“Fine”. Il libro pauroso che ci spinge ad avere coraggio

Fine, una sola parola. È il titolo del libro di Giuseppe Civati e Marco Tiberi, edito da People, che racconta la storia delle nostre paure, della nostra indifferenza verso un futuro che ci aspetta e che tutti stiamo ignorando. È una storia breve, 113 pagine da leggere in un pomeriggio, ma è sufficiente per farci specchiare con la parte peggiore di noi: quella che ogni giorno convive pacificamente con il cambiamento climatico, senza fare nulla per fermare la catastrofe.

Pippo Civati e la casa editrice People

Il nome di uno dei due autori potrà sembrarvi famliare. Giuseppe Civati è infatti il noto politico, parlamentare dal 2013 al 2018 e fondatore del partito Possibile. Conosciuto da tutti con il nomignolo “Pippo”, Civati non venne riconfermato alle elezioni politiche del 2018, ma vinse l’anno successivo alle elezioni europee con la lista Europa Verde. Aveva però ritirato la sua candidatura un mese prima come segno di protesta per la presenza di esponenti di destra nella stessa lista. La sua carriera politica è dunque finita due anni fa, e da allora Civati ha orientato la sua passione verso il settore dell’editoria. A novembre 2018 fonda People, una casa editrice nata per “raccontare e indagare il cambiamento nella società”.

Civati e i suoi colleghi Stefano Catone e Francesco Foti decidono di sfidare i grandi colossi dell’editoria italiana per affrontare dei temi “scomodi”, come l’immigrazione, la politica e soprattutto la crisi climatica. Loro stessi definiscono lo stile di People “pop”, perché ritengono che i libri debbano essere accessibili a tutti: non troppo lunghi e con un lessico chiaro. Soprattutto quando si parla di un tema così complicato e pesante come il cambiamento climatico, lo stile gioca un ruolo fondamentale. La semplicità che gli editori rincorrono è ben riscontrabile nel libro “Fine”, qui di seguito recensito per voi dal nostro blog.

Giuseppe Civati presenta “Fine” al PolitiCamp 2019

La trama di “Fine”: la crisi climatica presente e futura

L’inizio del libro è ambientato nel 1942: racconta di una ragazza, Sara, che rincorre un’ancora di salvezza in un pianeta ormai insalvabile. I capitoli successivi sono un racconto a ritroso per capire come si sia arrivati al punto di non ritorno. Sara e la sua famiglia appartenevano a quella fascia della popolazione che poteva ancora ignorare i segnali di allarme, perché i ricchi si sa, hanno più mezzi per sopravvivere. Fino a quando la situazione è diventata talmente insostenibile da far scoppiare la guerra civile. Sara è stata così costretta a scappare e a rifugiarsi in una bolla d’indifferenza e cinismo che lascia il lettore senza parole.

Leggi il nostro articolo: “Esiste il punto di non ritorno? Tutti ne parlano e nessuno passa all’azione”

Il viaggio di Sara continua, fra vecchie amicizie che si infrangono davanti all’egoismo dello spirito di sopravvivenza e nuovi amori che riaccendono la speranza, per poi ricadere nel senso di impotenza e nell’attesa della fine. Lo scopo dei due autori non è appunto alimentare la speranza: di quella si sono già riempiti la bocca molti politici di oggi, che stanno inneggiando ai piani verdi, al New Deal Europeo, alla transizione energetica, senza però fare niente di concreto per fermare la crisi climatica.

Leggi il nostro articolo: “Ue stanzia mille miliardi per un’Europa carbon-free”

Il coraggio di raccontare la paura

Gli autori hanno invece il coraggio di parlare del dramma, della paura di ciò che sta accadendo e che potrebbe accadere. Questo libro parla di noi, dell’indifferenza in cui ci siamo rifugiati per non far sì che quella paura ci rovini la quotidianità:

“Parlavamo di tutto, a vanvera, in un chiacchiericcio pasticciato e senza senso, senza fare nulla. Era come se fossimo già su questa nave, un sabato del villaggio senza domenica. Eravamo tutti ammalati di ritardo, e di panico, e di presente. Vivevamo nell’ “emergenza” e facevamo finta che fosse normale.

Isole di plastica di dimensioni continentali, orsi polari alla deriva su zollette di ghiaccio, alluvioni ovunque, bombardamenti di grandine, animali stremati in cerca di pozze che non avrebbero trovato. Le chiamavano “Breaking News”: avevano rotto il mondo, ma non la nostra indifferenza”.

La speranza di People: Bernie Sanders e Alexandria Ocasio-Cortez

Non è certamente un libro da lieto fine. Ma proprio per questo arriva al cuore del lettore: parla di noi, di quello che sta avvenendo nei nostri cervelli e nei nostri cuori per sopravvivere giorno dopo giorno. È un libro semplice, reale, disarmante. Il pessimismo dei due autori viene controbilanciato dagli altri scritti di People, come per esempio La sfida più grande o La giovane favolosa.

In questi due libri trova spazio la speranza, quella che si prova guardando le due stelle verdi della politica americana: Bernie Sanders e Alexandria Ocasio-Cortez. Un aspirante presidente e la sua instancabile deputata che stanno remando contro tutte le lobby storiche della Casa Bianca per portare al centro l’ambiente e le persone. Scorrendo le pagine di questi due libri si ha la sensazione opposta a quella che si ha leggendo Fine: viene voglia di sperare che non sia ancora troppo tardi, che ci siano soluzioni attuabili da oggi stesso.

Alexandria Ocasio-Cortez spiega al Guardian perchè ha deciso di sostenere Bernie Sanders alle presidenziali americane del 2020

Leggi il nostro articolo: “USA, proposto un patto per l’ambiente: il Green New Deal”

Fine: lo specchio di noi stessi

Pippo Civati e la sua People ci offrono quindi un mondo di riflessioni, “un punto di vista laterale sul presente e sul suo divenire”, uno spettro di possibilità di quello che il futuro potrebbe essere. Hanno il coraggio di parlare della crisi climatica e chiedono al lettore di essere altrettanto coraggioso, perchè è una crisi che potrebbe essere arginata oppure diventare molto peggio. Ci offrono uno specchio per le emozioni contrastanti che stiamo provando. Paura. Speranza. Fine.

“Possiamo salvare il mondo prima di cena. Perché il clima siamo noi”. Il caso letterario dell’anno

comunicare la sostenibilirà

Il nuovo libro di Foer “Possiamo salvare il mondo prima di cena. Perché il clima siamo noi” è un libro che tutti noi dovremmo leggere. Chiaro, esaustivo, ma soprattutto emozionante. Questo libro si differenzia da tutti gli altri libri che parlano di clima perché parla direttamente alle nostre coscienze: ci domanda perché non stiamo facendo sostanzialmente niente per una crisi che conosciamo, che è ormai su tutti i giornali, una crisi che parte da noi e a noi ritorna. Privo di giudizi, Jonathan Safran Foer ha riempito il testo di aneddoti personali per raccontarci come sia difficile anche per lui, convinto ambientalista da anni, fare veramente qualcosa per salvare il pianeta. E ci indica qual è l’unica soluzione immediata che tutti noi potremmo compiere sin da oggi: cambiare le nostre abitudini alimentari.

Perchè il clima siamo noi: le nostre abitudini alimentari

Dopo il successo di Ogni cosa è illuminata, diventato addirittura un film, Foer aveva già in precedenza scritto di alimentazione nel best-seller Se niente importa. In un’intervista di settembre 2019 per commentare il nuovo libro, Foer difende così la sua scelta di ritornare su questa tematica: “in realtà, non era mia intenzione scrivere dell’alimentazione, il mio obiettivo era il cambiamento climatico. Ma ho presto scoperto che sono la stessa cosa”. Infatti, l’autore ci ricorda che il sistema agroalimentare ha un enorme peso sulla crisi climatica in atto. In questo senso, il nostro modo di mangiare rappresenta una delle principali cause del cambiamento climatico, ma potrebbe diventare una delle principali soluzioni per combatterlo e salvare il pianeta.

Leggi il nostro articolo: “Perchè il cibo biologico è più caro del cibo convenzionale”

È un libro che parla quindi di noi, delle nostre abitudini alimentari, ma lo fa partendo dal riconoscere quanto sia difficile affrontare il cambiamento climatico in prima persona: “rispetto alla crisi del pianeta, ci sentiamo quasi tutti persi tra le cause e gli effetti, confusi dalle statistiche che cambiano di continuo, frustrati dalla retorica. Ci sentiamo impotenti, eppure inspiegabilmente calmi. Come ci si può aspettare che noi, persone comuni, facciamo effettivamente qualcosa per una crisi di cui siamo a conoscenza ma senza crederci, di cui abbiamo una comprensione confusa (nella migliore delle ipotesi), e che non abbiamo evidentemente i mezzi per combattere?

Perchè il clima siamo noi: la nostra incapacità di fare qualcosa

Foer arriva dunque al nocciolo del problema: questa crisi è davanti ai nostri occhi, la conosciamo o stiamo imparando a conoscerla, ci riguarda e ci interessa. Cosa facciamo, però, oltre a continuare a dire che dobbiamo fare qualcosa? L’autore usa un tono personale e incalzante, facendo suonare le parole del libro come una narrazione, un flusso di coscienza, senza mai dimenticare di citare le fonti ufficiali ed essere quindi scientificamente credibile. Ci dice, ad esempio, che il peso dell’allevamento sulla crisi climatica è oggetto di forte dibattito. Il rapporto della FAO stima le emissioni legate al bestiame attorno al 14.5% delle emissioni totali, principalmente in termini di deforestazione e cambio del suolo. Secondo il WorldWatch Institute invece, l’allevamento costituisce da solo il 51% delle emissioni totali.

Leggi il nostro articolo: “Più carne, più deforestazione. Il report di Greenpeace”

Il peso della carne sulla crisi climatica

Il libro presenta dettagliatamente il dibattito fra le varie fonti, resta al lettore decidere a quale percentuale credere. Anche solo affidandosi ai dati ottimistici della FAO ci si rende conto del peso incredibile delle nostre scelte in materia di cibo. È un testo che ci spinge a cambiare i toni e i contenuti del dibattito sulla crisi climatica, ormai sempre più all’’ordine del giorno: “più di ottocento milioni di persone al mondo sono denutrite e seicentocinquanta milioni sono obese. Più di centocinquanta milioni di bambini sotto i cinque anni sono rachitici per la malnutrizione. Ecco un’altra cifra su cui vale la pena di riflettere. (…)

La terra che potrebbe nutrire le popolazioni affamate viene invece riservata al bestiame che nutrirà popolazioni ipernutrite. Quando pensiamo allo spreco di cibo, dobbiamo smettere di immaginare pasti mangiati a metà e invece concentrarci sullo spreco creato per mettere il cibo nel piatto. Possono volerci fino a ventisei calorie di mangime perché un animale produca una sola caloria di carne”.

Il clima siamo noi, come società e come individui

Nel libro non manca una critica velata ai colleghi ambientalisti che come lui si battono da anni per informare le persone sul cambiamento climatico. Foer cita esplicitamente Al Gore: a detta dell’autore, nei film Una scomoda Verità e nel suo sequel, Al Gore dimentica totalmente di affrontare il problema degli allevamenti e della nostra alimentazione. Anche altri attivisti, ad esempio Naomi Klein, vengono tirati in ballo in maniera implicita. Infatti, come evidenziato da un nostro recente articolo, la famosa scrittrice canadese fa risalire la crisi climatica all’ideologia capitalista e neoliberale degli ultimi decenni.

Leggi il nostro articolo: “Il mondo in fiamme. Contro il capitalismo per salvare il clima”

Foer non esclude queste cause, ma sottolinea come sia deleterio attribuire l’intera responsabilità ai grandi sistemi, così che i singoli individui possono continuare indisturbati con i loro stili di vita: “sarà anche un mito neoliberista attribuire alle decisioni individuali un potere supremo, ma non attribuire alle decisioni individuali alcun potere è un mito disfattista. Tanto le azioni macro quanto quelle micro hanno un potere, e quando si tratta di contrastare la distruzione del pianeta è immorale liquidare l’una o l’altra e proclamare che siccome non si può ottenere il massimo non si deve tentare di arrivare al minimo”.

Il potere in mano ai consumatori

In conclusione, è un libro che ci spinge ad usare uno dei poteri più forti di cui siamo in possesso, il potere dei consumatori:a meno di comprare il cibo e mangiarlo di nascosto, non mangiamo da soli. Le nostre scelte alimentari sono contagi sociali, influenzano sempre le persone che ci circondano: i supermercati tracciano ogni prodotto venduto, i ristoranti adeguano i loro menu alla domanda, i servizi della ristorazione guardano cosa viene buttato e noi ordiniamo “quello che ha preso lei”. Mangiamo come famiglie, comunità, nazioni e sempre più come pianeta. Le scelte di consumo individuali possono attivare una “complesso dinamica ricorsiva” – un’azione collettiva – che si rivela produttiva, non paralizzante”.

Il clima siamo noi nelle scelte di ogni giorno

Le parole di Jonathan Safran Foer svolgono un duplice compito: consolarci e spingerci all’azione. Consolarci perché le sue riflessioni non calano dall’alto, non ci dicono quanto è bravo a risolvere la crisi mentre noi non facciamo niente. L’autore è umano quanto noi, impotente come noi. Ma ci spinge anche all’azione, ci aiuta a districarci fra le varie nozioni sul cambiamento climatico e ci ricorda che la scelta più concreta che possiamo compiere la compiamo tutti i giorni a colazione, pranzo e cena:tutti entro poche ore mangeremo e potremo contribuire immediatamente a invertire il cambiamento climatico”.

Leggi il nostro articolo: “Carne e sostenibilità: un matrimonio difficile”

“Il mondo in fiamme. Contro il Capitalismo per salvare il clima”

È possibile far convivere l’attuale sistema capitalista con la crisi climatica? I progetti di geoingegneria, come quelli finanziati da Bill Gates, potrebbero essere la soluzione? Ha senso o è pura follia il Green New Deal proposto da Alexandria Ocasio-Cortez? A queste ed altre domande prova a rispondere la scrittrice Naomi Klein, nel suo ultimo libro: “Il mondo in fiamme. Contro il Capitalismo per salvare il clima” (titolo originale: On Fire: The Burning Case for a Green New Deal).

Il mondo in fiamme sotto vari punti di vista

Secondo l’autrice, il mondo è in fiamme sotto vari punti di vista: in senso letterale, ci sono i fuochi del cambiamento climatico. Quelli dell’Amazzonia hanno attirato l’attenzione globale nei mesi scorsi, ma ricordiamo che in Siberia così come in Africa, la stessa situazione si sta verificando nonostante la copertura mediatica decisamente minore. Ci sono poi le fiamme del razzismo crescente, impersonificato da leader come Trump e Bolsonaro, che usano la paura della gente per innalzare muri e creare una guerra di odio verso il diverso. Infine c’è un fuoco positivo, potente, ed è il fuoco del movimento per la giustizia climatica; è un fuoco che nel giro di pochi mesi ha scosso notevolmente i programmi politici, avanzando la richiesta di un Green New Deal globale.

Leggi il nostro articolo: “Non solo Amazzonia: migliaia di incendi anche in Africa”

Il libro inizia dunque con una lunga introduzione che ci riassume questi tre concetti, chiedendosi se il terzo fuoco, formato da milioni di attivisti provenienti dai cinque continenti, sia capace di spegnere i primi due. Nei successivi capitoli, la Klein ripropone diversi suoi articoli scritti negli ultimi anni, per mostrare l’evoluzione della crisi e la totale assenza di risposta politica: “Per me i riferimenti cronologici posti lungo tutto il libro sono un po’ come la clessidra disegnata sul cartello degli studenti in sciopero che ho citato: la prova incessante che le nostre società non reagiscono come se la nostra casa stesse andando a fuoco, e che la casa non se ne sta lì buonina ad ardere in un angolo, come se fosse un filmato in loop. Il rogo si allarga e si riscalda costantemente, e finiscono immolate tra le fiamme parti insostituibili della casa. Sparite, per sempre”.

Un’unica crisi, un’unica soluzione

L’autrice canadese divenne una scrittrice famosa nel 2000 con il best-seller No Logo, seguito poi da un altro pilastro, The Shock Doctrine, dove vengono denunciati i piani di aggiustamenti strutturali dallo stampo neoliberale, implementati dopo periodi di crisi (economiche, ambientali, sociali) in diversi paesi del mondo. Il legame fra sistema capitalistico e clima aveva trovato invece ampia spiegazioni in This changes everything. È però il saggio del 2017, a mio parere, a dare una coerenza complessiva a tutti i saggi sopra citati. In No Is Not Enough, l’autrice assume una consapevolezza complessiva che le varie crisi di cui siamo testimoni oggi – la crisi climatica, la crisi economica, la discriminazione di genere, l’avanzata globale della destra xenofoba contro le minoranze – sono sintomo dello stesso male, quello che lei stessa definisce il “capitalismo senza regole”.

Quindi, il salto di qualità di quest’ultimo libro, Il mondo in fiamme, non è tanto nell’analisi della crisi, quanto nel messaggio di monito che la Klein indirizza a tutti quei politici che stanno elaborando versioni nazionali del Green New Deal. L’autrice prende a modello il piano elaborato dalla deputata americana Alexandria Ocasio-Cortez e sottolinea che, qualsiasi soluzione venga adottata, essa dovrà intervenire in maniera parallela sui vari fronti emergenziali. Il Green New Deal, cioè, non deve limitarsi ad essere un piano “verde”, ma può e deve risolvere contemporaneamente tutte quelle crisi che non possono più essere ignorate.

Leggi il nostro articolo: “Governo Conte-Bis: arriva la promessa del Green New Deal”

I presupposti del New Green Deal

Con le parole del libro: “È un’idea molto semplice: durante il processo di trasformazione dell’infrastruttura della nostra società alla velocità e nelle dimensioni invocate dagli scienziati, l’umanità ha la possibilità che capita una sola volta al secolo di sanare un sistema economico che sta voltando le spalle su più fronti alla maggioranza degli abitanti del nostro pianeta. Perché i fattori che stanno distruggendo il nostro pianeta stanno anche distruggendo la qualità della vita della gente in tante altre maniere, dalla stagnazione degli stipendi all’aumento delle disuguaglianze ai servizi in disarmo fino alla distruzione di qualsiasi coesione sociale. Affrontare questi fattori sottostanti ci dà l’occasione di risolvere in un colpo solo parecchie crisi intrecciate.

(…) I vari piani che sono stati proposti per avviare una trasformazione in stile Green New Deal immaginano un futuro in cui è stato scelto il difficile compito della transizione, compreso il sacrificio del consumo esagerato. In cambio però, migliorerà la qualità della vita per i lavoratori in tantissimi modi, garantendo più tempo per lo svago e per le arti, trasporti e alloggi davvero accessibili anche in senso economico, l’eliminazione di enormi gap di ricchezza tra razze e generi, e una vita di città che non sia una battaglia incessante contro traffico, rumore e inquinamento”.

Gli investimenti verdi non sono tutti uguali

Per questo motivo, Naomi Klein è da sempre molto ostile verso i grandi piani verdi di finanziamenti privati come quello promosso da Bill Gates. Un nostro recente articolo ha tristemente testimoniato l’ennesimo fallimento del Summit ONU tenutosi a New York. Non sono infatti servite le parole taglienti pronunciate da Greta, “non vi perdoneremo mai”, né tantomeno lo sciopero permanente di milioni di giovani in tutto il mondo. Gli unici fondi cospicui che sono stati annunciati provengono appunto da istituzioni private, come quella di Bill Gates, che ha previsto piani di investimenti per 790 milioni di dollari in partnership con Banca Mondiale e altri paesi. Lodevole nelle intenzioni, è d’altra parte necessario verificare la destinazione di quei fondi e le conseguenze che potrebbero derivarne.

In quest’ultimo libro, per esempio, la Klein cita il nuovo fronte della “geoingegneria”, definito dall’autrice come “interventi tecnici ad alto rischio e su ampia scala che cambierebbero radicalmente gli oceani e i cieli in modo da mitigare gli effetti del cambiamento climatico”. Bill Gates avrebbe finanziato uno di questi, lo “Stratoshield”, un impianto di palloni ad elio che sputano anidride solforosa per bloccare i raggi del sole. Il progetto ha suscitato grandi polemiche da parte di scienziati e climatologi, in quanto andrebbe a modificare il meteo e il ciclo idrogeologico, creando esiti imprevedibili. Naomi Klein ritiene che soluzioni come la geoingegneria siano sostenute da miliardari come Gates proprio perché “ci permetterebbe di proseguire all’infinito con il nostro modello di vita che esaurisce le risorse”, anziché modificare le regole di capitalismo senza regole di cui personaggi come Gates costituiscono il cardine.

Leggi il nostro articolo: “Il risultato (deludente) del Summit ONU”

Le fiamme del movimento per la giustizia climatica

“La strada per l’inferno è lastricata di buone intenzioni”, dice il proverbio. Per questo dobbiamo essere enormemente prudenti verso coloro che, mentre al Summit ONU fanno bella figura con piani milionari di investimenti “verdi”, mantengono in piedi il sistema di libero scambio celebrato a Davos, dove proprio Greta ha fatto uno dei suoi primi incisivi discorsi: “Non voglio la vostra speranza. Voglio che abbiate paura. Voglio che sentiate la stessa paura che io sento tutti i giorni. E poi voglio che agiate. Che agiate come se ci fosse una crisi. Come se la nostra casa fosse in fiamme. Perché lo è”. Naomi Klein e Greta Thunberg, riunite un mese fa per rivendicare il diritto al futuro, ci ricordano in definitiva che il mondo è in fiamme, ma che c’è un nuovo movimento altrettanto infuocato, in continua espansione. Contro il capitalismo per salvare il clima.  

Leggi il nostro articolo: “Lo sciopero per il clima? Non è solo una scusa per saltare la scuola”

“UMBERTO”: il fumetto che invita alla lotta alle ingiustizie

La copertina del libro

Il fumetto è percepito da molti come una forma leggera di letteratura e per questo poco impegnata. Ma è una concezione che non rende giustizia. Il fumetto è un mezzo di comunicazione potente e versatile e come tale può essere usato sì per intrattenere, ma anche come strumento di lotta alle ingiustizie. Ed è proprio questo l’obiettivo di UMBERTO.

UMBERTO: la copertina del libro
La copertina del libro

Holdenaccio, al secolo Antonio Rossetti, classe 90 di Taranto, non si tira indietro e anzi, prende di petto due questioncine di non poco conto, quali la difesa dell’ambiente e l’immigrazione. Lo fa con un tratto sobrio, toni pacati e una semplicità sorprendente. Stiamo parlando di UMBERTO, pubblicato ad aprile da BAO Publishing e acquistabile sul suo sito, il primo graphic novel di Holdenaccio. Con cui abbiamo fatto una chiacchierata:

Come nasce UMBERTO e chi è il suo omonimo protagonista?

Umberto (l’uraniano alieno protagonista, ndr) è un sempliciotto. Il libro nasce dall’idea di fare diventare un sempliciotto il protagonista di una storia d’avventura, soprattutto per il messaggio molto attuale che ciò trasmette. Scemo o semplice che uno possa essere, se una cosa non gli sta bene, la prende e l’affronta. La risposta non è mai girarsi dall’altra parte. Viviamo in un periodo dove tutti quanti sembriamo essere guidati da uno scemo superiore che ci dice cosa fare, cosa è giusto e cosa è sbagliato, mentre invece sta a noi capire e decidere quali sono le nostre sfide. La mia intenzione era quella di dare voce a uno scemo, proprio per far capire che anche lui può migliorarsi e migliorare tutto quello che non va intorno a sé.

Cosa spinge Umberto ad agire?

Umberto si rispecchia nel sogno di vivere e lottare per un universo libero, contro le ingiustizie, anche senza essere un tizio cazzutissimo. Umberto, tra l’altro, non è l’unico ad agire e non lo fa da solo. Si può dire che la vera anima della lotta (che incalza tra l’altro Umberto nel suo ruolo da protagonista) sia Camilla, una dei quattro terrestri che decide di lottare per un universo libero, per il giusto ideale. Camilla è una ragazza forte, intraprendente, dotata di spirito di critica, ma anche “punk” per come affronta le cose e come le percepisce. Sono molto contento di come sono riuscito a caratterizzare anche i quattro ragazzi. Lei inoltre, assomiglia tantissimo caratterialmente a Greta Thunberg, senza che questa fosse mia intenzione, dato che il fenomeno di Greta è nato successivamente.

Quale ruolo ha l’aspetto sociale, civile, all’interno della tua opera?

Il voler affrontare tematiche attuali come immigrazione e ambientalismo è l’elemento centrale del libro, rimandando a tematiche attuali e a me vicine come: Taranto e noTAP. L’escamotage è stato quello di trasferire questi temi dal contesto attuale e ordinario allo spazio. Affrontando queste questioni in maniera differente, ma comunque affrontandole.

La semplicità come base di partenza per affrontare questioni complicate che ci riguardano in prima persona. Anche il MUR (la Milizia Uraniana Ribelle, ndr) sembra puntarci molto.

UMBERTO: il volantino d'invito all'azione della Milizia Uraniana Ribelle
Il volantino d’invito all’azione della Milizia Uraniana Ribelle

A resistere rimane la Milizia Uraniana Ribelle, che cerca di opporsi allo spadroneggiare della Urangas, l’azienda multiversale che cerca di controllare i due pianeti, con “piccoli atti di quotidiana resistenza”! Volevo raccontare una storia fantasy senza abbandonare la realtà della cronaca, senza mai banalizzare. “Affinchè una storia fantastica sia efficace, bisogna che sia raccontata nei termini più semplici e pratici possibili” diceva Buzzati. Dietro la semplicità che pervade le pagine, ho inserito diverse chiavi di lettura che invitano il lettore alla riflessione e ad aprire gli occhi su quanto accade al nostro pianeta: potrebbe addirittura essere necessario un intervento extraterrestre per farci capire quanto sia importante la salvaguardia del proprio mondo anche attraverso questi “piccoli atti”.

Il tuo libro è pubblicato dalla casa editrice BAO che vanta tanti grandi nomi del Fumetto italiano. BAO Publishing sembra avere una certa sensibilità verso tematiche attuali, come quelle da te trattate nel libro. Quanto pensi abbia influito la scelta delle tematiche sulla decisione di pubblicare UMBERTO?

All’editore piacque tantissimo la storia di UMBERTO, soprattutto per la facilità di riuscire a mettere simili tematiche alla portata di tutti, giovani e non.

Un assaggio dell’universo di UMBERTo

Ecologia del desiderio: un libro per ripensare l’ambientalismo

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Ecologia del desiderio è un libro scritto dal più importante giornalista ambientale italiano: Antonio Cianciullo. Già autore, tra gli altri, di “Soft Economy” e “Dark Economy” collabora con La Repubblica per cui gestisce anche un blog personale su temi ambientali. Personaggio di spicco all’interno del panorama ambientalista del nostro paese porta avanti le sue battaglie da almeno 30 anni. Questo è il suo libro più recente, scritto con l’intento di cambiare la percezione dell’ecologismo da parte dell’opinione pubblica. Compito che viene svolto partendo da una domanda: “Perché l’ambientalismo viene proposto come una tavola biblica di divieti?”

Case più confortevoli, meno traffico e smog, cibi più sicuri, crescita dell’occupazione: si può vivere meglio senza sacrifici


I paradossi dello sviluppo

Sono tanti gli spunti di riflessione offerti dal libro. Soprattutto per quanto riguarda l’assurda e tacita accettazione da parte della collettività di logiche quanto meno discutibili. Uno dei dati che più salta all’occhio durante la lettura è sicuramente quello delle morti causate dall’inquinamento dell’aria: 7 milioni ogni anno. Più di quelle causate da obesità, malnutrizione, abuso di alcol e droghe. Solo in Europa questo dato ci parla di 400.000 morti premature all’anno. Per farla breve “è come se due jumbo venissero abbattuti tutti i giorni nell’indifferenza generale.” – questa la metafora utilizzata dall’autore per esprimere la sua incredulità.

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“Nel corso del Novecento la popolazione si è moltiplicata per 4, l’economia per 14, la produzione industriale per 40, il consumo energetico per 16, le emissioni di CO2 per 17, il consumo di acqua per 9, la pesca marina per 35, l’area irrigua per 5. Mentre le foreste si sono ridotte del 20% e siamo finiti sull’orlo della sesta estinzione di massa nella storia del pianeta


La metafora della diga

In Ecologia del desiderio si prova a rispondere anche ad un’altra domanda che tortura le menti degli ambientalisti. Perché il problema non è percepito con la gravità che merita? E perché, nonostante tutti gli allarmi lanciati dalla comunità scientifica, continuiamo a sostenere un sistema che porterà il pianeta al collasso?

Per farlo ricorre ad un concetto già elaborato da Jared Diamond nel suo libro “Collasso”, ovvero la metafora della diga: “Una comunità vive in una valle ai piedi di un’alta diga, che in caso di cedimento provocherebbe una catastrofe. Quando gli esperti di sondaggi d’opinione chiedono agli abitanti della valle se sono preoccupati per una tale eventualità, scoprono che, com’è ovvio, la paura cresce con l’aumentare della vicinanza con la diga, ma anche che, raggiunta una punta massima, il timore decresce a pochi chilometri dal pericolo fino a sparire del tutto: le persone che abitano proprio sotto la diga, quelle che con maggiore certezza morirebbero se la struttura cedesse, si dichiarano tranquille. Ciò avviene per un meccanismo di rifiuto psicologico: l’unico modo di mantenersi mentalmente sani, pur avendo ogni giorno di fronte agli occhi la diga che incombe, è negare l’eventualità che possa rompersi”.

“Solo un alcolizzato, di fronte ad un medico che diagnostica una probabilità di morte del 90% a causa di un eccesso di superalcolici, continuerebbe ad attaccarsi alla bottiglia”

A chi è davvero convenuto saccheggiare la natura?

In Ecologia del desiderio vengono definiti banditi e li colpevolizza per aver deturpato la natura di ciò che era suo con il solo scopo riuscire a portare a casa il proprio bottino personale. Durante questo processo hanno distribuito alla collettività una parte minima di questi benefici, sedando così l’opinione pubblica. Qualche riga del libro basterà per spiegare meglio cosa intenda l’autore: “Oxfam ha calcolato che nel 2010 erano 388 le persone che detenevano la stessa ricchezza della metà più povera del pianeta. Nel gennaio 2016 questi super ricchi si erano già ridotti a 62. Se nulla cambierà nel 2020 saranno solo in 11 a possedere il 50% della ricchezza mondiale. Ogni paperone avrà lo stesso peso economico di 680 milioni di persone”.

“Insomma per due secoli buoni ci siamo spartiti il bottino della rapina alla natura pensando che fosse moralmente ingiusto nei confronti delle altre specie, ma conveniente dal nostro punto di vista: abbiamo chiuso gli occhi sull’etica e sull’ecologia convinti di ottenere in cambio benefici. Ora abbiamo scoperto che è stato un pessimo affare: abbiamo accumulato un debito insostenibile nei confronti degli ecosistemi da cui dipende la nostra sopravvivenza”

Una svolta ecologica a basso prezzo

Tra i tanti spezzoni in cui viene ribaltata la percezione dell’ambientalismo va sicuramente menzionato quello in cui viene ripreso uno studio di Nicholas Stern, ex chief economist della World Bank. I danni che i cambiamenti climatici potrebbero causare su scala globale nei prossimi 30 anni coinvolgeranno una cifra che potrà variare tra il 5 ed il 20% del Pil globale. Ragion per cui, secondo l’economista, vale decisamente la pena investire massicciamente già da ora per accelerare una transizione ecologica ancora troppo lenta in modo da limitare le perdite. Per farlo, basterebbe dedicarvi una cifra tra l’1 e il 2% del Pil mondiale.

“Con questi fondi si metterebbe in moto una spinta innovativa potente, capace di spaziare dagli edifici a impatto zero alla mobilità a basse emissioni, dall’efficienza energetica alla trasformazione dell’anidride carbonica in materiali da utilizzare nell’edilizia e nella pavimentazione stradale”

Se ci fosse un referendum su scala mondiale la vittoria della scelta green sarebbe probabilmente fuori discussione.

La bioeconomia: un potenziale immenso

Tra le tante note positive del mondo green di cui ci parla Cianciullo in Ecologia del desiderio, vogliamo citare la bioeconomia. Questa, solo in Europa, ad oggi vale 2.000 miliardi di euro e dà impiego a oltre 22 milioni di persone. E non è tutto. Secondo le stime dell’UE a un euro investito in ricerca ed innovazione in questo settore entro il 2025, si potranno ottenere 10 euro di fatturato.

All’interno di questo ragionamento rientra anche un più efficiente utilizzo delle risorse. Alcune delle quali non sfruttate a pieno e quindi in grado di creare ulteriore valore. Secondo Fritjof Capra e Pier Luigi Luisi, autori di “Vita e Natura. Una visione sistemica”, usiamo solo l’8% dei nutrienti di orzo e riso coltivati per produrre birra, e solo il 4% della palma da cui si estrae l’olio. Allo stresso modo per i beni di consumo mobili il valore totale dell’opportunità di risparmio nei materiali offerti dall’economia circolare potrebbe arrivare fino a 700 miliardi di dollari all’anno, ovvero l’1,1% del Pil 2010.

Le vie infinite dell’economia circolare

Opportunità e non restrizioni. Questo il filo conduttore in Ecologia del desiderio. Non poteva quindi mancare qualche esempio del potenziale dell’economia circolare. Ad esempio le possibilità derivanti dagli scarti delle piantagioni di caffè. Basti dire che solo lo 0,2% del caffè che viene faticosamente coltivato, cioè i chicchi, viene commercializzato.

“Se si sviluppasse un sistema di riconversione in funghi o in proteine degli scarti prodotti dalle piantagioni in 45 paesi, si creerebbero 50 milioni di posto lavoro. Lo stesso processo può essere ripetuto anche per altre materie prime come ad esempio lo zucchero di canna, utilizzato al 17% del suo potenziale, e per gli alberi trasformati in carta soggetti ad uno spreco di circa il 70% del materiale rubato a madre natura”. Opportunità su opportunità. Questo è il messaggio del libro. Per “dare una direzione al desiderio invece di rincorrere le paure”.

“Non c’è più tempo”: cosa fare davvero per salvare l’umanità

non c'è più tempo

Qualunque argomento, quando diventa un fenomeno mediatico, rischia di perdere spessore. È il prezzo da pagare per la sua diffusione tra le masse, le quali tollerano poco gli approfondimenti. Nel libro Non c’è più tempo, però, il climatologo e docente di sostenibilità ambientale all’Università di Torino Luca Mercalli riesce a riportare alla realtà l’argomento del vivere sostenibile. Troppo spesso infatti viene ridotto a piccole pratiche tanto buone quanto insufficienti quali il comprare una lampadina LED o gettare la bottiglia di plastica nel contenitore giusto.

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Cosa fare?

Luca Mercalli inizia il libro elencando lo stile di vita e le pratiche da seguire se vogliamo davvero cambiare il mondo. L’elenco è scorrevole, interessante e arriva subito al punto. E il punto è cambiare radicalmente le nostre abitudini. Non solo quelle piccole, che ormai si conoscono, ma anche quelle più importanti e che davvero possono bloccare il riscaldamento globale. Alcuni esempi: non prendere aerei e preferire viaggi in località vicine, recarsi al lavoro/riunioni il meno possibile prediligendo il telelavoro (capi permettendo). Infine, mantenere il ricambio generazionale pari o sotto la soglia 1:1, che nei fatti significa non avere più di due figli per coppia. Non sono certo i consigli a cui siamo abituati, ma sono sicuramente i più necessari.

Stile di vita sostenibile

L’autore illustra anche il suo personale stile di vita, fatto di macchina elettrica, pannelli fotovoltaici, abiti riciclati e una generale sobrietà. Il suo obiettivo non è di farne un vanto, bensì di dimostrare che una vita sostenibile è possibile. Ci dà quindi consigli molto pratici e molto utili sulla coltivazione dell’orto, (qui un articolo sull’orto digitale) sui prezzi dei pannelli solari e sul modo in cui gestirli, su come risparmiare l’acqua, su come riutilizzare o riparare oggetti danneggiati. Non mancano certo i consigli a livello politico e gestionale, alcuni dei quali, a dirla tutta, sembrano molto semplici e fattibili. Ad esempio, introdurre l’ora di educazione ambientale in tutte le scuole o introdurre l’obbligo, per chiunque abbia un giardino, di compostare l’organico individualmente.

L’importanza di prevenire

E’ anche importante da parte dei governi e dei singoli prendere misure di sicurezza per alluvioni e disastri ambientali. Nella seconda parte del libro, infatti, Luca Mercalli si concentra sulla resilienza, ovvero sulla nostra capacità di affrontare i cambiamenti climatici in un futuro ormai molto prossimo. Anzi, stiamo già assistendo a pericolosi cambiamenti, anche sul suolo italico. Per questo l’autore incentiva chi vive in luoghi più a rischio di alluvioni ad essere sempre pronti, con una torcia nel comodino e uno zaino pronto con biancheria e alimenti a lunga conservazione. Troppe persone e sempre più spesso muoiono a causa dell’impreparazione o semplicemente non sapendo le regole di base da seguire durante un’alluvione. Una di queste è non entrare mai in un sottopassaggio con la macchina quando l‘acqua a terra è piuttosto alta.

Non mollate il colpo

Dal momento che il libro è una raccolta di decine di articoli pubblicati negli anni dall’autore, non mancano ripetizioni e informazioni sì interessanti, ma alla lunga un po’ fine a se stesse. Per questo inviterei i lettori, una volta finita la parte quarta, a passare direttamente alla sesta. Nella quinta, infatti, si rischia di mollare il colpo, visto il calo di consigli davvero utili che abbiamo visto all’inizio e l’elenco di dati riguardo, per esempio, le alluvioni avvenute in Italia dagli anni sessanta ad oggi. Nell’ultima parte, invece, l’autore guarda ai problemi mondiali, certamente più grandi di noi ma che è sicuramente bene conoscere. Alcuni esempi sono il problema dei migranti climatici, le conferenze mondiali sul clima e l’impegno da parte delle diverse Nazioni. Mercalli ipotizza anche cosa succederebbe se Trump volesse uscire dall’accordo di Parigi, cosa che poi è effettivamente successa.

Insomma, in “Non c’è più tempo” è lasciato poco spazio alla teoria e molto alla concretezza, della quale vi è un estremo bisogno in un mondo in cui i social media stanno prendendo il controllo dell’informazione, che diventa così superficiale e lontano dalla verità dei fatti.

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I signori del cibo: Il lato più buio delle industrie alimentari

I signori del cibo è un libro-inchiesta scritto dal giornalista Stefano Liberti e pubblicato nel 2016 da Minimum Fax. Goffredo Fofi lo ha definito “uno dei migliori, dei rari prodotti del nostro giornalismo d’inchiesta”. Il tema trattato è quello delle industrie alimentari, ree di sacrificare interi ecosistemi per trarre un sempre maggiore profitto da uno dei pochi settori certo di sopravvivere per l’eternità: quello alimentare. Le multinazionali hanno da tempo fiutato quello che l’autore definisce come l’“overpopulation business” e non sembrano intenzionate a fermarsi.

Industrie alimentari: i regni delle aziende-locusta

Con una popolazione mondiale in crescita e una parallela diminuzione delle risorse naturali a disposizione non è stato difficile individuare l’opportunità per chi, da decenni, è abituato a lucrare su danni ambientali. Liberti definisce queste holding “aziende-locusta”. Esse sono il risultato della congiunzione tra industrie alimentari e grandi fondi finanziari. Il libro è diviso in 4 capitoli, ognuno dei quali approfondisce un alimento specifico ma gli stessi problemi sono facilmente riscontrabili anche per la maggior parte degli alimenti in mano alla grande distribuzione.

“Quest’inchiesta cerca di ricostruire il processo che ha portato il cibo a diventare una merce, scambiata sui mercati internazionali da aziende che ne controllano la produzione, la trasformazione e la commercializzazione. Gran parte del settore alimentare è ormai in mano a pochi grandi gruppi, che ne gestiscono meccanismi e modalità di produzione, imponendo le proprie strategie industriali e definendo in ultima istanza il sapore di quello che mangiamo. Si tratta di ditte gigantesche, capaci di far viaggiare i prodotti da un capo all’altro del pianeta, sfruttando le zone dove la manodopera è più economica, le terre più fertili e i controlli meno stringenti.”


Il business del maiale in I signori del cibo

Il viaggio de “I signori del cibo” non poteva che partire da un allevamento intensivo. Liberti si reca a Shuangui, in Cina, dove ha sede il più grande mattatoio del mondo. Lo stabilimento è infatti stato acquistato nel 2013 dall’americana Smithfield Food, leader nel settore della carne di maiale e detentrice di un’ampia fetta del mercato mondiale. “Un affare da qualche decina di miliardi di dollari”. Come tutte le filiere soggette al monopolio di pochi attori anche quella del maiale ha subito un processo di integrazione verticale, tramite il quale l’azienda che ne è a capo ha il controllo di tutta la filiera di produzione: dal mais e la soia necessari a nutrire gli animali, ai capannoni dove vengono allevati fino agli stabilimenti dei contadini costretti a sottostare alle loro regole per non sopperire ad una concorrenza spietata.

Dalla Cina l’autore si sposta negli USA, in particolare in North Carolina e West Virginia dove entra in contatto con i luoghi dove tutto è iniziato grazie allo stesso processo che negli anni precedenti aveva favorito la commercializzazione su scala mondiale della carne di pollo. I metodi di allevamento di animali da carne bianca hanno fatto infatti da apripista per tutte le altre, disponibili oggi in quantità infinite negli scaffali di tutti i supermercati del mondo.

La soia: devastatrice delle foreste

Già definito in passato come “il legume dei miracoli” il Glycine max, meglio noto come soia, può essere utilizzato in un’infinità di modi. Questa sua versatilità non è sfuggita alle grandi industrie alimentari che hanno iniziato a produrne enormi quantità in ogni parte del mondo. L’autore, per questo capitolo del libro “I signori del cibo”, si è recato a Mato Grosso nell’estremo occidente del Brasile. L’ Amazzonia è infatti il posto in cui le monocolture stanno facendo i danni maggiori. “I campi sono squadrati, geometrici, perfetti. E interminabili.” Questa pianta viene utilizzata nei modi più disparati: oli vegetali, cosmetici, carburante, salsa di soia, tofu e tanto altro. “Ma soprattutto è impiegato nell’alimentazione animale. I maiali, i polli, le mucche e persino i pesci cresciuti in acquacoltura sono nutriti con un pappone di cui la soia è uno dei principali ingredienti”. Il legame tra la deforestazione dell’Amazzonia e la carne dei supermercati è dunque indissolubile.

Aerei e pesticidi al posto di agrocoltori

Il Mato grosso, “foresta spessa” in portoghese, oggi non esiste quasi più. É stato rimpiazzato da 7 milioni di ettari coltivati a soia. Se invece si considera tutto il Sud America questo numero sale a 46 milioni: una volta e mezzo la superficie dell’Italia. E, come se non bastasse, nella regione “non c’è neanche un contadino”. Nei campi di soia infatti non c’è quasi manodopera. La semina ed il raccolto vengono fatti con le macchine e i pesticidi s’irrorano con gli aerei. I responsabili sono, oltre ai  soliti sospetti (Bayer, Monsanto, Dupont e Syngenta), le statunitensi Archer Daniel Midlands, Bunge, Cargill e la francese Louis Dreyfus. Queste aziende sono detentrici del 75/90% del mercato di grani e semi oleosi a livello mondiale.

La Cargill, per citare la più grande, è verosimilmente la vera produttrice del caffè che bevi la mattina, dell’olio in cui friggi per non parlare di latte, dolcificanti, carne e cotone. Quest’azienda infatti, non essendo quotata in borsa, non è soggetto a pubblico scrutinio ed è riuscita ad infilarsi in sordina in gran parte dei business più redditizi.

“La vera emergenza non è la sovrappopolazione del pianeta da parte degli esseri umani. La sovrappopolazione riguarda piuttosto gli animali da allevamento: ogni anno vengono uccisi 70 miliardi di animali per l’alimentazione umana. Per nutrire queste bestie dovremo usare un terzo delle terre arabili. Sarebbe sufficiente un cambio delle abitudini alimentari per risolvere d’emblée il problema della carenza delle risorse, della fame nel mondo e della difficoltà di nutrire una popolazione globale in costante aumento”.

Il genocidio del tonno

Dopo aver analizzato il mercato del maiale e della soia Liberti decide di farsi un bel tuffo in mare per fare chiarezza su un altro prodotto decisamente troppo commercializzato: il tonno. Per farlo si reca a Bermeo, nei paesi baschi, dove ha avuto origine la pesca europea del tonno tropicale.

Da qui sono infatti partite negli anni ’50 le “campagne di Dakar”. Da allora i pescatori di questo piccolo centro hanno iniziato a solcare i mari fino alla Liberia e alla Costa d’Avorio. Le tonnellate di tonno pescate in un anno in quell’area si attestano a 5 milioni. Alcune specie sono state dichiarate a rischio estinzione e tutte le altre sono marcate come “sotto stress”. Anche qui sono state le grandi industrie alimentari ad appropriarsi del commercio del tonno in scatola, pescando a rotta di collo ovunque ce ne sia disponibilità: dal Pacifico, all’Atlantico fino all’Oceano Indiano. Ad assorbire il 50% della produzione sono gli Stati Uniti e l’Unione Europea.

Chi sono i responsabili

L’UE spende ogni anno circa 130 milioni di euro per permettere alle sue navi di svuotare i mari di paesi terzi. Dal 1994 al 2006 l’Europa ha erogato 4,4 miliardi di euro in favore dell’industria della pesca. Gli accordi firmati coi paesi terzi permettono di fatto ai pescherecci europei di poter pescare all’infinito. Oggi nel mondo ci sono più di settecento mega-pescherecci che cacciano il tonno ogni giorno. Inquietanti sono anche i metodi di conservazione.

La carne viene bollita almeno due volte facendole perdere così tutto il suo vero sapore, che le viene poi restituito con l’olio d’oliva. Basta infatti acquistare una scatoletta di tonno al naturale per restare interdetti dalla sua totale mancanza di sapore. Lo sforzo di cattura è decisamente maggiore delle capacità riproduttive degli animali. L’unico metodo di pesca sostenibile per il tonno, e non solo, è la lenza a canna: il metodo meno utilizzato al mondo. Anche in questo caso l’autore non si risparmia quand’è il momento di fare nomi. A controllare l’industria del tonno sono la Thai Union, l’italiana Boston Alimentari e i coreani di Dongwon.

“La risorsa non è inesauribile. Inoltre è assurdo che un tonno pescato nel Pacifico venga congelato, bollito due o tre volte e fatto viaggiare su un aereo fino all’altro capo del pianeta per finire in una scatoletta che viene venduta a meno di un dollaro”.

Il pomodoro: dalla Cina all’Italia e non solo

Che la Cina sia diventata la più grande produttrice di pomodoro non sorprende. Come in gran parte dei settori, anche in questo caso il gigante asiatico ha assistito ad una crescita esponenziale della sua produzione. L’immensa regione dello Xinjiang, in inverno freddissima, durante i mesi estivi ha un clima ideale per la coltivazione dei pomodori e la manodopera a basso costo sicuramente non manca. In quest’area risiedono quindi le più grandi industrie alimentari del concentrato di pomodoro, che viene poi esportato in tutto il mondo. Anche in Italia alcune aziende comprano questo prodotto per poi ritrasformarlo e rivenderlo con tanto di marchio “made in Italy”. Gran parte delle esportazioni avvengono in Africa, vera patria del consumo di concentrato di pomodoro.

La questione caporalato

Parlando dell’”oro rosso” l’autore non poteva dimenticare la questione del caporalato nel sud del nostro paese, e gli dedica infatti l’ultima parte del libro. Paghe irrisorie, ovviamente in nero, e condizioni di lavoro pessime sono una prassi per gran parte delle marche di salsa di pomodoro che troviamo negli scaffali dei supermercati. E acquistandole non possiamo che incentivare questo processo che mina i diritti i civili dei lavoratori e incentiva la creazione di monocolture, capaci come poco altro di mettere sotto stress un terreno agricolo.

Il messaggio de “I signori del cibo”: boicottare le grandi industrie alimentari

Dietro gran parte dei prodotti che troviamo nei supermercati a prezzi irrisori ci sono le grandi industrie alimentari, responsabili di un’ampia fetta dei danni ambientali a cui abbiamo assistito negli ultimi 50 anni. Meno costerà un prodotto più sarà probabile che il vero prezzo ricada sull’ambiente o sui diritti dei lavoratori. Da qui la necessità, secondo e Liberti e non solo, di cambiare le nostre abitudini verso un consumo più responsabile: prodotti locali, filiere corte e acquisto diretto dai piccoli produttori. Questo sistema non solo indebolirebbe le “aziende-locusta” ma contribuirebbe anche ad una redistribuzione della ricchezza e delle quote di mercato di questo settore, con tanto di grossi benefici per l’ambiente.

Qualche domanda da porsi grazie a “I signori del cibo”

Produrre cibo per 9 miliardi di persone con metodi insostenibili non ci porterà lontano. Il pianeta non sarà in grado di sopportarlo a lungo. Ed ogni volta che scegliamo il prodotto al prezzo più basso contribuiamo ad alimentare un sistema insostenibile che finisce per arricchire, come se ce ne fosse ulteriormente bisogno, chi sta distruggendo il pianeta. Quando andiamo a fare la spesa, pensiamo a quello che compriamo. Da dove viene? Chi l’ha prodotto ed in quali condizioni? Quante risorse sono servite per farlo arrivare su quello scaffale? A chi sto realmente dando i miei soldi? Una volta che si saranno date le risposte a tutte queste domande scegliere, almeno per noi, è più facile di quanto si pensi.

“Effetto serra effetto guerra”: l’umanità che si autodistrugge

Effetto serra effetto guerra è libro efficace e ordinato, proprio come il titolo. C’era da aspettarselo dall’unione di un diplomatico, Grammenos Mastrojeni e un climatologo, Antonello Pasini che insieme lo hanno scritto. Pensandoci bene, non è un connubio usuale, ma con lo snocciolarsi dei capitoli, il mistero viene svelato.

“Effetto serra effetto guerra”: una piramide di informazioni

Il libro inizia prendendo molto alla larga il problema del riscaldamento globale. Poi, però, entra nello specifico illustrando le sue conseguenze dirette e indirette sull’umanità e in particolare sui Paesi in via di sviluppo. Per finire, assistiamo a un’interessante quanto illuminante riflessione sull’Italia, uno dei Paesi occidentali più interessati dalle migrazioni climatiche.

Inizialmente, quindi, può sembrare un libro teorico che, per quanto utile e spesso avvincente, con dati strabilianti e preoccupanti, può essere di difficile lettura. Esorto però a perseverare in quanto gli autori daranno esempi pratici e, soprattutto soluzioni, non tanto per mitigare il riscaldamento globale (per quello vi sono altri libri più specifici), quanto per resistere alle sue conseguenze potenzialmente catastrofiche.

Il ruolo dell’uomo nel riscaldamento globale non è una sciagura, anzi è una buona notizia! Infatti, se il riscaldamento fosse avvenuto per cause naturali non potremmo far altro che difenderci dalle sue conseguenze più negative. Ma poiché siamo stati noi a produrlo, possiamo fare qualcosa per modificarne le cause ed evitare così gli impatti futuri più devastanti.

Fenomeni da conoscere

Resta il fatto che Effetto serra effetto guerra parla di grandi fenomeni, molto più grandi di noi di fronte ai quali il rischio è di sentirsi impotenti. L’estinzione degli ecosistemi marini e terrestri, lo scioglimento dei ghiacciai che causano la perdita delle riserve di acqua e la deforestazione in America Latina.

Soprattutto, però, la siccità in Africa. Questa causa lo spostamento delle persone dalle campagne alle città, le quali, con il sovraffollamento e la corruzione politica, non riescono a gestire il flusso. La conseguenza sono i disordini sociali e, quindi, le guerre. Tutti fenomeni di grande importanza su cui proprio per questo è bene informasi.

Leggi anche: “Solo i ricchi si salveranno”. L’appello ONU sul cambiamento climatico

effetto serra effetto guerra

Cosa possiamo fare noi?

Verso la fine di Effetto serra effetto guerra si torna coi piedi un po’ più per terra e proprio sul suolo italico. Adesso sì che gli autori si appellano a noi per fare qualcosa, per aprire gli occhi e agire grazie al nostro diritto di voto. Ma sono anche importanti scienziati e imprenditori, perché insieme sviluppino progetti per risanare i terreni in Africa. Fondamentali anche gli insegnanti perché rendano i giovani consapevoli del pericolo al quale stiamo andando incontro e quanto sia importante, a questo punto, la resilienza.

L’immigrazione può essere un’opportunità enorme, da cogliere e trasformare in qualcosa di positivo e di utile a tutti. Perché i muri non sono la soluzione, bensì solo il coperchio di una pentola a pressione che prima o dopo esploderà. E il risultato sarà molto peggiore della piccola criminalità e altri reali ma risolvibili problemi cui ora si collega l’immigrazione.

Se abbandoniamo i più poveri alle prese con il cambiamento climatico, non solo facciamo finta di non capire ciò che ci insegna la scienza moderna e la geopolitica, cioè che siamo tutti sulla stessa barca e che i problemi sono interconnessi, ma lasciamo anche crescere un bubbone di conflittualità che prima o poi raggiungerà pure noi.

Tutto ciò sembra teorico o idealista, ma i vantaggi e gli svantaggi dell’ immigrazione, sopratutto quella africana, sono stati indagati dagli autori nel modo più razionale possibile, contando i soldi spesi e quelli guadagnati, valutando le prospettive di sviluppo economico, quantificando i pro e i contro. Tutto questo perché, se non si riuscisse a fermare il riscaldamento, quantomeno possiamo sfruttarne in modo intelligente le conseguenze creando un virtuoso effetto serra-effetto pace.

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Artico – La battaglia per il Grande Nord

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Artico La battaglia per il Grande Nord” è un libro scritto dal giornalista italiano Marzio G. Mian, il cui obiettivo è quello di rendere nota a tutti la guerra fredda che si sta svolgendo silenziosa ai margini del mondo.

Con questo libro, frutto di dieci anni di “esplorazioni giornalistiche”, ho cercato di colmare un vuoto: la cronaca del Nuovo Artico oggi, attraverso le storie di chi lo vive e il racconto delle forze spiegate sul campo nella battaglia per la conquista dell’ultima delle frontiere.

Artico: meno neve e più selfie

Il Nuovo Artico di cui parla Mian è irriconoscibile dal Vecchio, e lo sarà sempre di più. Un’entità che nel passato viveva soltanto nell’immaginario popolare come luogo irraggiungibile e inabitabile se non da mostri o dèi, è diventato oggi una delle più preziose fonti di guadagno del mondo.

Il petrolio che si cela al di sotto di strati ormai non più molto spessi di ghiaccio gioca un ruolo fondamentale. Anche il commercio di pesce è aumentato con lo spostamento di molte specie verso nord, non più timorose del mare freddo di un tempo.

I viaggi che prima erano considerati vere e proprie esplorazioni si sono trasformate in crociere. Le zone desolate, silenziose e per questo di un fascino unico, diventano bellezze un po’ più comuni, dove si moltiplicano i selfie e si dimezza la neve.

La fetta del mondo che paga il prezzo più alto per effetto del cambiamento climatico è anche quella che, per le stesse ragioni, offre immense oportunità di conquista e di potere, nuove rotte marittime commerciali, esotiche destinazioni turistiche, nuove frontiere di sviluppo e di ricchezza.

Scienza, politica, emozione

Le prove e le argomentazioni della sua protesta contro la conquista sconsiderata del Grande Nord sono di vario tipo, dai freddi dati scientifici e politici a elementi di grande intensità emotiva. Mian narra storie crude e strazianti sugli abitanti dell’Artico che coinvolgono il lettore, il quale finalmente sente la verità di cui ha bisogno. Questo luogo a noi apparentemente lontano, nei fatti condiziona la vita sulla terra come nessun altro sul pianeta.

“Quello che succede nell’Artico non rimane nell’Artico” è il mantra degli scienziati.

 

artico

Riscaldamento dell’artico e potere

Per spiegarne il motivo Mian riporta molti dati scientifici, come per esempio il meccanismo di ricambio delle correnti marine nell’Artico che, inceppato dal riscaldamento globale, innesca nel sud del mondo siccità e desertificazione, quindi milioni di profughi climatici. Accanto alla scienza troviamo la complessa e controversa politica che, come Mian ci dimostra, tanto complessa non è. L’obiettivo è uno solo per tutti: il potere. E, quindi, i soldi. Che siano per la Nazione o per loro stessi, saranno sempre il carburante dei politici. La pace nel mondo e l’ambiente sono solo strumenti per raggiungerli. Per esempio, l’ex ministro dell’industria groenlandese Jens-Erik Kirkegaard ha affermato senza peli sulla lingua che

Più i ghiacci si sciolgono, più il nostro Paese sarà sotto i riflettori. Il cambiamento climatico ci fa pubblicità gratis, è sempre più facile attirare capitali.

Molto approfondito anche il caso della Russia, da anni in lotta con il mondo per il dominio di zone che non riesce a gestire se non con la tirannia e la violenza, a danno della popolazione.

[Queste] Contraddizioni non interessano a Putin. Il petrolio e il nikel dell’Artico servono per finanziare gli arsenali e sostenere la sua diplomazia delle cannoniere.

Leggi anche: “Una centrale nucleare galleggiante è in rotta verso l’Artico”

Politiche green di facciata

In questo calderone politico Mian aggiunge anche le nazioni scandinave, che il mondo ammira come esempi virtuosi. Di fatto, però, secondo l’autore userebbero la mobilità elettrica, l’eolico e le altre politiche verdi come maschera per coprire il loro monopolio del petrolio, dal cui sporco e pericoloso mercato ci guadagnano i soldi per loro stessi e per quelle politiche green di facciata.

Scampato pericolo

L’autore arriva anche a sbilanciarsi, forse un po’ troppo, su argomenti non attinenti all’ambiente, come il movimento femminista estremo e la battaglia per il genderless. Con tutta questa carne al fuoco sul finale, Mian rischia di bruciarsi e di rendere non più credibile e non più “apolitico” l’intero libro. Questo però non succede, perché Mian si ferma proprio sulla soglia dell’abisso, evitando la caduta e permettendo al libro di diventare una delle pietre miliari dell’ambientalismo mondiale.

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Gli americani e i loro scarti in un romanzo di Jonathan Miles

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Tre personaggi, tre storie, una città e un’infintà di scarti. Talmadge, Elwin e Sara vivono a New York, non si conoscono e conducono vite totalmente differenti.

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I personaggi

Elwin, un uomo di mezza età appena separato dalla moglie e con il padre malato chiuso in un ospizio, attraversa una crisi che lo porterà a riflettere sull’utilità dei suoi scarti, cioè di tutti gli oggetti da lui posseduti che ormai, nella sua nuova vita, non trovano più ragione di esistere.

Sara, una vedova risposata con una vita apparentemente perfetta, fa di tutto per tenere lontano tutto ciò che non è socialmente accettabile, ma anche e soprattutto il suo passato, un ricordo troppo doloroso che invece la figlia vuole mantenere vivo.

Talmadge, insieme alla fidanzata Micah, vive per scelta fuori dalla società, senza lavoro e senza soldi, raccattando cibo nella spazzatura, tra gli avanzi ancora commestibili di ristoranti e supermercati.

Cercare cibo nei cassonetti significa rifiutarsi di contribuire all’eccesso di consumo che sta succhiando la vita al pianeta. Significa respingere la cultura delle merci, la cultura usa e getta. La nostra società produce abbastanza da nutrire, vestire e sostenere intere altre nazioni. Quindi vivere di quel flusso di scarti non solo è possibile, è anche fattibile.

Tanto fumo ma anche tanto arrosto

Un romanzo tutto americano, con una trama a tratti troppo inverosimile raccontata con espressioni ricercate, metaforiche, arzigogolate fino allo stremo e che spesso non arricchiscono la storia. Una storia che però c’è, si sente fortemente, la si vede e la si vive insieme ai personaggi, uomini come noi ingurgitati da una società impietosa, i cui meccanismi non risparmiano nessuno, nemmeno Micah e Talmadge che rincorrono una libertà ormai inesistente.

Proprio adesso qualcuno sta comprando un’auto ibrida perché vuole salvare il pianeta […]. Sono cose insignificanti, sono placebo, capisci? Sono strumenti concepiti per far credere alle persone che stanno facendo qualcosa e allo stesso tempo fargli comprare qualcosa […]. Non puoi combattere il sistema se sei parte del sistema.

Scarti

I veri protagonisti del romanzo, però, sono gli scarti. Incarnati in semplici oggetti o addirittura in persone e ricordi, la loro funzione viene ribaltata, sono nobilitati e spesso viene data loro una seconda, terza, quarta possibilità. “Scarti” però non è un romanzo con un punto di vista totalmente ecologista. È piuttosto un libro che racconta la verità, rappresentando anche la sofferenza e il dramma di chi decide di buttare qualcosa, ma soprattutto la difficoltà di donare quel qualcosa, quei ricordi, la propria stessa persona a qualcun altro, per dargli nuova vita.

Tutto è recuperabile, si disse […]. Perfino tu.

Soltanto ingranaggi

La ricompensa per aver fatto quel gesto, però, non si vede. I protagonisti non diventano eroi riciclando gli scarti, né questo li salverà dalla loro condizione. Sono ingranaggi della macchina sociale e nessuno li libererà. Se non altro, però, possono rendere quella macchina un posto migliore.

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