Alaska: ennesimo colpo di coda dell’amministrazione Trump

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A poche settimane dalla cancellazione dello status di area protetta alla foresta nazionale Tongass, in Alaska rischia di consumarsi l’ennesima ingiustizia ambientale; l’uscente amministrazione accelera sulla firma che darebbe il via alle trivellazioni di olio e gas all’interno dell’area protetta Arctic National Wildlife Refuge, il più grande dei 16 National Wildlife Refuge dell’Alaska. Trump non si smentisce.

Alaska all’asta

L’Alaska, un territorio che sembra non poter trovare pace; l’ennesimo smacco della Casa Bianca a questo Paese riguarda ancora una volta la corsa ai giacimenti petroliferi. Il 24 novembre verranno pubblicate le richieste di candidature (call for nominations) per le compagnie energetiche interessate a comprare i diritti per trivellare in un’area di circa 600mila ettari. Le aziende dovranno indicare le zone esatte di interesse, mirate all’esplorazione del sottosuolo per trovare i giacimenti.

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Dopo l’ok del Dipartimento degli Interni alle trivellazioni in Alaska, ora per Trump è una corsa contro il tempo per l’assegnazione dei contratti. Difatti, dopo un mese dalla pubblicazione della ‘call for nominations’, l’amministrazione emetterà un avviso per la vendita delle concessioni dei terreni, che dovrà a sua volta concludersi entro il termine ultimo di 30 giorni.

L’amministrazione Trump sembra non voler dare pace ai ricchi territori dell’Alaska.

Le conseguenze di un’eventuale concessione dei territori vedrebbero coinvolto anche il neo eletto alla Presidenza, Joe Biden. Infatti, la sua politica ambientale poco si confà ad una simile strategia economica. Non ci sarebbe da stupirsi se questo fosse, da parte di Trump, un tentativo di far iniziare il mandato dell’avversario con una spina nel fianco, ponendolo in difficoltà con una gran fetta del suo elettorato.

L’interesse delle compagnie

“La politica di indipendenza energetica” dell’attuale amministrazione ha fortemente sostenuto le compagnie petrolifere nella conclusione di contratti, i quali permettono la ricerca e lo sfruttamento del petrolio nella National Petroleum Reserve in Alaska, ad ovest dell’ANWR. A dispetto di ciò, ad oggi solo poche industrie hanno manifestato un reale interesse.

I motivi alla base di ciò, sono di varia natura; dalle rigide condizioni che imperversano in quei territori, alla scarsa quantità di dati geologici del sottosuolo a disposizione. Dalla mancanza di infrastrutture ai prezzi incerti. Non di minore importanza, i rischi ambientali scoraggiano eventuali finanziamenti da parte delle banche, le quali hanno già annunciato che non sosterranno economicamente progetti in quell’area.

Inoltre, la presunta presenza di grandi quantità di petrolio, tali da giustificare l’inizio delle trivellazioni, si baserebbe su dati raccolti negli anni ’80.  Un’indagine del New York Times ha rivelato che, sul sito scelto, è stata effettuata una sola trivellazione esplorativa (pozzo esplorativo), oltretutto con risultati deludenti.

Dunque non è ancora chiaro quanto sia autentico l’interesse delle aziende petrolifere. Difatti, dalla concessione dei terreni all’effettivo inizio dei lavori passerebbe un decennio e per allora la domanda mondiale di combustibile fossile potrebbe essere sensibilmente diminuita.

Un tema che divide

Da sempre i vasti e ricchi territori dell’Alaska hanno contribuito a rendere ancor più netta la separazione, già esistente, nel mondo della politica. Da un lato i Repubblicani, i quali hanno ripetutamente cercato di avviare le trivellazioni nella zona costiera che sarebbe ricca di idrocarburi, puntando quindi sulla “politica di indipendenza energetica” e dividendo anche le comunità native.

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Per gli Inupiat, comunità costiera, l’industria del petrolio rappresenta nuovi posti di lavoro; per i Gwich’in, i quali vivono a sud, lo sviluppo rappresenta invece un rischio. Sul fronte opposto, i Democratici, preoccupati invece per i rischi di disastri ambientali e per la tutela di specie animali che popolano la zona.

L’Arctic National Wildlife Refuge (ANWR)

L’Arctic National Wildlife Refuge ( ANWR o Arctic Refuge ) è un rifugio nazionale per la fauna selvatica nel nord est dell’Alaska, Stati Uniti. Il National Wildlife Refuge System è una designazione per alcune aree protette degli Stati Uniti gestite dallo United States Fish and Wildlife Service

Si estende per 78.050,59 km2 nella regione dell’Alaska North Slope. È il più grande rifugio nazionale per la fauna selvatica del Paese. L’ANWR comprende una grande varietà di specie di piante e animali, come orsi polari, grizzly, orsi neri. Ma anche alci, caribù, lupi, aquile, linci, ghiottoni, martore, castori e uccelli migratori.

E’ stato fondato dal presidente Theodore Roosevelt nel 1903, con il fine ultimo di proteggere vaste aree di fauna selvatica e zone umide negli Stati Uniti; questo sistema ha creato il Migratory Bird Treaty Act del 1918.

Gran parte del dibattito sull’opportunità di perforare nell’area 1002 dell’ANWR si basa sull’effettiva quantità di petrolio recuperabile e sul potenziale danno che l’esplorazione petrolifera potrebbe avere sulla fauna autoctona.

La perdita del permafrost in Alaska, ed altre parti del Pianeta, comporta rischi per gli esseri umani e la fauna selvatica. 
Crediti: US Geological Survey

Le persone che si oppongono alla perforazione nell’ANWR credono che sarebbe una minaccia per la vita delle tribù indigene, le quali fanno affidamento sui prodotti animali e vegetali locali. Inoltre, la pratica della perforazione potrebbe rappresentare una potenziale minaccia per la regione nel suo complesso. Difatti, quando le aziende esplorano e perforano, eliminano la vegetazione e distruggono il permafrost.

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Trivellazioni in Alaska e incendi in California: l’incubo americano

trivellazioni in alaska
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Il 2020 non è decisamente l’anno migliore in cui esistere, né per il genere umano, né per il pianeta. Le emergenze si susseguono e si sommano a processi più duraturi e profondi di cambiamento. Per questo, mai come ora, è necessario mettere in pratica nuovi approcci, specialmente in campo climatico. Negli Stati Uniti il Presidente Trump sembra essere di tutt’altro avviso. La decisione di dare il via libera alle trivellazioni in Alaska onshore nella riserva Arctic National Wildlife Refuge e la situazione drammatica degli incendi in California creano una combinazione pericolosa. Il sogno americano si è trasformato in un incubo.

Le trivellazioni in Alaska: si cerca ancora l’oro nero

L’idea di una transizione verso energie verdi non è una priorità dell’amministrazione repubblicana. Il Green New Deal, un’idea malsana. Perché, allora, non riportare in auge un progetto controverso degli anni ’70? La possibilità di trivellare la riserva in Alaska è una mossa strategica a pochi mesi dalle elezioni, perché porterebbe, a livello economico, denaro e posti di lavoro.

Ma quale prezzo si è disposti a pagare? A livello ambientale, l’impatto è disastroso.

Sono trascorsi solamente due mesi dalla registrazione di temperature record nell’Artico: 38°C, venti in più della media stagionale. La zona è già colpita dalle conseguenze del cambiamento climatico. Un’ulteriore perforazione del terreno provocherebbe l’acuirsi del riscaldamento. L’accelerazione dello scioglimento del ghiaccio metterebbe a rischio le specie animali, molte delle quali già in pericolo d’estinzione.

Trivellazioni in Alaska: la voce del Pentagono

Dal Pentagono assicurano la sostenibilità dell’operazione. Il piano è stato firmato da David L. Bernhardt, responsabile degli Affari Interni. Il deputato Don Young ha affermato che è stato un grande giorno «non solo per gli abitanti dell’Alaska, ma per l’indipendenza energetica americana.» Rivendicando il ruolo decisivo di questa amministrazione, ha poi aggiunto che migliaia di cittadini dello Stato settentrionale sono impegnati nell’industria petrolifera, «e il loro sostentamento dipende dai lavori ben retribuiti creati dalle riserve nazionali.» In un periodo di crisi economica, una possibilità in più che il tycoon venga votato a novembre.

Nel dicembre 2018, è arrivato il via libera per le trivellazioni in Alaska. L’Ufficio che si occupa del management territoriale ha accettato il piano che riguarda la costa. Secondo le informazioni a loro pervenute, non ci sarebbe alcun tipo di pericolo. Le aree saranno messe in vendita in due volte: 400mila acri (161mila ettari) entro dicembre 2021, altrettanti entro la fine del 2024.

Le trivellazioni onshore in Alaska hanno coseguenze devastanti per la flora e la fauna. Questa apertura viene messa in atto in un momento delicato per gli Usa, che stanno affrontando

Trivellazioni in Alaska simbolo l’incubo americano

Così, per avere un riscontro sul breve periodo, si mette a rischio l’intero ecosistema, finora protetto. Il piano è devastante per la fauna del luogo. L’impatto ambientale è incisivo: l’inquinamento acustico, la distruzione degli habitat, le fuoriuscite di petrolio concorrono ad alimentare il caos climatico. A sottolineare la negatività della scelta è Kristen Monsell, del Centro per la Diversità Biologica, in un’intervista alla BBC.

Lo stress provocato dalla presenza umana ha conseguenze sul comportamento degli animali, che si vedono costretti a cambiare zona e abitudini. La riserva è un luogo idilliaco per molte specie di uccelli e di mammiferi, tra cui l’orso polare. L’ingestione di petrolio o il contatto con esso portano a irritazioni cutanee, avvelenamento e, talvolta, alla morte di questi esemplari, sempre più a rischio.

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«Qualsiasi compagnia petrolifera che intenda trivellare l’Arctic Refuge dovrà affrontare enormi rischi reputazionali, legali e finanziari», ha avvertito Adam Kolton, direttore dell’Alaska Wilderness League. In realtà, le possibilità che la decisione venga sospesa o ritardata sono remote, anche se dovesse vincere Joe Biden. L’area di 7,7 milioni di ettari, dichiarata area protetta federale nel 1980 e preservata dal Presidente Obama nel 2016, può diventare il luogo dell’ennesima catastrofe ambientale.

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Dal ghiaccio al fuoco: gli incendi divampano in California

Se si salpasse dall’Alaska e si proseguisse verso sud, il paesaggio cambierebbe radicalmente. Ci si lascerebbe alle spalle il ghiaccio, e si intravedrebbero le coste del Canada e poi, nuovamente, degli Stati Uniti: Washington e Oregon. La West Coast, fino in California. Qui, l’inferno. Ormai, siamo assuefatti dalle immagini delle fiamme che divampano e distruggono. Sembrano eventi da elencare in un notiziario. Invece, è necessario mantenere vivo lo sdegno per situazioni pericolose per la flora, la fauna e il genere umano.

La politica dovrebbe essere cosciente e agire in modo mirato. Ma non è così. Joseph Goffman, direttore esecutivo del programma di Giurisprudenza ambientale a Harvard, ha affibbiato al presidente Trump l’appellativo di nichilista climatico. Alla prova dei fatti, ha smantellato il piano di Obama, scegliendo di recedere dall’Accordo di Parigi sul clima e puntando sui combustibili fossili. Le conseguenze sono evidenti.

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«L’inferno è qui»: cosa succede in California

Sul sito di CalFire, l’autorità antincendio dello Stato della California, si può monitorare la situazione in tempo reale. I dati riportati rivelano una condizione poco rassicurante. Nel solo 2020, sono stati bruciati oltre 670mila ettari di terreno, con più di 7000 incidenti. Sette persone hanno perso la vita e più di 3000 strutture sono state danneggiate o distrutte.

La stagione degli incendi è conseguenza naturale della conformazione paesaggistica dello Stato americano. Nonostante ciò, bisogna sottolineare come, quest’anno, sia iniziata prima e si stia prolungando più del previsto. I fattori da tenere in considerazione sono molteplici: una primavera mite e un ridotto strato nevoso hanno velocizzato il processo di scioglimento del ghiaccio, comportando l’avvento anticipato della stagione secca. La scarsità d’acqua ha stressato la fragile vegetazione, che è diventata suscettibile al fuoco.

Colpa del cambiamento climatico?

Quindi, tutto nella norma? Decisamente, no! Questa situazione «è difficile persino da immaginare» ribatte Daniel Swain, scienziato climatico dell’Università della California, intervistato dal The Guardian. Anche se gli incendi di entità più vasta sono sotto controllo, altri piccoli focolai si espandono e cambiano comportamento repentinamente.

Le cause degli incendi sono complesse. Non c’è dubbio che il cambiamento climatico ne aumenti il rischio. In una ricerca condotta da Swain e altri esperti, le conclusioni sono chiare: l’impronta antropica ha facilitato l’aumento di eventi sempre più intensi. L’88% dei roghi autunnali e il 92% delle aree bruciate in California sono di origine dolosa. Un territorio in cui la le zone aride stanno invadendo anche quelle verdi, non si può credere sia tutto normale.

«Venga qui chi non crede alla crisi climatica» ha annunciato Gavin Newsom, governatore democratico della California, dichiarando lo stato di emergenza.

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Gli incendi in California stanno tenendo occupati più di 10000 vigili del fuoco.

Non ci resta che…agire!

Temperature record, incendi ingestibili, scelte scellerate per mettere a repentaglio quel poco che siano riusciti a proteggere finora. Non possiamo rimanere indifferenti: essere informati su ciò che accade in Alaska e California è fondamentale. Le trivellazioni onshore mettono a rischio la vita di specie già in pericolo, per scopi economici e tornaconti elettorali. Così, battaglie decennali vengono spazzate via ed esperti e ambientalisti sono tacciati di perseguire chissà quali ambizioni personali.

L’obiettivo è, e rimane, uno: salvare quello che abbiamo e ripristinare ciò che è andato perduto, dall’altra parte dell’oceano…e anche da questa.