Overtourism: turismo irresponsabile e alternativa sostenibile

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Molti dei nostri lettori avranno visto le foto impressionanti del sovraffollamento turistico di questa estate, soprattutto per quanto riguarda le code nei sentieri delle principali mete alpine. Si tratta del cosiddetto Overtourism, il fenomento che si verifica quando l’impatto dei turisti influisce eccessivamente sui luoghi visitati, alterando in negativo la vita della comunità o dell’ambiente. Abbiamo intervistato Andrea Pasqualotto, operatore turistico di Kailas Trekking Viaggi, che ha cercato di offrire proposte escursionistiche alternative e rispettose dell’ambiente.

Overtourism definizione: il turismo “mordi e fuggi

Il termine Overtourism, anche detto “turismo insostenibile”, è diventato di moda negli ultimi anni. Infatti, a causa dell’avvento dei social network, il turismo ha notevolmente cambiato le sue caratteristiche, diventando sempre più “mordi e fuggi”. Flussi imponenti di visitatori si recano nelle mete più famose, come per esempio il Lago di Braies nelle Dolomiti, per scattare foto mozzafiato e poi dirigersi verso un altro luogo da immortalare e postare sui social. Ciò produce effetti devastanti sull’ambiente e sulle comunità locali: la flora e la fauna sono le prime vittime, a causa dell’inquinamento e dell’accumulo di rifiuti. Ma anche dal punto di vista sociale l’overtourism rappresenta una vera e propria minaccia. Le città diventano invivibili a causa dell’aumento dei prezzi; tutte le attività lavorative vengono finalizzate a favore della soddisfazione del turista e i residenti tendono a fuggire e a trasferirsi altrove.

L’Organizzazione Mondiale del Turismo (UNWTO) definisce la capacità di tenuta del turismo come “il numero massimo di persone che possono visitare una meta turistica nello stesso momento senza causare la distruzione dell’ambiente fisico, economico o socio-culturale e un decremento inaccettabile nella qualità di soddisfazione dei visitatori”. Il turismo può essere quindi definito “sostenibile” solo se nella sua gestione si tiene conto tanto dei visitatori quanto dei residenti del luogo, flora e fauna comprese. Il turismo sostenibile non è un’utopia, può essere realizzato tramite un’attenta gestione dei flussi, la diversificazione delle destinazioni e la valorizzazione di realtà virtuose. In questo senso, abbiamo voluto dare voce a un operatore turistico attivo nelle montagne alpine, le zone più interessate dal fenomeno dell’overtourism.

Leggi il nostro articolo: “Turismo sostenibile: la chiave per l’estate 2020”

Intervista a Andrea Pasqualotto. Il turismo responsabile è possibile

Andrea, com’è nata la tua passione e che cosa ti ha avvicinato alla sostenibilità?

La sostenibilità è un chiodo fisso che ho sempre cercato di mettere al centro delle mie attività, facendo diventare la mia passione – la natura, il camminare e la montagna – la mia professione. Ho studiato scienze ambientali per capire come funziona la nostra casa e come essere utile; poi ho scelto la strada dell’accompagnamento in natura, dell’educazione ambientale, ed in generale del turismo. Organizzo escursioni, trekking e viaggi da circa dieci anni. Partendo dalle Dolomiti, le montagne di casa dove torno appena riesco, ho avuto l’opportunità di lavorare sulle montagne più belle del mondo, dalla Patagonia all’Himalaya, dall’Islanda alle Montagne Rocciose. Vedo situazioni terribili e meravigliose in tutto il pianeta. Non credo esista un turismo sostenibile in assoluto, basta pensare che appena ci spostiamo con un mezzo produciamo un impatto. Credo però che esista una direzione da seguire per rendere il turismo più sostenibile e responsabile, e molti modi semplici e concreti per farlo”.

Escursione sulle Dolomiti guidata da Andrea Pasqualotto con Kailas Trekking Viaggi. Foto: Andrea Pasqualotto

Gli effetti della pandemia sul turismo

Da quello che hai potuto osservare, in che modo la pandemia ha modificato il turismo nelle montagne italiane?

Posso dire quello che ho visto con i miei occhi sulle Dolomiti e quello che mi hanno raccontato gli operatori turistici che ho incontrato. Le Dolomiti sono sempre piuttosto affollate in estate, ma quest’anno molti si sono avvicinati per la prima volta alla montagna, con il desiderio di vivere esperienze nuove, di cercare l’aria pulita e fresca che generalmente attribuiamo alla montagna, e sempre di più di collezionare cartoline. Tutti abbiamo visto le immagini delle code nelle Dolomiti, ma vi assicuro che i luoghi realmente affollati non sono tanti; sono perlopiù i Top 10 della Lonely o delle riviste patinate.

Ognuno è libero di vivere la montagna come meglio crede, non è necessario raggiungere la cima della Marmolada lungo una via ferrata per fare esperienza delle Dolomiti, e stimo tantissimo le persone che sono consapevoli dei propri limiti. Tuttavia, ho notato molta superficialità e fretta di raggiungere i luoghi più famosi e panoramici. Un giorno una persona mi ha chiesto il modo più veloce per raggiungere un determinato luogo panoramico, non il modo più facile o meno faticoso, ma proprio il modo più rapido per spuntare in pochi giorni un elenco di luoghi da vedere. Ecco, credo che questa non sia la direzione giusta, e non sto parlando di fatica e sudore, ma proprio di intensità dell’esperienza”.

Come rendere un’escursione sostenibile

Quali criteri hai adottato per rendere le tue escursioni “sostenibili”?

Di solito in piena estate non frequento le Dolomiti, sono impegnato in altri paesi, ma per ovvi motivi ho dovuto ricalibrare le mie attività in chiave nazionale. La sfida però era quella di organizzare trekking ed escursioni in luoghi meno noti delle Dolomiti e dimostrare che non si va a perdere in bellezza. Anzi, si va a ad arricchire l’esperienza. Così ho scelto le escursioni che piacciono a me, che ancora mi sorprendono, in particolare nelle valli meridionali delle Dolomiti. Abbiamo invitato le persone a raggiungere Belluno in treno, da lì ci siamo mossi con un mezzo unico in un piccolo gruppo. Per i pernottamenti e la ristorazione abbiamo scelto piccole strutture a gestione familiare, in alcuni casi abbiamo dormito in 2-3 posti diversi. Le persone sono rimaste sorprese, in dodici giorni abbiamo visitato luoghi straordinari spesso sconosciuti anche a molti residenti locali; chiaramente abbiamo dovuto fare un po’ di fatica.

Ho fatto il conto, con due gruppi, in totale 14 persone, abbiamo coinvolto direttamente 30 strutture, tra B&b, ristoranti e rifugi, indirettamente almeno altre 20 aziende agricole, quindi circa un centinaio di persone che la montagna la abitano e la vivono. E per rendere l’esperienza ancora più profonda ci mettiamo del nostro: parliamo di geologia, ecologia, storia, mitologia. Non mi interessa tanto che le persone imparino la storia geologica delle Dolomiti, ma che le guardino con uno sguardo nuovo, che intravedano il valore per l’intera umanità di questi luoghi, che vadano oltre la cartolina.

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Escursione sulle Dolomiti guidata da Andrea Pasqualotto con Kailas Trekking Viaggi. Foto: Andrea Pasqualotto

Dolomiti patrimonio dell’UNESCO nonostante l’overtourism

L’UNESCO ha riconosciuto l’unicità delle Dolomiti grazie alla presenza di luoghi ancora integri, nonostante gli impatti derivanti dall’eccesso di turismo. Cosa ci attira della montagna? «Verticalità ed immobilità», diceva lo scrittore Dino Buzzati. Intorno a tanta maestosità c’è tanta gente che vive e lavora, credo che le persone che erano con me lo abbiano capito. Il 15 agosto siamo saliti su una cresta panoramica e per tutto il giorno abbiamo incrociato meno di 10 persone; intorno a noi alcune delle cime più famose delle Dolomiti. La bellezza ed il silenzio della montagna possono andare d’accordo anche sulle Dolomiti, anche il giorno di Ferragosto. Incredibile vero?”.

Leggi il nostro articolo: “Turismo responsabile. I migliori siti per prenotare la tua vacanza green”

La pandemia ha migliorato o peggiorato l’impatto del turismo?

Le parole di Andrea Pasqualotto sembrano confermare ciò che era stato previsto ad inizio estate. Molti italiani hanno scelto località naturalistiche del belpaese per trascorrere le proprie ferie. Le motivazioni, come già detto, possono essere state diverse: dall’impossibilità di partire per l’estero al desiderio di riavvicinarsi alla natura; dalla ristrettezza economica dovuta alla pandemia alla voglia di valorizzare il proprio paese. Se molti hanno visto in questo fenomeno un fattore positivo di rafforzamento dell’economia locale, altri esperti del settore hanno segnalato le distorsioni che ne sono derivate. Il termine overtourism ben ci descrive il tipo di turismo che sta predominando: turisti frettolosi e incuranti dell’ambiente, con il desiderio primario di scattarsi belle foto.

Come hanno riportato diverse ricerche raccolte dalla CNN Travel, la pandemia ha certamente messo freno alle emissioni legate al turismo. Ciò è avvenuto soprattutto grazie allo stop dei voli intercontinentali, uno dei fattori più incisivi sull’impronta ecologica individuale. Questo guadagno però potrebbe risultare effimero se, a pandemia terminata, tutto tornerà come prima. Inoltre, il risparmio di emissioni di questi mesi a nulla servirà se il turismo insostenibile si riversa sulle comunità locali. È bene che il turismo sia sempre più locale, ma ricordiamo che esistono delle semplici linee guida da poter seguire per effettuare escursioni responsabilmente: raggiungere la località in treno invece che in macchina, scegliere mete poco frequentate; dormire in strutture a gestione familiare e ricercare aziende agricole virtuose del territorio. Così si aiuterà a valorizzare in pieno il nostro paese e tutte le bellezze che contiene.

Due anni dal primo sciopero di Greta. L’ambientalismo è passato di moda?

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Il 20 agosto 2018, Greta Thunberg, una ragazza allora quindicenne, si sedette per la prima volta davanti al parlamento svedese con un cartello che recitava: “Sciopero per il clima”. È stato l’inizio di un’enorme ondata di mobilitazione ecologista. Per un anno e mezzo i ragazzi di tutto il mondo hanno riempito le piazze con cartelli, canti, flash-mob, costringendo la politica a fare i conti con le nuove istanze delle giovani generazioni. Anche le aziende hanno captato il cambiamento e da qualche tempo non c’è pubblicità che non abbia al suo interno qualche riferimento ambientale. Eppure, la pandemia ha radicalmente rallentato l’onda verde e ha drasticamente rivolto altrove l’attenzione del pubblico. Che cosa rimane dunque delle battaglie di questi due anni? È già ora di relegare questo capitolo di ambientalismo in uno dei cassetti della storia? O ci sono speranze che qualcosa sia davvero cambiato?

Il fenomeno Greta. L’ambientalismo e le giovani generazioni

Ricordo ancora il mio primo sciopero a Torino. Era il 1° febbraio 2019 e avevo sentito che alcuni studenti si ritrovavano per protestare per il clima. La cosa che mi stupì di più arrivando in Piazza Castello fu l’età media dei ragazzi, 16-18 anni, e il loro profondo livello di informazione riguardo la crisi climatica. Eravamo in 15 quel giorno, ma mi raccontarono che cinque di loro facevano la stessa cosa già da dicembre, imitando la ragazza svedese fino ad allora poco conosciuta. Greta Thunberg aveva infatti già rilasciato qualche discorso ma solo gli esperti di ambientalismo le avevano prestato davvero attenzione.

A mio parere, sarebbe certamente riduzionistico credere che i milioni di studenti scesi in piazza nei mesi successivi siano riconducibili in toto al cosiddetto “effetto Greta”. Certamente la giovane attivista svedese ha il merito di aver creato una tattica nuova e vincente. Saltare la scuola è una scelta radicale, che suscita dubbi e costringe dunque a chiedersi le motivazioni di tanta determinazione. Allo stesso tempo però, è bene riconoscere che gli scioperi per il clima hanno avuto successo perché la popolazione giovanile era pronta a esprimere una sensibilità ambientale che non si vedeva dai movimenti ecologisti degli anni ‘70.

Leggi il nostro articolo: “Lo sciopero per il clima? Non è solo una scusa per saltare la scuola”

Due anni di attivismo ambientale e l’arrivo della pandemia

Nei mesi successivi Torino è diventata una delle più attive città italiane in campo ambientale, grazie anche al coinvolgimento di importanti esperti quale Luca Mercalli e ai contatti instaurati fra i giovani attivisti e i loro colleghi europei. Roma, Milano, Napoli, Firenze, fino ad arrivare alle città più piccole, sono state travolte dal passaparola mediatico di Fridays For Future. Il 15 marzo 2019, durante il primo sciopero globale per il clima, un milione di giovani italiani ha invaso le piazze per reclamare il diritto al futuro. Sono seguiti altri tre scioperi globali e gli slogan sono diventati veri e propri sit-in; ogni venerdì è stato dedicato ad un aspetto specifico della crisi climatica, come il ruolo delle multinazionali o della fast fashion, la scarsità idrica o la solidarietà per gli incendi in Amazzonia. L’ambientalismo in Italia non era stato così attivo da decenni.

Il quinto sciopero globale per il clima era previsto per il 24 aprile 2020, ma a causa del lockdown è stato modificato in versione online. È innegabile che le piazze piene, così come erano state fino a gennaio, abbiano sortito tutt’altro effetto rispetto a un hashtag condiviso sui social. Così come è innegabile che la pandemia nel suo insieme abbia radicalmente ridotto l’attenzione mediatica rivolta alla crisi ecologica. Ciò è avvenuto nonostante tantissimi studi abbiano nel frattempo confermato che l’espansione di nuovi virus, quale appunto il Covid-19, sia strettamente legata al peggioramento delle condizioni climatiche. A poco sembrano essere servite tutte le riflessioni positive e propositive nate in quarantena, quando gli animali hanno invaso le città silenziose e la natura trionfava di fronte a una società “messa in pausa”.

I risultati ottenuti. Una moda o un cambiamento tangibile?

Il virus, con la sua imprevedibilità e il carico di novità senza precedenti che ha portato con sé, ha conquistato il primo posto di tutti i TG e delle discussioni interpersonali. Di fatto, dalla fine del lockdown l’ambientalismo sembra essere stato relegato in un cassetto, come se fosse finita ormai una moda, una tendenza, spazzata via dalla prioritaria emergenza sanitaria, con buona pace delle multinazionali che ora non dovranno più sforzarsi di attuare strategie di greenwashing per ingannare i clienti. Resta quindi da chiedersi: questi due anni hanno fatto davvero la differenza? O la pandemia ha solamente aiutato a spazzare via tutto? L’ambientalismo è già passato di moda?

Guardando la panoramica generale e i dati delle maggiori statistiche a riguardo, si può affermare che l’onda verde abbia senza dubbio contribuito a modificare l’agenda politica del mondo e le abitudini della popolazione. Un gruppo di ricerca del UK Centre for Ecology and Hydrology ha analizzato le parole chiave delle ricerche online. Ne è emerso che le espressioni “azioni climatica” e “emergenza climatica” sono cresciute di 20 volte nel 2019, soprattutto grazie agli scioperi per il clima e alle proteste di Exctinction Rebellion. Il Dr. Thackeray ha voluto sottolineare che ad un aumento delle ricerche ha corrisposto l’evoluzione del linguaggio: i termini “emergenza” o “crisi climatica” hanno sostituito le espressioni standard come “cambiamento climatico” e “riscaldamento globale”. Più in generale, la copertura dei media nei confronti dell’ambientalismo e delle proteste ad esso correlate sono duplicate dalla metà del 2018.

Leggi il nostro articolo: “Perché la crisi climatica non sembra un’emergenza”

La pandemia potrebbe aver favorito l’ambientalismo

Un altro studio rilasciato dalla BBC ritiene che la pandemia potrebbe nel suo insieme aver aiutato la causa dell’ambientalismo. Infatti, durante il periodo di costrizione in casa, molte persone hanno attuato dei cambiamento radicali nel proprio stile di vita, fra cui per esempio la necessità di rinunciare ai viaggi di lunga distanza e la possibilità di lavorare in smartworking. Questa riduzione globale del movimento ha portato al più grande crash di consumo di combustibili mai registrato nella storia. Ma non solo. La professoressa Elise Amel dell’ Università di St Thomas ha fatto notare che molti atteggiamenti sostenibili intrapresi durante il lockdown, sebbene adottati a causa del virus e non per un diretto amore per l’ambiente, potrebbero perdurare anche in futuro.

Si attuerebbero quindi degli effetti “spillover”, per cui grazie a un’attenzione nata da un obbligo ne deriverebbe un’abitudine permanente e un cambiamento più radicale. Lo smartworking è solo l’esempio più lampante, ma lo studio si riferisce anche al ritorno al turismo locale e al bisogno individuale di riconnettersi con la natura. Lo studio sottolinea però che questi cambiamenti individuali avranno senso solo se la politica e le industrie faranno la loro parte. In questo senso, la ricerca chiarisce che l’opinione pubblica è fortemente schierata per una ripresa economica che sia anche sostenibile dal punto di vista ambientale. Dai dati Ipsos di maggio 2020 si evince che il 75% delle persone analizzate in 16 paesi si aspetta che i propri governi considerino l’ambiente una priorità nei recovery plans post-Coronavirus.

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Intervista Ispos Mori che chiedeva ai partecipanti se il proprio governo dovesse considerare l’ambiente una priorità nei piani di ripresa post-Covid. Fonte: Ipsos 2020

Il bilancio di Greta: “Il mondo oggi nega ancora”

Nonostante questi dati positivi, Greta Thunberg ha dichiarato di essere parecchio delusa. Il divario fra quello che si sta facendo e ciò che sarebbe necessario è ancora molto ampio. Ecco infatti che cosa ha dichiarato al Guardian, in una lettera scritta con tre colleghe attiviste alla vigilia dell’incontro con la consigliera Angela Merkel:

Guardando indietro, sono successe molte cose. Milioni di persone sono scese in strada per unirsi alla lotta decennale per la giustizia climatica e ambientale. E, il 28 novembre 2019, il Parlamento Europeo ha dichiarato l’emergenza climatica. Ma in questi stessi due anni, il mondo ha anche emesso più di 80 gigatonnellate di CO2. Abbiamo visto continui disastri naturali prendere piede in tutto il mondo: incendi, ondata di caldo estremo, uragani, alluvioni, tempeste, lo scioglimento del permafrost e il collasso di ghiacciai e interi ecosistemi. Molte vite e mezzi di sussistenza sono andati persi. E questo è solo l’inizio.

Oggi, i leader di tutto il mondo parlano di “crisi esistenziale”. L’emergenza climatica è discussa in innumerevoli commissioni e Summit. Sono stati posti obiettivi, sono stati fatti grandi discorsi. Eppure, quando si tratta di agire, siamo ancora in uno stato di negazione. La crisi climatica non è mai stata trattata come una crisi. Il divario fra quello che dobbiamo fare e quello che si sta effettivamente facendo continua ad ampliarsi. Concretamente, abbiamo perso altri due anni cruciali di inazione politica”.

Cultura: la chiave dell’ambientalismo. Le nuove mobilitazioni in programma

Forse è ancora troppo presto per redigere bilanci. Cambiamenti di questo genere necessitano anni per essere metabolizzati. Inoltre, la chiusura delle scuole e di tutti i progetti legati al mondo dell’associazionismo ha sicuramente inciso negativamente in questi mesi. Ricordiamo infatti che è la cultura, in tutti i luoghi in cui essa viene declinata, a fare davvero la differenza. Intanto, possiamo prendere con positività i dati sopra riportati e sperare che siano i semi di un cambiamento che deve ancora del tutto iniziare.

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Vogliamo inoltre segnalare che i ragazzi di Fridays For Future non sono per nulla spariti: per il prossimo weekend c’è in programma una manifestazione in alta montagna per alzare l’attenzione sulla crisi climatica e sullo scioglimento dei ghiacciai. Invitiamo tutti i lettori a riprendere nuovamente la via della mobilitazione e dell’informazione, sottolineando che la pandemia non è stata una parentesi o la fine di un capitolo, bensì la più ampia manifestazione che la crisi climatica è qui e ora.

Leggi il nostro articolo: “Trivellazioni in Alaska e incendi in California: l’incubo americano”

From farm to fork: nuova strategia UE su agricoltura e alimentazione

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Lo scorso maggio è stata presentata la nuova strategia della Commissione Europea sulla filiera agroalimentare. Si chiama From Farm to Fork e prevede appunto di adottare una strategia complessiva che renda il settore agricolo ed alimentare sostenibile sotto tutti i punti di vista. La produzione biologica è messa al centro, così come nuovi indici di etichettatura e trasparenza che rendano il consumatore più consapevole. Nel complesso, il mondo ambientalista ha accolto con favore questo importante piano decennale. Non sono mancate però critiche e perplessità da parte di alcune categorie interessate. Vediamole insieme.

“From farm to fork” nel piano europeo per la transizione ecologica

La strategia Farm to Fork Strategy – for a fair, healthy and environmentally-friendly food system (F2F) si inserisce nell’ambizioso piano di transizione ecologica che l’Unione Europea ha delineato con il nome di European New Deal. È stata presentata dalla Commissione Europea a fine maggio, assieme al piano sulla biodiversità di cui abbiamo già parlato nelle scorse settimane. La strategia prevede investimenti per 20 miliardi l’anno e punta ai seguenti obiettivi: riduzione del 20% dell’uso dei fertilizzanti in agricoltura e del 50% dei fitofarmaci. Aumento del 25% delle superfici coltivate a biologico e taglio del 50% dei consumi di antibiotici per gli allevamenti e l’acquacoltura. Infine, ulteriore estensione dell’etichetta d’origine sugli alimenti. Tutto questo, entro il 2030.

Leggi anche: “Biodiversità 2020: la strategia UE per salvare la natura”

Un grande passo avanti per un’Europa più sostenibile

In generale, il mondo ambientalista ha espresso grande apprezzamento per le linee indicate dalla strategia From Farm to Fork. L’obiettivo principale del piano è infatti quello di abbassare l’impatto ecologico del settore agricolo, per ora stimato attorno al 10% delle emissioni totali. La novità rispetto ai piani precedenti è quella di considerare il settore agroalimentare nel suo insieme, in modo tale da adottare il paradigma della sostenibilità in ogni passaggio che porta il cibo “dal campo alla forchetta”. Da una parte cioè, si punta a sostituire quelle pratiche dell’agricoltura devastanti per la salute dell’uomo e dell’ambiente, offrendo alternative ecologiche all’uso di pesticidi. Il piano cita ad esempio l’agroecologia e il ruolo fondamentale che essa svolgerà per il cibo del futuro.

Dall’altra, il piano vuole colmare il gap di conoscenza nel mondo dei consumatori. Attraverso una migliore etichettatura, che fornisca nel dettaglio la provenienza e i valori nutrizionali del prodotto; ma anche tramite maggiori facilitazioni per l’accesso al cibo sano e sostenibile: “le istituzioni pubbliche, come le scuole e gli ospedali, dovranno rispettare standard più rigorosi in materia di appalti pubblici per la fornitura dei pasti. Anche le aziende – spiega Slow Food – dovranno adottare misure per ridurre il proprio impatto ambientale e rivedere l’offerta di alimenti seguendo le linee guida per una dieta sana e sostenibile”.

Leggi il nostro articolo: “Perché il cibo biologico è più caro del cibo convenzionale”

Le critiche del settore sulla strategia From Farm to Fork

D’altra parte però, molte associazioni di categoria hanno espresso perplessità o critiche nette. In primo luogo, c’è disaccordo sui target fissati: per i movimenti ambientalisti, gli obiettivi preposti sarebbero troppo modesti. Si ritiene che gli obiettivi non siano in linea con gli allarmanti moniti degli scienziati per quanto riguarda l’innalzamento della temperatura e la perdita di biodiversità nei prossimi 10 anni. Per altre associazioni invece, come ad esempio Confagricoltura o Copagri, la strategia From Farm to Fork rappresenta una minaccia per gli agricoltori e produttori europei, che dovrebbero adeguarsi troppo in fretta e – a loro dire – senza alternative che possano sostituire validamente gli input esterni (pesticidi e fitofarmaci). Il rischio sarebbe quindi quello di penalizzare la produzione interna e favorire l’importazione da paesi terzi che applicano regole diverse.

Un secondo punto critico riguarda i tempi e i modi di attuazione. Infatti, per ora la strategia fornisce solamente delle linee guida, non vincolanti quindi, che dovranno poi essere regolamentate attraverso la nuova PAC (politica agricola comunitaria). Ogni stato membro dovrà poi declinare la strategia europea a livello nazionale. Il timore delle associazione ambientaliste è dunque la correzione al ribasso che potrebbe essere attuata dopo che il piano verrà preso in esame dalle varie istituzioni. Si teme soprattutto l’influenza delle lobby delle industrie agroalimentari. Infine, Coldiretti ha apprezzato la trasparenza in etichetta, ma ha anche espresso preoccupazione per il settore degli allevamenti e della carne. Il piano si impegna infatti a ridurre il consumo di carne a causa dell’elevatissimo impatto ambientale del settore.

Leggi anche: “Vegani e vegetariani part-time. La dieta che tutti potremmo adottare”

Il giudizio di Slow Food Italia

Slow Food Italia ha commentato così la strategia From Farm to Fork: “Slow Food ritiene che la strategia “Farm to Fork” sia l’occasione per intraprendere quel percorso di trasformazione di cui abbiamo bisogno per creare sistemi alimentari sostenibili e per proteggere l’ambiente, la salute e naturalmente i produttori. Nella strategia vengono affrontati temi fondamentali come la promozione dell’agroecologia, il miglioramento delle abitudini alimentari e la necessità di impegnarsi in un consumo minore, e al tempo stesso di migliore qualità, di carne: sono alcune delle idee che Slow Food sostiene e promuove da anni. 

Slow Food si rammarica però per l’inclusione, nella strategia F2F, del concetto di nuovi Ogm, nonostante quanto stabilito dalla sentenza della Corte di giustizia europea nel 2018. Secondo Slow Food, inoltre, la riduzione del 50% dell’utilizzo dei pesticidi è un obiettivo insufficiente a frenare l’estinzione degli impollinatori, che ha raggiunto livelli senza precedenti e che mette a grave rischio il nostro sistema alimentare“.

From Farm to Fork: un cambio di rotta necessario

Come sempre quindi, bisognerà attendere che i grandi proclami vengano concretizzati attraverso regole comunitarie e nazionali. I cambiamenti che potrebbero avvenire in questo processo non sono pochi, perciò la strategia From Farm to Fork è certamente da monitorare in ogni sua fase. Inoltre, è giusto osservare che le riforme proposte non possono essere calate dall’alto, senza che gli agricoltori e i produttori abbiano gli strumenti necessari per adattarsi alle nuove regole. Non per ultimo, è fondamentale che il piano fornisca le giuste conoscenze per istruire e consapevolizzare i consumatori. Colmare il vuoto di conoscenza è certamente il primo compito che la Commissione Europea deve prefiggersi per costruire un sistema agroalimentare all’insegna della sostenibilità.

A questo proposito, vogliamo segnalare il corso ad Alta Formazione Permanente proposto dall’Università di Urbino “Modelli politiche e strategie per lo sviluppo dell’agricoltura biologica”. Giunto alla sua terza edizione, il corso offre un ciclo di seminari e lezioni sul campo per tutti gli interessati al mondo del biologico: dagli aspetti più tecnico-agronomici, alla costruzione di un business plan, dalla conoscenza diretta dei produttori alla regolamentazione delle politiche di sostegno. L’edizione appena conclusa ha visto nascere il progetto Sentieri Bio. Sentieri Bio è un luogo di incontro virtuale in cui è possibile conoscere gli aspetti più rilevanti del sistema agroalimentare, seguendo i principi della sostenibilità. In attesa di vedere attualizzare nel concreto la strategia europea F2F, ricordiamo che tutti noi ogni giorno siamo chiamati a scegliere il cibo da mettere in tavola. Ognuno può quindi fare la differenza, formandosi e facendo scelte di consumo sostenibile.

Mangiare insetti è sostenibile. Il primo gelato in Italia

L’entomofagia (mangiare insetti) nel mondo occidentale è una pratica inusuale e spesso scaturisce disgusto, sebbene dal punto di vista ambientale e nutrizionale sia un’alternativa più che valida alla maggior parte dei prodotti di origine animale. Abbiamo intervistato Giorgia Vezzani, studentessa di scienze gastronomiche presso l’Università degli studi di Parma, impegnata nella progettazione di un gelato a base di insetti. Dalla sue parole si evince che, al di là dello scetticismo del consumatore italiano verso questo settore, mangiare insetti potrebbe essere una valida soluzione per la crisi climatica. Tanto che molti esperti lo chiamano “il cibo del futuro”.

Entomofagia: la pratica di mangiare insetti

Giorgia, com’è nato il progetto?

“Una serie di coincidenze mi hanno portata ad affacciarmi al mondo dell’entomofagia. All’università ho scelto di fare un corso sui  prodotti e le cucine nel mondo, e qui ho scoperto con molta sorpresa che in altre zone geografiche vengono considerate come materie prime commestibili e nutrienti alimenti che dalle nostre parti mai ci immagineremmo di mangiare: funghi, piante e animali, tra cui appunto gli insetti. Poco dopo ho visitato la Thailandia, dove gli insetti sono un quotidiano street food, e da qui è nata l’idea. Si parla molto di trovare risorse e tecniche alternative per riuscire a sfamare una popolazione in continuo aumento, ma perché invece non iniziamo a considerare l’idea di rendere commestibile e appetibile ciò che già abbiamo a disposizione?

mangiare insetti Thailandia
Street Food a Chiang Mai, Thailandia. Foto di Giorgia Vezzani

Gli insetti in occidente sono considerati nella maggior parte dei casi degli infestanti e si cerca di combatterne la crescita. Eppure ce ne sono in abbondanza. Con questo progetto di tesi ho voluto inserire un ingrediente (le mosche di Soldato Nero) che inconsciamente ci suscita disgusto, in una preparazione artigianale tipica italiana come il gelato. Il gelato, infatti, non è al “gusto di mosca”, bensì vede sostituite le proteine animali tradizionali (derivate ad esempio da panna, latte e uova) con proteine ricavate da insetti e può diventare una base per qualsiasi gusto come ad esempio la nocciola”.

Leggi anche: “Il biologico italiano prima e dopo la pandemia”

Una valida soluzione dal punto di vista ambientale

Perché mangiare insetti sarebbe una soluzione sostenibile?

“Gli aspetti sostenibili nella filiera degli insetti sono molteplici. Iniziamo pensando: di cosa ha bisogno un animale per crescere? Spazio, cibo ed acqua. Bene, secondo i dati della FAO per produrre un chilo di carne di bovino occupiamo circa 7,9 mq di terreno, utilizziamo 15 500 litri di acqua lungo tutta la sua filiera (quindi per nutrirlo, mantenerlo e trasformarlo) e ci servono 10kg di mangime per sfamarlo. Per un chilo di insetti invece sono sufficienti meno di 2mq di spazio, meno di 1 litro di acqua e meno di un chilo di mangime, considerando anche che gli insetti crescono bene su scarti organici. Un insetto non ha bisogno di molte cure, a differenza di altri animali da allevamento.

Il suo ciclo di vita è molto breve, perciò dalle uova in poco tempo si ottiene una fonte proteica valida. Ora parliamo di cosa ci restituiscono gli animali: un chilo di carne di bovino produce 14,8 kg di CO2 e trasforma 10 kg di mangime in 9kg di reflui e solo 1 di carne, poco meglio i suini, mentre gli insetti trasformano la quasi totalità del mangime in proteine a spese di 1,57 kg di CO2 per 1 kg di insetti“.

https://www.youtube.com/watch?v=euTBQOrpOmM

Leggi anche: “Quanto inquinano le multinazionali del latte”

Benefici nutrizionali

E quali sono invece i benefici dal punto di vista nutrizionale?

“Premesso che ogni insetto ha la propria composizione e ogni stato della crescita e metamorfosi è caratterizzato dall’avere componenti diverse, generalmente si può affermare che tutti gli insetti sono un’ottima fonte proteica. Presentano molti amminoacidi essenziali che dobbiamo integrare con l’alimentazione perché il nostro organismo non riesce a produrli da solo. Hanno un buon bilancio tra acidi grassi saturi e insaturi. Inoltre vantano la presenza di sali minerali come calcio, ferro, sodio e potassio, vitamina A, B12, D, E e molti altri micronutrienti”.

Mangiare insetti in Italia: oltre il disgusto

Quali sono i principali ostacoli in Italia per la diffusione degli insetti in ambito alimentare? Pensi che questo settore possa trovare terreno fertile ora che l’attenzionale ambientale è maggiore?

“Come ho accennato sopra, in Occidente si ha la tendenza a vedere l’insetto come un orribile essere infestante che striscia e si arrampica sulle feci animali e mangia i rifiuti. Questo rende la maggior parte delle persone diffidente. È chiaro che stiamo parlando di un limite mentale che abbiamo costruito negli anni. Ovviamente come tutte le materie prime, anche gli insetti devono essere opportunamente trattati prima del consumo per essere considerati salubri. Ciò rassicura parte della popolazione sul rischio di contrarre malattie dall’ingestione di insetti, ma molti hanno l’ulteriore timore che possano avere una consistenza sgradevole se mangiati tali e quali e non nascosti nella preparazione.

mangiare insetti gelato
Giorgia al lavoro in una gelateria di Luzzara (RE). Gli insetti non sono ancora stati inseriti perché in fase di progettazione presso i laboratori dell’Università di Parma

A mio parere, la chiave per inserire gli insetti commestibili nell’alimentazione è proprio nella lavorazione: se opportunamente trasformati, sfarinati, triturati o comunque nascosti si potrebbe combattere quell’innato disgusto e cominciare a inserire sul mercato una categoria di alimenti validi e approvati sia dalla FAO che da EFSA“.

Insetti da mangiare: “il cibo del futuro”

A sostegno della tesi di Giorgia, chiediamo ai lettori di compilare il sondaggio da lei preparato per indagare la tipologia di consumatore a cui si potrebbe rivolgere questo tipo di prodotto. Potete accedere al questionario al seguente link.

Inoltre, riportiamo qui lo studio della FAO, Edible insects: Future prospects for food and feed security. In esso vengono riportate le principali ricerche in materia e i benefici ambientali che deriverebbero da un’alimentazione a base di insetti. Segnaliamo anche lo studio dell’European Food Security Authority (EFSA), Insetti come alimenti o mangimi: che rischi si corrono?, citato sopra dalla laureanda. Quest’ultima valutazione è stata richiesta come parere scientifico per i progetti che la Commissione Europea sta avviando per inserire gli insetti in alimenti o mangimi. Tutti gli studi sottolineano il potenziale beneficio “per l’ambiente, l’economia e la sicurezza della disponibilità alimentare”. Iniziamo a rivedere i nostri pregiudizi verso quello che oramai viene chiamato “il cibo del futuro”.

Leggi il nostro articolo: “Locuste invadono Sardegna e India: la piaga climatica si abbatte sugli agricoltori”

La Corte dei Conti europea boccia la TAV: “benefici sovrastimati”

Troppo costosa, troppo inquinante. Questo il giudizio rilasciato dalla Corte dei Conti Europea la scorsa settimana per quanto riguarda la TAV, il collegamento ferroviario ad alta velocità che dovrebbe collegare Torino e Lione. In un documento che esamina 18 grandi infrastrutture europee, la Corte dei Conti ha ritenuto che il progetto abbia dei costi superiori al previsto. Ma soprattutto, che il presunto beneficio ambientale verrebbe raggiunto solo nell’arco di trenta o cinquanta anni, a seconda del traffico effettivo sulla tratta. A seguito di ciò, alcuni attivisti NO tav e di Fridays For Future hanno fatto riesplodere la protesta.

Tav Torino Lione: Il giudizio della Corte dei Conti Europea

Riportiamo i principali punti del giudizio rilasciato dalla Corte dei Conti Europea. L’analisi degli otto progetti di grandi infrastrutture cofinanziati dall’UE è disponibile integralmente in lingua inglese sul sito ufficiale.

“Abbiamo rilevato che la pianificazione di elementi chiave per gli otto megaprogetti analizzati necessita di miglioramenti e che ci sia il rischio che le previsioni di traffico siano troppo ottimistiche. Metà delle previsioni non sono state ben coordinate. Per la Lione-Torino e il collegamento Seine-Scheldt, le precedenti stime di traffico merci sono molto più alte dei livelli attuali di traffico. Per il tunnel del Brennero, i tre Stati Membri interessati non hanno ancora realizzato uno studio di traffico uniforme, e hanno messo in discussione i reciproci metodi e grafici. Tutto ciò mentre la Commissione non ha eseguito la sua analisi indipendente”.

Di fatto, i problemi principali rilevati dalla Corte dei Conti riguardano la sovrastima del traffico e dei benefici ambientali: “la costruzione di grandi infrastrutture di trasporto è una fonte rilevante di emissione di CO2 e vi è un forte rischio che gli effetti positivi siano sovrastimati. Inoltre, anche a livello economico il progetto tav risulterebbe non redditizio: “nel tempo, i costi degli otto megaprogetti sono aumentati di più di 17 miliardi di euro (47 %), spesso a causa di modifiche della concezione e portata dei progetti, nonché a causa di un’attuazione inefficiente. (…) La Corte ha inoltre individuato debolezze nelle analisi costi-benefici effettuate dagli Stati membri su questi investimenti per svariati miliardi di euro: le previsioni di traffico potrebbero rivelarsi oltremodo ottimistiche e alcuni progetti potrebbero non essere economicamente sostenibili”.

Leggi anche: “Stati Generali 2020. La protesta dei movimenti ambientalisti”

La replica di Telt: la relazione si riferisce a studi superati

Non sono mancate le repliche. Prima fra tutte quella del Telt, il promotore pubblico incaricato di costruire e gestire l’infrastruttura, riportata da La Repubblica Torino: “L’aumento dei costi (+ 85%) cui fa riferimento la relazione della Corte dei conti Ue si riferisce a uno studio preliminare effettuato da Alpetunnel negli anni ’90, che riguardava una galleria di base con una sola canna, anziché le due attuali diventate obbligatorie per le normative di sicurezza. Il costo finale è stato certificato da un soggetto terzo a 8,3 miliardi di euro in valore 2012, convalidato e ratificato dagli Stati e ad oggi pienamente confermato”.

Luca Mercalli: “una cura peggiore del male”

Eppure sono tantissimi gli esperti che da tempo denunciano l’insostenibilità economica e ambientale dell’opera. Fra questi c’è sicuramente Luca Mercalli, climatologo e cittadino torinese. Egli ha commentato il nuovo studio con queste parole per Il Fatto Quotidiano: “Il documento finalmente recepisce l’inconsistenza dei vantaggi ambientali promessi dai promotori (…). Nel 2012 il gestore dell’infrastruttura francese ha stimato che la costruzione del collegamento Lione-Torino avrebbe generato 10 milioni di tonnellate di emissioni di CO2. Gli esperti consultati dalla Corte hanno concluso che le emissioni di CO2 verranno compensate solo 25 anni dopo l’entrata in servizio dell’infrastruttura, quindi dopo il 2055.

Ma se i livelli di traffico raggiungono solo la metà del previsto occorreranno 50 anni dall’entrata in servizio prima che le emissioni prodotte dalla CO2 per la costruzione siano compensate. E andiamo cioè al 2080, il che è del tutto incompatibile con il Green Deal europeo e l’esigenza di azzerare le emissioni al massimo entro il 2050. Come volevasi dimostrare, sarebbe una cura peggiore del male”. Riportiamo di seguito un estratto della trasmissione Scala Mercalli del 2016, in cui si approfondiva la questione TAV nel dettaglio.

Attivisti NO tav e FFF riaccendono la protesta

La sentenza della Corte dei Conti ha risvegliato il movimento NOTAV – in verità mai sopito – che da domenica sera ha attivato un presidio permanente in via Clarea, nella zona del cantiere della Torino-Lione. Alcuni attivisti si sono legati ai cancelli, mentre altri sono saliti sugli alberi. SkyTG24 riporta alcune dichiarazioni rilasciate dal movimento NOTAV: “Proprio perché sappiamo che fermare il Tav è possibile e oggi come ieri tocca a noi abbiamo lanciato un appello per un’estate che ci vedrà mobilitati sul territorio valsusino in un’attenta opera di monitoraggio e Resistenza ad ogni tentativo da parte del sistema Tav di distruggere ed attaccare il nostro territorio”. 

no tav

Anche Fridays For Future Valsusa ha aderito alla protesta. L’invito per gli attivisti è quello di unirsi al sit-in permanente con il seguente slogan: “DAL SALENTO ALLA VALSUSA LA TERRA È NOSTRA E NON SI ABUSA”. Si potrebbe pensare che il blocco del cantiere sia un metodo estremo e non efficace. Eppure ricordiamo che imprese simili nel passato hanno portato a risultati straordinari. Nel nostro blog avevamo raccontato la storia di Julia Hill, l’americana che ha vissuto per due anni su un albero per salvare la foresta di Humboldt County. Una storia che ricorda Il barone rampante di Calvino. Già nel 1957, Calvino denunciava il passaggio da un mondo in cui la natura dettava le regole e l’uomo le assecondava, ad un mondo in cui “gli uomini sono stati presi dalla furia della scure”.

Leggi il nostro articolo: “Julia Hill, la ragazza che visse 2 anni su un albero per salvarlo”

Tav Val di Susa: un’estate di mobilitazioni

La questione non finisce sicuramente qui. Gli interessi in ballo, soprattutto di matrice economica, sono tanti. Non sarà il giudizio della Corte dei Conti Europea a fermare definitivamente i cantieri della Tav. Possiamo però certamente affermare quanto segue: mentre qualche anno fa il dibattito era polarizzato a favore della costruzione del collegamento Torino-Lione, ora crescono le voci di dissenso, anche da fonti istituzionali. Gli attivisti hanno appena riacceso il fuoco della protesta e dichiarano di voler continuare per tutta l’estate. Monitoreremo le evoluzioni del dibattito e le azioni sul campo. Nel frattempo, ricordiamo che gli scenari attuali indicano una soglia di otto anni per rimanere sotto l’innalzamento di 1.5 gradi centigradi. Qualsiasi valutazione dovrebbe essere tarata su questo lasso temporale.

Leggi il nostro articolo: “Vaia: dalla strage di alberi alla cassa che rigenera la foresta”

Vaia: dalla strage di alberi alla cassa che rigenera la foresta

strage di alberi

Vaia è una start-up nata dall’idea di tre ragazzi a seguito della strage di alberi che ha colpito le Dolomiti nella notte fra il 28 e il 29 ottobre del 2018. Gli esperti la rinominarono “Tempesta Vaia” e proprio dal nome di quella catastrofe naturale è nato il progetto di Federico, Paolo e Giuseppe: costruire oggetti di design con le materie prime provenienti dai luoghi della foresta abbattuta nel Nordest Italia. Il loro pezzo di lancio si chiama Vaia Cube ed è una cassa per musica in legno di larice e abete. Il progetto ha una doppia valenza, di recupero e di rigenerazione, perché per ogni prodotto venduto verrà piantato un albero per ridare vita alla foresta.

Il team di Vaia: i tre fondatori Federico, Paolo e Giuseppe con i loro collaboratori

La peggior strage di alberi degli ultimi 50 anni

“Dalla distruzione, ricreare bellezza”. È questo il motto di Vaia. Tutto nasce nella notte fra il 28 e il 29 ottobre 2018, quando è avvenuta la peggiore strage di alberi degli ultimi 50 anni in Italia. Il cambiamento climatico ha fatto sentire con prepotenza la sua presenza, portando raffiche di vento fino a 200 km/h. La tempesta Vaia, così come è stata rinominata, ha colpito 494 Comuni del Triveneto, provocando danni consistenti e la completa distruzione di circa 42.525 ettari di foresta. Le stime parlano di 42 milioni di alberi abbattuti e 8.5 milioni di m3 di legname a terra.

Le conseguenze sono state di vario genere. Innanzitutto, è aumentato a dismisura il rischio idrogeologico delle zone colpite. Una seconda conseguenza di natura economica è stato il collasso del prezzo del legno, a causa della saturazione del mercato. In un articolo di qualche mese fa avevamo già documentato il pericolo che quel legno centennale e di buona qualità venisse a lungo termine “sprecato”. Infatti, a distanza di mesi il legno perde fortemente di valore. Da qui è nata l’idea di Vaia, una start-up che punta a riutilizzare il legno caduto per costruire oggetti di design ecosostenibile e di forte valorizzazione del territorio.

Leggi il nostro articolo: “Cosa è rimasto della strage di alberi nel Nord Italia. Un anno dopo”

Vaia: la sostenibilità al cuore del progetto

Infatti, Vaia ha fatto della sostenibilità il suo punto di forza, dal punto di vista ambientale, economico e sociale: “recuperare quel legno caduto diventa fondamentale per sostenere le comunità locali e ripristinare l’equilibrio dell’ecosistema”. Scrivono loro stessi nel sito: “La vision di Vaia è di realizzare oggetti utili sia all’uomo che alla natura, implementando un modello di business attento non solo ai bisogni delle persone, ma che metta al centro la natura e il territorio. La sostenibilità economica per Vaia esiste nella misura in cui la sostenibilità ambientale è il risultato diretto della nostra attività d’impresa”.

L’oggetto che hanno scelto per questo coraggioso progetto di rigenerazione è un amplificatore naturale per la musica. Il Vaia Cube, così come è stato chiamato per la sua forma cubica, è un elemento unico di design, costruito a mano da esperti falegnami della zona. Ogni cassa costituisce un pezzo unico: non esiste un pezzo uguale all’altro proprio perché ogni pezzo di legno è unico nelle sue venature. Inoltre, ogni Vaia Cube viene inciso con una spaccatura nella parte superiore per ricordare la strage di alberi che ha spezzato il territorio e le comunità della zona. La cassa viene definita un amplificatore naturale perché non necessita di corrente e il cubo funge da cassa di risonanza.

Leggi anche: “Deforestazione Amazzonia. Quando la natura non ha voce”

Vaia Cube: dalla strage di alberi alla cassa per la musica

Il legno che compone il Vaia Cube proviene da alberi di Abete, Larice e Pino Silvestre. Nei loro social network, i creatori hanno offerto dei dati per rendere tutti i cosiddetti “Vaier” partecipi e consapevoli dell’origine del prodotto acquistato. A partire dalla descrizione del legno, come l’abete, che ha costituito il 65% degli alberi colpiti durante la tempesta Vaia: “di tutti gli alberi che abitano i nostri preziosi territori alpini, l’Abete Rosso, è diventato l’emblema della conifera, sicuramente anche grazie al lavoro del Maestro liutaio Antonio Stradivari, che trovò per i suoi celeberrimi violini e strumenti nelle maestose peccete alle pendici delle Dolomiti, nel nodoso legno del peccio, la capacità di risonanza esatta per riprodurre una perfetta vibrazione”.

La start-up Vaia ha già ricevuto notevole attenzione da parte della stampa nazionale. La prestigiosa rivista Forbes ha nominato i tre fondatori, Federico Stefano, Paolo Milan e Giuseppe Addamo, tra i “100 giovani leader del futuro” nel settore Impresa Sociale. Ciò che rende speciale questo progetto è la volontà di rigenerare quel che la Tempesta Vaia ha abbattuto. Per ogni Vaia Cube venduto si intende ripiantare un albero nelle zone colpite. Lo scorso 22 maggio è avvenuta la prima piantumazione di 500 piante in Val di Fiemme, in collaborazione con Etifor, uno spin-off dell’Università di Padova che garantisce il rispetto degli standard FSC. Inoltre, Il VAIA Cube è costruito interamente in legno naturale non trattato, così da risultare un oggetto eternamente riciclabile, capace di tornare in natura senza lasciare traccia nell’ambiente.

Nasce anche il Vaia Cube imperfetto

Ma la storia del Vaia Cube non finisce qui. Recentemente i ragazzi che stanno riprovando a dare vita alla Foresta dei Violini hanno anche rilasciato un nuovo prodotto che sottolinea ancora di più il loro desiderio di rigenerazione del legno. Durante la strage infatti non tutti i tronchi sono rimasti in perfette condizioni, ed alcuni di essi hanno quindi subito delle imperfezioni che, secondo gli standard produttivi di oggi, avrebbero dovuto diventare degli scarti.

Proprio da questi tronchi è nato il “Vaia Cube imperfetto”:

La serie limitata VAIA Cube imperfetto nasce dagli alberi caduti nei luoghi più impervi ed esposti per molto tempo all’umidità e alle intemperie. Noi abbiamo voluto ridare dignità anche a questi alberi.
È così che prende vita il VAIA Cube imperfetto: un amplificatore macchiato da imperfezioni naturali.
In più, per ogni VAIA Cube imperfetto pianteremo un albero per ricreare la Foresta dei Violini sostenendo il progetto di Trentino Tree Agreement.

Per saperne di più, per acquistarlo o, se preferisci, per fare un regalo speciale, puoi visitare il loro sito web!

Amplificare il grido di aiuto della natura

Noi de L’Ecopost ci siamo dati come missione quella di sostenere realtà virtuose come Vaia, che puntano alla lotta del cambiamento climatico e che allo stesso tempo portano delle esternalità positive sul territorio e sulla comunità locale, seguendo i principi dell’economia circolare. Per questo vogliamo concludere con le parole che Federico, Paolo e Giuseppe hanno usato per descrivere il loro bellissimo progetto: “Per noi si tratta di una metafora forte e concreta, una cassa attraverso la quale amplificare ulteriormente il grido di aiuto della natura e mantenere alta l’attenzione sul cambiamento climatico creando allo stesso tempo un progetto sostenibile”.

Leggi il nostro articolo: TG1: “Piantare alberi può far male al pianeta”. Facciamo chiarezza (VIDEO)

10 video sulla natura per bambini e ragazzi

La tematica ambientale sta finalmente arrivando anche nelle scuole. Sono numerosi i progetti e le iniziative promosse dagli istituti o direttamente da maestri e professori per sensibilizzare i propri studenti riguardo al cambiamento climatico. Spesso però si fa difficoltà a trovare il video sulla natura e l’ambiente più adatto alla fascia d’età interessata. Abbiamo quindi deciso di raccogliere i video sull’ambiente più efficaci per trasmettere l’amore per l’ecologia alle giovani generazioni.

Lista natura video e corti per bambini e ragazzi

Ecco la nostra lista di video sulla natura per bambini e ragazzi. Puoi trovare tutta la playlist sul nostro canale Youtube al seguente link:

  1. Whoopi Goldberg – Gigantic Change. Il drammatico appello per l’azione climatica (2020)
  2. #Ambienteascuola: noi e il clima (2019)
  3. Cuore di plastica: i bambini ti mostrano come le tue azioni distruggeranno il futuro (2019)
  4. Clean Sea Life – Cosa finisce nella rete dei pescatori (2019)
  5. L’appello di Malala Yousafzai per gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibili (2018)
  6. Un’altra via d’uscita – Caffè equo e solidale (2007)
  7. 10 domande che hai sempre voluto fare a… Luca Mercalli (2019)
  8. Climate Change 101 with Bill Nye | National Geographic (2015)
  9. Il discorso di Greta Thunberg per il clima – COP24 di Katowice, Polonia (2018)
  10. Greta Thunberg and George Monbiot make short film on the climate crisis (2019)

Whoopi Goldberg presta la voce in un corto emozionante

Il primo video sulla natura che vogliamo condividere è uscito di recente ma ha già riscosso notevole successo. La famosa attrice Whoopi Goldberg presta la voce ad una nonna che dialoga con la nipote e le racconta la storia drammatica del pianeta devastato dall’attività umana. Il corto, realizzato da Extinction Rebellion in collaborazione con Passion Picture, è infatti ambientato nel 2050. Presenta gli scenari catastrofici che vengono oggigiorno presentati dagli scienziati: 1 miliardo di sfollati nel mondo, la perdita altissima di biodiversità e la stessa specie umana a rischio estinzione. La calda voce della Goldberg permette però alla nipote di scegliere il finale della storia ed è così che vengono elencate tutte le scelte coraggiose intraprese per evitare la catastrofe.

Il cambiamento climatico spiegato ai bambini

Ma facciamo un passo indietro. La domanda di partenza a cui dobbiamo tentare di rispondere è: che cos’è il cambiamento climatico? Per spiegarlo ai ragazzi vogliamo suggerire il video di a2a Energia, in cui viene spiegata la differenza fra meteo e clima, fra l’effetto serra naturale e artificiale e le principali conseguenze del cambiamento climatico: scioglimenti dei ghiacci, innalzamento dei mari, propagazione delle malattie, aumento degli eventi estremi. Il video evidenza come il cambiamento climatico porti a dei rischi sociali ed economici rilevanti e indica le principali soluzioni che i governi e gli individui possono adottare: uso dei trasporti pubblici, sistemi di risparmio energetico nelle abitazioni, riduzione dello spreco di cibo, eccetera.

Video natura: l’importanza di coinvolgere i più piccoli

Un altro video di notevole successo su queste tematiche parla del problema della plastica. Si intitola “Cuore di plastica” ed è stato promosso dal web magazine Ohga con il seguente slogan: “La tua pigrizia di oggi diventerà un problema per tuo figlio domani”. Nel video infatti si evidenziano tutte le abitudini scorrette legate all’uso e getta. I bambini denunciano l’uso di cannucce, bottigliette di plastica e altri materiali che necessitano decenni o secoli per degradarsi. Il successo di questo corto sta sicuramente nell’ironia dei piccoli protagonisti e nella scelta di fondo di far parlare direttamente la generazione che subirà maggiormente le conseguenze del cambiamento climatico.

Leggi il nostro articolo: “Giornata mondiale degli Oceani. Facciamo il punto”

Sempre sul tema della plastica un video molto efficace proviene dal canale Clean Sea Life. Nel video alcuni pescatori di varie città italiane (Porto Torres, Rimini, San Benedetto del Tronto, Manfredonia) raccontano che cosa trovano abitualmente nelle reti. Immagini reali, girate in occasione della giornata “A pesca di rifiuti” per il progetto europeo Clean Sea LIFE 2018. La tematica della plastica è facilmente comprensibile per un pubblico giovane; parlare della plastica può essere infatti un buon punto di partenza per far comprendere l’equilibrio dell’ecosistema terrestre e mostrare nella pratica le conseguenze devastanti delle scelte scellerate dell’uomo.

Video sviluppo sostenibile: che cos’è e perché è importante

Malala Yousafzai è un’attivista pakistana che si batte per i diritti civili, in particolare il diritto all’istruzione. È la più giovane vincitrice del Premio Nobel per la Pace e in questo video presenta gli Obiettivi per lo Sviluppo Sostenibile (SDG) promossi dall’ONU. Questa animazione risulta dunque utile per tutti gli insegnanti e gli educatori coinvolti nei progetti dell’Agenda 2030. Far capire che cosa sia lo sviluppo sostenibile ai più piccoli non è cosa semplice, ma Malala descrive in modo chiaro ed esaustivo qual è il problema e quali sono le principali soluzioni offerte dagli SDG.

La natura e il cibo: la canzone del commercio equo e solidale

La sfida più grande quando si vuole trasmettere l’amore per l’ecologia ai più piccoli rimane sempre quella di trovare esempi concreti così che i bambini e i ragazzi possano toccare con mano le problematiche e le soluzioni legate alla tematica ambientale. Per questo consigliamo un video diverso dai precedenti, dal titolo “Un’altra via d’uscita”. Si tratta di una canzone che parla solo indirettamente della natura, poiché la tematica principale è lo sfruttamento dei lavoratori del Sud del mondo nelle piantagioni di caffè. Questo divertente ritornello offre però la possibilità di partire da qualcosa di estremamente concreto, il consumo giornaliero di caffè, e allo stesso tempo permette di allargare l’orizzonte per mettere in relazione tematiche quali l’ambiente, il cibo, il commercio e i diritti delle persone.

Leggi il nostro articolo: “Il biologico italiano prima e dopo la pandemia”

Video sulla natura per ragazzi: parola agli scienziati

Passando invece ad una fascia d’età leggermente più alta (scuole medie o superiori), proponiamo un video estremamente efficace in cui Luca Mercalli, uno dei più famosi climatologici italiani, risponde alle più frequenti domande sul cambiamento climatico. Perché il cambiamento climatico è un problema? È vero che non ci resta più tempo? Cosa risponderesti a qualcuno che nega il cambiamento climatico? La soluzione è compito dei governi o dei singoli? Luca Mercalli offre risposte schiette, che probabilmente molti conoscono già, ma proprio per questo risulta un video che punta dritto al cuore di chiunque abbia ancora il minimo dubbio che il cambiamento climatico esista e sia di origine antropica.

Per tutti gli educatori che sono invece impegnati con la didattica in lingua inglese, proponiamo questo video sul riscaldamento globale spiegato dal divulgatore scientifico Bill Nye. Cause e conseguenze vengono messe in relazione con straordinaria lucidità d’analisi. Nye si focalizza soprattutto sul ruolo chiave degli oceani, con immagini e grafici che riguardano le barriere coralline, l’innalzamento del mare, gli uragani e la desertificazione. Come spiegato più volte nel nostro blog, una delle difficoltà maggiori sulla tematica ambientale è quella di spiegare in modo semplice tematiche estremamente complesse e interconnesse. Alcuni esperti come Mercalli e Nye riescono però ad abbattere questo muro, mandando messaggi comprensibili anche ai meno esperti.

Greta Thunberg: ascoltiamo la scienza

Infine, nella nostra lista non può mancare un omaggio a Greta Thunberg, la ragazza svedese che ha contribuito a risvegliare il movimento ambientalista in tutto il mondo. Nonostante le critiche, vogliamo ribadire che il messaggio di Greta è molto chiaro: dobbiamo ascoltare la scienza. Nei suoi discorsi Greta ribadisce costantemente che il suo obiettivo è far in modo che la gente ascolti ciò che gli scienziati dicono da anni. In questo articolo proponiamo il primo discorso ufficiale tenuto alla COP 24 di Katowice in cui ha detto la famosa frase: “Non siamo venuti qui per pregare i leader mondiali di preoccuparsi per il nostro futuro. Ci hanno ignorato nel passato e continueranno ancora ad ignorarci. Siamo venuti qui per far loro sapere che il cambiamento sta arrivando, che a loro piaccia o no”.

Vogliamo dunque concludere con un altro video, già diffuso sui nostri canali, in cui Greta e George Monbiot propongono la soluzione più facile e naturale per risolvere il cambiamento climatico: piantare degli alberi. Negli ultimi anni sono state tantissime le associazioni o gli istituti scolastici che hanno aderito a piani di rimboschimento tramite la piantumazione di alberi nei cortili scolastici e negli spazi disponibili dei propri comuni. Invitiamo chi non l’ha fatto a unirsi al grande movimento TeachersForFuture per portare avanti l’opera di sensibilizzazione degli studenti fuori e dentro le classi. La scuola deve essere in prima linea nella lotta al cambiamento climatico, proponendo e attivando progetti concreti in cui i bambini e i ragazzi possano acquisire l’amore per l’ecologia.

Leggi il nostro articolo: Tgi: “Piantare alberi può far male al pianeta”. Facciamo chiarezza (VIDEO)

Il biologico italiano prima e dopo la pandemia

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ll settore del biologico potrebbe essere stato favorito dalla pandemia. La causa principale indicata dalle prime analisi è una maggior attenzione al legame fra alimentazione e salute da parte dei consumatori. Questi dati devono però essere calati nei contesti nazionali. Un’inchiesta sulle aziende bio italiane ha infatti lanciato l’allarme sulla instabilità economica di molte imprese bio in seguito all’emergenza Covid. Inoltre, negli ultimi anni il biologico è cresciuto molto grazie alle crescite registrate nella GDO, a discapito dei negozi specializzati. Abbiamo intervistato l’Emporio ae, un negozio di cibi biologici a km0 che mira a promuovere la conoscenza diretta fra produttori e consumatori. È necessario andare oltre l’etichetta per comprendere che il biologico non è tutto uguale.

Pandemia: crescita del biologico a livello globale

Da qualche settimana sta girando la notizia che riporta una crescita senza precedenti nel settore biologico in concomitanza con la pandemia. Molti articoli si rifanno allo studio pubblicato da Ecovia Intelligence nel mese di aprile, con un’analisi dei dati a livello globale: “l’emergenza Coronavirus sta portando ad una crescita della domanda dei prodotti biologici e sostenibili – dice il Report – soprattutto per quanto riguarda il biologico online”. Whole Foods Market, la più grande rete di distribuzione di prodotti bio al mondo, ha addirittura limitato gli accessi dei suoi consumatori allo shop online perché non riesce a far fronte alla domanda. In Inghilterra, Abel & Cole ha registrato una crescita del 25% mentre Nourish Organic in India ha aumentato di un terzo le proprie vendite.

Anche i negozi locali specializzati hanno beneficiato del fatto di non dover chiudere nel periodo di lockdown. Per esempio, Ecovia Intelligence riporta che in Francia i negozi bio hanno visto aumenti cospicui fino al 40% in più del normale fatturato. Il Report si dice fiducioso sul fatto che questa crescita potrebbe rimanere stabile nel tempo, perché le persone sono ora più consapevoli del legame fra ambiente, salute ed alimentazione. A sostegno di ciò vengono prese ad esempio le precedenti pandemie: sia dopo la SARS in Asia nel 2004 che dopo lo scandalo della melamina in Cina nel 2018, era avvenuta una generale crescita della domanda dei cibi biologici.

Gli operatori italiani in crisi

Leggendo questi dati si potrebbe quindi sostenere che la pandemia abbia realmente portato a dei cambiamenti positivi. Il quadro risulta però meno roseo se si tiene conto di altri studi riferiti al quadro italiano. Per quanto riguarda le imprese bio, la Fondazione Firab ha raccolto le istanze di quasi 400 operatori biologici italiani. È emersa una situazione critica a seguito dell’emergenza, dove il 73% delle aziende coinvolte dalla ricerca si è detto fortemente colpito dalla pandemia: “in termini di liquidità, per oltre due aziende su tre, il 65%, la tenuta economica è al massimo di tre mesi”.

Gli operatori biologici hanno segnalato come principale problema la difficoltà di utilizzare i normali canali di distribuzione. Per queste aziende infatti i canali principali erano la vendita diretta, i mercatini, le fiere e i GAS (Gruppi di Acquisto Solidale). Anche nel contesto italiano quindi, le aziende che possedevano o che hanno attivato il commercio online e la vendita a domicilio sono riuscite a resistere meglio, mentre chi ne era sprovvisto ha subito le perdite più importanti. Dal sondaggio è derivato un appello della categoria verso i governanti per ottenere maggiori garanzie “se si vuole salvare un comparto fondamentale per una fase 2 ‘green’“.

Leggi anche: “Ripresa. Che ne è stato delle proposte green?”

Biologico report 2019: crescita nella GDO, calo nei negozi specializzati

Al di là della situazione emergenziale dovuta alla pandemia, resta da capire come si posiziona il settore del biologico in Italia. I dati più affidabili sull’andamento del bio nel nostro paese provengono dal Rapporto Sinab, pubblicato annualmente alla fiera del Sana di Bologna. In linea generale, il Rapporto sul biologico 2019 conferma una sostanziale crescita del settore biologico nel nostro paese. I dati devono però essere analizzati con attenzione per individuare alcune rilevanti problematicità che stanno emergendo negli ultimi anni. Ad esempio, l’andamento positivo appena citato si è verificato soprattutto nei canali della Grande Distribuzione Organizzata (GDO) con un +5,5% rispetto al 2018; invece, i negozi specializzati confermano il trend negativo degli anni precedenti, con un calo del fatturato del -7,2% rispetto al 2018.

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Rapporto Sinab 2019: differenza di fatturato per canali di vendita biologici

Luci e ombre sul mondo bio

Infatti, quando si parla di biologico si entra in un mondo complesso e molto differenziato al suo interno. Aveva creato grosso scandalo la puntata di Report dell’ottobre 2016 intitolata “Bio illogico”, in cui veniva denunciato la fallacia del sistema di etichettatura e controllo del marchio bio in Italia. Il mondo del biologico italiano era uscito profondamente scosso da quel servizio, ma non erano mancate le repliche, come quella della rivista Terra Nuova:

“la maggior parte degli scandali rilevati nel bio negli ultimi anni hanno a che fare con l’importazione di derrate alimentari di provenienza estera, dove i controlli sono più blandi, con una doppia offesa ai nostri produttori nazionali. (…) Per chi non si sveglia solo nel momento dello scandalo, consigliamo di andare a visitare le aziende agricole biologiche, vedere come lavorano rispetto alle aziende convenzionali. (…) È bene documentarsi, leggere i test di confronto sui prodotti, e considerare tutti i valori ambientali, etici, salutistici, che il biologico porta da sempre con sé”.

 

Biologico e km0. Intervista a L’Emporio ae

Il biologico non è quindi tutto uguale. L’Ecopost da tempo suggerisce di scegliere il biologico a km0, proveniente da una filiera corta che sia tracciabile e trasparente. La possibilità di conoscere direttamente i produttori e le aziende agricole dove il cibo biologico viene prodotto è molto rilevante. A questo proposito abbiamo intervistato una realtà locale, l’Emporio ae, per avere una visione interna e per commentare i dati riportati sopra. L’Emporio ae è infatti un negozio di cibi biologici che punta a promuovere relazioni dirette fra piccoli produttori e consumatori, filiere corte e chilometro zero. È una “filiera trasparente” che punta ad incentivare l’economia locale, il consumo sostenibile e la valorizzazione del territorio. La loro realtà si inserisce nel cuore delle Marche, la regione che decenni fa ha aperto la strada al biologico italiano.

I motivi della crescita durante la pandemia

Avete registrato una crescita durante il periodo della pandemia? Se sì, quali possono essere state le cause legate all’emergenza Covid?

“Sì, abbiamo registrato una crescita in entrambi i negozi che gestiamo, per 4 tendenze principali. La prima è che i consumatori costretti in casa hanno ricominciato a prepararsi i propri pasti; mangiando meno in ristoranti e mense il “carrello” della spesa nei negozi alimentari è cresciuto. Allo stesso tempo c’è stata una “fuga” dall’assembramento delle grandi strutture commerciali per rivalutare i negozi più piccoli. Così sono arrivati molti clienti nuovi, e allo stesso tempo, diversi clienti che venivano da noi a fare una parte della spesa hanno iniziato ad acquistare anche prodotti che abitualmente compravano in altri negozi, per limitare gli spostamenti e i rischi di contagio.

La terza tendenza riguarda più nello specifico il tipo di prodotti bio: di fronte ad emergenze sanitarie cresce l’attenzione alla qualità e alla salubrità degli alimenti, ed è avvenuto anche durante questa pandemia. Si torna a dare valore alle cose importanti e le scelte quotidiane sono sottratte alla frenesia del consumismo per tornare ad essere oggetto di riflessioni più profonde e razionali. La quarta tendenza, nel nostro caso specifico, è legata al fatto che siamo collegati a due e-commerce etici di livello nazionale, che hanno beneficiato della forte crescita di acquisti on-line in questi mesi: Marketplace etico e BD Marketplace”.

Perché i prezzi sono più alti nei negozi specializzati

Una delle maggiori lamentele del consumatore bio è che i prezzi dei negozi specializzati siano ancora troppo alti. Il rischio che si corre è quindi che, nonostante la volontà del consumatore di comprare biologico, la scelta ricada sui prodotti offerti dalla GDO perché più competitivi a livello di prezzo. Come rispondete a chi vi muove questa critica? Perché i prezzi dei negozi specializzati sono più alti?

“In realtà non sono i nostri prezzi ad essere alti, sono i prezzi del bio della grande distribuzione ad essere bassi. O meglio, i prezzi riflettono le caratteristiche del prodotto. C’è una fascia di consumatori che nel prodotto bio cerca sostanzialmente l’assenza di prodotti chimici, ossia la salubrità. Per questo bisogno può essere sufficiente l’etichetta bio, un’etichetta che può essere apposta indistintamente su prodotti con storie e caratteristiche molto diverse tra loro; salvo poi, di tanto in tanto, assistere allo scoppio di scandali e truffe di cui avete parlato sopra.

Il biologico non è tutto uguale, l’etichetta non basta

A prescindere dalle truffe, i consumatori più attenti sanno ormai molto bene che la sola etichetta non basta, perché quando acquistano mettono in gioco altri valori. Non solo la salute per sé, ma anche l’attenzione per l’ambiente e i problemi del clima, per cui entra in ballo la preferenza del kilometro zero, l’attenzione per i produttori. La scelta ricade allora sulla filiera corta. Si preferisce comprare da aziende di cui si conoscono storia ed etica, oppure privilegiare il criterio del commercio equo e solidale per quanto riguarda i prodotti del sud del mondo. Entra in gioco la relazione, anche con chi gestisce un negozio e con i valori che questo rappresenta; come nel nostro caso, che siamo una cooperativa sociale e creiamo lavoro per persone svantaggiate. Tutto questo rappresenta un costo maggiore.

La sfida dei negozi bio specializzati

Possiamo mettere l’etichetta bio anche su pomodori raccolti da lavoratori sfruttati e sottopagati in nero, sulle zucchine che hanno fatto il giro del mondo oppure su prodotti provenienti da monocolture. Coltivare come fanno i nostri produttori ha un costo diverso, e ovviamente è diversa la qualità, sia organolettica che sociale e ambientale. Ultimamente notiamo che il consumatore è sempre più attento e consapevole e sa valutare il giusto prezzo di un prodotto. È vero che la crescita del consumo dei prodotti bio in questi ultimi anni è andata totalmente a vantaggio della grande distribuzione, ma noi che ci occupiamo di piccoli negozi specializzati dobbiamo accettare la sfida e pensare che i consumatori stanno facendo un primo passo di consapevolezza, dal convenzionale al bio generico. Ora sono pronti per dialogare insieme a noi sulla differenza tra bio e Bio”.

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L’Emporio ae però non è solo un negozio di cibi biologici. Molta attenzione viene data alla provenienza, favorendo i produttori locali e a km0. Qual è, quindi, il valore aggiunto dei vostri prodotti rispetto a quelli che si trovano negli scaffali dei grandi supermercati?

“In parte lo abbiamo detto, ma in effetti c’è dell’altro. I nostri prodotti non solo vengono da produttori vicini, ma il nostro impegno è stato da sempre quello di creare una relazione diretta tra i consumatori e i produttori. Ad esempio, con la presenza ricorrente dei produttori nei nostri negozi a presentare e fare assaggiare i propri prodotti. Oppure attraverso cene ed eventi aperte ai nostri clienti, in cui i produttori si presentano e si raccontano. Nelle prossime settimane organizzeremo gite ed escursioni per andarli a visitare nelle loro aziende. Questa relazione cambia completamente il rapporto commerciale a cui siamo abituati. Si torna alla relazione di fiducia con la quale i nostri nonni andavano ad acquistare le uova dal contadino, ma con la comodità e semplicità di un negozio.

Salvaguardia e promozione dell’economia locale

A questo si aggiunge una funzione di salvaguardia e promozione dell’economia locale, che è fondamentale per il benessere di una comunità. Questo non significa ispirarsi a modelli di autarchia e protezionismo che alcuni stanno proponendo, perché il commercio da sempre nella storia dell’uomo ha avuto una funzione di incontro tra i popoli e di scambio culturale, ed è giusto che la mantenga. Il fatto è che l’incontro con l’altro e le relazioni “lunghe” non sono in contrapposizione alla comunità. Anzi, sono sempre state le comunità solide e forti ad essere maggiormente capaci di proiettarsi verso il mondo ed aprirsi al diverso.

I legami sociali deboli favoriscono la paura, l’individualismo e la chiusura. Ecco perché crediamo nell’economia locale e nella tutela delle specificità dei luoghi in alternativa ad una globalizzazione che appiattisce e persegue solo la competizione. È su questa idea di fondo che pensiamo che ogni comunità dovrebbe tutelare e sostenere le produzioni del proprio territorio e sviluppare l’economia locale, a partire dal settore agricolo”.

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Turismo sostenibile: la chiave per l’estate 2020

Il turismo sostenibile è sulla bocca di tutti. Sembrerebbe che la pandemia abbia finalmente messo in luce le problematiche e le opportunità che legano il turismo alla questione ambientale. L’incertezza legata all’estate 2020 ha infatti modificato le preferenze degli italiani, favorendo mete naturalistiche e poco affollate. Sono anche nate numerose iniziative, come quella targata Tourist For Future, per favorire un modello di turismo che valorizzi il territorio, i piccoli operatori turistici e i prodotti locali. Altri progetti invece, come il blog Viaggiatori Ecologici, già da tempo dimostrano che il desiderio di viaggiare può essere del tutto compatibile con l’amore per l’ecologia.

Turismo e clima: un rapporto interdipendente

Il turismo sostenibile è nato dalla crescente consapevolezza che il clima e il turismo hanno un rapporto interdipendente in cui il primo influenza il secondo e viceversa. Questo legame è stato ben descritto nel saggio Tourism and Climate Change: Risks and Opportunities. Il clima è da sempre stato un fattore importante nella scelta della destinazione. Oggi lo è ancor di più poiché la crisi climatica sta modificando nel profondo gli equilibri di molte zone del pianeta. Infatti, gli operatori del settore turistico sono sempre più preoccupati rispetto ai rischi legati alle variazioni climatiche, che portano incertezza e incapacità di programmare sul lungo termine.

Leggi il nostro articolo: “Caldo record in Siberia. 25 gradi a maggio”

D’altra parte, il turismo è un settore che implica numerose attività ad alto tasso di emissioni. Si crea quindi un effetto a catena secondo cui il turismo incide sul cambiamento climatico, che a sua volta mette a rischio il sistema turistico. Questo avviene soprattutto in quelle zone del mondo che vengono definiti “climate-tourism hotspots”. Ovvero, luoghi in cui l’arrivo di turisti apporta un grande contributo all’economia locale, ma che allo stesso tempo sono diventate zone fragili per cambiamenti dovuti al clima. Basti pensare a Venezia e alle perdite avute lo scorso anno a causa dell’acqua alta.

Turismo sostenibile: la scelta degli operatori turistici

Il turismo sostenibile implica quindi una maggiore attenzione alla correlazione fra clima e attività turistiche. Non è un caso che molti amministratori e operatori turistici lo abbiamo scelto come linea guida per l’estate che sta arrivando. La crisi appena passata ha infatti messo in luce la fragilità del sistema in cui viviamo. Una prima indagine sui dati Airbnb di questa estate conferma il trend in ascesa per questo settore: l’82% degli italiani trascorrerà le vacanze in Italia, contro un 55% del 2019. La casa indipendente è l’opzione più ricercata e il periodo di villeggiatura si allunga: per l’estate 2020 il turista medio preferisce allungare i tempi, soggiornando anche per più di una settimana. Negli anni precedenti invece, venivano favoriti i soggiorni corti con prevalenza nel weekend. Vengono favorite specialmente le case isolate immerse nella natura o in piccoli borghi.

Qualitytravel spiega questo fenomeno alla luce delle nuove necessità sorte durante l’emergenza Coronavirus: “oggi con entrambi i genitori che lavorano e molti giorni di ferie utilizzati durante il confinamento, molte famiglie cercano di sfruttare la possibilità di lavorare da remoto per trascorrere l’estate in una casa che riesca a combinare le esigenze lavorative degli adulti con quelle di svago dei più piccoli: piscina e wi-fi sarà l’accoppiata perfetta”. Si nota però anche una forte volontà di valorizzare il territorio, favorendo le piccole realtà. Turismo sostenibile che diventa inevitabilmente anche consumo sostenibile.

2020: l’anno del turismo a km0. Natura, borghi e prodotti del territorio

A questo proposito, vorremmo segnalare il contributo di Valentina Pierucci, autrice del blog “Una marchigiana in viaggio”. Le Marche sono state selezionate come seconda regione al mondo da visitare nel 2020 nella classifica “Top Regions – Best in Travel” della Lonely Planet. Qualche settimana fa, in un’intervista dell’Emporio ae, Valentina ha detto la sua su come l’estate 2020 offra delle opportunità irripetibili per valorizzare il nostro paese tramite il turismo sostenibile: Il 2020 sarà l’anno del turismo a km0. Credo infatti che potrebbero risultare vincenti proprio quelle pratiche di accoglienza che mettono al centro i prodotti del territorio, alimentari ed enogastronomici. Valorizzandoli ed offrendo al turista la possibilità di fare delle vere e proprie esperienze di gusto, anche andando direttamente nei luoghi in cui i prodotti vengono realizzati ed entrando a diretto contatto con il produttore stesso. Questa sicuramente sarà una grande opportunità da sfruttare nel prossimo futuro”.

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Tourist For Future: un viaggio per valorizzare il turismo sostenibile

Proprio in nome del turismo sostenibile, stanno nascendo tantissime iniziative interessanti. Fra poche settimane partirà il viaggio di Tourists For Future. L’idea è nata da un gruppo di persone dal diverso profilo professionale – esploratori, guide turistiche, antropologi, naturalisti e filosofi – che sono rimaste momentaneamente disoccupate a causa della pandemia e che vogliono mettere le loro passioni a frutto per “valorizzare il turismo sostenibile in Italia e portare sorrisi e speranza”. Il viaggio durerà tre mesi, partendo dalla Sicilia e approdando a Bergamo con l’uso di diversi mezzi: alcuni tratti verranno percorsi a piedi, mentre altri avverranno tramite bici, barca e treno. Per compensare l’anidride carbonica che verrà emessa durante l’itinerario, Tourist For Future si impegna a piantumare degli alberi nelle Dolomiti, dove c’è stata la Tempesta Vaia, in collaborazione con Trentino Tree Agreement.

Così si raccontano nel loro sito: “Tourists 4 Future è un viaggio che vuole lanciare un messaggio di solidarietà e sostenibilità, che vuole raccontare un’Italia autentica, che esce da un periodo di sofferenza più forte di prima anche grazie al turismo ambientale, sostenibile e responsabile. Nei tre mesi di viaggio il team attraverserà parchi naturali, visiterà borghi, paesini, agriturismi, scoprirà tradizioni, luoghi e persone. L’obiettivo è dare voce ai piccoli operatori del turismo italiano, dalle strutture turistiche alle guide e alle associazioni locali, che hanno vissuto un lungo periodo di crisi”.

Viaggiatori Ecologici: due ragazzi in camper per sensibilizzare all’ecologia

Un’altra iniziativa di questo genere che è nata ben prima dell’emergenza Coronavirus riguarda il blogViaggiatori Ecologici”. Valentina e Edoardo sono due giovani sognatori di Torino appassionati all’ambiente. Hanno lasciato la loro vita urbana per intraprendere un viaggio lungo la penisola con il camper. Ogni giorno documentano l’esperienza sui social (potete trovarli su Instagram, Facebook e Youtube). Il loro intento è sensibilizzare le persone sulla questione ecologica, dimostrando che è possibile visitare luoghi senza lasciare segni indelebili del nostro passaggio. Abbiamo chiesto loro che cosa significa essere viaggiatori ecologici. Dalle loro parole si può cogliere una sorta di decalogo del turismo sostenibile:

Come sappiamo il turismo alimenta molto l’inquinamento ambientale e lo fa partendo da abitudini sbagliate che si hanno già nei posti in cui si vive abitualmente. Un esempio è l’abbandono dei mozziconi o l’utilizzo di soluzioni usa e getta, che per giunta a volte non vengono neanche smaltite nel modo giusto ma disperse nell’ambiente. Essere viaggiatori ecologici significa viaggiare rispettando consapevolmente tutto ciò che si ha intorno per non distruggere o danneggiare la natura con la quale interagiamo.

Il decalogo del viaggiatore ecologico

Noi cerchiamo di esserlo innanzitutto evitando le soluzioni usa e getta e prediligendo tutto ciò che è riutilizzabile: utilizziamo bottiglie di vetro o borracce, che tra l’altro mantengono la temperatura dell’acqua fresca e non sprigionano microplastiche entrando in contatto con il calore; contenitori e posate riutilizzabili e sacchi di tela per far la spesa. In questo modo risparmiamo ed evitiamo di produrre rifiuti inutili. Cerchiamo sempre informazioni sul posto che raggiungeremo così da essere informati sui mercati comunali in cui solitamente si riesce a far la spesa alimentando i produttori locali. Il cibo è generalmente più salutare di quello della grande distribuzione e siamo in grado di evitare imballaggi in plastica inutili grazie alla possibilità di comprare prodotti sfusi.

https://www.youtube.com/watch?v=zh0JDDQGxmE

Autoproduciamo tutto quello che possiamo: questa è una cosa che contribuisce tantissimo a ridurre il nostro impatto ambientale. Inoltre è divertente, si risparmia e, potendo scegliere che ingredienti utilizzare, otteniamo dei prodotti per la pulizia della casa o per la cura del corpo molto meno impattanti e spesso biodegradabili. Un’altra bella abitudine è quella di portarsi dietro un sacchetto quando si va a camminare in montagna, nel bosco o in spiaggia così da poter raccogliere i rifiuti che si trovano (purtroppo se ne trovano sempre). Ed infine pur vivendo su di una casa a 4 ruote riduciamo al minimo i nostri spostamenti. Infatti, dopo aver raggiunto il posto in cui scegliamo di vivere, ci spostiamo esclusivamente a piedi o in bici, approfittandone per far bene anche al nostro corpo.

Viaggiare e rispettare l’ambiente è possibile

Quando si viaggia, così come nella vita in generale, è importante orientarsi su quelle realtà che hanno come presupposto la sostenibilità, che si tratti di strutture turistiche, negozi o stabilimenti balneari. Ogni consumatore ha la responsabilità di alimentare l’economia e scegliere chi va verso la direzione giusta, quindi quella dell’ecologia. Così facendo si contribuisce ad un grande cambiamento”.

Leggi il nostro articolo: “Ridurre la plastica in viaggio: ecco come fare”

Non ci resta che seguire e sostenere Valentina ed Edoardo. Allo stesso modo monitoreremo i ragazzi di Tourist For Future, che fra poco partiranno per la loro avventura. Essere cittadini ecologici non significa rinunciare a viaggiare. Significa adottare una serie di accorgimenti che rendano il nostro soggiorno compatibile con gli equilibri del territorio che andremo a visitare. Inoltre, puntare sul turismo sostenibile e responsabile aiuterà tutte quelle piccole realtà che sono appena ripartite dopo un lungo periodo di difficoltà. Scegliamo di spendere le nostre vacanze in Italia e facciamolo nel rispetto dell’ambiente.

BackBO: l’associazione per una Bologna zero waste

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BackBO è un’associazione bolognese con un obiettivo ambizioso: rendere il capoluogo dell’Emilia Romagna una città zero waste. Sul loro sito si definiscono “un hub di economia circolare” che punta a “ridurre gli sprechi e sensibilizzare le persone sull’inquinamento legato all’usa-e-getta”. Come? Da un lato sensibilizzando i cittadini tramite l’organizzazione di workshop e laboratori; dall’altro aiutando nel concreto alla realizzazione di una “zero waste Bologna” con un servizio di bicchieri riutilizzabili per eventi. Abbiamo deciso di intervistare i ragazzi di BackBo e di farci raccontare i loro progetti futuri.

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Intervista a BackBo: per una Bologna zero waste

Com’è nato il progetto?

“BackBO nasce dal progetto di tesi di laurea dell’attuale presidente dell’associazione, Pietro. La tesi consisteva in uno studio di fattibilità per un sistema di raccolta rifiuti tramite il vuoto a rendere. Dopo aver sperimentato in prima persona l’esistenza di modelli alternativi di consumo durante l’Erasmus a Berlino, Pietro ha lavorato allo sviluppo di un sistema che incentivasse la raccolta dei rifiuti e che rendesse la Zona Universitaria di Bologna zero waste. Il progetto che ne è risultato è stato presentato al Comune di Bologna e premiato dall’associazione Comuni Virtuosi. Il successo della tesi ha spinto Pietro a pensare che fosse possibile estendere il progetto all’intera città di Bologna. Il nome BackBO gioca infatti sull’idea della bottiglia che torna indietro, “Back BOttle”, e sulla nostra collocazione geografica, la BO di Bologna.

Era il 2018, da allora l’idea di partenza si è evoluta, il team si è allargato molto e abbiamo capito che per ridurre i rifiuti avremmo dovuto in primo luogo far capire alle persone la radice del problema: viviamo in un mondo lineare, che spesso crea degli oggetti con il solo scopo di gettarli e questo non è né sensato né sostenibile. Ci riferiamo al packaging in primis, ma in generale all’usa e getta, principe indiscusso dei nostri cestini dell’immondizia. Così, dal vuoto a rendere, il nostro progetto si è ampliato”.

Leggi il nostro articolo: “Bonus Bici. L’Italia su due ruote?”

I servizi di BackBo: bicchieri riutilizzabili e workshops

Quali sono i vostri servizi principali?

“Grazie al lavoro e alle professionalità dei nostri soci volontari siamo oggi in grado di offrire diversi servizi. Come dicevamo il punto di partenza di BackBO è stato il vuoto a rendere, e continua a esserlo. Un servizio di cui andiamo fieri è l’affitto di bicchieri riutilizzabili per eventi. La logica del bicchiere a rendere ci ha permesso di ridurre significativamente l’impatto ambientale di festival e manifestazioni a cui abbiamo partecipato: non solo alla fine dell’evento non vengono prodotti rifiuti, ma si abbattono anche i costi di pulizia post evento.

Il nostro obiettivo primario rimane sempre e comunque quello di sensibilizzare le persone sull’inquinamento legato all’usa-e-getta. Per questo lavoriamo spesso anche tramite l’organizzazione di workshop sul riciclo creativo della plastica con adulti e bambini. Abbiamo capito che spesso l’indifferenza su tematiche come quelle relative al riciclo o alla sostenibilità ambientale è dovuta semplicemente alla mancanza di consapevolezza. È raro che qualcuno si fermi a pensare a quanti rifiuti inutili produce; eppure, quando grandi e piccoli vengono messi di fronte a esempi pratici delle conseguenze delle loro azioni e a soluzioni semplici, attuabili nel quotidiano, sono molto più propensi ad adottare stili di vita più sostenibili.

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Il nostro fiore all’occhiello è sicuramente il laboratorio, la maggior parte dei macchinari è stata costruita dai membri del team, abbiamo persino una stupenda stampante 3D interamente autocostruita. Il nostro laboratorio è aperto a chiunque sia alla ricerca di una collaborazione per sperimentare nuovi modi per riutilizzare i materiali di scarto. Siamo sempre alla ricerca di nuovi spunti e menti creative che ci arricchiscano di nuove prospettive”.

Le nuove collaborazioni nate in quarantena

Che riscontro avete avuto con il pubblico fino ad ora?

“Siamo molto contenti di come stanno procedendo le nostre attività, nell’ultimo anno abbiamo partecipato a numerosi eventi e conosciuto splendide realtà con le quali stiamo tutt’ora collaborando. Gli ultimi mesi ci hanno ovviamente costretto a mettere in pausa alcuni progetti (specialmente quelli legati agli eventi), ma d’altro canto ci hanno dato la possibilità di riflettere appieno sul ruolo che vogliamo avere sul territorio. L’emergenza sanitaria ha reso la vita difficile a molti produttori virtuosi, così abbiamo deciso nel nostro piccolo di provare a supportare per come possiamo le realtà sostenibili che ci circondano. Abbiamo iniziato a utilizzare i nostri canali come una vetrina, per dare spazio a tutti gli attori che fanno parte di questo network virtuoso sperando di piantare oggi il seme del cambiamento che ci vedrà tutti vincitori domani, quando l’emergenza sarà passata”.

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Bologna zero waste e non solo: una rivoluzione dal basso

Avete in mente progetti futuri?

“Molti! Un piccolo spoiler? Stiamo ragionando sulla possibilità di aprire altri Hub in giro per l’Italia per creare una rete virtuosa aperta a chiunque voglia partecipare alla rivoluzione dal basso. Inoltre, stiamo lavorando alla proposta di progetti didattici per le scuole da presentare nei prossimi mesi, considerando anche la possibilità di svolgere incontri virtuali. Che dire, siamo inguaribili sognatori e se c’è un motto in cui ci riconosciamo è sicuramente il gandhiano: “Sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo””.

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