L’onda verde globale. Oggi milioni di giovani in piazza

L’onda verde non si arresta. Anzi, qualcuno direbbe che è appena cominciata. Milioni di giovani in tutto il mondo stanno riempendo le piazze nel nome della giustizia climatica. Ha iniziato la Nuova Zelanda quando in Italia era ancora notte, seguita da Hong Kong, Korea e via via spostandosi lungo i fusi orari verso sinistra. Un salto di qualità notevole se si pensa che il movimento è partito con una sola ragazzina seduta in piazza un anno e un mese fa. Sempre più giovani, sempre più studenti, sempre più cittadini, decidono di unirsi per lanciare un messaggio chiaro e preciso: il cambiamento climatico è qui ed ora, non possiamo più rimandare.

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L’onda verde italiana

I numeri italiani sono ancora da stimare con precisione, si parla di più di un milione. Si può intanto notare una notevole crescita del movimento, sia nei grandi capoluoghi che nelle città più piccole. Ho personalmente partecipato allo sciopero di questa mattina a Fano, nelle Marche. Un corteo di cartelli colorati ha sfilato dall’Arco d’Augusto alla piazza principale, intervallati dai cori resi famosi a livello nazionale e internazionale. Numerose voci hanno poi animato il presidio in piazza, a partire dal professor Taffetani dell’Università Politecnica delle Marche. Il professore ha fatto presente ai ragazzi che è giusto richiamare le immagini degli orsi polari morenti o dell’Amazzonia in fiamme, ma che allo stesso tempo bisogna puntare i riflettori sui problemi e le soluzioni intorno a noi.

Problemi e soluzioni a portata di mano

Ad esempio, il professore ha menzionato lo scempio ambientale che sta avvenendo sul Monte Catria, dove migliaia di faggi secolari sono stati tagliati per far posto ad un nuovo impianto sciistico. L’associazione ambientalista Lupus In Fabula ha tentato più di una volta di bloccare i lavori, richiamando la follia di questo progetto: “Estirpare due ettari di bosco maturo, quando l’evidenza dei cambiamenti climatici dovrebbe indurre ogni amministratore pubblico a piantare nuovi alberi, rappresenta un attentato alle future generazioni”.

Taffetani ha allo stesso modo ricordato che non bisogna solamente aspettare che la politica faccia qualcosa dall’alto, perché i cittadini hanno in mano una vasta varietà di scelte con cui migliorare la propria impronta ecologica. Cambiare le proprie abitudine alimentari, ha detto il professore, è un’azione concreta che tutti noi possiamo fare nell’immediato. Soprattutto nelle Marche, culla del cibo biologico grazie alla sfida culturale lanciata da Gino Girolomoni più di quarant’anni fa.

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L’onda verde contagia i più piccoli

Il microfono è poi passato in mano ai piccoli della scuola elementare Luigi Rossi, accompagnati dalle loro maestre. Sono solo bambini, cosa ne capiscono? Invece, con grande stupore, le parole più incisive sono state pronunciate proprio da uno di loro: “Sarò forse l’unico a dire questa cosa. La terra non sopravviverà. È vero, siamo molto più bravi di ieri e del giorno prima, ma secondo me, poi posso sbagliare e tutto, siamo troppo abituati a questa realtà. Grazie per avermi fatto esprimere questa opinione”. Parole forti, che ci testimoniano come le nuove generazioni stiano acquisendo una consapevolezza enorme della crisi climatica, con tutta la paura che questo comporta. Sicuramente un grande lavoro di sensibilizzazione è stato svolto dalle maestre e dai professori nelle attività scolastiche di tutti i giorni.

Un professore del Liceo Artistico Apolloni ha infatti voluto ricordare che la lotta al cambiamento climatico deve intersecarsi con tutte le piccole lotte che vivono nel quotidiano fra i banchi. Greta Thunberg, simbolo di questo movimento, non ha mai nascosto che la Sindrome di Asperger è per lei un superpotere, anziché un limite. La diversità, in tutte le forme che esistono – ambientale, sociale, culturale – va difesa e condivisa per arricchire questo mondo oggi così impaurito e bloccato in una guerra identitaria fra Noi e Loro. La crisi climatica ci ricorda invece che siamo tutti sulla stessa barca, e che per fermare il cambiamento climatico serve il contributo di tutti, ognuno con le proprie qualità.

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Fridays For Future: la voce dei giovani

I ragazzi di Fridays For Future Fano hanno concluso gli interventi. Margherita, una delle coordinatrici, ha rivolto un messaggio chiaro e preciso ai suoi coetanei: “I più grandi problemi della nostra società sono l’ignoranza e la disinformazione e questi problemi fanno parte della mia generazione così come di tutte le altre. Anche di chi con una certa maturità ed esperienza dovrebbe avere imparato ad indagare, informarsi, porsi dei dubbi, mettere in discussione le proprie conoscenze. Eppure è dovuta intervenire una sedicenne per aprirci gli occhi e tutto il movimento che ha creato non è nemmeno bastato.

E intendo la parola ignoranza nel suo significato etimologico di “non sapere, non conoscere, non informarsi”, appunto: non possiamo credere che un problema non sia tale quando effettivamente non lo conosciamo; non possiamo dire che è inutile manifestare per il clima se non si conoscono effettivamente i motivi della manifestazione. (…) Non so voi ma io, comunque, sono stanca: sono stanca di dover ancora spiegare ai miei coetanei i motivi della protesta: dove sono gli insegnanti che ne parlano? Ci sono certamente pratiche avviate e sono sempre di più, ma non basta! E rivolgendomi ai miei coetanei, perché non ascoltate?”.

L’onda verde continuerà a crescere

Perché non ascoltate? Certamente alcuni di questi ragazzi saranno scesi in piazza solo per saltare la scuola. Altri saranno stati trascinati dai loro compagni più convinti. Resta il fatto che il movimento ambientalista si è risvegliato, con parole e gesti nuovi. Migliaia di giovani saranno ancora “ignoranti”, nel senso inteso da Margherita, ma tantissimi altri sono pronti a contagiare, condividere, sensibilizzare, fino a che tutti non potranno fare a meno di parlarne, di sentirsi coinvolti e di scendere in piazza. L’onda verde non si arresta, l’onda verde è appena cominciata.

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Una centrale nucleare galleggiante è in rotta verso l’Artico

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Greenpeace ha definito la nave Akademik Lomonosov “la Chernobyl dei ghiacci“. L’evidente volontà dell’associazione ambientalista è quella di metterci in guardia sulla pericolosità di questo progetto firmato Russia. La nazione di Putin, infatti, ha di recente inviato una nave nucleare verso la cittadina artica di Pevek.

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Gli intenti positivi

Secondo la dichiarazione di intenti della Società Nucleare russa Rosatom, gli effetti di questa missione saranno molto positivi. In primo luogo questa centrale nucleare galleggiante fornirà elettricità a 50.000 persone. In secondo luogo sostituirà la vecchia centrale elettrica a carbone, riducendo le emissioni e quindi l’effetto serra. Sostituirà anche la centrale nucleare già esistente sul suolo artico, riducendo il pericolo di un incidente nucleare su larga scala, quali sono stati quelli di Chernobyl del 1986 e di Fukushima del 2011. La nave potrebbe infine alimentare gli impianti di dissalazione per paesi con carenza di acqua dolce, come le nazioni insulari o quelle con un clima e un ambiente particolarmente secco, come quelle africane.

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Thomas Nilsen, direttore del giornale norvegese Barents Observer, ha commentato il tutto con un’osservazione semplice ma esauriente: “se questo fosse stato un ottimo modo per fornire elettricità alla costa settentrionale della Siberia, sarebbe molto più diffuso“. Come si legge sul Guardian, l’idea di creare impianti nucleari in mezzo al mare esistono da generazioni, tanto che negli anni ’60 e ’70 gli Stati Uniti avevano costruito un piccolo reattore nucleare a bordo di una nave nella zona del Canale di Panama. Questi, però, non sono mai stati prodotti in massa, sia per i costi molto alti, sia, molto probabilmente, a causa dei terribili incidenti nucleari avvenuti negli anni a seguire.

Alcuni dubbi

Rosatom continua a ribadire che i materiali e le tecnologie utilizzate per la costruzione della nave sono ora molto più sicuri e sviluppati che in passato. Vladimir Irminku, uno dei principali ingegneri dell’Akademik Lomonosov, ha affermato che la nave è a prova di tsunami, di iceberg e, in caso di incidente, il freddo dell’acqua artica aiuterebbe di molto il processo di raffreddamento del reattore in attesa degli aiuti. Leggendo poi che Rosatom sta pensando di vendere la tecnologia a Paesi quali il Sudan, in Africa, mi sorge un grosso dubbio. L’acqua del mare in questa zona non sarà più tanto fredda e uno dei vantaggi del sistema di raffreddamento millantato da Rosatom verrà sicuramente meno.

Anna Kireeva fa parte della Bellona Foundation, la quale si occupa dei problemi ambientali nella regione dell’artico. Kireeva ha confessato al Guardian di essere preoccupata nel caso tali tecnologie nucleari vengano utilizzate in paesi in cui i livelli di sicurezza, e regolamentazione delle radiazioni nucleari non sono elevati come in Russia. Cosa ne faranno del combustibile nucleare esaurito? Come reagiranno in caso di emergenza?

Riguardo ai materiali, Kireeva aggiunge che, per quanto la nave sia resistente, l’impatto con uno tsunami o l’avvento di una forte tempesta potrebbe spostarla verso terra, contaminando l’ambiente circostante e i suoi abitanti. Inoltre, come ha dichiarato Adam Minter del Bloomberg Opinion, anche se un disastro nucleare avvenisse in mezzo al mare senza colpire la terraferma, contaminerebbe l’acqua e i suoi abitanti, oltre che l’industria ittica e, ovviamente, tutte le comunità costiere.

Lo sviluppo non vale vite umane

I critici hanno anche fatto notare gli incidenti passati che coinvolgono le navi marittime nucleari. La più tragica è stata l’esplosione sul sottomarino Kursk nel 2000 che ha ucciso tutti i 118 membri dell’equipaggio. Da non dimenticare anche il misterioso incidente sul sottomarino a propulsione nucleare Losharik avvenuto a luglio 2019 e che ha ucciso 14 persone che erano a bordo. Nel 2011, vi è stata una preoccupante fuoriuscita di radiazioni da parte di un rompighiaccio russo al largo delle coste della Siberia. Forse questi incidenti “aiutano” a rendere la tecnologia più sicura, ma è necessario rischiare di immolare vite umane per il bene della scienza o, peggio, per interessi economici?

L’equipaggio della nave nucleare Akademik Lomonosov

Interessi economici e greenwashing

Resta infatti un ultimo punto da non sottovalutare: gli interessi della Russia nell’inviare una nave nucleare verso l’artico. Come sappiamo quest’area del pianeta sta subendo in modo ingente gli effetti del cambiamento climatico. Questi, però, non sono visti negativamente dalle grandi potenze mondiali, bensì rappresentano una risorsa. Con lo scioglimento dei ghiacci, infatti, si sono liberate nuove rotte commerciali oltre che strategiche in caso di conflitto per il loro dominio. Inoltre, sempre per il fatto che il clima è meno ostile e i ghiacci meno spessi, l’estrazione delle risorse naturali sta diventando sempre più facile. E, come dice Marzio G. Mian nel suo libro Artico, la battaglia per il grande nord, la corsa all’oro nero nel nord del mondo è ormai iniziata.

Leggi il nostro articolo “Artico – la battaglia per il grande nord”

Stati Uniti e Russia, infatti, stanno considerando ogni possibile modo per approcciarsi a questa terra ormai non più desolata. Trump ha addirittura espresso la volontà di comprare l’intera nazione della Groenlandia pur di impossessarsi delle sue risorse. La nave nucleare Akademik Lomonosov fornirà quindi sì energia alle case di Perek, ma anche alle macchine estrattrici di risorse naturali, diventando un altro triste esempio del sempre più diffuso “greenwashing“.

Leggi il nostro articolo “Greenland is not for sale – e per fortuna!”

Tasse su voli e merendine: la prima mossa del neoministro Fioramonti?

Il governo giallorosso si è presentato davanti alla Camera e al Senato per chiedere la fiducia. La nuova maggioranza parlamentare, formata da PD e Movimento 5 stelle, si preannuncia nel nome di una forte discontinuità di contenuti. Per quanto riguarda la tematica ambientale, entrambi i partiti hanno definito prioritaria l’esigenza di attuare una svolta verde che combatta il cambiamento climatico. Già dalle prime dichiarazioni si può cogliere qualche segnale in questa direzione. In particolare, stanno facendo molto discutere le intenzioni espresse dal neoministro dell’istruzione Lorenzo Fioramonti di voler inserire tasse su voli aerei, merendine e bibite gassate per poter finanziare istruzione e ricerca.

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Meno voli, più istruzione. Le tasse verdi per la scuola

È sufficiente leggere il curriculum del ministro appena designato per poter scorgere la sua sensibilità ecologica. Lorenzo Fioramonti, classe 1977, ricercatore economico con cattedra a Pretoria, coordina il più grande centro sullo sviluppo sostenibile in Africa. Ha sposato l’attivista ambientale Janine Schall Emdem, con cui ha girato il documentario The Age of Adaptation. Nel film si sostiene che il primo passo per risolvere la crisi climatica sia riconoscere che l’attuale modello economico non è più sostenibile.

Ora ministro dell’istruzione del governo Conte bis, Fioramonti ha risposto così a chi gli chiedeva come intende finanziare la stabilizzazione dei precari e nuovi fondi alla ricerca: “Vorrei delle tasse di scopo: per esempio sulle bibite gasate e sulle merendine o tasse sui voli aerei che inquinano”. Parole che hanno fatto scatenare già parecchi malumori, a fiducia parlamentare non ancora espressa. Che cosa c’entrano nuove tasse su voli e merendine con la scuola? Hanno criticato gli oppositori. La proposta può invece avere senso se si guarda al complessivo benessere dei cittadini nel lungo termine.

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Il peso ecologico di alcune scelte

Partiamo dalla tassa sui voli. La maggior parte delle persone non è affatto consapevole di quanto si inquini con un solo volo intra-continentale preso per passare il weekend altrove. Una ricerca del Guardian attesta che un viaggio Londra-Roma produce più di quanto emesso da alcuni cittadini del mondo in un anno intero. Alzare le tariffe dei voli avrebbe quindi il duplice scopo di aumentare la consapevolezza nei passeggeri e allo stesso tempo stimolarli a prendere mezzi alternativi. Fino a poco tempo fa sembrava un’utopia dei più convinti ecologisti. Ora sta diventando addirittura una moda: “fligskam” o “Flight-shaming”, che letteralmente significa la “vergogna di volare”. Certamente ha aiutato l’esempio di Greta Thunberg, in questi giorni a New York per partecipare al Summit dell’Onu sul Clima in programma per il prossimo 23 settembre. L’attivista svedese ha trascorso 15 giorni su una barca vela per attraversare l’Atlantico ed evitare l’uso dell’aereo.

Allo stesso modo, mettere mano all’alimentazione aiuterebbe in larga misura a combattere il cambiamento climatico. Il mercato del cibo è responsabile per un terzo delle emissioni globali di anidride carbonica; gran parte di queste emissioni sono legate al sistema industriale su larga scala gestito da grandi catene e grandi firme come McDonald e CocaCola. Tassare merendine e bibite gassate assume quindi un valore innanzitutto educativo, ma punta anche a individuare nel monopolio delle multinazionali una delle cause maggiori della crisi climatica. Oltre ovviamente alle ricadute positive che avrebbe sulla salute, dato che nel mondo ci sono 2 miliardi di persone considerate in sovrappeso o affette da obesità.

Leggi il nostro articolo: “Perchè il cibo biologico è più caro del cibo convenzionale”

Gli altri paesi che hanno aumentato le tasse sui voli

Perciò, le proposte avanzate dal neoministro Fioramonti assumono rilevanza se inquadrate in un disegno politico ben più ampio, che miri al benessere dei cittadini e del pianeta. Altri paesi hanno già adottato misure simili: per esempio, l’introduzione di una tassa sullo zucchero è avvenuta durante il mandato Obama negli Stati Uniti. In quel caso aveva giocato un ruolo chiave la First Lady Michelle Obama, impegnata in campagne nazionali di educazione alimentare come Let’sMove!. Più recente è la decisione della Francia, che ha deciso di porre una tassa di 1.5€ sui voli europei e di 3€ sui voli extra-continentali; cifre ancora maggiori verranno imposte ai voli business, per limitare tutte quelle persone che volano quotidianamente solo per presenziare ad una riunione e poi tornare a casa in serata.

Una “svolta verde” globale

Le perplessità sollevate dai critici non possono essere ignorate. Non si può infatti sperare che con una tassa di 1.5€ il cittadino medio preferisca viaggiare da Napoli a Parigi con il treno piuttosto che con l’aereo. Né si possono cambiare le abitudini alimentari di milioni di bambini aumentando di poco la tariffa di un McChicken. Questi provvedimenti sono solo l’inizio. Bisogna attuare campagne di educazione di massa sull’impatto che il proprio stile di vita può avere sulla salute e sul cambiamento climatico. Solo così le proposte di Fioramonti assumono valenza concreta per il Ministero dell’Istruzione da lui presieduto. Certo è che, se il buongiorno si vede dal mattino, questo governo potrebbe finalmente compiere azioni decisive per la “svolta verde” voluta dalla maggior parte degli italiani. Alle parole del neoministro devono seguire azioni concrete sul piano nazionale; infine, gli sporadici interventi dei vari stati devono essere convogliati verso un piano globale di emergenza climatica.

Leggi il nostro articolo: “Per fermare il cambiamento climatico serve (anche) una rivoluzione popolare”

Le abitudini degli scienziati per combattere il cambiamento climatico

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Cosa posso fare, nel mio piccolo, per ridurre le emissioni legate al mio stile di vita?”. É questa una delle domande più frequenti su cui si interroga chi è riuscito a comprendere fino in fondo l’urgenza del cambiamento climatico. E spesso la risposta non è così immediata. Tuttavia il modo migliore per darle una risposta è seguire l’esempio di chi ha dedicato ai cambiamenti climatici un’intera vita professionale. Gli scienziati che studiano il clima, ben consci dell’importanza del tema, hanno infatti a loro volta attuato degli accorgimenti nella loro vita di tutti i giorni per abbassare la propria impronta ecologica e fare la loro parte nella lotta al cambiamento climatico. Quali sono? Scopriamolo insieme.

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Gli scienziati che non volano per mitigare il cambiamento climatico

In un articolo del “The Guardian” il giornalista ambientale Danel Masoliver ha chiesto a 5 scienziati, che da anni studiano il cambiamento climatico, come questi abbiano modificato il proprio stile di vita per essere coerenti con le loro scelte professionali. E le risposte di tutti non lasciano spazio a dubbi. Gli intervistati hanno dichiarato, nella loro totalità, di aver smesso, o quasi, di prendere voli. Gli aerei sono infatti il mezzo di trasporto che ha il più alto impatto ambientale per passeggero.

Leggi il nostro articolo: “KLM: la prima compagnia aerea che invita a non volare”

Tom Bailey, il primo degli intervistati, ha dichiarato di viaggiare solo via terra in Europa e di prendere un volo di lunga tratta solamente una volta ogni 3 anni. Dave Reay, docente dell’Università di Edimbrugo, non vola dal 2004. Il Dr. Kimberly Nicholas, dell’Università di Lund, ha ridotto i suoi viaggi in aereo dell’80%. Diverse soluzioni e diversi approcci per un unico problema. La necessità di diminuire drasticamente la quantità di aerei che circolano sul pianeta Terra. Inutile aggiungere che tutti gli scienziati, interrogati sulla questione automobile, hanno dichiarato di non utilizzarla o di averne acquistato una elettrica.

Leggi il nostro articolo: “Mobilità elettrica: perchè conviene”

La dieta come mezzo per ridurre la propria impronta ecologica

Un altro fattore che ha messo d’accordo tutti gli scienziati interpellati per spiegare come ognuno possa ridurre il proprio impatto sul cambiamento climatico è quello della dieta. Tutti gli intervistati hanno deciso di abbandonare la carne e, molti, anche i latticini. Secondo il Dr. Kimberly adottare una dieta vegana per un anno può far risparmiare 150 volte più emissioni rispetto all’utilizzo di una borsa da shopping riulitizzabile nello stesso arco di tempo. Un dato molto significativo e che mostra chiaramente come questo aspetto delle nostre vite sia assolutamente prioritario nella lotta al cambiamento climatico.

Leggi il nostro articolo: “Dieta e sostenibilità: una guida pratica”.

Un cambiamento delle proprie abitudini alimentari deve andare di pari passi con un cambio delle proprie abitudini di consumo. Tom Bailey, nell’intervista, ci dice infatti che in Europa ogni persona consuma in media circa 3.500 calorie al giorno con tutte le problematiche relative alla necessità del pianeta di fornire queste risorse che, semplicemente, non sono necessarie. Allo stesso modo l’Europeo medio compra, mediamente, 24 nuovi capi d’abbigliamento ogni anno. Bailey ne compra 3 e, quando possibile, di seconda mano.

Siobhan Pereira, invece, parla del modo in cui è riuscito a diventare plastic-free grazie all’utilizzo di detergenti solidi, sia per la casa sia per l’igiene personale, all’acquisto di uno spazzolino in bambù e di diversi contenitori in vetro ricaricabili.

Leggi il nostro articolo: “Ridurre la plastica nell’igiene personale”

Tutti possiamo fare la nostra parte

Spesso ci si sente piccoli di fronte ad un problema di portata apocalittica come il riscaldamento globale. Ma i dati ci dicono che il cambiamento può, e deve, partire dalle nostre scelte. Il Dr. Kimberly afferma infatti che il 72% delle emissioni a livello globale sono generate dalle decisioni che ognuno prende in ambito privato. Queste includono le scelte sulla mobilità, in particolare l’utilizzo di aerei e automobili, quelle sulla dieta e quelle relative ai metodi di fornitura energetica delle nostre case. Viene da sé che, già agendo solamente su questi tre fattori, ognuno di noi è in grado di fare, eccome, la sua parte.

Leggi il nostro articolo: “Casa a impatto zero: quali soluzioni”

Una sfida che, anche grazie ai consigli degli esperti, non è impossibile da vincere. Soprattutto per chi decide di affrontarla con convinzione e con la consapevolezza che dare l’esempio è l’unico vero modo per poter fare la differenza. Tutti quanti possiamo dire la nostra e per farlo serve solo ascoltare quello che la scienza ci dice da anni. Per fermare i cambiamenti climatici e le conseguenze devastanti che avranno sulle nostre vita occorre cambiare. E non c’è più molto per farlo.

KLM, la prima compagnia aerea che invita a non volare

KLM

“Era proprio necessario incontrarsi di persona? Se sì, non era meglio prendere il treno?” Questi sono i consigli inaspettati, al limite del rimprovero, della compagnia area KLM. Strano ma vero la compagnia aerea olandese ha lanciato una nuova, surreale campagna di marketing in cui disincentiva le persone a volare. Se proprio non è possibile, visto che “prima o poi tutti dobbiamo prendere un aereo, pensa a volare responsabilmente” dice la pubblicità. Il video in questione incentiva inoltre i clienti a contribuire al loro piano di compensazione di CO2 durante l’acquisto del biglietto.

Quanto inquinano gli aerei?

Anche grazie a questa iniziativa, KLM è la terza compagnia più attenta all’ambiente dopo Norwegian Air e Swiss Air. Alcuni hanno già ipotizzato che si tratti soltanto dell’ennesimo green washing da parte di un’azienda. Infatti, per quanto più virtuosa di altre, KLM è pur sempre una compagnia aerea e contribuisce alle emissioni di CO2 nell’atmosfera.

Secondo i dati comunicati dagli Stati membri alla Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC), le emissioni di CO2 di tutti i voli in partenza dall’Europa sono aumentate da 88 a 171 milioni di tonnellate (+ 95%) tra il 1990 e il 2016. Le future emissioni di CO2 dovrebbero aumentare di un ulteriore 21% raggiungendo le 198 milioni di tonnellate nel 2040.

Entro il 2050 il contributo dell’aviazione al riscaldamento globale dovrebbe triplicare. Ad oggi, l’aviazione è responsabile del 3,6% delle emissioni totali di gas a effetto serra, diventando la seconda fonte più importante dopo il traffico stradale. Parlando in termini assoluti però un aereo di linea inquina come circa 600 auto non catalizzate (Euro 0). Di conseguenza i più grandi aeroporti italiani emettono ogni giorno la stessa quantità di emissioni di circa 350mila auto Euro 0.

Fonte: elaborazione GreenRouter su DEFRA Crabon Factors 2017

Un ampio margine di miglioramento

Un altro problema dell’inquinamento aereo rispetto a quello automobilistico è che l’anidride carbonica e gli ossidi di azoto vengono rilasciati nella troposfera e nella bassa stratosfera. Queste sono aree dove solitamente non arriva l’inquinamento terrestre e dove si addensano i fenomeni meteorologici come la pioggia. Più è alta la concentrazione di sostanze tossiche, più le piogge saranno acide e rovineranno i raccolti, la flora e in generale l’ambiente.

Per questo elogiare una compagnia aerea, per quanto virtuosa, non è l’intenzione di questo articolo. Il margine di miglioramento è inoltre molto ampio. Come si legge su un articolo de Linkiesta, obbligare i clienti a pagare la carbon tax includendola nel costo del biglietto, invece che lasciare loro la possibilità di scegliere, potrebbe essere un’ulteriore soluzione. Oppure si potrebbe ridurre la distanza tra i sedili, sacrificando un po’ di comodità ma permettendo a più persone di salire su ogni singolo aereo. O ancora dovrebbero diminuire la quantità di voli a breve distanza e favorire quelli intercontinentali per disincentivare gli spostamenti da e per luoghi raggiungibili con altri mezzi di trasporto.

Come dice la pubblicità di KLM, però, può capitare di dover prendere un aereo, per quanto raramente. Cerchiamo quindi di scegliere in modo più consapevole e, perché no, premiare le compagnie che mostrano un po’ più di attenzione verso le problematiche ambientali.

Indonesia rimanda in Australia i rifiuti ricevuti: erano contaminati

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L’Indonesia ha chiuso con i compromessi. Martedì la Nazione asiatica ha rispedito più di 210 tonnellate di spazzatura in Australia, da dove, d’altra parte, provenivano. Motivo? I rifiuti erano contaminati.

Contaminazione pericolosa

All’interno di quella che doveva essere la raccolta della carta, infatti, sono stati trovati molti altri materiali come bottiglie di plastica (leggi qui la vita di una bottiglia di plastica), lattine, pannolini usati, cibo, indumenti. Vi erano, inoltre, anche scarti di materiali elettrici e contenitori che in passato contenevano olio motore o detergenti. Come ha detto il Ministro dell’Ambiente indonesiano, era d’obbligo rimandarli indietro in quanto questi materiali sono potenzialmente dannosi per l’ambiente e per le persone.

Non bisogna però pensare che la contaminazione derivi soltanto da sostanze tossiche. Questa infatti sussiste anche quando i materiali si mischiano tra loro, compromettendo la purezza del prodotto originario e rendendolo definitivamente non riciclabile. Sempre a causa della contaminazione l’Indonesia aveva già rispedito in Francia 49 container di rifiuti. Anche la Malesia a marzo ha rimandato nei Paesi d’origine (Australia, Bangladesh, Canada, Cina, Giappone, Arabia Saudita e Stati Uniti) 450 tonnellate di plastica contaminata. Le Filippine, dal canto loro, hanno spedito in Canada 69 container pieni di spazzatura.

Proteste e provvedimenti

Tutto questo ha preso il via da alcune proteste avvenute nei mesi scorsi in tutto il Sud Est Asiatico. Forse sono da ringraziare i nuovi media come internet e i social che hanno reso noto a tutti il problema di quelle che oramai sono le “discariche dell’Occidente”. Forse è stato anche lo scambio proficuo di informazioni tra abitanti e viaggiatori, che sempre più spesso giungono in questi Paesi. Oppure semplicemente era diventato impossibile per gli abitanti chiudere gli occhi di fronte all’enorme quantità di rifiuti che vengono costantemente riversati nei mari e nei fiumi del sud est asiatico.

La massa di spazzatura spedita in questi paesi da quelli più ricchi è infatti drasticamente aumentata dopo che la Cina ha bloccato l’importazione di rifiuti da Paesi quali Australia, America ed Europa. La Cina nel 2016 ha raccolto 600 mila tonnellate di plastica al mese rendendola uno dei maggiori Paesi per il riciclo di plastica. Senza la Cina, l’Indonesia, la Malesia e le Filippine sono state quindi scelte come nuove “discariche”. Fortunatamente però, come i fatti degli scorsi giorni hanno dimostrato, i Paesi in via di sviluppo non si stanno del tutto piegando in maniera remissiva ai loro ricchi carcerieri.

Discarica di Surabaja, Indonesia (afp)

Come risolvere il problema?

L’Australia sta pensando a come risolvere rapidamente il problema dell’Indonesia e degli altri Paesi che rifiutano la loro spazzatura. Peter Shmigel, il capo dell’Australian Council of Recycling, si è esposto dicendo che il governo dovrebbe investire più soldi nel riciclaggio, utilizzando questi vecchi-nuovi materiali per progetti pubblici. Riciclare, però, non è sempre facile poiché il rischio di contaminazione è alto. Per questo anche il nostro ruolo da civili è importantissimo. Un’attenzione maggiore a come differenziamo la nostra spazzatura, giorno per giorno, nelle nostre case è vitale per il bene del Pianeta. E, ancora meglio. è seguire il primo comandamento dell’ecologia: comprare meno, comprare meglio, riducendo al minimo la produzione dei rifiuti. (Leggi qui alcuni consigli per la raccolta differenziata)

L’Iran esce dall’accordo sul nucleare. Ora ha più uranio arricchito

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L’Iran sta mettendo in pratica quella che sessanta giorni fa era soltanto una minaccia, ovvero uscire definitivamente dall’accordo sul nucleare e aumentare le riserve di uranio.

Il tentativo diplomatico di Obama

Nel 2015 Barack Obama aveva portato a termine una trattativa diplomatica per cui la nazione mediorientale avrebbe dovuto interrompere quasi totalmente il processo di arricchimento dell’uranio. In cambio gli Stati Uniti e gli altri Paesi firmatari avrebbero sospeso le sanzioni commerciali imposte in precedenza all’Iran.

Quando si parla del mercato iraniano, è bene ricordare che si tratta principalmente del commercio petrolifero il quale, come sappiamo, porta con sé effetti ambientali molto dannosi. Per anni però l’economia dell’Iran, e quindi il relativo benessere della Nazione, è dipesa dall’esportazione di petrolio verso le nazioni occidentali che da sempre sfruttano in modo insostenibile questa risorsa.

La svolta di Trump

Nel 2018 Donald Trump ha ritirato l’accordo e ha reimposto le sanzioni all’Iran. Il motivo non era ben chiaro se non che, secondo Trump, l’Iran non avrebbe rispettato gli accordi sul nucleare. Per l’Europa, però, questo fatto non sussisteva. Come poi molti giornali hanno supposto, le sanzioni avevano l’obiettivo di indebolire il ruolo dell’Iran nel panorama geopolitico. Il Paese infatti dopo l’accordo sul nucleare si stava riorganizzando economicamente per esercitare la propria egemonia regionale a discapito di quella americana. Imporre le sanzioni quindi voleva dire favorirne l’instabilità.

Come ha affermato Majid Takht Ravanchi, rappresentante dell’Iran presso le Nazioni Unite a New York, “le sanzioni americane sono state progettate per danneggiare la popolazione civile, in particolare le persone vulnerabili come donne, bambini, anziani e pazienti”. D’altra parte Donald Trump non aveva nascosto le sue intenzioni: “il costo di avere un arsenale nucleare per l’Iran sarà di vivere in un’economia a pezzi per tanto tempo a venire”, ha detto il presidente americano.

Il ruolo dell’Europa

Francia, Gran Bretagna e Germania stavano invece escogitando un modo per aggirare le sanzioni imposte dall’America sul mercato iraniano e quindi salvare l’accordo sul nucleare. Questi tentativi, però, non hanno avuto seguito. “Da loro solo parole“, ha detto il portavoce della commissione Energia del Parlamento iraniano Gharenkhani all’Ansa. Poi l’annuncio definitivo: l’Iran ha aumentato le scorte di uranio arricchito passando dal 3,67% al 5%.

Centrale nucleare

L’uranio è un metallo tossico e altamente radioattivo che, quando arricchito, diventa un elemento fondamentale per alimentare le centrali nucleari. Un eventuale guasto può causare danni irreparabili, come è già successo a Chernobyl nel 1986. Inoltre l’uranio arricchito può anche essere impiegato per costruire armi chimiche e, se in quantità molto elevate, anche la bomba atomica. Si parla però in questo caso del 90%, quindi fortunatamente ancora molto lontano dalla quantità di uranio ufficialmente presente in Iran.

Il primo supermercato plastic free d’Italia apre in Val di Sole

Si chiamerà “AgriMarket – La Dispensa” ed aprirà i battenti nei primi giorni di luglio. Il primo supermercato plastic free d’Italia è pronto a fare la sua comparsa a Fucine, una frazione del comune di Ossana in provincia di Trento. L’iniziativa parte da un bando pubblicato dal comune che ha deciso di mettere a disposizione un edificio pubblico inutilizzato per la creazione di un punto vendita di prodotti locali che potesse cambiare la percezione del supermercato.

Le regole da rispettare per il vincitore del bando sono infatti molto strette. Divieto di utilizzo di imballaggi inquinanti e obbligo di fornire prodotti che provengano al massimo da 110 chilometri di distanza dal punto vendita. Patrizia Pedergnana, già titolare di un’azienda che si occupa di orticoltura con consegna a domicilio, ha colto la palla al balzo e si è aggiudicata il bando insieme a due altre aziende agricole della zona.

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In foto: Patrizia mentre lavora nella sua azienda agricola in Val di Sole

Un nuovo modello di commercio sostenibile

L’obiettivo dichiarato dalla vincitrice del bando è quello di riuscire a fare rete con tutte le attività della valle per fornire al consumatore una nuova esperienza di acquisto improntata sulla sosteniblità, il rispetto dell’ambiente e la valorizzazione dei prodotti locali. Tutti aspetti che con lo sviluppo della grande distribuzione sono ormai finiti nel dimenticatoio.

Patrizia, con la sua iniziativa, vuole lanciare un messaggio: “La speranza è quella di smuovere le persone. Abbiamo la necessità di salvare il pianeta. L’ho fatto anche per i miei figli. Va trasmessa una cultura che vada contro l’eccessiva creazione di rifiuti cui stiamo assistendo oggi. Le mie zie mi raccontavano sempre di utilizzare il cartone del latte come cestino dell’immondizia. Noi oggi in una sola giornata siamo in grado di produrne una busta intera.”

Un supermercato non solo plastic-free

“Tutto l’arredamento del negozio sarà fatto con materiali di recupero. Metteremo a disposizione dei clienti borse di stoffa e barattoli in vetro che potranno quindi riutilizzare nel momento in cui tornano a fare la spesa”. Delle attività simili sono già state aperte anche all’estero, proprio a sottolineare la necessità di un netto cambio di rotta nel nostro modo di consumare. Il modello di sviluppo odierno ha chiaramente dimostrato di non essere adatto a funzionare sul lungo termine. I terreni si impoveriscono, i prodotti sono standardizzati su larga scala e le discariche si riempiono sempre di più. Patrizia è consapevole di proporre un modello alternativo a quello della GDO: “Questo nuovo modo di concepire il punto vendita potrebbe costituire un’alternativa credibile anche per la grande distribuzione. Anzi, chissà che proprio il mio negozio non possa essere il primo di una catena”.

La ribalta di un nuovo modello di consumo

La richiesta da parte dei consumatori di prodotti genuini e di certa provenienza è sempre più alta. Inoltre i temi della plastica e dei rifiuti sono tra quelli che hanno ottenuto la maggiore risonanza tra l’opinione pubblica, per lo meno per quanto riguarda le problematiche relative ai cambiamenti climatici e all’inquinamento. Oltre all’iniziativa di Patrizia si stanno pian piano espandendo anche piattaforme di adozione degli orti così come i mercati a km 0 della Coldiretti grazie all’iniziativa “Campagna Amica”.

La grande distribuzione ha ormai perso il rapporto con il cliente. Io invece mi ci relaziono tutti i giorni e questo arricchisce entrambi. Mi hanno dato anche tante idee che altrimenti non avrei avuto.” – prosegue Patrizia – “Per andare avanti occorre tornare indietro. Ben venga la tecnologia e lo sviluppo, ma non dimentichiamoci di salvaguardare il futuro”. E come darle torto. All’orizzonte c’è un nuovo modo di fare le cose. Un nuovo modo di consumare, di mangiare e di scegliere. Patrizia ha messo il primo mattone. Non resta che aspettare che tanti altri facciano lo stesso.

India, una montagna di rifiuti alta come le torri del London Bridge

india

A Ghazipur in India, in prossimità di Delhi, esiste una vera e propria montagna di rifiuti che secondo quanto affermato dal sovrintendente ingegnere di East Delhi, Arun Kumar, ha raggiunto un’altezza di 65 metri. Per capirci, la stessa altezza delle torri del London Bridge.

Troppo tempo fa

Questa discarica è stata aperta nel 1984 e già nel 2002 aveva raggiunto i 20 metri ovvero la sua capienza massima. Questo perché ogni giorno interi camion di spazzatura riversavano il loro contenuto nella discarica, anche dopo gli inutili avvertimenti della East Delhi Municipal Corporation (EDMC). D’altra parte le 21 mila persone che vivono a Nuova Delhi non hanno molte altre alternative dove gettare i propri rifiuti, oltre ad altre due discariche. Anche queste, però, hanno entrambe raggiunto la loro capienza massima almeno dieci anni fa. “Il monte Everest”, come è stato soprannominato dai locali, continua a crescere di anno in anno. Con circa 2000 tonnellate di rifiuti al giorno il tasso di crescita è di 10 metri ogni anno. Di questo passo, entro un anno diventerà più alto del Taj Malhal, uno dei più iconici monumenti della nazione.

Conseguenze sugli abitanti

Le conseguenze dovute a questa discarica ormai da tempo abusiva sono molte e terribili per gli abitanti della zona. L’anno scorso due uomini sono morti a causa di una frana dovuta alle forti piogge. Anche senza pioggia, comunque, si formano spesso pendii ripidi e instabili, affatto sicuri per chiunque lavori nella discarica e, purtroppo, spesso sono bambini.

Inoltre, poiché i rifiuti su questa pila montuosa non vengono compattati, questo incoraggia la decomposizione e genera moltissimo calore e metano. Ciò significa che, da un lato, nelle giuste condizioni, i fuochi spontanei si scatenano facilmente fuochi spontanei che quindi destabilizzano ulteriormente l’intera struttura oltre ad essere molto pericolosi per i lavoratori della discarica e per i villaggi vicini. Come riporta l’associazione ambientalista Chintan, “la mattina del 1 ° febbraio 2012 i bassifondi
alla discarica di Ghazipur hanno preso fuoco per l’ennesima volta. Oltre 240 famiglie raccoglitrici di rifiuti hanno perso ogni oggetto di loro proprietà”.

Dall’altro lato, i gas tossici emanati dalla discarica causano malattie mortali a persone animali. Shambhavi Shukla, ricercatore Senior presso il Center for Science and Environment di Nuova Delhi, ha affermato che il metano emanato dalla spazzatura può diventare ancora più letale se mescolato con l’atmosfera. I rifiuti, inoltre, rilasciano queste sostanze anche nel terreno, andando quindi a inquinare la falda acquifera e rendendo l’acqua non potabile.

Un medico locale ha detto che vede circa 70 persone al giorno che soffrono principalmente di disturbi respiratori e dello stomaco, molti dei quali sono bambini. Un’indagine governativa indiana ha riportato che tra il 2013 e il 2017 Delhi abbia visto 981 decessi per infezione respiratoria acuta.

Ogni settimana mangiamo 5 grammi di plastica, come una carta di credito

microplastiche

“La plastica è ovunque, non scompare, diventa soltanto più piccola”. E’ una delle tante verità presenti nel video del canale WWF-Australia. L’associazione ambientale più nota al mondo ha infatti commissionato all’Università di Newcastle a nord di Sydney lo studio ‘No Plastic in Nature: Assessing Plastic Ingestion from Nature to People’. “La plastica – si legge nel video – si trova nel cibo che mangiamo, nell’acqua che beviamo, nell’aria che respiriamo (come detto in un altro articolo del blog). Proprio adesso stai probabilmente consumando della plastica”.

2000 frammenti a settimana

Ma la parte più interessante oltre che più inquietante dello studio emerge appena dopo: “in media una persona può mangiare 100.000 microplastiche all’anno, che è esattamente come mangiare una carta di credito alla settimana. Ingeriamo infatti circa 2000 frammenti alla settimana di microplastiche, ovvero 5 grammi, che è proprio il peso di una carta di credito“.

Le microplastiche sono piccole particelle di plastica con un diametro non più grande di cinque millimetri. Queste vengono facilmente assunte attraverso l’acqua nelle bottigliette oppure dal rubinetto, in quanto non i depuratori non sono in grado di filtrarle Per quanto riguarda gli alimenti, la birra, i frutti di mare e il sale sono quelli con la più alta concentrazione di microplastiche.

Cosa fare?

Marco Lambertini, il direttore internazionale del Wwf, ha dichiarato che “questi risultati segnano un importante passo avanti nel comprendere l’impatto dell’inquinamento da plastica sugli esseri umani. E devono servire da campanello d’allarme per i governi“. Ha infatti aggiunto che per bloccare questo fenomeno è necessario agire alla radice, ovvero fermando la diffusione della plastica nell’ambiente oltre che la sua produzione. Per farlo, è necessaria un’azione dei governi (come ad esempio la direttiva dell’Unione Europea che prevede il bando della plastica monouso), delle imprese e anche dei consumatori.

La plastica è causa di molti altri danni ambientali. La distruzione degli habitat naturali è uno di questi, così come il pericolo che costituisce per la fauna di terre e oceani di tutto il mondo.