Italy Climate Report 2020: la road map per un’Italia a zero emissioni

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L’Italia può, e deve, rispettare gli obiettivi dell’Accordo di Parigi. Ma per farlo è necessaria una forte accelerata che vada nella direzione della transizione ecologica. Questo è, in sintesi, quanto emerge dall’Italy Climate Report 2020, un documento redatto da Asvis – Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile insieme ad un gruppo di imprese virtuose, riunite nell’iniziativa “Italy for Climate” “per promuovere l’attuazione di un’agenda italiana per il clima in linea con gli obiettivi del Paris Agreement”.

Italy Climate Report 2020

Di cosa parla l’Italy Climate Report 2020

Il rapporto è stato presentato circa un paio di settimane fa, nell’ambito della Conferenza Nazionale sul Clima, e ha come obiettivo quello di offrire una panoramica esaustiva sulla situazione attuale del nostro paese e quali possano essere gli sviluppi futuri per riuscire a raggiungere i benchmark intermedi fissati dagli accordi internazionali sul clima.

L’Italia, storicamente parlando, è una delle nazioni che meglio aveva cominciato il suo processo di decarbonizzazione. Nel decennio che va dal 2005 al 2014 il nostro paese era infatti riuscito a diminuire le proprie emissioni del 27%. Un dato dei più alti a livello europeo e globale, raggiunto grazie ad un taglio di 160 milioni di tonnellate di gas serra. Tuttavia, come spesso accade all’interno dei nostri confini quando le cose stanno andando come dovrebbero, a partire dal 2015 ci siamo, per così dire, seduti sugli allori, portando a casa un calo delle emissioni che si attesta all’1,6%. Troppo poco per un paese che già oggi sta subendo, eccome, le prime conseguenze dettate dall’avanzamento dei cambiamenti climatici che, lo ricordiamo, con il passare del tempo sono destinate a diventare sempre più impattanti tanto a livello territoriale quanto economico.

Di fronte a questo trend negativo è quindi più che necessario cambiare passo. Un messaggio che Edo Ronchi, presidente della Fondazione dello Sviluppo Sostenibile, ha voluto sottolineare nella presentazione del Report, confidando in un corretto impiego dei finanziamenti che verranno inseriti nel Recovery Plan: “Siamo di fronte a una svolta, un passaggio epocale. Se non destineremo al clima una quota rilevante dei finanziamenti per la ripresa dalla più grande crisi economica dal dopoguerra, il rimbalzo delle emissioni dopo il crollo del 2020 ci allontanerà di nuovo dai nostri obiettivi e l’Italia non si affermerà come “un Paese avanzato e competitivo sul principale terreno del futuro dell’economia globale, quello della green economy”.

I punti del rapporto

Per raggiungere la neutralità climatica al 2050, obiettivo dichiarato dall’UE e dal Paris Agreement, ogni paese deve raggiungere degli step intermedi che prevedono un taglio del 55% delle emissioni al 2030, rispetto a quelle del 1990. Ad oggi il nostro paese ha ottenuto una riduzione del 19% nel periodo di riferimento. Italy for Climate, nello stilare la sua road map per un paese a zero emissioni, ha individuato una serie di punti cruciali sui quali intervenire per ottenere i risultati sperati:

  • Introduzione di un sistema di carbon pricing, che faccia pagare moneta sonante a chi inquina troppo.
  • Passaggio da un modello di produzione lineare ad uno rigenerativo.
  • Forte accelerazione in ricerca, sviluppo e diffusione di soluzioni innovative.
  • Semplificazione e razionalizzazione delle procedure e degli iter autorizzativi.
  • Promozione della cultura della transizione.

Queste linee guida sono state pensate per far sì che si possa intervenire in modo trasversale su tutti gli ambiti da coinvolgere nella transizione ecologica. Dall’industria, primo settore per emissioni del paese, passando per i trasporti, fino ad arrivare ai consumi energetici residenziali, il terziario, l’agricoltura ed infine la gestione dei rifiuti. Sono questi, in sintesi, gli aspetti nei quali bisogna intervenire, in maniera massiccia, per raggiungere gli obiettivi intermedi stabiliti dagli Accordi di Parigi.

Le parole chiave della transizione sono quindi riduzione delle emissioni, efficientamento energetico, mobilità elettrica, filiere corte e biologiche con riduzione di alimenti provenienti da sistemi produttivi intensivi, generazione di materia prima seconda e, ovviamente, massicci investimenti nel settore delle rinnovabili.

La palla passa ai politici

La conferenza durante la quale è stato presentato in maniera dettagliato il piano sopra descritto ha visto la partecipazione di diversi rappresentanti politici di alto rango, che, come spesso accade, hanno colto l’occasione per esprimere la propria volontà di implementare questo tanto atteso cambio di rotta. Da Riccardo Fraccaro, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, passando per il Ministro dell’Ambiente Sergio Costa, fino al Ministro per gli Affari Regionali e Autonomie Francesco Boccia, tutti si sono succeduti in delle dichiarazioni che assecondano quanto sostenuto dal report.

“Il green è l’elemento principale del Recovery Plan”. “È necessario cambiare paradigma”. “Il Governo sta lavorando per favorire la transizione verso uno sviluppo sostenibile”. Sono frasi dette e ridette, che periodicamente escono dalla bocca di qualche politico intento a mostrare il suo grande amore per l’ambiente. Ma ad oggi le misure davvero green promosse dal Governo non sono abbastanza. Ad onor del vero va detto che qualcosa è stato fatto, ma siamo ancora ben lontani dal trattare la questione climatica con l’urgenza che merita. Che il Recovery Plan sia lo strumento adatto per vedere un’Italia davvero in prima linea nella lotta al cambiamento climatico? Noi lo speriamo vivamente. Solo il tempo ci dirà se sarà effettivamente così.

Come le multinazionali del fossile hanno approfittato del Covid

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Nei periodi di crisi, si sa, ci sono anche delle grandi occasioni, soprattutto se a cercarle è chi, da decenni, di mestiere fa l’opportunista. Stiamo parlando, ovviamente, della pandemia in atto, che ha monopolizzato le pagine dei media di tutto il mondo, e delle multinazionali operanti nel settore dell’energia fossile. Un nuovo report pubblicato dalla rete internazionale Fossil Free Politics, di cui fanno parte oltre 200 associazioni ambientaliste, porta alla luce tutte le manovre implementate dalle lobby dell’oil&gas per indirizzare le centinaia di miliardi di fondi pubblici, messi a disposizione dai vari governi, verso progetti che ci legherebbero per tanti anni ancora ad attività altamente inquinanti, scavando di fatto la fossa alle future generazioni.

Come approfittarsi di una pandemia

Il titolo del report, “Trasformare la crisi in opportunità: lobby e grandi manovre dell’industria fossile durante la pandemia”, è già di per sé più che esplicativo. Con una bibliografia lunga due pagine, che fa riferimento a più di 70 fonti ufficiali, il documento pubblicato la scorsa settimana costituisce una ricostruzione dettagliata ed affidabile delle operazioni portate avanti dai grandi attori dell’industria fossile in questi ultimi mesi, in cui l’attenzione era completamente rivolta ad altri temi di stretta attualità. Lungo una dozzina di pagine, il report si compone di quattro punti che ben riassumono la strategia utilizzata dai lobbisti per rifocillare le proprie casse e vedere approvate delle strategie energetiche che vincolerebbero per diversi anni ancora l’operato delle varie nazioni ad aziende come Eni, Snam, Total, Shell, Repsol e tante altre, grazie alla pianificazione di progetti incentrati su Gas, Stoccaggio di Carbonio e Idrogeno: tutte soluzioni ad alto impatto climatico che finirebbero per aggravare una situazione che già oggi risulta compromessa, almeno parzialmente.

Le false soluzioni proposte dalla lobby del fossile: Gas, Carbon capture & storage e Idrogeno

Tra le varie tecnologie disponibili oggi sul mercato per affrontare la crisi climatica in atto, le compagnie petrolifere hanno deciso di puntare tutto sulle tre soluzioni indicate appena sopra. Uno scenario che va evitato a tutti i costi per i seguenti motivi:

  • Il gas viene descritto da queste grandi aziende come una fonte di energia sostenibile. Tuttavia esso ha come effetto del suo utilizzo la generazione di gas serra ad alto impatto climatico come l’anidride carbonica ed il metano. Viene da sè, dunque, che quella di utilizzare questa fonte di energia non è una soluzione sostenibile, ed anzi, l’assegnazione di fondi pubblici ad aziende che operano in questo settore rischia di legarci ad un modello di sviluppo insostenibile per i decenni a venire, dirottando inoltre dei soldi che potrebbero essere utili alla transizione ecologica.

Le false soluzioni permettono alle aziende fossili di continuare indisturbate con il loro modello di business inquinante. Nella migliore delle ipotesi, si sprecano tempo e denaro; nella peggiore, si generano nuovi pericoli.

  • Lo stoccaggio e la cattura di carbonio, anche conosciute come CCS o Carbon Capture Storage costituiscono una tecnologia su cui le industrie operanti nel settore fossile confidano, o almeno fingono di farlo, per diminuire la presenza di gas serra in atmosfera. Ci hanno investito così tanto negli ultimi decenni che sono ormai praticamente costrette ad affermare che sia una soluzione credibile per contrastare la crisi climatica in atto. Tuttavia, ad oggi, i progressi fatti in questo campo non sono neanche lontanamente sufficienti a rendere questa pratica una possibile via d’uscita.

In realtà, le promesse di fattibilità commerciale della CCS sono sempre lontane un decennio. È una tecnologia non collaudata e rischiosa, ad alta intensità energetica, che allontana l’uscita dai combustibili fossili. È enormemente costosa, molto più del passaggio all’energia rinnovabile e non garantisce affatto la promessa riduzione di emissioni.

  • Un discorso a parte merita inoltre il tanto acclamato idrogeno. I suoi sostenitori sono ormai praticamente ovunque, ed effettivamente, per una piccolissima percentuale sul mix energetico mondiale, questo gas viene prodotto in maniera sostenibile, senza emettere gas serra. Tuttavia c’è un piccolo dettaglio che raramente viene citato quando si parla di idrogeno:

Attualmente il 96% dell’idrogeno viene ricavato da combustibili fossili […] La ‘promessa’ dell’idrogeno verde viene utilizzata per spianare la strada a quello fossile, tramite grandi investimenti infrastrutturali.

Il lobbysmo delle aziende

Il modo di operare di queste grandi multinazionali è ormai cosa ben nota. La loro ascesa è direttamente riconducibile al grande potere che esse hanno esercitato nel corso degli anni in ambito politico. Attraverso delle forti pressioni nei confronti dei decisori istituzionali, rese possibili dal loro strapotere economico, sono sempre riuscite ad ottenere delle leggi che gli permettessero di godere di ingenti somme di denaro pubblico. Ed anche in questo caso la strategia è rimasta la stessa.

Negli scorsi mesi la Commissione Europea ha discusso del piano di rilancio Next Generation EU, un pacchetto da oltre 750 miiardi di euro stanziati per gli anni 2021-2017. Il 30% di questa somma dovrà essere destinata ad azioni in favore del clima. Ed ecco che le tre pratiche sopra elencate diventano magicamente etichettate come “in favore dell’ambiente”, quando in realtà sono tutt’altro. Facendo diventare gas fossile, stoccaggio di carbonio e idrogeno delle soluzioni “verdi” queste aziende potrebbero infatti riuscire ad ottenere un’enorme quantità di denaro pubblico che, inevitabilmente, finirà per aggravare la situazione relativa al cambiamento climatico.

Come se tutto ciò non bastasse c’è un altro fattore che rende la situazione ancora più ambigua. A partire da marzo 2020 il Corporate Sector Purchase Program, ovvero un gruppo di acquisto dell’Unione Europea a cui sono stati affidati i fondi derivati dalla vendita degli Eurobond nella fase più acuta della pandemia, “ha acquistato titoli obbligazionari di aziende come Repsol, Shell, Eni, OMV, Total Capital E.ON e Snam. Così facendo, la BCE sta di fatto sostenendo la profittabilità futura di queste società”. Insomma, per farla breve, la BCE ha creato “un’alleanza finanziaria con il settore del fossile […] vincolandosi alle loro performance finanziarie. Di conseguenza avranno un interesse diretto nel promuovere politiche che aiutino queste aziende a rendere adeguatamente per almeno un decennio“.

Chi sono le lobby del fossile italiane ed europee

Secondo il rapporto pubblicato da Fossil Free Politicsmentre milioni di famiglie erano costrette a casa, i massimi livelli della Commissione europea hanno avuto tre incontri a settimana con i lobbisti dei combustibili fossili“. Una situazione inaccettabile che rischia di avere serie conseguenze sul lungo termine. Tra i “lobbisti” citati nel report troviamo le italiane Saipem, Snam, Eni, Maire Tecnimont e, più in generale, il Consorzio TAP, oltre a Confindustria Energia e la SACE, due giganti del panorama economico italiano che sono delle vere e proprie “cassaforti” per società operanti nel settore del fossile. Guardando invece all’estero ci sono altri nomi ben noti a chi si occupa di ambientalismo, e non solo: Repsol, Cepsa, Shell, OMV, Total, Partex, Engie, GRTGaz, Téréga, IOGP, Eurogas, Hydrogen Europe, ENTSO-G, Naturgy, Exxon Mobil, FuelsEurope, PGNiG, Gas Naturally e BP, Un vero e proprio esercito di aziende pronte a tutto pur di aumentare i propri profitti e mettere le mani su un succulento pacchetto di fondi pubblici che potrebbero invece essere destinati alla transizione ecologica.

L’unica via d’uscita

Alla fine del documento, appena prima della lunghissima lista delle fonti ufficiali utilizzate per la sua redazione, c’è una pagina dedicata alle conclusioni, in cui vengono elencate delle proposte utili ad uscire da questo circolo vizioso di influenza e corruzione ai più alti livelli della nostra società:

1 – Le istituzione democratiche devono erigere un muro per impedire all’industria del fossile l’accesso alle attività decisionali: no agli incontri con le lobby, no agli incarichi come consulenti e consiglieri, no ai ruoli negli istituti pubblici di ricerca.

2- Affrontare la questione degli interessi acquisiti: no ai conflitti d’interessi, no alle porte girevoli tra incarichi pubblici e industria del fossile, no ai consulenti provenienti dal mondo dell’industria.

3 – Porre fine alle corsie preferenziali riservate all’industria del fossile: no all’influenza nei negoziati sul clima, no alla partecipazione alle delegazioni istituzionali in sede di trattative internazionali o missioni commerciali, no ai sussidi o agli incentivi diretti all’uso di combustibili fossili o alle attività che ne promuovano o ne estendano l’uso

4 – Basta partnership con l’industria del fossile: no a sponsorizzazioni e partnership, no alla partecipazione ad eventi dell’industria, no alle donazioni a partiti o candidati.

Insomma, è tempo per le istituzioni di dare priorità all’interesse pubblico rispetto a quello privato. Gli interessi fossili vanno estromessi dalla politica senza se e senza ma, proprio come venne fatto anni fa con l’industria del tabacco, giusto per citare un esempio. Fino a quando non si entrerà in questo ordine di idee, i grandi lobbisti avranno la vittoria in tasca.

Fridays For Future: “L’UE sta barando con i numeri e ci sta rubando il futuro”

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Qualche giorno fa il Parlamento Europeo ha approvato la “Climate Law”, un provvedimento che impegna l’Unione a ridurre del 60% le emissioni entro il 2030. Una notizia che è stata accolta con gioia da parecchi addetti ai lavori. Tuttavia c’è anche chi non è affatto soddisfatto di questa decisione. Stiamo parlando di Greta Thunberg e del movimento a lei ispirato, Fridays For Future. La giovane attivista svedese, insieme agli altri giovani volti di FFF Luisa Neubauer, Adélaïde Charlier e Anuna de Wever, ha pubblicato un articolo su Medium.com in cui vengono spiegati i motivi di questa loro insoddisfazione.

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L’obiettivo della lettera

“Una delle più grandi e pressanti minacce per l’umanità è la convinzione che si stia mettendo in atto una reale e sufficiente azione di salvaguardia del clima, che ci si stia occupando della faccenda, quando in realtà non è così.”

Lo spezzone di articolo sopra riportato esprime, in maniera chiara, quale sia la più grande preoccupazione che riguarda la legge promulgata dal Parlamento Europeo. Se da un lato infatti la decisione presa la scorsa settimana da Bruxelles va nella giusta direzione, dall’altro ci sono dei dubbi riguardanti le modalità con cui i dati vengono calcolati. Un dettaglio non da poco, soprattutto se si considera che l’opinione pubblica, sempre molto distratta per quanto riguarda le questioni climatiche, ha rilanciato la notizia come se fosse la soluzione definitiva a tutti i problemi legati al cambiamento climatico. Ma, conti alla mano, non è proprio così. Ecco perchè.

Le discrepanze con l’Accordo di Parigi

Il Paris Agreement pone come obiettivo globale un aumento medio della temperatura globale che non sfori la soglia di +1,5 °C, dandosi come limite massimo un aumento di +2°C. Affinchè si raggiunga questo risultato, ogni paese ha il dovere di ridurre le proprie emissioni a zero entro il 2050, con in mezzo degli step intermedi che permettano di monitorare in maniera realistica se il proprio operato è in linea con quanto promesso o meno.

Nell’articolo pubblicato e tradotto sul sito di Fridays For Future si può leggere quanto segue:

“Gli obiettivi proposti per la riduzione delle emissioni di CO2 per l’UE del 55%, del 60% o perfino del 65% entro il 2030 non sono neanche lontanamente sufficienti per essere in linea con l’obiettivo di 1,5°C, e nemmeno con il “ben al di sotto dei 2°C” dell’accordo di Parigi”.

Una frase che non lascia spazio ad interpretazioni. Secondo alcune stime dei più importanti ricercatori del mondo, con la riduzione stabilita dal Parlamento Europeo avremmo solamente il 50% di possibilità di non superare la soglia dei +1,5°C. Praticamente la stessa probabilità di indovinare l’esito del lancio di una monetina. Non proprio una considerazione rassicurante.

La manipolazione delle date e delle percentuali

Un altro dei punti esposti riguarda l’utilizzo delle date di riferimento in termini di riduzione delle emissioni, che in Unione Europea sono da sempre calcolate rispetto a quelle del 1990. Dal 1990 ad oggi l’UE ha già ridotto, con metodi discutibili di cui vi parleremo sotto, le proprie emissioni territoriali del 23%. Per raggiungere l’obiettivo prefissato dalla Climate Law sarà dunque sufficiente tagliare le nostre emissioni odierne di un ulteriore 42% rispetto al 2018. Una cifra ben lontana dal 60% annunciato e che rischia di mandare fuori strada la percezione collettiva dei risultati ottenuti.

Le emissioni esportate

Passiamo ora ad una delle problematiche principali della logica adottata dall’UE. Nel conteggio complessivo non vengono incluse le emissioni che, rispetto al 1990, sono state esportate in altri paesi. Quella di delocalizzare le attività produttive in paesi a basso reddito, dove le regolamentazioni ambientali ed il costo del lavoro diventano uno scoglio molto più facile da superare, è una pratica che negli ultimi trent’anni si è diffusa a dismisura in Europa. Una parte cospicua della riduzione ad oggi ottenuta è dunque frutto di questo sotterfugio. Tutto ciò rende i risultati ottenuti fino ad ora poco più di uno specchietto per le allodole. Se infatti la quantità di emissioni globali non diminuisce ma, invece, ne viene semplicemente spostata l’origine, il risultato finale sarà lo stesso.

“Le riduzioni proposte non calcolano le emissioni del trasporto aereo internazionale, del trasporto marittimo né, ancora, del consumo di beni prodotti al di fuori dell’UE. Quindi, per esempio, se il vostro computer portatile è stato prodotto in Cina, le vostre scarpe in Indonesia, i vostri jeans in Bangladesh, la vostra giacca in India, il vostro caffè in Kenya, il vostro smartphone in Corea del Sud e la vostro bistecca in Brasile, allora, in pratica, nessuna di queste cose verrà conteggiata come emissioni dell’UE. E un breve viaggio in treno da Colonia ad Aquisgrana comporterà più emissioni di un volo andata/ritorno per Buenos Aires o Bangkok.”

Come dare il cattivo esempio

Proseguiamo con la penultima argomentazione espressa su TheMedium.com dall’attivista svedese.

Se non riusciamo a fare da guida e dare per primi l’esempio come abbiamo promesso, allora come possiamo aspettarci che paesi come la Cina e l’India facciano la loro parte?

Un aspetto che è stato completamente trascurato nella promulgazione di questa legge è quello dell'”equità”. L’Unione Europea, insieme ad altri paesi, si è impegnata con il Paris Agreement ad aiutare le nazioni del terzo mondo per far sì che vengano dotate di alcune importanti infrastrutture, di cui noi disponiamo già da tempo, e che assicurino il rispetto di alcuni diritti fondamenti come quello all’acqua e all’istruzione, così come anche la costruzione di altre opere per noi ormai scontate come strade, reti elettriche, ospedali e via dicendo. Il tutto, ovviamente, entro i limiti dei principi di sostenibilità. Ma se l’UE stessa è la prima a rompere queste regole, come può aspettarsi che gli altri la seguano?

Quest’ultimo è un dettaglio che non va affatto sottovalutato e che, sul lungo termine, potrebbe fare la differenza. La coerenza tra parole e fatti è l’unico modo credibile di risolvere la crisi climatica.

Gli altri fattori da considerare nel conteggio dell’aumento di temperatura

L’ultimo punto, lasciato forse di proposito come ultimo nell’articolo, è quello che fa più paura. Quando sono state calcolate le probabilità di rimanere al di sotto della soglia di +1,5°C, con i tagli di emissioni stabiliti, non sono stati tenuto in conto diversi fattori, che però si verificheranno con grande probabilità. Anzi, a dirla tutta, alcuni di questi hanno già iniziato a manifestarsi.

Se ad esempio gli ecosistemi naturali, l’oceano o le calotte di ghiaccio passeranno il cosiddetto “punto di non ritorno”, di cui vi abbiamo parlato in un precedente articolo, verrebbero attivati “dei cicli di feedback che aumenterebbero il surriscaldamento”.

Vanno inoltre aggiunte al calcolo effettuato dall’UE “le emissioni prodotte negli incendi, la morìa delle foreste per malattie e siccità, il calo dell’effetto albedo dovuto alla scomparsa dei ghiacci marini, o il rapido degrado del permafrost artico e il conseguente rilascio di metano”. Tutti aspetti che, da soli, rischiano di scatenare un ulteriore aumento della temperatura che oscilla da +0,5°C a +1,1°C.

“Ascoltate la scienza, agite in base alla scienza”

Questa presa di posizione di Greta e delle sue compagne, avvenuta un paio di giorni prima della promulgazione della Climate Law, ci deve spingere a riflettere su diverse cose. Da un lato risulta fondamentale verificare in maniera dettagliata quanto promesso da una classe politica che, fino ad oggi, ha deluso su tutta la linea per quanto riguarda la crisi climatica. Le conclusioni a cui sono arrivate le attiviste sono infatti basate su dei dati che sono alla portata di tutti. La letteratura offre ormai centinaia di titoli sul tema del cambiamento climatico, e risulta fondamentale acquisire una conoscenza quanto più dettagliata possibile su questo argomento, per riuscire ad avere un approccio critico e consapevole alle promesse che ci vengono fatte. Inoltre, altro fattore da non sottovalutare, ci ricorda quanto sia importante tenere alta la soglia dell’attenzione. Il rischio più grande, come precisato anche dalle attiviste, è quello di pensare, grazie ai piccoli progressi che si stanno facendo in questi ultimi tempi, che ci si sta prendendo cura a dovere del problema. Beh, non è ancora così. E noi non smetteremo di parlarne fino a quando non lo sarà.

I cambiamenti climatici si abbattono su un’Italia impreparata

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“L’Italia è diventata l’hotspot dei cambiamenti climatici”. È con questa frase che Marco Damilano, direttore de L’Espresso, ha introdotto, durante una puntata di Propaganda Live, la presentazione dell’ultimo libro di Stefano Liberti, intitolatoTerra bruciata“, in cui il giornalista d’inchiesta, già autore di diversi titoli e documentari di assoluto livello sul cambiamento climatico, spiega come il nostro paese sia diventato una delle aree geografiche più colpite dall’avanzare del riscaldamento globale. Gli ultimi esempi sono le inondazioni che durante questo weekend hanno colpito la Liguria e il Piemonte. Mentre i politici si facevano vanto del corretto funzionamento del Mose, che ha salvato Venezia dalla seconda “acqua alta” degli ultimi dodici mesi, le due regioni settentrionali stavano vivendo una tragedia annunciata.

Le inondazioni di Piemonte e Liguria

Partiamo dai fatti dello scorso weekend. Nella giornata di sabato una bomba d’acqua ha colpito la parte nord occidentale del Paese, con ingenti danni alle infrastrutture locali e non solo. Sono 20 le persone disperse, e ci sono anche due vittime già accertate.

A Ventimiglia, città di confine tra Italia e Francia, il fiume Roya ha rotto gli argini, devastando una città che ora si trova in ginocchio. I danni sono incalcolabili.

Il livello del fiume Sesia, in Piemonte, è salito fino a 8 metri e mezzo, provocando un alto numero di esondazioni in diverse aree della regione e stabilendo l’ennesimo record targato “climate change”. Le città di Borgosesia, Mergozzo e Candoglia sono state colpite da 214 mm di pioggia in 12 ore. Una serie di disgrazie che si aggiungono alla lunga lista di disastri ambientali a cui abbiamo dovuto assistere in quest’annata a dir poco travagliata. Nel mentre siamo costretti a raccogliere nuovamente i cocci di un paese che, come diciamo da tempo, sta subendo e continuerà a subire le conseguenze del riscaldamento globale, in un contesto aggravato da gravi problemi di cementificazione e dissesto idrogeologico. Due fattori che spianano la strada a catastrofi di questo tipo.

https://www.youtube.com/watch?v=T8PfEAh9XqI

L’hotspot dei cambiamenti climatici

L’espressione usata da Stefano Liberti e Marco Damilano per descrivere la situazione attuale è a dir poco azzeccata. La frequenza e l’intensità di fenomeni meteorologici estremi verificatisi nel nostro paese stanno aumentando a vista d’occhio. Solamente negli ultimi venti giorni ,oltre alle zone sopra citate, anche quelle di Livorno, Napoli e Milano hanno dovuto fare i conti con eventi simili.

A Rosignano Marittimo, in Toscana, tra il 25 e il 26 settembre, una tromba d’aria ha causato tre feriti e distrutto le case di quattro persone, che sono state evacuate. Ingenti i danni anche alle infrastrutture, con palestre scoperchiate, alberi caduti ed una tensotruttura completamente crollata.

Negli stessi giorni le condizioni meteorologiche avverse hanno spaventano anche i cittadini campani. Alla Pignasecca (Napoli), una tettoia si è staccata da un palazzo cadendo su alcune bancarelle del mercato. Solamente una fortunata coincidenza ha fatto sì che non ci fossero vittime. Allo stesso tempo Salerno veniva colpita da una tromba d’aria, con ingenti danni alle infrastrutture locali. Alcune frazioni della città sono restate isolate. Gli interventi dei vigili del fuoco sono stati più di quaranta.

Anche la Lombardia non è restata indenne. A Luvinate, un sessantunenne è rimasto ucciso mentre faceva jogging. A Tradate una tromba d’aria ha scoperchiato il tetto dell’ospedale, distruggendo anche alcune sale operatorie. A Castelvaccana due persone sono rimaste sommerse da fango e detriti all’interno della loro abitazione, con i vigili del fuoco che sono riusciti a soccorrerli solamente nella giornata successiva. A Lazzate, in Brianza, il tetto della scuola elementare è stato portato via da una tromba d’aria mentre si stavano regolarmente svolgendo le lezioni. Le risaie situate tra Pavia e Novara sono state vittima di una gradinata, facendo perdere, ad alcune aziende, il 100% del raccolto. Nell’alto Mantovano i campi di mais sono stati distrutti.

In Veneto, dove Venezia si è salvata solo grazie al Mose, una grandinata ha colpito vaste zone della regione, con chicchi grandi come palline da tennis. Nel frattempo in alcune località ad alta quota del Nord Italia sono arrivate le prime nevicate, in largo anticipo rispetto agli scorsi anni.

Tutto questo, lo ribadiamo, solamente nelle ultime due settimane.

Gli altri disastri ambientali

Se invece ci sforziamo di andare poco più a ritroso con la memoria, per ricordare gli eventi catastrofici che hanno messo in ginocchio diverse parti d’Italia negli ultimi dodici mesi, la lista si allunga ulteriormente:

Tutto questo solo in Italia, e solo nell’ultimo anno. E i media parlano ancora di “maltempo”, divenendo in questo modo complici di una classe politica che, nonostante i ripetuti campanelli d’allarme, continua a non affrontare il problema con l’urgenza che merita. Immediata l’indignazione dei volti noti del panorama ambientalista italiano che, all’unisono, hanno posto l’attenzione sulla vera causa di queste catastrofi: il cambiamento climatico.

E non si può neanche dire che tutto questo non fosse prevedibile. Da decenni ormai gli scienziati del clima descrivono alcune delle conseguenze del riscaldamento globale come “un aumento nell’intensità e nella frequenza di fenomeni meteorologici estremi”. Così come si sa ormai da tempo che la nostra cara Italia sarà tra i paesi a subirne maggiormente i danni, sia per collocazione geografica, sia per composizione morfologica, in un contesto aggravato da un tasso di cementificazione tra i più alti del mondo. Eppure siamo ancora qui a raccontare di queste tragedie, mentre i politici del nostro paese postano compiaciuti sui social la messa in atto del sistema Mose, quando a 200 chilometri di distanza c’è gente che perde la vita sotto i colpi del riscaldamento globale e non è ancora stata messa nero su bianco una strategia credibile per decarbonizzare il paese nel più breve tempo possibile, tenendo anche conto delle misure di adattamento utili ad arginare i danni che fenomeni di questo tipo continueranno a causare nei decenni a venire.

Siamo in emergenza. È “collasso climatico”

Alla luce di questi avvenimenti e, soprattutto, delle migliaia di ricerche scientifiche portate a termine sul tema, non ci si può più nascondere dietro a slogan inconcludenti. Siamo nell’epoca dei cambiamenti climatici ed il nostro paese rischia il collasso, per non parlare di altre zone del pianeta che sono ancora più a rischio della nostra. Ormai non passa giorno senza che, in qualche parte del mondo, non si verifichi un disastro ambientale. Incendi, alluvioni, frane, ghiacciai che si staccano, morie di animali e pesci, sono tutti avvenimenti che ormai non sorprendono più, data la loro frequenza. Così come non va dimenticato che la pandemia globale in atto è direttamente associabile al delirio di onnipotenza che ha permesso all’uomo di devastare la natura che ci circonda. Ora più che mai è giunto il momento di interrogarsi su questi problemi, per proporre soluzioni globali ed inclusive che non lascino indietro nessuno. Proprio in questo senso, è fondamentale continuare ad alzare la voce per innalzare il cambiamento climatico a tema centrale all’interno del dibattito pubblico ed alfabetizzare la popolazione su un qualcosa che rischia di affossarci senza che la maggior parte di noi se ne accorga.

Fridays For Future ripartirà questo venerdì con lo sciopero globale e manifesterà anche nelle piazze italiane, in tutta sicurezza e secondo le normative anti Covid vigenti. Extinction Rebellion ha dato inizio ieri ad una settimana di “ribellione” a Roma. Migliaia di gruppi di attivisti in tutto il mondo stanno combattendo giorno dopo giorno, per assicurare alle future generazioni un pianeta che sia quanto meno vivibile. Quella che per decenni è stata “solo” una teoria scientifica senza riscontro effettivo, oggi è più reale che mai. E i cittadini di tutto il mondo, compresi quelli italiani, ne stanno pagando le conseguenze. Serve una svolta politica, mediatica e mentale, oltre ad un esame di coscienza collettivo che ci porti ad ammettere di aver sbagliato su, quasi, tutta la linea. Il tutto nel più breve tempo possibile. Solo a queste condizioni potremo salvarci dal “collasso climatico”.

Il libro di Stefano Liberti sugli effetti che il cambiamento climatico avrà nel nostro paese.
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La Cina annuncia di voler raggiungere la neutralità climatica entro il 2060

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Una notizia inaspettata che ha colto di sorpresa gli addetti ai lavori. Xi Jinping, durante l’Assemblea Generale dell’ONU di qualche giorno fa, ha annunciato che la la Cina vuole fare la sua parte contro l’inquinamento e raggiungerà “emissioni zero” entro il 2060. Una data che si distanzia di qualche anno rispetto a quella definita degli accordi di Parigi che, però, potrebbe comunque costituire un cambio epocale nella lotta climatica, visto e considerato che il Paese è il maggior emettitore di gas serra al mondo, con circa il 28% delle emissioni del pianeta riconducibili alle sue attività.

cina inquinamento

Una svolta epocale nella lotta della Cina all’inquinamento

Una tale presa di posizione da parte di una delle maggiori economie mondiali è sicuramente una buona notizia. Seppur con tutte le riserve del caso, che analizzeremo nei paragrafi successivi, si tratta della promessa più ambiziosa mai fatta dalla Cina sul tema dell’inquinamento. Durante le passate conferenze sul clima il dibattito sulle emissioni cinesi è stato uno dei più accesi, soprattutto relativamente alle accise da pagare per le quote di carbonio. Se infatti i paesi industrializzati spingevano per l’adozione di una politica incentrata sulla logica del “chi inquina paga”, Pechino, dal canto suo, si è sempre opposta a questo provvedimento in quanto paese non ancora completamente sviluppato. Inoltre va considerato che gran parte delle emissioni cinesi sono conseguenza della produzioni di beni di consumo che vanno a finire nel mercato occidentale, rendendo dunque l’inquinamento necessario alla loro produzione attribuibile ai paesi di destinazione. Delle posizioni che possono essere condivisibili o meno, ma che, sotto alcuni punti di vista, hanno una loro giustificazione logica.

L’annuncio è stato accolto in maniera decisamente positiva da diverse personalità eccellenti del panorama internazionale. La Presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen, per citarne una, ha espresso la sua soddisfazione con un tweet: “Accolgo con favore l’obiettivo della Cina di tagliare le emissioni e arrivare alla neutralità carbonica entro il 2060. Lavoreremo insieme a loro per questo, ma c’è tanto da fare ancora”.

Secondo una stima di Carbon Brief, qualora la Cina raggiungesse effettivamente l’obiettivo prefissato e gli altri paesi non facessero nulla, il riscaldamento globale raggiungerebbe +2,35 °C intorno al 2060, ovvero circa 0,25 gradi in meno rispetto alle previsioni attuali. Se a questa diminuzione aggiungiamo quella auspicabile anche per le altre grandi economie globali, lo scenario relativo agli effetti dei cambiamenti climatici inizierebbe ad assumere sembianze molto meno nefaste. Se infatti la quota di +1,5°C è quella dichiarata come obiettivo comune negli Accordi di Parigi, ad oggi risulta molto difficile immaginare di restare al di sotto di quella soglia. Per come stanno le cose attualmente, riuscire a raggiungere un’innalzamento della temperatura media di solo +2°C sarebbe un ottimo risultato. Non si eviterebbero totalmente le conseguenze della crisi climatica, ma verrebbero scongiurati gli scenari peggiori che, di fatto, metterebbero a rischio la sopravvivenza di un’ampia fetta della popolazione mondiale.

Il piano della Cina per diminuire l’inquinamento

“L’umanità non può permettersi di ignorare i ripetuti avvertimenti della natura e di seguire il sentiero finora battuto dell’estrazione di risorse senza investire nella tutela dell’ambiente, di cercare lo sviluppo a discapito della salvaguardia e di sfruttare le risorse come se fossero inesauribili”. Dietro a queste parole di Xi Jinping c’è un piano già delineato ed in parte esposto durante la Conferenza. Il picco delle emissioni verrà raggiunto nel 2029, permettendo così alla propria economia di proliferare e raggiungere i livelli delle grandi potenze mondiali. A partire dal 2030 inizierà invece un processo di decarbonizzazione dell’economia, con l’obiettivo di raggiungere la neutralità climatica nel 2060.

Ciò ovviamente non significa che nel frattempo non verranno messe in campo le prime contromisure per abbattere le emissioni del Paese. La Cina è infatti il maggiore produttore mondiale di automobili e bus elettrici ed è già oggi uno dei paesi che investe maggiormente nelle fonti rinnovabili. Secondo una stima effettuata da Bloomberg lo scorso anno Pechino produceva già 213 gigawatt di energia da pannelli fotovoltaici e 231 da turbine eoliche. Quantità non trascurabili che dimostrano i progressi fatti negli ultimi anni. Il problema principale giace però nell’enorme quantità di energia necessaria ad alimentare il Paese che, nel frattempo, verrà generata dai combustibili fossili. Sono infatti tantissimi i permessi concessi dal governo per la costruzione di centrali a carbone negli ultimi anni. Inoltre la Repubblica Popolare Cinese è uno dei maggiori produttori mondiali di acciaio, cemento ed altri prodotti il cui processo produttivo è altamente inquinante.

Tutti questi fattori inducono a pensare che difficilmente la Cina non inquinerà più nel 2060. Tuttavia il governo ha in mente una serie di contromisure atte a compensare queste emissioni. Tra queste c’è la volontà di riforestare ampie zone del paese e di rigenerare altre aree naturali che attualmente sono trascurate. Inoltre si punta anche a migliorare alcune tecnologie legate all’assorbimento di carbonio dall’atmosfera, ma al momento si tratta solo di ipotesi. Fondamentali in questo senso saranno anche gli investimenti nel campo dell’ “idrogeno verde”, una fonte di energia che potrebbe costituire il futuro del settore.

D’altronde, come ben sa Xi Jinping, la Cina è uno dei paesi maggiormente esposti all’avanzamento dei cambiamenti climatici. Già oggi la vasta area territoriale del paese è una delle zone che ha sperimentato il maggiore aumento delle temperature medie. Inoltre la presenza di enormi centri abitati a ridosso delle coste oceaniche rende necessaria, eccome, l’attuazione di politiche di mitigazione ed adattamento al riscaldamento globale.

Gli USA restano soli?

Un’altra chiave di lettura della sorprendente presa di posizione della Cina riguarda i potenziali risvolti politici. Con le elezioni americane alle porte, dall’esito sempre più incerto, non è infatti facile predire quale sarà il futuro della lotta economica tra le due forze. Vista la momentanea incertezza del risultato delle presidenziali statunitensi, da cui dipenderà la politica energetica dei prossimi anni, questo passo in avanti di Pechino pone la Cina momentaneamente in vantaggio sul diretto concorrente per quando riguarda una questione che è inevitabilmente comuni a tutte le nazioni del mondo, come lo sono i cambiamenti climatici. L’esito della tornata elettorale di inizio Novembre ci dirà se Washington seguirà o meno la dichiarazione d’intenti di Xi Jinping. Qualora Biden dovesse aggiudicarsi la Casa Bianca, visto anche l’impegno che l’Unione Europea ha preso con il Green New Deal, la lotta climatica potrebbe subire una svolta inaspettata e, soprattutto, decisamente positiva. Un’ulteriore riprova dell’importanza dei prossimi anni, che ci diranno se la battaglia ambientale sarà vinta o meno.

L’impegno di Facebook e Google per la neutralità climatica

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I due colossi del Web hanno annunciato la loro volontà di raggiungere la neutralità climatica. Facebook e Google si aggiungono così alla lista delle grandi compagnie che hanno deciso di prendere una posizione decisa nella lotta al riscaldamento globale. Sebbene sia lecito avere tutti i dubbi del caso, almeno fino a quando gli obiettivi e le tempistiche non saranno rispettati, si tratta comunque di un primo passo nella giusta direzione. Solo il tempo ci dirà se si tratta di greenwashing, oppure di una vera e propria svolta ambientalista.

Neutralità climatica: cos’è e come raggiungerla

Quello della neutralità climatica è un concetto che viene spesso ripetuto, anche in campo politico. Il termine è lo stesso che è stato utilizzato per definire i target ambientali, non solo delle compagnie, ma anche di diversi provvedimenti politici quali il Paris Agreement ed il Green New Deal. Questa è la definizione che si può trovare nel sito del Parlamento Europeo: “Le emissioni zero (o neutralità carbonica) consistono nel raggiungimento di un equilibrio tra le emissioni e l’assorbimento di carbonio. Quando si rimuove anidride carbonica dall’atmosfera si parla di sequestro o immobilizzazione del carbonio. Per raggiungere tale obiettivo, l’emissione dei gas serra dovrà essere controbilanciata dall’assorbimento delle emissioni di carbonio”.

Parliamo dunque di una pratica considerata particolarmente virtuosa e che, se portata avanti con coerenza e costanza, potrebbe costituire già da sola la soluzione al problema dei cambiamenti climatici. In questo senso l’ago della bilancia sarà la velocità con la quale questi obiettivi verranno raggiunti, su tutti i livelli della società.

Non solo Facebook e Google: le altre compagnie che hanno preso l’impegno

La notizia più sorprendente riguarda l’inaspettata mossa da parte di Facebook. In una nota pubblicata sul web l’azienda di Marc Zuckerberg ha annunciato che “nel prossimo decennio Facebook lavorerà per ridurre le emissioni carboniche dalle sue operazione, includendo anche quelle dei propri fornitori e dei propri clienti, cercando al contempo di fare la propria parte nello sviluppo di nuove tecnologie per l’assorbimento di carbonio dall’atmosfera e rendendo i nostri processi il più efficienti possibile”.

Una posizione condivida anche da Google che, in realtà, già nel 2007 aveva annunciato la stessa cosa, diventando 10 anni dopo “carbon neutral” o “ad impatto zero”. L’energia utilizzata dalla compagnia è infatti al 100% rinnovabile, tuttavia non si è ancora riusciti ad eliminare completamente le emissioni relative ad altri settori. Un obiettivo che l’azienda spera di raggiungere nel più breve tempo possibile.

I due esempi sopra citati hanno seguito la leadership di Microsoft ed Apple, che hanno dichiarato già da qualche tempo di voler raggiungere la neutralità climatica in tutte le loro attività: dall’energia utilizzata, al reperimento delle materie prime, passando per l’utilizzo e lo smaltimento dei propri prodotti.

Si tratta di obiettivi ambiziosi e difficili da raggiungere, ma considerata la potenza di fuoco dei soggetti è lecito pensare che, se c’è qualcuno che può riuscirci, sono proprio loro. Le date stabilite per ottenere questi risultati varia in base ai soggetti coinvolti, tra il 2030 ed il 2040.

Le criticità verso la neutralità climatica

Siamo ormai abituati ad ascoltare belle parole in favore dell’ambiente da parte delle personalità più influenti della nostra epoca, senza che poi queste vengano tramutate in fatti concreti. Senza girarci troppo intorno, c’è il rischio che anche questa volta accada lo stesso. Tuttavia, prima di giudicare, bisognerà ancora aspettare per capire se queste compagnie stiano facendo sul serio, oppure no.

Resta anche il problema delle emissioni storiche. Se infatti è possibile che nei prossimi anni l’impatto ambientale di queste aziende potrà diminuire fino ad arrivare a zero, ci sono comunque delle criticità legate all’impronta ecologica, per così dire, “storica” di alcune delle realtà economiche con il più alto fabbisogno energetico su scala globale. Una problematica che si proverà a risolvere, per lo più, attraverso attività di riforestazione e rimboschimento. Una pratica ormai molto diffusa che permette di acquistare dei “crediti di carbonio” per compensare le emissione di gas serra. Il rischio, anche in questo caso, è che l’utilizzo di questi crediti di carbonio permetta alle aziende di continuare ad inquinare impunemente. Nel panorama ambientalista esistono sia i sostenitori di questa pratica, sia i detrattori. Altro nodo cruciale della questione sarà il modo in cui verranno calcolate le emissioni. Se infatti, per raggiungere la tanto agognata neutralità climatica, basterà avere equilibrio tra l’anidride carbonica emessa e quella “sequestrata” attraverso pratiche virtuose, ma comunque discusse per vari motivi, potrebbero sorgere delle problematiche importanti.

Un aspetto da non sottovalutare riguarda però la possibile influenza che i quattro colossi citati nell’articolo possono avere sull’economia globale. Un’arma che, se usata a dovere, potrebbe rivelarsi decisiva nella lotta climatica.

Insomma, solo il tempo ci dirà se si tratta dei soliti slogan ambientalisti utilizzati per guadagnare consenso oppure di una vera e propria svolta green. Un futuro a emissioni zero, in un lasso di tempo relativamente breve, è l’unica chance che abbiamo per fermare i cambiamenti climatici. E i big dell’economia mondiale possono, e devono, giocare un ruolo fondamentale.

Riciclo dei pannelli solari: scoperto nuovo metodo per riutilizzare il silicio dei dispositivi dismessi

Il riciclo dei pannelli solari, o più in generale quello di tecnologie ecocompatibili, è uno dei cavalli di battaglia dei detrattori della conversione ecologica. Si tratta per lo più di argomenti superati e che si basano su fondamenta poco solide. Oggi ancora di più, grazie ad una scoperta degli scienziati dello Skolkovo Institute of Science and Technology di Mosca che, in uno studio pubblicato sulla rivista ACS Sustainable Chemistry & Engineering, hanno spiegato come riconvertire il silicio utilizzato nei sistemi fotovoltaici per dargli nuova vita

Il silicio dei pannelli solari dismessi come nuova fonte di energia

Il ricercatore capo del progetto Stanislav Evlashin ha così commentato la scoperta: “I pannelli utilizzati vengono convertiti in nanoparticelle mediante sintesi idrotermale in ambiente acquoso. L’aspetto positivo di questo processo è che le dimensioni delle nanoparticelle possono essere controllate in un intervallo compreso tra 8 e 50 nm senza utilizzare molte apparecchiature”. Il processo da loro implementato permette così di riciclare in modo sicuro le particelle di silicio, in modo da creare nuove fonti di nanoparticelle di ossido di silicio.

Si tratta di un procedimento sicuramente innovativo che infierisce un altro colpo a chi continua a giustificare la mancata accelerata verso la transizione green con scuse quali, appunto, la non riciclabilità dei dispositivi in grado di produrre energia da fonti pulite e non inquinanti. Va però detto che questa scoperta non cambia totalmente le carte in tavola. Infatti già prima della realizzazione di questo esperimento era comunque possibile riciclare in buona parte i pannelli, anche nel nostro paese. COBAT è infatti un’azienda specializzata nel riciclaggio di questo tipo di rifiuti, così come ce ne sono altre che operano già da tempo nel settore che, così come tanti altri, sta vivendo una fase di grande sviluppo tecnologico che, nel giro di qualche anno, ci permetterà di risolvere definitivamente questo tipo di problematiche che, purtroppo, sono vittime della grande disinformazione che regna sul tema.

Il falso mito dell’insostenibilità dei pannelli solari e dei prodotti ecocompatibili

Anche parlando di questo argomento risulta evidente la grande imparzialità che governa la nostra società quando è il momento di giudicare un prodotto inquinante ed uno che, invece, ha un impatto positivo, al netto dei processi di produzione e di smaltimento, sull’ambiente.

Sebbene infatti esistono tutt’ora alcune minori criticità da risolvere, il bilancio degli effetti che un pannello fotovoltaico ha, in termini di sostenibilità, è altamente conveniente. Parliamo di sistemi che hanno una durata di almeno 25/30 anni e che, durante il loro ciclo di vita, hanno prodotto così tanta energia pulita da rendere le critiche mosse dai suoi detrattori semplicemente infondate. Il risparmio, in termini di emissioni, che comporta un’installazione del genere, non verrà infatti in alcun modo annullato dai potenziali problemi che potrebbero, forse, verificarsi nel momento in cui andrà smaltito. A maggior ragione ora, con questa ulteriore scoperta che, precisiamo, non è la prima in questo campo e non sarà l’ultima.

Quella del puntare il dito contro i prodotti ecocompatibili è una pratica largamente diffusa, non solo tra chi ha forti interessi nel rallentare la transizione ecologica, ma anche tra i cittadini. Spesso si incappa in conversazioni sulle possibili problematiche legate alla diffusione su larga scala di tecnologie verdi, perdendo però di vista due aspetti che giustificano, eccome, la necessità di investire massicciamente nel settore green.

Il primo di questi riguarda la convenienza in termini di emissioni. Il ciclo di vita di una macchina elettrica nel suo complesso, ad esempio, ha un impatto ambientale molto minore rispetto a quelle alimentate da combustibili fossili. Basti pensare ad alcuni degli argomenti maggiormente cavalcati dai più diffidenti, quali lo smaltimento della batteria o, più in generale quando si parla di energia solare, dei sistemi di accumulo. Già oggi ci sono aziende specializzate nel recupero o nel corretto smaltimento di questi “scarti”, rendendo quindi quelle affermazioni poco più che sterili polemiche.

Ma c’è anche un altro punto che vale la pena trattare. Le alternative non ecocompatibili, come ad esempio le automobili “tradizionali” o le centrali a carbone e a gas, solo per fare alcuni esempi, presentano esattamente lo stesso tipo di problematiche. Che fine fa un’automobile ormai obsoleta? E cosa ne sarà della centrale a gas o a carbone una volta che verrà dismessa? In tutte queste situazioni ci sarà un alto costo ambientale da pagare. Eppure il dito viene puntato viene puntato solo contro le alternative sostenibili.

Come siamo arrivati a questo punto?

Questa situazioni ai limiti dell’assurdo è frutto, come spesso in questi casi, di un’astuta strategia comunicativa delle grande multinazionali, oltre che di un’informazione piuttosto superficiale sull’argomento ad opera dei media, con una conseguente percezione alterata della realtà da parte dei cittadini. Già con le tecnologie che abbiamo a disposizione oggi le tesi degli scettici sono facilmente confutabili. Inoltre gli ingenti investimenti che continuano ad esser fatti nel campo dell’energia pulita permettono di avere un cauto ottimismo nella risoluzione di alcune problematiche che, è vero, ad oggi esistono, ma che comunque già così rappresentano un’alternativa decisamente migliore dal punto di vista ambientale rispetto al cosiddetto business as usual.

Siamo comunque nel bel mezzo di una vera propria battaglia tra due forze antitetiche che, però, vengono giudicate in modo assolutamente imparziale. Solo quando si arriverà a guardare alla realtà in maniera oggettiva e, perchè no, scientifica, la tanto agognata transizione ecologica troverà dinanzi a sè la strada spianata.

Il consumatore verde: le mie azioni fanno davvero la differenza?

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Credit: utente Pixabay darksouls1

Una domanda che affligge molti e la cui risposta negativa viene spesso utilizzata dai più diffidenti per giustificare la propria inazione climatica. Come faccio io, da solo, a contrastare un problema tanto grande quale il riscaldamento globale? La risposta sembra ovvia e può portare ad un diffuso senso di impotenza e di rifiuto. Tuttavia si tratta di un discorso molto complesso, che Jaap Tiebelke, giornalista ambientale del De Groene Amsterdammer, ha affrontato in maniera più che esaustiva nell’articolo di copertina dlell’Internazionale del 20 agosto. Ed è proprio partendo da qui che affrontiamo un tema tanto intricato quanto importante per chiunque voglia fare la propria parte in maniera consapevole.

I dati citati nell’articolo dell’Internazionale

Iniziamo con alcune considerazioni oggettive ed inequivocabili. Come riportato dal Guardian nella sua inchiesta “Carbon Majors”, ben il 35% delle emissioni di anidride carbonica immesse in atmosfera a partire dal 1965 sono riconducibili a 20 società energetiche operanti nel campo dell’oil&gas. Una fetta non indifferente che fa di questo settore il più inquinante in assoluto. Tuttavia da più di 30 anni continuiamo ad essere bombardati di pubblicità e consigli su come abbassare il nostro impatto ambientale, nonostante, evidentemente, la nostra ipotetica scelta di non usare più l’automobile non abbia, in termini assoluti, chissà quale effetto tangibile sulla crisi climatica. Il risultato? Il consumatore si sente in colpa ogni qual volta compie un’azione non sostenibile, le compagnie petrolifere continuano indisturbate le loro attività estrattive ed un diffuso senso di impotenza pervade la società tutta, complice anche l’inazione di una classe politica incapace di dare una risposta concreta all’imperversante piaga del riscaldamento globale.

Una situazione che, come precisa Tiebelke, è frutto di un’attenta e lungimirante manipolazione della realtà da parte delle compagnie petrolifere che, accaparrandosi i migliori professionisti nel campo della comunicazione, sono riusciti a ribaltare la percezione riguardo chi siano i colplevoli della crisi climatica. Il problema, oggi, è anche chi consuma, non solo chi produce. Eppure, già negli anni Settanta, il Club di Roma aveva avvertito tutto il mondo dei “Limiti dello sviluppo”, con un report diventato celebre nel panorama ambientalista . Ma ben presto il termine “limite” è stato sostituito da altre locuzioni, come ad esempio “sviluppo sostenibile” e “responsabilità sociale d’impresa”. Due concetti che a loro volta vengono manipolati con maestria e malizia dalle più potenti, ed inquinanti, aziende del mondo.

Come le multinazionali hanno creato il “consumatore green”

Uno degli aneddoti presenti nell’articolo dell’Internazionale che più fa riflettere riguarda una pubblicità che il giornalista olandese ha visto su Twittter. Si trattava di una lunga serie di consigli su come modificare i propri atteggiamenti in un’ottica di sostenibilità: “Potevo comprare un frigorifero più efficiente, lavare i vestiti a trenta gradi e farli asciugare al sole. Per preparare il caffè non dovevo usare più acqua del necessario”. Ma ora arriva il bello. Chi era l’inserzionista di questa pubblicità? Exxon Mobil, una delle peggiori aziende del mondo in termini di impatto ambientale, nota alla pubblica opinione per esser stata accusata, in maniera più che fondata, di aver ingannato i cittadini nel tentativo di ostacolare le politiche contro il cambiamento climatico.

Leggi anche: “Come aiutare l’ambiente: 15 consigli per uno stile di vita sostenibile”

C’è anche un altro esempio che vale la pena riportare, per ben capire come sia possibile che le aziende petrolifere continuino le proprie attività indisturbate e, verosimilmente, senza neanche un filo di senso di colpa, mentre noi cittadini, o almeno noi ecologisti, siamo lì a dannarci l’anima se una volta finita l’acqua della borraccia, siamo costretti a comprare una bottiglietta di plastica per dissetarci. Magari con un amico a fianco che non aspettava altro per puntarci il dito contro e dirci con aria soddisfatta: “Ma cosa fai? Proprio tu che fai una cosa del genere?”, gettandoci in un infinito vortice di colpevolezza. Già più volte in questo blog vi abbiamo invitato a calcolare la vostra impronta ecologica per capire quali aspetti della vostra vita potevate cambiare al fine di abbassarla. Ma chi ha inventato questo strumento che possiamo definire uno “dispensatore di colpe”? La Bp, ex British Petroleum. Un’azienda che occupa saldamente i primi posti della classifica stilata dal Guardian. Ed ecco che i colpevoli diventiamo noi.

Quindi, cosa posso fare io?

La tesi sostenuta nell’articolo, e appoggiata apertamente anche da Fridays For Future, è che senza una massiccia azione politica che vada nella giusta direzione, il cambiamento climatico non si sconfigge. Gli unici che hanno davvero il potere per fermare le grandi aziende inquinanti sono i politici, e su questo non ci piove. Se una persona qualunque si mettesse contro la Shell, non produrrebbe alcun effetto. Se invece le classi dirigenti del mondo iniziassero a mettere i bastoni tra le ruote a queste aziende, ad esempio non elargendo più fondi pubblici ai settori inquinanti ed incentivando invece quelli virtuosi, la tanto attesa svolta ambientalista inizierebbe a farsi strada. Ed in questo senso abbiamo ragione di serbare un briciolo di ottimismo, grazie al Green New Deal Europeo che, lo ricordiamo, non sarebbe mai stato approvato senza la massiccia movimentazione popolare targata Fridays For Future ed Extinction Rebellion. Tuttavia ciò non può significare che noi cittadini possiamo infischiarcene ed aspettare che la situazione si risolva da sé. Inoltre va sottolineato come ci siano alcuni comportamenti che hanno un impatto decisamente maggiore rispetto ad altri nell’abbassamento del proprio impatto ambientale, un concetto su cui vale la pena soffermarsi.

Qui sotto potete vedere lo screenshot di una tabella raffigurata nell’articolo di Tiebelke in cui sono stati inseriti, in ordine di importanza, gli accorgimenti che ognuno di noi può adottare per fare la propria parte. Al primo posto abbiamo la voce “avere un figlio in meno”. Una soluzione apparentemente drastica che, però, ha dei solidi fondamenti scientifici. Innanzitutto una delle concause di questa situazione disastrosa è la sovrappopolazione del pianeta. Solo negli ultimi 60 anni gli esseri umani sulla terra sono quasi raddoppiati e, a questo ritmo di crescita, nel 2050 toccheremo la soglia dei 10 miliardi. Un peso che la terra, soprattutto con queste abitudini di consumo, non può sostenere. Inoltre, sorge spontanea un’altra domanda. Con il manifestarsi degli effetti del cambiamento climatico, quanto sarà godibile la vita dei nostri figli su questo pianeta? Abbiamo davvero il coraggio di lasciarli a combattere un problema che, senza una netta inversione di rotta, provocherà siccità, calo dei raccolti, inondazioni, innalzamento dei mari, bombe d’acqua a ripetizione e via dicendo? Ad ognuno la sua riposta.

consumatore verde tabella
La tabella dell’articolo “Il mito del consumatore verde”. Internazionale nr. 1372, p.38

Dall’automobile, alla raccolta differenziata, passando per una dieta vegana. Cos’è più importante?

Al secondo posto di questa graduatoria troviamo “Non avere l’auto”. E qui c’è poco da dire. In alcune circostanze possedere un’automobile può essere indispensabile ed è comprensibile che i soggetti con un reddito più basso non possano permettersi un mezzo di trasporto sostenibile. Tuttavia se pensiamo che l’Italia è il paese che in Europa ha il maggior numero di automobili per abitante, con 62,4 vetture ogni 100 persone, si può ipotizzare che un miglioramento in questo aspetto sia alla nostra portata.

A seguire abbiamo “Evitare un volo intercontinentale”. Lo diciamo spesso, ma lo ribadiamo, Un volo da Amsterdam a New York produce 1700 chili di anidride carbonica. Non proprio briciole.

Quarta posizione invece per “Usare energia da fonti rinnovabili”. E qui la soluzione è proprio alla portata di tutti. Sono ormai tantissimi i fornitori di energia green, con prezzi più che competitivi, a cui è possibile allacciarsi compilando un form online, oppure con una chiamata di una decina di minuti, così come esistono enormi incentivi per l’installazione di pannelli fotovoltaici. Non fare nessuna di queste due cose è una scelta altamente discutibile, quanto meno dal punto di vista ambientale.

A seguire abbiamo “Passare dall’auto elettrica a non usare l’auto”. Vedo già i detrattori della mobilità sostenibile esultare, ma ci sono un paio di considerazioni da fare. Guidare un’auto elettrica è più ecologico? Assolutamente sì! Non guidare affatto è più sostenibile che guidarne una elettrica? Anche in questo caso, la risposta è sì.

Infine l’ultimo comportamento che possiamo adottare per avere un impatto significativo è l’adozione di una dieta vegana. Una scelta apparentemente drastica, che però lascia qualche spiraglio. Esistono diverse teorie in merito e, sebbene sia ormai stato evidenziato come il consumo di alimenti di origine animale ai ritmi odierni non sia sostenibile, esistono comunque degli escamotage che possiamo adottare. Ve ne abbiamo parlato nell’articolo dedicato alle diete vegane o vegetariane part-time, ma, per chi volesse, ne parla molto meglio Jonathan Safran Foer nel suo “Possiamo salvare il mondo prima di cena. Perchè il clima siamo noi”, che abbiamo recensito qualche tempo fa.

Leggi anche: “Vegani e vegetariani part-time. La dieta che tutti potremmo adottare”

Allo stesso modo fa riflettere come alcuni dei comportamenti dal minor impatto positivo sul cambiamento climatico, come la raccolta differenziata, l’utilizzo di lampadine al LED ed il lavaggio a freddo dei vestiti, siano quelle più diffuse. Insomma, se vai in giro a raccogliere plastica ma raggiungi il punto di ritrovo in auto, oppure una volta tornato a casa consumi alimenti di origine animale sia a pranzo che a cena, alla fine della giornata avrai avuto un impatto decisamente negativo sul pianeta in cui vivi. Con ciò non si vuole dare addosso a chi mette a disposizione il proprio tempo per compiere un’azione che comunque ha degli effetti positivi, ma, molto semplicemente, si vuole precisare che ci sono comportamenti molto più utili di altri e, ovviamente, viceversa. Qualsiasi cosa venga fatta in favore dell’ambiente va elogiata, ma non sentiamoci in pace con noi stessi solo perchè abbiamo cambiato le lampadine della nostra casa, o facciamo una lavatrice a 30°C invece che a 40°C. Si può e si deve fare di più.

Perchè scegliere comunque di essere un consumatore sostenibile

Ci sono inoltre altri aspetti da non sottovalutare. Ad esempio, sebbene sia un’ipotesi estrema, cosa accadrebbe se nel giro di un anno tutti i consumatori sottoscrivessero un contratto con Sorgenia, Iberdrola od altre aziende che forniscono esclusivamente energia green? O se tutti installassimo una pompa di calore e non avessimo più bisogno del gas fossile? Riuscirebbe un’azienda come Eni a mantenere il proprio vantaggio sul mercato?

Sono domande che probabilmente rimarranno senza risposta, che però la dicono lunga sul potenziale impatto sull’economia dei consumatori. D’altronde, sebbene le compagnie altamente inquinanti ricevono ingenti somme, oltre che innumerevoli permessi e trattamenti di favore, dal settore pubblico, resta pur vero che alle grandi aziende petrolifere, piuttosto che ai produttori di carne e latticini provenienti da allevamenti intensivi, una parte dei profitti gliela conferiamo noi. Sicuramente alcuni non hanno scelta, ma c’è anche sicuramente chi ce l’ha e fa comunque quella sbagliata.

Resta poi una riflessione puramente etica. Se l’unico modo per affrontare la crisi climatica è l’azione politica, come possiamo invocare un cambiamento radicale della società senza essere i primi a sostenerlo con le nostre azioni? La coerenza tra pensiero e fatti è un’arma molto potente, che non va sottovalutata, e senza la quale la tanto attesa svolta politica tarderà ad arrivare.


Come aiutare l’ambiente: 15 consigli per uno stile di vita sostenibile

come aiutare l'ambiente

Una delle domande che invade più spesso le menti di persone che si stanno avvicinando all’ambientalismo è: cosa fare per salvare l’ambiente? Il problema dei cambiamenti climatici viene percepito come qualcosa di molto lontano o, ancora peggio, come un problema insormontabile. Beh, non è così. Ognuno di noi può fare la propria parte. Se tutti adottassero in massa una serie di comportamenti ecosostenibili, come quelli che elencheremo qua sotto, il calo delle emissioni necessario per mantenere l’innalzamento della temperatura planetaria al di sotto degli 1,5/2 °C non sarebbe più un miraggio.

Passare ad uno stile di vita sostenibile e capire come aiutare l’ambiente è spesso visto come un obiettivo difficile da raggiungere, anche per via di qualche pregiudizio di troppo. Abbiamo riassunto in 15 punti ciò che ognuno di noi può fare per abbattere drasticamente il proprio impatto ambientale. Alcuni accorgimenti sono più immediati mentre per altri può servire più tempo oltre a un briciolo di organizzazione. Se ti sembra difficile prova a cambiare poco alla volta. Il cambiamento è alla portata di tutti, anche di chi crede di non poterselo permettere. Basta solo fare le scelte giuste. Ecco alcuni consigli per aiutare l’ambiente.

La nostra guida in 15 punti su cosa fare per salvare l’ambiente

Il video della nostra guida ad uno stile di vita sostenibile

1. Adotta un approccio plastic free

Trova un negozio che venda detergenti per corpo e per casa alla spina. Prendi dei contenitori vuoti. Due per tipo di detergente, in modo da averne sempre uno pieno e uno pronto ad essere riempito.

Quando ne hai bisogno vai nei negozi che offrono questo servizio (NaturaSì, Negozio Leggero o altri esercizi locali) invece di comprare l’ennesimo contenitore di cui non hai bisogno. Quando vai a fare acquisti portati sempre
una busta da casa.

2. Individua una lista di alternative sostenibili ai prodotti di uso comune

Ne sono un esempio spazzolini in bamboo, shampi solidi, saponette, borracce in alluminio, cosmetici ecocompatibili, cialde da caffé ricaricabili o compostabili ecc.

3. Trova un contadino di fiducia con prodotti stagionali e a km0

Sono ormai tantissime le aziende agricole che si occupano di vendita diretta e che offrono solamente prodotti stagionali e a km0 nei vari mercati. Altrimenti, per non sbagliare, scarica un’app che contenga la lista degli alimenti stagionali. Ce ne sono a decine. La frutta e la verdura, se di stagione, è molto più saporita, più salutare e spesso costa anche meno.

4. Passa ad un fornitore di energia green

La componente energetica contribuisce al 25% delle emissioni su scala globale. Passando ad un fornitore che utilizza esclusivamente energie rinnovabili sosterrai la conversione ecologica di uno dei settori più inquinanti. Con una vecchia bolletta, il codice fiscale e un IBAN non ci vorranno più di 15 minuti e puoi farlo online o per telefono. I prezzi della materia energetica proveniente da fonti rinnovabili sono ormai più che competitivi rispetto a quella fossile. Se non hai grosse limitazioni economiche valuta l’installazione di una pompa di calore e dei pannelli solari. L’investimento iniziale può spaventare ma nell’arco di qualche anno si ripagherà da solo. Contatta un’azienda che se ne occupa e facci una chiacchierata. Potrebbe essere una svolta.

5. Investi su prodotti ad alta efficienza energetica

Ne sono un esempio le lampadine al LED. Quando dovrai cambiare un elettrodomestico cerca di acquistarne uno che abbia la migliore classe energetica. Valuta l’acquisto di un fornello ad induzione. L’elettricità è molto più facilmente reperibile da fonti rinnovabili. Il gas, come sappiamo, è un combustibile fossile e ne va limitato il più possibile l’uso.

6. Cambia banca

La maggior parte dei grandi gruppi bancari finanzia da anni il settore dei combustibili fossili, ma ci sono alcune eccezioni. Su tutte noi consigliamo “Banca Etica”, ma con una ricerca online puoi trovare anche altre opzioni. Scegliere una banca che sostiene i combustibili fossili significa sostenerli in prima persona.

7. Smetti di abusare dell’automobile e scegli la mobilità sostenibile

Con una buona bicicletta arrivare a fare tragitti anche di 7/8/10 km non è un problema. Fai esercizio fisico, eviti gli imbottigliamenti e, in molti casi, guadagni anche tempo. Anche i mezzi pubblici sono buone scelte in termini di sostenibilità. Se proprio non puoi fare a meno dell’auto, ad esempio per andare a lavoro, organizzati con dei colleghi per fare carpooling. Ridurrete le emissioni per passeggero in maniera significativa.

Valuta l’acquisto di un mezzo elettrico. Ci sono grossi incentivi statali a disposizione. Non si paga il bollo per 5 anni e l’assicurazione costa meno. Ma il vero risparmio sta nella componente energetica. Con meno di 3 euro di elettricità un’auto elettrica ha un’autonomia dichiarata di almeno 250 km. Ma quella effettiva spesso è anche maggiore. Per chi volesse spendere meno sono in commercio
anche scooter e bici elettriche, due mezzi più che adatti agli spostamenti in città.

8. Pensaci due volte prima di acquistare un altro biglietto aereo

L’aereo è di gran lunga il mezzo di trasporto con il maggiore rapporto emissioni per passeggero. Pianifica la prossima vacanza per fare in modo che non ci sia bisogno di prendere un aereo. Rimanendo in Italia oppure andando nei paesi limitrofi si può comunque arrivare in magnifici posti anche via terra e con mezzi sostenibili. Se ogni tanto vuoi rompere questa regola cerca di scegliere compagnie aeree che permettono di aggiungere un piccolo sovrapprezzo per compensare le emissioni. Ma soprattutto fa sì che sia un’eccezione e non farne un’abitudine.

9. Riduci il tuo consumo di alimenti di origine animale

È ormai comprovato che l’impatto ambientale di diete vegetariane o vegane è minore di quelle onnivore. Se non vuoi rinunciare a carne e latticini cerca un produttore locale che utlizzi metodi di allevamento estensivi. Evita il più possibile manzo e maiale. Cerca di privilegiare il pollo. Per quanto riguarda i formaggi quelli di pecora e capra sono i più sostenibili.

10. Smetti di comprare acqua in bottiglie di plastica

Se nel tuo comune l’acqua del rubinetto non è sufficientemente “pulita” trova qualcuno che offra il servizio del vuoto a rendere. In alternativa informati su dove acquistare una caraffa
in grado di filtrare l’acqua. Quest’ultima opzione è anche la più economica. Un filtro costa in media 4 euro e arriva a durare anche più di un mese.

11. Riduci, riusa, ricicla!

Organizzati a puntino per fare la raccolta differenziata. Scarica sul cellulare l’app “Junker”. Quando avrai qualche dubbio su come differenziare qualche rifiuto scannerizza il codice a barre. L’app ti dirà dove buttarlo. Riduci il più possibile la quantità di rifiuti che produci. Privilegia l’acquisto di prodotti sfusi.

12. Smetti di comprare vestiti nuovi solo perchè costano poco

La fast fashion (Zara, H&M & co.) è uno dei settori in assoluto più inquinanti. Le esternalità che ti permettono di pagare un capo così poco gravano sull’ambiente e sui lavoratori sfruttati. Privilegia i marchi che si distinguono per l’impiego di pratiche sostenibii come Patagonia, North Sails, Rapanui e Reformation. Cerca un’attività che si occupi di compravendita di vestiti di seconda mano. Possono regalare parecchie sorprese. Fatti un giro sul sito di Armadio Verde. La loro è una bellissima iniziativa.

13. Resta informato e fai scelte consapevoli

Leggi articoli affidabili e libri, guarda servizi e documentari su questo tema senza abusare dei servizi di streaming. Restare aggiornati ed avere informazioni corrette è fondamentale per orientare il proprio stile di vita in un’ottica di sostenibilità.

14 Sostieni i gruppi ambientalisti e vota in maniera coscienziosa

Partecipa ad incontri, assemblee e manifestazioni Vota partiti che inseriscono il contrasto ai cambiamenti climatici come uno dei punti primari del loro programma. Diffida dei politici e delle aziende che, da un giorno all’altro, si
sono risvegliati ambientalisti. Il greenwashing è una pratica molto diffusa.

15. Pianta alberi o sostieni progetti che se ne occupano

Sono ormai innumerevoli gli enti che lavorano a campagne di riforestazione e rimboschimento. Se hai un giardino pianta qualche albero. Imposta Ecosia come motore di ricerca predefinito. Funziona come Google solo che,
a differenza del colosso americano, reinveste una buona fetta dei propri profitti in progetti di riforestazione. A giugno 2019 aveva già piantato 60 milioni di alberi grazie alle ricerche dei suoi utenti.

Per eventuali suggerimenti, domande o chiarimenti non esitare a contattarci. Siamo sempre pronti ad aiutare qualcuno nel compiere la sua svolta green.

Ora sai cosa puoi fare per salvaguardare l’ambiente

Quello di cambiare le proprie abitudini può sembrare un obiettivo difficile da raggiungere e per alcuni di questi punti, lo riconosciamo, lo è. Ad esempio è vero che ancora i prezzi dell’auto elettrica sono troppo alti, anche se sul lungo termine c’è davvero un risparmio effettivo, e che ci sono ancora troppe poche colonnine per la ricarica nel nostro paese. Discorso simile per i pannelli solari. La convenienza sul lungo termine può infatti non spaventare chi ha delle possibilità economiche medio alte, ma è comprensibile che per altri possa essere un investimento troppo oneroso. Ma non disperate, nel giro di qualche anno i prezzi si abbasseranno. Cercate anche di sfruttare gli incentivi statali che, con il Decreto Rilancio, saranno più che abbondanti per interventi alle proprie abitazioni.

Ci sono però anche parecchi punti che, con un po’ di impegno, si può essere in grado di rispettare abbastanza rapidamente. Ne sono un esempio l’approccio plastic free e, più in generale, tutti quei punti che, di fatto, si riferisocno ad un cambiamento delle abitudini di consumo. Non comprare vestiti prodotto in maniera non sostenibili, cambiare banca e fornitore di energia, mangiare a km0 e ridurre il proprio consumo di alimenti di origine animale. Fondamentale è anche arrivare a comprendere le motivazioni per cui certi comportamenti vadano adottati in modo da capire come aiutare l’ambiente.

Ciò che conta maggiormente sono la tua convinzione e la tua volontà a cambiare abitudini, oltre che aprire la propria mente al cambiamento. Poco alla volta si può fare. E una volta che tutte queste saranno diventate delle abitudini consolidate, il vostro stile di vita antiecologico sarà solamente un brutto e vecchio ricordo.

Questo articolo è stato selezionato da Twinkl tra le migliori risorse per uno stile di vita eco-sostenibile, trovi più informazioni su Twinkl Sustainability Week.

10 video sulla natura che parlano di ambiente e cambiamenti climatici

La crisi climatica avanza inesorabile e sono ormai tantissimi gli artisti che hanno usato il proprio talento per sostenere una causa tanto giusta quanto urgente. Così come sono ormai facilmente reperibili timelapse e testimonianze sugli effetti del riscaldamento globale. La potenza delle immagini, messe sapientemente in sequenza da videomaker di primo livello, è uno strumento che sta dando un enorme contributo nell’affermazione della questione climatica all’interno dell’opinione pubblica. Eccovi la nostra selezione di video sulla natura e sull’ambiente.

video sulla natura

10 video sulla natura e sull’ambiente

Ecco una selezione di video sulla natura e sull’ambiente, in italiano e in inglese (potete vedere la Playlist completa nel nostro canale Youtube al seguente link)

1. Steve Cutts – MAN (2020)
2. Steve Cutts – The turning point (2020)
3. Listen – Darinka Montico (2020)
4. Timelapse scioglimento dei ghiacciai – NASA (2016)
5. Ritorno al futuro – Fridays For Future (2020)
6. Greta Thunberg alla COP25 di Madrid – Fridays For Future (2019)
7. Timelapse del prosciugamento del Lago Ciad – Google Earth (2009)
8. Timelapse deforestazione dell’Amazzonia – The Daily Conversation (2012)
9. Kiribati: lo stato sommerso dall’innalzamento dei mari – United Nations Development Program (2016)
10. L’isola di plastica dell’Oceano Pacifico – Seeker (2019)

Un filo conduttore

Sebbene alcuni dei video che vi abbiamo indicato sopra siano delle chiare prove degli effetti che i cambiamenti climatici stanno avendo già oggi sul mondo così come lo conosciamo, altri hanno invece un significato più profondo. I capolavori di Steve Cutts, così come i video di Fridays For Future e #Ascolta di Darinka Montico, ci portano a riflettere su tante cose. Ciò che accomuna tutti questi contenuti è un’aspra critica del modello consumistico e antropocentrico moderno, figlia del proliferare del capitalismo più sfrenato. La scarsa lungimiranza delle aziende e delle istituzioni, al pari dell’indifferenza degli individui, sono alla base della crisi ecologica ed ambientale cui stiamo assistendo.

I video di Steve Cutts

Steve Cutts è un animatore di fama mondiale. E a giudicare dai contenuti che propone, il suo successo è più che giustificato. Sebbene tutti i suoi video contengano un messaggio sociale e di critica verso il mondo di oggi, ne abbiamo scelti due che criticano aspramente lo sfruttamento ambientale di cui noi tutti siamo artefici che, senza un’inversione di marcia netta, ci porterà inevitabilmente al collasso.

MAN fu pubblicato per la prima volta diversi anni fa ed ebbe un successo clamoroso. L’artista ha recentemente deciso di apportargli qualche piccola modifica che, a distanza di qualche anno, potesse renderlo ancora più attuale. Le immagini chiare ed inequivocabili di un essere umano che, passeggiando, stermina tutto ciò che trova sulla sua strada lasciando dietro di sè terreni aridi e cadaveri che non possono non invitare a riflettere sulle proprie abitudini e, più in generale, sull’ingiustizia del sistema economico che abbiamo costruito.

The Turning Point è invece uno dei suoi ultimi lavori. Pubblicato ad inizio del 2020, il video rovescia lo status quo e raffigura un mondo in cui gli animali sono le creature “evolute” che hanno creato la civiltà, mentre gli uomini sono creature inermi che pagano le conseguenze dell’inquinamento ambientale. Un ribaltamento di prospettive che ti smuove qualcosa dentro. Impossibile non provare un sentimento di empatia con il mondo naturale che stiamo distruggendo giorno dopo giorno, durante la visione.

#Ascolta di Darinka Montico

Che lo scoppio della pandemia targata Coronavirus sia stata favorita dal deterioramento del mondo naturale è ormai cosa confermata. Proprio durante il lockdown la eco-travel blogger Darinka Montico ha pubblicato questo video dalla forte carica emotiva. Ciò che ne esce è un cortometraggio sulla necessità di rimettersi in sintonia con la natura, di rispettarla e di fondersi con essa creando un tutt’uno che possa proliferare per i millenni a venire. In fondo basterebbe fermarsi un secondo ad ascoltarla e recepire il suo messaggio, traducibile in maniera piuttosto semplice: se continuiamo così, romperemo l’equilibrio che ha permesso agli ecosistemi da cui deriviamo e da cui dipendiamo di proliferare. Le conseguenze sarebbero terribili. Il cambiamento climatico non conosce ricchezza e povertà. Colpisce tutti, indistintamente.

I video sulla natura e sull’ambiente di Fridays For Future

Quello che è nato dalla ribellione di una ragazzina di 17 anni è un movimento genuino, spontaneo e, soprattutto, molto creativo. I contenuti proposti dal movimento nato con Greta Thunberg sono sempre molto ben fatti. La qualità delle informazioni in esso contenuti è garantita dalla lunga schiera di climatologi e scienziati che collaborano con i giovani ambientalisti in maniera gratuita, con il solo scopo di dar voce alla più grande minaccia che la razza umana si sia mai trovata di fronte: i cambiamenti climatici. La solidità delle informazioni, abbinata alla creatività dei giovani che costituiscono la spina dorsale del movimento, porta a degli ottimi risultati, come si può vedere dal video “Ritorno al Futuro”.

Immancabile, nella nostra playlist, anche il video di uno dei tanti discorsi di Greta Thunberg, sempre ad alto impatto emotivo grazie al suo stile diretto ed incisivo.

I timelapse sulla natura, sull’ambiente e sulle conseguenze del nostro scarso impegno

Abbiamo scelto solo alcuni dei timelapse che, ormai, si possono facilmente trovare su internet. Le testimonianze provenienti dai satelliti di tutto il mondo sul galoppante deterioramento degli ecosistemi naturali non necessitano di nessun commento. Dunque, senza aggiungere altro, vi invitiamo alla loro visione. Così come non servono parole per descrivere lo scempio rappresentato dall’isola di plastica dell’Oceano Pacifico, ormai più grande della Francia per estensione. Anche ciò che sta accadendo nello stato di Kiribati merita di rientrare in questa lista di video. Una nazione che si compone di tante piccole isole, dove l’innalzamento dei mari ha costretto il loro Presidente a chiedere che venga assegnato un nuovo territorio ai propri abitanti, data l’invivibilità attuale e futura della collocazione originaria del paese. Sicuri che vogliamo essere ricordati per questo?

http://www.youtube.com/watch?v=6HBtl4sHTqU