Crisi climatica: quel che non abbiamo capito

Crisi_climatica_uomo_responsabil

Ascolta il podcast di introduzione all’articolo!

Poco più di 12 mesi fa, l’ormai celeberrima attivista Greta Thunberg, pronunciò quello che probabilmente è il suo discorso più famoso. Era il 23 settembre dello scorso anno e a New York si stava tenendo il Climate Action Summit 2019. Alcuni passaggi di quell’intervento della giovane attivista hanno fatto il giro del mondo. Il più indimenticabile tra questi, naturalmente, è il noto j’accuse già passato alla storia come “How dare you! Speech“. Thunberg, senza mezze parole, andò dritta al punto e con un’onestà disarmante, oltre che una lucidità tutt’altro che comune per una sedicenne, disse: “Siamo all’inizio di un’estinzione di massa e voi siete capaci di parlare solo di soldi o della favola di un’eterna crescita economica: come osate!”

Il deciso intervento di Greta Thunberg al Climate Summit 2019, in un video del Guardian che riporta i passaggi più importanti, sottotitolato in inglese.

In fatto di crisi climatica, però, poco sembra essere cambiato, nonostante l’intervento di Thunberg venne applaudito e riscosse numerosi consensi, all’epoca. Sono infatti sempre più numerosi i motivi di preoccupazione per gli ambientalisti di tutto il mondo; ragioni che sono – purtroppo – anche aumentate in seguito alla pandemia. Sempre che sia legittimo ragionare già in ottica post-pandemia. A ciò si aggiunge anche la tirannia del tempo, che è sempre meno perché l’orologio non aspetta certo i tempi dei governi, i ritmi della burocrazia e le scuse delle multinazionali.

Come se parlassimo due lingue diverse

Che il sentiero su cui ci siamo già messi conduca verso una catastrofe epocale, è ormai una certezza. Lo scioglimento dei ghiacciai, ad esempio, è sempre più rapido, come abbiamo appreso anche grazie alle immagini provenienti da Helheim, in Groenlandia. Lo scenario è davvero infelice e i governi peggiorano persino questa situazione con la loro lentezza, la loro inettitudine ambientale e, forse, persino l’intenzione di non agire per evitare di scontentare ricchi finanziatori che hanno interessi non esattamente green.

Probabilmente è stata ancora Thunberg, lo scorso agosto, a tratteggiare al meglio l’attuale stato della lotta ai cambiamenti climatici. In una lettera firmata assieme ad altre attiviste che stanno diventando sempre più celebri – Luisa Neubauer, Anuna De Wever e Adelaïde Charlier – la svedese afferma come il mondo sia, nonostante tutto quel che accade, ancora in una fase di sostanziale negazione della crisi climatica.”

Il pensiero di Thunberg e delle sue sostenitrici è piuttosto semplice. Sono almeno trent’anni che la scienza punta il dito contro la responsabilità umana nella crisi ambientale e ci dà soluzioni per uscirne. Non sono però molti quelli in posizioni di potere che stiano facendo qualcosa per raggiungerle quelle soluzioni. E proprio questo è il paradosso del nostro tempo: da una parte ci arrivano sempre più avvertimenti e conferme su quanto stia accadendo, dall’altra questi fenomeni non convincono i governi – e neppure i singoli, troppo spesso – a modificare i loro comportamenti. È come se scienza e politica non si capissero, come se parlassero due lingue diverse.

Crisi_Climatica_ExtinctionRebellion
Una manifestazione di Extinction Rebellion. Il gruppo ha ben capito quale sia il rischio che l’umanità stia correndo.

Cosa non abbiamo capito della crisi climatica?

La tematica ambientale acquisisce via via sempre più importanza sui giornali e nella quotidianità, diventa notizia e argomento di conversazione, eppure, di fatto, non vediamo decisioni nette. Sempre più testate hanno una sezione clima, che per alcune è anche molto importante, come per il Guardian o il New York Times. L’ambientalismo è di moda in Paesi come gli Stati Uniti, che da Al Gore fino a Leonardo Di Caprio hanno avuto importanti testimonial che si sono spesi per la causa; eppure il loro governo – uscente – ha deciso di tirarsi fuori dall’Accordo di Parigi e continua a ritenere la questione ambientale una montatura quando non proprio una calunnia. Anche al Summit del 2019, con il quale ho aperto l’articolo, gli USA formalmente non parteciparono, fatto salvo per l’apparizione – breve e trascurabile – di Donald Trump durata circa 10 minuti.

Gli States sono responsabili di oltre il 14% delle emissioni globali climalteranti. Joe Biden, presidente eletto, ha promesso che invertirà la rotta. Ci auguriamo sia vero perché ne abbiamo davvero molto bisogno. Occorre che qualcuno dia l’esempio poiché, dicono gli esperti, il problema sarà risolto solo con un’azione collettiva, su ampia scala. In un bell’articolo di Business Insider, Federico Del Prete ha intervistato Federico Grazzini, coautore del volume Fa un pò caldo. Secondo il meteorologo Grazzini, che non è l’unico con questa idea, c’è davvero molto che non abbiamo capito della crisi climatica.

Quella consapevolezza che ci manca

“Credo che alla base ci sia una mancata consapevolezza del nostro ecosistema in generale. Non parlo solo a proposito delle complesse teorie atmosferiche ma proprio riguardo al funzionamento del nostro mondo.” Il libro di Grazzini offre interessanti spunti, pensati per ragazzi ma utili anche agli adulti, sul momento climatico che stiamo vivendo. Il meteorologo descrive la velocissima destabilizzazione atmosferica che caratterizza la nostra contemporaneità, portando risposte utili e a volte anche davvero semplici.

Crisi_Climatica_Lampadina
Le attività umane hanno avuto e stanno ancora avendo un impatto troppo forte sul nostro Pianeta.

Spesso mi sento chiedere se la situazione sia davvero così grave. La risposta purtroppo è sì. Credo che ai media manchi la capacità di mettere assieme tutti i pezzi della crisi climatica. Essa è in fondo davvero complessa da capire, prima che minacciosa. C’è poi un altro aspetto, più immediato. Una società come la nostra, residente soprattutto nelle città, ha perso un importante elemento di autentico contatto con la natura. Ciò ostacola in qualche maniera la comprensione di quel che stia accadendo.” Aggiunge Grazzini.

“Tutti gli indicatori presi in esame, dall’estensione dei ghiacci nell’Artico fino all’aumento delle ondate di calore, sono coerenti. Essi confermano non solo il riscaldamento globale in sé ma anche la notevole accelerazione di questo fenomeno. Una volta sparito tutto il ghiaccio dell’Artico, nel giro di qualche decennio, tempi molto brevi, andiamo incontro ad uno scenario che non conosciamo. Quel che sappiamo è che si tratterà di qualcosa di poco rassicurante. La scienza ha una certa responsabilità. Comunicando con il pubblico generico, lo scienziato si esprime molto spesso in termini dubitativi. L’incertezza associata ad una stima può dare l’impressione che non si sappia cosa succederà ma non è così.”

Pandemia e crisi climatica

Il ragionamento dello scienziato, inevitabilmente, finisce per coinvolgere anche il cambio di scenario dovuto alla crisi sanitaria globale. “Se so che sto andando molto velocemente contro un precipizio, non ho bisogno di trasmettere con precisione in che modo cadrò. Non cambia granché se raggiungerò il burrone in un secondo oppure in tre. Finirò comunque per precipitare, dunque tanto vale che mi concentri su come frenare.” Sono le parole di Grazzini per concludere il pensiero ora riportato. La pandemia che sta tenendo in ostaggio il mondo è legata a doppio filo all’ambiente e all’inquinamento, come abbiamo già scritto sulle pagine de L’EcoPost. Il meteorologo lavora in Pianura Padana, una delle zone più sviluppate e quindi inquinate d’Europa. Non a caso, è una di quelle ove la pandemia si è diffusa massicciamente fin dall’inizio.

“La pandemia offre molti spunti di riflessione sulla priorità che dovrebbe avere la questione ambientale. La Pianura Padana è molto soggetta a fenomeni di ristagno degli inquinanti, dovuti a condizioni tipiche, normali per la zona. Con l’alta pressione, l’aria ristagna a lungo. Dovremmo essere più attenti degli altri a emettere inquinanti, perché viviamo in un punto sfavorito. La crisi climatica prolunga sempre di più questi periodi di alta pressione. Va fatto uno sforzo maggiore per pulire la nostra aria in inverno, così come in estate, quando entrano in ballo altri fattori. Le risposte vanno date subito, adesso.”

Crisi_Climatica_VirusInquinamento
Inquinamento e virus. Quando la catastrofe ambientale si traduce in crisi sanitaria.

“La pandemia ci ha mostrato che quando smettiamo di muoverci in modo sconclusionato l’inquinamento diminuisce sostanzialmente, in Pianura Padana come altrove. Tutti gli elementi ci sembrano voler dire: che vantaggio c’è a continuare a goderci il cosiddetto benessere se poi esso ci toglie la salute?” Conclude Grazzini. La sua intervista è stata riportata in maniera approfondita perché ricca di stimoli. Quel che ci dice, in definitiva, è come la situazione sia piuttosto grave.

Uscire dalla crisi climatica si può?

Nello stesso intervento con cui abbiamo aperto questa riflessione, la cittadina svedese più famosa dei nostri tempi ricordava alla platea come ci siano interi ecosistemi al collasso, anche nel preciso momento in cui leggete queste parole. Hanno già cominciato quelli immersi nei mari e negli oceani, sempre più caldi. In tali ambienti anche l’acidità, oltre all’aumento della temperatura, porta alla devastazione di interi habitat. Non ci vorrà molto prima che i problemi che stiamo riscontrando in acqua si spostino sulla terraferma. Stiamo seriamente correndo il rischio di affrontare una prossima sesta estinzione di massa. A quanto pare, le altre cinque ci hanno insegnato ben poco.

Ondate di calore, seguite da grandi migrazioni si scorgono già all’orizzonte. Un’umanità destabilizzata nell’economia e negli apparati di governo non potrà che cercare una via d’uscita, ovvero una via di fuga dalla sua patria. I rifugiati climatici, assieme a quelli economici in cerca di una vita degna e ai profughi che abbandonano terre in guerra dove le uniche alternativa sono morte o povertà, possono diventare presto una bomba a orologeria, oltre che il primo segno della nostra sconfitta su tutta la linea sul fronte della battaglia climatica.

Si può ancora uscire da questa situazione ma bisogna smettere di parlarne, di scriverne, e cominciare ad agire. Possiamo ridurre la crisi climatica a riscaldamento globale e poi questo a clima regolare, senza più bizze e stranezze. Per farlo, però, dobbiamo ridurre a 0 le nostre emissioni climalteranti. Se i governi non cominciano a prendere provvedimenti, tocca a noi cittadini, individualmente, schierarci in prima linea nella battaglia per l’ambiente. Abbiamo bisogno di un’azione corale, collettiva. Tu che cosa pensi di fare?

Giornata mondiale degli Oceani, facciamo il punto

Con la sua risoluzione 63/111 del 5 dicembre 2008, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha designato l’8 giugno come Giornata mondiale degli oceani. La condizione nella quale versano gli universi liquidi di tutto il mondo è drammatica; l’inquinamento, la pesca intensiva e la devastazione degli ecosistemi marini per mano antropica stanno mettendo in ginocchio gli oceani, con conseguenze gravissime per l’uomo.

L’importanza degli oceani

Pensiamo ad un mondo senza oceani; avremmo un pianeta come Marte e nessun ecosistema di supporto alla vita. Gli oceani svolgono un ruolo chiave nel funzionamento del pianeta terra. La maggior parte dell’ossigeno che respiriamo deriva dagli oceani, i quali fungono anche da importanti serbatoi di anidride carbonica.

oceani

Possiamo considerare gli oceani come un termostato planetario. Infatti, regolano il clima mondiale: la loro presenza attenua gli sbalzi di temperatura diurni e stagionali, mantenendo le temperature dell’aria entro valori tollerabili per gli organismi viventi.

Sono grandi serbatoi d’acqua e costituiscono il nodo più importante nel ciclo di quest’ ultima sulla terra: da essi l’acqua evapora e sale nell’atmosfera per poi cadere a terra sotto forma di precipitazioni. Infine torna agli oceani attraverso i fiumi.

Leggi anche il nostro articolo: “Happy World Reef Day, persi l’80% dei coralli”

Gli oceani sono veri e propri serbatoi di biodiversità ed ospitano il primo polmone del mondo. A dispetto di ciò che si pensi, 3/4 dell’ossigeno vengono prodotti dai Cianobatteri, organismi fotosintetici che vivono negli strati più superficiali della colonna d’acqua.

L’uomo e gli oceani: una convivenza difficile

Senza l’oceano non ci sarebbe la vita, non ci sarebbe l’uomo. Dalle acque oceaniche si ricavano infatti grandi quantità di alimenti essenziali per la nostra dieta ed altrettante quantità enormi di petrolio e metano, contenute nei giacimenti sottomarini. L’utilizzo incontrollato delle risorse ittiche ed il massiccio inquinamento delle acque mondiali causano ogni giorno severi e, spesso, insanabili cambiamenti all’equilibrio oceanico.

La baja di Guerrero Negro. Crediti: Lucia Vinaschi

L’overfishing

L’overfishing, o sovrapesca, indica l’impoverimento delle risorse ittiche causato da un’eccessiva e non razionale attività di pesca. In un mondo in cui la richiesta di cibo aumenta esponenzialmente non ci si poteva aspettare risultati diversi.

Questa sempre maggior domanda impedisce alle specie ittiche di crescere, svilupparsi e spesso riprodursi; inoltre, per sostenere i ritmi attuali di pesca, si è arrivati a sottrarre dall’ambiente esemplari sempre più piccoli, atto ritenuto illegale in molti paesi.

Un terzo delle risorse ittiche mondiali hanno subito un collasso, ovvero una diminuzione fino a meno del 10% della loro abbondanza massima osservata. Inoltre, se l’attuale andamento dovesse mantenersi costante, tutte le risorse ittiche distribuite sul pianeta collasserebbero nell’arco dei prossimi 50 anni.

Tecniche di pesca dannose, come quella a strascico, permettono di attingere in acque sempre più profonde e vergini, cominciando così a minacciarne i delicati ecosistemi e le specie ittiche che vi abitano. Questa pratica non solo sottrae all’ambiente biomassa, ma al loro passaggio le reti sradicano interi ecosistemi lasciandosi dietro depauperamento e morte.

La plastica

Possiamo affermare con assoluta certezza che l’uomo stia “soffocando” gli oceani. Si stima che circa 8 milioni di tonnellate di rifiuti di plastica entrino globalmente negli oceani ogni anno, creando una minaccia crescente. Questo potrebbe avere effetti potenzialmente devastanti sull’equilibrio dell’ecosistema marino.

Il Pacific Trash Vortex, noto anche come isola di plastica o Great Pacific Garbage Patch, rappresenta alla perfezione l’uso che stiamo facendo dei nostri mari. Un enorme accumulo di spazzatura galleggiante (composto soprattutto da plastica) situato nell’Oceano Pacifico, cominciatosi a formare a partire dagli anni 80. Si stima che l’ammontare complessivo della sola plastica dell’area sia in totale di 3 milioni di tonnellate. L’estensione è maggiore di quella della Francia.

Le microplastiche sono state rilevate in ogni angolo degli oceani e del Pianeta. Questo è il motivo per cui il problema dell’inquinamento marino da plastica non può essere risolto a livello nazionale o regionale o solo con misure volontarie. Richiede un’azione coordinata e una responsabilità condivisa.

L’inquinamento e le alterazioni chimico-fisiche dell’acqua

È oramai scientificamente comprovato che l’aumento di anidride carbonica nell’atmosfera (dovuta all’inquinamento), e la conseguente acidificazione degli oceani, abbiano un grave effetto sull’ecosistema acquatico, influenzando gli habitat marini e i pesci associati. Ciò sottolinea l’importanza di ridurre le emissioni di gas serra per salvaguardare le risorse oceaniche per il futuro.

Alcune specie avranno successo in condizioni sempre più acidificate, mentre molte altre no. Di conseguenza, quelle specie ittiche che fanno affidamento su risorse specifiche durante le loro diverse fasi di vita, potrebbero scomparire. Ciò porterebbe a enormi cambiamenti nella diversità dei pesci nel prossimo futuro, con conseguenze potenzialmente gravi per il funzionamento dell’ecosistema marino, insieme ai beni e servizi che forniscono.

Tutti noi beneficiamo dei combustibili fossili; carbone, gas, petrolio, ma a quale prezzo? Ogni anno nuovi giacimenti petroliferi vengono sfruttati e quantità immense di CO2 riversate nell’atmosfera. Prodotti come i fertilizzanti, usati indiscriminatamente in molte parti del mondo per aumentare i raccolti, una volta raggiunto il mare ne trasformano ampie porzioni in “zone morte”, ovvero carenti si ossigeno. Quella del Golfo del Messico è una delle più famose ma si stiamo che ne esistano ormai più di 400 nel mondo.

Leggi anche il nostro articolo: “Gli oceani si sono ammalati”

La zona morta (in giallo) nel Golfo del Messico. Crediti: Ocean for future

 

Madison Stewart: Shark Girl

Madison Stewart è una giovane filmmaker subacquea, divemaster e conservazionista australiana che ha deciso di dedicare la propria esistenza alla salvaguardia dell’oceano ed, in particolare, di alcuni suoi abitanti: gli squali. Avendo trascorso gran parte della sua infanzia in acqua ed avendo visto le drammatiche conseguenze dell’impatto antropico sugli ecosistemi marini, la passione di Madison per l’oceano è diventata una vera e propria missione nella vita.

Nel 2019, in Indonesia, crea la Project Hiu Foundation, con lo scopo di convertire i pescatori di squali in guide nel settore dell’eco-turismo.

Leggi anche il nostro articolo: “Mission Blue: gli oceani spiegati in un documentario”

Madison in uno dei mercati di squali a Lombok

Il problema di molte realtà attiviste, infatti, è l’approccio con il quale denunciano certe ingiustizie; spesso viene puntato il dito contro le persone sbagliate, ovvero l’ultimo anello della catena. Davanti a tanta barbarie non si riesce a comprendere che gli stessi carnefici non siano i nemici ma la chiave per un reale cambiamento.

Le maggiori richieste di pinne e carne di squalo provengono dalla Cina, Australia e Stati Uniti. Il mercato della pesca agli squali ha trovato terreno fertile in Indonesia e, proprio a causa della povertà dilagante, molte famiglie sono costrette a ripiegare su questa pratica, rischiando la vita in mare per settimane.

Crediti: Project Hiu

Project Hiu ha dato a questi pescatori un’altra possibilità, impiegando alcuni di loro nell’area di Lombok, aiutando l’isola e la scuola locale con materiali didattici, acqua pulita e beni primari di cui una comunità povera necessita. “E’ stato il mio modo più efficace per influenzare il commercio degli squali” afferma. Non è stato di certo un processo veloce, ma alla fine è riuscita a trattenere le barche di un pescatore e della sua famiglia per un anno intero.

Documentari e libri

Quale modo migliore per celebrare questi meravigliosi universi liquidi se non attraverso l’informazione? Conoscere meglio gli oceani e capire la loro importanza ci permetterà di pretendere una loro maggiore tutela.

Documentari:

  • Chasing coral
  • Mission blue
  • Our planet (acque costiere e mare aperto)
  • A plastic ocean
  • Sharkwater
  • Pacificum
  • Una scomoda verità 1 e 2
  • Before the flood

Libri:

Perché la crisi climatica non sembra un’emergenza

Il nesso fra l’emergenza climatica e l’emergenza Coronavirus esiste, in un cortocircuito di cause e conseguenze dagli effetti a dir poco paradossali. Molti hanno infatti sostenuto che il Coronavirus sia stato in qualche modo “agevolato” dal cambiamento climatico. Viceversa, i decreti di restrizione per contenere la pandemia stanno riducendo sensibilmente l’inquinamento atmosferico in Italia. Le nuove immagini ESA lo confermano. C’è un aspetto che però dovrebbe spingerci a riflettere: perché l’emergenza Covid-19 è sentita e temuta dalla popolazione italiana, mentre la percezione della crisi climatica risulta ancora drammaticamente falsata? Ecco alcune riflessioni, con il contributo di eminenti esperti.

Leggi il nostro articolo: “Virus: lo sfruttamento ambientali li fa esplodere”

L’emergenza climatica e la lunga durata

Una prima spiegazione fu data nel famoso trattato I limiti dello sviluppo del 1972. Gli esperti del MIT misero in luce che il cervello umano, per quanto straordinario, non fosse capace di tenere assieme le molteplici interazioni che compongono la realtà del mondo. I nostri pensieri sono principalmente concentrati nel breve termine, nell’arco della prossima settimana o dei prossimi anni, e sono principalmente rivolti a chi ci circonda: la nostra famiglia, la nostra comunità, la nostra impresa, il nostro vicinato. Pochissime persone esprimono preoccupazione per ciò che accade alla nazione nel suo insieme, o addirittura al mondo. E un numero ancora inferiore riesce ad estendere questi pensieri nel tempo, considerando l’arco di una vita intera o il futuro delle prossime generazioni.

percezione emergenza
Club di Roma, I limiti dello sviluppo, 1972

Quindi, tendiamo ad ignorare la crisi climatica perché siamo perlopiù concentrati nel “qui e ora”. È molto difficile astrarci e inglobare nella nostra sfera delle priorità persone che non conosciamo, che abitano lontano da noi o che addirittura non esistono ancora. Lo ha scritto bene Danny Chivers in The no-nonsense guide to climate change: “la questione climatica non accende il nostro bottone delle emergenze”.

I sistemi di difesa della mente e delle nazioni

In relazione al Coronavirus, il professor Bagliani dell’Università di Torino ha spiegato così la differenza della percezione del rischio in un’intervista a La Stampa: «L’epidemia del coronavirus si sviluppa su una scala temporale breve e rispetta i tempi tipici dell’attenzione, mentre il cambiamento climatico varia su una scala temporale più lunga. Parlando di spazi, l’epidemia ha una sua collocazione: le città, gli ospedali, una nave in quarantena, mentre la crisi del nostro pianeta non si sviluppa per forza sotto i nostri occhi».

In secondo luogo, proprio per le dimensioni dilatate della crisi climatica nello spazio-tempo, è impossibile trovare un singolo nemico a cui dare la colpa. Perciò è altrettanto impossibile distribuire il fardello delle soluzioni da adottare. Tutti colpevoli, nessun colpevole. Tutti responsabili, nessun responsabile. Questo gioco di rimbalzi è ben visibile nello scacchiere politico attuale: gli Stati occidentali continuano ad accusare i paesi emergenti quali Cina e India per il picco di emissioni degli ultimi due decenni, sebbene in termini storici e pro-capite proprio gli Stati Uniti e molte nazioni europee riempiano i primi posti della classifica mondiale dei paesi più inquinanti.

Leggi anche: “Smettiamola di incolpare Cina e India per le (nostre) emissioni”

L’emergenza climatica mette a rischio il nostro sistema mentale

Gli studiosi hanno apportato anche altre teorie per spiegare il deficit nella percezione del rischio del cambiamento climatico. La celebre attivista Naomi Klein ha ripreso la teoria della “cognizione culturale” dal gruppo della Yale Law School guidato da Dan Kahan, secondo cui il nostro cervello permetterebbe di integrare solamente quelle nuove informazioni che non costituiscono una minaccia per il nostro sistema di valori, di credenze, di convinzioni. Si sostiene cioè che la mente umana filtri le informazioni per difendere la propria visione di mondo: quando il costo di integrazione è troppo alto, dal punto di vista emozionale, intellettuale o finanziario, prevale la tendenza a rigettare le nuove informazioni come se fossero corpi estranei.

La differenza fra le due emergenze è anche in questo caso evidente. Il Coronavirus sta sì imponendo grossi sacrifici agli italiani, ma sono sacrifici che hanno un costo definito e quantificato nel tempo. Il limite temporale del 3 aprile potrà essere posticipato ancora, eppure siamo ben consapevoli che la quarantena non durerà per sempre. La crisi climatica, d’altra parte, richiede sacrifici a lungo termine, e quindi una costanza di pensiero che ci spinge a scompaginare e rivedere le nostre abitudini e i nostri valori. Una volta che ci verrà restituita la libertà di scegliere, riusciremo a limitare i viaggi all’estero, lo shopping nei centri commerciali, gli spostamenti in macchina? Oppure tornerà tutto come prima?

Leggi il nostro articolo: ONU: “Il Coronavirus non distragga dalla lotta per il clima”

Solidarietà e resilienza a lungo termine

Il caporedattore di Materia Rinnovabile, Emanuele Bompan, si augura che tutti questi sacrifici non siano fatti invano e si domanda:Possiamo rendere una tragedia la più grande opportunità per fermare una tragedia più grande e più difficile da cogliere? Il presente offre a chi è visionario una grande possibilità per mutare radicalmente un’economia, una gestione della nostra casa comune, mettendo al centro la salute delle persone e del pianeta”. La solidarietà e la resilienza di queste settimane possono tornarci utili per riallineare la percezione distorta delle nostre priorità e capire che l’emergenza climatica è già realtà, qui e ora.

Leggi il nostro articolo: “Coronavirus: compriamo locale e di stagione. Ora più che mai”

“Fine”. Il libro pauroso che ci spinge ad avere coraggio

Fine, una sola parola. È il titolo del libro di Giuseppe Civati e Marco Tiberi, edito da People, che racconta la storia delle nostre paure, della nostra indifferenza verso un futuro che ci aspetta e che tutti stiamo ignorando. È una storia breve, 113 pagine da leggere in un pomeriggio, ma è sufficiente per farci specchiare con la parte peggiore di noi: quella che ogni giorno convive pacificamente con il cambiamento climatico, senza fare nulla per fermare la catastrofe.

Pippo Civati e la casa editrice People

Il nome di uno dei due autori potrà sembrarvi famliare. Giuseppe Civati è infatti il noto politico, parlamentare dal 2013 al 2018 e fondatore del partito Possibile. Conosciuto da tutti con il nomignolo “Pippo”, Civati non venne riconfermato alle elezioni politiche del 2018, ma vinse l’anno successivo alle elezioni europee con la lista Europa Verde. Aveva però ritirato la sua candidatura un mese prima come segno di protesta per la presenza di esponenti di destra nella stessa lista. La sua carriera politica è dunque finita due anni fa, e da allora Civati ha orientato la sua passione verso il settore dell’editoria. A novembre 2018 fonda People, una casa editrice nata per “raccontare e indagare il cambiamento nella società”.

Civati e i suoi colleghi Stefano Catone e Francesco Foti decidono di sfidare i grandi colossi dell’editoria italiana per affrontare dei temi “scomodi”, come l’immigrazione, la politica e soprattutto la crisi climatica. Loro stessi definiscono lo stile di People “pop”, perché ritengono che i libri debbano essere accessibili a tutti: non troppo lunghi e con un lessico chiaro. Soprattutto quando si parla di un tema così complicato e pesante come il cambiamento climatico, lo stile gioca un ruolo fondamentale. La semplicità che gli editori rincorrono è ben riscontrabile nel libro “Fine”, qui di seguito recensito per voi dal nostro blog.

Giuseppe Civati presenta “Fine” al PolitiCamp 2019

La trama di “Fine”: la crisi climatica presente e futura

L’inizio del libro è ambientato nel 1942: racconta di una ragazza, Sara, che rincorre un’ancora di salvezza in un pianeta ormai insalvabile. I capitoli successivi sono un racconto a ritroso per capire come si sia arrivati al punto di non ritorno. Sara e la sua famiglia appartenevano a quella fascia della popolazione che poteva ancora ignorare i segnali di allarme, perché i ricchi si sa, hanno più mezzi per sopravvivere. Fino a quando la situazione è diventata talmente insostenibile da far scoppiare la guerra civile. Sara è stata così costretta a scappare e a rifugiarsi in una bolla d’indifferenza e cinismo che lascia il lettore senza parole.

Leggi il nostro articolo: “Esiste il punto di non ritorno? Tutti ne parlano e nessuno passa all’azione”

Il viaggio di Sara continua, fra vecchie amicizie che si infrangono davanti all’egoismo dello spirito di sopravvivenza e nuovi amori che riaccendono la speranza, per poi ricadere nel senso di impotenza e nell’attesa della fine. Lo scopo dei due autori non è appunto alimentare la speranza: di quella si sono già riempiti la bocca molti politici di oggi, che stanno inneggiando ai piani verdi, al New Deal Europeo, alla transizione energetica, senza però fare niente di concreto per fermare la crisi climatica.

Leggi il nostro articolo: “Ue stanzia mille miliardi per un’Europa carbon-free”

Il coraggio di raccontare la paura

Gli autori hanno invece il coraggio di parlare del dramma, della paura di ciò che sta accadendo e che potrebbe accadere. Questo libro parla di noi, dell’indifferenza in cui ci siamo rifugiati per non far sì che quella paura ci rovini la quotidianità:

“Parlavamo di tutto, a vanvera, in un chiacchiericcio pasticciato e senza senso, senza fare nulla. Era come se fossimo già su questa nave, un sabato del villaggio senza domenica. Eravamo tutti ammalati di ritardo, e di panico, e di presente. Vivevamo nell’ “emergenza” e facevamo finta che fosse normale.

Isole di plastica di dimensioni continentali, orsi polari alla deriva su zollette di ghiaccio, alluvioni ovunque, bombardamenti di grandine, animali stremati in cerca di pozze che non avrebbero trovato. Le chiamavano “Breaking News”: avevano rotto il mondo, ma non la nostra indifferenza”.

La speranza di People: Bernie Sanders e Alexandria Ocasio-Cortez

Non è certamente un libro da lieto fine. Ma proprio per questo arriva al cuore del lettore: parla di noi, di quello che sta avvenendo nei nostri cervelli e nei nostri cuori per sopravvivere giorno dopo giorno. È un libro semplice, reale, disarmante. Il pessimismo dei due autori viene controbilanciato dagli altri scritti di People, come per esempio La sfida più grande o La giovane favolosa.

In questi due libri trova spazio la speranza, quella che si prova guardando le due stelle verdi della politica americana: Bernie Sanders e Alexandria Ocasio-Cortez. Un aspirante presidente e la sua instancabile deputata che stanno remando contro tutte le lobby storiche della Casa Bianca per portare al centro l’ambiente e le persone. Scorrendo le pagine di questi due libri si ha la sensazione opposta a quella che si ha leggendo Fine: viene voglia di sperare che non sia ancora troppo tardi, che ci siano soluzioni attuabili da oggi stesso.

Alexandria Ocasio-Cortez spiega al Guardian perchè ha deciso di sostenere Bernie Sanders alle presidenziali americane del 2020

Leggi il nostro articolo: “USA, proposto un patto per l’ambiente: il Green New Deal”

Fine: lo specchio di noi stessi

Pippo Civati e la sua People ci offrono quindi un mondo di riflessioni, “un punto di vista laterale sul presente e sul suo divenire”, uno spettro di possibilità di quello che il futuro potrebbe essere. Hanno il coraggio di parlare della crisi climatica e chiedono al lettore di essere altrettanto coraggioso, perchè è una crisi che potrebbe essere arginata oppure diventare molto peggio. Ci offrono uno specchio per le emozioni contrastanti che stiamo provando. Paura. Speranza. Fine.

Il “Decreto Clima” passa anche al Senato. Vittoria? No, grazie

Già avevamo espresso il nostro disappunto verso il testo del Decreto Clima che, dopo essere stato approvato alla Camera, ieri ha superato anche la votazione in Senato. Tutta la maggioranza ha espresso grande gioia. Il Movimento 5 Stelle ha addirittura indetto una conferenza stampa per presentare i punti del documento, sventolandolo come “una svolta epocale”. Noi ce la siamo guardata tutta e, francamente, ne siamo rimasti un po’ interdetti.

decreto-clima

I punti del Decreto Clima

Hanno partecipato alla conferenza il Ministro dell’Ambiente Sergio Costa, il Ministro degli Esteri Luigi Di Maio e la Presidente della Commissione Ambiente al Senato Vilma Moronese. Tutti lì, belli felici ad esporre i punti del decreto che più volte è stato definito come qualcosa di “storico”. Andiamo ad analizzarne il contenuto.

Leggi il nostro articolo: “La Germania torna indietro. Aprirà un’altra centrale a carbone”

  • Stanziamento di 255 milioni di euro in 6 anni per la mobilità sostenibile
  • Bonus di 1500 euro per la rottamazione di auto inquinanti e di 500 euro per i ciclomotori, utilizzabili per l’acquista di una bici elettrica, per la mobilità condivisa o abbonamenti per il trasporto pubblico
  • Fondo di 40 milioni in 2 anni per la realizzazione e l’ammodernamento delle corsie preferenziali
  • 20 milioni di euro per l’ammodernamento del parco bus dei trasporti scolastici
  • 30 milioni in 3 anni per la piantumazione di alberi e la creazione di foreste urbane e periurbane
  • 40 milioni in 2 anni come fondo da destinare agli imprenditori che vogliono creare un’attività di vendita di prodotti alla spina o creare dei green corner all’interno di attività già esistenti
  • 6 milioni di euro in 3 anni per informazione e formazione sui temi ambientali

Pregi (pochi) e difetti (tanti) del Decreto Clima

Partiamo subito dalle cose positive, anche perché sono molte di meno. Vero è che si tratta del primo decreto legge della storia italiana sul tema dei cambiamenti climatici. Così come va appresa con gioia l’istituzione di fondi adeguati per la piantumazione di alberi e la formazione nelle scuole. Gli si dia anche dato atto che i punti in sé per sé non sono completamente sbagliati. Ma la quantità di fondi inseriti nel decreto, diciamolo, è ridicola.

  • 255 milioni in 6 anni per la mobilità sostenibile: sono 42 milioni all’anno. Definirle briciole per un problema di tale portata è già fargli un complimento
  • 1.500 euro per comprarsi una macchina elettrica nuova: è qualcosa ma, francamente, non abbastanza. Forse qualcuno si può anche convincere ma non fanno la differenza
  • 40 milioni di euro per la realizzazione di corsie preferenziali: lo ribadiamo. Sono pochi, troppo pochi. Impossibile attuare un intervento efficace e capillare
  • 20 milioni per l’ammodernamento del parco bus dei trasporti scolastici: ci copri Roma e Milano se va bene
  • 40 milioni per i green corner per un massimale di 5.000 ad imprenditore: saranno 8.000 gli imprenditori che potranno beneficiarne. Solo la Coop ha 1.284 punti vendita in tutta Italia. A questi vanno aggiunti Conad, Esselunga, Lidl, Eurospin, Sigma, Auchan, Carrefour, Crai, Pam più tutti i negozietti di generi alimentari senza insegna che forse sono anche di più. Così, a prima vista, sembrano lievemente insufficienti

Leggi il nostro articolo: “Possiamo salvare il mondo prima di cena. Perchè il clima siamo noi. Il caso letterario dell’anno”

Non una parola sui combustibili fossili che, a detta del Ministro Costa, riceveranno “provvedimenti adeguati nella legge di stabilità”. Niente ulteriori incentivi per la transizione energetica. Nessuna menzione per gli allevamenti intensivi. Nessun provvedimento per l’agricoltura sostenibile. Un decreto povero, striminzito che vuole solo provare a tappare la bocca a chi ha, giustamente, ha accusato il Movimento di aver tradito la propria stella sull’ambiente. Incommentabile l’attegiamento della destra che, nonostante la pochezza del provvedimento, si è comunque sentita in dovere di votare contro.

Il Greenwashing del Decreto Clima

Per chi non sapesse cos’è il Greenwashing, si tratta di un neologismo indicante la strategia di comunicazione di certe imprese, organizzazioni o istituzioni politiche finalizzata a costruire un’immagine di sé ingannevolmente positiva sotto il profilo dell’impatto ambientale. Praticamente la pratica preferita di tante realtà che vogliono cavalcare l’onda ambientalista che sta travolgendo il mondo. La conferenza stampa di ieri dei rappresentanti del Movimento 5 Stelle ha fatto proprio questo. Riportiamo alcune delle citazioni degli intervenuti, distaccandoci totalmente da esse.

Leggi il nostro articolo: “Gli incendi che hanno messo in ginocchio l’Australia”

Partiamo da Vilma Moronese. La Presidente della Commissione Ambiente al Senato ha principalmente preso parola per elencare i punti del decreto ma è riuscita comunque a fare la sua figura. Dopo aver espresso la grande soddisfazione per il testo del documento ha voluto sottolinearne una parte in cui si specificava che il CIPE, il Comitato Interministeriale per la programmazione economica, cambierà il proprio nome in CIPES, con l’aggiunta della parola “sostenibile” alla fine. Questo sì che cambia le cose! Ha avuto anche il coraggio aggiungere: “Più di così, cosa potevamo fare”. Beh, qualcos’altro, forse, avreste potuto farlo.

Leggi il nostro articolo: “Le ripetute gaffe di Salvini sul cambiamento climatico”

Passiamo ora al Ministro Costa che ha voluto sottolineare come questo sia il primo tassello di una lunga serie che vuole “abbassare il meccanismo dell’inquinamento tendendo ad azzerarlo”. Di questo passo prima di azzerarlo ce ne vorrà un po’ troppo di tempo che, a detta degli scienziati, è proprio quello che ci manca.

La gaffe di Di Maio: “Il cambiamento climatico è una cosa lontana che avrà effetti sui nostri figli e sui nostri nipoti”

Passiamo ora a Luigi Di Maio che ha messo in fila una serie di castronerie ai limiti del tragicomico. Ha esordito dicendo che questa è una norma che “va oltre la nostra generazione, che guarda al futuro”. Peccato che lo faccia in modo palesemente miope. Ha poi parlato del cambiamento climatico come di “una cosa lontana, una cosa che avrà effetti sui nostri figli e sui nostri nipoti. E va bene! Cominciamo con questi provvedimenti”. Questa è forse la frase più grave. Vuol dire che di cambiamenti climatici non ne sa proprio niente e forse dovrebbe evitare di parlarne. Così si fanno danni grossi. Poi la gente ci crede.

Leggi il nostro articolo: “Venezia e i politici con l’acqua alle caviglie. L’immagine di un fallimento”

Concludiamo con una sua dichiarazione piuttosto scenica: “Qualsiasi riforma faremo l’anno prossimo, dal salario minimo alla riforma della sanità, avrà una matrice comune che è la tutela dell’ambiente”. Staremo a vedere. Speriamo che sia veramente così. Ma se l’impatto che avranno sarà lo stesso del Decreto Clima si tratterà solo dell’ennesima presa in giro che vuole accaparrarsi qualche voto. Questo provvedimento fa acqua da tutte le parti. Che rimanga un errore isolato. O le conseguenze le pagheremo noi tutti.

Gli incendi che hanno messo in ginocchio l’Australia

L’Australia sta bruciando ormai da diversi giorni. Le regioni del Queensland e del New South Wales, quelle dell’area di Sidney e Brisbane, stanno assistendo inermi agli incendi più catastrofici della loro storia. I morti sono già 4, centinaia le case distrutte e pare che sia solo l’inizio. Le fiamme al momento non sono contenibili da un intervento umano e i danni saranno incalcolabili.

australia-incendi
(AAP Image/Michael Sainty) NO ARCHIVING, EDITORIAL USE ONLY

“Sembra un’enorme palla di fuoco. Le fiamme più grandi che io abbia mai visto”

A pronunciare queste parole è stato Kieron Gatehouse, un giovane pompiere del villaggio di Marlee nel New South Wales: “Di solito da quella parte puoi scorgere una grande montagna. Ora è invisibile per via del fumo, ma l’altra notte le fiamme si alzavano fino a 60-70 metri sopra la sua cima”.

Una versione sottoscritta anche dal Capitano del Rural Fire Service della regione Mick Munns: “Si tratta sicuramente del peggiore incendio che mi si sia mai parato di fronte in 20 anni di lavoro. Siamo esausti. La stagione degli incendi in Australia è iniziata già da qualche tempo e i miei uomini sono già stanchissimi”. Il Premier della regione ha dichiarato lo stato di emergenza. Sono arrivati rinforzi da Canberra, Adelaide, Obart e Port Macquarie. Anche l’esercito è stato chiamato ad intervenire ma la situazione stenta a migliorare.

Leggi il nostro articolo: “Gli incendi che stanno devastando la California”

L’impotenza dell’Australia di fronte agli incendi

I pompieri hanno invitato i cittadini residenti nelle zone limitrofe agli incendi ad abbandonare le proprie case con un messaggio che non necessita di ulteriori spiegazioni: “Non ci sono abbastanza camion per ogni casa. Se chiamate per chiedere aiuto non aspettatevi che arrivi il camion. Non aspettatevi che qualcuno bussi alla porta. Non aspettatevi una chiamata. La vostra opzione più sicura è quella di lasciare in anticipo l’abitazione”. Parole che hanno il sapore dell’impotenza dell’uomo di fronte alle conseguenze più nefaste dei cambiamenti climatici.

L’Australia sarà infatti una delle zone del mondo in cui sarà più difficile vivere. E gli incendi che la stanno devastando non sono altro che un’anticipazione di ciò che potrebbe diventare la normalità. Il paese stava affrontando già dalla scorsa estate un periodo di siccità record che ha rinsecchito la vegetazione facendola diventare terreno fertile per eventi di questo tipo. La scarsa umidità, i 37 C° e le raffiche di vento che hanno toccato i 90 km/h hanno fatto il resto. Gli incendi al momento attivi nelle regioni del New South Wales e del Queensland sono più di 60. Gli ettari a fuoco più di 1 milione.

Le immagini apocalittiche degli incendi in Australia

Le immagini che giungono dal web sono molto simili a quelle che si potrebbero vedere in un film “fantascientifico” sull’apocalisse. Il colore del cielo oscilla tra il rosso fuoco, per via delle fiamme, ed il nero, per via del fumo e della polvere. Ma in uno scenario di questo tipo c’è ancora chi pensa – o finge di farlo solo per difendere i propri errori passati e i propri interessi presenti/futuri – che i cambiamenti climatici non abbiano nulla a che fare con tutto ciò.

Leggi il nostro articolo: Venezia e i politici con l’acqua alle caviglia. L’immagine di un fallimento

In Australia si è insediato al governo, a partire dal 24 agosto 2018, Scott Morrison, leader del partito Liberale. Morrison, tanto per cambiare, non è noto al pubblico per le sua idee filoambientaliste. Sotto il suo governo è infatti stato dato il via libera per lo sfruttamento a tappeto di tutte le miniere di carbone del paese. Circa 3 anni fa il neo Primo Ministro australiano aveva portato in Parlamento proprio un pezzetto di carbone dicendo ai suoi colleghi di non esserne spaventati. Uno dei suoi più fidati consiglieri, McCormack, ha dichiarato, in piena emergenza incendi, che gli ambientalisti “hanno peggiorato la situazione di proposito” mettendo i bastoni tra le ruote alle operazioni di spegnimento degli incendi. John Barilaro, governatore della regione di Sidney, ha dichiarato in Senato, durante un dibattito sul tema, che parlare di cambiamento climatico “è una disgrazia”.

Gli interessi privati che si celano dietro tali prese di posizione sono abbastanza chiari in un paese dove il settore estrattivo è uno di quelli più redditizi, specialmente per quanto riguarda carbone, gas e uranio.

Indovinate chi l’aveva previsto?

Di fronte ad affermazioni di tale assurdità l’opposizione non ha esitato a rispondere confermando più volte l’esistenza della connessione tra gli incendi e i cambiamenti climatici. L’Australia ha da sempre una “stagione degli incendi” ma sono stati innumerevoli gli esperti ad aver affermato che quest’anno sono iniziati molto prima e che la quantità e l’intensità delle fiamme saranno sicuramente maggiori rispetto al passato. Indovinate un po’ chi aveva previsto tutto questo? Gli scienziati del clima. Ebbene sì. Anche questa volta ci hanno preso. Che novità!

Leggi il nostro articolo: L’Italia sarà la prima nel mondo ad insegnare clima nelle scuole

In un articolo del Guardian Tom Beer, che ha lavorato più di 40 anni per il CSIRO – Commonwealth Scientific and Industrial Research Organisation – ha raccontato di come gli sia stata commissionata una ricerca sugli effetti che i cambiamenti climatici avrebbero avuto proprio sulla stagione degli incendi in Australia. I risultati e le previsioni che ne scaturirono erano ovviamente azzeccatissime. Noi continuiamo a ripeterlo e non ci stancheremo di farlo. Tutto quello a cui stiamo assistendo è stato ampiamente previsto da quasi 30 anni. Italia e Australia sono due facce della stessa medaglia, quella dei cambiamenti climatici. Per fortuna, le persone se ne stanno accorgendo. Chissà se lo faranno in tempo anche i politici e l’economia.

Venezia e i politici con l’acqua alle caviglie. L’immagine di un fallimento

Se non fossimo sull’orlo di una crisi climatica farebbe quasi ridere. Ma purtroppo non è così. Venezia, 12 Novembre. Durante una seduta del Consiglio Regionale del Veneto, l’aula in cui si stava tenendo l’incontro ha iniziato ad allagarsi. I consiglieri hanno dovuto darsela a gambe in fretta e furia. A denunciare l’accaduto è Andrea Zanoni, rappresentante del PD che stava prendendo parte alla riunione. Un’immagine simbolo di una politica che ha commesso un’infinita serie di errori e che stenta tutt’ora a prendere decisioni sensate per affrontare la crisi climatica.

venezia
Foto di Palazzo Ferri Fini dai profili Social di Andrea Zanoni

C’è chi lo definirebbe Karma

E pensare che i rappresentanti del centro-destra veneto avrebbero potuto tranquillamente risparmiarsi questa figuraccia. Secondo quanto riportato da Zanoni, infatti, le possibilità di allagamento dell’aula erano ampiamente previste: “I numerosi e precisi bollettini sull’acqua alta e soprattutto le sirene in azione ci dicevano solo una cosa: evacuare Palazzo Ferro Fini. E invece il Presidente del Consiglio e i rappresentanti della Lega hanno voluto proseguire ad oltranza creando una serie di disagi aggiuntivi comprese le gravi difficoltà degli addetti ai servizi di trasporto via acqua che hanno dovuto azzardare anche manovre pericolose. Intanto le acque invadevano tutto il piano terra di palazzo Ferro Fini defluendo come un torrente (il rumore era proprio quello) nelle zone piu’ basse come la sala mensa, la Sala del Leone, la sala Giunta, le cucine, la guardiola e purtroppo l’aula consigliare: l’aula dell’assemblea legislativa del Veneto”.

Leggi il nostro articolo: “Matera e Venezia in emergenza: il nuovo normale?”

La bocciatura degli emendamenti green per Venezia ed il Veneto

Fa ancora più rabbia sapere che pochi minuti prima dell’accaduto la maggioranza – composta da Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia – aveva bocciato gli emendamenti proposti dal PD per contrastare i cambiamenti climatici. “Bocciati o respinti gli emendamenti che chiedevano finanziamenti per le fonti rinnovabili – continua Zanoni – per le colonnine elettriche, per la sostituzione degli autobus a gasolio con altri più efficienti e meno inquinanti, per la rottamazione delle inquinantissime stufe, per finanziare i Patti dei Sindaci per l’Energia Sostenibile e il Clima (PAESC), per ridurre l’impatto della plastica, ecc.. Tutti emendamenti presentati perché il bilancio di Zaia non contiene alcuna azione concreta per contrastare i cambiamenti climatici”.

Leggi il nostro articolo: “Gli incendi che stanno devastando la California”

A Venezia la “sicurezza” del centro-destra non si vede

Sembra una barzelletta mal riuscita. Mentre Venezia affoga sotto quasi 2 metri d’acqua, i politici che dovrebbero fare di tutto per preservarne l’integrità si riuniscono in un aula che sapevano si sarebbe allagata. L’ordine del giorno? Bocciare una serie di proposte incentrate sulla green economy. Nel frattempo sono stati diversi i personaggi autorevoli, tra cui anche il Ministro dell’Ambiente Sergio Costa ed il Sindaco di Venezia Brugnoni, che hanno attribuito la colpa dell’inondazione ai cambiamenti climatici. Una serie di eventi raccapriccianti che lasciano poco spazio ad interpretazioni.

La vecchia classe politica veneta, quella che è stata investita tra le altre cose dallo scandalo MOSE con tanto di condanna per l’ex Presidente della Regione Gianfranco Galan (Forza Italia), sta tradendo i propri cittadini. Che Venezia fosse vulnerabile sotto questo punto di vista non è cosa nuova. Questi scenari sono stati ampiamente previsti dagli scienziati. La mancanza di infrastrutture adeguate per combattere queste emergenze è sicuramente attribuibile al centro destra, che governa la regione dal 1995. E non ci vorrà certo troppo tempo prima che il problema si espanda a macchia d’olio in altre parti della regione e non solo.

Leggi il nostro articolo: “Smettiamola di incolpare Cina e India per le (nostre) emissioni”

Se infatti si vanno ad effettuare delle simulazioni sull’aumento del livello dei mari, in relazione a quanto si alzerà la temperatura media globale, salta subito all’occhio come una delle aree italiane che ne subirà i danni più ingenti sia proprio la Pianura Padana. In alcuni periodi dell’anno finirà completamente sott’acqua anche con aumento della temperatura media globale di soli 3C°. Va precisato come, ai ritmi attuali e senza una netta inversione di rotta, il pianeta si scalderà ben più di così. Lo scenario appena descritto potrebbe dunque addirittura essere considerato ottimistico, almeno per il momento. Serve a poco farsi paladini della “sicurezza”, parola troppo spesso usata a vanvera dalla destra italiana, se poi non si è nemmeno in grado di prendere decisioni coscienziose per salvaguardare l’incolumità delle proprie città. D’altronde, chissà quali interessi privati ci sono dietro la bocciatura di quegli emendamenti.

Basterebbe prendere esempio

Questa triste successione di eventi palesa un’evidente mancanza di volontà politica in materia di adattamento ai cambiamenti climatici. Allo stesso modo, ed è questo forse un fatto ancora più grave, questa lunga serie di errori è anche sintomo di inadeguatezze a livello tecnico e, diciamolo, mancanza di umiltà. Sono numerosi infatti gli esempi di aree del pianeta vulnerabili tanto quanto Venezia che, però, non sono finite sott’acqua per due anni di fila. Basterebbe prendere spunto da posti in cui le cose funzionano. Ed invece no, siamo qua a piangere una tragedia.

Leggi il nostro articolo: “Scienziati: “Emergenza clima: ci aspettano sofferenze indicibili”

L’Olanda, ad esempio, ha il 40% del proprio territorio sotto il livello del mare. Nonostante ciò i suoi sistemi di prevenzione la proteggono da eventi di questo tipo. Stesso discorso per quanto riguarda la Gran Bretagna, più che preparata ad eventuali inondazioni del Tamigi, o New Orleans, dove dopo gli ingenti danni causati dall’uragano del 2005 sono stati costruiti nuovi anelli di dighe e barriere. Basterebbe guardarsi intorno e mettersi ad ascoltare chi è più bravo di noi. Invece no. Meglio (non) fare da soli. Meglio raccogliere i cocci, aspettando che se ne rompano altri. Per poi raccoglierli nuovamente. Tanto, quello che conta, è vincere le elezioni. E chissene di tutto il resto.

Lettera ai negazionisti. Smontiamo le bufale sul clima

bufale-sul-clima

Neanche il tempo di gioire per il successo delle manifestazioni di FridaysForFuture che la lobby del negazionismo ha tirato fuori gli artigli per difendersi, anche se in maniera piuttosto goffa. Sin dal giorno successivo al discorso di Greta all’ONU, e in concomitanza con il Terzo Sciopero Globale per il Clima, sono state svariate le testate, se così si possono definire, che hanno riportato diverse notizie atte a smontare la teoria dell’origine antropica dei cambiamenti climatici. Data la loro infondatezza scientifica non ci è difficile smentire queste bufale sul clima, una per una.

bufale-sul-clima

La petizione di “500 scienziati” inviata all’ONU

Una delle notizie più condivise e che ha creato il panico tra chi, sul tema dei cambiamenti climatici, sa poco o niente, è quella di una petizione inviata da 500 scienziati all’ONU dal titolo “There is no climate emergency” che, tradotto, significa “non esiste un’emergenza climatica”. Il promotore di questa lettera è il Professore Guus Berkhout, un personaggio già arcinoto per avere enormi interessi privati nell’industria dei combustibili fossili.

Leggi il nostro articolo: “La lettera di 250 scienziati al governo italiano”

Questa lettera, che ha la velleitaria ambizione di smentire una teoria scientifica supportata dalla maggior parte della letteratura scientifica in ambito climatico, è lunga ben 2 pagine. Due pagine, senza tra l’altro alcun riferimento a delle fonti scientifiche, per smentire 30 anni di scienza climatica. Il primo report dell’IPCC risale infatti a 29 anni fa, 13 anni prima che Greta nascesse.

Chi sono i 500 firmatari dell’ultima tra le bufale sul clima

La prima cosa da chiedersi è: “Chi saranno mai questi luminari della scienza climatica?”. Neanche a dirlo, in calce alla lettera, dei nomi dei 500 scienziati neanche l’ombra. Alla fine del testo è riportata solamente una breve lista di 14 personaggi firmatari. Di questi ben 13 non hanno alcuna pubblicazione scientifica in ambito climatico. Oltre al già citato lobbista Berkhout troviamo un imprenditore vinicolo, un geologo già associato in passato all’industria del carbone, due filosofi, un blogger, due ingegneri, un politico tedesco con molti amici che lavorano in Shell e un matematico. L’unico firmatario che ha credibilità in ambito climatico è Richard Lindzen, un fisico atmosferico notoriamente scettico riguardo l’origine antropica dei cambiamenti climatici. I suoi colleghi del MIT, dopo alcune sue dichiarazioni, hanno pubblicamente scritto una lettera per discostarsi da esse.  

Leggi il nostro articolo: “Il tempo dei dubbi è finito. I cambiamenti climatici sono qui, ora.”

Che la lobby dei combustibili fossili dispensi ingenti somme di denaro a ricercatori per smontare le teoria sul clima non è cosa nuova ed è comprensibile che, di fronte ad una sconfitta così imminente e a delle prove così schiaccianti, le provino tutte per ripulire la propria immagine. Ma la cosa peggiore è che, nonostante la lettera non sia supportata da alcuna fonte scientifica e tra i firmatari ci sia una sola persona su 14 che abbia un minimo di autorità in ambito climatico, un esercito di persone disinformate abbia condiviso la notizia con tanto di insulti verso Greta ed i suoi seguaci.

Il fact-checking della teoria della lettera

Le affermazioni contenute all’interno della lettera sono le solite teorie tanto care ai negazionisti climatici. Su tutte quella secondo cui il pianeta Terra ha già vissuto ampie variazioni di temperatura in passato e che, quindi, quello cui stiamo assistendo oggi sia un fenomeno naturale e che nulla ha a che vedere con le attività umane. Bene. Fa un po’ sorridere dover ancora rispondere a tali affermazioni nel 2019, ma cerchiamo di farlo una volta per tutte.

Leggi il nostro articolo: “Il nuovo report IPCC su ghiacciai e oceani”

La letteratura scientifica in ambito climatico nella sua quasi totalità – si parla del 99% dei climatologi che hanno pubblicazioni sul tema dei cambiamenti climatici – attribuisce al riscaldamento globale un’origine antropica. Qualora non bastassero i report IPCC, a cui hanno partecipato le più illuminate menti del pianeta, si possono elencare tutta una serie di altri studi sul tema. 30 anni di letteratura scientifica, 99% di consensi. Questi sono i dati delle ricerche compiute sull’origine antropica dei cambiamenti climatici.

Gli studi che smontano le bufale sul clima

Ultimo in ordine temporale uno studio pubblicato su Nature, rivista scientifica tra le 2 più autorevoli a livello mondiale, che smonta proprio questa idea. La velocità e la vastità, su scala territoriale, dei cambiamenti di clima cui stiamo assistendo oggi non hanno precedenti storici. Vero è che la terra ha già vissuto periodi “estremi” di surriscaldamento o raffreddamento, come nella tanto citata – per lo più dai negazionisti – piccola età glaciale (1300-1800 d.C) o nel periodo caldo medievale (700-1.300 d.C). Così come è altrettanto vero che questi episodi, che si sono verificati in centinaia di anni e non in 50 come oggi, hanno colpito delle aree geografiche circoscritte in altrettanti periodi differenti.

Leggi il nostro articolo: “I numeri delle manifestazioni di Fridays For Future”

Secondo i dati NOAA, e quindi NASA, un cambiamento così repentino su scala globale della temperatura si è verificato per l’ultima volta ai tempi dei dinosauri. Mai, e sottolineiamo mai, da quando la razza umana vive su questa terra si è mai verificato un cambiamento climatico con un così alto sbalzo di temperatura che ha simultaneamente coperto il Pianeta intero nell’arco di 50 anni. Mai. Chiunque affermi il contrario è disinformato o, peggio, corrotto.

Zichichi, Rubbia & co. contro la scienza

Ha deciso di voler partecipare al party dei negazionisti anche Antonio Zichichi, noto docente di Fisica dell’Università di Bologna. In una sua intervista pubblicata su “Il Giornale” ormai più di 3 mesi fa Zichichi ha nuovamente sostenuto la sua teoria secondo cui non esistono modelli matematici in grado di analizzare quanto sostenuto dagli scienziati del clima: “Il clima rimane quello che è. Una cosa della quale si parla tanto, senza usare il rigore logico di un modello matematico e senza essere riusciti a ottenere la prova sperimentale che ne stabilisce il legame con la realtà».

https://www.youtube.com/watch?v=MN6Y7Q-u3Vw
Mercalli smentisce Rubbia

Se analizziamo i fatti non è difficile scoprire che ad oggi abbiamo già 61 modelli climatici basati su equazioni matematiche, anche piuttosto complesse. Gli scienziati dell’IPCC – vale la pena ricordare che siano proprio loro la voce più autorevole al mondo sul tema – hanno più volte dichiarato che “continua a esserci un’altissima sicurezza sul fatto che che i modelli riproducono il comportamento delle temperature medie superficiali su larga scala, con una correlazione del 99%”. Il legame tra riscaldamento globale ed attività umane c’è, è dimostrato e reale. Anche se può infastidire.

La lista di fonti ufficiali che smontano le bufale sul clima

Se mai un negazionista avrà l’umiltà di leggere questo articolo e confrontarsi con quello che dicono il 99% delle pubblicazioni in ambito climatico che si sono succedute nella storia, ecco solo alcune delle fonti più autorevoli in materia. Iniziamo dal report IPCC (link), che già da solo basterebbe per smentire tutta questa serie di bufale sul clima. Abbiamo poi i dati NOAA (link), i report sullo storico della concentrazione di CO2 nell’atmosfera (link), un report della NASA sulle evidenze del cambiamento climatico (link), il report di Nature sopra citato (link) più una sfilza di articoli di smentita delle bufale sul clima pubblicati da diverse testate. Tra questi citiamo quelli di Open, Valigablu – sì, anche il celebre discorso di Rubbia è pieno di bufale sul clima- Climalternati e Repubblica.

Breve riassunto del contenuto delle fonti elencate. Credits: Chi ha paura del buio?

Questo solo per citare un’infinitesima parte della letteratura a supporto della teoria dell’origine antropica dei cambiamenti climatici. Qualora fosse necessario, non esiteremo a riportare altre fonti.

Lasciamo parlare chi può farlo

Ed eccoci arrivare al nocciolo del problema. Oggi, con l’attenzione che il tema dei cambiamenti climatici sta ottenendo, chiunque si sente legittimato a parlare di riscaldamento globale. Riportiamo uno spezzone di un bellissimo articolo recentemente uscito sull’Huffington Post ad opera di Federico Battiston, fisico e Presidente dell’Agenzia Spaziale Italiana: “Vi sono ormai più esperti in clima in Italia che allenatori di calcio. Ed il che è tutto dire”.

Leggi il nostro articolo: “Il discorso di Greta all’ONU”

Ora, se questo venisse fatto in maniera coerente con quelle che sono le migliori rilevazioni scientifiche disponibili, non ci sarebbe problema. Tutti noi sapremmo perché il pianeta si sta scaldando, quali siano le cause, cosa andrebbe fatto e tutto il resto. Se invece la scienza, come fatto troppo spesso anche da chi sul tema ne sa poco o niente, viene travisata,allora sì che c’è da preoccuparsi.

Video di satira sugli adulti che se la prendono con Greta Thunberg. Sottotitoli disponibili su Youtube

Noi lo ribadiamo, la scienza non è un’opinione. “Va bene, la pensiamo diversamente ma ognuno rimane della propria idea”. Beh, non è così. Ci sono fonti autorevoli ed altre che non lo sono. Ci sono dati raccolti in maniera affidabile e modelli che li riproducono in maniera altrettanto affidabile. E poi ci sono gli altri. Quelli che nel momento in cui sono stati messi a nudo da una ragazzina di 16 anni hanno deciso di vomitargli odio addosso. Smettetela di prendervela con Greta. Iniziate a giudicare i contenuti di quello che dice, iniziati ad ascoltare quello che dice la scienza e l’IPCC. É la stessa Greta la prima a specificarlo: “Non ascoltate me, ascoltate la scienza”. Iniziate a fare qualcosa che sia utile per il futuro vostro e di tutti, invece di alimentare sterili polemiche. Rischiate di fare davvero una brutta figura. Questa battaglia, la perderete.