Nuovo report ONU: più di 1 milione di specie a rischio estinzione

Ad affermarlo è l’Intergovernmental Science-Policy Platform on Biodiversity and Ecosystem Services. L’IPBES è un ente dell’ONU che si occupa dello studio dello stato di salute degli ecosistemi e della biodiversità a livello mondiale. Questo organo ha la stessa natura dell’IPCC, l’ente delle Nazioni Unite che studia i cambiamenti climatici, responsabile della stesura del report uscito nell’ottobre scorso che ha potenziato la portata di movimenti come Fridays For Future e Extinction Rebellion. Questo documento costituisce un ulteriore allarme lanciato da parte della comunità scientifica riguardo al pessimo stato di salute in cui verte il sistema Terra. Mai nella sotria dell’uomo così tante specie sono state a rischio estinzione.

Un declino pericoloso e senza precedenti

Queste le parole usate dall’IPBES per riassumere il contenuto del documento. Lo studio è stato condotto da 145 esperti di 50 nazionalità diverse ed ha ricevuto il contributo di altri 310 autori. Per condurlo sono stati necessari 3 anni. I dati su cui si basa sono stati presi da 15.000 fonti scientifiche o istituzionali. Secondo l’ente questo è il “più grande e comprensivo studio mai effettuato sul tema”. Il presidente dell’organizzazione, Robert Watson, ha parlato di “un’evidenza schiacciante che ci ha permesso di constatare uno scenario nefasto”.

E aggiunge :”La salute degli ecosistemi su cui tutte le specie viventi dipendono, noi compresi, si sta deteriorando più velocemente che mai. Stiamo erodendo le vere e proprie fondamenta della nostra economia, dei nostri stili di vita, della sicurezza alimentare, della salute e della qualità della vita a livello mondiale”. L’ultimo report dell’ONU sul tema delle specie in via d’estinzione risaliva al 2005 e questo diventa dunque il documento più autorevole della storia dell’umanità in merito all’argomento dell’estinzione di massa delle specie a cui stiamo assistendo oggi.

Il riassunto del documento ONU sull’estinzione delle specie

  • Circa 1 milione di specie di animali e piante sono minacciate dall’estinzione, una quantità mai vista prima nella storia dell’umanità
  • La quantità di specie autoctone nella maggior parte degli habitat terrestri è calata in media del 20%. Per gli anfibi questa percentuale sale al 40%, per i coralli è del 33%, per i mammiferi marini del 30%, per gli insetti del 10%. Almeno 680 specie di vertebrati si sono estinte dal 1600.
  • Le principali cause sono, in ordine di importanza, un cambiamento nell’utilizzo di superficie terrestre e marina, sfruttamento diretto degli organismi, cambiamento climatico, inquinamento ed inserimento di specie non autoctone negli habitat.
  • Con un ulteriore aumento della temperatura media globale il cambiamento climatico diventerà la causa principale di queste perdite.
  • Il trend negativo registrato per quanto riguarda la salute degli ecosistemi e la biodiversità inciderà sulla possibilità di raggiungere l’80% (35 su 44) dei target stabiliti secondo gli obiettivi di sviluppo sostenibili andando ad acuire problemi come povertà, fame, salute, acqua, città, clima, oceani e terreno. La perdita di biodiversità non è un problema relativo solo all’ecologia ma avrà anche riscontri sullo sviluppo, l’economia, la sicurezza, le questioni sociali e morali.
  • I principali indicatori che vanno di pari passo con la perdita di biodiversità sono l’aumento della popolazione mondiale, il consumo di risorse pro capite, l’estrazione delle risorse e l’incremento della produzione.
  • Circa il 75% dell’ambiente su terraferma e il 66% di quello marino sono stati significativamente alterati dalle azioni umane. In media questi trend sono molto più negativi nelle aree in cui vivono popolazioni indigene o comunità locali.
  • Più di un terzo delle risorse del pianeta e circa il 75% dell’acqua dolce sono utilizzati per monocolture o allevamenti.
  • Il valore della produzione agricola è cresciuto del 300% rispetto al 1970. Circa 60 miliardi di tonnellate di risorse, rinnovabili e non, vengono estratte dal pianeta ogni anno. Il doppio rispetto al 1980.
  • La degradazione del suolo ha ridotto la produttività della superficie dei terreni del 23%. Circa 577 miliardi di dollari di prodotti agricoli sono a rischio a causa della perdita degli impollinatori.
  • Tra i 100 e 300 milioni di persone hanno visto aumentare il rischio di essere colpite da alluvioni e uragani a causa della perdita degli habitat costieri che li proteggono.
  • Nel 2015 il 33% delle specie di pesci sono stati pescati a livelli non sostenibili. Il 60% sono state sfruttate a livelli massimali. Solo il 7% delle specie è stato pescato a livelli sostenibili.
  • Le aree urbane sono più che raddoppiate dal 1992.
  • L’inquinamento da plastica è decuplicato rispetto al 1980. Tra i 300 e i 400 milioni di tonnellate di metalli pesanti, solventi, rifiuti tossici e altri scarti provenienti dalle attività industriali vengono gettati ogni anno in acqua. I fertilizzanti immessi negli ecosistemi costieri hanno prodotto più di 400 zone morte per un totale di 245.000 chilometri quadrati, un’area più grande del Regno Unito.

Non è troppo tardi per cambiare

Lo stesso Watson ci tiene però a precisare che “non è troppo tardi per fare la differenza, ma bisogna iniziare ora un cambiamento a tutti i livelli della società, sia globale sia locale. Grazie ad un cambio di direzione netto la natura può ancora essere conservata, ristabilita ed usata in modo sostenibile. Un cambiamento su tutti i fronti, grazie ad una riorganizzazione di tutti i sistemi che si può raggiungere tramite fattori economici, tecnologici e sociali, includendo anche un cambio dei paradigmi, dei valori e degli obiettivi di ognuno”. L’ostacolo più grande verso il cambiamento è riconosciuto dall’IPBES in coloro che hanno i maggiori interessi nel mantenimento dello status quo. L’ente dell’ONU ha dichiarato inoltre che questa opposizione possa essere sovrastata soltanto se verrà riconosciuta dall’opinione pubblica la necessità di mettere l’interesse dei molti di fronte a quello dei pochi.

La risposta di Greta

La notizia non è sfuggita alla giovane Greta Thunberg che, rilanciando un articolo della rivista scientifica “Nature”, ha commentato così: “Dove sono le breaking news? Gli speciali dei telegiornali? Le prime pagine? Dove sono le riunioni di emergenza? I summit per la crisi? Cosa potrebbe essere più importante? Stiamo fallendo ma non è ancora tutto deciso. Possiamo ancora mettere le cose a posto. Ma non se continuiamo come oggi. In tal caso non avremmo una chance”. Come al solito la giovane attivista svedese non ha avuto peli sulla lingua, denunciando il silenzio dei media riguardo al collasso ecologico del pianeta.

Nei giorni in cui usciva questo report non c’è traccia di esso in nessuna delle prime pagine delle testate nazionali, né nella giornata di ieri né in quella di oggi, con l’unica eccezione costituita da “La Repubblica” del 7 maggio. Eppure un trafiletto della parte alta della “front page” del Corriere della Sera da la notizia della nascita del figlio del principe Harry e di Meghan Markle. Inutile sottolineare che l’importanza delle due notizie non è neanche lontanamente comparabile.

Greta ha ragione. Siamo in tempo per cambiare le cose e per assicurare alle generazioni che verranno un futuro sicuro su questo pianeta. Ma è giunto il momento che i media, non solo a mezzo stampa, inizino a fare la propria parte, informando i cittadini sui rischi legati al cambiamento climatici e sulla gravità delle possibili conseguenze. Fino a quando parlare del figlio del Principe Harry sarà più importante di una notizia sulla minaccia di estinzione di più di 1.000.000 di specie viventi sulla terra, non abbiamo speranze.

Università “plastic free”: Catania e Roma in pole

L’Università siciliana segue l’esempio dell’ateneo di RomaTre e dice basta all’utilizzo della plastica monouso all’interno dei propri edifici. Il polo universitario di Catania ha inoltre regalato circa 11.500 borracce in acciaio tra personale e matricole dell’università. Già nel mese scorso anche l’Università della capitale ha provveduto a distribuire 30.000 borracce agli studenti iscritti. La speranza è quella di avere sempre un maggior numero di atenei “plastic free” sparsi per tutto il paese.

Queste iniziative confermano la sempre maggiore attenzione, anche da parte delle istituzioni pubbliche, verso il problema della plastica. Collaterale al regalo delle borracce è anche la creazione di sessanta punti di erogazione di acqua naturale e frizzante presso gli edifici dell’ateneo siciliano.

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La campagna del Ministero dell’Ambiente

Le due inziative succedono il lancio, da parte del Ministero dell’Ambiente, della campagna #StopSingleUsePlastic, inaugurata a fine gennaio con la messa al bando di prodotti in plastica monouso in tutti gli uffici del ministero. L’iniziativa ha come scopo quello di liberare tutti gli atenei italiani dall’eccessivo utilizzo di bicchieri, stoviglie e bottiglie in plastica.

La campagna è stata così commentata dall’On. Micillo, sottosegretario di Stato all’Ambiente: “Per ottenere risultati concreti nella tutela dell’ambiente, è necessario il coinvolgimento e la partecipazione di tutta la collettività. I giovani sono pieni di entusiasmo e imparano in fretta. Sono loro il nostro futuro”. La plastica rappresenta il 70% dei rifiuti che si trovano in mare e solo in Italia si stima un utilizzo di 120.000 tonnellate di stoviglia “usa e getta” all’anno. Numeri non da poco e che vanno azzerati in fretta.

L’ambientalismo non passa solo dal “plastic free”

Le iniziative per vietare l’utilizzo di plastica monouso si stanno moltiplicando giorno dopo giorno. Tanti comuni, spesso situati in delle zone costiere, hanno messo al bando l’utilizzo di plastica anche negli esercizi privati. Tra questi Senigallia, Fano, Noto, Siracusa, Favignana e tanti altri. La regione più attiva sotto questo punto di vista è la Sicilia, che da sola vanta più della metà dei comuni “plastic free” di tutto il paese. Iniziative lodevoli e che hanno sicuramente un buon impatto dal punto di vista ambientale. I problemi legati alla plastica sono innumerevoli e includono sia provessi produttivi molto inquinanti sia le problematiche legate al suo smaltimento.

Tuttavia, troppo spesso negli ultimi tempi, il dibattito sull’ambiente tende a concentrarsi solo sul problema della plastica, che effettivamente esiste. Ma chi pensa di rispettare l’ambiente semplicemente diventando “plastic free” commette un grave errore. Se mai un giorno riusciremo ad eliminare il problema della plastica questo non vorrà dire in alcun modo che saremo vicini a fermare i cambiamenti climatici.

Insomma, ben vengano le buone abitudini legate ad un’eliminazione dell’utilizzo della plastica, ma non usiamolo come metodo per pulirci la coscienza. Vanno presi anche altri accorgimenti. Serve mangiare in modo sostenibile, muoversi in modo ecologico, comprare di meno ed in maniera più etica e tanto altro. Il problema della plastica va combattuto, ma non dimentichiamoci di tutto il resto.

Frutta e verdura di stagione: cosa comprare a maggio

Nuovo mese, nuova frutta e verdura di stagione. Per una spesa più sotenibile e naturale.


È il mese di fave, carciofi, asparagi, erbe spontanee e piselli. Siamo agli sgoccioli per i cavoli. A fine mese potrebbero spuntare le prime verdure estive. Le fragole sono in piena stagione. Il contadino di fiducia potrebbe anche avere le prime ciliegie e le prime albicocche. Di seguito la lista completa della frutta e verdura di stagione di maggio.

frutta e verdura di stagione

Verdura di stagione per il mese di maggio e proprietà nutrizionali

  • Ravanello: Contiene vitamina C, vitamine del gruppo B e sali minerali. Rilassa il sistema muscolare e aiuta contro le affezioni polmonari. Ha proprietà antisettiche e antibatteriche. Depura i reni, stimola la digestione e ha proprietà lassative.
  • Asparagi: Hanno proprietà diuretiche e contiene fibre, pertanto sono consigliati in caso di stipsi. I grassi sono quasi nulli. Contengono molti sali minerali come il potassio e sono un’ottima fonte di vitamina C, vitamina A e alcune vitamine del gruppo B.
  • Fave: sono ricche di proteine e fibre vegetali, che abbassano il colesterolo, e sono povere di gassi. Contengono ferro, sali minerali, vitamina B1 e vitamina A, importante per la salute della pelle. Da evitare se si soffre di favismo.
  • Carciofi: contengono vitamina C, vitamine del gruppo B e vitamina K, utile nella prevenzione dell’osteoporosi. I carciofi sono fonte di ferro e di rame, importanti per la produzione delle cellule del sangue.
  • Piselli: legumi contenenti una modesta quantità di proteine. Presentano moltissimo acido folico, vitamina indispensabile per il bene del feto e per prevenire patologie cardiovascolari. I piselli sono ricchi di vitamina C e di sali minerali.
  • Lenticchie: Sono ricche di proteine, fibre, ferro, magnesio e potassio. Sono molto nutrienti ed energetiche, hanno proprietà antiossidanti e aiutano la concentrazione e la memoria.
  • Erba Cipollina: contiene vitamina C e vitamine del gruppo B. Ha un’alta presenza di calcio, magnesio, ferro e fibre.
  • Cece: fonte di proteine e acidi grassi insaturi come Omega 6. Contengono anche fibre, vitamine del gruppo B e minerali.
  • Verza: ricca di minerali, fibre e vitamina C. L’alto contenuto di acido ascorbico favorisce anche l’azione della vitamina E in esso contenuta. Alta anche la presenza di selenio.
  • Carota: ricca in vitamina A e carotene, molto importanti per la salute della pelle. Ha una buona presenza di sali minerali, vitamine del gruppo B, D ed E.
  • Cavolfiore: ricco di minerali, fibre e vitamina C. L’alto contenuto di acido ascorbico favorisce anche l’azione della vitamina E in esso contenuta. Alta anche la presenza di selenio.
  • Broccolo romanesco: ricco sia di carotenoidi sia di vitamina C. È anche una buona fonte di acqua, fibre alimentari, antiossidanti e minerali come potassio e magnesio.
  • Broccolo: contiene un’alta quantità di vitamina C e ha pertanto proprietà antiossidanti. Ha un alto contenuto di sostanze fenoliche ed è quindi un alimento con caratteristiche anti-tumorali.
  • Sedano rapa: ricco di vitamine antiossidanti (A, C, E) e minerali (ferro, magnesio e potassio).
  • Fagioli piattoni (o taccole): sono ricchi di fibre e hanno un bassissimo indice glicemico. Contengono anche sali minerali come il potassio.
  • Patate: ricche di glucidi, vitamine del gruppo B, vitamina C, potassio e oligominerali (rame, ferro, cromo e magnesio).
  • Cima di rapa: ricche di ferro, sali minerali e vitamina A.
  • Rucola: presenta vitamina C, potassio, fosforo e ferro. Favorisce la digestione ed è benefica per il fegato.
  • Basilico: ricco di vitamina k manganese. È un’ottima fonte di rame e vitamina C, oltre che di calcio, ferro, acido folico e acidi grassi omega 3. Aiuta a proteggere la struttura delle cellule e ha proprietà antibatteriche.
  • Prezzemolo: è ricchissimo di vitamine C, A, K, acido folico e altre vitamine del gruppo B. Presenta anche minerali tra cui potassio, calcio e ferro. Aiuta a depurare l’organismo e a tenere sotto controllo la glicemia
  • Indivia: ricca di principi attivi è un alimento diuretico e ha un effetto depurativo e disintossicante.
  • Cicoria: ricca di principi attivi è un alimento diuretico e ha un effetto depurativo e disintossicante.
  • Bietola: contiene fibre, vitamine e sali minerali come potassio e ferro.
  • Finocchio: è composto principalmente d’acqua, presenta minerali come il potassio e contiene vitamina A, C e alcune del gruppo B. Aiuta nella digestione, riduce il gonfiore e ha proprietà antinfiammatorie.
  • Spinaci: sono ricchissimi di ferro, il cui assorbimento è favorito dalla vitamina C. Presenta anche carotenoidi (pro-vitamina A) e vitamina E. Hanno proprietà antiossidanti e hanno un’azione benefica sulla salute degli occhi.
  • Aglio bianco e rosso: ha effetti positivi sull’apparato circolatorio. Aiuta a ridurre il colesterolo e a regolare la pressione.
  • Porro: ha proprietà diuretiche e lassative grazie all’alta presenza di fibre e contiene pochissimi grassi.
  • Lattuga: ha un elevato contenuto di fibre e di vitamine (C, B2 ed E). Contiene potassio, il che rende la lattuga una buona alleata per gli sportivi.
  • Cavolo cappuccio: presenta vitamine (C, B-carotene, pro-vitamina A) e per questo ha proprietà antiossidanti e anti-tumorali. L’elevato contenuto di fibre contribuisce al corretto funzionamento intestinale
  • Cipolla: l’alta componente di acqua la rende diuretica, la piccola parte di fruttosio la rende un alimento energetico. I solforati e i flavonoidi le conferiscono proprietà antitumorali, specialmente per colon, stomaco e prostata.
  • Scalogno: contiene alcune molecole utili per la regolazione della pressione sanguigna, la diuresi, la riduzione del colesterolo e degli stati infiammatori.
  • Pomodoro: I pomodori sono fonte di preziosi nutrienti, soprattutto di potassio, fosforo, vitamina C, vitamina K e folati. Il colore rosso dei pomodori è dovuto ad un antiossidante, il licopene, ce ha proprietà antitumorali. Riducono la pressione arteriosa, sono diuretici e aiutano a proteggere la salute delle ossa.
  • Cetrioli: ricchi di acqua, vitamine (B6, C, K), sali minerali (magnesio e potassio) e fibre. Hanno proprietà rinfrescanti, diuretiche, depurative e antigottose.
  • Zucchine: hanno un elevato contenuto di acqua e eprtanto sono diuretiche e molto digeribili. Il colesterolo è assente. Contiene vitamina C, A e acido folico. Contengono sali minerali, sopratutto potassio e manganese.

Frutta di stagione per il mese di maggio

  • Albicocche: Le albicocche fresche sono ricche di acqua, vitamine (A e C), sali minerali (potassio) e fibre.
  • Ciliegie: le ciliegie sono ricche di vitamina C e A che proteggono la vista e rafforzano le difese immunitarie. Contengono acido folico, calcio, potassio, magnesio, sostanze importanti per la lotta ai radicali liberi. Sono depurative, disintossicanti, diuretiche e aiutano a prevenire l’arteriosclerosi e l’invecchiamento cellulare.
  • Fragole: contengono sali minerali come potassio e magnesio, ma anche vitamina C che conferiscono proprietà antiossidanti. Hanno poi proprietà antinfiammatorie e antivirali.
  • Frutta in guscio: contiene un’alta quantità di grassi buoni (insaturi e polinsaturi) che sono fonte di Omega 6 e Omega 3. Presenta anche un’elevata percentuale di proteine e vitamine del gruppo B (B1, B2, B6). La frutta secca riduce le infiammazioni e fluidifica il sangue, pertanto è indicata contro fenomeni quali trombosi e aterosclerosi.
  • Mela: ha un’alta concentrazione di fibre, il colesterolo è assente. Contiene vitamina C e potassio. La sua fermentazione da parte della flora batterica intestinale può avere un effetto protettivo sullo sviluppo del cancro al colon.
  • Nespola: contiene potassio e magnesio ed è fonte di vitamina A. Ha proprietà astringenti, diuretiche e antinfiammatorie.
  • Pera: contiene vitamine e sali minerali (potassio) e ha un alto contenuto di fibre, per questo è molto saziante. Modula l’assorbimento intestinale dei lipidi e previene i disturbi dell’intestino crasso.
  • Pesca: contengono sali minerali quali potassio, magnesio e fosforo e vitamine (C, E, B3). Presenta anche antiossidanti quali il beta-carotene, ha proprietà antiossidanti, anti-tumorali e riduce la pressione arteriosa.

Potrebbero esserci piccole variazioni in base all’esatta regione di provenienza. Per ogni dubbio ci si può sempre rivolgere al contadino di fiducia. Se non ne avete uno, trovatelo. Gli alimenti vegetali consumati in modo sostenibile sono più buoni e, spesso, costano anche meno.

Il nostro consiglio

Il modo più sostenibile di consumare prodotti alimentari è quello di conoscerne l’esatta provenienza. La soluzione migliore sarebbe quella di acquistarli direttamente dai produttori, nei mercati a chilometro zero. Per trovarli potete servirvi del sito della Coldiretti, dove sono indicate le città in cui è già presente il mercato di Campagna Amica. Altrimenti non è ormai inusuale che alcuni alimentari o qualche negozio di frutta e verdura faccia anche le consegne a domicilio. Segnaliamo inoltre la possibilità di adottare orti. Valutate anche l’idea di piantare qualche pianta aromatica nel terrazzo o sul davanzale della finestra, possono dare grande soddisfazioni. Così come anche un buon albero da frutto piantato in giardino. Buona spesa!

Anche il Parlamento del Regno Unito ha dichiarato lo stato di emergenza climatica

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Dopo la storica presa di posizione da parte della prima ministra scozzese Nicola Sturgeon anche il Parlamento del Regno Unito ha dichiarato lo stato di emergenza climatica. A solamente tre giorni dalle potenti parole della Sturgeon questo costituisce senza dubbio alcuno un altro momento storico in tema di cambiamenti climatici.

Questa presa di posizione non avviene affatto in modo casuale. Nei giorni che sono andati dal 15 al 24 aprile tutto il Regno Unito è stato messo sotto scacco dalle manifestazioni del movimento ambientalista “Extinction Rebellion”. I protestanti, occupando strade e manifestando in lungo e in largo, sono riusciti a portare il tema dei cambiamenti climatici in cima all’agenda politica nazionale. A farsi cavaliere di questa battaglia è stato il leader del partito laburista Jeremy Corbin. Il politico inglese ha infatti espresso la sua felicità affermando che questo “è un enorme passo in avanti”. Non resta che vedere quali effetti avrà in termini pratici.

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Le peculiarità della presa d’impegno del Regno Unito sull’emergenza climatica

La più forte critica che è stata mossa verso questa presa di posizione riguarda proprio la mozione approvata. Questa infatti non è in alcun modo vincolante per il governo che, a livello legale, non è strettamente tenuto a compiere azioni atte a fermare il cambiamento climatico. Resta tuttavia ottimismo per un provvedimento che entrerà sicuramente nella storia del paese e, forse, del mondo. Lo stesso partito laburista sta anche lavorando ad un Green New Deal sulla falsa riga di quello voluto dai democratici negli Stati Uniti.

Qualche preoccupazione in più sorge nel momento in cui alle parole non corrispondono i fatti. Secondo il giornale britannico “The Independent”, il Regno Unito ha appena ricevuto il via libera da parte del consiglio regionale della Cumbria, una regione del Nord dell’isola, circa l’approvazione di un progetto relativo alla creazione nuove miniere di carbone. A confermare che, nonostante questa sia indubbiamente una buona notizia, il cambiamento non arriva da un giorno all’altro. Ma da qualche parte si deve pur cominciare.

Un messaggio da Greta e uno per Trump

Si è rallegrata della notizia la giovane Greta Thunberg che in un tweet ha mostrato la sua felicità con queste parole: “Una notizia storica che da speranza. Ora anche altre nazioni devono seguire questo esempio. E le parole devono trasformarsi in delle azioni immediate”. Positiva anche la reazione di Extinction Rebellion, che continuerà comunque a fare pressioni per accelerare la transizione.

Una stoccata è arrivata anche a Donald Trump, proprio da parte di Corbyn. Mentre commentava la buona notizia il parlamentare inglese ha parlato di come sia necessario “chiarire al presidente degli Stati Uniti Donald Trump che non può ignorare gli accordi e le azioni internazionali sulla crisi climatica”. Il leader del partito laburista inglese ha anche aggiunto: “Questa decisione può scatenare un’ondata di azioni da parte dei governi e dei parlamenti di tutto il mondo. Ci impegniamo a lavorare il più vicino possibile ai paesi che sono seriamente intenzionati a porre fine alla catastrofe climatica”.

Tantissime belle parole dunque che vanno ad abbellire una notizia che, già di per sé, fa sorridere. La presa di posizione del Regno Unito sul dichiarare lo stato di emergenza climatica passserà sicuramente alla storia. Ora non ci resta che stare a vedere e sperare che le parole si tramutino in fatti. Con la consapevolezza che la battaglia sarà e lunga e faticosa e che sarà necessario continuare a lottare per fare fronte più grande minaccia che si sia mai parata di fronte all’essere umano: il cambiamento climatico.

Impronta ecologica: cos’è e come calcolarla

Avete mai sentito parlare di “impronta ecologica”? Si tratta di un valore che calcola di quante risorse naturali l’uomo ha bisogno e le confronta con la capacità della Terra di rigenerare quelle risorse. Spesso siamo convinti di vivere in modo sostenibile solo perché riduciamo l’utilizzo di plastica, e la poca che usiamo viene riciclata, oppure perché installiamo delle lampadine al Led. O, ancora, perché compriamo carne non proveniente da allevamenti intensivi. E ben vengano le buone abitudini.

Tuttavia in un discorso complicato come quello della sostenibilità meglio fare affidamento sulla scienza per scoprire quale sia veramente l’impatto ambientale di ognuno di noi. Ecco che ci viene in aiuto, come spesso accade, il web. Esistono infatti diversi siti in cui sarà possibile compilare un questionario per scoprire quanto davvero si viva in modo sostenibile. Attenzione! I risultati potrebbero non essere quelli sperati e le brutte sorprese sono dietro l’angolo.

Per dare un’idea della portata del problema basti dire che ogni anno, a livello globale, vengono consumati 1,9 pianeti. Questo vuol dire che consumiamo quasi il doppio delle risorse rispetto a quelle che la Terra può mettere a disposizione in un anno. E questo, solamente per colpa dei paesi sviluppati. I paesi più poveri, infatti, sono ben al di sotto della soglia di sostenibilità, Questo significa, in parole povere, che il nostro stile di vita, o almeno quello della maggior parte di noi, non è affatto sostenibile e a pagarne le conseguenze saranno le generazioni future, che saranno costrette a “pagare il debito” che stiamo contraendo con la Terra. Tuttavia, prendendo consapevolezza delle nostre pecche grazie agli strumenti online disponibili su vari siti, e di cui vi parliamo più in basso, è possibile aggiustare il tiro. Serve solo un po’ di buona volontà!

Definizione di impronta ecologica

La Treccani da questa definizione:

Strumento che permette di stimare l’impatto, in termini di consumo di risorse e accumulazione di rifiuti, delle attività economiche di produzione o di consumo di un individuo o di una collettività. Può quindi essere visto come un possibile contributo verso il superamento del prodotto interno lordo quale unica misura di sviluppo economico.

I fattori che vengono presi in considerazione nel calcolo

Sono davvero tanti gli elementi che vanno a determinare il proprio impatto ambientale. Qualche aereo preso di troppo o l’inefficienza energetica del condominio in cui vivi, per fare un esempio, sono sufficienti ad annullare quanto di bene fatto sotto altri punti di vista. Da prendere in considerazione sarà ovviamente anche il mezzo con cui ci spostiamo tutti i giorni, il tipo di energia che utilizziamo, se proveniente da un fornitore green oppure no, il modo in cui mangiamo e facciamo la spesa, la quantità di vestiti che compriamo, la percentuale di rifiuti che ricicliamo e tanto altro.

La sostenibilità è composta da tantissimi tasselli e per riuscire a completare il puzzle è necessario impegnarsi a dovere. Ecco qualche sito che viene in nostro aiuto per aiutarci a correggere il tiro. Non vi serviranno più di 5 minuti.

Alcuni siti dove puoi calcolare la tua impronta ecologica

  • Il primo che segnaliamo è FootPrintCalculator, ideato dal Global Footprint Network. La pagina è in inglese ed è necessario inserire la propria mail nell’apposito form. Alla fine del test scoprirete quanti pianeti servirebbero a sostenere l’umanità se tutti avessero le vostre stesse abitudini e quale sia invece il vostro Overshoot Day personale, ovvero il giorno che segna l’esaurimento delle risorse rinnovabili che la Terra è in grado di rigenerare in un anno. Alla fine del test ti sarà possibile consultare i tuoi risultati per capire quale siano i fattori a maggior impatto in rapporto al tuo stile di vita.
  • A seguire ecco quello di WWF Svizzera. Al momento il test non è disponibile sul sito di WWF Italia per problemi di mantenimento, per cui dovremo accontentarci di quello elvetico.  I procedimenti sono simili, con la differenza che alla fine di questo test i tuoi risultati verranno comparati con gli obiettivi Europei di sostenibilità al 2020. Alla fine del test vi basterà inserire “Altro” alla voce “regione di appartenenza” ed il gioco è fatto.
  • Il terzo sito che segnaliamo si differenzia lievemente dagli altri in quanto riesce a calcolare l’impronta ecologica per ogni personale “settore di emissione”: si chiama CarbonFootPrint. Per farlo occorre armarsi di dati abbastanza specifici sull’efficienza della rete elettrica e della fornitura di gas della propria casa. In aggiunta basterà compilare campi relativi ai soliti sospetti: trasporto e abitudini di consumo generali.
  • MioEcoMenù è un altro sito interessante. Il suo scopo è quello di calcolare l’impatto ambientale di un pasto. Basterà inserire le quantità degli ingredienti che abbiamo utilizzato per prepararci il pranzo e sapremo subito se quel piatto può essere considerato sostenibile o meno. Vi diciamo già che se inserirete carne o latticini il valore aumenterà sensibilmente.

Dal calcolo dell’impronta ecologica ad un cambio di abitudini

Ora non vi resta che collegarvi a uno di questi siti per scoprire quanto siate veramente green. Una volta scoperto quali siano le vostre personali cattive abitudini sarà più facile abbassare la propria impronta ecologica. Se vogliamo che il mondo cambi e diventi più ecologico siamo noi a dover fare il primo passo. Primo passo che consiste in una reale ed oggettiva presa di coscienza delle azioni da compiere nella vita di tutti i giorni per diminuire il proprio impatto ambientale. Una correzione delle proprie abitudini passa necessariamente da un processo di comprensione del problema. E spesso può essere molto più facile di quanto sembri.

La Scozia ha dichiarato lo stato di emergenza climatica

28 Aprile 2019. Un giorno che potrebbe passare alla storia. Per la prima volta il Primo Ministro di uno Stato europeo ha dichiarato che il suo paese, la Scozia, si trova in uno stato di “emergenza climatica”. A dare la svolta è stato proprio l’incontro di Nicola Sturgeon con i giovani attivisti di Fridays For Future. “Qualche settimana fa ho incontrato alcuni dei giovani attivisti che hanno scioperato per accrescere la notorietà dei problemi legati ai cambiamenti climatici. Vogliono che i governi di tutto il mondo dichiarino l’emergenza climatica. E hanno ragione”. Queste alcune delle parole della Sturgeon che potrebbero rappresentare una svolta nel panorama ambientalista.

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Foto dell’isola di Skye, in Scozia

La Scozia potrebbe non esser la sola a dichiarare l’emergenza climatica

Il paese anglo-sassone non è nuovo ad una dimostrazione di sensibilità verso il problema. La prima ministra infatti aveva già dichiarato l’obiettivo del paese di diventare carbon-neutral entro il 2050 favorendo, tra le altre cose, anche la vendita di macchine elettriche. La scelta della Surgeon segue quella di diversi comuni inglesi, anch’essi nella cerchia delle realtà che hanno dichiarato lo stato di emergenza climatica, soprattutto dopo le proteste che hanno bloccato le strade di mezzo paese organizzate da Extinction Rebellion.

Nel frattempo, secondo la BBC, il partito laburista inglese dovrebbe fare pressione sul governo britannico per seguire la Scozia con una dichiarazione ufficiale che dovrebbe essere sulla falsa riga di quella scozzese. “Dobbiamo iniziare a fare i conti con le nostre responsabilità.” – ha aggiunto Nicola Sturgeon – “La Scozia è già tra i migliori paesi al mondo nella lotta al cambiamento climatico. Dobbiamo continuare ad essere da esempio. Gli obblighi che abbiamo nei confronti delle future generazioni sono i più importanti che ci portiamo dietro.

La prima di una lunga serie?

Il Comitato sui Cambiamenti Climatici scozzese dovrebbe pubblicare un nuovo report in settimana, in cui verranno presentati i risultati dei target di emissione effettivamente raggiunti. “Se il Comitato ci dirà che possiamo accelerare e fare meglio rispetto a quanto precedentemente pianificato lo faremo”. Tra le misure attuate dalla Sturgeon c’è anche la messa al bando delle attività di fracking in tutto il territorio nazionale. Questa è infatti una procedura di ricerca di petrolio o gas molto invasiva che distrugge chilometri di sottosuolo. Anche la Gran Bretagna dovrebbe provvedere ad applicare lo stesso divieto molto presto. 

Parole di conforto sono arrivate anche dal Ministro dell’Energia scozzese, un’istituzione che è presente nella maggior parte dei paesi occidentali ma non in Italia, Paul Wheelhouse: “Il dibattito sui cambiamenti climatici è urgente e il governo ha il dovere di rispondere in modo responsabile per lasciare accesa la luce della speranza”. Questo avvenimento storico avviene a breve distanza dalla nascita ed espansione di grandi movimenti ambientalisti internazionali come FridaysForFuture ed Extinction Rebellion. Un’ulteriore conferma della forza di queste proteste che sono riuscite ad ottenere risultati mai visti prima in tema di ambiente. E allora non ci resta che continuare a fare sentire la nostra voce. La Scozia e l’Inghilterra non hanno potuto fare a meno di cedere al diffuso desiderio di cambiamento dei loro cittadini. Sperando che le loro azioni non smentiscano la parola data. Chissà che non possa accadere lo stesso anche in tutto il resto del mondo.

Spreco alimentare: arriva l’app che salva il cibo dalla spazzatura

Si chiama TooGoodToGo ed è stata fondata nel 2015 a Copenaghen. Ad oggi può contare su più di 8 milioni di utenti che aiutano l’azienda a combattere uno dei problemi più trascurati della società di oggi: lo spreco alimentare. Solo in Italia ogni anno più di 10 milioni di tonnellate di cibo finiscono nel cestino dell’immondizia senza essere consumate. Sono circa 317 kg al secondo. Tradotto in Euro significa gettare 17 miliardi l’anno nella spazzatura. A livello mondiale circa 1/3 del cibo prodotto viene sprecato.

Nonostante non finiamo per consumarli, questi alimenti necessitano comunque di risorse per essere prodotti e, di conseguenza, contribuiscono alle emissioni di gas serra con un peso dell’8% sul totale dei gas ad effetto serra antropogenici immessi ogni anno in atmosfera. Insomma, non solo utilizziamo in maniera poco efficiente le risorse già eccessivamente stressate del pianeta producendo enormi quantità di carne e latticini, ma finiamo anche per buttarli nella spazzatura.

I numeri della piattaforma

L’app, da qualche settimana disponibile negli store italiani, è già stata lanciata in diversi paesi dell’Unione Europea prevenendo l’immissione in atmosfera di 25.541 grammi di CO2 che si sarebbero invece generati con lo smaltimento dei rifiuti. L’idea nasce quando, dopo aver partecipato ad una cena a buffet, i fondatori hanno visto enormi quantità di cibo ancora buono finire nella spazzatura.

In quel momento è scattato qualcosa in loro, che hanno quindi deciso di mettere mano al problema. L’ambizione, si legge su loro sito, è quella di arrivare ad “un mondo senza sprechi scommettendo sul potere delle persone”. I risultati sono più che soddisfacenti. La startup sta crescendo “alla velocità della luce” e ad oggi rappresenta la più importante realtà di riduzione del surplus alimentare al mondo.

Combattere lo spreco alimentare: come funziona TooGoodToGo

Combattere lo spreco alimentare non è mai stato così facile. Basterà scaricare l’app o registrarsi sul loro sito web, geolocalizzarsi e controllare quali siano le attività che aderiscono all’iniziativa nella tua zona. Allo stesso tempo i commercianti immettono nella piattaforma degli annunci per delle “Magic Box” che avranno un prezzo variabile dai 2 a 6 euro. L’utente può prenotarne una, e pagarla, tramite un click e recarsi al punto vendita per il ritiro. Già dal momento del lancio la soluzione è stata adottata da Carrefour Italia, dai ristoranti biologici EXKi e da Eataly, presso il punto vendita di Milano Smeraldo. Ed è proprio nel capoluogo lombardo che TooGoodToGo ha iniziato a concentrare la sua attività, con l’obiettivo di espandersi in tempi brevi in tutta la penisola.

https://www.youtube.com/watch?v=MLiArpuQV74

Il consiglio, per chi non risiede nell’area milanese, è di giocare d’anticipo e controllare l’app già da ora, caso mai volesse sorprenderci. Se invece foste a conoscenza di qualche commerciante a cui potrebbe fare comodo ridurre lo spreco alimentare del proprio negozio, gli basterà contattare l’azienda tramite l’apposito form presente nel sito web ed il gioco è fatto. Vince il consumatore, che acquista cibo a prezzo ridotto, il commerciante, che non è più costretto a gettare le eccedenze nella spazzatura, e, soprattutto, il nostro caro ambiente.

Smartphone ecologico: oggi c’è Fairphone

smartphone ecologico

L’azienda Fairphone ha sede in Olanda e ha già commercializzato due versioni dello smartphone ecologico, vendendo centinaia di migliaia di telefoni. La missione è quella di fornire un prodotto di qualità che possa durare molto di più di uno smartphone “tradizionale”, a volte prodotto appositamente per avere vita breve. I materiali che vengono utilizzati per produrlo sono riciclati oppure provenienti da una filiera certificata come sostenibile. Come se non bastasse, Fairphone ha una particolare attenzione anche verso le condizioni dei lavoratori, un fattore che spesso non è riscontrabile nelle fabbriche delle altre marche più conosciute, le quali non esitano ad avvalersi di manodopera a bassissimo costo, orari di lavoro disumani e, nei casi peggiori, anche sfruttamento minorile.

fairphone

Numeri di una follia

La nostra malattia di consumo di apparecchi elettronici sta degenerando. Si stima che oggi, nel mondo, siano già stati venduti più di 7 miliardi di smartphone. Una cifra enorme se si pensa che prima di 7 anni fa le persone ad averne uno erano in netta minoranza. Come tutti i fenomeni che prendono piede su larga scala, e che non vengono regolati a dovere, anche in questo caso ci sono degli effetti collaterali di cui è una delle vittime è l’ambiente.

Ognuno di questi dispositivi è infatti composto da una parte di materiali reperibili solo in miniera e con processi di lavorazione che lo rendono, al pari di moltissimi altri oggetti tecnologici, uno dei beni con più alto impatto ambientale di tutti. Se a questo aggiungiamo il nostro incontrollabile desiderio di essere “alla moda” ed un conseguente consumo eccessivo di questi prodotti, non è difficile immaginare perché all’ambiente questo non piaccia affatto.

Perchè scegliere un Fairphone

Per rendere così efficienti dei dispositivi così piccoli è necessario ricorrere all’utilizzo di diversi minerali che rendono quindi lo smartphone un oggetto ad alto impatto ambientale. Su tutti il Coltan, di cui troviamo i principali giacimenti in Congo e Brasile. La creazione di queste miniere, così come di tutte le operazioni atte ad estrarre delle risorse naturali dal sottosuolo, possono difficilmente essere considerate sostenibili. Stesso discorso per cobalto, carbonio, alluminio e, ovviamente, litio.

L’estrazione, il trasporto, la lavorazione ed infine lo smaltimento di tutti questi elementi è un problema non da poco in termini di sostenibilità, soprattutto se si considera l’altissimo tasso di ricambio di questi oggetti da parte della collettività. Se ai problemi ambientali aggiungiamo quelli dello sfruttamento dei lavoratori nelle miniere, possiamo renderci conto di quale sia il vero costo di uno smartphone che, alla fine del suo lungo viaggio, viene venduto per qualche centinaio di euro. Attenzione allo smaltimento che, se non effettuato in modo corretto come avviene nella maggior parte dei casi, va ad immettere materiali altamente tossici nell’ambiente che ci circonda.

I costi esternalizzati degli oggetti tecnologici

Cogliamo l’occasione per dare una regola generale quando si fanno acquisti. A un prezzo basso sul mercato corrisponde quasi sempre un riversarsi di questi costi sull’ambiente o sui lavoratori, a meno che non sia la materia prima in sé per sé ad essere particolarmente economica. Per rendersene conto basta recarsi in un qualsiasi punto vendita della grande distribuzione del settore tecnologico, e non solo. Camminando tra gli scaffali degli utensili da cucina vi magari vi imbattete in un frullatore a immersione da 10 euro.

Fermatevi un attimo e riflettete. Quell’oggetto proviene verosimilmente dalla Cina o da un altro paese dove la manodopera costa meno. Se provate a scomporlo noterete che l’oggetto è composto da diverse parti e da materiali tra loro eterogenei. C’è la presa per la corrente, la testa con le lame ed infine il motore vero e proprio composto da chissà cosa. Il tutto ovviamente rivestito di plastica.

Servono più modelli come Fairphone, lo smartphone ecologico

Tutti questi materiali sono stati prodotti, probabilmente senza rispettare gli standard ambientali minimi, in diverse parti del mondo per poi essere trasportati nella fabbrica dove degli operai, sottopagati e sfruttati, o delle macchine hanno assemblato il tutto. Dopo di che il frullatore è stato inserito nel suo packaging, di solito ancora in plastica, per poi essere spedito in Italia ed infine smistato nel punto vendita. Dal prezzo che tu paghi per acquistarlo il venditore deve anche riuscire ad avere un margine di guadagno sufficiente a pagare i commessi e tutte le altre spese di gestione del punto vendita.

Com’è possibile? A pagare quello che non stai pagando tu sarà, nella maggior parte dei casi, o l’ambiente o il lavoratore sfruttato. Oppure entrambi. Giusto o no? Ad ognuno le proprie opinioni, ma vale la pena rifletterci un attimo.

Quanto costa un Fairphone e dove comprarlo

Il Fairphone 2, quello attualmente disponibile, è uno smartphone ecologico con un costo di circa 590 euro. Un prezzo che sembra alto, ed effettivamente lo è se si prendono in considerazione le prestazioni del telefono, che sono paragonabili a modelli di fascia più bassa – che comunque a nostro modo di vedere sono più che sufficienti. Per chi volesse esagerare è possibile anche acquistarne uno ricondizionato a 299 Euro, al momento l’unico disponibile. Il modo migliore è quello di acquistare dal loro sito web, ma in Italia è stato distribuito anche da MediaWorld.

https://www.youtube.com/watch?v=6DW733G76BY

Ma la vera idea innovativa del prodotto sta nella sua progettazione. Il Fairphone è infatti assemblato in modo da far sì che possa durare praticamente in eterno. Il telefono è molto facilmente smontabile, anche da un principiante, proprio affinchè, in caso di guasto, il consumatore possa recarsi sul sito web dell’azienda ed ordinare il pezzo di ricambio che sarà poi in grado di montare da solo. Noi, per sicurezza, una mano da un esperto ce la faremmo dare, almeno le prime volte, ma per chi è appassionato del fai da te non sarà un problema aggiustarsi il proprio Fairphone.

Quindi, come comportarsi?

La prima regole per gli smartphone, così come per tutti gli oggetti tecnologici, è quella di cercare di farli durare il più a lungo possibile. In caso di guasto è sempre consigliabile tentare la riparazione. Quando invece siamo proprio costretti a disfarcene vale la pena fare il famoso “miglio in più” per smaltirlo in modo corretto. MediaWorld, ad esempio, si occupa del recupero degli oggetti tecnologici e sarà quindi sufficiente recarsi in un loro punto vendita per destinare il rifiuto, appartenente alla categoria “speciali” e quindi considerato altamente tossico, ai canali di riciclo o smaltimento più adeguati.

Spesso questi oggetti vengono infatti ricondizionati e rivenduti a prezzo minore, oppure smaltiti in modo corretto in delle apposite filiere. Un ulteriore consiglio è anche quello di valutare gli oggetti ricondizionati anche in fase di acquisto, dato che avranno un impatto ambientale nettamente minore di uno nuovo e riscontrano anche una grande convenienza nel prezzo. Insomma consumate di meno, magari in modo più etico, e riciclate di più. L’ambiente ve ne sarà grato.

Extinction Rebellion: più di 1.000 arresti in Inghilterra

In Italia nessuno ne parla ma in questi giorni in Inghilterra sta avendo luogo la più grande “disobbedienza civile mai registrata nella storia recente del Regno Unito”. Queste le parole con cui il Guardian descrive ciò che sta succedendo da più di una settimana a questa parte. Già vi avevamo parlato di Extinction Rebellion, un movimento ambientalista di protesta contro le inazioni dei governi verso i cambiamenti climatici.

Il 15 aprile scorso è iniziata la “Rebellion Week” che verrà portata avanti “ad oltranza”. Queste le parole degli organizzatori che hanno messo assieme una serie di azioni non violente mirate ad accrescere l’attenzione dei politici verso un tema che non può più essere ignorato. Il risultato? 1.000 arresti. Ma anche la comparsa di Greta Thunberg durante le manifestazioni ed un successivo incontro tra la piccola attivista svedese e i rappresentanti del governo inglese (qui il suo discorso completo).

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I blocchi delle strade da parte di Extinction Rebellion

Una delle azioni più partecipate è stato il blocco di diverse strade da parte dei manifestanti. Su tutte quella di Waterloo Bridge, a cui hanno preso parte in migliaia. I “ribelli” hanno occupato una delle sponde del ponte, bloccando il traffico e portando avanti un sit-in che è durato fino a domenica pomeriggio. A poco sono serviti gli interventi da parte della polizia locale, data la disponibilità da parte dei protestanti ad essere arrestati in onore della causa.

Non ci sono stati episodi di violenza di nessun tipo e nonostante la portata degli eventi oltremanica non se n’è parlato più di tanto nel continente. Forse, proprio i politici, temono un diffondersi del movimento che li costringerebbe ad iniziare a fare realmente qualcosa per contrastare i cambiamenti climatici.

Il “die-in” del Museo di Storia Naturale

Tra gli altri atti di protesta uno di quelli che ha destato più clamore, dopo i blocchi delle strade, è stato il “die-in” tenutosi al “Natural History Museum” di Londra. Con questo termine gli attivisti definiscono un’azione coordinata che consiste nel vedere un gruppo di persone sdraiate per terra che simulano la propria morte, esponendo cartelli di denuncia simili a quelli che abbiamo potuto vedere durante le svariate manifestazioni dei FridaysForFuture. Eventi analoghi si sono tenuti anche ad Oxford Circus e in tante altre località in Inghilterra e nel mondo. Nella giornata di giovedì 18 Aprile i membri di Extinction Rebellion hanno anche bloccato un treno che stava trasportando carbone nella città di Brisbane.

Cosa vuole Extinction Rebellion

Il movimento Extinction Rebellion è nato circa 6 mesi fa proprio nel Regno Unito. Le richieste sono piuttosto semplici: più trasparenza da parte delle istituzioni sui veri rischi legati al cambiamento climatico, più azione da parte dei governi per contrastarlo e un passaggio alle economie carbon free entro il 2025. Nel giro di pochi mesi si sono formati diversi gruppi locali in svariate parti del mondo.

Anche in Italia è nata una delegazione che ha già iniziato a riunirsi e ad operare in città come Milano o Roma. Ad appoggiare le iniziative ovviamente c’è anche Greta Thunberg. Durante la sua visita nella capitale inglese, che ha succeduto quella in Italia, Greta non ha esitato ad incoraggiare i protestanti a continuare la propria battaglia. Mentre la polizia continua ad arrestare i manifestanti l’organizzazione continua la sua ribellione pacifica. “Fino a quando sarà necessario”.

 

Sbiancamento dei coralli: il piano per salvarli arriva dalla Florida

Lo sbiancamento dei coralli è uno dei principali problemi che colpisce gli oceani come effetto dei cambiamenti climatici. Come già approfondito in un altro articolo del blog, gli oceani sono, insieme alle foreste, l’ecosistema più importante per il pianeta. E stiamo facendo il possibile per minarne la salute.

I coralli sono tra gli indicatori più credibili dello stato di salute dei mari, e i dati sono abbastanza chiari. Dal 2014 al 2017 la loro popolazione è infatti calata vertiginosamente per colpa del fenomeno dello sbiancamento, che si verifica principalmente a causa del surriscaldamento delle acque degli oceani. Il risultato è l’espulsione da parte del corallo, che altro non è che un insieme di piccolissimi polipi, dell’alga che custodisce al suo interno e da cui ottiene nutrimento grazie alla sua fotosintesi. Essendo inoltre proprio l’alga ad attribuire colore alla struttura, una sua scomparsa repentina finisce per sbiancare lentamente il tratto di barriera interessato.

Alcuni dati sullo sbiancamento dei coralli

Secondo la NOAA, il più autoritario ente di raccolta dati sul tema, nel 2016 lo sbiancamento dei coralli aveva già colpito il 30% degli esemplari a livello mondiale, un numero destinato a crescere di pari passo con l’aumentare degli effetti dei cambiamenti climatici. In alcune aree, in particolare quelle colpite da cicloni o tornado e in alcune zone del Golfo del Messico, la percentuale sale al 97%. Il corallo sbiancato molto difficilmente riesce a ristabilirsi.

Al contrario, nella maggior parte dei casi finisce per sopperire al cambiamento di temperatura del proprio habitat causato dalle nostre attività. Questo genera problemi sotto diversi punti di vista. Il principale riguarda l’equilibrio dell’ecosistema. La barriera corallina è infatti fonte di nutrimento per tantissime specie di pesci e fonte di riparo dai predatori per altri. Ad una morte, quindi, della superficie della barriera corallina corrisponde un declino della quantità di vita marina di quell’area con delle conseguenze, anche economiche, sulle comunità limitrofe.

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Una fabbrica di coralli potrebbe salvarci

Ken Nedimyer è un americano di 56 anni. Sin da quando era piccolo si dedicava allo snorkeling e non dimenticherà mai la prima volta in cui è entrato in contatto con una barriera corallina in Florida: “era semplicemente il posto più magico che io avessi mai visto. Era un tripudio di vita e di pesci, una gioa per gli occhi”. Col tempo Ken ha iniziato ad assistere al fenomeno di sbiancamento dei coralli che ha colpito l’area delle Florida Keys, e non ha potuto fare a meno di cercare una soluzione.

Nel 2007 fonda la Coral Restoraion Foundation, con lo scopo di “installare” una nuova barriera corallina al largo della Florida dove gran parte dei coralli sono andati perduti. Attraverso una serie di esperimenti in laboratorio e partendo da piccoli frammenti di coralli ancora vivi, il suo staff è riuscito poco a poco a far crescere sempre più esemplari in delle apposite vasche. Una volta assodata la possibilità di “allevare” queste specie, ed attraverso altri esperimenti, ha iniziato a trapiantare i coralli in mare.

Coral Restoration Foundation: la speranza della barriera corallina

Questo geniale esperimento non può far altro che darci speranza per il futuro. I coralli sono fondamentali per la vita in mare. Una loro eventuale scomparsa avrebbe delle enormi conseguenze sotto diversi punti di vista. I coralli infatti, oltre che essere fondamentali per la vita in mare, fungono anche da barriera naturale contro tornado e tsunami. Due fenomeni che diventeranno sempre più comuni con l’avanzare dei cambiamenti climatici.

Allo stesso modo sono di grande aiuto per le economie delle zone limitrofe. Costituiscono infatti una fonte di sostentamento per il pesce che viene poi pescato, sia come fonte di turismo. Data la complessità biologica della composizione di una barriera corallina quanto sta accadendo ha del miracoloso. Non è facile infatti determinare quale sia la giusta combinazione di specie ed altrettanto difficile è trapiantarle da una vasca al loro habitat naturale. Un chiaro esempio di come la tecnologia e il progresso, se finalizzata a scopi nobili, può essere fondamentale per il recupero di ecosistemi ormai sull’orlo del collasso. Con la speranza che il mondo si popoli di un sempre maggior numero di persone come Ken.