Neve artificiale: unica possibilità per lo sci?

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La settimana bianca, il weekend sulla neve, la domenica di sci. Per i numerosi italiani che amano la montagna l’inverno offre opportunità meravigliose: le vette dolomitiche, le Alpi e persino gli Appennini propongono comprensori estremamente suggestivi e sorgenti di divertimento estremo nella stagione fredda. L’indotto montano, però, è seriamente minacciato dal surriscaldamento globale. Senza ricorrere all’utilizzo della neve artificiale, infatti, l’industria dello sci non sembra più in grado di reggere.

La nivometria del varesotto mostra quanto siano diminuite, negli ultimi 50 anni, le precipitazioni nevose. Grafico: Centro Geofisico Prealpino.

Bella questa neve artificiale

Il cambiamento climatico, responsabile del surriscaldamento globale ha comportato la sempre più decisa riduzione delle precipitazioni nevose. Soltanto negli ultimi 20 anni, è stato stimato che le nevicate si siano ridotte del 78%, un dato che impressiona. Per riuscire dunque a far partire la stagione sciistica è sempre più necessario sparare, come si suol dire, neve finta tramite appositi cannoni, e non solo alle quote più basse.

La motivazione che spinge ad affidarsi sempre di più alla neve programmata la rivela Valeria Ghezzi, presidente di ANEF, l’associazione nazionale degli esercenti funiviari. “La neve artificiale è ormai fondamentale per diversi motivi. Il primo e principale è che rappresenta una polizza di assicurazione: Se non scende la neve, la fabbrichiamo e la stagione è salva. Ciò non vale soltanto per gli impianti sciistici. Questa polizza di assicurazione vale anche per il sistema economico delle località di montagna.” Ecco la verità sbattuta in faccia. Senza la neve tecnica, termine che più propriamente indica la neve artificiale, addio sci o quasi. Questo è l’impatto già evidente del surriscaldamento globale sulle nostre vite.

Senza sci bisognerebbe rinunciare agli introiti di un settore turistico che richiama annualmente 4 milioni di appassionati soltanto in Italia. Oltre a dover fare a meno del divertimento di scivolare giù dalle montagne, naturalmente, non quantificabile in termini economici ma altrettanto importante, se non di più, del sonante danaro. Fino al 2018, la montagna valeva qualcosa come l’11% del Prodotto Interno Lordo turistico nazionale. Il fatturato montano produceva 11 miliardi di euro ogni 12 mesi; 4,6 dei quali derivanti dallo sci in senso stretto. Nella stagione invernale successiva si è registrato un calo di presenze, così come nell’ultima, quando sugli spostamenti ha influito anche il nuovo coronavirus.

Quanto valgono le Alpi

Per avere contezza di quanto davvero significhino le Alpi e lo sci, dobbiamo tener conto di quanto affascinino. Nel mondo, uno sciatore su due si reca sulle Alpi per sfoggiare salopette e mascherina da sole. Le presenze sull’arco montano europeo sono da sempre numerosissime, seppure ultimamente stiano calando, proprio perché la neve è sempre meno copiosa. Per introiti e riconoscimento istituzionale internazionale, se le Alpi fossero una nazione sarebbero il secondo Stato europeo.

Dal Piemonte alla Slovenia, attraversando la Francia, la Svizzera, il Liechtenstein, l’Austria e la Baviera incontriamo 48 regioni, abitate da 80 milioni di persone e in grado di produrre un PIL locale pari a 3 trilioni di euro ogni anno. Le Alpi sono il cuore ricco – una volta ricchissimo – del Vecchio Continente. Su di esse, però, aleggia lo spettro climatico: temperature sempre più alte e, dunque, montagne sempre meno bianche. Secondo la rivista Time, negli ultimi 60 anni la stagione della neve, lungo l’arco alpino, si è accorciata di 38 giorni. Oltre un mese perso a causa del surriscaldamento globale.

Neve artificiale per sopravvivere

Il turismo invernale è un patrimonio. In Italia contiamo 1820 impianti di risalita – i quali impiegano 840 mezzi speciali, denominati “gatti delle nevi” – e un indotto di oltre 400 aziende. Solamente gli impianti di risalita occupano 12mila persone in maniera diretta e ne impiegano altre 2000 in maniera indiretta nei rifugi, nel noleggio attrezzature e come istruttori di sci (dati ANEF). Va da sé che questo intero settore necessita di un manto nevoso costante e abbondante. Per garantirlo, non è più possibile prescindere dalla neve artificiale. Se non si vuole soffocare questo mondo, bisogna ricorrere all’innevamento programmato e sopperire all’irregolarità e alla carenza della neve naturale utilizzando la sofisticata tecnica nota come snowfarming. Più si abbassano le quote, maggiore è lo sfruttamento di queste tecnologie.

L’impatto di queste tecnologie però può diventare pesante, tanto in termini economici quanto ambientali.

Le temperature negative, sotto lo zero, sono sempre più rare e anche le più celebri località sciistiche, citiamo Madonna di Campiglio e Plan de Corones ma non sono le uniche, possono andare incontro a difficoltà nel conservare e mantenere la propria neve artificiale. Per distendere la coltre bianca, infatti, occorrono 100 ore di temperatura non superiore allo 0. Dal momento che tale condizione è sempre più rara, si stanno sviluppando anche macchine capaci di produrre e mantenere neve artificiale a temperature positive. Il brevetto à della azienda italiana Neve XN.

Quali sono i costi

Inevitabilmente, la produzione di neve artificiale aumenta, non di poco, i costi di esercizio. Alla stagione scorsa l’Italia contava più di 3200 chilometri di piste attive, sul 72% delle quali si trovavano macchinari per comporre la coltre bianca. Questi dispositivi hanno un costo che spazia tra gli 11 e i 15mila euro per ettaro. La differenza la fanno fattori variabili quali esposizione al sole, natura del terreno e dislocazione dei bacini sfruttati per l’approvvigionamento idrico. La costruzione degli impianti ha invece un costo che oscilla tra i 100 e i 140mila euro per ettaro. Solitamente occorrono una ventina d’anni per il completo ammortamento della spesa di installazione. Le spese non gravano solo sul privato; sovente province, regioni e/o comunità montane contribuiscono all’esborso.

Diversamente da quanto qualcuno potrebbe pensare, non si usa alcun additivo chimico per produrre neve artificiale. Elementi chimici non sarebbero particolarmente utili e, soprattutto, metterebbero in pericolo l’utilità estiva dei terreni ove si scia, i quali sono adibiti a pascolo nella bella stagione. L’innevamento programmato ha un solo ingrediente: l’acqua. Essa viene prelevata da laghi e ruscelli poco distanti, siano essi naturali o artificiali. Da queste falde si conduce l’acqua alle macchine sfruttando i declivi montuosi o tramite pompe e condotte. I dispositivi poi la miscelano con aria a bassissima temperatura, sotto pressione, e predispongono l’azione dei generatori a ventola (i cannoni sparaneve) o delle lance, le quali hanno una gittata considerevolmente più ridotta. Talvolta vengono utilizzate vere e proprie macchine frigorifere, trasportabili con appositi veicoli.

Un generatore a ventola. Foto: Demaclenko.

Un aiuto dalla tecnologia

Nel corso degli ultimi 15 anni, l‘efficienza degli strumenti per produrre neve artificiale è enormemente migliorata. A parità di consumo idrico ed energetico, siamo oggi in grado di produrre una quantità di prodotto cinque volte superiore. Possiamo controllare i dispositivi e programmarli da remoto per funzionare soltanto nelle giornate più fredde, utilizzando meno energia. La coltre bianca generata in questa maniera, terminato il proprio ciclo, torna nell’ambiente sotto forma liquida. Insomma, i costi economici sono certamente elevati eppure non ci sono altre vie per mantenere l’industria bianca che profitta dalla stagione invernale. Spese a parte, però, qual è l’impatto della neve artificiale sull’ambiente?

Come si produce la neve artificiale. Approfondimento curato da Tecmania.

Neve artificiale: cosa comporta in termini ambientali

Per rispondere alla domanda non possiamo, sfortunatamente, basarci su analisi estese e complessive a livello nazionale – o regionale se è per questo – poiché non ne esiste alcuna. Lo studio che vi si avvicina maggiormente è stato condotto dall’Agenzia Nazionale per le Nuove Tecnologie, l’Energia e lo Sviluppo Economico Sostenibile (ENEA). Esso è un ente pubblico, controllato dal Ministero per lo Sviluppo Economico, finalizzato a ricerca, innovazione tecnologica e prestazione di servizi avanzati a imprese, pubblica amministrazione e cittadini. Gli ambiti di cui si occupa sono quelli dell’energia, dell’ambiente e dello sviluppo economico, purché sostenibile. I ricercatori dell’ente hanno preparato un dossier, intitolato Carbon and Water Footprint degli impianti di innevamento programmato, per il quale hanno monitorato 3 impianti collocati in aree geografiche e condizioni operative differenti. L’indagine non è più aggiornatissima, risalendo alle stagioni comprese tra il 2014 e il 2016 ma permette comunque una base di ragionamento.

I dati raccolti indicano che i tre impianti impattino, in termini di anidride carbonica CO2 equivalente, tra i 700 e 1300 chilogrammi per ettaro innevato, sull’intera stagione invernale. La differenza si deve principalmente al fatto che uno dei 3 impianti era alimentato con energia fossile, mentre gli altri due utilizzavano l’idroelettrico, fonte rinnovabile. Naturalmente, il primo impianto incide maggiormente relativamente alla produzione di gas serra, mentre gli ultimi due sono più costosi in termini di realizzazione di materiali necessari a condurre l’acqua al macchinario.

Non disponiamo di un censimento che misuri il dispendio energetico impianto per impianto, dunque i dati ora visti hanno un significato statistico piuttosto limitato. Secondo ANEF, ad ogni modo, i consumi degli impianti funiviari italiani ammonterebbero a 357 milioni di kWh annui. Soltanto il 40% di questo totale deriva da energia rinnovabile, non abbastanza. “Gli impianti a energia fossile sono vicini alle città, quelli prealpini. Qualcosa anche in Appennino, ove avere a disposizione l’idroelettrico non è la normalità” ha affermato Valeria Ghezzi.

La montagna va a gasolio

A onor di cronaca, dobbiamo puntualizzare che per avere neve non basta spararla; essa va portata sulla pista, stesa e battuta in posizione. Queste operazioni, certamente indispensabili, sono avversate dagli ambientalisti. Esse, infatti, finiscono per disturbare il contesto naturale che le subisce. Gli aspetti di gestione e preparazione delle piste sono fattore di stress e alterano il normale assetto ambientale. Se a questo si aggiunge l’impatto che ha la costruzione delle tubature e di tutta quell’impiantistica atta all’innevamento meccanico, ecco che ci si rivela tutto il costo ambientale della neve artificiale.

Per stendere e posizionare il manto nevoso creato si utilizzano i battipista – i cosiddetti gatti delle nevi – presenti in Italia con una flotta di circa 840 unità. Essi sono veicoli alimentati a gasolio, in tutto paragonabili a camion motorizzati da una potenza che si avvicina ai 400 cavalli. Possiamo immaginarci facilmente il significato di questo dato in termini di inquinamento acustico e ambientale. A ciò dobbiamo poi aggiungere tutto l’inquinamento prodotto dai turisti che si recano in montagna in auto, ben maggiore, ma non dobbiamo comunque ignorare l’impatto dei battipista, il quale è considerevole.

In Germania stanno introducendo dei mezzi bimotore, ibridi, che utilizzano anche l’elettrico. I costi produttivi di un simile veicolo, però, restano ancora insormontabili. Questi mezzi, dopotutto, hanno necessità di potenza. Operano in pendenza, a temperature basse e dispongono di lame e frese che vanno messe e mantenute in funzione. È poco verosimile pensare che la montagna possa smettere, nel breve, di andare a gasolio.

Come comportarsi?

Dal momento che il surriscaldamento globale galoppa inarrestabile, a maggior ragione a seguito della pandemia che sta vanificando gran parte degli sforzi fatti in precedenza per combattere il cambiamento climatico – si pensi alle fabbriche riattivate al massimo della loro potenza per rimettere in moto l’economia o alle mascherine disperse ovunque nell’ambiente – avremo sempre più necessità della neve artificiale. Come si è scritto, il settore del turismo montano non vive altrimenti.

Come si deve comportare il turista? Al solito, innanzitutto è importante essere informati di che cosa significhi andare a sciare, di questi tempi. In secondo luogo, poi, il consiglio è quello di scegliere comprensori alti, in quota, ove l’impatto dell’innevamento industriale è minore. Qualora ciò non ci fosse possibile, per via dei costi o delle distanze, allora è consigliabile sfruttare i comprensori più vicini alla nostra residenza, magari quelli appenninici, riducendo così le emissioni dovute al nostro spostamento. Quest’ultimo, poi, non è detto che debba essere affrontato in auto, si può valutare di coprire la distanza in treno, magari. Ovviamente, fare la cosa green è sempre la scelta più faticosa; stare dalla parte dell’ambiente è la scelta più difficile ma anche l’unica possibile.

Ci auguriamo che la tecnologia riesca ad andare incontro al meglio alle esigenze di questo settore. Se così non fosse il turismo invernale diverrebbe un indotto sempre più inquinante, difficilmente sostenibile, quando non seriamente dannoso per l’ambiente.

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La natura non fa altro che insegnarci questo: ogni cosa ha il suo tempo e il suo spazio e, se non rispettati, il servizio extra bisogna pagarlo a caro prezzo. Voi direte: sciare è la mia passione e i soldi per accedere a una pista di neve finta me li sono guadagnati. Il prezzo di cui parliamo, però, non è quantificabile in denaro. E l’impianto Ski Dubai ha un costo che non può essere ripagato col denaro.

La neve, una risorsa preziosa

La neve, come dice Adam Gopnik nel suo splendido libro “L’invenzione dell’inverno”, rende la realtà esteticamente sublime. È però anche una risorsa naturale preziosa, fondamentale per il ciclo della vita sulla terra. È infatti una riserva idrica importante per l’estate, quando si scioglie e rimpingua i fiumi. Quella che non si scioglie, nelle zone ombrose o durante estati fresche (ormai sempre più rare) garantisce la sopravvivenza dei ghiacciai. In inverno, inoltre, grazie al suo forte potere isolante, la neve protegge il suolo dal gelo e, quindi, dalla sterilità.

Sapere quindi che vi sono macchine in grado di produrre neve in luoghi già freddi, ma anche dove la temperatura raggiunge i 40 gradi, come negli Emirati Arabi, dovrebbe essere una buona notizia. Ebbene, non lo è affatto.

I cannoni spara-neve

Ormai siamo sempre più abituati a vedere ai lati delle piste i cannoni spara-neve, ma pochi sanno come funzionano. Quando l’acqua pressurizzata entra in contatto con l’aria compressa, entrambe già fredde per la temperatura esterna, si forma il primo cristallo di ghiaccio. Dopodiché viene aggiunta altra acqua fredda vaporizzata, la quale si addensa intorno al primo nucleo e forma il “fiocco” di neve.

Il consumo di energia per produrre una tonnellata di neve si aggira intorno ai 5,6 kWh. In una notte le macchine ne producono circa 50 tonnellate, consumando in questo lasso di tempo quello che un frigorifero di classe A consuma in un anno. Come se non bastasse, per coprire una pista lunga un chilometro, le tonnellate di neve necessarie sono 10 mila. Fra l’altro, la neve artificiale ha una densità molto maggiore rispetto a quella naturale (400-500 km/ m³ contro 200-300 km/ m³) e per questo ne serve molta di più.

ski dubai

Rincorrere fantasmi

Talvolta si attribuisce alla neve artificiale il merito di proteggere il suolo dal gelo, ma nei fatti questa ha un potere di isolamento molto basso rispetto alla neve naturale. Se pensate che questo sia meglio di niente, è proprio qui il punto. Continuiamo a rincorrere fantasmi, sperando di poter risolvere il problema del riscaldamento globale con la tecnologia. Invece, queste tecnologie sfruttano i combustibili fossili e prosciugano le nostre riserve di acqua. In questo modo la temperatura terrestre aumenta ancora di più e si crea un circolo vizioso infinito. Il suolo sta già soffrendo per il freddo e la mancata protezione della neve che un tempo era molto più abbondante. Perché peggiorare le cose continuando a tirare i lembi di una coperta ormai troppo piccola?

Lo sci primaverile

Ancora peggio è quando si cerca di aumentare la permanenza della neve sulle piste anche nei periodi più caldi, quando dovrebbero sbocciare i primi fiori sul terreno. Dovrebbero, perché a causa della neve artificiale questo non succede. Nei luoghi soggetti a innevamento artificiale è stato infatti riscontrato un ritardo dell’inizio dell’attività vegetativa fino a 20-25 giorni. La conseguenza è un deterioramento progressivo del manto erboso, l’alterazione dell’ecosistema e quindi della biodiversità del territorio.

Le piste della Ski Dubai

La goccia che farà (o ha già fatto) traboccare il vaso è però l’installazione delle macchine produci-neve in località dove questa non si formerebbe mai in natura, come gli Emirati Arabi. La Ski Dubai utilizza la All weather snow making, prodotta dalla compagnia israeliana IDE tecnologies. Questa macchina è una sorta di enorme freezer che produce 500 tonnellate di neve al giorno, più del doppio rispetto a un cannone spara-neve. Per farlo ha ovviamente bisogno di più energia, sia per la quantità di neve prodotta, sia per raffreddare l’acqua e l’aria, non potendo sfruttare la temperatura esterna.

La sua versione più piccola è di 11 metri di altezza, 30 tonnellate di peso e costa 1,2 milioni di euro. Il suo motore ha una potenza di 235 kw, pari a quella di 1565 frigoriferi. Ogni tonnellata di neve prodotta consuma 12 kwh, paragonabile al consumo di un litro di benzina. Pensate a quante tonnellate di “neve” servano per la Ski Dubai: cinque piste da 22500 metri quadrati situate in un felicissimo contenitore di ferro e cemento in mezzo al deserto.

La neve sulle Alpi

Prima di Dubai, questa macchina è stata acquistata dalla Svizzera per gli impianti di Zermatt e Pitzal. Più comprensibile, visto che uno dei mercati più fiorenti in queste zone è proprio quello dello sci. La bolletta per questa macchina “magica” la pagano gli sciatori e, finché il bilancio finanziario è in attivo, nessuno si preoccupa molto della perdita a livello termodinamico. Non esiste infatti nessuna magia, solo un insostenibile sfruttamento di acqua ed energia per soddisfare i “bisogni” di investitori e turisti.

Lo so, non è facile per una località sciistica rinunciare al turismo invernale, che talvolta è la principale fonte di posti di lavoro e di sostentamento. Ma ad oggi l’unico modo per provare a ristabilire i livelli di precipitazioni nevose di 50 anni fa è fermarsi e cambiare business. I segnali del fatto che abbiamo superato i limiti ci sono già stati inviati da molti anni e a questo bisognava e bisogna prepararsi, non correre a veloci e inutili ripari.

Alcuni dati

Come ha rilevato il Centro Geofisico Prealpino, le precipitazioni nevose sono nettamente diminuite a partire dagli anni ’80. Nella zona di Campo dei Fiori a Varese, situata a 1226 m di quota, la media dell’altezza della neve tra il 1967 e il 1987 era di 403 cm. Tra il 1988 e il 2017 si è dimezzata, arrivando a soli 201 cm. A Varese si è passati da 69 cm a soli 33 cm.

Uno studio presentato dal Cnrs nella città di Grenoble rivela che a Col de Porte, a 1.326 metri di altitudine, in cinquant’anni vi è stato un calo della coltre nevosa da 120 a 50 centimetri. All’Alpe d’Huez, che raggiunge i 3.300 metri, nel 2015 sono state aperte solo 30 piste su 130. Sempre secondo lo studio, entro un decennio, due al massimo, tutti le piste da sci al di sotto dei 1.800 metri saranno condannate.

Nel 2015 a Madonna di Campiglio per consentire l’apertura della stagione sciistica sono stati utilizzati 400 mila metri cubi di neve artificiale. A Bormio sono stati investiti 8,5 milioni di euro per un impianto di innevamento programmato. 190 cannoni fissi e 50 cannoni mobili che garantiscono l’innevamento sull’80% delle piste (40 km su 50 totali).

Non sembra anche a voi che la cosa sia un po’ sfuggita di mano? Che sia un controsenso? Che sia una forzatura gigantesca? Se c’è una soluzione, quella è solamente fare un passo indietro e sperare che la neve, un giorno, torni a far parte del ciclo della natura. La quale, se l’avessimo rispettata fin da subito, oggi permetterebbe a noi e alle future generazioni di goderci la neve vera, gratuita e priva di effetti collaterali, che cade sempre e solo dalle nuvole.