Le ripetute gaffe di Salvini sul cambiamento climatico

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Ebbene sì. Ormai è quasi ufficiale. Il nostro Ministro dell’Interno Matteo Salvini crede non sa cosa sia il cambiamento climatico e crede che meteo e clima siano la stessa cosa. Lo ha ribadito per la terza volta nell’arco di un paio di settimane.

Durante il comizio da lui tenuto durante la manifestazione della Lega a Milano, poco prima delle elezioni europee, il leader del carroccio aveva invocato il riscaldamento globale a causa del freddo che ha colpito la penisola nel mese di maggio. Successivamente, in una delle sue dirette Facebook datata 29 maggio (min. -4:49), ha ribadito lo stesso concetto auspicandosi che, durante la sua presenza ad una manifestazione a Roma, potesse uscire il sole: “ci hanno parlato di riscaldamento globale ma non ricordo un maggio così freddo e piovoso nell’arco della mia vita”. E, dulcis in fundo, durante un suo intervento alla trasmissione “Non è l’arena”, condotta da Massimo Giletti su La7 (min. 37:20), ha dichiarato che “finalmente oggi c’era il sole. Ci hanno spiegato per mesi che c’era il riscaldamento globale e abbiamo passato un maggio con l’ombrello, i passamontagna e i guanti di lana”.

Bene, caro Ministro. Lei ha dato prova di non avere la più pallida idea di cosa sia il cambiamento climatico. E questo è un fatto molto grave. Proviamo ad aiutarla noi.

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La differenza tra meteo e clima

“In climatologia con il termine cambiamenti climatici o mutamenti climatici si indicano le variazioni del clima della Terra, ovvero variazioni a diverse scale spaziali (regionale, continentale, emisferica e globale) e storico-temporali (decennale, secolare, millenaria e ultramillenaria) di uno o più parametri ambientali e climatici nei loro valori medi: temperature (media, massima e minima), precipitazioni, nuvolosità, temperature degli oceani, distribuzione e sviluppo di piante e animali”.

Da questa definizione risulta abbastanza chiaro come il meteo riscontrato in una zona circoscritta del pianeta, in un breve arco temporale, non è in alcun modo associabile al riscaldamento globale. Quello di cui parla Salvini è infatti il meteo, che indica lo stato atmosferico di una zona in un preciso momento. La mancata percezione della differenza tra questi due concetti è alla base dell’enorme disinformazione che c’è sul tema dei cambiamenti climatici in tutto il mondo.

L’Italia è un terreno fertile

Se all’estero, come dimostrato dalle ultime elezioni Europee culminate con il successo dei Verdi, questa trasposizione di meteo e clima è ormai prossima a cadere definitivamente, grazie a media responsabili che parlano in modo corretto del problema affrontandolo con onestà intelletuale, purtroppo non si può dire lo stesso per l’Italia. Se durante il suo comizio e la sua diretta Facebook Salvini è stato artefice di un monologo in cui non era presenta nessuna controparte che potesse smentire quanto detto, il silenzio di Giletti durante “Non è l’Arena” è a dir poco agghiacciante.

Non correggere un errore del genere contribuisce a dare adito a chi prova in tutti i modi a sminuire il problema, promuovendo campagne di disinformazione sul tema per raggiungere i propri interessi, spesso legati al proliferare di un’economia che ha come principio di base del suo sviluppo la distruzione e lo sfruttamento incondizionato del pianeta.

Una delle più azzeccate definizioni di giornalista afferma che “il giornalista è il cane da guardia della democrazia”. A giudicare da quanto visto domenica sera su La7, forse anche Giletti, per adibire correttamente al suo compito, dovrebbe aggiornarsi un pochino su un tema che in tutto il resto del mondo sta diventando più che mai attuale. Lui, durante la sua trasmissione, non ha affatto difeso né la democrazia né la verità. La comunità scientifica è ormai unanime. Il cambiamento climatico esiste ed è colpa nostra. Lasciare che un Ministro ne parli senza cognizione di causa e facendo trasparire una forte ignoranza sul tema non lo farà di certo sparire.

L’incoerenza della retorica di Salvini sul cambiamento climatico (e non solo)

Il Ministro dell’Interno, uscito indubbiamente vincitore dalla tornata elettorale di pochi giorni fa, utilizza come messaggio principale di ogni suo intervento il motto “Prima l’Italia, prima gli Italiani”. Forse qualcuno dovrebbe ricordargli che l’Italia, a causa della sua collocazione geografica e al pari di tutti i paesi che si affacciano sul Mediterraneo, è una delle nazioni che più verrà colpita dalle conseguenze del cambiamento climatico.

L’innalzamento dei mari colpirà tantissime località costiere della penisola. L’intero paese rischia di vedere, da qua al 2050, un calo della produttività dei propri terreni che potrà arrivare fino al 30% a causa della desertificazione che potrà colpire il Mezzogiorno, e non solo. Aumenteranno i fenomeni atmosferici estremi, come alluvioni e siccità. Aumenteranno gli incendi. Calerà la disponibilità di pesce. Aumenterà l’inquinamento dell’aria.

E qual è l’unico modo per evitare tutto questo? Iniziare da subito a promuovere serie politiche di mitigazione, resilienza ed adattamento atte a contrastare il cambiamento climatico. Se, dunque, Matteo Salvini avesse veramente a cuore il futuro degli italiani e dei loro figli forse dovrebbe iniziare ad informarsi sul tema iniziando a mettere mano al problema prima che sia troppo tardi.

L’utilizzo del rosario e la strumentalizzazione della retorica cattolica

Una delle mosse più recenti del Ministro degli Interni è stata quella di aggiungere alla sua comunicazione una non velata retorica cattolica. Da un giorno all’altro ha iniziato a strumentalizzare l’utilizzo di rosari e crocifissi adottando un modo di parlare che potesse intercettare il voto dei credenti italiani. Ed anche in questo caso è facile individuare una certa incoerenza di fondo.

In una delle sue prime encicliche Papa Francesco, che rappresenta proprio il pensiero cattolico che Salvini strumentalizza nei suoi discorsi, si è schierato piuttosto chiaramente dalla parte dell’ambiente. Nel suo “Laudato sì, sulla cura della casa comune”, pubblicato nel giugno del 2015, il Papa ha espresso in maniera esplicita la necessità di un cambiamento del nostro sistema economico che possa, appunto, proteggere l’ambiente. Nel documento si legge infatti che “l’umanità deve prendere coscienza della necessità di cambiamento degli stili di vita, della produzione e del consumo[…]Perciò è diventato urgente e impellente lo sviluppo di politiche affinchè nei prossimi anni l’emissione di anidride carbonica e di altri gas altamente inquinanti si riduca drasticamente.”

Salvini e il cambiamento climatico: un altro negazionista?

Alla luce di questa analisi è possibile trarre un’unica conclusione. Matteo Salvini potrebbe aggiungersi alla lista nera dei negazionisti climatici. Già nel momento in cui si era trovato a dover votare in merito all’adesione da parte dell’Unione Europea al Paris Agreement, il leader della Lega era stato uno dei pochissimi membri del Parlamento Europeo a votare contro il provvedimento. E queste sue ultime infelici affermazioni non fanno altro che confermare la sua tendenza a non riconoscere il problema.

Peccato per lui che l’evidenza scientifica, ormai, non lasci scampo. Non prendere seriamente la questione significa inequivocabilmente mettere i bastoni tra le ruote alle future generazioni. Se a Salvini importasse veramente del futuro dei cittadini italiani e dei loro figli affronterebbe il problema del cambiamento climatico in modo radicalmente diverso. Invece, così facendo, non fa altro che sfruttare a suo vantaggio l’ignoranza dilagante che regna sul tema del riscaldamento globale all’interno di un paese in cui un giornalista del calibro di Massimo Giletti non interviene quando, durante la sua trasmissione, viene pronunciata una fesseria di dimensioni apocalittiche.

Per fortuna la coalizione di Matteo Salvini non avrà grande voce in un Parlamento Europeo in cui il tema dei cambiamenti climatici potrebbe diventare centrale, grazie all’exploit dei Verdi e alla presenza di politiche ambientali ambiziose nei programmi della maggior parte dei partiti che verosimilmente governeranno l’Unione. Il riscaldamento globale diventerà un tema centrale nella politica internazionale e, prima o poi, dovrà iniziare a farci i conti anche lui. Anche se a maggio abbiamo avuto freddo.

1.200 miliardi di alberi per salvarci dai cambiamenti climatici

A ideare il più grande piano di riforestazione del mondo è Tom Crowther, un climatologo dell’Università ETH di Zurigo. Quattro anni fa Crowther ha stimato che oggi sulla terra ci sono già 3 bilioni alberi. Una cifra molto più alta di quella precedentemente indicata dalla Nasa di 400 miliardi. Il suo team ha calcolato che abbiamo abbastanza spazio per piantarne altri 1.200 miliardi. E farlo porterebbe grandi benefici in termini di assorbimento di CO2 dall’atmosfera e di mitigazione dei cambiamenti climatici.

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La migliore soluzione ai cambiamenti climatici

In un’intervista rilasciata alla CNN Tom ha affermato che “la quantità di carbonio che possiamo immobilizzare se piantassimo questa quantità di alberi sarebbe di gran lunga più alta di quella che potremmo raggiungere con qualsiasi altra delle soluzioni pensate contro i cambiamenti climatici.” A fare da eco a questo annuncio dello studioso c’è l’associazione Plant for the Planet, di cui Crowther è consulente scientifico. Questa no profit sta infatti portando avanti, da ormai diversi anni, la campagna “Trillion Tree”. Questa altro non è che l’evoluzione del progetto “Billion Tree” lanciato dall’ONU nel 2006. I ragazzi di PFTP, grazie anche all’aiuto di vari governi, sono già a piantare circa 15 miliardi di piante, 2 dei quali solamente in India.

Alcuni esempi virtuosi

Sono tanti gli stati che si sono già impegnati in grossi progetti di riforestazione. L’Australia vuole piantare almeno un miliardo di alberi entro il 2030. I paesi dell’Africa subsahariana hanno un progetto per riforestare circa 100 milioni di ettari di terra che si sta desertificando a causa dei cambiamenti climatici. La Cina invece, dal 1970 ad oggi, ha già piantato circa 50 miliardi di alberi. Questa soluzione è stata individuata anche dall’associazione Nature4climate che, per sottolineare il messaggio, ha addirittura prodotto un film che sarà presto disponibile online. Il titolo dell’opera sarà “The forgotten solution”, ovvero “la soluzione dimenticata”. Alla base di questa loro speranza sta la convinzione che il modo migliore e più efficace per salvarci dagli effetti dei cambiamenti climatici sia proprio ricorrere a delle soluzioni che abbiano come principale veicolo di implementazione la natura stessa.

La speranza verde per fermare i cambiamenti climatici

Spesso e volentieri ci si sente sopraffatti dall’imponenza dei problemi legati ai cambiamenti climatici, finendo così per temere che l’uomo, ormai, non sia in grado di risolvere questo grattacapo. Ma non è affatto così. Lo stesso Tom Crowther ha anche affermato che, solamente agendo sulle emissioni provenienti dai fluidi dei condizionatori e dei frigoriferi, si potrebbe ridurre l’inquinamento atmosferico emesso ogni anno di 37 miliardi di tonnellate di CO2. I problemi legati al riscaldamento globale sono già stati individuati da anni, così come le possibili soluzioni. Siamo ancora in tempo per metterci una pezza. E il modo migliore per farlo potrebbe anche essere il più semplice e bello di tutti: piantare 1.200 miliardi di alberi può essere la più immediata soluzione per mitigare i cambiamenti climatici. Quando li avremo fermati, in un assolato pomeriggio estivo, potremo anche stenderci sotto la loro ombra e sentire il rumore della natura.

Europee 2019: il boom dei Verdi alimenta la speranza

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Il grande giorno è arrivato e l’Unione Europea ha votato per decidere come sarà composto il Parlamento per i prossimi 5 anni. L’avanzata dei partiti nazionalisti in Francia e Italia potrebbe sembrare preoccupante per quanto riguarda la lotta ai cambiamenti climatici. Ma c’è un altro dato che fa sorridere chi invece si è schierato per un’Europa verde. I Verdi e altre coalizioni con idee simili hanno ottenuto un risultato storico. Ecco la nostra analisi del voto europeo per quanto riguarda l’ambiente.

Il voto in Europa

I Verdi Europei, il partito che più rispecchia gli ideali di ecologia e sviluppo sostenibile, hanno ottenuto ben 70 seggi in Parlamento migliorando i già buoni risultati dell’ultima tornata elettorale. Questo exploit li ha resi il quarto gruppo più rappresentato a livello di seggi, mettendosi alle spalle anche la coalizione dei sovranisti. Questi, eccezion fatta per Italia e Francia, non avranno gran voce in capitolo per quanto riguarda le decisioni a livello continentale.

Se inoltre il Parlamento Europeo ha già dimostrato di avere un minimo di attenzione per i temi ambientali, risulta plausibile sperare in un’ulteriore spinta ecologista grazie alla sua nuova composizione. Nessuna delle forze con il maggior numero di seggi ha tra le sue fila i negazionisti del cambiamento climatico. Inoltre, l’alto numero di seggi ottenuti potrebbe conferire ai Verdi un ruolo strategico per conferire ad altri gruppi la possibilità di ottenere la maggioranza in Parlamento.

I risultati dei verdi e dei filoambientalisti alle Europee

A livello europeo il risultato delle forze ecologiste è storico. Complessivamente la percentuale di voti ottenuti dagli European Greens è intorno al 10%. I risultati migliori sono stati ottenuti in Germania (20,7% e secondo partito nazionale), Finlandia (16%), Francia (13% e terzo partito nazionale) e Lussemburgo (19%). Ottimi anche i risultati ottenuti nel Regno Unito (11%), Svezia (11%), Portogallo (7%), Olanda (10%), Irlanda (15%), Danimarca (13%), Repubblica Ceca (11%) e Austria (14%). Un trend di crescita che si è verificato in quasi tutti i paesi in cui si è votato.

Inoltre, buona parte dei partiti aderenti alle coalizioni di S&D (150 seggi) e ADLE&R (107 seggi) hanno idee che, anche se non tanto di parte quanto quelle dei Verdi, sono considerabili in buona parte filoambientaliste. Questa tornata elettorale costituisce quindi la rinascita di una speranza per quanto riguarda la lotta ai cambiamenti climatici, con tutti i benefici che il vecchio continente può trarne.

L’Italia è rimasta indietro

Il voto in Italia, invece, stona con quello che è successo in tanti altri paesi europei. La vittoria schiacciante di Matteo Salvini lascia l’amaro in bocca a tutti coloro che hanno ideali filoambientalisti. Il leader del carroccio è ai limiti del negazionismo climatico e sperare di vedere forti azioni atte a contrastare il riscaldamento globale sotto il suo governo sembra un’utopia.

Una fievole speranza viene data dai buoni risultati del PD che, nonostante nei suoi anni di governo non abbia fatto abbastanza in tema di ecologia, negli ultimi mesi ha adottato una retorica più vicina al linguaggio ambientalista. Buoni risultati, anche se non sufficienti per ottenere dei seggi in Parlamento, sono stati raggiunti dagli stessi Verdi (2,4%). Con questo risultato hanno infatti triplicato la propria percentuale rispetto alle scorse elezioni europee. Anche la coalizione tra +Europa ed In Comune, dopo i Verdi quella più filoambientalista, ha raggiunto il 3,2%. Risultati non pienamente soddisfacenti ma che comunque segnano un miglioramento rispetto ai dati che ci si aspettava di vedere.

L’Europa cambia, l’Italia no

Nonostante però la crescita del consenso a partiti che avevano programmi ambiziosi in termini di ambiente – come Verdi, Sinistra Europea, +Europa ed in Comune – i risultati sono nettamente al di sotto della media europea.

Questa tendenza è confermata anche dai dati sul voto degli italiani all’estero. In questa speciale graduatoria i consensi per la Lega si fermano all’8% mentre l’insieme dei 3 partiti filoecologisti sopra citati ha ottenuto il 14,2%. Molto probabilmente questi vivono in paesi in cui il cambiamento climatico e l’ambientalismo vengono trattati come realtà con cui dover fare i conti, non come temi di nicchia come in Italia. Il motivo per cui ciò accade è riconducibile anche alla mancanza di copertura mediatica dei temi ambientalisti nel nostro Paese.

La speranza si tinge di verde

La percentuale di voto per i partiti filoambientalisti a livello europeo ha quindi il suo zoccolo duro nei giovani che hanno votato in maniera filoeuropeista e filoecologista. Inoltre, l’ondata green ha travolto anche una grande fetta della generazione che ancora non ha potuto votare, come testimoniato dalla portata del movimento FridaysForFuture targato Greta Thunberg. Possiamo quindi pensare, in maniera ottimista, che questo sia solo il primo passo verso una vera e credibile transizione ecologica.

La conclusione generale che possiamo trarre da queste elezioni è quindi abbastanza chiara. In un periodo storico in cui i cambiamenti climatici rappresentano la più grande minaccia al benessere della razza umana sul pianeta, la moltiplicazione di informazioni sui rischi legati al riscaldamento globale hanno smosso la coscienza di molte persone. Solo un folle, nel momento in cui venga a conoscenza dei reali rischi causati dai cambiamenti climatici, si schiererebbe contro di essi. E ora, ancora di più, sappiamo di non essere soli. L’onda verde è appena iniziata e non è intenzionata a fermarsi.

Elezione Europee 2019 – l’ambiente nei programmi elettorali: +Europa e Italia in Comune

A poche ore dalla tornata elettorale che deciderà la composizione del prossimo Parlamento Europeo è ormai chiaro quale partito pone al centro del proprio dibattito le tematiche ambientali. Già vi abbiamo parlato dei principali partiti italiani e delle loro idee in tema di ambiente. Ma c’è un outsider che va sicuramente preso in considerazione. Si tratta della lista composta da +Europa e Italia In Comune. Il primo è uscito sconfitto dalle elezioni italiane dello scorso anno ma non ha smesso di portare avanti le proprie battaglie, anche in tema di ambiente. Il secondo, invece, è di recente fondazione e ha tra i suoi punti fondamentali proprio una serie di iniziative legate al rispetto dell’ambiente e ad un’idea di sviluppo sostenibile.

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+Europa e Italia in Comune insieme (anche) per l’ambiente

I due partiti hanno deciso di allearsi in vista delle elezione europee dopo che Italia In Comune aveva inizialmente deciso di allearsi con i Verdi, a confermare il grande interesse del partito di Pizzarotti verso il tema, salvo poi ripensarci e schierarsi con il partito fondato da Emma Bonino. Entrambe le realtà sono di recente fondazione ma ciò non impedisce di trarre delle conclusioni sulla loro affinità con i temi ambientali.

All’interno di entrambi i programmi ci sono diversi punti in riferimento a tanti temi ecologisti. Economia circolare, mobilità sostenibile, metodi di produzione che non vanno a sovrasfruttare le risorse naturali, tutela del Mediterrano e transizione energetica a livello europeo sono tutti problemi identificati all’interno dei loro programmi. Le premesse per sperare nella creazione di una fazione molto attenta all’ambiente, composta da +Europa ed Italia in Comune, sembrano quindi esserci.

Un voto utile per la lotta ai cambiamenti climatici

Sebbene quando si parli di politica occorre sempre fare molta attenzione a non farsi attrarre da programmi che spesso sono eccessivamente ambiziosi, in questo caso la scommessa potrebbe essere meno rischiosa del previsto. Raggiungere gli obiettivi di sostenibilità desiderati dalla coalizione non sarà per niente facile ma entrambi i partiti hanno dimostrato coerenza. +Europa aveva già messo al centro del proprio programma il tema dell’ambiente anche durante le elezioni dello scorso anno.

Per quanto riguarda Italia in Comune, invece, non si può far altro che guardare all’operato del suo fondatore Federico Pizzarotti durante la sua esperienza come Sindaco della città di Parma. Il capoluogo di provincia emiliano vanta una delle più alti percentuali del paese in quanto ad efficienza della raccolta differenziata e il suo sindaco ha sempre avuto un occhio di riguardo per i temi legati alla sostenibilità, sin dai tempi della sua militanza all’interno del Movimento 5 Stelle.

Se ancora foste indecisi e voleste provare ad appoggiare una novità nel panorama elettorale italiano, che abbia tra le proprie priorità proprio la lotta ai cambiamenti climatici, questa scelta potrebbe essere quella che fa per voi.

Elezione Europee 2019 – l’ambiente nei programmi elettorali: Forza Italia

A pochi giorni dal 26 maggio, data in cui tutti i cittadini europei voteranno per decidere chi andrà a comporre il Parlamento Europeo per i prossimi anni, occorre avere un’idea chiara sui programmi dei vari partiti. Il nostro pianeta è in grave difficoltà e l’Unione Europea è tra i maggiori responsabili di emissioni di CO2 a livello globale. I prossimi anni saranno fondamentali per far sì che avvenga la svolta tanto auspicata dai climatologi di tutto il mondo. La composizione del nuovo Parlamento Europeo potrebbe dunque essere l’ago che farà pendere la bilancia dall’una o dall’altra parte. Oggi proseguiamo la rassegna dei partiti italiani più avanti nei sondaggi e analizziamo il programma, in tema di ambiente, di Forza Italia.

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Tra il dire e il fare…

L’ondata ambientalista che sta travolgendo l’Europa dalla nascita del movimento “Fridays For Future” non è sfuggita ad un sempre attentissimo ex premier Silvio Berlusconi. Ed ecco che, dopo anni di legislazione in cui Forza Italia ha fatto poco o niente per la tutela dell’ambiente, sul programma di Forza Italia compare un punto, il dodicesimo su dodici, intitolato “sviluppo e rispetto dell’ambiente”.

Nella sua descrizione, tuttavia, non viene fatta menzione di nessun provvedimento pratico per contrastare in maniera decisiva l’avanzamento dei cambiamenti climatici. L’unica eccezione è un piccolo accenno al problema della plastica. La risonanza a livello mediatico del tema è sicuramente maggiore di quella di altre minacce sicuramente più gravi quali innalzamento dei mari, inquinamento dell’aria, perdita di suolo, estrazione ed utilizzo dei combustibili fossili e via dicendo. Una coincidenza? Probabilmente no. Sorprendente e sicuramente azzeccata da un punto di vista mediatico è la pubblicazione di un video in cui Silvio Berlusconi si fa portavoce del messaggio di Greta Thunberg, erigendosi a paladino dell’ambiente. Svolta o strumentalizzazione del problema? A voi la decisione.

Forza Italia e ambiente: un binomio disgiunto solo fino ad oggi?

Non si possono cancellare anni ed anni di governo in cui niente, o quasi, è stato fatto in favore dell’ambiente. Il partito di Silvio Berlusconi ha seguito per anni la logica del profitto sopra ogni cosa. E questo modo di pensare ed agire ci ha portato all’emergenza climatica a cui assistiamo oggi. Agli ambientalisti più attenti questo non sarà sfuggito. Risulta dunque difficile pensare che un voto per Forza Italia corrisponda ad un voto per la salvaguardia dell’ambiente.

La comparsa improvvisa di un punto, confuso e molto poco specifico, alla fine del programma ha più che altro le sembianze di una mossa atta ad accaparrarsi qualche voto in più. Così come il video che il Cavaliere ha pubblicato sui social del partito. A meno di un repentino cambiamento di mentalità all’interno dell’organizzazione, che ci auguriamo possa essere avvenuto ma che andrà dimostrato coi fatti, questa scelta altro non è che un’ulteriore strumentalizzazione del problema dei cambiamenti climatici per cambiare la percezione dell’opinione pubblica rispetto al partito, anche se saremmo lieti di essere smentiti. La lotta ai cambiamenti climatici ha bisogno di tutti.

Tuttavia se desiderate fare una scelta ambientalista, e non siete amanti del rischio, Forza Italia non rappresenta sicuramente la scelta più adeguata, almeno fino a quando non avrà mostrato un serio desiderio di cambiamento.  Il voto di questa domenica sarà fondamentale per garantire la sicurezza delle future generazioni su questo pianeta. Scegliamo bene, scegliamo la salvaguardia del pianeta.

Tutto pronto per il secondo Sciopero Globale per il Clima

L’attesa è finalmente giunta al termine. A poco più di due mesi dal primo storico sciopero globale per il clima, tenutosi il 15 marzo per le strade di tutto il mondo, venerdì 24 maggio i ragazzi di tutto il pianeta scenderanno nuovamente in piazza per protestare contro l’inazione della classe politica in merito ai cambiamenti climatici. Fridays For Future, il movimento ispirato alla giovane attivista Greta Thunberg, vuole mandare nuovamente un messaggio forte in vista delle elezioni europee che si terranno nei giorni successivi alla manifestazione. La scelta dei prossimi membri del Parlamento Europeo sarà infatti fondamentale per decidere le sorti del pianeta.

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I risultati del primo Sciopero Globale per il Clima

Non è passato molto tempo dal giorno in cui si è tenuto il primo Global Climate Strike ma già si sono iniziati a vedere i primi risultati. Gli scienziati si sono schierati all’unanimità dalla parte dei protestanti. Regno Unito, Irlanda, le città di Milano e di Acri e tante altre realtà comunali in tutto il mondo hanno dichiarato lo stato di emergenza climatica. Greta Thunberg è diventata un’icona della lotta ambientalista e, forse, la più grande speranza della sua storia. Il Segretario Generale dell’ONU Antonio Guterres ha dichiarato che “non c’è più tempo da perdere”. Le uniche persone che non sono ancora state in grado di ammettere che c’è un problema, e anche piuttosto grosso, da affrontare subito ed in massa sono le persone che hanno il potere decisionale per cambiare le cose. La volontà dei cittadini, dei giovani e di chiunque sia a conoscenza dei reali rischi legati al cambiamento climatico è ormai chiara. E non potrebbe essere altrimenti. Il secondo atto della rivolta degli studenti, e non solo, per un mondo più giusto e vivibile è pronto ad andare in scena.

Come partecipare

I numeri dello sciopero dello scorso 15 marzo sono stati questi: 2.083 manifestazioni in 127 paesi. 142 solo in Italia. Un numero di presenze che si aggira intorno ai 2 milioni di protestanti in tutto il mondo. Dati straordinari se si pensa che tutto è iniziato grazie ad una ragazzina svedese di 15 anni. Ed anche questa volta le previsioni ci parlano di cifre simili. La lista delle 120 iniziative che avranno luogo nel nostro paese è disponibile sul sito di Fridays For Future, dove potrete trovare la più vicina a voi per partecipare attivamente. Come ha a più riprese ripetuto Greta Thunberg “chiunque è il benvenuto, chiunque è necessario”. Per cui scendiamo in piazza, documentiamo e protestiamo per il nostro futuro. E ricordiamoci che ormai non siamo più soli.  

Al link il comunicato della divisione italiana di Fridays For Future

Elezioni europee – l’ambiente nei programmi elettorali: Sinistra Europea

Tra i partiti più esposti in tema di ambiente, Sinistra Europea è stato costituito nel 2004 con l’intento di presentarsi alle successive elezioni europee. In Italia il Partito della Sinistra Europea è costituito da Rifondazione Comunista che ne è il fondatore e da i membri osservatori che sono L’Altra Europa con Tsipras e Sinistra Italiana. Nel febbraio 2019 tutte le organizzazioni che fanno riferimento alla Sinistra Europea hanno presentato una lista per le elezioni del 26 maggio. L’intento, si legge nel programma, è quello di creare un’alternativa di sinistra, antirazzista, femminista, ecologista in Europa.

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In Europa

I partiti aderenti alla Sinistra Europea insieme a quelli dell’Alleanza della Sinistra Verde Nordica – un’organizzazione politica che riunisce i partiti di sinistra ed ecologisti dei paesi del Nord Europa – costituiscono il gruppo parlamentare Sinistra Unitaria Europea/Sinistra Verde Nordica (GUE/NGL) che a Strasburgo si fa portavoce di un ambientalismo radicale evidenziando la necessità di coniugare la lotta per la giustizia climatica a quella per l’uguaglianza sociale ed alla lotta femminista. La capogruppo a Strasburgo è, dal 2012, Gabriele Zimmer. Una politica tedesca che in questi anni si è impegnata strenuamente per una transizione ecologica dell’economia in Europa.

Sinistra Europea: l’ambiente al centro del programma

Nella presentazione del programma della Sinistra Europea si legge che l’obbiettivo principale è quello di rendere l’Europa: “uno spazio a disposizione di quei movimenti che oggi costituiscono la principale speranza su scala planetaria: il movimento delle donne ed il movimento per il clima e l’ambiente che vede una generazione di ragazze e ragazzi pretendere un futuro per la terra e le specie viventi, quindi un cambiamento radicale del modello di sviluppo”.

Green New Deal

Stando ai punti del programma legati all’ambiente, l’obbiettivo è quello di dare vita ad un Green New Deal. Più in particolare una riduzione delle emissioni di gas serra del 65%, del consumo di energie del 40% e che il 45% dell’energia venga da fonti rinnovabili entro il 2030. La riconversione ecologica dovrà essere garantita attraverso investimenti, pari almeno al 3% del Pil europeo, nel settore industriale, dei trasporti, dell’efficienza energetica e delle fonti rinnovabili.

Sinistra Europea: un voto utile per l’ambiente

Il Green New Deal dovrà intervenire anche nella salvaguardia di quei territori a rischio sismico ed idrogeologico, nella lotta ai processi di privatizzazione delle risorse naturali e nella lotta alle grandi opere come la TAV Torino-Lione. Un altro obbiettivo essenziale del Piano sarà anche la difesa delle biodiversità. Per farlo servirà valorizzare l’agricoltura attraverso una ferma opposizione agli Ogm ed alla cementificazione, e la difesa dei mari attraverso una lotta alla pesca incontrollata ed eccessiva.

Un commercio equo e solidale

Una battaglia che verrà portata avanti dal gruppo parlamentare a Strasburgo sarà quella alla ratifica del CETA ed all’approvazione del TTIP – gli accordi di libero scambio tra Canada ed UE e tra Stati Uniti ed UE- affinché le politiche commerciali europee non siano subordinate alle leggi del mercato ma- come si legge nel programma- al rispetto dei diritti del lavoro e alla salvaguardia della natura, attraverso la definizione di standard retributivi, dei diritti ambientali.

Lotta ai cambiamenti climatici: l’Italia si chiama fuori

Presidente del consiglio Conte a Sibiu

Il 9 maggio a Sibiu, in Romania, si è tenuta una riunione a cui hanno partecipato i rappresentanti di 27 paesi facenti parte dell’Unione Europea. Per l’Italia ha presenziato il premier Giuseppe Conte. Lo scopo di questo incontro era quello di discutere sul futuro comune post Brexit. Tuttavia, dopo che ogni decisione finale sul tema è stata prorogata al mese di Ottobre, alcuni Stati membri hanno colto l’occasione per presentare al consiglio un paper che sottolineasse l’importanza di iniziare a prendere serie contromisure contro i cambiamenti climatici.

Gli 8 paesi firmatari di questo documento, che è stato pubblicato e analizzato dall’Independent, sono Belgio, Danimarca, Francia, Lussemburgo, Paesi Bassi, Portogallo, Spagna e Svezia. Germania, Polonia e, purtroppo per noi, Italia hanno invece deciso di non sottoscrivere questa richiesta. Un’ulteriore occasione persa da parte del Governo italiano per dimostrare di essere in grado di prendere scelte coscienziose e non volte solamente a scopi propagandistici.

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Cosa chiedono gli 8 Stati firmatari

Il modo migliore per riassumere il contenuto del documento, intitolato “Non paper on Climate for the Future of Europe”, è racchiuso nello slogan ambientalista “agire ora”. Scendendo più nel dettaglio la richiesta fatta dagli 8 paesi sopra elencati è quella di azzerare le emissioni di gas serra dei paesi membri “al più tardi” entro il 2050. Se infatti, in precedenza, tutti gli accordi sul clima prevedevano di farlo “entro” il 2050, questa volta sono state invece utilizzate per la prima volta le parole “at latest”. Un cambiamento tanto piccolo quanto significativo che sta a sottolineare la grande ambizione dei paesi firmatari in merito ai temi legati al cambiamento climatico.

Ecco una parte del testo del documento: “Sarà cruciale reindirizzare i flussi finanziari verso l’azione climatica. Il budget europeo, attualmente in negoziazione, sarà uno strumento fondamentale in questo senso. Almeno il 25% delle spese dovranno essere indirizzate verso progetti che vogliono combattere il cambiamento climatico. Il budget non dovrà in alcun modo finanziare ogni qualsivoglia politica che vada contro questo obiettivo.”

Un’occasione persa dall’Italia per schierarsi sul tema dei cambiamenti climatici

Che il Ministro dell’Interno Matteo Salvini ed il suo partito non prendano in considerazione uno dei problemi che più minaccia la vera sicurezza delle future generazioni non è una novità. Già nel momento in cui il Parlamento Europeo ha dovuto esprimersi sull’accettazione dei target inseriti nel Paris Agreement, tutti gli esponenti della Lega avevano votato contro questo provvedimento. Tuttavia tra le principali battaglie del Movimento 5 Stelle, prima di iniziare a governare, c’era proprio quella dell’ambiente. Propositi che, alla luce di quanto visto dall’inizio di questo governo, sono rimasti solo parole.

In un mese in cui il comune di Acri, l’Irlanda ed il Regno Unito hanno dichiarato lo stato di emergenza climatica, l’Italia mette in cascina un’altra pessima figura a livello internazionale. Il treno per la transizione ecologica sta per partire. I movimenti ecologisti, su tutti Extinction Rebellion e Fridays For Future, si stanno espandendo giorno dopo giorno. I democratici negli USA inneggiano ad un Green New Deal. La Nuova Zelanda ha approvato un documento per azzerare le proprie emissioni di CO2 il prima possibile. E molti paesi dell’UE stanno spingendo per accelerare il cambiamento verso un’economia a basso impatto ambientale.

Il governo gialloverde è invece colpevole di un silenzio assordante sul tema. Ignorare l’argomento non farà sparire nè il problema, né tanto meno l’evidenza scientifica che sta guidando le scelte di governi più coscienziosi. Risulta utile inoltre ricordare che l’Italia è uno dei paesi che subirà maggiormente le conseguenze dei cambiamenti climatici. Mettere la testa sotto la sabbia è dunque un atteggiamento imperdonabile, soprattutto per chi dovrebbe avere come priorità assoluta quella di fare il bene del proprio paese. Se non vogliamo rimanere indietro, per l’ennesima volta, occorre darsi una mossa.

Bolsonaro vuole distruggere l’ Amazzonia

É il 28 ottobre 2018. Il Brasile va alle urne per decidere chi tra Jair Messia Bolsonaro, candidato del Partito Social-Liberale, e Fernando Haddad, del Partito dei Lavoratori, diventerà il presidente del Brasile a partire da Gennaio 2019. Chiunque abbia seguito con un minimo di attenzione le dichiarazioni precedenti alle elezioni da parte dei due candidati sa già che in gioco, oltre ad una presidenza, c’è anche la sopravvivenza di una grossa fetta dell’Amazzonia.

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I problemi legati alla deforestazione della più grande foresta pluviale al mondo sono noti ormai da tempo. Ettari di alberi vengono sacrificati per la produzione di soia per gli allevamenti, olio di palma, ricerca dei combustibili fossili e per fare carta. Anche un bambino sa che sono gli alberi, oltre agli oceani, ad assorbire l’anidride carbonica per poi rilasciare ossigeno nell’atmosfera. Dunque tagliare alberi, invece di piantarne altri, in un’epoca in cui le emissioni di CO2 nell’atmosfera sono al massimo storico sono segno o di grande incompetenza e disinformazione oppure, più verosimilmente, di corruzione.

Il primo provvedimento di Bolsonaro: aumentare il tasso di deforestazione dell’Amazzonia

La prima decisione presa da Bolsonaro dopo essersi seduto sulla poltrona più importante del Brasile ha riguardato proprio la deforestazione dell’Amazzonia. Alcune zone della foresta sono aree protette sia per motivi biologici, legati all’unicità della biodiversità della foresta, sia per motivi di conservazione delle culture e delle popolazioni indigene. La creazione dei confini di queste aree protette è stata messa nelle mani del Ministero dell’Ambiente che, casualmente, è controllato dalla lobby dell’agribusiness.

Che queste aziende si avvalgano di metodi poco ortodossi per continuare a portare avanti i loro business altamente distruttivi per l’ambiente, soprattutto in dei paesi in cui i controlli sono più ridotti, non è mistero. Prima, almeno, cercavano di farlo di nascosto. Ora Bolsonaro gli ha dato il diritto di farlo alla luce del sole, dandogli la possibilità di autoregolarsi e di confinare le popolazioni indigene in delle aree molto più ridotte rispetto ad oggi.

Qualche dato sull’Amazzonia

A confermare lo stato di emergenza in cui vertono le foreste di tutto il mondo è un report del Global Forest Watch, un organo indipendente dell’Università del Maryland. Secondo quanto constatato grazie alle immagini dei satelliti nel 2018 sono spariti 12 milioni di ettari di foreste tropicali. L’equivalente di 30 campi da calcio al minuto. Un quarto di questa perdita si è verificata proprio in Brasile, e Bolsonaro non era ancora neanche presidente.

L’Amazzonia è la più grande foresta pluviale del mondo e costituisce il più grande bacino di acqua fluviale del pianeta. 1 specie su 10 di quelle che vivono nel pianeta è unica di questa zona Il 75% delle specie vegetali presenti nella foresta sono uniche dell’Amazzonia. Ci sono inoltre oltre 3.000 specie di pesci di acqua dolce. La foresta Amazzonica è quella che sta subendo il più alto tasso di deforestazione a livello mondiale. Il WWF stima che oltre il 27% della superficie originale sarà senza alberi entro il 2030. La foresta è grande 670 milioni di ettari e ci vivono 34 milioni di persone che dipendono dalle sue risorse. Tra il 2001 e il 2012 sono stati persi circa 1,4 milioni di ettari di alberi ogni anno, per un totale di 18 milioni di ettari principalmente in Brasile, Perù e Bolivia.

Perché ciò che fa Bolsonaro in Amazzonia interessa anche a te

I problemi legati alla deforestazione del più grande polmone del pianeta sono diversi. Il primo riguarda la liberazione di enormi quantità di Carbonio che gli alberi hanno immagazzinato per generazioni e generazioni. Al ritmo di deforestazione che abbiamo oggi questa non è affatto una quantità trascurabile. Questi processi fanno del Brasile uno dei paesi che immette più anidride carbonica nell’atmosfera. E le emissioni, si sa, non stanno a guardare i confini nazionali.

Come avviene la deforestazione in Amazzonia

La maggior parte di questa deforestazione avviene bruciando direttamente intere aree di foreste. Questi incendi finiscono per impoverire il terreno delle sue sostanze nutritive rilasciando allo stesso tempo enormi quantità di CO2 in atmosfera. Una volta liberato il campo, questo verrà utilizzato per una monocoltura che andrà ad impoverire ulteriormente il terreno, rendendo necessario l’utilizzo di fertilizzanti chimici. Questi prodotti andranno a loro volta vanno ad inquinare ulteriormente il terreno che ad un certo punto sarò desertificato ed inadatto a qualsiasi altro tipo di coltura, rendendo necessario il suo abbandono.

Da casa del 10% delle specie conosciute sulla terra a deserto dell’Amazzonia basta veramente poco. Basta l’uomo e il suo delirio di onnipotenza verso la natura.

L’esempio del fotografo Salgado

Come sempre, anche in questo caso, c’è chi si è schierato dalla parte giusta dando l’esempio e mostrando che una riconversione è possibile. Il fotografo di fama internazionale Sebastiao Salgado è infatti riuscito a ricreare un ecosistema praticamente dal nulla. Una volta recatosi in una delle case della sua famiglia, una volta immersa tra la fitta vegetazione della foresta, Salgado è rimasto interdetto dallo stato di parziale desertificazione in cui si trovava l’area a causa delle azioni sopra citate.

Insieme a sua moglie ha fondato l’Istituto Terra, che ora si occupa di progetti di riforestazione in tutto il mondo, ed ha iniziato a ricostituire l’ecosistema perduto. Vent’anni dopo l’area in questione ha recuperato buona parte della biodiversità perduta. Un esempio che da speranza per il futuro. Se, oggi, con Bolsonaro al potere la deforestazione della foresta tropicale più grande del mondo continuerà la sua corsa incontrollata, l’esempio di Salgado ha mostrato come sia possibile riportare il sistema Terra allo stato di equilibrio naturale che ci permetterebbe di avere un futuro sicuro sul pianeta.

A cosa servono le foreste

Le foreste ci servono per sopravvivere, per pulire l’aria già troppo inquinata e per raffreddare il pianeta grazie all’immagazzinamento di enormi quantità di CO2. Raderle al suolo, per fare ancora più soldi, non farà che peggiorare la situazione già drammatica in cui ci troviamo. E nonostante le pressioni provenienti anche dall’Unione Europea per limitare questa distruzione di massa Bolsonaro non sembra intenzionato a fermare la sua opera di devastazione dell’Amazzonia. Anche gli indigeni della tribù Waorani in Ecuador, che abitano alcune delle zone vittima di deforestazione, hanno fatto causa al proprio governo e alle industrie petrolifere riuscendo a vincere la prima di tante battaglie. .

La foresta pluviale più grande al mondo, così come era conosciuta, rischia di diventare un enorme cimitero di specie vegetali ed animali. Tutto ciò mentre Bolsonaro e le lobby dell’agribusiness continueranno a fare, come direbbe Greta, “inimmaginabili quantità di denaro” anche grazie alla deforestazione dell’Amazzonia. Con buona pace per le future generazioni che dovranno fare i conti con questo disastro.

Il comune di Acri ha dichiarato lo stato di emergenza climatica

La buona notizia arriva dalla Calabria. Più precisamente dal Comune di Acri, in provincia di Cosenza. Il consiglio comunale di Acri. tenutosi in data 29 aprile 2019, ha posto all’ordine del giorno la dichiarazione dello stato di emergenza climatica. Decisiva l’influenza dei ragazzi di Fridays For Future – Acri che, nella giornata del 15 marzo durante lo sciopero mondiale per il futuro, hanno riempito le piazze della città attirando l’attenzione dei politici e dei media locali. La mozione è stata approvata in modo unanime ed è la prima nel suo genere nel nostro Paese. In tutta Europa, invece, le municipalità che hanno già ufficializzato un provvedimento del genere sono più di 200.

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La speranza è che presto anche gli organi statali annuncino un provvedimento simile. Rossella Muroni, di LeU, ha dichiarato di voler presentare alla Camera “una mozione per dichiarare l’emergenza climatica anche in Italia e impegnare il governo su fronti strategici quali: energia, trasporti, edilizia, uscita dai sussidi fossili e stop al consumo delle risorse naturali”.

I punti del Comunicato di Acri sulla dichiarazione di emergenza climatica

All’interno del provvedimento, scaricabile al link, la giunta dichiara che:

  • A livello politico non è stato fatto abbastanza
  • Occorre modificare le abitudini di consumo
  • Occorre orientare le scelte dei governi, dei mercati e delle imprese verso una maggiore sostenibilità ambientale
  • Approva il report dell’IPCC dell’8 ottobre 2018
  • Riconosce nella lotta al cambiamento climatico e alle relative conseguenze un ruolo di massima priorità all’interno dell’agenda politica.
  • Di attenersi alle direttive del Paris Agreement

La prima di una lunga serie?

La prima pietra, dunque, è stata riposta anche nel nostro paese. Ed a farlo è stato un piccolo comune del cosentino di 20.000 abitanti. Nonostante il silenzio sui cambiamenti climatici da parte dei più importanti personaggi politici sui cambiamenti climatici del nostro paese c’è ancora chi crede nella politica come uno strumento per fare del bene, per prendere decisioni che servano a migliorare la qualità della vita della collettività.

Ora, sperando che in tanti seguano l’esempio di Acri e del Regno Unito, non resta che passare dalle parole ai fatti. Senza dimenticare che per spingere in questa direzione serve l’apporto di tutti. Intanto mancano meno di 20 giorni al secondo sciopero globale per il clima previsto per il 24 maggio, a cui prenderanno parte più di 3.000 piazze in tutto il mondo. Un numero destinato a crescere, sempre di più. Fino a quando non avranno ascoltato.