Disastro nucleare di Fukushima: è passato un decennio

11 marzo 2011, ore 14:46 locali; al largo della costa del Giappone settentrionale, alla profondità di 30 km si verificò un sisma di magnitudo 9 con successivo tsunami, che portò ad uno dei disastri nucleari più gravi al Mondo. Quello di Fukushima. L’11 marzo di quest’anno si è celebrato un decennio da quel terribile evento. Un giorno che le Nazioni di tutto il Pianeta hanno vissuto con sgomento e con il terrore di aver ripetuto il dramma di Chernobyl.

Fukushima: cosa accadde?

Lo tsunami, quel giorno, mise fuori uso l’impianto elettrico di backup della centrale nucleare; questa, rimasta senza elettricità, non riuscì più a garantire il raffreddamento dei reattori. L’interruzione dei sistemi e di ogni fonte di alimentazione elettrica, nelle ore successive causò la perdita di controllo di tre reattori che erano attivi al momento del terremoto. Nel corso delle ore e dei giorni successivi vi furono quattro distinte esplosioni, causate da fughe di idrogeno; alcune distrussero strutture superiori degli edifici di due reattori.

I noccioli di tutte e tre le Unità coinvolte subirono il meltdown completo, in momenti diversi. Oltre al rilascio di materiale radioattivo iniziale, uno dei maggiori problemi è ora la rimozione delle milioni di tonnellate di acqua radioattiva usata nel raffreddamento delle barre, ancora presente nell’impianto. Il lavoro di ripulitura costerà decine di miliardi di dollari e potrebbe protrarsi per i prossimi 40 anni.

Sopra l’unità 1 attualmente è in costruzione una gigantesca copertura (che sarà terminata nel 2023) in cui saranno sepolti polveri e detriti; mentre la rimozione del combustibile è pianificata per il 2027. L’unità 2, invece, ospiterà una struttura che, a partire dal 2024, sarà usata per stoccare 615 fasci di barre di combustibile. Quasi ultimati invece i lavori nell’unità 3, sovrastata da una struttura in acciaio in cui questo mese si dovrebbe completare la rimozione di altro combustibile. E infine c’è l’unità 4, in cui non è presente alcun detrito.

Secondo le stime della Tepco, saranno necessari almeno altri 30 anni per recuperare il combustibile non danneggiato e quello che si è sciolto e poi solidificato, per sbarazzarsi dell’acqua usata per il raffreddamento e per disassemblare i reattori. Sono in particolare i primi due punti a preoccupare di più, dal momento che ancora non si sa con certezza dove siano tutti i detriti e quindi non se ne può pianificare con precisione il recupero. Nel 2022 gli addetti alla bonifica proveranno a intervenire con un braccio meccanico sull’unità 2 per recuperare piccole quantità di detriti che si pensa giacciano sul pavimento.

Fukushima oggi

Oggi le cose sono cambiate solo superficialmente. Per gli isotopi radioattivi, infatti, dieci anni rappresentano un tempo irrisorio e la contaminazione è ancora presente, nonostante i tentativi del governo di decontaminare e di abolire la zona di esclusione.

Il prelievo di 5 cm di terra nelle zone limitrofe alla centrale, ha abbassato di molto il livello di contaminazione rilevabile in superficie, ma ha anche lasciato degli interrogativi senza risposta. Per esempio, sulla tipologia di analisi effettuate, visto che gli elementi radioattivi sono svariati. La maggior parte delle analisi, però, si concentra sulla rilevazione del Cesio 137. Oppure sulle condizioni delle falde acquifere o del terreno finalizzato alle coltivazioni. Le particelle radioattive, con le piogge, vengono mano a mano assorbite dal terreno ma ritornano in circolo dopo essere state assimilate dalle piante.

Leggi anche il nostro articolo: “Le foreste e l’uomo, relazione complessa anche alla luce del cambiamento climatico”

Il governo giapponese ha revocato quasi per intero l’iniziale zona di evacuazione; lasciando giusto alcune aree, in particolare quelle dei comuni più a ridosso della centrale, Ookuma e Futaba. Il resto del territorio è ad oggi ufficialmente una zona in cui è permesso rientrare. Come è possibile? La politica giapponese, la quale punta molto sulle prossime Olimpiadi per mostrare al Mondo che l’incubo nucleare sia svanito, ha iniziato ad abolire i sussidi abitativi e l’assistenza sanitaria agli sfollati.

Tantissime persone si stanno rifiutando di rientrare in quei territori, in cui sarebbe impossibile ricominciare una vita. Non solo a causa del pericolo radioattivo, ma anche per un sistema economico completamente distrutto; inoltre, vi è una grave mancanza di servizi primari, come ospedali o supermercati. La zona di Fukushima è sempre stata un paradiso verde del Giappone, famosa per i suoi tantissimi prodotti come riso e carni pregiate. La popolazione viveva grazie a quei settori che non potranno più essere ripristinati.

Acque radioattive in mare?

La Tepco, la compagnia giapponese che gestisce la centrale nucleare di Fukushima Dai-ichi, potrebbe dover riversare enormi quantità di acque radioattive nel Pacifico, quando lo spazio di stoccaggio sarà esaurito.

L’acqua è attualmente stazionata in oltre 1000 enormi-serbatoi che tuttavia nel 2022 saranno pieni. Il piano di Tokyo è quello di gettarla in mare, previo trattamento, attraverso un processo di rimozione multi-nuclide che tuttavia non è in grado di filtrare alcune sostanze pericolose.

Le taniche contenenti le acque radioattive di Fukushima.
Crediti: Issei Kato/Reuters

Alcuni studi confermano come anche dopo il trattamento l’acqua sia ancora contaminata e quindi pericolosa per la salute umana e per l’ambiente. Le rassicurazioni offerte dalle autorità giapponesi si baserebbero su dati sperimentali incompleti e, dunque, ancora inaffidabili. Tra le sostanze contenute nell’acqua contaminata, il trizio che secondo alcune ricerche può provocare morti fetali, leucemia infantile e sindrome di Down.

A preoccupare sono anche gli effetti a lungo termine dell’acqua trattata sull’ecosistema marino, con le sue inevitabili conseguenze per l’economia locale che vive di pesca. L’unica certezza è che una volta riversato nell’oceano, il materiale radioattivo rimarrà in mare.

La Tepco è da anni alle prese con l’accumulo di acqua radioattiva. L’acqua di falda che scorre sotto la struttura si contamina quando entra in contatto con quella usata per impedire che i nuclei danneggiati dei tre reattori fondano. Il governo nipponico ha investito 34,5 miliardi di yen (291 milioni di euro) per costruire una barriera ghiacciata sotterranea. Questa dovrebbe impedire all’acqua di falda di raggiungere i reattori, ma la struttura è riuscita soltanto a ridurre il flusso da 500 a 100 tonnellate al giorno.

Il Giappone ed il nucleare oggi

Il disastro di Fukushima non ha fermato il nucleare nel paese. Alcuni impianti sono tornati presto in funzione dopo uno stop generale cautelativo subito dopo l’incidente. Attualmente sono 9 i reattori giapponesi di nuovo in funzione dopo il disastro; altri 6 hanno già passato la revisione e possono essere rimessi in funzione. Infine, 12 reattori sono ancora in revisione.

In un’intervista al Financial Times, il ministro dell’Economia del Giappone Hiroshi Kajiyama ha affermato:

L’energia nucleare sarà essenziale per il raggiungimento dell’obiettivo di azzeramento delle emissioni nette di carbonio entro il 2050.

A marzo 2019 il mix elettrico giapponese era ancora ben distante dagli obiettivi fissati lo scorso dicembre per il prossimo decennio: le fossili erano al 77%, le rinnovabili al 17% e il nucleare al 6%.

Nel nuovo piano mancano i dettagli per l’energia dall’atomo, ma il governo ha fatto sapere che intende riservargli uno spazio più ampio. Nel vecchio piano del 2018, il nucleare avrebbe dovuto coprire nel 2030 il 20-22% del mix. Praticamente lo stesso ruolo riservato alle rinnovabili. I giapponesi pare la pensino diversamente. Secondo un sondaggio pubblicato il mese scorso dal quotidiano nipponico Asahi Shimbun, il 53% della popolazione non vuole il riavvio dei reattori. Un terzo invece si dichiara a favore, percentuale che cala al 16% tra gli abitanti di Fukushima. Il cambio di rotta è ancora molto lontano.

“Abbiamo la responsabilità di consegnare alle future generazioni un ambiente in cui possano vivere in sicurezza e con la massima tranquillità. In un mondo che ci è stato consegnato non possiamo più guardare alla realtà solo in termini utilitaristici, orientando l’efficienza e la produttività solo al nostro profitto individuale. La solidarietà tra generazioni non è un optional, ma una questione elementare di giustizia”

Papa Francesco, “Laudato si”

La domanda che tutti dovremmo porci è: siamo davvero sicuri che l’energia nucleare sia davvero pulita ed economica come molto spesso si crede?

Rifiuti radioattivi: nessun comune italiano vuole ospitarli

rifiuti radioattivi

Se volessimo paragonare la vicenda dei rifiuti radioattivi italiani a una Serie TV a puntate, potremmo dire di essere a metà stagione. Più precisamente saremmo nel mezzo dell’episodio chiave di volta in cui i fili sono al culmine dei loro intrecci e che, nel breve termine, inizieranno ad essere sciolti. Nella scorsa puntata abbiamo infatti parlato di come l’Unione Europea pretendesse dall’Italia una risposta in merito al nostro programma di smaltimento dei rifiuti radioattivi. Nel momento in cui l’italiana SOGIN (Società Gestione Impianti Nucleari) ha presentato il suo piano, però, è accorsa una rivolta nazionale, che ancora non sappiamo quando, come e se sarà risolta.

Il richiamo dell’UE

Riassumiamo la puntata precedente (che trovate interamente in questo articolo). A fine ottobre la Corte di Giustizia UE ha avviato una procedura di infrazione contro l’Italia in merito alla gestione dei rifiuti radioattivi. Nonostante nel nostro Paese le centrali nucleari siano state definitivamente chiuse nel lontano 1990, l’Italia non ha ancora avviato un efficiente programma di gestione degli scarti. Questi sono, di fatto, bombe a orologeria pericolose per l’ambiente e la popolazione, ma la quantità di questi oggetti nel nostro paese è sconcertante.

Secondo l’ ISIN (Ispettorato Nazionale per la Sicurezza Nucleare) in Italia vi sono 33 mila metri cubi di rifiuti nucleari custoditi momentaneamente nei luoghi dove sono stati prodotti, come ad esempio nelle vecchie centrali nucleari ormai dismesse. Nei prossimi 50 anni i rifiuti nucleari potrebbero raggiungere i 78mila metri cubi che deriveranno dai residui dalla ricerca, della medicina nucleare e dell’industria.

Per arginare i possibili pericoli derivanti da queste improvvisate e poco sicure discariche radioattive, nel 2013 era stata emanata una direttiva UE che chiedeva agli stati membri di presentare le loro soluzioni per lo stoccaggio di questi rifiuti. Il tempo, però, è trascorso e l’Italia, insieme ad Austria e Croazia, non ha presentato alcun piano. Almeno fino ad ora.

Il piano del Deposito Nazionale per i rifiuti radioattivi

Il progetto italiano per lo stoccaggio di questi rifiuti è un Deposito Nazionale a cui sarebbero destinati i 74 metri cubi di materiali a bassa o molto bassa radioattività. Ciò significa che dovranno essere depositati in una sorta di scatola protettiva per almeno 300 anni, ovvero il tempo nel quale perdono la carica radioattiva. O meglio, finché la carica non sarà più a livelli considerati dannosi per la salute e l’ambiente.

Da non dimenticare sono i residui a media o alta attività. Questi si neutralizzano soltanto dopo migliaia o centinaia di migliaia di anni. Per questo dovranno necessariamente essere depositati in una sorta di bunker geologico, quindi interrato, per prevenirne al massimo i potenziali danni. Al momento, però, questo magazzino geologico non esiste. Pertanto anche questi 17 mila metri cubi di rifiuti altamente pericolosi dovranno essere temporaneamente immagazzinati nel Deposito Nazionale.

Come è fatto il Deposito di rifiuti radioattivi

Il Deposito sarà costituito da una serie di contenitori, per la maggior parte in cemento armato, posizionati “a matrioska”, quindi uno dentro l’altro. Il primo è quello classico, che vediamo in film e giornali, dei rifiuti radioattivi. Parliamo di un cilindro o un parallelepipedo metallico che contiene i rifiuti in forma solida. A loro volta questi contenitori vengono posizionati in cubi di calcestruzzo alti quasi due metri.

E ancora, questi moduli sono inseriti in celle di cemento armato grandi 27 metri per 15 e alte 10 metri, progettate per resistere almeno 350 anni. Nel deposito verranno “ammassate” 90 di queste celle. Infine, l’ultima barriera protettiva consiste in una sorta di collina artificiale alta qualche metro, composta a sua volta da diversi strati di vari materiali. Il suo compito è quello di rendere il deposito impermeabile all’acqua, oltre che piacevole alla vista.

https://youtu.be/7rvWFmmEmj4

Dove verrà costruito il deposito?

Siamo arrivati quindi al frame della resa dei conti, in cui tutte queste parole devono essere messe in pratica. Solitamente, infatti, è proprio lo scontro con la realtà a rendere le cose, diciamo così, interessanti. Questo inevitabile passaggio mette in luce i lati oscuri di una questione che, se affrontata superficialmente, sembra anche troppo semplice. Produciamo rifiuti e li immagazziniamo senza che nessuno si faccia male. Poi, tra trecento anni, ci penseranno gli altri. Ma non funziona così e la realtà è appunto molto diversa.

Il 5 gennaio SOGIN ha pubblicato una mappa, detta CNAPI o Carta Nazionale delle Aree Potenzialmente Idonee ove costruire questo gigantesco Deposito Nazionale di rifiuti radioattivi. I criteri utilizzati per questa decisione sono, per esempio, l’attività vulcanica o il livello di sismicità del territorio, ma anche la presenza o meno di altipiani e la concentrazione abitativa. Una completa infografica che riassume i diversi criteri è stata ben realizzata dal Post.

Alla luce quindi di queste condizioni, le tre aree più idonee sono risultate essere in provincia di Torino, di Alessandria e di Viterbo. Tutte le altre sono situate in Toscana, Basilicata, Puglia, Sicilia e Sardegna, ma hanno una valutazione di idoneità inferiore rispetto alle prime dodici. Prevedibilmente, però, nessuna delle 67 aree individuate ha accolto con piacere la notizia. Anzi, i sindaci dei comuni interessati hanno rifiutato, talvolta anche minacciando proteste e rivolte, l’idea del progetto.

Nessuno vuole i rifiuti radioattivi in casa propria

Oltre ai timori riguardanti la salute e la sicurezza dei cittadini, Sindaci e Governatori hanno esposto varie e comprensibili proteste. Il presidente della Regione Piemonte, Alberto Cirio ha sottolineato come alcune delle aree scelte tra Torino e Alessandria siano patrimonio Unesco. Ha poi aggiunto: “Immaginate una persona in procinto di comprare una casa in uno di questi comuni. Dopo aver letto la notizia voi cosa fareste al suo posto?”.

Di avviso simile è il sindaco di Matera, che nel 2018 è stata nominata capitale della cultura ed è stata quindi una destinazione molto ambita per milioni di turisti, italiani e internazionali. Ecco le parole di Bennardi. “Un deposito nella sua zona sarebbe uno sfregio per diversi motivi. Ve lo immaginate un turista che arriva in una Matera autentica e trova una discarica di rifiuti radioattivi? Matera sito Unesco e deposito di scorie nucleari? Tutto questo terrebbe lontano chiunque”. Sulla sua scia anche il Ministro Roberto Speranza, di origini lucane, ha affermato che la Basilicata è una zona sismica di tipo 2, quindi sarebbe impensabile accogliere qui rifiuti radioattivi.

Una soluzione c’è, e creerà caos

Se nessuno si offrirà volontario tra i comuni scelti per ospitare il Deposito, Sogin dovrà pensare a trattative bilaterali per trovare una soluzione condivisa. La decisione finale spetta al ministero dello Sviluppo economico, che individuerà l’area con un decreto. L’obiettivo è di costruire il deposito entro il 2025.

Un sindaco coraggioso?

L’unico ad essersi fatto avanti è Daniele Pane, Sindaco di Trino, in provincia di Vercelli. Questa piccola cittadina però non è presente nella mappa pensata da SOGIN, anche se proprio qui in passato è stata costruita una delle centrali nucleari italiane ormai dismesse. Pane ha affermato che “se in passato si pensò a questo sito per l’installazione della centrale, magari potrebbe andare bene anche per il deposito. Già oggi noi facciamo da deposito nazionale. Quasi l’80 per cento dei rifiuti radioattivi italiani sono stoccati tra Trino e Saluggia. Piuttosto che rimanere in questo stato di provvisorietà, preferirei ospitare il deposito definitivo con tutti gli standard di sicurezza”.

Il ministro Sergio Costa di tutta risposta ha affermato quanto segue. “Leggo che alcuni sindaci di città non presenti nella lista si stanno candidando: se non si è nella lista il proprio territorio non possiede le caratteristiche tecniche per ospitare il deposito”. Il che mette tristemente in luce anche le falle nella legislazione italiana, che non molti anni fa permetteva il funzionamento di una centrale nucleare in un territorio evidentemente non idoneo a questa attività.

I vantaggi del Deposito Nazionale

Il sindaco di Trino, probabilmente, vorrebbe anche aver accesso ai 30 milioni di euro promessi ai comuni ospitanti. I costi per la costruzione del deposito invece ammontano a 900 milioni, che saranno in parte ammortizzati grazie alla bolletta elettrica degli italiani. Da questa già oggi vengono detratti i soldi di compensazione per le aree in cui si trovano i depositi provvisori.

Un altro vantaggio dell’avere “in casa propria” il Deposito Nazionale sarebbe la creazione di migliaia di posti di lavoro. Sia per i quattro anni di costruzione dell’impianto, ma anche durante il funzionamento dell’impianto stesso, che potrebbe occupare dalle 700 alle 1000 persone. Alcuni ritengono che bisognerebbe rendersi conto che le scorie sono anche il frutto di un efficiente programma di ricerca medica e di implementazione di cure delle quali loro stessi e tutta la popolazione giovano.

Gli svantaggi del nucleare

Però è comprensibile che nessuno voglia farsi carico di decisioni sbagliate prese in passato, come l’apertura sul suolo nazionale delle centrali. Il nucleare è da molti considerato un’alternativa alle fonti fossili. Ma, oltre ai disastri ambientali devastanti come quello di Chernobyl, anche i recenti fatti riguardo allo smaltimento delle scorie mettono in luce il limite di questo tipo di energia. La quale porta a dover immagazzinare rifiuti nelle più disparate aree del mondo il cui spazio, ricordiamolo, è limitato. Qui, permettetemi, stiamo raggiungendo il livello di chi necessita di fugare il dubbio sulla sfericità della Terra.

Leggi anche: A Chernobyl le radiazioni sono aumentate di 16 volte

Inoltre, se è vero che molte scorie derivano dalla ricerca medica, è anche vero che altrettante sono prodotte dall’industria. Non è questa la sede per snocciolare una possibile inchiesta sulla provenienza di questi rifiuti, ma sappiamo che probabilmente il generico termine “industrie” si riferisce a stabilimenti che producono oggetti inutili atti a soddisfare la nostra fame di consumismo. Ma, in mancanza di grosse novità, approfondiremo forse questo tema nella prossima puntata.

Italia: da 10 anni superiamo i livelli limite di inquinamento

italia inquinamento

Ascolta il podcast di introduzione all’articolo!

In concomitanza con la fine dell’anno e del decennio arriva, puntuale e severa, la pagella. La Commissione dell’Unione Europea ha rimandato agli anni venturi uno dei suoi studenti meno ligi, l’italia, nelle materie ambientali. Ma abbiamo ancora un buon margine di tempo e, oserei dire, un’ennesima clemente chance prima della bocciatura definitiva. Questa si concretizzerà in una punizione monetaria di cui il Bel Paese non ha affatto bisogno in questo periodo di grande crisi sociale ed economica legata al Covid.

L’Italia e l’inquinamento radioattivo

A fine ottobre la Corte di Giustizia UE ha avviato una procedura di infrazione contro l’Italia in merito alla gestione dei rifiuti radioattivi. Nonostante nel nostro Paese le centrali nucleari siano state definitivamente chiuse nel lontano 1990, l’Italia non ha ancora avviato un programma di gestione degli scarti. Questi sono, di fatto, bombe a orologeria pericolose per l’ambiente e la popolazione, ma la quantità di questi oggetti nel nostro paese è sconcertante.

Secondo l’ ISIN (Ispettorato Nazionale per la Sicurezza Nucleare) in Italia vi sono 30 mila metri cubi di rifiuti nucleari sparsi in 7 regioni. Questi sono solo una parte del quantitativo iniziale in quanto circa il 99% del combustibile esaurito, utilizzato nelle quattro centrali nucleari nazionali dismesse, è stato già inviato in Francia e in Gran Bretagna. Qui verrà riprocessato e solo in un secondo momento tornerà in patria. Sempre l’Isin però avverte che nei prossimi 50 anni i rifiuti nucleari potrebbero raggiungere i 78mila metri cubi. Da biasimare, però, non saranno soltanto i vecchi impianti nucleari in via di smantellamento. 28mila di questi infatti saranno i residui dalla ricerca, della medicina nucleare e dell’industria.

Proprio per arginare la possibilità che si creassero enormi discariche radioattive, nel 2013 è stata emanata una direttiva in merito alla gestione di questi rifiuti. Le Nazioni avevano a disposizione ben due anni per presentare le loro virtuose soluzioni. Il tempo, però, è trascorso e l’Italia, insieme ad Austria e Croazia, ha riconsegnato la verifica in bianco. L’UE ha lasciato a questi Paesi ancora due mesi per rimediare, dopodiché passerà al secondo stadio del richiamo, ovvero quello del “parere motivato”.

Italia oltre i livelli di particolato da più di 10 anni

Il “parere motivato” è invece già arrivato da parte dell’Ue in merito ai livelli di particolato in atmosfera sia pm 2,5 sia pm 10. Per capire più nel dettaglio il significato di queste sigle vi rimandiamo al nostro articolo in merito alle polveri sottili. Quel che è certo è che l’Italia sia uno dei paesi più inquinati d’Europa e, secondo la Commissione, tra il 2008 e il 2017 avrebbe violato il diritto dell’Unione “in maniera sistematica e continuata”. Inoltre “non ha manifestamente adottato, in tempo utile, misure adeguate per garantire il rispetto dei valori limite fissati dalle norme Ue sull’inquinamento dell’aria. 

L’area d’Italia che maggiormente presenta livelli di inquinamento oltre il limite della legalità è la Pianura Padana, con Lombardia e Veneto ai massimi livelli di PM10. Città particolarmente imputate sono MIlano, Brescia e Venezia. Non esenti da una valutazione negativa della qualità dell’aria sono però molte altre regioni tra cui Toscana, Friuli Venezia Giulia, Umbria, Campania, Marche, Molise, Puglia, Lazio e Sicilia.

Alla luce di dati inconfutabili l’Italia non ha potuto fare altro che far leva “sulla diversità delle fonti d’inquinamento dell’aria, alcune delle quali sarebbero influenzate dalle politiche europee di settore. Oppure ha puntato sulle particolarità topografiche e climatiche di alcune zone interessate come la Pianura Padana, un’area con conformazione “a conca” e quindi poco soggetta al ricambio dell’aria.

Le possibili soluzioni

La procedura di infrazione avviata dalla Commissione Europea è uno dei provvedimenti che mirano alla realizzazione del Green Deal europeo (di cui parliamo qui). Secondo i piani, infatti, l’UE dovrebbe diventare il primo continente a emissioni zero entro il 2050. Un patto che vede favorevole l’attuale ministro dell’ambiente italiano Sergio Costa. Egli infatti non si è lasciato abbattere dagli scarsi risultati ottenuti dall’Italia negli ultimi anni in fatto di inquinamento. Costa ha affermato quanto segue: “Fin dal mio insediamento, nel 2018 ho messo in campo tutti gli strumenti possibili, in accordo con le Regioni, per affrontare il tema della qualità dell’aria”.

“Il decreto legge Clima dello scorso novembre – continua il ministro – ha poi individuato una serie di iniziative, come l’acquisto di scuola bus green per cui abbiamo stanziato 20 milioni in due anni, o la riforestazione urbana, finanziata con 30 milioni. Importante anche il buono mobilità per incentivare una mobilità elettrica e sostenibile nelle grandi città, stanziando a tal fine i proventi delle cosiddette ‘aste verdi’ del Ministero dell’Ambiente”. 

Non sappiamo se questi provvedimenti riusciranno ad allontanare le numerose spade di Damocle che pendono sul nostro paese. L’Italia è infatti il Paese europeo con il numero più alto di procedure aperte (oltre 20) a tema ambiente. Quello che sappiamo, però, è che possiamo contribuire anche nel nostro piccolo alla realizzazione del sogno di un’Europa a emissioni zero e, sopratutto, un’Italia senza più particolato nell’aria. Possiamo, per esempio, attuare questi piccoli accorgimenti:

  • Scegliere, quando possibile, di non utilizzare la macchina per gli spostamenti
  • Sfruttare i servizi di car-sharing o bike-sharing della nostra città
  • Investire in un mezzo di trasporto a emissioni zero (bicicletta, monopattino elettrico, auto elettrica)
  • Utilizzare i mezzi pubblici
  • Usufruire il più possibile dello smart working
  • Evitare (in futuro) i voli aerei
  • Usufruire, se possibile, dei servizi che si trovano nei pressi della nostra abitazione (panificio, cinema, parrucchiere, banca, scuola e lavoro)
  • Ottimizzare il consumo energetico della nostra abitazione
  • Votare politici che abbiano a cuore l’ambiente

A Chernobyl le radiazioni sono aumentate di 16 volte

chernobyl

Simbolo di morte e distruzione, ma anche di rinascita e resilienza, il disastro nucleare di Chernobyl avvenuto nell’ormai lontano 1986 continua a fare parlare di sé. Un incendio è infatti divampato nei pressi della ex centrale e le radiazioni che già da decenni venivano incessantemente emanate nell’aria sono aumentate.

Leggi anche: “Una centrale nucleare galleggiante è in rotta verso l’artico”

Cause e portata dell’incendio

Nella giornata di sabato 4 aprile, proprio nei pressi del funesto quarto reattore della ex centrale nucleare di Chernobyl, sono scoppiati quattro incendi di natura dolosa. È stato già arrestato un giovane di 27 anni poiché sospettato di aver appiccato il fuoco.

I motivi sono ancora oscuri, ma sicuramente l’assenza quasi totale di controlli e dei soliti flussi di turisti hanno favorito l’accaduto. Il ventisettenne ha dichiarato che l’aver dato fuoco a un po’ d’erba e rifiuti generici si sia trattato di puro “passatempo divertente“.

Qualcuno però ipotizza che lui o chi per lui abbia semplicemente messo in atto una pratica tradizionale e ad oggi illegale adottata dagli agricoltori per ottenere più terreno coltivabile.

Chernobyl teatro di incendi

Gli incendi nell’area dell’ex centrale nucleare si verificano tutti gli anni regolarmente. Dopo l’inverno secco e tiepido appena trascorso, però, il fuoco si è diffuso più facilmente e in un’area più ampia. Secondo l’Exclusion Zone Management Agency, 8600 acri di foresta sono stati raggiunti dalle fiamme. Ma l’estensione del rogo è stato solo il primo di una catena di effetti distruttivi.

La cenere derivata dalla combustione di piante e terreno si è liberata nell’aria. Gli isotopi radioattivi intrappolati da anni al loro interno ora viaggiano liberamente nell’aria, traghettati, appunto, dalle ceneri. Questo ha provocato un’impennata nella radioattività del territorio. Yegor Firsov, capo del Servizio di ispezione ecologica statale ucraino, ha postato su Facebook un video nel quale mostra il contatore Geiger che segna i valori delle radiazioni passati da 0,14 a 2,3.

https://www.facebook.com/100000190799435/videos/3393938787289114/

Ma vi è un altro anello da aggiungere a questa drammatica catena. Lo spropositato aumento delle radiazioni ha reso molto difficili le operazioni di spegnimento, in quanto non è possibile avvicinarsi al luogo dell’incendio senza le dovute precauzioni. Per domare le fiamme, che si sono spente solo domenica mattina, il governo ucraino ha dovuto mobilitare molti elicotteri, 400 vigili del fuoco, 100 autopompe e decine di tonnellate di acqua.

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Abitanti preoccupati

Questo avvenimento ha ridestato preoccupazioni e polemiche sia riguardo alla stessa centrale di Chernobyl, sia riguardo al nucleare in quanto tecnologia del futuro.

Preoccupazioni che arrivano, in primo luogo, da coloro che vivono nelle aree limitrofe alla zona rossa e dagli abitanti di Kiev. Questi, infatti, già sottoposti al lockdown del coronavirus, hanno iniziato a preoccuparsi se fosse il caso di aprire le finestre. Le autorità ucraine, Firsov compreso, hanno però rassicurato tutti sull’assenza di rischio di essere esposti alle radiazioni.

Chernobyl è stata sottovalutata

Viene però da chiedersi quanto queste rassicurazioni siano reali. Non sarebbe infatti la prima volta che il problema della radioattività in quelle zone è stato sottovalutato.

Ad esempio, al momento è vietato a chiunque stabilirsi a meno di 30 chilometri di distanza dalla ex-centrale a causa delle radiazioni. Subito dopo il disastro del 1986, però, quando le radiazioni erano molto più pericolose di adesso, i reattori intatti hanno continuato imperterriti la loro attività. Sono stati bloccati soltanto nell’anno 2000, e fino ad allora hanno provocato ulteriori morti, deformazioni e malattie. Inoltre soltanto nel recentissimo 2016 è stata costruita una cupola anti-radioattiva intorno al quarto reparto.

Ambientalisti indignati

Il fatto che oggi, a fronte di radiazioni così alte, non siano state prese precauzioni per gli abitanti della nazione ha indignato gli ambientalisti. Tra i quali gli esponenti di Legambiente che da anni si battono per la tutela dei popoli più colpiti dal disastro nucleare.

“Questo dato è assolutamente allarmante – ha detto Angelo Gentili della segreteria nazionale di Legambiente – e deve vedere una task force attivarsi immediatamente allo scopo di evitare nuove vittime innocenti. Per non ripetere gli errori del passato, oltre a sollecitare le istituzioni locali ad attivarsi per rendere pubblici tutti i dati, Legambiente chiede che vengano immediatamente messi in sicurezza i cittadini che abitano nei pressi della zona ancora oggi fortemente contaminata”.

Il problema delle radiazioni esiste

Certamente non è questo il momento per creare ulteriore panico tra le persone, visto quello che sta accadendo nel mondo. Il pericolo delle radiazioni, però, esiste ed è una realtà che va affrontata.

A causa dell’assenza di vita umana, a Chernobyl la vegetazione è cresciuta rigogliosa.

Come ha rivelato all’Ecopost Franco Camera, professore associato di fisica nucleare e subnucleare dell’Università degli Studi di Milano, gli isotopi radioattivi chimicamente “imprigionati” nelle foglie, nella corteccia o nel terreno potrebbero ora trovarsi nelle ceneri dell’incendio. Quelle più leggere, che potrebbero essere radioattive, possono essere trasportate dai venti o, più in generale, dai movimenti dell’atmosfera verso zone più lontane.

A maggior ragione, quindi, vista l’imprevedibilità dei fenomeni meteorologici, bisognerebbe prendere alcune precauzioni. Anche se, come scrive il New York Times, già il fatto che le persone al momento siano costrette a rimanere dentro casa e che escano solo dotate di mascherine è l’unica “felice” coincidenza in questa situazione così delicata.

Leggi anche: “Virus, lo sfruttamento ambientale li fa esplodere”

Un altro problema è quello che Olena Miskun, esperta di inquinamento atmosferico del gruppo ambientalista Ecodiya, illustra allo stesso giornale statunitense. Le particelle radioattive possono atterrare nei giardini o nei campi e successivamente essere consumate insieme al cibo ivi cresciuto.

Uno strappo tra gli ecologisti

Una branca dell’ecologismo è ancora fortemente convinta che l’energia nucleare sia la soluzione a tutti i problemi (o quasi) relativi al riscaldamento globale. Sarebbe infatti fonte di energia pulita e creerebbe molti posti di lavoro. In più concentrerebbe su di sé molto denaro ad oggi macchiato di carbone, destinandolo piuttosto allo sviluppo di tecnologie che riducano al minimo i rischi di una strage come quella di Chernobyl o Fukushima.

I problemi relativi al sistema energetico nucleare sono stati esaurientemente esposti in un articolo di Mark Z. Jacobson e Mark A. Delucchi pubblicato nel 2009 sul Scientific American. I due scienziati sostengono come sia possibile (o come sarebbe stato possibile, vista la data) convertire tutto il pianeta a energie rinnovabili entro il 2030. E, secondo loro, il nucleare non sarebbe la soluzione.

Emissioni, emissioni e ancora emissioni

Innanzi tutto l’energia nucleare produce emissioni di carbonio fino a 25 volte superiori rispetto all’energia eolica. Per estrarre, trasportare e arricchire l’uranio, oltre che per costruire un impianto nucleare, occorre bruciare quantitativi enormi di combustibili fossili.

Senza contare che tutta quell’energia inquinante sarà rilasciata per i 10-19 anni necessari per progettare e costruire l’impianto. Un tempo sufficiente perché grande parti delle calotte polari si sciolgano, i mari si alzino, i disastri naturali accadano e così via.

Costruire un impianto eolico invece richiede soltanto dai due ai cinque anni. Investire sul nucleare, quindi, rallenterebbe la transizione, perché l’energia rinnovabile è più veloce ed economica da produrre e mettere in vendita, due attributi fondamentali considerando l’urgenza del problema climatico.

Vi è poi un problema di smaltimento dei rifiuti. Quando un singolo dispositivo eolico, solare o ondoso è inattivo, solo una piccola parte della produzione ne risente. Quando invece una centrale a nucleare va in rovina, sopraggiungono grosse difficoltà per smaltire l’uranio accumulato e tutto ciò che di radioattivo resta in loco.

I rischi del nucleare

Di qui ci colleghiamo all’ultimo punto, ma sicuramente non meno importante, dei fattori che rendono scettici molti ambientalisti riguardo al nucleare. Il danneggiamento o, peggio, la completa distruzione delle centrali nucleari. Il disastro di Chernobyl provocò migliaia di morti, innumerevoli casi di tumore e malattie derivate dalla radioattività del territorio, anche a molti anni di distanza. Gli effetti nel tempo sono stati incalcolabili, visto che l’area vicino all’ex-centrale è ancora, dopo più di trent’anni, inagibile senza le dovute precauzioni.

Fukushima, in Giappone, non fu da meno. 18.500 persone sono morte o disperse a causa dei terremoti e degli tsunami accorsi dopo l’esplosione. 160 mila persone sono state costrette a lasciare le proprie case e le proprie città e di queste molte sono morte negli anni successivi a causa delle condizioni precarie in cui si sono trovate a vivere. Nessuna morte è sopraggiunta a causa dell’esposizione diretta alle radiazioni. Ma, se questo ultimo dato può fare macabramente gioire qualcuno, io piuttosto mi chiederei quanti morti in più ci sarebbero stati se l’esposizione alle radiazioni fosse stata inevitabile.

Proviamo ora a pensare l’intero pianeta puntellato da centinaia di centrali nucleari. Personalmente non mi sentirei al sicuro e temerei per la salute di chiunque si trovi a vivere nelle zone limitrofe. Pensate invece a un mondo pieno di impianti eolici e pannelli solari. Come ha detto l’attore comico Bill Maher “sapete cosa succede quando i mulini a vento cadono in mare? Uno schizzo!”.

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Una centrale nucleare galleggiante è in rotta verso l’Artico

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Greenpeace ha definito la nave Akademik Lomonosov “la Chernobyl dei ghiacci“. L’evidente volontà dell’associazione ambientalista è quella di metterci in guardia sulla pericolosità di questo progetto firmato Russia. La nazione di Putin, infatti, ha di recente inviato una nave nucleare verso la cittadina artica di Pevek.

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Gli intenti positivi

Secondo la dichiarazione di intenti della Società Nucleare russa Rosatom, gli effetti di questa missione saranno molto positivi. In primo luogo questa centrale nucleare galleggiante fornirà elettricità a 50.000 persone. In secondo luogo sostituirà la vecchia centrale elettrica a carbone, riducendo le emissioni e quindi l’effetto serra. Sostituirà anche la centrale nucleare già esistente sul suolo artico, riducendo il pericolo di un incidente nucleare su larga scala, quali sono stati quelli di Chernobyl del 1986 e di Fukushima del 2011. La nave potrebbe infine alimentare gli impianti di dissalazione per paesi con carenza di acqua dolce, come le nazioni insulari o quelle con un clima e un ambiente particolarmente secco, come quelle africane.

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Thomas Nilsen, direttore del giornale norvegese Barents Observer, ha commentato il tutto con un’osservazione semplice ma esauriente: “se questo fosse stato un ottimo modo per fornire elettricità alla costa settentrionale della Siberia, sarebbe molto più diffuso“. Come si legge sul Guardian, l’idea di creare impianti nucleari in mezzo al mare esistono da generazioni, tanto che negli anni ’60 e ’70 gli Stati Uniti avevano costruito un piccolo reattore nucleare a bordo di una nave nella zona del Canale di Panama. Questi, però, non sono mai stati prodotti in massa, sia per i costi molto alti, sia, molto probabilmente, a causa dei terribili incidenti nucleari avvenuti negli anni a seguire.

Alcuni dubbi

Rosatom continua a ribadire che i materiali e le tecnologie utilizzate per la costruzione della nave sono ora molto più sicuri e sviluppati che in passato. Vladimir Irminku, uno dei principali ingegneri dell’Akademik Lomonosov, ha affermato che la nave è a prova di tsunami, di iceberg e, in caso di incidente, il freddo dell’acqua artica aiuterebbe di molto il processo di raffreddamento del reattore in attesa degli aiuti. Leggendo poi che Rosatom sta pensando di vendere la tecnologia a Paesi quali il Sudan, in Africa, mi sorge un grosso dubbio. L’acqua del mare in questa zona non sarà più tanto fredda e uno dei vantaggi del sistema di raffreddamento millantato da Rosatom verrà sicuramente meno.

Anna Kireeva fa parte della Bellona Foundation, la quale si occupa dei problemi ambientali nella regione dell’artico. Kireeva ha confessato al Guardian di essere preoccupata nel caso tali tecnologie nucleari vengano utilizzate in paesi in cui i livelli di sicurezza, e regolamentazione delle radiazioni nucleari non sono elevati come in Russia. Cosa ne faranno del combustibile nucleare esaurito? Come reagiranno in caso di emergenza?

Riguardo ai materiali, Kireeva aggiunge che, per quanto la nave sia resistente, l’impatto con uno tsunami o l’avvento di una forte tempesta potrebbe spostarla verso terra, contaminando l’ambiente circostante e i suoi abitanti. Inoltre, come ha dichiarato Adam Minter del Bloomberg Opinion, anche se un disastro nucleare avvenisse in mezzo al mare senza colpire la terraferma, contaminerebbe l’acqua e i suoi abitanti, oltre che l’industria ittica e, ovviamente, tutte le comunità costiere.

Lo sviluppo non vale vite umane

I critici hanno anche fatto notare gli incidenti passati che coinvolgono le navi marittime nucleari. La più tragica è stata l’esplosione sul sottomarino Kursk nel 2000 che ha ucciso tutti i 118 membri dell’equipaggio. Da non dimenticare anche il misterioso incidente sul sottomarino a propulsione nucleare Losharik avvenuto a luglio 2019 e che ha ucciso 14 persone che erano a bordo. Nel 2011, vi è stata una preoccupante fuoriuscita di radiazioni da parte di un rompighiaccio russo al largo delle coste della Siberia. Forse questi incidenti “aiutano” a rendere la tecnologia più sicura, ma è necessario rischiare di immolare vite umane per il bene della scienza o, peggio, per interessi economici?

L’equipaggio della nave nucleare Akademik Lomonosov

Interessi economici e greenwashing

Resta infatti un ultimo punto da non sottovalutare: gli interessi della Russia nell’inviare una nave nucleare verso l’artico. Come sappiamo quest’area del pianeta sta subendo in modo ingente gli effetti del cambiamento climatico. Questi, però, non sono visti negativamente dalle grandi potenze mondiali, bensì rappresentano una risorsa. Con lo scioglimento dei ghiacci, infatti, si sono liberate nuove rotte commerciali oltre che strategiche in caso di conflitto per il loro dominio. Inoltre, sempre per il fatto che il clima è meno ostile e i ghiacci meno spessi, l’estrazione delle risorse naturali sta diventando sempre più facile. E, come dice Marzio G. Mian nel suo libro Artico, la battaglia per il grande nord, la corsa all’oro nero nel nord del mondo è ormai iniziata.

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Stati Uniti e Russia, infatti, stanno considerando ogni possibile modo per approcciarsi a questa terra ormai non più desolata. Trump ha addirittura espresso la volontà di comprare l’intera nazione della Groenlandia pur di impossessarsi delle sue risorse. La nave nucleare Akademik Lomonosov fornirà quindi sì energia alle case di Perek, ma anche alle macchine estrattrici di risorse naturali, diventando un altro triste esempio del sempre più diffuso “greenwashing“.

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