Scioglimento dei ghiacciai: non domandiamoci se ma quando

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La rivista scientifica internazionale e non-profit chiamata Cryosphere si dedica alla divulgazione e discussione di argomenti ben specifici. Il focus è su tutti gli aspetti relativi all’acqua e al suolo congelati sulla Terra e in altri corpi planetari. Lo fa tramite articoli di ricerca, comunicazioni brevi e papers tecnici. Di recente, ha pubblicato i risultati della ricerca su un modello dell’università della Northumbria. I ricercatori, guidati da Sebastian Rosier, hanno riportato risultati allarmanti per quanto concerne lo scioglimento dei ghiacciai.

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L’allarme dalla ricerca

È una conferma che avremmo gradito non avere. I satelliti ci avevano già mandato osservazioni e segnali che facevano ipotizzare il peggio, eppure è grazie a questo modello che possiamo ora affermarlo. Lo scioglimento dei ghiacciai Pine Island e Thwaites ha raggiunto il punto di non ritorno. Parliamo di due tra i maggiori ghiacciai antartici. Il loro dissolvimento in acqua, unito a quello dei ghiacci nella regione sia inarrestabile e irreversibile. Qualora il modello avesse ragione, com’è ahinoi probabile, l’operazione porterebbe al collasso dell’intera piattaforma glaciale dell’Antartide occidentale. Significa che il livello dei mari si innalzerebbe in media di oltre tre metri, tanto è il ghiaccio contenuto da queste parti.

Massimo Frezzotti insegna geografia fisica a Roma Tre ed è ricercatore per ENEA (Agenzia Nazionale per le Nuove Tecnologie, Energia e Sviluppo Economico Sostenibile), egli ha spiegato così ad ANSA che cosa significhi questa ricerca. “Pine Island e Thwaites sono sotto osservazione da parecchi anni. Finora i modelli glaciologici non erano riusciti a riprodurre i dati emersi con le osservazioni satellitari. Gli indicatori di allerta ricavati dalle osservazioni sono stati riprodotti in questo modello, che conferma come le soglie limite siano già superate. Ciò per via dell’ingresso di acque calde dall’oceano.”

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Foto di WikiImages da Pixabay 

“La temperatura delle acque in Antartide è di -2 gradi ma ora stanno entrando acque di 2 o 3 gradi, con grande temperatura di fusione. Dovunque i ghiacciai si stanno ritirando al contatto tra ghiaccio e oceano. Il motivo sono proprio queste acque calde.” Aggiunge Frezzotti. C’è dunque attendibilità per questa ricerca il cui risultato ci fa arrabbiare. Stando così le cose, sembrerebbe che non abbia più senso domandarci se davvero avverrà lo scioglimento dei ghiacciai, bensì dobbiamo chiederci quando.

Alla radice del problema

Sono ormai passati decenni da quando abbiamo cominciato a studiare il preoccupante fenomeno dello scioglimento dei ghiacciai. La comunità scientifica si è concentrata su questo avvenimento da quando la riduzione della cortina gelata ai Poli si è resa più rapide ed evidente. Erano gli anni ’70 e già cominciavamo a capire che qualcosa non stava andando proprio nel verso giusto. Da 50 anni a questa parte tale alterazione ambientale non è più ravvisabile soltanto all’Artico oppure in Antartide. Basta infatti prendere in esame i vasti ghiacciai montani disseminati in tutto il mondo per vedere di quanto si stia riducendo la loro superficie. Ad oggi possiamo contare 15 milioni di chilometri quadrati ricoperti da ghiaccio sul nostro Pianeta. Parliamo del 69% delle risorse d’acqua dolce del globo.

È allarmante come, dalla seconda metà del ‘900, la quota di ghiacciai persa ogni anno sia aumentata a velocità sempre maggiore. La NASA, tramite le sue sofisticate rilevazioni, ci dice che ogni 12 mesi perdiamo qualcosa come 300 miliardi di tonnellate di ghiaccio al Polo Nord. Al Polo Sud, invece, rinunciamo a 130 miliardi di tonnellate ogni volta che cambiamo il calendario sulla parete. Per quanto concerne le vette montane, sono 35 i miliardi di tonnellate di ghiaccio che scompaiono annualmente. Questi dati sono in continuo peggioramento. Nel 2019 abbiamo raggiunto un massimo negativo: soltanto 3,82 milioni di chilometri quadrati sono rimasti congelati nell’Artico. È davvero molto poco.

Le cause dello scioglimento dei ghiacciai

A cosa dobbiamo tutto ciò? Le cause del disgelo sono principalmente quattro. Innanzitutto lo scioglimento dei ghiacciai si deve alla produzione di anidride carbonica dovuta alle attività umane: trasporti, allevamento, realtà industriali… che, come se non bastasse, è accompagnata da una continua deforestazione dei polmoni verdi mondiali. Questi sarebbero infatti in grado di imprigionare parte di questa CO2. Contribuiscono in maniera decisa al surriscaldamento anche i combustibili fossili, ancora troppo largamente impiegati nel settore energetico. Da questi fattori deriva la quarta causa scatenante, la principale di tutte: l’inarrestabile innalzamento delle temperature globali. È stato stimato che la media mondiale sia cresciuta di un grado dal 1800 a oggi. L’aumento potrebbe raggiungere gli 1,5 o addirittura i 2 gradi in più entro il 2050.

Effetti e conseguenze

Quel che lo scioglimento dei ghiacciai può comportare è disastroso per il Pianeta, inutile usare mezzi termini. L’ecosistema nel suo complesso corre il rischio di andare incontro ad effetti distruttivi. Ovviamente, all’interno dell’ecosistema viviamo anche noi uomini e tutti gli altri animali. Alcuni habitat naturali stanno già subendo le conseguenze del cambiamento e numerosi rappresentanti della flora e della fauna mondiale stanno scomparendo a causa di questi stravolgimenti.

Il primo effetto che potrebbe derivarne è l’innalzamento del livello dei mari. L’università inglese di Bristol portò avanti uno studio, nel 2018, rivelando come lo scioglimento completo dei ghiacciai in Antartide porterebbe a 58 centimetri in più per l’intera massa idrica globale. Si tratta ovviamente di una media, alcune aree sarebbero più a contatto con questo problema di altre. In Groenlandia, ove troviamo una delle masse ghiacciate più estese al mondo, la superficie dell’oceano potrebbe far registrare un pressoché ingestibile +7,4 metri. All’innalzamento dovuto a questo dissolvimento dobbiamo aggiungere i circa 41 centimetri di acqua in più che si dovrebbero allo scioglimento delle calotte montane.

In seguito a questo fenomeno, numerose tra le città situate su coste o lagune finirebbero sommerse, come ad esempio Venezia o Miami.

Business Insider ci mostra cosa attenderebbe l’Europa in caso di scioglimento completo dei ghiacciai.

Stravolgimenti e riduzione della biodiversità

Una massa liquida più voluminosa non potrebbe che causare grossi stravolgimenti all’ambiente marino. Pensiamo ad esempio a quali modifiche potrebbero riguardare tutte le principali correnti cicloniche, dalle quali dipende il benessere di intere comunità. Le aree più a Nord del mondo potrebbero iniziare processi di tropicalizzazione, quelle a ridosso dell’Equatore andare incontro a desertificazione e l’intero Pianeta sarebbe sempre più frequentemente vittima di uragani, trombe d’aria e incendi.

Non sottovalutiamo poi l’importanza dell’albedo terrestre. La superficie candida di neve e ghiaccio riflette instancabile le radiazioni solari, contribuendo in prima persona alla stabilità delle temperature sulla Terra. Più questa porzione si ridurrà più energia sarà assorbita dal terreno, il quale, naturalmente, non potrà che rilasciarla sotto forma di calore. In tal modo, il surriscaldamento globale si farà un problema ancor più serio. Se dunque i mari saranno più alti e le temperature più elevate, che cosa accadrà agli esseri viventi che abitano il nostro ecosistema al suo stato attuale? Le specie tropicali potrebbero migrare verso nord, per ritrovare a latitudini desuete il clima più adatto alla loro vita, sostituendo completamente le popolazioni autoctone. Per i vegetali, i quali ovviamente non si muovono, le conseguenze potrebbero essere ben peggiori. Intere popolazioni di funghi correranno il rischio estinzione a causa del caldo che le soffocherà.

Gli orsi polari sono tra le specie più minacciate dal surriscaldamento globale. Foto di emmastout da Pixabay 

Strettamente legata alla perdita di biodiversità è l’alterazione della catena alimentare la quale non potrà che coinvolgerci tutti. Sempre più specie, incapaci di nutrirsi come sapevano, andranno incontro alla riduzione del numero di esemplari. Messo a sistema, ciò significherà maggiore difficoltà a nutrirsi anche per l’essere umano, il quale ha già seri problemi a produrre il cibo necessario ad una popolazione sempre maggiore. Tutto è collegato.

Scioglimento dei ghiacciai: i più minacciati

Sono numerose le specie animali che già oggi cominciano ad accusare problemi di sopravvivenza legati agli effetti del cambiamento climatico. Anche alcune comunità umane, principalmente quelle residenti negli atolli circondati dall’Oceano Pacifico, lamentano problemi di alluvioni, inondazioni e incendi. Pensiamo soltanto a cosa avvenne in Australia, tra il 2019 e il 2020. Si stima che quei roghi innalzarono le temperature di almeno 1 grado grazie alla continua e ininterrotta emissione di nero di carbonio, il famigerato black carbon. Si tratta di un pigmento prodotto dalla combustione incompleta di prodotti petroliferi pesanti quali catrame di carbone fossile, grassi e oli vegetali.

Vi sono due popolazioni animali particolarmente sensibili al surriscaldamento globale, le quali sono particolarmente minacciate dall’innalzamento delle temperature: tartarughe e orsi polari. Questi ultimi faticano sempre più a trovare prede di cui nutrirsi. Restano dunque digiuni per diverse settimane e costretti a intraprendere a volte anche vere e proprie migrazioni per raggiungere acque pescose. Ciò comporta un dispendio energetico enorme ed è il motivo per il quale sempre più sovente vediamo orsi polari magri e affaticati nei documentari televisivi.

Per quanto riguarda le tartarughe, invece, esse soffrono particolarmente il mutamento del loro habitat naturale dovuto all’innalzamento delle temperature. Questi esemplari devono spingersi sempre più a nord per depositare le loro uova, trovandosi a dover competere con predatori spesso sconosciuti. Si verifica inoltre un problema nella distribuzione dei generi. Il sesso delle tartarughe neonate si deve infatti principalmente alla temperatura nella quale viene lasciata la covata. Da uova messe a riposo con meno di 27 gradi usciranno principalmente maschi mentre da uova lasciate a oltre 30 gradi nasceranno soprattutto femmine. Si corre così il rischio che gli esemplari femminili saranno sempre più numerosi e, dunque, incapaci di trovare un partner per la fecondazione. Lo scioglimento dei ghiacciai è una bomba a orologeria vicinissima al doppio zero; dobbiamo fare qualcosa per ritardarne – se non proprio evitarne, come sarebbe ideale – l’esplosione.

Lo scioglimento dei ghiacciai come bomba ad orologeria: il video di Fanpage dimostra quanto esso sia legato al surriscaldamento globale.

Cosa possiamo fare per arginare lo scioglimento dei ghiacciai?

Questa grave minaccia che incombe su di noi come una spada di Damocle può essere arginata? Qualora ciascuno di noi inizi in maniera seria, da oggi, a operare scelte quotidiane volte a contrastare questa crisi, siamo ancora in tempo per rallentare questo fenomeno. Devono muoversi con impegno e concretezza i governi, i quali devono implementare misure per evitare una crescita troppo incontrollata delle temperature, e devono farlo presto. Già rispettare davvero gli accordi di Parigi del 2015 sarebbe un ottimo primo passo nella giusta direzione, sfortunatamente non lo sta facendo quasi nessuno dei firmatari. Ridurre le emissioni nocive è imperativo per riuscire a mantenere l’innalzamento delle temperature entro gli 1,5/2 gradi centigradi.

Non possiamo però certo delegare tutto a chi prende le decisioni. Anche noi cittadini dobbiamo fare la nostra parte, la quale potrebbe rivelarsi persino più importante di quella politica. Proviamo ad osservare i seguenti comportamenti: se saremmo efficaci e costanti nel farlo l’ambiente ci ringrazierà e potremmo dire di aver orgogliosamente fatto la nostra parte per combattere lo scioglimento dei ghiacciai.

Iniziamo dall’ottimizzare i nostri consumi energetici, in maniera tale da evitare sprechi e ridurre l’impatto sulle emissioni di CO2 in atmosfera. Come fare? Scegliendo elettrodomestici a basso consumo, sostituendo le vecchie lampadine con impianti a led, evitando di lasciare gli elettrodomestici in stand-by e riducendo la temperatura del termostato. Dobbiamo fare in modo di ottenere l’energia di cui abbiamo bisogno da fonti rinnovabili e optare per la mobilità sostenibile, tanto sulle tratte lunghe quanto su quelle più corte. Puntando su un’alimentazione consapevole, incentrata su pietanze locali e stagionali, limiteremmo gli alti costi economici e ambientali legati agli allevamenti intensivi e consumando alimenti a chilometri zero abbatteremmo enormemente i costi di trasporto e stoccaggio.

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L’inverno è già finito? Gennaio 2020 il più caldo di sempre

gennaio

Le piogge e le nevicate di dicembre ci stavano illudendo che, forse, questo inverno sarebbe rientrato nei canoni della normalità. Invece eccolo qui, il riscaldamento globale, che bussa alla porta del nuovo anno e ci ricorda tempestivamente che è ancora tra noi. Il gennaio 2020 è stato infatti il più caldo mai registrato.

I dati scientifici

Lo dimostrano i dati del Copernicus Climate Change Service, secondo il quale, a livello globale, le temperature del gennaio di quest’anno sono state di 0,03 gradi superiori a quello del 2016, fino ad ora il più caldo registrato.

A livello europeo, la differenza è ancora più marcata. Il gennaio più caldo era stato infatti nel 2007, durante il quale si erano registrate temperature più basse di 0.2 gradi rispetto ad oggi. Tornando ancora più indietro nella storia, se paragoniamo la temperatura media di gennaio nell’era preindustriale, era di ben 1.4 gradi inferiore rispetto ad oggi.

Non è la prima volta che notizie simili raggiungono i canali di informazione mondiali. Nel febbraio dell’anno scorso infatti era trapelata la notizia che gli ultimi cinque anni siano stati i più caldi mai registrati a livello planetario, così come il decennio 2010-2019.

Qualche esempio

Un esempio forse non propriamente scientifico è quello delle temperature dell’area di Bergamo che, nel momento in cui scrivo, si aggirano intorno agli 11 gradi. Giovedì prossimo, poi, si dovrebbero raggiungere i 15 gradi. Un po’ anomalo per il mese di febbraio in una città molto vicina alle Alpi e che solitamente vede le precipitazioni nevose arrivare fino a marzo inoltrato.

Allontanandosi dall’Italia, ma non troppo, il villaggio di Sunndalsora, nell’ovest della Norvegia ha visto i 19 gradi il 2 di gennaio. Questo corrisponde a più di 25 gradi più della media del mese. La cittadina svedese di Orebro, inoltre, il 9 di gennaio ha registrato il giorno più caldo dal 1858.

Il Washington Post riporta che Helsinki, la capitale della Finlandia, ha superato gli zero gradi tutti i giorni di gennaio, il che è molto strano considerando che le temperature massime in questo mese sono di -1.1 gradi. Se poi prima tutte le mattine erano caratterizzate da quasi -7 gradi, quest’anno soltanto sette ore sono andate sotto i -6.7.

https://twitter.com/mikarantane/status/1223557805522722817?s=20

Restando nel nord del mondo, la temperatura media di gennaio nella capitale russa è stata sopra lo zero (0,1 gradi) per la prima volta in assoluto.

Nell’ Antardide argentina, invece, all’inizio di febbraio sono state raggiunte le temperature più alte di sempre: +18,3 gradi. Hanno superato definitivamente quelle del torrido 2015, dove avevano raggiunto il picco di 17,5 gradi.

L’importanza dei ghiacci

Questa ondata di calore ha ovviamente avuto effetti negativi anche sui ghiacci dei poli. Anzi, i ghiacci sono l’area del Pianeta che subisce gli effetti più immediati del riscaldamento globale. La copertura glaciale si è infatti abbassata nel gennaio del 2020 rispetto alla media 1981-2010. In Antartide l’estensione del ghiaccio ha raggiunto i 4,6 milioni di km2, ovvero 0,9 milioni al di sotto della media 1981-2010 di gennaio. Il 2020 è il quarto anno consecutivo con un’estensione notevolmente inferiore alla media di gennaio.

E’ importante soffermarsi sui poli poiché i ghiacci hanno un’importanza cruciale nel regolare la temperatura terrestre. Le superfici bianche infatti sono le uniche a poter riflettere le radiazioni del sole. Anch’esse, oltre all’effetto serra provocato dall’anidride carbonica, possono causare un aumento della temperatura. Lo scioglimento dei ghiacci sarà quindi causa di un ulteriore riscaldamento, e si creerà così un circolo vizioso inarrestabile.

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Un mondo in fiamme

Anche nel resto del mondo, comunque, le temperature di questo gennaio sono state molto alte. Si pensi prima di tutto all’Australia, devastata dagli incendi per tutta la durata di gennaio. Ma, sempre secondo Copernicus, le temperature sono state molto al di sopra della media nella maggior parte degli Stati Uniti e del Canada orientale, in Giappone e in alcune parti della Cina orientale e del sud-est asiatico.

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Come ci ricorda la CNN, la comunità internazionale aveva dichiarato nell’accordo sul clima di Parigi che i paesi partecipanti si sarebbero adoperati per mantenere il riscaldamento globale limitato a 1,5 gradi.
Ma la media del mese scorso è stata tra gli 1,2 e 1,4 gradi celsius, avvicinandosi quindi molto pericolosamente a questa soglia.

«El infierno is coming» – Incendi in Spagna

La cenere dell'incendio di Toledo e Madrid

Un inizio d’estate catastrofico in Spagna. L’impennata delle temperature in tutta l’Europa Occidentale provocata dell’aria proveniente dal Sahara ha messo il Paese di fronte a un’emergenza. Oltre 10.000 ettari inceneriti nel giro di due settimane a cavallo tra giugno e luglio. Una celebre meteorologa spagnola, Silvia Laplana, aveva messo in guardia i conterranei sul proprio profilo Twitter, adattando una celebre citazione «El infierno is coming».

L'inferno è già qui.
«El infierno is coming» – la citazione di Game of Thrones per avvertire sugli imminenti pericoli.

A fuoco il centro e il nord-est

Gli incendi prendono il nome del luogo di comparsa: Ribera d’Ebre (Tarragona), Almorox (Castilla-La Mancha, poi estesosi alla comunità autonoma di Madrid), e Gavilanes (Ávila); ma la diffusione delle fiamme ha interessato molte più comunità.

Toledo-Madrid: el infierno is coming ma non si può intervenire

Assurdo è quanto successo ai margini della Comunità Autonoma di Madrid. L’incendio, il più grande di sempre per la comunità della capitale (circa 4.000 ettari in totale, di cui 2.183 nel madrileno), è stato ampiamente favorito dalla cattiva coordinazione delle forze addette. Le brigate forestali hanno infatti denunciato la tardiva autorizzazione da parte del Centro di Coordinazione operativa di Madrid, che ha tardato un’ora ad arrivare.

«Quando abbiamo visto la colonna di fumo ci trovavamo a due o tre minuti di distanza […] però non ci davano l’ordine di intervenire. Tornammo alla base e quando finalmente ci attivarono, era già passata una ora. È disarmante vedere come cresceva il fumo, trovarsi a due o tre minuti di distanza e non poter fare nulla»

L’incendio è infatti divampato nella regione confinante di Castilla-La Mancha, nella provincia di Toledo, e il via libera non è arrivato fino a quando le fiamme hanno attraversato l’immaginario confine regionale. Tra l’altro i residenti hanno temuto il peggio. Come si vede dalle foto, le fiamme hanno quasi raggiunto i centri abitati, costringendo le autorità all’evacuazioni di alcune delle comunità interessate.

Circa 6.000 ettari in fiamme in Catalogna

Spaventoso è il video delle riprese aeree della zona bruciata nella provincia di Tarragona. Distese sconfinate senza quasi più traccia di vegetazione.

Le immagini aeree della devastazione provocata dall’incendio di Ribera d’Ebre; fonte: La Vanguardia

Ad Ávila un chiaro esempio dell’incontrollabilità degli incendi

Sebbene quello di Ávila sia stato il minore dei tre incendi che hanno messo a fuoco il paese iberico, è però forse la più chiara dimostrazione dell’aumento di imprevedibilità degli incendi. Infatti l’incendio, sottovalutato in un primo momento, si è dimostrato più ostico da controllare di quanto si pensasse. Le ottimistiche stime di 500 ettari bruciati sono state presto smentite dalle fiamme, che hanno interessato un totale di circa 1.400 ettari, prima di essere estinto dai pompieri intervenuti, una settimana più tardi.

La Spagna si è offerta di ospitare una base per la lotta agli incendi forestali nell’UE

Lo scorso 9 luglio, in occasione della visita del commissario europeo per gli aiuti umanitari e la gestione delle crisi, Christos Stylianides, si è offerta per ospitare una base regionale per la lotta agli incendi forestali nell’Unione. Si tratta di un sistema di protezione civile a livello dell’intera Unione Europea, con data prevista per il 2025. La Spagna, tra l’altro, presta già due canadair alla flotta europea contro gli incendi, alla quale partecipano Croazia e Francia (con un aereo a testa), Italia (due aerei), e Svizzera (con sei elicotteri). Gli incendi però non attenderanno i tempi della politica unitaria per riniziare ad ardere, l’inferno è già qui.

Riscaldamento globale: perché aumenta la temperatura?

Riscaldamento globale

Il riscaldamento globale è un fenomeno naturale, cui la Terra è andata incontro numerose volte nel corso della sua storia. Solitamente il passaggio da periodi più caldi alle ere glaciali avviene molto lentamente. Quello da un’era glaciale a un periodo caldo, invece, avviene con un aumento medio di circa un grado ogni cinquecento o mille anni, un tempo molto veloce in relazione all’età della terra. È lo stesso fenomeno cui stiamo assistendo oggi, ma non senza una evidente anomalia: una velocità nel riscaldamento mai registrata prima. La temperatura media globale del pianeta è cresciuta di un grado tra la seconda parte dell’Ottocento e oggi, quindi in meno di duecento anni.

 

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Un equilibrio prezioso

 

La temperatura di un corpo è data dall’energia in esso contenuta. Se aumenta l’energia la temperatura si alza, se di diminuisce si abbassa. L’energia della Terra arriva al pianeta dalla sua fonte primaria, il Sole. Se però la Terra assorbisse tutta l’energia solare che colpisce la sua superficie, abbrustolirebbe.

 

Fortunatamente questo non avviene perché, anche se tutti i raggi solari superano l’atmosfera, non tutti vengono assorbiti da terra e oceani. Una buona parte infatti viene riflessa dalle superfici chiare, massimamente dai ghiacci, che permettono a una grande quantità di energia di uscire dal pianeta. Inoltre la Terra emette naturalmente una radiazione infrarossa, quindi energia, che non è paragonabile a quella solare ma che contribuisce alla creazione di un equilibrio tra energia in entrata ed energia in uscita.

 

L’effetto serra causa il riscaldamento globale

 

Qual è, quindi, la causa del grande e veloce aumento della temperatura e quindi la perdita dell’equilibrio originario riscontrato negli ultimi decenni? Sappiamo per certo che l’energia derivante dal Sole non è aumentata, perciò la causa può risiedere soltanto nella radiazione infrarossa terrestre. Alcuni gas contenuti nell’atmosfera come il vapore acqueo, l’anidride carbonica e il metano sono infatti in grado di assorbire una parte di questa radiazione, trattenendone quindi il calore. Questo fenomeno è chiamato effetto serra, che si intensifica con l’aumentare di questi gas presenti nell’aria.

 

Combustioni &co.

 

Questa quantità di gas, che è sempre stata più o meno fissa nel corso dei decenni, nell’ultimo secolo è aumentata enormemente. La concentrazione di CO2 è infatti sempre oscillata tra i 180 e 280 parti per milione (ppm), con il picco più basso durante le ere glaciali e quello più alto nei periodi più caldi. Oggi abbiamo superato in modo stabile i 400 ppm. Questi gas vengono prodotti in conseguenza a una combustione, soprattutto di certi combustibili fossili, il peggiore dei quali è il carbone. Ma i gas serra di origine umana provengono anche da altre attività come l’agricoltura o la deforestazione, che elimina i vegetali in grado di assorbire l’anidride carbonica.

 

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Un circolo vizioso che aumenta il riscaldamento globale

 

Le conseguenze più pericolose del riscaldamento globale sono in primo luogo lo scioglimento dei ghiacci, i quali giocavano un ruolo fondamentale nel riequilibrare l’energia terrestre. In più al di sotto del permafrost, ovvero le parti di terra rimaste congelate dall’ultima glaciazione, sono intrappolate enormi quantità di metano, un gas con potere riscaldante pari a venti volte quello dell’anidride carbonica. Se i ghiacci si sciolgono, questo gas potrebbe uscire dalla sua cella di sicurezza ed essere così rilasciato nell’atmosfera. Senza le superfici chiare che riflettono i raggi solari e senza il permafrost che intrappola il metano, la temperatura aumenta ancora di più, creando il cosiddetto feedback positivo, cioè un circolo vizioso per il quale la conseguenza dell’aumento della temperatura diventa a sua volta la causa di un suo aumento ancora maggiore.

 

Leggi anche: “Chasing ice, il documentario che insegue i ghiacciai”.

 

In poche parole, il riscaldamento globale degli ultimi decenni sta avvenendo a causa dell’uomo, in particolare per il rilascio sconsiderato di gas serra e per l’abuso delle risorse naturali.

 

 

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