Il film Downsizing mostra che la tecnologia non è la soluzione

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È molto difficile che un film di poco più di due ore riesca a coprire un tema tanto vasto quanto complesso quale è la crisi climatica e le sue possibili soluzioni. Downsizing, la pellicola fantascientifica del 2017 diretta da Alexander Payne e con protagonista Matt Damon, ce l’ha quasi fatta.

La trama di Downsizing

Il film è ambientato negli Stati Uniti in un tempo che potrebbe essere quello odierno. Forse anche leggermente più avanti nel futuro, quando la crisi climatica sarà un problema riconosciuto ormai in tutto il mondo, anche se nel film ancora in pochi se ne rendono conto o sono disposti a fare sacrifici in merito.

Rimpicciolirsi per evitare gli sprechi

Uno di questi sacrifici sarebbe quello di rimpicciolire la propria stazza, diventando esseri umani minuscoli e vivere in un mondo appositamente costruito per gli small, come vengono chiamati coloro che accettano di sottoporsi al downsizing.

Questa nuova scoperta viene osannata come la soluzione definitiva alla crisi climatica. I motivi sono piuttosto semplici: vi sarebbero più risorse e più spazio per tutti.

Per esempio, all’inizio del film, lo scienziato fautore del downsizing mostra in conferenza stampa un sacco nero pieno di spazzatura, che afferra comodamente con una sola mano. Una quantità che, per capirci, potrebbe essere prodotta da una famiglia di quattro persone in circa una settimana. Quella quantità, rivela poi lo scienziato, è stata prodotta da un gruppo di 35 mini-persone in quattro anni.

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Dalla vita mediocre al lusso sfrenato

Paul Safranek (Matt Damon), un fisioterapista con una vita alquanto mediocre, decide di sottoporsi al downsizing. Certo non senza remore, ma sicuramente con molte speranze ed eccitazione. Il downsizing è infatti pubblicizzato come la porta del paradiso, all’interno del quale gli small possono vivere con tutti gli agi e i lussi che hanno sempre sognato.

Questo perché, appunto, un qualunque prodotto proveniente dal mondo dei big costa molto meno ed è disponibile in maggiore quantità. Safranek si ritrova quindi a vivere, in un primo momento, in una villa gigantesca, con giardino, piscina, e tutto ciò che lui, esponente della classe media americana, non avrebbe mai potuto permettersi.

Una scena del film, in cui uno dei ricchi small ammira la rosa di dimensioni reali del vicino di casa Paul Safranek

I lati oscuri del downsizing

Il downsizing, però, ha anche i suoi lati negativi. Tranquilli, non è uno spoiler. Si capisce sin dall’inizio che qualcosa potrebbe andare storto. A cominciare dal fatto che la colonia dei mini-umani, detta Leisureland (letteralmente “la terra del piacere”) è dipinta come troppo perfetta, e noi sappiamo bene che le realtà perfette non esistono, se non nelle pubblicità.

Se è bello come dicono, perché non lo fa anche lei?

Si può capire però anche da un dettaglio della sceneggiatura, quando la moglie di Paul pone questa domanda, tanto innocente quanto significativa all’impiegata che si occupa della burocrazia del downsizing: “Perché, se è tanto bello come dicono, non lo fa anche lei?”. Lei risponde, tentennando, che il marito è affetto da alcune patologie che renderebbero la procedura medica del downsizing pericolosa, se non impossibile.

Ecco che qui inizia a rivelarsi il primo lato negativo: la pericolosità e l’umiliazione cui gli uomini vengono sottoposti durante la trasformazione da “grandi” a “piccoli”. Passaggi che, ovviamente, vengono sempre taciuti fino al momento della firma, durante il quale, sappiamo anche questo, è ormai difficile tirarsi indietro.

Una scena del fim, durante la procedura medica del “downsizing”.

Vi è poi un altro aspetto negativo, anche questo intuibile da subito, ovvero il distacco dalla società, o meglio, dai propri affetti. Diventare piccoli è infatti un processo irreversibile e rende impossibile, per ovvie ragioni, vivere nel mondo reale. Per questo gli small, seppur abbiano il permesso di viaggiare, dovranno vivere per il resto della loro vita in una comunità appartata, appositamente costruita per loro.

Il downsizing non è una soluzione, ma una fuga

Il terzo e più importante lato negativo del downsizing è anche il tema che conduce alla morale finale. La quale, secondo il mio personalissimo parere, poteva essere dichiarata in modo più deciso.

Il downsizing non è una soluzione alla crisi climatica, bensì una fuga codarda dal problema. Sembra infatti logico che i mini-umani possano condurre una vita lussuosa anche senza preoccuparsi dell’ambiente. Ma è altrettanto logico che non conta la quantità di risorse disponibili, bensì il modo in cui vengono utilizzate e distribuite. O meglio, le quantità contano, ma spesso diventano un capro espiatorio per sviare i problemi reali e più impellenti. Ecco perché.

Non solo aumento demografico

Nel film Downsizing viene più volte additata come causa principale del riscaldamento globale l’aumento della popolazione, senza invece fare riferimento allo sfruttamento sbagliato delle risorse, al loro consumo eccessivo e alla loro distribuzione iniqua.

Certo, quello della crescita demografica è un aspetto che ha contribuito alla crisi climatica e per cui è necessario fare qualcosa. Ma, oltre a non essere l’unico problema, non è nemmeno facilmente risolvibile nel breve periodo.

In più, le risorse che la Terra ci dà sarebbero comunque più che sufficienti per sfamare tutti i 7 miliardi di maxi-umani quali siamo. Quello che però la Terra non può fare è sfamarci tutti con gli standard di vita del mondo occidentale. Ed è proprio questa la causa della crisi climatica attuale: non quanti esseri viventi hanno utilizzato le risorse del pianeta, ma in che modo lo hanno fatto.

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Come si legge in un articolo dell’Huffpost, la fame nel mondo sarebbe causata più da povertà e disuguaglianze e, aggiungerei, dall’utilizzo sbagliato delle risorse, più che dalla scarsità di queste ultime.

Negli ultimi due decenni, il tasso di produzione alimentare globale è aumentato più rapidamente del tasso di crescita della popolazione. Infatti ad oggi il mondo produce abbastanza cibo per nutrire 10 miliardi di esseri umani. Se così non fosse non potrebbe nemmeno spiegarsi l’obiettivo di sviluppo sostenibile fissato dall’ONU “zero fame nel mondo” entro il 2050.

Perché esiste la fame nel mondo

I problemi sono principalmente due. In primo luogo, molte persone non possono permettersi di acquistare questo cibo. In secondo luogo, la maggior parte del grano prodotto industrialmente è destinato ai biocarburanti e ai mangimi per gli allevamenti intensivi, invece che ai milioni di persone affamate. Le quali, con il riscaldamento globale, la mancanza di acqua, i disastri naturali, lo stanno diventando sempre di più. Il tutto per permettere all’occidentale medio di godersi la grigliata domenicale.

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La famosa foto di Kevi Carter “L’avvoltoio e la bambina”, scattata in Sudan nel 1993. Carter ha immortalato un bambino (allora si credeva fosse una bambina) che cerca di raggiungere il centro ONU a pochi chilometri di distanza. Alle sue spalle l’inquietante presenza di un avvoltoio che attende la potenziale preda. Il bambino alla fine ce l’ha fatta, ma il fotografo si è tolto la vita quattro mesi dopo aver vinto il premio Pulitzer per questa fotografia.

Nessuno è disposto a cambiare abitudini

Infatti, anche se a Leisureland i mini-uomini hanno a disposizione una grandissima quantità di cibo, i problemi della società dei big sono rimasti, poiché alle vecchie abitudini conseguano i vecchi problemi. O, come diceva Einstein, non possiamo pretendere che le cose cambino, se facciamo sempre le stesse cose.

Una società in miniatura, non solo letteralmente

Leisureland quindi non è altro che una società in miniatura, non solo letteralmente. Vi sono infatti anche aree della cittadina poverissime, sovraffollate, dove le persone sono sfruttate e costrette ai lavori più umili per permettere ai ricchi nullafacenti di vivere la loro vita agiata.

Troviamo molti altri dettagli della vita a Leisureland che sono tipici anche della nostra società. Per esempio la beneficenza. I ricchi rifilano i loro scarti ai più poveri pensando di fare un’opera di bene. In realtà, però, questa nasconde soltanto un atto di pietà per sentirsi meglio con se stessi e le loro sporche abitudini.

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Il Dio denaro non è cambiato

Il denaro è il protagonista di Leisureland, come lo è della Terra. Se in un primo momento nel piccolo-mondo il valore dei beni potrebbe sembrare minore, in realtà è solo proporzionato. Il valore di una villa, per esempio, è minore dal punto di vista di un maxi-umano, ma per chi vive a Leisureland inizierà, col tempo, a crescere. Per i mini-poveri, infatti, quella villa varrà comunque tantissimo.

In più, il dowsizing non è gratuito. Paul Safranek ha dovuto pagare una certa somma prima di sottoporsi alla procedura, in base ai vantaggi che avrebbe voluto una volta sbarcato a Leisureland. Chi paga di più, ha più vantaggi (villa, piscina etc.). Chi paga meno ne ha meno. Paul Safranek, avendo investito tutti i suoi risparmi, è diventato un privilegiato. Il downsizing, quindi, non farebbe altro che creare nuovi ricchi, nuovi speculatori, nuovi evasori, nuovi mafiosi, con una veloce scorciatoia.

Insomma, una società capitalistica, per quanto piccola sia, rimane una società capitalistica. Se al suo interno vi sono poche persone che hanno tutto, che fanno troppe feste, che mangiano troppo cibo, che sprecano troppe risorse, vi saranno anche altri che, per forza di cose, avranno meno, che puliscono la loro sporcizia, che mangiano i loro avanzi.

Altre tecnologie possibili

Il downsizing è un scoperta scientifico-tecnologica ovviamente improbabile nella realtà. Ciò non toglie che scienziati e investitori hanno già cercato di mettere a punto nuove tecnologie per fermare il riscaldamento globale velocemente ma soprattutto senza sforzi.

Una di queste è quella promossa da Bill Gates di “oscurare il sole“. Questo fenomeno avviene già naturalmente ogni qualvolta un vulcano erutta, poiché rilascia solfati nell’atmosfera che fungono da minuscoli specchietti i quali riflettono i raggi solari. Di conseguenza, dopo ogni eruzione vulcanica, vi è un abbassamento delle temperature. La soluzione “tecnologica” quindi sarebbe quella di spruzzare solfati in un intero emisfero, così da creare una gigantesca barriera per i raggi solari.

Il vucano Pinatubo, nelle Flippine, eruttò nel 1991 e causò migliaia di morti per i problemi ambientali che ne derivarono.

Ma, senza contare la tristezza di non poter più vedere un cielo terso e azzurro sopra le nostre teste, questa soluzione non agirebbe sulle cause del riscaldamento globale, ma soltanto sul riscaldamento globale. In poche parole, le estrazioni petrolifere e il carbonio nell’atmosfera continuerebbero ad aumentare, provocando morti per malattie polmonari, acidificazione degli oceani, disuguaglianze sociali ed economiche, guerre e così via. Proprio come in Downsizing.

In più vi sono altre conseguenze negative per il clima, ad esempio il fatto che un abbassamento repentino della temperatura comporterebbe il blocco della stagione dei monsoni nelle zone equatoriali e, quindi, ancora più siccità e carestie.

Quale soluzione, allora?

L’unica soluzione è, come sempre, la via più lunga, ma spesso anche la meno tortuosa. Ovvero il cambiamento radicale delle nostre abitudini di vita, dei nostri sistemi economici, del nostro background culturale. Un’altra verità che Downsizing rivela è che la mentalità per cui essere ricchi significa avere soldi è profondamente sbagliata.

Molte delle persone che stanno intraprendendo le più fiere battaglie contro le estrazioni petrolifere sono, secondo i parametri tradizionali, povere. Tuttavia, sono decise a difendere una ricchezza che la nostra economia non ha ancora trovato modo di quantificare.

“Le nostre cucine sono piene di marmellate e di conserve fatte in casa, sacchi di noci, ceste di miele e formaggio, tutti prodotti da noi” ha raccontato a un giornalista Doina Dediu, una paesana rumena che protestava contro il fracking. “Non siamo neanche così poveri. Forse non abbiamo soldi, ma abbiamo acqua pulita e siamo in salute e vogliamo solo essere lasciati in pace”.

Un equilibrio prezioso

La Terra ha un equilibrio prezioso, che comprende una miriade di componenti che devono essere rispettati, che hanno uguale valore e che costituiscono un anello della catena esattamente come gli altri. Non vi sono, nella logica della natura, i privilegiati e i non. Le società umane, grandi o piccole che siano, non sono altro che uno spaccato del mondo. Per questo devono seguire le sue stesse regole e non vi è altra via d’uscita se non l’estinzione della specie.

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20 canzoni sulla natura, sull’ambiente e l’impegno dei cantanti

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Ieri era l’Earth Day, la giornata mondiale della Terra, ma come dice lo slogan “Earth Day is everyday”. Per questo, abbiamo deciso di raccogliere le canzoni sull’ambiente e sulla natura più famose, così da avere una sorta di “playlist green” che ci accompagni nella vita di tutti i giorni. Oltre a ciò, vogliamo segnalare gli artisti italiani e stranieri che si stanno impegnando per rendere la propria produzione più sostenibile e che provano a sensibilizzare i fan attraverso la musica. Anche la musica, infatti, ha un impatto ambientale e, cosa più importante, può contagiare le persone tramite la potenza delle note e delle parole.

canzoni sulla natura

Leggi il nostro articolo: “Earth Day 2020, 50 anni di lotta per l’ambiente”

20 canzoni sull’ambiente e sulla natura

Ecco una selezione di canzoni sulla natura e sull’ambiente, italiane e straniere, di fama mondiale (potete ascoltare la Playlist completa nel nostro canale Youtube al seguente link):

1. Piero Pelù – Picnic all’inferno (2019)
2. Adriano Celentano – Il ragazzo della via Gluck (1966)
3. Pierangelo Bertoli – Eppure soffia (1975)
4. Neil Young – Mother Earth (1990)
5. Michael Jackson – Earth Song (1995)
6. Joni Mitchell – Big yellow taxi (2002)
7. Jovanotti – La vita vale (2002)
8. Giorgia – Mal di terra (2007)
9. Laura Pausini – Sorella terra (2008)
10. RIO e Fiorella Mannoia – Il gigante (2010)

11. Bob Dylan – A hard rain’s gonna fall (1963)
12. Nomadi – Ricordati di Chico (1991)
13. Paul McCartney – Despite repetead warnings (2018)
14. Zen Circus – Canzone contro la natura (2014)
15. Sergio Endrigo – Ci vuole un fiore (1974)
16. Eddie Vedder – Society (2007)
17. Bjork – Earth Intruders (2007)
18. Marvin Gaye – Mercy mercy me (The Ecology) (1968)
19. REM – Cuyahoga (1985)
20. Pearl Jam – Whale song (1999)

Non solo canzoni sull’ambiente e sulla natura. Le iniziative dei cantanti

Sono tanti i cantanti che stanno cercando di fare qualcosa in campo ecologico. Infatti, scrivere canzoni sulla natura e sull’ambiente non è l’unica opzione. I cantanti possono contribuire alla causa in molteplici modi. L’iniziativa che ha fatto più scalpore proviene dall’estero. Nel 2019 i Coldplay hanno annunciato che non faranno il tour del loro nuovo album, Everyday Life, finché non troveranno il modo di ridurre drasticamente l’impatto dei concerti:Non andremo in tournée con questo album. Abbiamo deciso di prenderci un po’ di tempo, un anno o due, per capire come il nostro tour, oltre a diventare sostenibile, possa portare benefici concreti”.

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Il mondo della musica infatti non ha un’impronta ecologica irrilevante. Pensate agli aerei, agli impianti di alimentazione negli stadi, alla plastica monouso utilizzata sia dalle band che dai milioni di spettatori presenti ai concerti. Proprio sulla plastica ha posto la sua attenzione il cantante italiano Marco Mengoni. Durante i suoi ultimi tour ha intervallato la scaletta delle canzoni con monologhi per spronare il pubblico a smettere di consumare prodotti di plastica monouso e, più in generale, per riflettere sull’impatto devastante che sta avendo l’uomo sulla natura.

Jovanotti: “Non voglio cambiare pianeta”

Il tema della plastica nei concerti è stato affrontato anche da Jovanotti, seppur il suo tour nelle spiagge abbia sollevato non poche polemiche sul fronte ambientale. Il Jova Beach Party è stato sulla carta organizzato per aver un bassissimo impatto ambientale, tanto che il partner principale dell’iniziativa era proprio il WWF. Durante l’estate però, gli sono state rivolte numerose accuse, soprattutto per quanto riguarda i danni arrecati alla flora e alla fauna. Ricorderete, fra tutte, la polemica sul fratino. Al di là di ciò, Jovanotti ha sempre parlato del bisogno di riconnettersi con la natura, fin dai suoi primi album. Domani uscirà su RaiPlay un video-documentario da lui girato in bici fra Cile e Argentina che si chiama “Non voglio cambiare pianeta”.

canzoni sulla natura

Leggi il nostro articolo: “WWF e Jova Beach Party: una collaborazione rivedibile”

Fiorella Mannoia ed Elisa, in dialogo con Fridays For Future

Due cantanti italiane che da anni si spendono a favore dell’ambiente sono Fiorella Mannoia ed Elisa. La prima ha di recente prestato la sua voce per il cortometraggio sull’acqua “Qualcosa si è rotto”. La seconda sta provando ad attuare una rivoluzione complessiva per quanto riguarda la produzione musicale. Qualche settimana fa ha partecipato ad una diretta del Cameretta Tour 2020, organizzato da Fridays For Future Italia (potete riguardare l’intervista qui). Dialogando con uno degli attivisti, Elisa ha voluto ricordare che i cantanti svolgono un ruolo fondamentale nella crisi climatica, dato il grande pubblico che li segue e il potenziale di contagio che può avvenire attraverso la musica.

Nel concreto, fra le varie iniziative portate avanti dalla cantante, segnaliamo il fatto che il vinile del suo ultimo album Secret Diaries abbia un imballaggio totalmente plastic-free. Ma, ancora più rilevante, Elisa sta portando avanti il suo progetto per uno studio di registrazione totalmente eco-friendly. Costruito con i criteri della bioedilizia, l’edificio sarà alimentato tramite pannelli solari e diventerà uno spazio aperto ai giovani artisti per coltivare il proprio talento. Se dovesse essere realizzato, Elisa dimostrerebbe al mondo della musica che cambiare si può e che bisogna fare molto più di qualche piccolo gesto simbolico.

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Servono altre canzoni sull’ambiente e sulla natura e un coro unanime

Altri colleghi, come la giovane Francesca Michielin, stanno portando avanti iniziative simili, per esempio partecipando a piani di riforestazione e invitando i propri followers a fare lo stesso. Queste iniziative sono alquanto lodevoli e non aspettano altro che essere imitate. Noterete però, dall’elenco fatto sopra, che le canzoni sull’ambiente e sulla natura l’ambiente si possono contare sulle dita di quattro mani; tra l’altro, molti dei titoli sono dello scorso secolo. Alcune canzoni ci saranno sfuggite di certo, ma è evidente che la musica può fare molto di più.

Tramite la propria voce, i cantanti possiedono la magia di cambiare le persone, modificando umore, sentimenti e abitudini. Sarebbe quindi auspicabile che riempissero i loro testi di riferimenti naturali e usassero il proprio talento per parlare della crisi climatica. Ad esempio, i grandi artisti italiani potrebbero dedicare all’ambiente un singolo corale, così come era stato fatto con Domani per il terremoto in Abruzzo.

Piero Pelù: un omaggio a Greta

L’esempio più recente di canzone impegnata per l’ambiente è Picnic all’inferno di Piero Pelù. Lo scorso ottobre ha pubblicato questo singolo in cui “duetta” con Greta Thunberg: le sue parole sono intervallate da alcune parti del discorso che Greta ha tenuto a Katowice nel 2018, fra cui l’ormai celebre slogan: You are never too small to make a difference. Piero Pelù chiama Greta “piccola guerriera scesa dalla luna” perchè, come ha detto lui stesso al Corriere della Sera, è rimasto colpito dalla determinazione del suo messaggio.

Che sia con una canzone coraggiosa come questa o tramite la modifica dei metodi di produzione e riproduzione della propria musica, invitiamo i cantanti a non sprecare la grande opportunità che è stata data loro. La musica è capace di trasmettere un messaggio in modo molto più diretto e veloce di qualsiasi report scientifico. Nella lotta per la giustizia climatica, servono note, melodie e ritornelli che ci ricordino ogni giorno la strada da percorrere.

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L’UE sceglie BlackRock come arbitro della finanza green

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Un discutibile consulente: BlackRock

Torniamo a parlare del gigante BlackRock, la maggiore società d’investimento al mondo, la quale ha annunciato, qualche tempo fa, di voler legare il suo nome a quello degli investimenti sostenibili. La Commissione Europea deve aver preso sul serio l’impegno della società di trading. E’ infatti cronaca recente l’assegnazione al colosso statunitense del compito di vigilare sulla corretta integrazione dei criteri di sostenibilità ambientale nelle strategie del sistema bancario europeo. Il compenso pattuito per la prestazione di BlackRock è piuttosto esiguo, a questi livelli: 280mila euro. Naturalmente, il valore dell’incarico trascende ampiamente il risvolto economico.

La sede di BlackRock, a Manhattan.

Impegni mai concretizzati

Finora, però, BlackRock non ha fatto seguire azioni significative al suo impegno nella tutela ambientale. Aldilà dell’annuncio, applaudito da molti, di impegnarsi in prima linea perché l’ambiente diventasse criterio basilare all’interno di una strategia d’investimento, BlackRock si è limitata a stanziare dei fondi ETF, tramite la sua divisione iShares e poc’altro. Tutto questo senza mai uscire dal settore dei combustibili fossili, ove vanta ancora importanti quote. Praticamente, non vi sono consigli d’amministrazione di grandi aziende petrolifere ove non sieda un rappresentante dell’azienda. BlackRock detiene il 4,8% di Chevron e ConocoPhilips, il 4,5% di Exxon Mobil e il 5% di Petrobras.

Le partecipazioni aziendali nel settore ammontano a poco meno di 90 miliardi di dollari. Ciò è probabilmente inevitabile quando gestisci un portafoglio di ben 7mila miliardi di dollari, cifra piuttosto difficile da quantificare per chi è esterno alle alte sfere della finanza. Ciò non toglie, però, che quando hai una tale ricchezza legata al petrolio, sorgano seri dubbi riguardo ad un ruolo da paladino ambientale. Il quotidiano britannico Guardian ha provato a fare i conti in tasca a BlackRock, a seguito della svolta ambientale. Secondo la testata, il gruppo controllerebbe indirettamente oltre 3 miliardi di barili di greggio, 1300 tonnellate di carbone e 622 miliardi di metri cubi di gas. Inutile dire che questi dati non ci fanno pensare esattamente alla tutela ambientale come principio di strategia d’investimento.

Il potere economico/ finanziario di BlackRock è immenso, non trovo altre parole, dunque la società potrebbe davvero favorire decisioni concrete per la salvaguardia ambientale.

Chi è BlackRock?

Naturalmente chiunque abbia seguito, su queste pagine, i precedenti articoli relativi al gigante del trading, ha ben presente le dimensioni di BlackRock. Per agevolare però il compito del nuovo lettore, così come per ribadire quanto sia grosso il pesce di cui stiamo parlando, riportiamo qualche dato.

L’azienda è nata nel 1988 per mano di un trader come tanti, chiamato Laurence Fink, per tutti Larry. Insieme a una dozzina di colleghi, Fink ha una intuizione che si rivelerà essere geniale, nonché fonte di una ricchezza smisurata. Si dimette dal suo ben pagato posto di consulente a Manhattan per seguire il suo intuito e creare BlackRock. Nella vita, quando ci si trova al posto giusto nel momento giusto, capitano queste sliding doors imprevedibili. Come quando Bill Gates chiese al suo vicino un prestito per aprire la sua azienda, promettendogli un 20% dei futuri guadagni e il vicino accettò. Come quando Steven Spielberg, dopo aver visto in anteprima Star Wars, firmò un accordo con George Lucas nel quale cedeva al titolare di Lucasfilm il 3% dei futuri introiti del suo Incontri ravvicinati del terzo tipo, in cambio della stessa percentuale sui futuri guadagni della saga western – fantascientifica.

Da un’intuizione, da un azzardo è nata la fortuna di Fink.

BlackRock conta oggi 13.900 impiegati in 30 Paesi. Gestisce circa 6300 miliardi di dollari, un terzo dei quali soltanto in Europa, che rappresentano più del pil di Francia e Spagna. Sommati. Si stima che Aladdin, software aziendale sviluppato per la gestione dei rischi, sia capace di controllare indirettamente altri 20mila miliardi di dollari. Banche centrali del vecchio continente e istituzioni europee si rivolgono puntualmente a BlackRock per consigli finanziari. Ogni legge che abbia a che fare con finanza ed economia, approvata dalla UE, ha subito a qualche livello l’influenza del colosso statunitense. Il deputato liberale tedesco, Michael Theurer, ha affermato: “Le dimensioni di Blackrock ne fanno un potere di mercato che nessuno Stato può più controllare.”

Il peso di BlackRock nel settore del fossile, elaborazione e grafica: The Guardian

Capitalismo e società

BlackRock rappresenta la quintessenza del capitalismo schiacciatutto. In un libro sulla finanza scritta da Heike Buchter, giornalista tedesca, tre anni fa, si legge: “Comincia quando ti alzi la mattina. Prendi i cereali con il latte. Ti vesti. Ti infili le scarpe. Prendi l’auto e vai al lavoro. Accendi il computer. Usi il tuo iPhone. In ognuno di questi momenti, BlackRock è presente.” Difficile darle torto.

La roccia nera, in Europa, possiede quote nell’energia. Nei trasporti. Nelle compagnie aeree. Nell’agroalimentare e nell‘immobiliare. Possiede una cospicua fetta di bond del debito pubblico italiano, come riporta la Reuters citando il database Thomsons One consultato da Investigate Europe. Naturalmente, però, Banca d’Italia preferisce non diffondere questa notizia, con il benestare di BlackRock. In ognuna delle prime dieci banche europee, Fink è azionista di peso. Nel caso di Deutsche Bank è il primo azionista, in quello di Intesa San Paolo il secondo. Ovunque vada, il ceo di BlackRock è accolto come un capo di Stato, si chieda a Matteo Renzi in merito a quella cena privata del 2014. L’Europa chiede a Fink di continuare a investire nel vecchio continente, lui chiede al’Europa di non intralciare i suoi affari con troppe leggi e controlli. Una mano lava l’altra. Entrambe lavano il viso.

Larry Fink accanto a Mario Draghi, al Forum di Davos nel 2014. Foto: Flickr

Leggi il nostro articolo: “New York, bocciata la barriera protettiva per l’innalzamento del mare.”

BlackRock, lo scoglio sicuro

Quis custodiet ipsos custodes, domandava Platone, chi controllerà i controllori? Non sono in molti a preoccuparsi di questo aspetto. Tutt’altro, in Europa, BlackRock è visto come uno sbocco ancor più allettante della grande politica.

George Osborne, che è stato ministro delle Finanze britanniche tra il 2010 e il 2016, ha ora un contratto da consulente con la società. Guadagna moltissimo, naturalmente. La riforma delle pensioni del Regno Unito, quella che ha liberato un mercato di fondi pensionistici ammontante a circa 25 miliardi di sterline porta la sua firma. I rappresentanti dell’azienda sono stati incontrati a più riprese, mentre la stendeva. Frederic Merz, ex capogruppo della CDU al Bundestag, ha ora un contratto con BlackRock. Philippe Hildebrand, ex governatore della banca centrale svizzera, lavora adesso per Fink. Jean-Francois Cirelli, esponente di punta di BlackRock è anche consulente del presidente francese, Emmanuel Macron.

In definitiva, per usare le parole di Daniela Gabor, ricercatrice dell’Università del West England a Bristol che si occupa di legislazione finanziaria anche per conto di Bruxelles: “BlackRock non è solo una storia di fondi passivi. E’ la storia di un potere politico.”

Riproponiamo un breve video sul potere di BlackRock in Europa, già condiviso su queste pagine qualche tempo fa, quando abbiam parlato della società

La questione ambientale

Dopo aver delineato questo identikit della società, torniamo al focus iniziale: la questione ambientale e i dubbi relativi alla nomina da parte della Commissione. Durante il lustro appena concluso, 2015 – 2019, all’interno dei cda di cui fa parte, BlackRock si è opposta all’80% delle mozioni che spingevano per più attente politiche ambientali. Se si confronta questa percentuale con quella dei maggiori asset manager mondiali, ci si accorge che è la più bassa. Nello stesso periodo, le emissioni di CO2 dei suoi gruppi partecipati hanno continuato a salire, si stima del 38% dal 2015 ad oggi. Non certo poco.

Il colosso della finanza, però, si è impegnato per costruirsi una sorta di verginità ecosostenibile, come abbiamo scritto nei mesi passati. A Bruxelles hanno creduto a questo rinnovato impegno. Vorremmo tanto poterlo fare anche noi. Aziende così grandi hanno il potere di sfoggiare l’artiglieria pesante nella battaglia per il clima. A parole hanno mostrato la volontà di volerlo fare, e ne siamo ben lieti. Ora non occorre che far seguire ad esse fatti concreti. Il consulente BlackRock si metterà all’opera non appena la pandemia consentirà la ripartenza a pieno regime dell’Europa. Probabilmente, vaglieranno alcune misure anche prima della celeberrima fase 2. Non ci resta che attendere le mosse del trader, auspicando che davvero mettano la questione ambientale di fronte al proprio salvadanaio. Dubitarne resta però legittimo.

Leggi il nostro articolo: “Dakota Access: l’oleodotto della discordia”

Bocciato ampliamento aeroporti di Heathrow e Firenze: progetto illegale

Aerei della British Airways a Heathrow

Heathrow il gigante

L’Aeroporto di Londra Heathrow, noto più o meno a tutti essendo il principale approdo ad una delle città più visitate del pianeta, è il settimo aeroporto mondiale e il primo per volume di traffico in Europa. Una rapida visita al sito ufficiale dell’aeroporto ci restituisce i dati relativi ai suoi passeggeri annuali. Ogni 12 mesi, da quelle parti, passano tra i 70 e gli 80 milioni di persone. Non ci sono aeroporti al mondo che registrano un maggior numero di visitatori internazionali. Heathrow è il principale landing spot della capitale britannica ed è hub di due compagnie aeree importanti come British Airways e Virgin Atlantic. Il sistema aeroportuale londinese è il più trafficato a livello mondiale e ciò rende l’Inghilterra, e di riflesso l’intero Regno Unito, sempre che unito rimanga davvero, una sorta di hub mondiale del trasporto aereo, con status ufficialmente riconosciuto dalle compagnie aeree del globo.

L’aeroporto di Heathrow è situato circa 30 km ad ovest del centro di Londra, occupa una superficie di oltre 12 km quadrati e si compone di due piste parallele, in direzione est – ovest, sviluppate accanto ai terminal. Ciò è particolarmente rilevante per la community dell’Ecopost in quanto, proprio in queste settimane, si discuteva di un ulteriore ampliamento aeroportuale. Tale ipotesi, ad ogni modo, sembra esser decaduta ora che il progetto di ampliamento è stato dichiarato illegale.

Mappa dell’aeroporto di Heathrow; Foto: Pinterest

La longa manus della Brexit

Come sanno anche i muri, in Gran Bretagna si stanno oliando gli ingranaggi che porteranno il Regno Unito, al termine del 2020, fuori dall’Unione Europea. Il fautore della Brexit, nonché primo ministro, Boris Johnson, ha indicato la via della prosperità britannica in uno sviluppo senza precedenti dell’economia e della finanza. Una sorta di Britain First che sta generando più ombre che luci, agli occhi di tutti tranne che di quei britannici che l’hanno votata nel 2016.

Oltre a rappresentare la principale negazione ad un avveniristico ed incoraggiante progetto di democrazia e cooperazione sovrannazionale, com’è la UE – nonostante i suoi non pochi problemi – la Brexit potrebbe infatti finire con il rivelarsi un clamoroso autogol, per alcuni analisti addirittura il peggiore errore dai tempi della repressione indiana. C’è molta divisione sul futuro del Regno Unito, e forse interpretare la Brexit come una sorta di controparte economica del massacro di Amritsar è forse eccessivo, comunque, di fronte a Johnson e ai suoi connazionali, non sembrano esserci mesi semplici.

A detta di alcuni, un ruolo importante nella nuova strategia britannica, avrebbe dovuto rivestirlo l’espansione dello scalo di Heathrow. Se n’è detto più che convinto il ceo dell’aeroporto, John Holland – Kaye, in un recente intervento. A suo dire: “La Gran Bretagna non può portare a termine i progetti del governo a meno che non vengano accelerati i piani per costruire una terza pista. Heathrow è fondamentale per il futuro dell’economia. Ampliare i rapporti economici con Asia, Cina, India e Sud America è vitale. Dobbiamo essere chiari mentre pianifichiamo la visione di un Regno Unito globale tramite la Brexit. Nessuna espansione di Heathrow, nessuna Gran Bretagna globale.” Holland – Kaye, ad ogni modo, ha tutto l’interesse a tirar proverbialmente acqua al proprio mulino.

John Holland – Kaye, Foto: The Guardian

La questione third runway

Fu il dimissionario governo guidato da Theresa May ad autorizzare inizialmente l’espansione dello scalo di Heathrow. In seguito alle note vicissitudini politiche britanniche, l’autorizzazione fu messa in stallo e, nella giornata di giovedì 27 febbraio, abbiamo avuto l’atteso pronunciamento della corte suprema a riguardo. Nel 2018, ai tempi del semaforo verde del governo May, numerose associazioni ambientaliste si mossero, per vie legali, nei confronti di una decisione che apparì da subito criminale, in termini ambientali.

La motivazione della sentenza emessa dal giudice Lindblom, membro dell’alta corte del Regno Unito recita, nel suo passaggio più significativo: “E’ necessario che la segreteria di Stato tenga in considerazione gli accordi di Parigi. La pianificazione statale non ha tenuto conto della sottoscrizione di tali accordi”. La realizzazione della terza pista, infatti – intervento da 40 milioni di sterline – avrebbe consentito il transito di 700 voli giornalieri aggiuntivi dal 2028, con tutto quel che ne consegue in termini di emissioni inquinanti.

Holland – Kaye e la sua idea di espansione di Heathrow, in una intervista di qualche anno fa

Boris Johnson e Heathrow

Nonostante i proclami di Holland – Kaye e dei suoi colleghi, non è affatto vero che la Gran Bretagna abbia bisogno di un’espansione di Heathrow. Più che avere uno scalo titanico e molti altri medio – piccoli, avrebbe più senso potenziare l’intera rete regionale del Regno Unito. In tal modo, si riuscirebbe ad avere un sistema aeroportuale più potente sull’intera isola. Quando era sindaci di Londra, Boris Johnson si era apertamente schierato contro la third runway. Aveva personalmente portato avanti una campagna di lotta all’idea della terza corsia, assieme al suo vassallo di mille battaglie, ora Ministro per l’Ambiente, Zac Goldsmith. Se il cognome del Ministro accende qualche lampadina al lettore interessato di finanza, ricordo volentieri allo stesso che sua moglie (la seconda) si chiama Alice Rothschild, giusto per dare una prova del 9 di quale sia il background di Goldsmith.

Nell’anno 2015, da sindaco di Londra in chiusura di mandato, BoJo era stato cristallino nell’esprimere la sua opinione in merito all’ampliamento dell’aeroporto. Con la sua caratteristica dialettica, affermò che si sarebbe steso di fronte ai bulldozer, al fine di impedire l’inizio dei lavori.

Boris Johnson, spesso chiamato semplicemente BoJo, primo ministro britannico, Foto: Wired

Il Primo Ministro e l’ambiente

Diversamente da quanto si possa pensare, soprattutto se si segue poco la politica britannica, Johnson è stato un buon sindaco. Londra era naturalmente già Londra prima di lui ma BoJo è riuscito a svilupparla sotto ogni aspetto. Economia, turismo, urbanistica, viabilità, sicurezza… lo staff di Johnson mise mano ad ogni dossier. Una narrazione europeista e superficiale vuole farci passare Boris come il Trump di Londra, enfatizzandone gli aspetti negativi. Tale analisi non è interamente corretta. L’ex giornalista ha una visione economica molto simile a quella dell’inquilino della Casa Bianca, ciò è indubbio. Vi sono però anche sensibili differenze. Ambientalmente parlando, seppur BoJo sia sempre stato abbastanza ambiguo, occorre ricordarlo come quello che andava al lavoro in bicicletta ogni giorno, quando era mayor. Egli ha affermato più volte di voler portare la Gran Bretagna ad emissioni zero entro il 2050. Teniamo presente il quadro completo, non soffermiamoci alla sua pregevole cornice.

In questa ottica, una espansione di Heathrow avrebbe poco senso. Johnson e Goldsmith ora hanno in mano le redini del Paese, dovranno dar seguito alla loro battaglia e dimostrare che le loro belle parole non fossero soltanto tali. E’ lecito dubitare di un figlio del capitalismo più becero e forsennato come Ministro per l’Ambiente e di un conservatore protezionista come Primo Ministro. Come già accennato però, Johnson ha sovente tirato in ballo l’ambiente e ha lasciato trasparire una certa sensibilità al tema.

Nonostante la sentenza, non è detto che questa storia sia chiusa. Una spokeswoman di Heathrow, infatti, ha subito dichiarato che i suoi datori di lavoro faranno ricorso. Dallo scalo sottolineano come la corte si sia appellata solo alla questione del cambiamento climatico, non dipendente dal solo traffico aeroportuale londinese, senza far cenno alcuno ai problemi di inquinamento atmosferico e acustico.

Da sindaco di Londra, Johnson era solito recarsi al lavoro in bicicletta, Foto: Politico

I risvolti ambientali di una espansione di Heathrow

Una sezione intera, sul sito dell’aeroporto di Heathrow, è interamente dedicata alla tematica ambientale. Lo staff dello scalo ammette le proprie responsabilità, come importante attore dell’industria dell’aviazione, riguardo al surriscaldamento globale. Accanto a ciò si dice anche consapevole del fatto che la sua impronta di carbonio sia parte integrante della questione. D’altra parte, comunque, afferma di avere una carbon strategy seriamente avviata per supportare i viaggiatori di oggi e domani, dall’utilizzo di energie rinnovabili alla scelta di combustibili sostenibili. Sfortunatamente, però, nessuna di queste misure cambia il fatto che l’industria dell’aviazione è il principale inquinante mondiale. E buona parte dell’industria dell’aviazione passa da Heathrow.

A Londra la questione Heathrow scotta da tempo. L’aeroporto è già la principale fonte di inquinamento per la comunità, trovandosi in una posizione piuttosto desueta per un hub così vasto. Heathrow è infatti circondato da case, autostrade e infrastrutture viarie di capitale importanza, nella zona più densamente abitata dell’intero Paese. Naturalmente è difficile non essere circondato da infrastrutture, in un’area urbana che conta oltre 8 milioni e mezzo di abitanti come Londra, ma gli altri aeroporti londinesi non presentano lo stesso problema, trovandosi in zone meno popolate. Lo scalo genera inquinamento dell’aria e inquinamento sonoro, oltre al chiaro rischio sicurezza dovuto a voli intercontinentali che atterrano e decollano da una simile metropoli. La terza pista, comunque, non è solo affar di Londra.

Extinction Rebellion ha protestato per mesi contro l’ampliamento di Heathrow

L’ampliamento dell’aeroporto come questione nazionale

L’accentramento di investimenti su Londra e il suo vicinato e il monopolio economico del Sud del Paese, sono storia vecchia nel Regno Unito. Madre di tutti i problemi britannici è, probabilmente, l’aura della City, il distretto finanziario di Londra sede di banche, fondi di investimento e società di brokeraggio che operano sull’intero scacchiere mondiale. Il fior fiore degli economisti britannici è convinto che lo sviluppo economico e la prosperità britannica, nel prossimo futuro, passino da qui. Johnson e i suoi ministri sono d’accordo, per cui, un ulteriore potenziamento delle infrastrutture londinesi è, sostanzialmente, auspicato da chiunque.

La costruzione della terza pista porterebbe però strascichi deleteri all’aviazione britannica. Aeroscali come quello di Manchester, di Birmingham e delle East Midlands, di Newcastle e di Leeds Bradford, vedrebbero una brusca riduzione del loro traffico. Oltre alla chiara ricaduta economica sugli aeroporti stessi, ciò comporterebbe anche delle difficoltà per ogni compagnia e azienda che non operi su Londra. Persino passeggeri privati e turisti avrebbero delle complicazioni; chiunque non fosse diretto a Londra si vedrebbe costretto ad arrivare a Heathrow e poi sobbarcarsi chilometri di strada su un altro mezzo per giungere a destinazione. Accade già abitualmente così oggi, figurarsi con 700 ulteriori voli sulla capitale.

Le conseguenze della sentenza

Il Regno Unito non può certo onorare il proprio impegno nella lotta al cambiamento climatico, costruendo una terza pista in uno degli aeroporti più trafficati al mondo. Fatte le dovute proporzioni, questa affermazione resta valida ovunque, atteniamoci però al Regno Unito in queste righe. Nel render nota la propria decisione, la corte non ha comunque vietato ogni ampliamento dello scalo. Essa si è limitata a decretare come il progetto varato nel 2018, non sia in alcun modo compatibile con il contenimento dell’aumento della temperatura mondiale al di sotto degli 1.5 gradi centigradi. La corte non esclude la possibilità di riproporre un’espansione ambientalmente meno invasiva. Naturalmente, lo stesso consesso ha chiarificato di non sapere se ciò sia possibile.

Ad oggi, come ci ricordano gli attivisti britannici, si vedono solo tre possibili strade qualora si procedesse con l’apertura della terza pista. La prima sarebbe la sconfitta nella battaglia al surriscaldamento globale; la seconda sarebbe la limitazione delle emissioni da qualche altra parte, ovvero la chiusura di qualcuno degli altri scali dello UK citati prima; la terza sarebbe l’impossibilità dell’utilizzo della terza pista, in quanto troppo inquinante, dopo la sua realizzazione. L’ultima possibilità rappresenterebbe un incredibile capitolazione della società al capitalismo estremo, la costruzione di un elefante bianco, di una incredibile ed inspiegabile cattedrale nel deserto innalzata tramite un assurdo spreco di suolo e risorse. Ne uscirebbe, sostanzialmente, un’opera senza alcun senso come quelle che, ahinoi, ben conosciamo in Italia; dove ne contiamo oltre 60.

Una vittoria per gli ambientalisti, lo stop al progetto della terza pista

Il caso Heathrow come apripista

Il sistema giudiziario britannico è molto influente nel resto del mondo; si pensi a quanti sistemi sono modellati a sua immagine e somiglianza, nel Commonwealth e non solo. La decisione sulla terza pista presa in questi giorni, dunque, potrebbe rappresentare un importante precedente. Questa sentenza può potenzialmente influenzare decisioni future in molti dei 195 Paesi che sugli accordi di Parigi hanno apposto la propria firma.

Una buona notizia che si somma a quella della bocciatura dell’ampliamento dell’aeroporto di Firenze da parte del Consiglio di Stato che si è pronunciato a sfavore della richiesta di Toscana Aeroporti. Il ricorso che era stato presentato non ha consentito al Ministero dell?Ambiente di fare “una corretta valutazione di compatibilità ambientale”. Il progetto presentato era infatti molto vago ed il rischio di penalizzare ulteriormente l’area circostante l’aeroporto era più che concreto. Il sindaco di Sesto Fiorentino ha così commentato la decisione: “Finalmente aboliamo un progetto del tutto incompatibile con il nostro territorio”. Due casi che, quindi, potrebbero fare da apripista per il contenimento di un settore che risulta tra i più inquinanti al mondo, ovvero quello del trasporto aereo.

In definitiva, è lecito ritenere che le istituzioni del Regno Unito stiano cominciando a prendere più seriamente in considerazione la tematica ambientale, diversamente da quanto stanno facendo a Bruxelles. Ora va richiesto anche ai cittadini uno sforzo ulteriore, in particolare ai turisti. Occorre smettere di fingere che la richiesta di voli sempre più economici, verso quella spiaggia o quella capitale, possa essere compatibile con l’abbassamento delle emissioni verso lo 0. Il vuoto nella tassazione internazionale delle rotte aeree che rende possibili viaggi a bassissimo costo deve essere interrotto, per scoraggiare voli sulle piccole distanze. La sempre maggiore richiesta di vacanze esotiche, in location distanti, come si sposa con la necessità di regolamentare le emissioni inquinanti? Quando siamo al computer o in agenzia viaggi, intenti a scegliere dove passare il Capodanno o quale isola tropicale visitare per prenderci una pausa dall’inverno, pensiamo mai a queste implicazioni?

Elezione Europee 2019 – l’ambiente nei programmi elettorali: +Europa e Italia in Comune

A poche ore dalla tornata elettorale che deciderà la composizione del prossimo Parlamento Europeo è ormai chiaro quale partito pone al centro del proprio dibattito le tematiche ambientali. Già vi abbiamo parlato dei principali partiti italiani e delle loro idee in tema di ambiente. Ma c’è un outsider che va sicuramente preso in considerazione. Si tratta della lista composta da +Europa e Italia In Comune. Il primo è uscito sconfitto dalle elezioni italiane dello scorso anno ma non ha smesso di portare avanti le proprie battaglie, anche in tema di ambiente. Il secondo, invece, è di recente fondazione e ha tra i suoi punti fondamentali proprio una serie di iniziative legate al rispetto dell’ambiente e ad un’idea di sviluppo sostenibile.

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+Europa e Italia in Comune insieme (anche) per l’ambiente

I due partiti hanno deciso di allearsi in vista delle elezione europee dopo che Italia In Comune aveva inizialmente deciso di allearsi con i Verdi, a confermare il grande interesse del partito di Pizzarotti verso il tema, salvo poi ripensarci e schierarsi con il partito fondato da Emma Bonino. Entrambe le realtà sono di recente fondazione ma ciò non impedisce di trarre delle conclusioni sulla loro affinità con i temi ambientali.

All’interno di entrambi i programmi ci sono diversi punti in riferimento a tanti temi ecologisti. Economia circolare, mobilità sostenibile, metodi di produzione che non vanno a sovrasfruttare le risorse naturali, tutela del Mediterrano e transizione energetica a livello europeo sono tutti problemi identificati all’interno dei loro programmi. Le premesse per sperare nella creazione di una fazione molto attenta all’ambiente, composta da +Europa ed Italia in Comune, sembrano quindi esserci.

Un voto utile per la lotta ai cambiamenti climatici

Sebbene quando si parli di politica occorre sempre fare molta attenzione a non farsi attrarre da programmi che spesso sono eccessivamente ambiziosi, in questo caso la scommessa potrebbe essere meno rischiosa del previsto. Raggiungere gli obiettivi di sostenibilità desiderati dalla coalizione non sarà per niente facile ma entrambi i partiti hanno dimostrato coerenza. +Europa aveva già messo al centro del proprio programma il tema dell’ambiente anche durante le elezioni dello scorso anno.

Per quanto riguarda Italia in Comune, invece, non si può far altro che guardare all’operato del suo fondatore Federico Pizzarotti durante la sua esperienza come Sindaco della città di Parma. Il capoluogo di provincia emiliano vanta una delle più alti percentuali del paese in quanto ad efficienza della raccolta differenziata e il suo sindaco ha sempre avuto un occhio di riguardo per i temi legati alla sostenibilità, sin dai tempi della sua militanza all’interno del Movimento 5 Stelle.

Se ancora foste indecisi e voleste provare ad appoggiare una novità nel panorama elettorale italiano, che abbia tra le proprie priorità proprio la lotta ai cambiamenti climatici, questa scelta potrebbe essere quella che fa per voi.

Elezione Europee 2019 – l’ambiente nei programmi elettorali: Forza Italia

A pochi giorni dal 26 maggio, data in cui tutti i cittadini europei voteranno per decidere chi andrà a comporre il Parlamento Europeo per i prossimi anni, occorre avere un’idea chiara sui programmi dei vari partiti. Il nostro pianeta è in grave difficoltà e l’Unione Europea è tra i maggiori responsabili di emissioni di CO2 a livello globale. I prossimi anni saranno fondamentali per far sì che avvenga la svolta tanto auspicata dai climatologi di tutto il mondo. La composizione del nuovo Parlamento Europeo potrebbe dunque essere l’ago che farà pendere la bilancia dall’una o dall’altra parte. Oggi proseguiamo la rassegna dei partiti italiani più avanti nei sondaggi e analizziamo il programma, in tema di ambiente, di Forza Italia.

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Tra il dire e il fare…

L’ondata ambientalista che sta travolgendo l’Europa dalla nascita del movimento “Fridays For Future” non è sfuggita ad un sempre attentissimo ex premier Silvio Berlusconi. Ed ecco che, dopo anni di legislazione in cui Forza Italia ha fatto poco o niente per la tutela dell’ambiente, sul programma di Forza Italia compare un punto, il dodicesimo su dodici, intitolato “sviluppo e rispetto dell’ambiente”.

Nella sua descrizione, tuttavia, non viene fatta menzione di nessun provvedimento pratico per contrastare in maniera decisiva l’avanzamento dei cambiamenti climatici. L’unica eccezione è un piccolo accenno al problema della plastica. La risonanza a livello mediatico del tema è sicuramente maggiore di quella di altre minacce sicuramente più gravi quali innalzamento dei mari, inquinamento dell’aria, perdita di suolo, estrazione ed utilizzo dei combustibili fossili e via dicendo. Una coincidenza? Probabilmente no. Sorprendente e sicuramente azzeccata da un punto di vista mediatico è la pubblicazione di un video in cui Silvio Berlusconi si fa portavoce del messaggio di Greta Thunberg, erigendosi a paladino dell’ambiente. Svolta o strumentalizzazione del problema? A voi la decisione.

Forza Italia e ambiente: un binomio disgiunto solo fino ad oggi?

Non si possono cancellare anni ed anni di governo in cui niente, o quasi, è stato fatto in favore dell’ambiente. Il partito di Silvio Berlusconi ha seguito per anni la logica del profitto sopra ogni cosa. E questo modo di pensare ed agire ci ha portato all’emergenza climatica a cui assistiamo oggi. Agli ambientalisti più attenti questo non sarà sfuggito. Risulta dunque difficile pensare che un voto per Forza Italia corrisponda ad un voto per la salvaguardia dell’ambiente.

La comparsa improvvisa di un punto, confuso e molto poco specifico, alla fine del programma ha più che altro le sembianze di una mossa atta ad accaparrarsi qualche voto in più. Così come il video che il Cavaliere ha pubblicato sui social del partito. A meno di un repentino cambiamento di mentalità all’interno dell’organizzazione, che ci auguriamo possa essere avvenuto ma che andrà dimostrato coi fatti, questa scelta altro non è che un’ulteriore strumentalizzazione del problema dei cambiamenti climatici per cambiare la percezione dell’opinione pubblica rispetto al partito, anche se saremmo lieti di essere smentiti. La lotta ai cambiamenti climatici ha bisogno di tutti.

Tuttavia se desiderate fare una scelta ambientalista, e non siete amanti del rischio, Forza Italia non rappresenta sicuramente la scelta più adeguata, almeno fino a quando non avrà mostrato un serio desiderio di cambiamento.  Il voto di questa domenica sarà fondamentale per garantire la sicurezza delle future generazioni su questo pianeta. Scegliamo bene, scegliamo la salvaguardia del pianeta.

Minimalism, un documentario su ciò che è importante

minimalism

Ho visto Minimalism molto, troppo tempo fa e non mi sembrava giusto scrivere un articolo senza ricordarne tutti i dettagli. Poi ho realizzato che il film parla da sé e che io non potrei fare molto se non consigliarlo ai miei lettori. In più, non potrei esprimere opinioni tecniche sul film: non sono una critica cinematografica, bensì una persona che come molte altre è rimasta colpita dalla pellicola, il cui effetto è durato nel tempo e che ha contribuito a rendermi la persona che sono oggi. Se infatti cerco di condurre uno stile di vita semplice, sobrio e nel rispetto dell’ambiente è stato anche grazie a Minimalism.

https://www.youtube.com/watch?v=0Co1Iptd4p4

Il documentario è presente su Netflix, Prime, iTunes, Google Play, Vimeo.

Bisogni inutili

In Minimalism, Joshua e Ryan, i due ragazzi ideatori del documentario, ma anche di articoli, libri e podcast (qui il loro sito web), cercano di comprendere il bisogno compulsivo delle persone di acquistare oggetti, conducendo una vera e propria indagine. Il film inizia in modo forse ovvio, per poi stupirci con una conclusione più profonda e rivelatoria. Inizialmente, infatti, troviamo la semplice ma comunque stimolante considerazione dell’inutilità di molti oggetti da noi posseduti, da quelli più piccoli come i soprammobili o i vestiti a quelli più importanti come le automobili o le case. Per acquistarli perdiamo infatti molti soldi e tempo prezioso, così come per mantenerli, pulirli, ammirarli e, infine, buttarli.

Molti oggetti per molti problemi

Nel corso del film, grazie a testimonianze e immagini contagiose che rappresentano la serenità spesso irraggiungibile di coloro che hanno scelto una vita minimalista, iniziamo a capire qualcosa di molto più profondo. Spesso il comprare oggetti è un modo per oscurare i nostri problemi e le nostre mancanze, oppure per illuderci di averli risolti. Questo avviene grazie alla temporanea soddisfazione conseguente un acquisto e all’accettazione sociale che ne deriva. L’amara verità che svela Minimalism è che, al contrario, i beni materiali non fanno altro che aumentare le nostre preoccupazioni, vista la maggiore quantità di elementi dei quali occuparci nella nostra vita. Oppure, semplicemente, non le risolvono.

Consumismo, il nemico dell’ambiente

Un altro aspetto fondamentale del film è la questione ambientale. Il pianeta sta esaurendo le sue risorse proprio per soddisfare i bisogni materiali di tutti noi. Noi che siamo ormai abituati a uno stile di vita che prevede il possesso di una quantità enorme di oggetti affatto necessari. Oltre allo sfruttamento eccessivo delle risorse naturali, vi è anche il problema delle emissioni di gas serra dovuti alla produzione industriale e quello dell’inquinamento. Quest’ultimo è dovuto al rilascio di sostanze chimiche e ai rifiuti che produciamo ogni qual volta uno di questi oggetti non ci serve più.

Diventare minimalisti

Ma come fare per diventare minimalisti? La parte più difficile è iniziare, poi tutto verrà da sé. Si può partire da un solo piccolo aspetto della nostra vita e successivamente, visti gli immediati benefici, tutto verrà coinvolto, dalla casa al lavoro fino alle persone che ci stanno intorno. Per esempio, si potrebbe svuotare il proprio armadio da tutti i capi che non utilizziamo e tenere soltanto i nostri preferiti o quelli di qualità maggiore. Ovviamente con la promessa di non comprarne di nuovi per un po’ di tempo. Lo stesso si può fare con la scarpiera, l’astuccio, il portafogli, i file del computer e del cellulare, gli arredamenti e persino, con più attenzione e cautela, con le persone. Insomma, un’operazione di liberazione totale da ciò che non è importante, per dare invece più valore e più dedizione alle poche cose che rimangono.

Solo ciò che è importante

Minimalism non è però un film di “propaganda” estremista che giudica negativamente chiunque non intraprenda questa via. Joshua e Ryan sono molto aperti al confronto e comprendono la difficoltà nell’abbracciare questo stile di vita. Le persone hanno infatti il bisogno di coltivare passioni e interessi che da un punto di vista rigidamente minimalista non potrebbero essere accettati. Per esempio la passione per i libri, per i quadri, o per la musica. Dal film traspare infatti l’idea che non sarebbe giusto che una persona amante della musica buttasse i suoi strumenti musicali, i cd, i vinili, i biglietti dei concerti soltanto perché beni materiali.

Lo scopo del minimalismo e del documentario, quindi, è un altro. Il minimalismo serve per aiutarci a capire cosa merita di occupare spazio nella nostra vita non in quanto oggetto esterno, bensì in quanto parte di noi stessi. Lo spazio reale da riempire con un oggetto infatti non è una stanza, né una casa, ma il nostro cuore. Tutto ciò che non ne è degno, può essere eliminato. Non immaginiamo neanche quante cose abbiamo di cui potremmo fare a meno seguendo questa linea guida. E in questo modo anche il nostro pianeta, soffocato da tanti inutili oggetti, potrebbe tornare a respirare e godere della propria libertà, che in fondo è anche la nostra.

Il documentario è fruibile su Netflix (link)

“Non c’è più tempo”: cosa fare davvero per salvare l’umanità

non c'è più tempo

Qualunque argomento, quando diventa un fenomeno mediatico, rischia di perdere spessore. È il prezzo da pagare per la sua diffusione tra le masse, le quali tollerano poco gli approfondimenti. Nel libro Non c’è più tempo, però, il climatologo e docente di sostenibilità ambientale all’Università di Torino Luca Mercalli riesce a riportare alla realtà l’argomento del vivere sostenibile. Troppo spesso infatti viene ridotto a piccole pratiche tanto buone quanto insufficienti quali il comprare una lampadina LED o gettare la bottiglia di plastica nel contenitore giusto.

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Cosa fare?

Luca Mercalli inizia il libro elencando lo stile di vita e le pratiche da seguire se vogliamo davvero cambiare il mondo. L’elenco è scorrevole, interessante e arriva subito al punto. E il punto è cambiare radicalmente le nostre abitudini. Non solo quelle piccole, che ormai si conoscono, ma anche quelle più importanti e che davvero possono bloccare il riscaldamento globale. Alcuni esempi: non prendere aerei e preferire viaggi in località vicine, recarsi al lavoro/riunioni il meno possibile prediligendo il telelavoro (capi permettendo). Infine, mantenere il ricambio generazionale pari o sotto la soglia 1:1, che nei fatti significa non avere più di due figli per coppia. Non sono certo i consigli a cui siamo abituati, ma sono sicuramente i più necessari.

Stile di vita sostenibile

L’autore illustra anche il suo personale stile di vita, fatto di macchina elettrica, pannelli fotovoltaici, abiti riciclati e una generale sobrietà. Il suo obiettivo non è di farne un vanto, bensì di dimostrare che una vita sostenibile è possibile. Ci dà quindi consigli molto pratici e molto utili sulla coltivazione dell’orto, (qui un articolo sull’orto digitale) sui prezzi dei pannelli solari e sul modo in cui gestirli, su come risparmiare l’acqua, su come riutilizzare o riparare oggetti danneggiati. Non mancano certo i consigli a livello politico e gestionale, alcuni dei quali, a dirla tutta, sembrano molto semplici e fattibili. Ad esempio, introdurre l’ora di educazione ambientale in tutte le scuole o introdurre l’obbligo, per chiunque abbia un giardino, di compostare l’organico individualmente.

L’importanza di prevenire

E’ anche importante da parte dei governi e dei singoli prendere misure di sicurezza per alluvioni e disastri ambientali. Nella seconda parte del libro, infatti, Luca Mercalli si concentra sulla resilienza, ovvero sulla nostra capacità di affrontare i cambiamenti climatici in un futuro ormai molto prossimo. Anzi, stiamo già assistendo a pericolosi cambiamenti, anche sul suolo italico. Per questo l’autore incentiva chi vive in luoghi più a rischio di alluvioni ad essere sempre pronti, con una torcia nel comodino e uno zaino pronto con biancheria e alimenti a lunga conservazione. Troppe persone e sempre più spesso muoiono a causa dell’impreparazione o semplicemente non sapendo le regole di base da seguire durante un’alluvione. Una di queste è non entrare mai in un sottopassaggio con la macchina quando l‘acqua a terra è piuttosto alta.

Non mollate il colpo

Dal momento che il libro è una raccolta di decine di articoli pubblicati negli anni dall’autore, non mancano ripetizioni e informazioni sì interessanti, ma alla lunga un po’ fine a se stesse. Per questo inviterei i lettori, una volta finita la parte quarta, a passare direttamente alla sesta. Nella quinta, infatti, si rischia di mollare il colpo, visto il calo di consigli davvero utili che abbiamo visto all’inizio e l’elenco di dati riguardo, per esempio, le alluvioni avvenute in Italia dagli anni sessanta ad oggi. Nell’ultima parte, invece, l’autore guarda ai problemi mondiali, certamente più grandi di noi ma che è sicuramente bene conoscere. Alcuni esempi sono il problema dei migranti climatici, le conferenze mondiali sul clima e l’impegno da parte delle diverse Nazioni. Mercalli ipotizza anche cosa succederebbe se Trump volesse uscire dall’accordo di Parigi, cosa che poi è effettivamente successa.

Insomma, in “Non c’è più tempo” è lasciato poco spazio alla teoria e molto alla concretezza, della quale vi è un estremo bisogno in un mondo in cui i social media stanno prendendo il controllo dell’informazione, che diventa così superficiale e lontano dalla verità dei fatti.

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La collina dei conigli, la miniserie di Netflix e BBC

La collina dei conigli è una miniserie di quattro episodi targata BBC e Netflix e ispirata all’omonimo romanzo di Richard Adams. Protagonisti della storia sono un gruppo di conigli che, in previsione di un evento catastrofico, scappano dalla loro conigliera in cerca di un ambiente meno ostile. Durante questa ricerca incontreranno altri personaggi, più o meno positivi, che cambieranno per sempre il loro destino.

Il tema ambientale

Il tema ambientale, così come una forte denuncia sociale, si trovano su due livelli: il primo è la trama stessa, nella quale viene rappresentato lo sfruttamento della natura e degli animali da parte degli uomini. Il secondo è più metaforico, poiché dai rapporti dei conigli tra loro si possono evincere alcune dinamiche proprie della natura umana. La conigliera di Sandleford per esempio, dalla quale i conigli scappano all’inizio della serie, è florida, rigogliosa e tutti gli abitanti sono trattati dignitosamente. Il corpo della polizia è però troppo ottuso e fa il possibile per mantenere i conigli comuni docili, mansueti e ignari del mondo esterno. In questo modo possono mantenere la società in pace, ma soprattutto possono mantenere stabili le gerarchie.

Il regime totalitario di Efrafa

Un’altra conigliera, quella di Efrafa, è invece l’esatta rappresentazione di un regime totalitario, nel quale i conigli più deboli così come i conigli-femmina sono perseguitati. I conigli-maschi più grossi e più forti entrano invece tra le file della “polizia”. Le risorse sono divise iniquamente e utilizzate senza logica dalle élite per soddisfare i propri impulsi e appetiti. Questo rende l’ambiente circostante secco, brullo e senza vita.

La denuncia alle attività umane

La metafora viene per così dire svelata da uno dei protagonisti, che si rivolge a un membro della polizia di Èfrafa accusandolo di comportarsi da umano e non da animale. La denuncia qui diventa palese: gli animali solitamente aggrediscono per difesa o per procacciarsi cibo, a differenza degli uomini che agiscono per ingordigia e avidità, non rispettando le leggi della natura. Il risultato sono tutte le attività umane che in questo film trovano la loro piena rappresentazione: animali in gabbia o al guinzaglio, intere colonie di conigli lobotomizzati, nutriti oltre le loro esigenze naturali, costretti a morire malamente e prima del tempo; prati incontaminati che diventano coltivazioni, automobili che inquinano.

Non solo ambientalismo

In questo film, però, non vediamo un solo lato della medaglia. Infatti un’automobile e il suo guidatore saranno due degli elementi positivi della storia, creando un alone di speranza spesso poco visibile nei più crudi documentari ambientalisti. D’altronde qui, l’ambientalismo non è l’unico valore dichiarato, ma è accostato ad altri grandi problemi del mondo.

Il castello di carta

Si può quindi chiudere un occhio sulle tecniche di animazione molto basilari, così da concentrarci sulla trama. Si possono anche sopportare alcune scene troppo lente, inserite forse per lasciarci il tempo di riflettere. Lo scopo del film è infatti di farci uscire dal nostro castello di carta, nel quale noi siamo i re e la natura un suddito, un coniglio debole e perseguitato che ormai è diventato preda.

 

Il link alla serie su Netflix