo proprio ora, mentre siamo tranquilli davanti allo schermo del computer. La National Academy of Sciences ha riferito che la Terra ha già cominciato la sesta estinzione di massa, che vedrà la flora e la fauna del mondo estinguersi. Le specie, comprese quelle non in pericolo, si sono ridotte a causa della perdita degli habitat, deturpati dall’agricoltura “intensiva”; dalla caccia, soprattutto quella illegale di specie protette; dall’inquinamento agricolo, con l’uso sconsiderato di pesticidi e fertilizzanti, e dall’inquinamento dell’aria e dell’acqua da parte dei gas serra.

Gli oceani hanno perso il 40% dei plancton negli ultimi 50 anni, una delle principali fonti di ossigeno per il pianeta (leggi l’articolo). Anche gli insetti, che stanno alla base della catena alimentare e che sono i maggiori responsabili dell’impollinazione delle piante, stanno diminuendo. Le api in particolare sono una risorsa preziosa per gli ecosistemi e sta subendo forti danni (leggi l’articolo).

Il crollo dell’ecosistema terrestre è una catastrofe non-naturale

Ecologicamente, la parola giusta per descrivere questi fenomeni è “catastrofe”. L’unica soluzione per preservare la biodiversità sarebbe l’interruzione delle suddette pratiche. Se la biodiversità aumenta, infatti, crescerà anche la sua capacità di recupero. Se ciò non dovesse accadere, il mondo probabilmente continuerà ad esistere, proprio come il tavolo sul quale giochiamo a Jenga: dopo il crollo della torre esso rimane intatto.

La Terra, però, non sarà più come noi la conosciamo. Nessun animale, nessun albero, nessun fiore, nessun uomo. Un paesaggio simile a quello lunare sarà l’unico che potremmo aspettarci. O che l’universo potrà aspettarsi, perché noi, per vederlo, non ci saremo.