Germania: quale peso per i Verdi nel nuovo governo?

Elezioni Germania Verdi

Si è chiusa un’epoca in Germania. O meglio, si è chiusa un’epoca in Europa. Dopo 15 anni di cancelleria, Angela Merkel ha scelto di non ricandidarsi alle elezioni, svoltesi domenica 26 settembre, cedendo il passo ad Armin Laschet. All’indomani dello spoglio, possiamo dire che i tedeschi non sono stati troppo affascinati dal Delfino di Mutti Merkel, come la chiamano affettuosamente i suoi connazionali. Il vincitore, di misura, è infatti stato lo sfidante – e favorito – Olaf Scholz.

Tre candidati per la Germania

Prima di andare all’analisi del voto, è importante conoscere quali fossero i principali candidati alla cancelleria. Gli sfidanti con più possibilità di successo erano fondamentalmente tre. Ai già citati Laschet e Scholz va aggiunta la terza principale forza in Germania, quella del Partito dei Verdi. Annalena Baerbock, forte della sensibilità ambientale che ultimamente ha coinvolto anche la federazione tedesca, è il volto dei Grüne che, pur arrivando soltanto terza, ha raggiunto un risultato storico per il suo partito. Vediamo chi sono questi tre leader.

Olaf Scholz, un politico di professione

Burocrate notissimo in Germania, Scholz è Ministro delle Finanze e Vicecancelliere della federazione tedesca dal 2018. Pur appartenendo al Partito Socialdemocratico, dunque, ha prestato servizio nel governo della Cristiano-democratica Angela Merkel. I due partiti, in realtà, sarebbero collocati su due assi opposti dello scacchiere politico tedesco. Merkel però, com’è noto, è sempre stata un’abile stratega e tessitrice di alleanze, dunque riuscì a formare, nel marzo 2018 – dopo mesi di trattative in seguito alle elezioni federali del 2017 – la cosiddetta Große Koalition. La grande coalizione rappresentò un’alleanza tra CDU e SPD, ovvero i partiti di Merkel e Scholz. Su quelle fondamenta è stato innalzato il governo attualmente in vigore, il quale resterà in carica fino al giuramento del nuovo.

Nato a Osnabrück e residente a Potsdam, Scholz è attivo in politica dal 1998, in seguito agli studi in giurisprudenza e la specializzazione in diritto del lavoro. Fino al 2011 è stato deputato, dal 2002 al 2004 segretario generale del partito e dal 2007 al 2009 Ministro del Lavoro e degli affari sociali nell’esecutivo Merkel I. Nel 2018 ha agito come commissario ad interim per l’SPD, prima di abbandonare il ruolo in seguito all’elezione di Andrea Nahles e decidere di candidarsi a cancelliere.

Olaf Scholz rappresenta, di fatto, il volto sicuro e affabile della politica tedesca. Pur non provenendo dallo stesso partito della sua predecessora, egli è forse la figura che più le si avvicina agli occhi dei tedeschi. La provata esperienza politica di Scholz e l’ineluttabilità della sua incarnazione di uno status quo cui i cuoi concittadini sono innegabilmente legati sono probabilmente state le sue armi principali in una elezione che, nel momento in cui si scrive, lo vede come trionfatore.

Armin Laschet, un Delfino di scorta

Laschet nasce ad Aquisgrana nel 1961. È Ministro presidente – così si chiamano i governatori dei Land tedeschi – della Renania Settentrionale-Vestfalia, la più popolosa tra le circoscrizioni che compongono la federazione nonché la quarta per estensione. Dall’inizio dell’anno è anche presidente della CDU, il partito di Angela Merkel. Ha iniziato a rivestire questa carica lo scorso gennaio, in seguito alle dimissioni di Annegret Kramp-Kerrenbauer. In precedenza fu vicepresidente dell’Unione Cristiano-democratica di Germania. Tra il 1999 e il 2005 è stato un europarlamentare.

Il 20 aprile 2021, a seguito dell’annuncio di Merkel di non candidarsi, la CDU-CSU scelse Laschet come suo candidato alla cancelleria. La proposta di un nome alternativo a quello della donna che ha guidato il Paese negli ultimi 15 anni è, de facto, l’inizio dell’era del dopo-Merkel. In seguito a una riunione durata circa 6 ore, i 46 membri della direzione del partito hanno optato per la sua candidatura. 31 dirigenti dell’Unione hanno preferito il nome di Laschet a quello di Markus Söder, governatore della Baviera. In lizza vi erano anche Norbert Röttgen e Friedrich Merz.

La campagna elettorale del Delfino di Angela Merkel – la quale forse preferiva la figura di Kremp-Kerrenbauer, in quanto donna e designata da tempo a proseguire in maniera naturale la sua politica – ha posto al centro il mantenimento della rotta impostata. Sfortunatamente per Laschet, però, i tedeschi non hanno scelto di concedergli la stessa fiducia di cui ha goduto Merkel. Il risultato elettorale non esclude già la CDU-CSU dai giochi, poiché la distanza con l’SPD è veramente poca. Entrambi i partiti, a seguito di alleanze stabili e durature, potrebbero trovare i numeri per governare.

Annalena Baerbock, la candidata dei Verdi di Germania

Annalena Baerbock, quarantenne di Hannover, è una dei due presidenti del partito dei Verdi di Germania. La stessa carica è ricoperta anche dal suo collega Robert Habeck. Dal 2013 è deputata presso il Bundestag, il parlamento federale di Berlino. Esperta di Diritto internazionale, Baerbock è stata eletta co-presidente del partito, sconfiggendo l’altra candidata donna, Anja Piel, nel 2018. Soltanto un anno dopo fu riconfermata per altri 24 mesi di mandato con un plebiscito del 97,1% di preferenze, il più alto risultato di sempre per una donna presidente del partito dei Grüne.

Baerbock partiva decisamente svantaggiata rispetto agli altri due candidati di punta, di cui abbiamo già scritto. Lo spoglio ha confermato quanto ci si aspettava, ovvero la sua terza posizione. Ciò non toglie che queste elezioni siano state per i Verdi tedeschi un grande successo. Il partito non aveva mai totalizzato il 15% di preferenze, com’è avvenuto quest’anno.

Ciò si deve non solo al momento che stiamo attraversando, nel quale la sensibilità ambientale è molto alta, bensì anche al fatto che tanto Baerbock quanto Habeck provengono dall’ala moderata dei Verdi. Non sono insomma due ambientalisti intransigenti come altri loro colleghi, non solo in Germania, bensì due fini politici, capaci di trattare e scendere a compromessi. Ciò non è l’ideale a livello ambientale, naturalmente, però per entrare nelle stanze dei bottoni occorre essere in grado di saper mediare. Al fine di riuscirci, qualcosa bisogna concedere. L’elettore si aspetta da un politico che esso – o essa – rimanga bilanciato ed equilibrato. In parlamento entrano politici pacati, non estremisti aggressivi.

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Il risultato delle elezioni in Germania

Ora che abbiamo avuto modo di conoscere meglio gli attori protagonisti, esaminiamo che cosa sia di fatto successo in Germania. Nel momento in cui si scrive questo paragrafo lo spoglio è pressoché concluso, seppure potrebbero ancora verificarsi piccole modifiche nelle percentuali. In seguito alla notte che ha concluso la giornata elettorale, i tedeschi si sono svegliati con un vincitore: quello che si attendevano. Il socialdemocratico Olaf Scholz ha trionfato sui suoi due sfidanti ma non può ancora definirsi cancelliere. La Repubblica federale, risultati alla mano, entra in una nuova epoca. Naturalmente è quella del dopo Merkel, la fine di tre lustri nei quali la cancelliera è sempre stata la stessa, tanto che molti adolescenti e tutti i bambini, in Germania, hanno sempre visto in tv la stessa persona in rappresentanza del loro Paese.

Si tratta però anche dell’alba di un nuovo giorno in quanto difficilmente saranno i grandi partiti tradizionali a decidere quale strada dovrà intraprendere il Paese, poiché toccherà ai giovani leader dei Verdi e del partito dei Liberali di Christian Lindner, rispettivamente terza e quarta forza in Germania dopo la tornata elettorale. Queste due espressioni politiche dovranno trovare innanzitutto un accordo tra loro, prima di decidere se appoggiare l’una o l’altra parte.

Il Bundestag attende, come l’intera Germania, di conoscere la formazione del suo prossimo governo. Elaborazione: FelixMittermeier da Pixabay.

Vincitori e vinti

Scholz, il quale ha diritto alla prima parola dopo aver raccolto il maggior numero di consensi, spera nella costituzione della coalizione cosiddetta semaforo, formata da SPD, Verdi e Liberali. Dall’altra parte Laschet predica umiltà, ricordando al suo avversario che con il 25% dei voti non si può reclamare la cancelleria. In realtà, è proprio il candidato della CDU che dovrebbe mantenersi umile, in quanto la sua carriera politica corre seriamente il rischio di essere finita con questa sconfitta. Il malcontento interno all’Unione è infatti considerevole e ha un unico bersaglio: il grande sconfitto. Laschet confida in un fallimento di Scholz per poter essere lui a intavolare una proposta di alleanza per Verdi e Liberali ma potrebbe essere l’unico a sperare di farcela. Come ha affermato Markus Söder:

“Per l’Unione è una sconfitta, chi perde così tanti voti non può dire che questo. Da secondi non si può pretendere ma soltanto fare un’offerta.”

Il ragionamento di Scholz si colloca molto vicino:

“Gli elettori hanno dato forza a tre partiti: SPD, Verdi e FDP. Questi hanno un mandato chiaro per costruire il prossimo governo.”

L’FDP è il partito liberale. Il candidato dei socialdemocratici ha ben chiaro un concetto: chiunque sia il cancelliere, sarà difficilissimo che esso possa avere i numeri che occorrono per comporre una maggioranza se non farà un’offerta degna ai Verdi. Il partito ambientalista, assieme a quello liberale ma in misura maggiore dato il maggior numero di consensi, sarà l’ago della bilancia nella costituzione del prossimo esecutivo. È possibile – pure probabile – che le trattative richiederanno alcuni mesi.

I numeri del voto in Germania

Snoccioliamo qualche numero per vedere, nel concreto, come siano andate le elezioni in Germania. I Socialdemocratici, partito di centro-sinistra – benché in Germania le collocazioni siano un pò lontane dai nostri tradizionali concetti di destra e sinistra – ha vinto, superando di poco il blocco di centro-destra formato dalla CDU-CSU. Nessuno di questi due storici partiti è riuscito a varcare la soglia del 30% di preferenze. Dal dopoguerra in avanti, non era mai successo. Preoccupante soprattutto è il risultato del partito di Angela Merkel, il quale ha perso il 9% dei consensi.

Al termine del conteggio nelle 299 circoscrizioni elettorali tedesche, i funzionari hanno reso noto che la SPD si è aggiudicata il 25,7% delle preferenze. Il blocco dell’Unione si è fermato al 24,1%. Storicamente, ogni partito vincitore aveva messo assieme almeno il 31% dei consensi. In questa tornata, nessuno ci si è avvicinato.

Chi entra in Parlamento

Al terzo posto si sono classificati, per così dire, i Verdi, con il 14,8% dei voti. Quarta posizione per i Liberali, i quali hanno totalizzato l’11,5% delle preferenze. Soddisfatta anche Die Linke, il partito di sinistra che, pur non avendo raggiunto lo sbarramento del 5%, necessario per entrare al Bundestag, riesce ad approdare in Parlamento grazie a una peculiare norma che garantisce l’ingresso alle formazioni politiche in grado di vincere in tre collegi uninominali, anche senza raggiungere la soglia.

Al termine delle elezioni federali siamo in grado di dire che i seggi nel Bundestag saranno ben 735. Nella legislatura precedente ammontavano a 709. Il sistema elettorale in Germania, estremamente complesso, consente l’allargamento del Parlamento dopo ogni tornata elettorale. Pensiamo a questo quando affermiamo che il leviatano della politica sia più snello, all’infuori dell’Italia.

Il complesso gioco delle alleanze

Com’è chiaro dal paragrafo precedente, nessuno ha i numeri per governare da solo. Per riuscire a formare un governo, sarà dunque indispensabile tessere alleanze. Il partito più corteggiato sarà quello dei Grüne e, a ruota, quello dei Liberali. Le maggioranze possibili sono svariate. L’obiettivo è riuscire a ottenere 368 dei 735 seggi. A quanto è stato detto, i primi due partiti non hanno intenzione di allearsi, sebbene otterrebbero immediatamente il numero dei seggi necessari, superandoli e arrivando a ben 402, più che sufficienti per una buona governabilità della Germania. Questo numero sarebbe superato in caso di un’alleanza di uno qualsiasi dei grandi partiti con Verdi e FDP. Un’alleanza tra il terzo, quarto e quinto partito di queste elezioni, invece, non avrebbe i numeri. Il partito di estrema destra, Alternative Für Deutschland, capace di raggiungere il 10% delle preferenze elettorali, si terrà fuori da qualsiasi trattativa.

Forti dei loro risultati, Verdi e Liberali hanno già cominciato i colloqui. L’obiettivo è, per entrambi, quello di entrare a far parte del prossimo governo federale. Come ha affermato Anton Hofreiter, capogruppo del partito ambientalista in Parlamento, a un’intervista dopo le elezioni con l’emittente ARD:

“Stanno cominciando dei colloqui in una cerchia molto piccola. Perché la cosa possa funzionare, vedremo quali punti in comune possiamo avere e quello di cui entrambe le parti hanno bisogno. È saggio parlare prima con i Liberali, poi vedremo dove questo ci porta.”

I verdi, tradizionalmente, preferiscono dialogare con l’SPD, trovandosi collocati in una sfera politica più sinistrorsa. Il partito liberale, invece, è più vicino all’Unione. Non ci è dato sapere quale ruolo svolgeranno queste ideologie di fondo – ormai piuttosto annacquate – nei colloqui propedeutici alla formazione del prossimo esecutivo. Quel che pare certo è che dovremo attendere mesi, prima che un nuovo governo possa finalmente vedere la luce.

Il non-successo dei Verdi e le dinamiche ambientaliste in Germania

Annalena Baerbock ha esultato al termine delle elezioni, mostrandosi entusiasta del miglior risultato di sempre, in termini di percentuale di consenso, del suo partito nel Paese. Si tratta di una strategia comunicativa molto nota anche in Italia, quella dell’abbiamo vinto tutti che segue una tornata elettorale nella quale, di fatto, è invece accaduto l’esatto contrario. La Costituzione tedesca, a ogni modo, non specifica che diventa cancelliere chi ottiene il maggior numero di preferenze, bensì chi riesca a dar luce a un governo capace di fare il suo lavoro.

Se quel 15% scarso di voti è un buon risultato, in termini di numeri puri, se andiamo a contestualizzarlo, ci rendiamo conto di come si tratti in realtà di una conquista deludente, di un non-successo. Non più di 3 mesi fa, in giugno, i Grüne erano accreditati dagli analisti politici tedeschi del 20% abbondante di preferenze. Secondo qualcuno avrebbero addirittura potuto raggiungere il 22%. Invece queste aspettative sono state considerevolmente ridimensionate.

È oltremodo probabile che questo ridimensionamento comporti anche un ridimensionamento dei sogni verdi di ecologisti e ambientalisti. La radicale rivoluzione green auspicata da tutto il movimento giovanile – e non solo – che segue Greta Thunberg – ed è fortissimo in Germania, dove numerosi giovani sono sensibili a questa battaglia – corre il serio rischio di finire enormemente depotenziata.

Alleanza possibile tra i piccoli di Germania a dispetto dell’ambiente

L’ingresso del Bundestag. Foto di Ingo Joseph da Pexels.

D’altra parte, però, sullo scacchiere politico tedesco, questo risultato dei Verdi potrebbe incentivare moltissimo le trattative con l’FDP. Il partito liberale, infatti, non vedeva di buon occhio la colossale riforma verde che Baerbock e il suo partito avevano reso l’ossatura portante del proprio programma per la cancelleria. Volker Wissing, segretario generale per l’FPD non ha mai nascosto la sua preoccupazione verso la cosiddetta rivoluzione verde che la tenace leader verde propugnava a ogni comizio. I liberali la vedevano infatti come un incubo di tasse, punizioni fiscali e costi scaricati, senza troppe preoccupazioni, sulle spalle di quel ceto medio che rappresenta lo scheletro della Germania contemporanea.

Gli ambientalisti non possono certo vedere di buon occhio questo indebolimento dei Verdi sulle proiezioni estive, eppure, dal punto di vista politico, se si toglie di mezzo l’ambizioso programma ambientale, Grüne e FDP sono due partiti vicinissimi tra loro. Ambedue sono neoliberali in campo economico, nonché tendenzialmente favorevoli all’austerity e al mercato libero. Alla luce di ciò, non dovrebbe dunque essere troppo difficile intavolare una bozza di programma, messi da parte i bollori rivoluzionari.

Verdi e liberali assieme formano un blocco concreto, in grado di dettare tempi e modi a entrambi i partiti maggiori (valgono infatti il 26% circa dei seggi al Bundestag). I retroscena vogliono una CDU dispostissima a collaborare, in quanto vedrebbe in questa alleanza la sua opportunità di scalzare la SPD dal governo. Olaf Scholz, però, non è nuovo ai giochi di palazzo e pare in grado di poter tendere una mano per prendersi il posto di cancelliere, cedendo qualcosa a Verdi e Liberali.

Giochi di potere, elettori confusi e il pianeta a pagarne le conseguenze

Le trame di potere sono le stesse in ogni Paese, non aspettiamoci che il caso Germania sia diverso. Già nel 2017, dopo le ultime elezioni vinte da Merkel, fu necessario un lungo lavoro diplomatico per giungere alla formazione di un esecutivo. È più che probabile che capiterà lo stesso anche nelle prossime settimane. I risultati del voto dipingono un quadro ben chiaro, che stupisce poco. Gli elettori tedeschi – ma potremmo allargare il campione – desiderano cambiamenti sociali e ambientali. Però non troppo. Se i Verdi rappresentano una forza potenzialmente dirompente nei confronti dello status quo; SPD e CDU-CSU sono esattamente l’opposto, ovvero tre partiti tendenzialmente conservatori, sebbene occupino due lati lontani dello spettro politico tedesco.

Il benessere della Germania, locomotiva d’Europa secondo una metafora spesso abusata, viene percepito in pericolo dai tedeschi. Essi naturalmente sanno bene quanta importanza rivesta l’ambiente ma, probabilmente, danno priorità al loro tenore di vita e alle abitudini consolidate e sedimentate nei decenni, dunque sono poco propensi a correre il rischio di sacrificare parte di questo per il bene dell’ambiente.

Gli elettori, incerti e preoccupati, hanno forse sparpagliato il loro voto come il giocatore d’azzardo che distribuisce la sua puntata su vari tavoli di roulette, sperando di azzeccare almeno una combinazione giusta. Non è però detto che sarà Olaf Scholz a fare il croupier. Comunque vadano le trattative politiche, la presenza dei Verdi al governo potrebbe essere un importante segnale per l’ambiente. È lecito però temere il fatto che, a contatto con il potere, la battaglia per il pianeta spunti le sue armi e l’ambiente finisca per pagarne le conseguenze. Non è sufficiente avere persone sensibili al tema che occupano poltrone importanti, serve che da quelle stesse poltrone guidino battaglie e interrogazioni per il bene del nostro ecosistema in sofferenza.

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Fare pace con la natura: tutte le sfide che ci aspettano

Si può fare pace con la natura? Il Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente ha cercato di dare una risposta esaustiva a questa domanda in un suo recente report, pubblicato a febbraio. Una sfida, vista l’interconnessione tra l’ecosistema e l’attività umana, per provare a ritrovare l’equilibrio. Soltanto trasformando i sistemi economici e sociali, potremmo godere dei benefici necessari per capire il vero valore dell’ambiente. Lo studio sintetizza i risultati scientifici alla base della ricerca e si sofferma sullo sviluppo insostenibile, che degrada il pianeta, sull’incapacità dimostrata finora di limitare i danni e sulle prospettive condivise, per trovare una strategia che possa essere efficace.

Sviluppo incontrollato: come riuscire a fare pace con la natura

L’uomo ha sempre ambito al controllo totale sulla natura e la sua prosperità ha coinciso spesso con il depauperamento delle risorse del pianeta. La sopravvivenza del genere umano dipende da un equilibrio precario, che può essere mantenuto attraverso il bilanciamento tra ciò che prendiamo -e pretendiamo- e ciò che lasciamo, proteggiamo e ripristiniamo. Ed è per questo che si devono studiare i cambiamenti avvenuti negli ultimi due secoli: avere coscienza del mutamento che abbiamo causato e riuscire a trovare una soluzione. Proviamo a fare un esempio, per contestualizzare il nostro ragionamento che prenda in considerazione un arco di tempo più vicino a noi.

Negli ultimi cinquanta anni, l’economia globale è cresciuta di circa cinque volte. In che modo? Attraverso l’estrazione triplicata di risorse, che andavano a irrobustire la crescita. Nonostante i consumi, un dato dovrebbe far riflettere: la popolazione mondiale è duplicata, arrivando a 7,8 miliardi di persone. Di queste, 1,3 miliardi rimangono in uno stato di povertà e 700 milioni soffrono la fame. Lo sviluppo diseguale ha ampliato ancora di più la forbice sociale. Alla situazione di scarsità economica, si sono aggiunte problematiche a livello ambientale, che hanno esacerbato il disagio. Una delle risposte è quella di adottare delle strategie sul medio e lungo periodo, che aiutino a migliorare le condizioni sia della popolazione che dell’ambiente.

Obiettivi lontani

Sentiamo spesso parlare degli Accordi di Parigi del 2015 come di un passo importantissimo, che ha cambiato le modalità di porsi di fronte alla crisi climatica. I fatti, però, parlano chiaro: il mondo è sulla cattiva strada. Continuando di questo passo, nel 2100, l’aumento di temperatura media globale supererà i 3°C rispetto all’era preindustriale, il doppio rispetto al limite fissato durante il meeting internazionale. Oltre a questo metro di misura, esistono anche 17 obiettivi di Sostenibilità, decisi a livello di Nazioni Unite, che compongono un quadro di target fondamentali per la vita sul pianeta. Nessuno di quelli che vogliono proteggere la vita è stato raggiunto nella sua interezza. I processi di deforestazione e pesca selvaggia continuano indiscriminati, mettendo a rischio specie vitali per la catena alimentare.

Se da un lato sono stati fatti molti progressi, è innegabile non vedere quanti passi devono ancora essere compiuti, per ridurre l’inquinamento dell’acqua e dell’aria, dei prodotti chimici e riuscire a gestire il ciclo dei rifiuti. Tutto questo si riverbera sulla qualità dell’esistenza. Come abbiamo già accennato, il progresso non ha debellato la fame e la povertà. Il cambiamento climatico ne sta minando le fondamenta, aumentando il rischio di malattie legate all’impoverimento della biodiversità e al salto di specie, come è avvenuto con il Covid-19. Non solo. “Le ondate di calore, le inondazioni, la siccità ostacolano gli sforzi per costruire insediamenti umani inclusivi, resilienti e sostenibili” si legge all’interno del documento.

Cosa possiamo fare per fare pace con la natura

Arrivati a questo punto, potremmo essere presi dallo sconforto e constatare la disfatta. Invece di cadere nella tentazione di trovare una scappatoia al cambiamento, ecco che la ricerca offre alcuni spunti per affrontare al meglio il presente e progettare il futuro. La natura deve poter riprendere il suo spazio, attraverso l’espansione delle aree protette e l’inversione delle tendenze di degrado ambientale. Studiare gli effetti delle nostre azioni e affidarsi -e fidarsi- della scienza è, di sicuro, un ottimo primo step di responsabilità collettiva. La trasformazione deve essere sistemica: sociale, economica, politica e ambientale. Le competenze devono essere condivise per trovare le soluzioni migliori per rendere anche i momenti di crisi un’opportunità.

I governi dovrebbero iniziare a intercettare e prendere in considerazione parametri come la ricchezza inclusiva, che, in questo caso, sarebbero di gran lunga superiori alla contabilità del prodotto interno lordo. Si traccerebbe, così, il progresso economico sostenibile, in un’ottica di progresso strutturale e strutturato.

Tutti possono fare la propria parte

Arrivare a una conclusione unica sarebbe insufficiente e superficiale. Tutti gli attori sociali hanno ruoli tra loro complementari e interconnessi: l’impatto è diversificato, in base al tempo che si considera e agli strumenti che si utilizzano. Grazie alla cooperazione internazionale, alle politiche e a una legislazione in grado di regolare il passaggio a un futuro sostenibile, si possono guidare la società e l’economia. Gli individui possono facilitare questo percorso, imparando i concetti di sostenibilità ed esercitando il diritto di voto, ma anche imparando a non sprecare il cibo, l’acqua e l’energia e riducendo la propria impronta ambientale.

Disastro ambientale in Nigeria: Shell ammette le sue colpe

Dopo una battaglia durata 8 lunghi anni, la compagnia petrolifera anglo-olandese Shell è stata condannata dalla Corte Internazionale di Giustizia per aver provocato un enorme disastro ambientale.

Le terre circostanti al delta del fiume Niger sono state danneggiate a causa di ingenti fuoriuscite di petrolio

Gli abitanti del luogo saranno finalmente risarciti.

Non è un incidente, ma un volontario disastro ambientale 

1640 barili è la quantità di petrolio che gli impianti di Shell hanno riversato sulle terre circostanti al delta del fiume Niger, distruggendole completamente.

Per capire l’entità del danno considerate che un barile di petrolio equivale circa a 159 litri. Pensate ora di versare sul terreno l’equivalente di 130.380 bottiglie di acqua da due litri ciascuna, però contenenti petrolio. 

La stima è stata realizzata da Accufacts Inc, mentre Amnesty International, ente che ha diffuso la notizia, ha stimato addirittura una quantità superiore ai 100.000 barili.

Sì, perché a diffondere la notizia ovviamente non sono stati i media. Se non fosse per merito di Amnesty International, questo gravissimo disastro ambientale sarebbe finito direttamente nel dimenticatoio.

Una causa durata 13 anni

La documentazione dimostra che da anni, precisamente dal 2008, la compagnia petrolifera era a conoscenza delle perdite degli impianti ormai obsoleti, ma aveva deciso di non assumersi alcuna responsabilità.

Ha scelto per anni di non tenere in considerazione la vita degli abitanti del luogo che sono soliti coltivare le terre o dedicarsi alla pesca per ricavare cibo per vivere una vita dignitosa.

Inutile ribadire a questo punto che, anche questa volta, gli interessi economici di un’azienda sono stati più importanti della vita delle persone residenti in questa zona del mondo, già di per sé sicuramente non ricca.

Shell ha avuto il coraggio di arrecare consapevolmente un danno inestimabile ad una popolazione povera.

Ricordiamo inoltre che l’aspettativa di vita nella zona attorno al delta del Niger è di 10 anni inferiore rispetto a quella nel resto della Nigeria.

Le persone non hanno uno standard di vita alto e senza dubbio non hanno bisogno di terre e acque inquinate, che contaminano il raccolto e la pesca di sostanze tossiche per la salute.

Sono state esaminate le acque di alcuni pozzi, utilizzati dalla popolazione per la propria igiene personale, per bere e cucinare che presentavano livelli altissimi di benzene, una sostanza ultra cancerogena per l’organismo.

Le acque presentavano valori di mille volte superiori alla soglia tollerata dalla legge nigeriana di 3 µg/L.


Già nel 2008 fu avviata una causa contro la compagnia petrolifera e durante il procedimento in tribunale vennero a galla le responsabilità dell’azienda, che lasciava in funzione gli impianti pur sapendo che fossero difettati e vecchissimi.

La Shell tuttavia si giustificò affermando che le perdite dell’impianto riguardavano nello specifico la filiale situata in Nigeria e che quindi avrebbe dovuto rispondere al danno in base alle normative vigenti nel Paese.

Un piccolo riscatto per la popolazione

Gli abitanti del luogo, insieme alla filiale olandese dell’ ONG Friends of the Heart, hanno portato avanti le loro accuse nei confronti della Shell per 13 lunghi anni.

Secondo quanto afferma la Common Law inglese, le persone che subiscono gravi danni a causa di carenze in materia di salute, sicurezza e ambiente in una filiale estera di una multinazionale inglese devono essere assistite.

Ora, infatti, Shell è stata obbligata a:

  • risarcire gli abitanti dei villaggi di Oruma, Goi, Ikot Ada Udo;
  • bonificare tutti i 400 metri quadri di suolo danneggiato dalle emissioni di petrolio

La responsabilità del disastro ambientale non è quindi solo della sede Nigeriana, ma anche della società madre, Royal Dutch Shell, che avrebbe dovuto fin da subito mettere in sicurezza l’impianto con un sistema di rilevazione delle perdite, cosa che adesso è obbligata ad installare.

Channa Samkalden, avvocato della parte lesa, afferma: ‘’C’è finalmente giustizia ma questo caso mostra anche che le società europee devono comportarsi in modo responsabile all’estero’’.

Senza dubbio un grande passo in avanti, ma è indicativo il fatto che ci siano voluti tutti questi anni per arrivare ad una conclusione.

Le condizioni ambientali nel frattempo sono peggiorate sempre di più. Se Shell avesse ammesso i suoi errori fin dall’inizio, si sarebbe evitato il disastro ambientale, bonificando subito la zona interessata.

Il problema è che questa causa vinta non è all’ordine del giorno: di solito risulta veramente difficile schiacciare le grandi multinazionali, anche se si porta avanti una causa più che legittima.

Il ‘’coltello dalla parte del manico’’ appartiene sempre al ricco a prescindere dall’eticità delle sue azioni e le multinazionali del petrolio hanno il controllo sulle terre circostanti al delta del Niger da oltre mezzo secolo.

È chiaro che questa sentenza rappresenta una vittoria per tutti gli ambientalisti ma, affinché le aziende si mettano una mano sul cuore (e non come sempre, solo sul portafogli), è necessario che vengano redatte norme internazionali per la tutela dei territori.

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Ecomafia: quando il profitto ruba il futuro

Il viavai di camion era continuo. Tonnellate di materiali venivano spostati da un luogo all’altro, stoccati in capannoni abbandonati e, poi, dati alle fiamme. Spazzatura non ben identificata bruciava e diventava fumo tossico, che si propagava nell’aria. Questa non è l’inizio di una nuova serie fantascientifica sulla fine del mondo, ma la descrizione di uno dei reati contro l’ambiente più diffusi nel nostro Paese: il traffico illecito di rifiuti. E non è il solo tipo di azione che inquina irrimediabilmente il nostro territorio. Ogni ora, infatti, si commettono quattro ecoreati. Così, per riassumere i dati riguardanti i delitti contro il patrimonio, le infrazioni e gli arresti a essi correlati, Legambiente ha redatto il rapporto “Ecomafia 2020”. Ma non è, solo, questione di numeri. Parlare di ecomafia significa vigilare sulla nostra salute, sulla qualità dei prodotti che mettiamo sulla tavola, sul futuro che stiamo sognando e che associazioni criminali vogliono rubarci, per uno sporco profitto immediato.

In realtà, se ci pensiamo bene, perdiamo tutti. Perde chi si impegna ogni giorno per fare le cose in regola, chi ha deciso di sforzarsi quotidianamente con la raccolta differenziata, chi desidera proteggere il fiume o il mare vicino a casa. Perde anche chi inquina, perché respira aria malata, si nutre di prodotti avvelenati, si veste con maglioni e pantaloni contaminati. Così, conoscere i numeri, anche se spaventosi, può aiutare a capire quanto questi crimini siano radicati e diffusi. Si propagano silenziosi e, di solito, ce ne si accorge troppo tardi, quando, ormai, il danno è irreparabile. Ma la professionalità delle forze dell’ordine e l’attenzione di tutti i cittadini possono fare la differenza. Per farla, però, serve conoscere la situazione in cui ci troviamo, il punto di partenza, per comprendere dove ricostruire e come ripristinare.

Ecomafia: riconoscerla, intercettarla, sconfiggerla

Bisognerebbe, quindi, munirsi di pazienza, stilare un elenco di tutte le infrazioni commesse nel nostro Paese, in ognuna delle venti regioni, nessuna esclusa. Il primo grande errore che potremmo commettere, infatti, è quello di pensare di essere esentati dalla criminalità. Per lungo tempo, abbiamo catalogato le mafie come fenomeni radicati solamente in alcuni territori. Ed è proprio nel silenzio, che la malavita fa gli affari migliori. A ben vedere, un’analisi così estesa sembra un’impresa. Fortunatamente, ci viene in aiuto Legambiente. Nel rapporto presentato qualche giorno fa, ha divulgato le sue ricerche. Ha chiesto a esperti del settore, ha lavorato a stretto contatto con il Ministero dell’Ambiente, ha fatto sì che l’impegno si trasformasse in azione e l’azione in cambiamento. Le cifre contenute nel documento sono allarmanti, ma il numero in forte crescita di quasi tutti gli indicatori presi in considerazione è la dimostrazione che qualcosa si sta muovendo.

È giunto il momento di condividere alcuni dei risultati emersi. Innanzitutto, è utile separare da subito le cinque macroaree prese in considerazione: il ciclo del cemento, quello dei rifiuti, i reati contro gli animali, gli incendi e l’archeomafia, ossia il traffico illecito di opere d’arte e reperti, messi in atto da organizzazioni criminali. L’ordine in cui sono state citate compone la classifica negativa. Con 11484 reati e più di 10500 denunce, il settore del cemento detiene un triste primato nel 2019, con un incremento considerevole dei sequestri – + 30,2%- rispetto all’anno precedente. 198 arresti hanno riguardato il commercio dei rifiuti, con un aumento del 112,9%, in relazione ai dodici mesi precedenti. Anche i reati contro gli animali continuano a crescere con un’impennata degli arresti e di sequestri. Numeri elevati arrivano anche dagli ultimi due ambiti, con un +95% degli incendi e addirittura più di 900mila oggetti recuperati dalle forze dell’ordine.

Indovina chi viene a cena?

Insomma, a vedere queste cifre, sembra che tutti gli sforzi siano vani. In realtà, vanno intese in un’ottica diversa, perché sono la dimostrazione che la normativa sta funzionando e stanno emergendo molte contravvenzioni, finora sommerse. Questo ragionamento dovrebbe metterci in guardia e renderci più vigili. Proviamo a fare un altro esempio. Il Natale si sta avvicinando e, anche se quest’anno sarà di diversa entità, comunque vorremo festeggiare. Desideriamo mettere in tavola pietanze gustose. Ma cosa accadrebbe se, invece, quei piatti contenessero cibo coltivato in terre inquinate, alimenti provenienti da quella filiera illecita dell’agroalimentare che si insinua nel mercato legale e lo sporca, danneggiando tutti? I consumatori hanno la forza di migliorare le regole di mercato, scegliendo prodotti controllati e certificati, combattendo le mafie in tutti i settori.

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Una slide della presentazione di LegambienteOnlus riguardante la corruzione e l’ecomafia.

Sono piccoli gesti quotidiani, scelte oculate. Proviamo a chiudere gli occhi e immaginarci in un futuro non troppo lontano. L’immagine che potrebbe materializzarsi davanti a noi molto probabilmente sarebbe costellata di elementi positivi: spazi condivisi, un lavoro che ci appassiona, una salute forte. Il grave problema è che, se continuiamo a guardare altrove e a sottovalutare l’impatto dell’ecomafia, rischiamo di essere scaraventati in un ambiente che avrà le sembianze dell’inizio di una serie fantascientifica sulla fine del mondo.

C’è vita sotto la terra: perché è importante la salute del suolo

Lo calpestiamo, lo cementifichiamo, lo dissodiamo. Spesso, non gli diamo la giusta importanza. Eppure, è uno degli ambienti decisivi, per la nostra vita e per quella di tutti gli altri esseri. Stiamo parlando del suolo e dell’enorme biodiversità che contiene. Addirittura, si stima che fino al 90% degli organismi trascorra almeno una parte dell’esistenza sottoterra. Per mantenere alta l’attenzione, l’Organizzazione Mondiale per l’Alimentazione e l’Agricoltura (FAO) ha anche deciso di dedicargli una Giornata Mondiale, ogni 5 dicembre.

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Ascolta il podcast di introduzione all’articolo!

L’importanza del suolo

Ma perché dovremmo occuparci della salute del suolo? Lo strato più alto del terreno, in cui le piante possono crescere, è composto da particelle minerali, materia organica, aria, acqua e diversi animali e vegetali. Per riuscire a quantificarne il rilievo, basti sapere che il 25% della biodiversità mondiale e che il 95% di tutti i prodotti alimentari che consumiamo provengono direttamente o indirettamente dai nostri terreni.

Pensare che funga solamente da piattaforma per le attività umane è, quindi, riduttivo. Per comprendere ancora meglio le motivazioni che dovrebbero spingerci verso una maggior cura, entra in gioco un fattore rilevante: la complessità. Il suolo, infatti, si forma con un processo molto lento, tanto da decretarla una risorsa non rinnovabile. Partendo da questo presupposto fondamentale, è bene ricordare anche un’altra caratteristica.

Esso immagazzina e trasforma non solo le sostanze nutritive e l’acqua, ma anche il carbonio, tanto da contenerne il doppio della quantità dell’atmosfera e tre volte quella della vegetazione. Non solo, ma tutta la vita sotterranea aiuta a stoccarne una grande quantità, riducendo, di fatto, le emissioni di gas serra.

Anche per questo motivo, è imprescindibile per la produzione agricola e per la mitigazione e l’adattamento ai cambiamenti climatici. Una scarsa cura e il conseguente degrado sono problematiche che possono degenerare in catastrofi ambientali, siccità e altri eventi, che spingono intere popolazioni a dover migrare.

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Alcuni fatti divertenti sul suolo

Abbiamo ridimensionato, fino a qui, alcune imprecisioni. Non basta, però, decostruire una narrazione, bisogna poter rendere fruibili informazioni accattivanti e che possano rimanere. Per questo, la FAO ha voluto fare di più. Attraverso alcuni fatti divertenti, ha spiegato la dinamicità e la vitalità di questo ambiente.

«In soli 3 pollici di terreno -equivalenti a circa 7,5 centimetri [ndr]- ci sono quasi 13 quadrilioni di organismi viventi, del peso di 100 milioni di tonnellate.» Una quantità inimmaginabile ai più, che può dare almeno un’idea della grandiosità delle interazioni. «Un ettaro di terreno contiene l’equivalente di peso di due mucche di batteri.» Una comparazione bizzarra, ma che riesce a facilitare il paragone.

Se provassimo a raffrontare il numero con gli esseri umani, ecco che il risultato potrebbe strabiliare. «Ci sono più organismi in un grammo di suoli sani che persone sulla Terra». Infine, ecco le ultime due curiosità. «Gli organismi del suolo elaborano 25mila chilogrammi di materia organica in una superficie equivalente a un campo da calcio e al peso di 25 automobili» e «un lombrico può digerire il proprio peso nel terreno, ogni 24 ore. Il 50% del suolo del pianeta passa attraverso lo stomaco di questi animali.»

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I rischi per il suolo

Quelli che abbiamo descritto in precedenza non sono altro che altre motivazioni per proteggere il suolo. Ma quali sono le minacce e come riuscire a risolverle? Anche qui, ci viene in soccorso la FAO.

In un suo recentissimo report, l’organizzazione mette a disposizione le sue conoscenze più aggiornate. I pericoli per la biodiversità dei terreni sono molteplici. Innanzitutto, la deforestazione, che provoca una perdita di specie autoctone e riduce anche quelle animali. Poi, l’agricoltura intensiva, che rende meno funzionali tutti i nutrienti presenti, con il sovrautilizzo di alcuni. A questa problematica si ricollega lo sbilanciamento nel sottosuolo, che deve essere riequilibrato attraverso l’impiego massiccio di fertilizzanti. Da non dimenticare, infine, sono alcuni processi, come la salinizzazione e l’acidificazione, compresi in un insieme più ampio di forme di inquinamento. L’antropizzazione, di fatto, ha ripercussioni notevoli sull’ecosistema, che non riesce a rigenerarsi autonomamente ed è più suscettibile all’erosione, agli incendi e a una moria di organismi.

Le soluzioni

Il quadro, a un primo impatto, è decisamente negativo. Le questioni sono numerose, ma esistono anche delle risposte. Ed è qui, che è utile introdurre il concetto di protezione della biodiversità, intesa come variabilità tra gli organismi viventi all’interno di una singola specie, fra specie diverse e tra ecosistemi. Come spiegato dagli esperti, «la biodiversità del suolo ha iniziato a emergere come una soluzione alternativa alle sfide globali, non solo in campo accademico. Alcuni Paesi stanno iniziando a utilizzarla in diversi settori, quali l’agricoltura, la sicurezza alimentare, il biorisanamento, il controllo del cambiamento climatico, di malattie e parassiti e la salute umana.»

Proteggere il suolo non è mai stato così importante. Rispettarne i tempi e curarne la diversità moltiplica le speranze che si possa godere tutti di un livello di salute elevato e condiviso.

Come aiutare l’ambiente: 15 consigli per uno stile di vita sostenibile

come aiutare l'ambiente

Una delle domande che invade più spesso le menti di persone che si stanno avvicinando all’ambientalismo è: cosa fare per salvare l’ambiente? Il problema dei cambiamenti climatici viene percepito come qualcosa di molto lontano o, ancora peggio, come un problema insormontabile. Beh, non è così. Ognuno di noi può fare la propria parte. Se tutti adottassero in massa una serie di comportamenti ecosostenibili, come quelli che elencheremo qua sotto, il calo delle emissioni necessario per mantenere l’innalzamento della temperatura planetaria al di sotto degli 1,5/2 °C non sarebbe più un miraggio.

Passare ad uno stile di vita sostenibile e capire come aiutare l’ambiente è spesso visto come un obiettivo difficile da raggiungere, anche per via di qualche pregiudizio di troppo. Abbiamo riassunto in 15 punti ciò che ognuno di noi può fare per abbattere drasticamente il proprio impatto ambientale. Alcuni accorgimenti sono più immediati mentre per altri può servire più tempo oltre a un briciolo di organizzazione. Se ti sembra difficile prova a cambiare poco alla volta. Il cambiamento è alla portata di tutti, anche di chi crede di non poterselo permettere. Basta solo fare le scelte giuste. Ecco alcuni consigli per aiutare l’ambiente.

La nostra guida in 15 punti su cosa fare per salvare l’ambiente

Il video della nostra guida ad uno stile di vita sostenibile

1. Adotta un approccio plastic free

Trova un negozio che venda detergenti per corpo e per casa alla spina. Prendi dei contenitori vuoti. Due per tipo di detergente, in modo da averne sempre uno pieno e uno pronto ad essere riempito.

Quando ne hai bisogno vai nei negozi che offrono questo servizio (NaturaSì, Negozio Leggero o altri esercizi locali) invece di comprare l’ennesimo contenitore di cui non hai bisogno. Quando vai a fare acquisti portati sempre
una busta da casa.

2. Individua una lista di alternative sostenibili ai prodotti di uso comune

Ne sono un esempio spazzolini in bamboo, shampi solidi, saponette, borracce in alluminio, cosmetici ecocompatibili, cialde da caffé ricaricabili o compostabili ecc.

3. Trova un contadino di fiducia con prodotti stagionali e a km0

Sono ormai tantissime le aziende agricole che si occupano di vendita diretta e che offrono solamente prodotti stagionali e a km0 nei vari mercati. Altrimenti, per non sbagliare, scarica un’app che contenga la lista degli alimenti stagionali. Ce ne sono a decine. La frutta e la verdura, se di stagione, è molto più saporita, più salutare e spesso costa anche meno.

4. Passa ad un fornitore di energia green

La componente energetica contribuisce al 25% delle emissioni su scala globale. Passando ad un fornitore che utilizza esclusivamente energie rinnovabili sosterrai la conversione ecologica di uno dei settori più inquinanti. Con una vecchia bolletta, il codice fiscale e un IBAN non ci vorranno più di 15 minuti e puoi farlo online o per telefono. I prezzi della materia energetica proveniente da fonti rinnovabili sono ormai più che competitivi rispetto a quella fossile. Se non hai grosse limitazioni economiche valuta l’installazione di una pompa di calore e dei pannelli solari. L’investimento iniziale può spaventare ma nell’arco di qualche anno si ripagherà da solo. Contatta un’azienda che se ne occupa e facci una chiacchierata. Potrebbe essere una svolta.

5. Investi su prodotti ad alta efficienza energetica

Ne sono un esempio le lampadine al LED. Quando dovrai cambiare un elettrodomestico cerca di acquistarne uno che abbia la migliore classe energetica. Valuta l’acquisto di un fornello ad induzione. L’elettricità è molto più facilmente reperibile da fonti rinnovabili. Il gas, come sappiamo, è un combustibile fossile e ne va limitato il più possibile l’uso.

6. Cambia banca

La maggior parte dei grandi gruppi bancari finanzia da anni il settore dei combustibili fossili, ma ci sono alcune eccezioni. Su tutte noi consigliamo “Banca Etica”, ma con una ricerca online puoi trovare anche altre opzioni. Scegliere una banca che sostiene i combustibili fossili significa sostenerli in prima persona.

7. Smetti di abusare dell’automobile e scegli la mobilità sostenibile

Con una buona bicicletta arrivare a fare tragitti anche di 7/8/10 km non è un problema. Fai esercizio fisico, eviti gli imbottigliamenti e, in molti casi, guadagni anche tempo. Anche i mezzi pubblici sono buone scelte in termini di sostenibilità. Se proprio non puoi fare a meno dell’auto, ad esempio per andare a lavoro, organizzati con dei colleghi per fare carpooling. Ridurrete le emissioni per passeggero in maniera significativa.

Valuta l’acquisto di un mezzo elettrico. Ci sono grossi incentivi statali a disposizione. Non si paga il bollo per 5 anni e l’assicurazione costa meno. Ma il vero risparmio sta nella componente energetica. Con meno di 3 euro di elettricità un’auto elettrica ha un’autonomia dichiarata di almeno 250 km. Ma quella effettiva spesso è anche maggiore. Per chi volesse spendere meno sono in commercio
anche scooter e bici elettriche, due mezzi più che adatti agli spostamenti in città.

8. Pensaci due volte prima di acquistare un altro biglietto aereo

L’aereo è di gran lunga il mezzo di trasporto con il maggiore rapporto emissioni per passeggero. Pianifica la prossima vacanza per fare in modo che non ci sia bisogno di prendere un aereo. Rimanendo in Italia oppure andando nei paesi limitrofi si può comunque arrivare in magnifici posti anche via terra e con mezzi sostenibili. Se ogni tanto vuoi rompere questa regola cerca di scegliere compagnie aeree che permettono di aggiungere un piccolo sovrapprezzo per compensare le emissioni. Ma soprattutto fa sì che sia un’eccezione e non farne un’abitudine.

9. Riduci il tuo consumo di alimenti di origine animale

È ormai comprovato che l’impatto ambientale di diete vegetariane o vegane è minore di quelle onnivore. Se non vuoi rinunciare a carne e latticini cerca un produttore locale che utlizzi metodi di allevamento estensivi. Evita il più possibile manzo e maiale. Cerca di privilegiare il pollo. Per quanto riguarda i formaggi quelli di pecora e capra sono i più sostenibili.

10. Smetti di comprare acqua in bottiglie di plastica

Se nel tuo comune l’acqua del rubinetto non è sufficientemente “pulita” trova qualcuno che offra il servizio del vuoto a rendere. In alternativa informati su dove acquistare una caraffa
in grado di filtrare l’acqua. Quest’ultima opzione è anche la più economica. Un filtro costa in media 4 euro e arriva a durare anche più di un mese.

11. Riduci, riusa, ricicla!

Organizzati a puntino per fare la raccolta differenziata. Scarica sul cellulare l’app “Junker”. Quando avrai qualche dubbio su come differenziare qualche rifiuto scannerizza il codice a barre. L’app ti dirà dove buttarlo. Riduci il più possibile la quantità di rifiuti che produci. Privilegia l’acquisto di prodotti sfusi.

12. Smetti di comprare vestiti nuovi solo perchè costano poco

La fast fashion (Zara, H&M & co.) è uno dei settori in assoluto più inquinanti. Le esternalità che ti permettono di pagare un capo così poco gravano sull’ambiente e sui lavoratori sfruttati. Privilegia i marchi che si distinguono per l’impiego di pratiche sostenibii come Patagonia, North Sails, Rapanui e Reformation. Cerca un’attività che si occupi di compravendita di vestiti di seconda mano. Possono regalare parecchie sorprese. Fatti un giro sul sito di Armadio Verde. La loro è una bellissima iniziativa.

13. Resta informato e fai scelte consapevoli

Leggi articoli affidabili e libri, guarda servizi e documentari su questo tema senza abusare dei servizi di streaming. Restare aggiornati ed avere informazioni corrette è fondamentale per orientare il proprio stile di vita in un’ottica di sostenibilità.

14 Sostieni i gruppi ambientalisti e vota in maniera coscienziosa

Partecipa ad incontri, assemblee e manifestazioni Vota partiti che inseriscono il contrasto ai cambiamenti climatici come uno dei punti primari del loro programma. Diffida dei politici e delle aziende che, da un giorno all’altro, si
sono risvegliati ambientalisti. Il greenwashing è una pratica molto diffusa.

15. Pianta alberi o sostieni progetti che se ne occupano

Sono ormai innumerevoli gli enti che lavorano a campagne di riforestazione e rimboschimento. Se hai un giardino pianta qualche albero. Imposta Ecosia come motore di ricerca predefinito. Funziona come Google solo che,
a differenza del colosso americano, reinveste una buona fetta dei propri profitti in progetti di riforestazione. A giugno 2019 aveva già piantato 60 milioni di alberi grazie alle ricerche dei suoi utenti.

Per eventuali suggerimenti, domande o chiarimenti non esitare a contattarci. Siamo sempre pronti ad aiutare qualcuno nel compiere la sua svolta green.

Ora sai cosa puoi fare per salvaguardare l’ambiente

Quello di cambiare le proprie abitudini può sembrare un obiettivo difficile da raggiungere e per alcuni di questi punti, lo riconosciamo, lo è. Ad esempio è vero che ancora i prezzi dell’auto elettrica sono troppo alti, anche se sul lungo termine c’è davvero un risparmio effettivo, e che ci sono ancora troppe poche colonnine per la ricarica nel nostro paese. Discorso simile per i pannelli solari. La convenienza sul lungo termine può infatti non spaventare chi ha delle possibilità economiche medio alte, ma è comprensibile che per altri possa essere un investimento troppo oneroso. Ma non disperate, nel giro di qualche anno i prezzi si abbasseranno. Cercate anche di sfruttare gli incentivi statali che, con il Decreto Rilancio, saranno più che abbondanti per interventi alle proprie abitazioni.

Ci sono però anche parecchi punti che, con un po’ di impegno, si può essere in grado di rispettare abbastanza rapidamente. Ne sono un esempio l’approccio plastic free e, più in generale, tutti quei punti che, di fatto, si riferisocno ad un cambiamento delle abitudini di consumo. Non comprare vestiti prodotto in maniera non sostenibili, cambiare banca e fornitore di energia, mangiare a km0 e ridurre il proprio consumo di alimenti di origine animale. Fondamentale è anche arrivare a comprendere le motivazioni per cui certi comportamenti vadano adottati in modo da capire come aiutare l’ambiente.

Ciò che conta maggiormente sono la tua convinzione e la tua volontà a cambiare abitudini, oltre che aprire la propria mente al cambiamento. Poco alla volta si può fare. E una volta che tutte queste saranno diventate delle abitudini consolidate, il vostro stile di vita antiecologico sarà solamente un brutto e vecchio ricordo.

Questo articolo è stato selezionato da Twinkl tra le migliori risorse per uno stile di vita eco-sostenibile, trovi più informazioni su Twinkl Sustainability Week.

Educazione ambientale a scuola da settembre

educazione ambientale a scuola

Qui sulle righe de L’EcoPost diamo spesso cattive notizie. È inevitabile, parliamo di rispetto e tutela ambientale, due concetti quantomeno trascurati nel mondo e nella società di oggi. Tutti sembrano disinteressarsi dell’importanza dell’ambiente, di quanto sia importante tutelare il nostro habitat, il nostro ecosistema, la nostra casa, in fin dei conti. La nostra casa che è in fiamme, come ci ha ricordato con il suo libro Greta Thunberg. Oggi però possiamo fare un’eccezione, possiamo darne finalmente una buona di notizie: l’educazione ambientale verrà insegnata tra i banchi scolastici, a partire dalla scuola primaria.

Ritorna l’educazione civica

A partire dal prossimo anno scolastico, quello 2020 – 2021, il quale comincerà a metà settembre – COVID permettendo, s’intende – tornerà in curriculum l’insegnamento dell’educazione civica. Il programma sarà interamente rinnovato rispetto alla vecchia, diciamo pure obsoleta, educazione civica che chi ha superato la trentina ricorderà dal suo passato sui banchi.

La materia sarà attualizzata per concentrarsi su sviluppo sostenibile e cittadinanza responsabile in un Pianeta sofferente. Al centro dell’insegnamento ci saranno diritti e doveri del cittadino verso l’ambiente. Il progetto era stato argomento di interesse tanto per il Ministro dell’Istruzione Marco Bussetti, in carica nel 2018 e 2019, quanto per il suo successore, Lorenzo Fioramonti, in carica per un breve periodo prima di lasciare la scrivania a Lucia Azzolina. Quest’ultima ha messo a verbale il recupero dell’educazione civica. L’impegno maggiore, però, si deve proprio a Fioramonti.

Nello scorso mese di marzo, prima che l’Italia e il mondo cominciassero a curarsi solo della pandemia, il ministro Azzolina sottolineò come l’educazione ambientale sarà un pilastro dell’insegnamento della nuova educazione civica. Il primo passo per gli insegnanti che si cimenteranno in questa rinnovata materia sarà quello di adattare l’intero curriculum scolastico alla comprensione dello sviluppo sostenibile. Il piano è molto ambizioso. Almeno a parole.

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Educazione civica: le tre direttrici dell’insegnamento

Il nuovo programma ministeriale di educazione civica si snoda lungo tre principali direttrici. Si tratta di tre capisaldi, indispensabili al giorno d’oggi per educare e formare cittadini responsabili e in grado di stare al passo con questi complicati tempi che viviamo. Il primo fondamento sarà, come anticipato, l’educazione ambientale e i buoni stili di vita. Oltre all’ecologia e alla tutela del nostro Pianeta si insegneranno agli studenti tutta una serie di buone pratiche e comportamenti virtuosi da tenere nella quotidianità. Tra queste, troverà posto l’educazione alimentare.

Il secondo cardine, invece, sarà lo studio della Costituzione italiana. Lo studente apprenderà le norme principali riportate sulla carta costituzionale e i suoi diritti e doveri in quanto cittadino del nostro Paese.

Il terzo caposaldo sarà la corretta educazione digitale. A tal riguardo, il programma non è ancora definito con esattezza ma una cosa pare certa: si studieranno la netiquette, ovvero come comportarsi quando si naviga in rete; si verificherà il tono da tenere all’interno delle chat incluse in siti e social network; si farà prevenzione del cyberbullismo, illuminando gli studenti su quali siano i rischi annessi e connessi a tale spregevole pratica. Il programma pare all’altezza dei tempi e al passo con quelli che sono i principali pericoli della rete per un giovanissimo. Auspichiamo che la nuova educazione civica tra i banchi abbia maggior successo della vecchia e non finisca prima nel dimenticatoio e poi fuori dai programmi ministeriali.

educazione ambientale insegnamento

La formazione di una cittadinanza consapevole

Un’educazione ambientale è fondamentale se si vuole creare una generazione di persone davvero attente alla tutela del nostro Pianeta, nei fatti e non solo a parole come sono troppi leader al giorno d’oggi. Accanto all’attenzione per l’ambiente sta molto bene l’insegnamento di una consapevolezza digitale, in fin dei conti il prossimo futuro passerà inevitabilmente, per fortuna o purtroppo, dalla rete. Internet diventerà in pochi anni importante come l’elettricità. Gli adulti di domani dovranno essere capaci di interagire al meglio con il web, di analizzare, confrontare e valutare l’attendibilità delle informazioni fornite loro dalla rete.

Le tecnologie digitali, strumento potentissimo, possono fornire opportunità di crescita personale e cittadinanza partecipativa, anche riguardo alla tematica ambientale. Il dibattito pubblico, in futuro, potrebbe passare dalla rete piuttosto che dagli incontri in presenza, faccia a faccia. Forse l’identità digitale diventerà persino più importante di quella reale. Sarà dunque indispensabile saperla gestire, proteggere e tutelare i propri dati sensibili. Il mondo digitale, come sappiamo, nasconde anche rischi e pericoli, dunque sarà importante essere in grado di saperli evitare.

Il connubio tra rispetto dell’ambiente e know how digitale sembra essere una chiave in grado di aprire la porta al successo della prossima generazione ed è una buona notizia che si sia pensato di insegnare queste due tematiche agli alunni.

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Scuola ed educazione

Le indicazioni giunte finora riguardo all’insegnamento trasversale dell’educazione civica non sono ancora complete ma risultano già molto indicative. La materia troverà posto nei programmi delle scuole primarie e secondarie di primo e secondo grado. Il totale delle ore di educazione civica non potrà essere inferiore a 33 (un’ora a settimana) nel corso dell’anno scolastico e sarà possibile modificare il curriculum avvalendosi della quota di autonomia utile per raggiungere il monte ore stabilito. L’insegnamento sarà impartito, all’interno delle aule della scuola secondaria di primo grado, dai docenti della classe mentre nella secondaria di secondo grado potrà portare in cattedra l’educazione civica chiunque sia abilitato all’insegnamento economico o giuridico.

Già a partire dalla scuola dell’infanzia gli studenti saranno avvicinati alla Costituzione italiana. I temi della cittadinanza responsabile tratteggiati poco fa saranno affrontati in aula già a partire dalla tenera età. La scuola, tempio dell’educazione, è il luogo più adatto ad avviare i ragazzi all’impegno ambientale e civile.

Leggi anche: “Inquinamento dei mari, falliti gli obiettivi per il 2020”

Cenni storici

L’educazione civica fu introdotta a scuola nel 1958, quando il Ministro dell’Istruzione dell’epoca, Aldo Moro, la rese materia curricolare. Da allora ha assunto vari nomi, tra cui alcuni ben sconosciuti ai più: educazione alla convivenza democratica; educazione civica e cultura costituzionale; educazione alla convivenza civile; fino all’ultima denominazione, cittadinanza e costituzione. Nel tempo è stata spezzettata, tagliata, ricucita e smembrata, fino ad essere affidata alla buona volontà di insegnamento dei docenti. I quali, già alle prese con il gravoso compito di finire programmi sconfinati, trovano comunque il sonno senza occuparsi dell’insegnamento dell’educazione civica. In pratica, la materia è sparita, fino a questi ultimi sviluppi.

Educazione civica: perché si

La proposta dell’insegnamento dell’educazione civica, specifichiamo, deve ancora essere votata in Parlamento. Tutte le parti politiche, comunque, si sono schierate in maniera favorevole alla reintroduzione dell’educazione civica. Destra, sinistra (se esistono ancora), maggioranza e opposizione, tutti hanno voluto montare sul carro dell’educazione civica e difenderla a spada tratta. Le motivazioni le abbiamo elencate sopra.

Per formare una generazione attenta, informata e rispettosa, bisogna partire dalla scuola. L’educazione civica va insegnata in quelle sedi. Un insegnamento tradizionale, però, potrebbe non essere sufficiente. L’istruzione che conosciamo è un processo top down: il professore, brutalmente, riempie dei sacchi; insegna ai giovanissimi chi sono stati i 7 re di Roma e come si estrae una radice quadrata. Il processo è passivo. Educare, però, deriva dal latino educere, ovvero tirare fuori, portare all’esterno quel che già sta dentro. L’educazione non è solo una lezione, è un dialogo in cui si parla e si discute della verità.

educazione ambientale studio

Trattare l’educazione civica come la panacea di tutti i mali e la soluzione ad ogni problema è probabilmente sbagliato. Un’ora a settimana non basterà a trasformare i nostri ragazzi in cittadini modello. Un professore o una professoressa che leggono in fretta l’articolo 11 della Costituzione non renderanno gli studenti degli adulti virtuosi. L’educazione civica, e il suo focus sull’ambiente che ci sta particolarmente a cuore, devono permeare l’intero insegnamento scolastico. La cultura è rispetto dell’ambiente, la cultura è cittadinanza responsabile, la cultura è educazione. L’educazione si impartisce a scuola. L’insegnamento della educazione civica è una grande possibilità per il nostro sistema scolastico, dobbiamo essere in grado di sfruttarla al meglio.

Ucciso in Messico un altro ambientalista di 21 anni

messico

Il Messico è uno dei luoghi più pericolosi del mondo per gli attivisti ambientali, tanto che non ha risparmiato nemmeno il giovanissimo Eugui Roy Martínez. Il ragazzo aveva 21 anni quando è stato ucciso a colpi di arma da fuoco il 7 maggio scorso, nel comune di San Agustín Loxicha, nel suo ranch all’interno della comunità di Tierra Blanca.

Un passato brillante e un futuro promettente

Eugui era uno studente di biologia molto appassionato di rettili. Durante la quarantena si trovava, appunto, in un ranch dove si è dedicato allo studio di rettili e anfibi. Nonostante la giovane età, Eugui aveva già un passato di studi e pubblicazioni scientifiche importanti e un futuro molto promettente. Per esempio, Eugui guidò il team scientifico che riscoprì una rana (Charadrahyla altipotens) che avevano dichiarato estinta 50 anni fa.

Inoltre, aveva scoperto una nuova specie di vipera e stava proprio scrivendo l’articolo per introdurre la notizia alla comunità scientifica. Aveva già scritto un libro e la sua prima collaborazione nella ricerca scientifica risale al 2012, quando aveva 13 anni, per uno studio riguardo a una rara malattia degli anfibi.

Eugui Roy Martínez

Ucciso perché difendeva gli ecosistemi

Sopratutto, però, Eugui era un attivista e svolgeva attività di cura, conservazione e difesa dell’ambiente, oltre a promuovere l’educazione ambientale tra bambini e adolescenti. Insomma, tutte attività che potrebbero minare il potere costituito che sfrutta le ricche risorse ambientali del Messico per rincorrere un modello economico basato sul profitto.

Il presidente Obrador, infatti, aveva promesso durante la campagna elettorale di combattere la povertà nella nazione sudamericana. Per raggiungere e l’obiettivo Obrador non ha esitato ad utilizzare il metodo più veloce, ma anche quello più dannoso sul lungo termine, ovvero il finanziamento di progetti estrattivi molto redditizi. Le stesse attività, insomma, che gli ecoattivisti messicani come Eugui cercano valorosamente di combattere per preservare l’integrità degli ecosistemi. 

Leggi anche: “Brasile, ucciso guardiano della Foresta Amazzonica”

Non era il primo, si spera sia l’ultimo

Come si legge nell’annuale rapporto pubblicato da Front Line Defenders, solo nel 2019 in Messico sono stati uccisi 24 attivisti ambientali. Dal 2012 il numero sale a 83. Ecco alcuni nomi: Adán Vez Lira, è stato ucciso a colpi di pistola lo scorso 8 aprile. Egli si stava fortemente opponendo a un progetto minerario molto invasivo per l’ambiente.

Il 13 gennaio è scomparso Homero Gómez González, il cui corpo senza vita venne ritrovato pochi giorni dopo con evidenti segni di tortura. Homero si stava di recente battendo contro la deforestazione illegale. Un altro noto caso è quello di Isidro Baldenegro López, ucciso nel 2017. L’uomo aveva vinto il Goldman Environmental Prize per le sue iniziative in difesa della foresta minacciata da imprese del legname e narcotrafficanti. La stessa sorte è toccata a un’altra vincitrice dello stesso importante premio ambientale, Berta Caceres, di origine honduregna. La donna, ambientalista e attivista per i diritti degli indigeni, aveva solo 44 anni quando è stata assassinata nella sua casa, dopo anni di continue minacce.

Cosa puoi fare tu

Il tuo voto politico è importante, così come la diffusione di questa e altre notizie, per mostrare al mondo qual è il prezzo dello sfruttamento ambientale. È poi importante informarsi sulla provenienza di tutto ciò che si acquista, cercando di evitare il più possibile le multinazionali che non dichiarano la sostenibilità e l’eticità dei loro prodotti.

Giornata mondiale degli Oceani, facciamo il punto

Con la sua risoluzione 63/111 del 5 dicembre 2008, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha designato l’8 giugno come Giornata mondiale degli oceani. La condizione nella quale versano gli universi liquidi di tutto il mondo è drammatica; l’inquinamento, la pesca intensiva e la devastazione degli ecosistemi marini per mano antropica stanno mettendo in ginocchio gli oceani, con conseguenze gravissime per l’uomo.

L’importanza degli oceani

Pensiamo ad un mondo senza oceani; avremmo un pianeta come Marte e nessun ecosistema di supporto alla vita. Gli oceani svolgono un ruolo chiave nel funzionamento del pianeta terra. La maggior parte dell’ossigeno che respiriamo deriva dagli oceani, i quali fungono anche da importanti serbatoi di anidride carbonica.

oceani

Possiamo considerare gli oceani come un termostato planetario. Infatti, regolano il clima mondiale: la loro presenza attenua gli sbalzi di temperatura diurni e stagionali, mantenendo le temperature dell’aria entro valori tollerabili per gli organismi viventi.

Sono grandi serbatoi d’acqua e costituiscono il nodo più importante nel ciclo di quest’ ultima sulla terra: da essi l’acqua evapora e sale nell’atmosfera per poi cadere a terra sotto forma di precipitazioni. Infine torna agli oceani attraverso i fiumi.

Leggi anche il nostro articolo: “Happy World Reef Day, persi l’80% dei coralli”

Gli oceani sono veri e propri serbatoi di biodiversità ed ospitano il primo polmone del mondo. A dispetto di ciò che si pensi, 3/4 dell’ossigeno vengono prodotti dai Cianobatteri, organismi fotosintetici che vivono negli strati più superficiali della colonna d’acqua.

L’uomo e gli oceani: una convivenza difficile

Senza l’oceano non ci sarebbe la vita, non ci sarebbe l’uomo. Dalle acque oceaniche si ricavano infatti grandi quantità di alimenti essenziali per la nostra dieta ed altrettante quantità enormi di petrolio e metano, contenute nei giacimenti sottomarini. L’utilizzo incontrollato delle risorse ittiche ed il massiccio inquinamento delle acque mondiali causano ogni giorno severi e, spesso, insanabili cambiamenti all’equilibrio oceanico.

La baja di Guerrero Negro. Crediti: Lucia Vinaschi

L’overfishing

L’overfishing, o sovrapesca, indica l’impoverimento delle risorse ittiche causato da un’eccessiva e non razionale attività di pesca. In un mondo in cui la richiesta di cibo aumenta esponenzialmente non ci si poteva aspettare risultati diversi.

Questa sempre maggior domanda impedisce alle specie ittiche di crescere, svilupparsi e spesso riprodursi; inoltre, per sostenere i ritmi attuali di pesca, si è arrivati a sottrarre dall’ambiente esemplari sempre più piccoli, atto ritenuto illegale in molti paesi.

Un terzo delle risorse ittiche mondiali hanno subito un collasso, ovvero una diminuzione fino a meno del 10% della loro abbondanza massima osservata. Inoltre, se l’attuale andamento dovesse mantenersi costante, tutte le risorse ittiche distribuite sul pianeta collasserebbero nell’arco dei prossimi 50 anni.

Tecniche di pesca dannose, come quella a strascico, permettono di attingere in acque sempre più profonde e vergini, cominciando così a minacciarne i delicati ecosistemi e le specie ittiche che vi abitano. Questa pratica non solo sottrae all’ambiente biomassa, ma al loro passaggio le reti sradicano interi ecosistemi lasciandosi dietro depauperamento e morte.

La plastica

Possiamo affermare con assoluta certezza che l’uomo stia “soffocando” gli oceani. Si stima che circa 8 milioni di tonnellate di rifiuti di plastica entrino globalmente negli oceani ogni anno, creando una minaccia crescente. Questo potrebbe avere effetti potenzialmente devastanti sull’equilibrio dell’ecosistema marino.

Il Pacific Trash Vortex, noto anche come isola di plastica o Great Pacific Garbage Patch, rappresenta alla perfezione l’uso che stiamo facendo dei nostri mari. Un enorme accumulo di spazzatura galleggiante (composto soprattutto da plastica) situato nell’Oceano Pacifico, cominciatosi a formare a partire dagli anni 80. Si stima che l’ammontare complessivo della sola plastica dell’area sia in totale di 3 milioni di tonnellate. L’estensione è maggiore di quella della Francia.

Le microplastiche sono state rilevate in ogni angolo degli oceani e del Pianeta. Questo è il motivo per cui il problema dell’inquinamento marino da plastica non può essere risolto a livello nazionale o regionale o solo con misure volontarie. Richiede un’azione coordinata e una responsabilità condivisa.

L’inquinamento e le alterazioni chimico-fisiche dell’acqua

È oramai scientificamente comprovato che l’aumento di anidride carbonica nell’atmosfera (dovuta all’inquinamento), e la conseguente acidificazione degli oceani, abbiano un grave effetto sull’ecosistema acquatico, influenzando gli habitat marini e i pesci associati. Ciò sottolinea l’importanza di ridurre le emissioni di gas serra per salvaguardare le risorse oceaniche per il futuro.

Alcune specie avranno successo in condizioni sempre più acidificate, mentre molte altre no. Di conseguenza, quelle specie ittiche che fanno affidamento su risorse specifiche durante le loro diverse fasi di vita, potrebbero scomparire. Ciò porterebbe a enormi cambiamenti nella diversità dei pesci nel prossimo futuro, con conseguenze potenzialmente gravi per il funzionamento dell’ecosistema marino, insieme ai beni e servizi che forniscono.

Tutti noi beneficiamo dei combustibili fossili; carbone, gas, petrolio, ma a quale prezzo? Ogni anno nuovi giacimenti petroliferi vengono sfruttati e quantità immense di CO2 riversate nell’atmosfera. Prodotti come i fertilizzanti, usati indiscriminatamente in molte parti del mondo per aumentare i raccolti, una volta raggiunto il mare ne trasformano ampie porzioni in “zone morte”, ovvero carenti si ossigeno. Quella del Golfo del Messico è una delle più famose ma si stiamo che ne esistano ormai più di 400 nel mondo.

Leggi anche il nostro articolo: “Gli oceani si sono ammalati”

La zona morta (in giallo) nel Golfo del Messico. Crediti: Ocean for future

 

Madison Stewart: Shark Girl

Madison Stewart è una giovane filmmaker subacquea, divemaster e conservazionista australiana che ha deciso di dedicare la propria esistenza alla salvaguardia dell’oceano ed, in particolare, di alcuni suoi abitanti: gli squali. Avendo trascorso gran parte della sua infanzia in acqua ed avendo visto le drammatiche conseguenze dell’impatto antropico sugli ecosistemi marini, la passione di Madison per l’oceano è diventata una vera e propria missione nella vita.

Nel 2019, in Indonesia, crea la Project Hiu Foundation, con lo scopo di convertire i pescatori di squali in guide nel settore dell’eco-turismo.

Leggi anche il nostro articolo: “Mission Blue: gli oceani spiegati in un documentario”

Madison in uno dei mercati di squali a Lombok

Il problema di molte realtà attiviste, infatti, è l’approccio con il quale denunciano certe ingiustizie; spesso viene puntato il dito contro le persone sbagliate, ovvero l’ultimo anello della catena. Davanti a tanta barbarie non si riesce a comprendere che gli stessi carnefici non siano i nemici ma la chiave per un reale cambiamento.

Le maggiori richieste di pinne e carne di squalo provengono dalla Cina, Australia e Stati Uniti. Il mercato della pesca agli squali ha trovato terreno fertile in Indonesia e, proprio a causa della povertà dilagante, molte famiglie sono costrette a ripiegare su questa pratica, rischiando la vita in mare per settimane.

Crediti: Project Hiu

Project Hiu ha dato a questi pescatori un’altra possibilità, impiegando alcuni di loro nell’area di Lombok, aiutando l’isola e la scuola locale con materiali didattici, acqua pulita e beni primari di cui una comunità povera necessita. “E’ stato il mio modo più efficace per influenzare il commercio degli squali” afferma. Non è stato di certo un processo veloce, ma alla fine è riuscita a trattenere le barche di un pescatore e della sua famiglia per un anno intero.

Documentari e libri

Quale modo migliore per celebrare questi meravigliosi universi liquidi se non attraverso l’informazione? Conoscere meglio gli oceani e capire la loro importanza ci permetterà di pretendere una loro maggiore tutela.

Documentari:

  • Chasing coral
  • Mission blue
  • Our planet (acque costiere e mare aperto)
  • A plastic ocean
  • Sharkwater
  • Pacificum
  • Una scomoda verità 1 e 2
  • Before the flood

Libri:

Decreto rilancio: le misure per l’ambiente

decreto rilancio ambiente

Quella del Covid-19 è stata una crisi senza precedenti, che ha costretto il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte a firmare il Decreto Rilancio. Il Decreto prevede una serie disposizioni per permettere all’economia italiana di ripartire. È anche, però, un’opportunità per mettere in atto delle pratiche virtuose ed iniziare la transizione verso un’economia a favore dell’ambiente.

Il decreto rilancio per l’efficienza energetica degli edifici

Il provvedimento maggiore è sicuramente quello che riguarda il sistema edilizio. Lo Stato infatti rimborserà il 110% degli interventi di efficientamento energetico sostenute dal 1° luglio fino al 31 dicembre 2020. I soldi verranno rimborsati in cinque quote annuali.Tali interventi sono:

  • Isolamento termico. La spesa per questa operazione deve ammontare ad un massimo di 60.000 moltiplicato per il numero delle unità immobiliari che compongono l’edificio .
  • Sostituzione degli impianti di climatizzazione invernale con impianti centralizzati per il riscaldamento, raffrescamento o fornitura di acqua calda a condensazione. Tutti devono avere un’efficienza almeno pari alla classe A. Ovviamente è valido anche se abbinato all’installazione di impianti fotovoltaici.La spesa per queste operazioni, compreso lo smaltimento degli impianti sostituiti, non deve superare i 30.000 euro.
  • Tutti gli altri interventi di efficientamento energetico già previsti dalla legislazione vigente.

Importante: Ai fini dell’accesso alla detrazione, gli interventi devono assicurare il miglioramento di almeno due classi energetiche dell’edificio. Oppure il raggiungimento della della classe energetica più alta.

  • L’installazione di impianti solari fotovoltaici connessi alla rete elettrica. La spesa massima deve però essere di 48.000 e comunque nel limite di 2.400 per ogni kW di potenza.
  • L’installazione di infrastrutture per la ricarica di veicoli elettrici.
  • Interventi di efficientamento anti-sismico.

Sostegno per le Zone Economiche Ambientali (ZEA)

Il Decreto Rilancio stanzia anche 40 milioni di euro per l’anno 2020 a favore delle micro, piccole e medie imprese che svolgono attività economiche eco-compatibili. Queste comprendono anche le attività di guida escursionistica ambientale che hanno sofferto una riduzione del fatturato a causa del Covid-19. Per ricevere il denaro le imprese e gli operatori devono risultare attivi alla data del 31 dicembre 2019.

Devono inoltre avere sede legale e operativa nei comuni aventi almeno il 45% della propria superficie compreso all’interno di una ZEA. Infine, devono svolgere attività eco-compatibile ed essere iscritti all’assicurazione generale obbligatoria.

Mobilità sostenibile

  • Il governo predispone poi 120 milioni di euro per incentivare la mobilità sostenibile, a fronte della crisi che subirà il trasporto pubblico. A partire dal 4 maggio, con l’acquisto di una bicicletta, anche a pedalata assistita, un segway, un hoverboard o un monopattino, verrà rimborsato il 60% del prezzo originale. Bisogna però essere residenti in un comune con più di 50.000 abitanti. La detrazione è valida per una sola volta a persona.
  • Per gli anni 2021 e seguenti il Programma incentiva la rottamazione di autoveicoli e motocicli altamente inquinanti.
  • Saranno inoltre finanziati i progetti per la creazione, il prolungamento, l’ammodernamento e la messa a norma di corsie riservate per il trasporto pubblico locale e di piste ciclabili.
  • Infine, per le aziende con più di 100 dipendenti e situate in un comune con pi di 50.000 abitanti sarà obbligatorio predisporre un piano spostamenti casa-lavoro entro il 31 dicembre di ogni anno. Dovranno inoltre nominare un responsabile della mobilità aziendale (mobility manager).

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