Armani contro la fast-fashion: “È immorale”

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Uno dei pilastri della moda mondiale ha detto basta alla moda. O almeno a quella che ormai ci siamo abituati a conoscere, molto ben racchiusa nella locuzione inglese “fast fashion”.

Armani contro la fast-fashion

Giorgio Armani, lo stilista italiano fondatore dell’omonima casa di moda, si è recentemente espresso contro il concetto imperante della fast fashion in una lettera alla rivista WWD (Women’s Wear Daily). Di seguito alcune delle sue parole.

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Il declino del sistema moda, per come lo conosciamo, è iniziato quando il settore del lusso ha adottato le modalità operative del fast fashion con il ciclo di consegna continua, nella speranza di vendere di più… Io non voglio più lavorare così, è immorale.

Armani si riferisce al fatto che ormai, anche nel settore del lusso, si è diffuso il concetto della “moda veloce”, che scade dopo ogni stagione e che si rinnova forzatamente alimentando però, di fatto, il susseguirsi di fugaci mode del momento, perdendo quindi le caratteristiche di unicità e personalità. E questo cerchio è stato iniziato per creare, finiamo sempre lì, più introiti. Anche l’alta moda, sia chiaro, segue il profitto, che sappiamo essere molto alto. Ma questa non nasce avendo il profitto come unico obiettivo, o almeno non ai livelli della moda low-cost. L’alta moda è quasi sempre nata in seguito a una passione, e alla volontà di creare capi che durassero nel tempo, sia dal punto di vista della qualità, sia dal punto di vista del “trend” in sé.

“La cultura usa e getta ci sta uccidendo”

Già nel lontano 2011 Tom Ford, un altro grande stilista, aveva espresso in un’intervista cosa fosse per lui il lusso e una delle caratteristiche era proprio quella di discostarsi da una moda che cambia “ora per ora”.

“Il lusso oggi significa qualità e autenticità. Io sto creando un prodotto che non sia vuoto. In un’epoca in cui la cultura usa e getta ci sta letteralmente uccidendo, un prodotto deve essere intriso di integrità. Noi stiamo costruendo un portfolio di cose realizzate per durare e non che siano “alla moda” o che abbiano una scadenza, il che è un drastico cambiamento che sta avvenendo nel settore”.

Questo era quindi un problema già sentito nel 2011, quando il termine fast fashion ancora non era stato coniato. Oggi, forse, abbiamo raggiunto quello che possiamo definire un estremo, un picco, o almeno questo è ciò che Armani auspica nella sua lettera, che continua così.

Oggi un mio capo diventa obsoleto dopo tre settimane in una inaccettabile corsa contro il tempo. Inoltre è assurdo che d’inverno vengano esposti capi estivi e d’estate capi invernali.

Negli ultimi anni infatti non basta più “essere alla moda” nel mese corrente. Vi è invece una smania irrefrenabile di sapere quali siano i trend della stagione successiva e, addirittura, quelli dell’anno successivo, così da farci trovare pronti non appena un nuovo mese bussa alla nostra porta. L’intenzione di arrivare prima degli altri ed essere quindi “unici” viene così spazzata via dalla realtà dei fatti, ovvero che ormai tutti conoscono i nuovi trend e tutti arrivano prima di tutti, credendosi speciali. In questo modo, però, si sta creando un fenomeno di uniformità che è diametralmente opposto all’intenzione originaria.

Il danno ambientale della moda

Se l’erroneità che l'”ultima moda” porta con sé è un concetto troppo astratto, forse quello del danno ambientale che lo stesso concetto comporta, è più visibile. Aspettare 12 mesi perché un trend sia di moda, per poi indossare quei capi per poco più di uno, crea uno spreco delle risorse senza precedenti.

L’industria della moda è responsabile del 10 percento di tutta l’anidride carbonica emessa dalla razza umana. Questa quantità corrisponde a più di tutti i voli internazionali e tutte le spedizioni via mare messi insieme. Per non parlare dell’impronta idrica dei tessuti: per produrre una maglietta sono infatti necessari circa 700 litri d’acqua; per un paio di jeans i litri raggiungono i 7000. Infine, lo sfruttamento dei dipendenti perché lavorino di più e più in fretta per il fatto che le persone comprano sempre più e sempre più spesso, è poi profondamente ingiusto.

Dopo la crisi ridefinire tutto, anche la moda

Giorgio Armani sembra esserne consapevole e incoraggia le industrie della moda ad esporre, dopo questa crisi, soltanto la collezione invernale, non quella dell’anno a venire, mettendo quindi le persone di fronte ai loro bisogni reali, non ai loro capricci.

Armani spiega di essere già al lavoro con i suoi team per ridefinire tutto: i capi saranno in boutique nelle stagioni in corso, basta alla spettacolarizzazione, agli sprechi di denaro, all’inquinamento. E conclude: Questa crisi è una meravigliosa opportunità per rallentare tutto, per riallineare tutto, per disegnare un orizzonte più autentico e vero. Il momento che stiamo attraversando è turbolento, ma ci offre la possibilità, unica davvero, di aggiustare quello che non va, di togliere il superfluo, di ritrovare una dimensione più umana… Questa è forse la più importante lezione di questa crisi.

Come abbiamo imparato in questi giorni di quarantena, quello che conta davvero sono le cose semplici. Al primo posto vi è ciò che ci permette di sopravvivere, ovvero cibo, acqua e un tetto sopra la testa. Ma vi sono anche le nostre passioni autentiche e poi, ovviamente, le relazioni con le altre persone. La moda dovrebbe riflettere questo stile di vita: soddisfare il bisogno primario del coprirsi, aggiungendo un tocco di stile che possa esprimere la nostra personalità e le nostre passioni. La moda deve infine dare valore alle persone, e non il contrario.

Cosa sta facendo Armani?

Uno dei modi per capire se un brand sia sostenibile è quello di controllare sul sito ufficiale. Se infatti il brand ha a cuore l’ambiente, non vi sarebbe motivo di nasconderlo. Sul quello di Armani c’è, anche se non è messo particolarmente in evidenza. Armani dichiara di utilizzare materie prime di qualità, come il cotone organico, oppure di usare materiali riciclati per i packaging o addirittura per il design delle sedi lavorative.

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Nei suoi uffici, poi, Armani dice di differenziare i rifiuti, di educare i dipendenti riguardo alle tematiche ambientali e promuove la mobilità elettrica e il car/scooter sharing. Di recente Armani ha anche collaborato con Fiat e Earth Alliance, la fondazione di Leonardo di Caprio per combattere il cambiamento climatico, creando la storica Fiat 500 nella sua versione elettrica.

Una piccola riserva

Tutto molto bello, ovviamente. Noi per ci riserviamo una piccola parte di dubbio e scetticismo in quanto, prima di tutto, Armani produce capi di abbigliamento, accessori e cosmetici spesso inutili o superflui. Non è quindi un marchio i cui prodotti sono da prendere d’assalto, anche se l’intera casa diventasse 100% sostenibile. In più, stando al Report 2019 del Fashion Transparency Index, che indica il livello di trasparenza dei brand di moda, Armani si trova al livello più basso. E, anche a causa dell’impossibilità di tracciare, per esempio, la sua filiera produttiva e le sue emissioni, il sito “Good on You“, che si occupa di valutare i livello di sostenibilità dei brand, categorizza Armani come “non buono abbastanza”.

Abbiamo però riportato le parole di Giorgio Armani perché riteniamo siano un buon concetto da tenere a mente quando tutto questo sarà finito, ovvero di dare più importanza all’aspetto umano delle cose invece che a quello materiale. In più ci ricorda di attingere meno dalla fast fashion e comprare invece capi più qualitativi e più duraturi.

“Scene da una città arida”. In crisi siamo tutti uguali [VIDEO]

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In questi giorni difficili ognuno cerca di fare quello che può per aiutare sé stesso e gli altri. Così hanno fatto anche alcune piattaforme streaming e siti di intrattenimento, mettendo a disposizione alcuni film e documentari gratuitamente. E così ha fatto Idfa, International Documentary Film Festival di Amsterdam, sul cui sito si possono guardare alcuni dei loro migliori documentari. Uno di questi è “Scenes from a Dry City“, che racconta la crisi in Sudafrica e di cui ora vi parlo.

Le similarità delle crisi

Questo breve ma bellissimo documentario mostra gli effetti della siccità che si è abbattuta sul Sudafrica nel 2018. Anche se il background di questa crisi è diverso da quello che stiamo vivendo noi oggi, ho trovato interessante come alcuni aspetti delle due difficili situazioni siano molto simili.

Le misure restrittive

Innanzi tutto il modo con cui il governo ha deciso di affrontare e risolvere la crisi, ovvero imponendo delle restrizioni alla popolazione riguardo alla quantità di acqua da utilizzare. Nel documentario si vede, per esempio, la polizia che pattuglia le strade controllando che le persone seguano le regole. Un clima di terrore in alcuni casi necessario nel quale anche noi ci stiamo abituando a vivere.

Disparità sociale

In secondo luogo, il documentario mostra le disparità sociali che la mancanza di acqua ha portato alla luce e che in Sudafrica sono ancora molto marcate. Se per alcuni infatti il limite di acqua da utilizzare eccedeva di molto la quantità che normalmente hanno a disposizione, per i più ricchi è stato più difficile adattarsi alle nuove condizioni di consumo. Dall’altro lato, però, le persone più benestanti possono far fronte alla crisi in modo più agevole, utilizzando i loro soldi e i loro mezzi per sopperire ad altre mancanze.

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Lo stesso sta accadendo qui. Da un lato, per coloro che di solito non si possono permettere di andare spesso al ristorante o viaggiare, oppure di avere un lavoro flessibile, la vita non è cambiata drasticamente. Dall’altro queste persone sono le stesse che vivono in case molto piccole e poco adatte a una quarantena lunga più di un mese. Inoltre sono coloro che risentono maggiormente della crisi economica che si è abbattuta sulla Nazione poiché, per esempio, non hanno molti soldi da parte e devono affidarsi totalmente alla cassa integrazione.

Dio non è morto

E poi vi sono loro, i gruppi religiosi, che in periodi di crisi rimpolpano le loro fila più che mai. Comprensibilmente, aggiungerei, visto che uno dei motivi per cui sono nate le religioni nell’antichità era quello di rassicurare gli esseri umani di fronte all’inspiegabilità della natura e delle ingiustizie del mondo. Di fronte quindi a questi nefasti e improvvisi eventi, le persone si rifugiano nell’unica consolazione che in quel momento riescono a trovare: quella di Dio.

Prolificano quindi anche le risposte ciniche e schiette di chi, invece, in Dio non crede, oppure semplicemente vuole delle spiegazioni più realistiche. In Sudafrica, per esempio, c’è chi si è affidato ai politici che lottano per abbattere le barriere sociali o perché l’acqua sia disponibile gratuitamente per tutti. Oppure chi protesta perché nel mondo vi sia più rispetto per le risorse naturali del pianeta. In Italia, allo stesso modo, per combattere il coronavirus molti si affidano soltanto ai medici e agli infermieri. Altri confidano anche nei politici, perché trovino soluzioni drastiche e veloci a questo problema.

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Nessuno si salva da solo

Da ultimo, ma sicuramente non per importanza, emerge dal video la necessità che tutti facciano la propria parte. La sensazione è che solo così il Sudafrica sia riuscito ad uscire dalla siccità, o almeno dal periodo di maggiore difficoltà.

Il Papa stesso ieri in Vaticano ha incoraggiato i popoli, anzi, le persone di tutto il mondo ad agire uniti, perché “nessuno si salva da solo”.

Insomma, in poco più di dieci minuti i registi François Verster e Simon Wood sono riusciti a mostrarci le caratteristiche di una crisi nazionale, nelle cui immagini e parole ad oggi riusciamo, purtroppo, ad immedesimarci.

https://www.youtube.com/watch?v=D0z02MIFSX0

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