Scioglimento dei ghiacciai: non domandiamoci se ma quando

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La rivista scientifica internazionale e non-profit chiamata Cryosphere si dedica alla divulgazione e discussione di argomenti ben specifici. Il focus è su tutti gli aspetti relativi all’acqua e al suolo congelati sulla Terra e in altri corpi planetari. Lo fa tramite articoli di ricerca, comunicazioni brevi e papers tecnici. Di recente, ha pubblicato i risultati della ricerca su un modello dell’università della Northumbria. I ricercatori, guidati da Sebastian Rosier, hanno riportato risultati allarmanti per quanto concerne lo scioglimento dei ghiacciai.

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L’allarme dalla ricerca

È una conferma che avremmo gradito non avere. I satelliti ci avevano già mandato osservazioni e segnali che facevano ipotizzare il peggio, eppure è grazie a questo modello che possiamo ora affermarlo. Lo scioglimento dei ghiacciai Pine Island e Thwaites ha raggiunto il punto di non ritorno. Parliamo di due tra i maggiori ghiacciai antartici. Il loro dissolvimento in acqua, unito a quello dei ghiacci nella regione sia inarrestabile e irreversibile. Qualora il modello avesse ragione, com’è ahinoi probabile, l’operazione porterebbe al collasso dell’intera piattaforma glaciale dell’Antartide occidentale. Significa che il livello dei mari si innalzerebbe in media di oltre tre metri, tanto è il ghiaccio contenuto da queste parti.

Massimo Frezzotti insegna geografia fisica a Roma Tre ed è ricercatore per ENEA (Agenzia Nazionale per le Nuove Tecnologie, Energia e Sviluppo Economico Sostenibile), egli ha spiegato così ad ANSA che cosa significhi questa ricerca. “Pine Island e Thwaites sono sotto osservazione da parecchi anni. Finora i modelli glaciologici non erano riusciti a riprodurre i dati emersi con le osservazioni satellitari. Gli indicatori di allerta ricavati dalle osservazioni sono stati riprodotti in questo modello, che conferma come le soglie limite siano già superate. Ciò per via dell’ingresso di acque calde dall’oceano.”

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Foto di WikiImages da Pixabay 

“La temperatura delle acque in Antartide è di -2 gradi ma ora stanno entrando acque di 2 o 3 gradi, con grande temperatura di fusione. Dovunque i ghiacciai si stanno ritirando al contatto tra ghiaccio e oceano. Il motivo sono proprio queste acque calde.” Aggiunge Frezzotti. C’è dunque attendibilità per questa ricerca il cui risultato ci fa arrabbiare. Stando così le cose, sembrerebbe che non abbia più senso domandarci se davvero avverrà lo scioglimento dei ghiacciai, bensì dobbiamo chiederci quando.

Alla radice del problema

Sono ormai passati decenni da quando abbiamo cominciato a studiare il preoccupante fenomeno dello scioglimento dei ghiacciai. La comunità scientifica si è concentrata su questo avvenimento da quando la riduzione della cortina gelata ai Poli si è resa più rapide ed evidente. Erano gli anni ’70 e già cominciavamo a capire che qualcosa non stava andando proprio nel verso giusto. Da 50 anni a questa parte tale alterazione ambientale non è più ravvisabile soltanto all’Artico oppure in Antartide. Basta infatti prendere in esame i vasti ghiacciai montani disseminati in tutto il mondo per vedere di quanto si stia riducendo la loro superficie. Ad oggi possiamo contare 15 milioni di chilometri quadrati ricoperti da ghiaccio sul nostro Pianeta. Parliamo del 69% delle risorse d’acqua dolce del globo.

È allarmante come, dalla seconda metà del ‘900, la quota di ghiacciai persa ogni anno sia aumentata a velocità sempre maggiore. La NASA, tramite le sue sofisticate rilevazioni, ci dice che ogni 12 mesi perdiamo qualcosa come 300 miliardi di tonnellate di ghiaccio al Polo Nord. Al Polo Sud, invece, rinunciamo a 130 miliardi di tonnellate ogni volta che cambiamo il calendario sulla parete. Per quanto concerne le vette montane, sono 35 i miliardi di tonnellate di ghiaccio che scompaiono annualmente. Questi dati sono in continuo peggioramento. Nel 2019 abbiamo raggiunto un massimo negativo: soltanto 3,82 milioni di chilometri quadrati sono rimasti congelati nell’Artico. È davvero molto poco.

Le cause dello scioglimento dei ghiacciai

A cosa dobbiamo tutto ciò? Le cause del disgelo sono principalmente quattro. Innanzitutto lo scioglimento dei ghiacciai si deve alla produzione di anidride carbonica dovuta alle attività umane: trasporti, allevamento, realtà industriali… che, come se non bastasse, è accompagnata da una continua deforestazione dei polmoni verdi mondiali. Questi sarebbero infatti in grado di imprigionare parte di questa CO2. Contribuiscono in maniera decisa al surriscaldamento anche i combustibili fossili, ancora troppo largamente impiegati nel settore energetico. Da questi fattori deriva la quarta causa scatenante, la principale di tutte: l’inarrestabile innalzamento delle temperature globali. È stato stimato che la media mondiale sia cresciuta di un grado dal 1800 a oggi. L’aumento potrebbe raggiungere gli 1,5 o addirittura i 2 gradi in più entro il 2050.

Effetti e conseguenze

Quel che lo scioglimento dei ghiacciai può comportare è disastroso per il Pianeta, inutile usare mezzi termini. L’ecosistema nel suo complesso corre il rischio di andare incontro ad effetti distruttivi. Ovviamente, all’interno dell’ecosistema viviamo anche noi uomini e tutti gli altri animali. Alcuni habitat naturali stanno già subendo le conseguenze del cambiamento e numerosi rappresentanti della flora e della fauna mondiale stanno scomparendo a causa di questi stravolgimenti.

Il primo effetto che potrebbe derivarne è l’innalzamento del livello dei mari. L’università inglese di Bristol portò avanti uno studio, nel 2018, rivelando come lo scioglimento completo dei ghiacciai in Antartide porterebbe a 58 centimetri in più per l’intera massa idrica globale. Si tratta ovviamente di una media, alcune aree sarebbero più a contatto con questo problema di altre. In Groenlandia, ove troviamo una delle masse ghiacciate più estese al mondo, la superficie dell’oceano potrebbe far registrare un pressoché ingestibile +7,4 metri. All’innalzamento dovuto a questo dissolvimento dobbiamo aggiungere i circa 41 centimetri di acqua in più che si dovrebbero allo scioglimento delle calotte montane.

In seguito a questo fenomeno, numerose tra le città situate su coste o lagune finirebbero sommerse, come ad esempio Venezia o Miami.

Business Insider ci mostra cosa attenderebbe l’Europa in caso di scioglimento completo dei ghiacciai.

Stravolgimenti e riduzione della biodiversità

Una massa liquida più voluminosa non potrebbe che causare grossi stravolgimenti all’ambiente marino. Pensiamo ad esempio a quali modifiche potrebbero riguardare tutte le principali correnti cicloniche, dalle quali dipende il benessere di intere comunità. Le aree più a Nord del mondo potrebbero iniziare processi di tropicalizzazione, quelle a ridosso dell’Equatore andare incontro a desertificazione e l’intero Pianeta sarebbe sempre più frequentemente vittima di uragani, trombe d’aria e incendi.

Non sottovalutiamo poi l’importanza dell’albedo terrestre. La superficie candida di neve e ghiaccio riflette instancabile le radiazioni solari, contribuendo in prima persona alla stabilità delle temperature sulla Terra. Più questa porzione si ridurrà più energia sarà assorbita dal terreno, il quale, naturalmente, non potrà che rilasciarla sotto forma di calore. In tal modo, il surriscaldamento globale si farà un problema ancor più serio. Se dunque i mari saranno più alti e le temperature più elevate, che cosa accadrà agli esseri viventi che abitano il nostro ecosistema al suo stato attuale? Le specie tropicali potrebbero migrare verso nord, per ritrovare a latitudini desuete il clima più adatto alla loro vita, sostituendo completamente le popolazioni autoctone. Per i vegetali, i quali ovviamente non si muovono, le conseguenze potrebbero essere ben peggiori. Intere popolazioni di funghi correranno il rischio estinzione a causa del caldo che le soffocherà.

Gli orsi polari sono tra le specie più minacciate dal surriscaldamento globale. Foto di emmastout da Pixabay 

Strettamente legata alla perdita di biodiversità è l’alterazione della catena alimentare la quale non potrà che coinvolgerci tutti. Sempre più specie, incapaci di nutrirsi come sapevano, andranno incontro alla riduzione del numero di esemplari. Messo a sistema, ciò significherà maggiore difficoltà a nutrirsi anche per l’essere umano, il quale ha già seri problemi a produrre il cibo necessario ad una popolazione sempre maggiore. Tutto è collegato.

Scioglimento dei ghiacciai: i più minacciati

Sono numerose le specie animali che già oggi cominciano ad accusare problemi di sopravvivenza legati agli effetti del cambiamento climatico. Anche alcune comunità umane, principalmente quelle residenti negli atolli circondati dall’Oceano Pacifico, lamentano problemi di alluvioni, inondazioni e incendi. Pensiamo soltanto a cosa avvenne in Australia, tra il 2019 e il 2020. Si stima che quei roghi innalzarono le temperature di almeno 1 grado grazie alla continua e ininterrotta emissione di nero di carbonio, il famigerato black carbon. Si tratta di un pigmento prodotto dalla combustione incompleta di prodotti petroliferi pesanti quali catrame di carbone fossile, grassi e oli vegetali.

Vi sono due popolazioni animali particolarmente sensibili al surriscaldamento globale, le quali sono particolarmente minacciate dall’innalzamento delle temperature: tartarughe e orsi polari. Questi ultimi faticano sempre più a trovare prede di cui nutrirsi. Restano dunque digiuni per diverse settimane e costretti a intraprendere a volte anche vere e proprie migrazioni per raggiungere acque pescose. Ciò comporta un dispendio energetico enorme ed è il motivo per il quale sempre più sovente vediamo orsi polari magri e affaticati nei documentari televisivi.

Per quanto riguarda le tartarughe, invece, esse soffrono particolarmente il mutamento del loro habitat naturale dovuto all’innalzamento delle temperature. Questi esemplari devono spingersi sempre più a nord per depositare le loro uova, trovandosi a dover competere con predatori spesso sconosciuti. Si verifica inoltre un problema nella distribuzione dei generi. Il sesso delle tartarughe neonate si deve infatti principalmente alla temperatura nella quale viene lasciata la covata. Da uova messe a riposo con meno di 27 gradi usciranno principalmente maschi mentre da uova lasciate a oltre 30 gradi nasceranno soprattutto femmine. Si corre così il rischio che gli esemplari femminili saranno sempre più numerosi e, dunque, incapaci di trovare un partner per la fecondazione. Lo scioglimento dei ghiacciai è una bomba a orologeria vicinissima al doppio zero; dobbiamo fare qualcosa per ritardarne – se non proprio evitarne, come sarebbe ideale – l’esplosione.

Lo scioglimento dei ghiacciai come bomba ad orologeria: il video di Fanpage dimostra quanto esso sia legato al surriscaldamento globale.

Cosa possiamo fare per arginare lo scioglimento dei ghiacciai?

Questa grave minaccia che incombe su di noi come una spada di Damocle può essere arginata? Qualora ciascuno di noi inizi in maniera seria, da oggi, a operare scelte quotidiane volte a contrastare questa crisi, siamo ancora in tempo per rallentare questo fenomeno. Devono muoversi con impegno e concretezza i governi, i quali devono implementare misure per evitare una crescita troppo incontrollata delle temperature, e devono farlo presto. Già rispettare davvero gli accordi di Parigi del 2015 sarebbe un ottimo primo passo nella giusta direzione, sfortunatamente non lo sta facendo quasi nessuno dei firmatari. Ridurre le emissioni nocive è imperativo per riuscire a mantenere l’innalzamento delle temperature entro gli 1,5/2 gradi centigradi.

Non possiamo però certo delegare tutto a chi prende le decisioni. Anche noi cittadini dobbiamo fare la nostra parte, la quale potrebbe rivelarsi persino più importante di quella politica. Proviamo ad osservare i seguenti comportamenti: se saremmo efficaci e costanti nel farlo l’ambiente ci ringrazierà e potremmo dire di aver orgogliosamente fatto la nostra parte per combattere lo scioglimento dei ghiacciai.

Iniziamo dall’ottimizzare i nostri consumi energetici, in maniera tale da evitare sprechi e ridurre l’impatto sulle emissioni di CO2 in atmosfera. Come fare? Scegliendo elettrodomestici a basso consumo, sostituendo le vecchie lampadine con impianti a led, evitando di lasciare gli elettrodomestici in stand-by e riducendo la temperatura del termostato. Dobbiamo fare in modo di ottenere l’energia di cui abbiamo bisogno da fonti rinnovabili e optare per la mobilità sostenibile, tanto sulle tratte lunghe quanto su quelle più corte. Puntando su un’alimentazione consapevole, incentrata su pietanze locali e stagionali, limiteremmo gli alti costi economici e ambientali legati agli allevamenti intensivi e consumando alimenti a chilometri zero abbatteremmo enormemente i costi di trasporto e stoccaggio.

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Neve artificiale: unica possibilità per lo sci?

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https://anchor.fm/lecopost/episodes/Neve-artificiale–sempre-pi-necessaria-ejn7dv

La settimana bianca, il weekend sulla neve, la domenica di sci. Per i numerosi italiani che amano la montagna l’inverno offre opportunità meravigliose: le vette dolomitiche, le Alpi e persino gli Appennini propongono comprensori estremamente suggestivi e sorgenti di divertimento estremo nella stagione fredda. L’indotto montano, però, è seriamente minacciato dal surriscaldamento globale. Senza ricorrere all’utilizzo della neve artificiale, infatti, l’industria dello sci non sembra più in grado di reggere.

La nivometria del varesotto mostra quanto siano diminuite, negli ultimi 50 anni, le precipitazioni nevose. Grafico: Centro Geofisico Prealpino.

Bella questa neve artificiale

Il cambiamento climatico, responsabile del surriscaldamento globale ha comportato la sempre più decisa riduzione delle precipitazioni nevose. Soltanto negli ultimi 20 anni, è stato stimato che le nevicate si siano ridotte del 78%, un dato che impressiona. Per riuscire dunque a far partire la stagione sciistica è sempre più necessario sparare, come si suol dire, neve finta tramite appositi cannoni, e non solo alle quote più basse.

La motivazione che spinge ad affidarsi sempre di più alla neve programmata la rivela Valeria Ghezzi, presidente di ANEF, l’associazione nazionale degli esercenti funiviari. “La neve artificiale è ormai fondamentale per diversi motivi. Il primo e principale è che rappresenta una polizza di assicurazione: Se non scende la neve, la fabbrichiamo e la stagione è salva. Ciò non vale soltanto per gli impianti sciistici. Questa polizza di assicurazione vale anche per il sistema economico delle località di montagna.” Ecco la verità sbattuta in faccia. Senza la neve tecnica, termine che più propriamente indica la neve artificiale, addio sci o quasi. Questo è l’impatto già evidente del surriscaldamento globale sulle nostre vite.

Senza sci bisognerebbe rinunciare agli introiti di un settore turistico che richiama annualmente 4 milioni di appassionati soltanto in Italia. Oltre a dover fare a meno del divertimento di scivolare giù dalle montagne, naturalmente, non quantificabile in termini economici ma altrettanto importante, se non di più, del sonante danaro. Fino al 2018, la montagna valeva qualcosa come l’11% del Prodotto Interno Lordo turistico nazionale. Il fatturato montano produceva 11 miliardi di euro ogni 12 mesi; 4,6 dei quali derivanti dallo sci in senso stretto. Nella stagione invernale successiva si è registrato un calo di presenze, così come nell’ultima, quando sugli spostamenti ha influito anche il nuovo coronavirus.

Quanto valgono le Alpi

Per avere contezza di quanto davvero significhino le Alpi e lo sci, dobbiamo tener conto di quanto affascinino. Nel mondo, uno sciatore su due si reca sulle Alpi per sfoggiare salopette e mascherina da sole. Le presenze sull’arco montano europeo sono da sempre numerosissime, seppure ultimamente stiano calando, proprio perché la neve è sempre meno copiosa. Per introiti e riconoscimento istituzionale internazionale, se le Alpi fossero una nazione sarebbero il secondo Stato europeo.

Dal Piemonte alla Slovenia, attraversando la Francia, la Svizzera, il Liechtenstein, l’Austria e la Baviera incontriamo 48 regioni, abitate da 80 milioni di persone e in grado di produrre un PIL locale pari a 3 trilioni di euro ogni anno. Le Alpi sono il cuore ricco – una volta ricchissimo – del Vecchio Continente. Su di esse, però, aleggia lo spettro climatico: temperature sempre più alte e, dunque, montagne sempre meno bianche. Secondo la rivista Time, negli ultimi 60 anni la stagione della neve, lungo l’arco alpino, si è accorciata di 38 giorni. Oltre un mese perso a causa del surriscaldamento globale.

Neve artificiale per sopravvivere

Il turismo invernale è un patrimonio. In Italia contiamo 1820 impianti di risalita – i quali impiegano 840 mezzi speciali, denominati “gatti delle nevi” – e un indotto di oltre 400 aziende. Solamente gli impianti di risalita occupano 12mila persone in maniera diretta e ne impiegano altre 2000 in maniera indiretta nei rifugi, nel noleggio attrezzature e come istruttori di sci (dati ANEF). Va da sé che questo intero settore necessita di un manto nevoso costante e abbondante. Per garantirlo, non è più possibile prescindere dalla neve artificiale. Se non si vuole soffocare questo mondo, bisogna ricorrere all’innevamento programmato e sopperire all’irregolarità e alla carenza della neve naturale utilizzando la sofisticata tecnica nota come snowfarming. Più si abbassano le quote, maggiore è lo sfruttamento di queste tecnologie.

L’impatto di queste tecnologie però può diventare pesante, tanto in termini economici quanto ambientali.

Le temperature negative, sotto lo zero, sono sempre più rare e anche le più celebri località sciistiche, citiamo Madonna di Campiglio e Plan de Corones ma non sono le uniche, possono andare incontro a difficoltà nel conservare e mantenere la propria neve artificiale. Per distendere la coltre bianca, infatti, occorrono 100 ore di temperatura non superiore allo 0. Dal momento che tale condizione è sempre più rara, si stanno sviluppando anche macchine capaci di produrre e mantenere neve artificiale a temperature positive. Il brevetto à della azienda italiana Neve XN.

Quali sono i costi

Inevitabilmente, la produzione di neve artificiale aumenta, non di poco, i costi di esercizio. Alla stagione scorsa l’Italia contava più di 3200 chilometri di piste attive, sul 72% delle quali si trovavano macchinari per comporre la coltre bianca. Questi dispositivi hanno un costo che spazia tra gli 11 e i 15mila euro per ettaro. La differenza la fanno fattori variabili quali esposizione al sole, natura del terreno e dislocazione dei bacini sfruttati per l’approvvigionamento idrico. La costruzione degli impianti ha invece un costo che oscilla tra i 100 e i 140mila euro per ettaro. Solitamente occorrono una ventina d’anni per il completo ammortamento della spesa di installazione. Le spese non gravano solo sul privato; sovente province, regioni e/o comunità montane contribuiscono all’esborso.

Diversamente da quanto qualcuno potrebbe pensare, non si usa alcun additivo chimico per produrre neve artificiale. Elementi chimici non sarebbero particolarmente utili e, soprattutto, metterebbero in pericolo l’utilità estiva dei terreni ove si scia, i quali sono adibiti a pascolo nella bella stagione. L’innevamento programmato ha un solo ingrediente: l’acqua. Essa viene prelevata da laghi e ruscelli poco distanti, siano essi naturali o artificiali. Da queste falde si conduce l’acqua alle macchine sfruttando i declivi montuosi o tramite pompe e condotte. I dispositivi poi la miscelano con aria a bassissima temperatura, sotto pressione, e predispongono l’azione dei generatori a ventola (i cannoni sparaneve) o delle lance, le quali hanno una gittata considerevolmente più ridotta. Talvolta vengono utilizzate vere e proprie macchine frigorifere, trasportabili con appositi veicoli.

Un generatore a ventola. Foto: Demaclenko.

Un aiuto dalla tecnologia

Nel corso degli ultimi 15 anni, l‘efficienza degli strumenti per produrre neve artificiale è enormemente migliorata. A parità di consumo idrico ed energetico, siamo oggi in grado di produrre una quantità di prodotto cinque volte superiore. Possiamo controllare i dispositivi e programmarli da remoto per funzionare soltanto nelle giornate più fredde, utilizzando meno energia. La coltre bianca generata in questa maniera, terminato il proprio ciclo, torna nell’ambiente sotto forma liquida. Insomma, i costi economici sono certamente elevati eppure non ci sono altre vie per mantenere l’industria bianca che profitta dalla stagione invernale. Spese a parte, però, qual è l’impatto della neve artificiale sull’ambiente?

Come si produce la neve artificiale. Approfondimento curato da Tecmania.

Neve artificiale: cosa comporta in termini ambientali

Per rispondere alla domanda non possiamo, sfortunatamente, basarci su analisi estese e complessive a livello nazionale – o regionale se è per questo – poiché non ne esiste alcuna. Lo studio che vi si avvicina maggiormente è stato condotto dall’Agenzia Nazionale per le Nuove Tecnologie, l’Energia e lo Sviluppo Economico Sostenibile (ENEA). Esso è un ente pubblico, controllato dal Ministero per lo Sviluppo Economico, finalizzato a ricerca, innovazione tecnologica e prestazione di servizi avanzati a imprese, pubblica amministrazione e cittadini. Gli ambiti di cui si occupa sono quelli dell’energia, dell’ambiente e dello sviluppo economico, purché sostenibile. I ricercatori dell’ente hanno preparato un dossier, intitolato Carbon and Water Footprint degli impianti di innevamento programmato, per il quale hanno monitorato 3 impianti collocati in aree geografiche e condizioni operative differenti. L’indagine non è più aggiornatissima, risalendo alle stagioni comprese tra il 2014 e il 2016 ma permette comunque una base di ragionamento.

I dati raccolti indicano che i tre impianti impattino, in termini di anidride carbonica CO2 equivalente, tra i 700 e 1300 chilogrammi per ettaro innevato, sull’intera stagione invernale. La differenza si deve principalmente al fatto che uno dei 3 impianti era alimentato con energia fossile, mentre gli altri due utilizzavano l’idroelettrico, fonte rinnovabile. Naturalmente, il primo impianto incide maggiormente relativamente alla produzione di gas serra, mentre gli ultimi due sono più costosi in termini di realizzazione di materiali necessari a condurre l’acqua al macchinario.

Non disponiamo di un censimento che misuri il dispendio energetico impianto per impianto, dunque i dati ora visti hanno un significato statistico piuttosto limitato. Secondo ANEF, ad ogni modo, i consumi degli impianti funiviari italiani ammonterebbero a 357 milioni di kWh annui. Soltanto il 40% di questo totale deriva da energia rinnovabile, non abbastanza. “Gli impianti a energia fossile sono vicini alle città, quelli prealpini. Qualcosa anche in Appennino, ove avere a disposizione l’idroelettrico non è la normalità” ha affermato Valeria Ghezzi.

La montagna va a gasolio

A onor di cronaca, dobbiamo puntualizzare che per avere neve non basta spararla; essa va portata sulla pista, stesa e battuta in posizione. Queste operazioni, certamente indispensabili, sono avversate dagli ambientalisti. Esse, infatti, finiscono per disturbare il contesto naturale che le subisce. Gli aspetti di gestione e preparazione delle piste sono fattore di stress e alterano il normale assetto ambientale. Se a questo si aggiunge l’impatto che ha la costruzione delle tubature e di tutta quell’impiantistica atta all’innevamento meccanico, ecco che ci si rivela tutto il costo ambientale della neve artificiale.

Per stendere e posizionare il manto nevoso creato si utilizzano i battipista – i cosiddetti gatti delle nevi – presenti in Italia con una flotta di circa 840 unità. Essi sono veicoli alimentati a gasolio, in tutto paragonabili a camion motorizzati da una potenza che si avvicina ai 400 cavalli. Possiamo immaginarci facilmente il significato di questo dato in termini di inquinamento acustico e ambientale. A ciò dobbiamo poi aggiungere tutto l’inquinamento prodotto dai turisti che si recano in montagna in auto, ben maggiore, ma non dobbiamo comunque ignorare l’impatto dei battipista, il quale è considerevole.

In Germania stanno introducendo dei mezzi bimotore, ibridi, che utilizzano anche l’elettrico. I costi produttivi di un simile veicolo, però, restano ancora insormontabili. Questi mezzi, dopotutto, hanno necessità di potenza. Operano in pendenza, a temperature basse e dispongono di lame e frese che vanno messe e mantenute in funzione. È poco verosimile pensare che la montagna possa smettere, nel breve, di andare a gasolio.

Come comportarsi?

Dal momento che il surriscaldamento globale galoppa inarrestabile, a maggior ragione a seguito della pandemia che sta vanificando gran parte degli sforzi fatti in precedenza per combattere il cambiamento climatico – si pensi alle fabbriche riattivate al massimo della loro potenza per rimettere in moto l’economia o alle mascherine disperse ovunque nell’ambiente – avremo sempre più necessità della neve artificiale. Come si è scritto, il settore del turismo montano non vive altrimenti.

Come si deve comportare il turista? Al solito, innanzitutto è importante essere informati di che cosa significhi andare a sciare, di questi tempi. In secondo luogo, poi, il consiglio è quello di scegliere comprensori alti, in quota, ove l’impatto dell’innevamento industriale è minore. Qualora ciò non ci fosse possibile, per via dei costi o delle distanze, allora è consigliabile sfruttare i comprensori più vicini alla nostra residenza, magari quelli appenninici, riducendo così le emissioni dovute al nostro spostamento. Quest’ultimo, poi, non è detto che debba essere affrontato in auto, si può valutare di coprire la distanza in treno, magari. Ovviamente, fare la cosa green è sempre la scelta più faticosa; stare dalla parte dell’ambiente è la scelta più difficile ma anche l’unica possibile.

Ci auguriamo che la tecnologia riesca ad andare incontro al meglio alle esigenze di questo settore. Se così non fosse il turismo invernale diverrebbe un indotto sempre più inquinante, difficilmente sostenibile, quando non seriamente dannoso per l’ambiente.

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Alluvioni estive e danni climatici, quali sono le colpe dell’uomo

La mano dell’uomo gioca un ruolo di assoluto primo piano nella propagazione e prosperazione dei fenomeni atmosferici estremi. La distruttività delle alluvioni estive, ad esempio, si deve a gravi mancanze ambientali che da tempo vengono messe in risalto da geologi e ambientalisti: la latitante manutenzione di sponde e argini fluviali, la selvaggia cementificazione dei letti e delle aree ad essi adiacenti, le canalizzazioni forzate, tutte queste operazioni condotte dall’uomo portano a un serio dissesto idrogeologico. È stato calcolato che in Italia si consumino ogni giorno circa 90 ettari di suolo. È naturale che, se aggiungiamo a questi dati il surriscaldamento globale, ci accorgiamo bene di quale sia la strada che stiamo percorrendo.

Degrado ecologico e innalzamento delle temperature non sono una buona accoppiata. Dobbiamo sforzarci di dividerla, eppure, sembra che la comunità umana mondiale sia piuttosto lieta di questo metaforico fidanzamento, tanto che continua a rafforzarlo, comportandosi in maniera sbagliata, incurante della salvaguardia ambientale. Se vogliamo evitare altri articoli che parlano di alluvioni estive e delle loro brutte conseguenze, occorre agire in fretta.