A Venezia i ministri del G20 rilanciano l’idea della carbon tax

Carbon-Tax

Finalmente i ministri dell’economia e i governatori delle Banche Centrali più influenti al mondo hanno rilanciato l’idea di una carbon tax, e di “un ampio insieme di strumenti per far fronte all’emergenza climatica”. È la prima volta che avviene in maniera così decisa. La sede di questo rilancio è una di quelle d’eccezione: il vertice di economia e finanza del G20 tenutosi a Venezia dal 9 all’ 11 luglio scorso.

Però cominciamo col dire che, sebbene sia stata messa sul tavolo, la strada per introdurre una tassa globale sulle emissioni di CO2 sembra ancora lunga. Soprattutto perché, al di là dei proclami, ad ora sono arrivate solo semplici dichiarazioni.

Cos’è la carbon tax?

Per prima cosa capiamo cosa si vuol dire quando parliamo di carbon tax. La carbon tax è una tassa che viene applicata ai prodotti il cui consumo comporta emissioni di Co2, il principale responsabile dell’emergenza climatica che stiamo vivendo. A pagarla, solitamente, sono le aziende che nella loro attività produttiva emettono tale gas a effetto serra.

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Il ragionamento alla base della carbon tax è semplice. La produzione di un bene può generare un costo negativo per l’ambiente, in questi casi si parla di esternalità negative. Questo costo verrà pagato dalla collettività, ad esempio attraverso i danni alla salute e il danneggiamento degli ecosistemi. Per fare in modo che siano le aziende – e non la collettività – a pagare per i danni causati, è dunque possibile tassare le produzioni inquinanti.

Il summit del G20 di Venezia

Il G20 è nato nel 1999 come forum di consultazione tra le maggiori economie del mondo. In seguito alla crisi del 2008 è stato implementato anche di una dimensione politica, per favorire il coordinamento delle politiche dei singoli Stati sulle principali tematiche internazionali. Attualmente i Paesi coinvolti rappresentano il 60 per cento della popolazione globale, l’80% del PIL mondiale, il 75% del commercio estero.

Quest’anno i vertici del G20 si stanno svolgendo in Italia. Sabato scorso a Venezia, a margine del vertice su economia e finanza, si è tenuta la Conferenza internazionale sul cambiamento climatico, a cui hanno partecipato i ministri dell’economia e i governatori delle banche centrali più influenti al mondo.

Durante il vertice, il ministro dell’economia francese, Bruno Le Maire, ha esortato i colleghi ad assumere un impegno comune: far pagare un prezzo equo a tutti coloro che inquinano. «C’è bisogno – ha spiegato Le Maire – di introdurre un prezzo equo ed efficiente delle emissioni di anidride carbonica. In un mondo ideale, il prezzo dovrebbe essere uguale per tutti, ma ci sono differenze politiche su questo obiettivo. Stabilire una soglia minima va in questa direzione».

La fissazione di una base globale del prezzo del carbonio (cosiddetta global floor) è anche uno dei cardini della strategia climatica della Unione Europea. La Commissione presenterà domani ‘Fit for 55‘, un maxi pacchetto sul clima che poggerà su tre elementi:

  • l’estensione a nuovi settori del sistema del trading di emissioni di Co2;
  • la revisione della direttiva sulla tassazione energetica;
  • un meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere (carbon border adjustment mechanism).

Gli Stati Uniti

Un po’ più generico è stato il punto di vista degli Stati Uniti. La segretaria al Tesoro Usa, Janet Yellen, si è mostrata consapevole che la lotta al cambiamento climatico “richiederà grandi investimenti e scelte politiche difficili” da prendere “immediatamente”. Ma non c’è stato nessun accenno specifico su una carbon tax globale, bensì più in generale su «incentivi alla decarbonizzazione e altre tipologie di sussidi».

La posizione del FMI

Uno degli attori più favorevoli all’introduzione della carbon tax è il Fondo Monetario Internazionale (Fmi). A Venezia la direttrice generale, Kristalina Georgieva, ha ribadito che serve «un segnale forte» per spingere all’adozione di una soglia di prezzo minima globale per le emissioni di anidride carbonica.

Ad oggi, secondo la direttrice del Fmi, il prezzo medio globale della Co2 è insufficiente: appena 3 dollari la tonnellata, e oltretutto copre solo il 23% delle emissioni globali complessive. Georgieva ha indicato la necessità di fissare un prezzo di almeno 75 dollari per ogni tonnellata di Co2 emessa.

Come farlo? «La prima priorità è liberare il mondo da ogni forma di sussidi ai combustibili fossili, che oggi sono equivalenti a più di 5 trilioni di dollari all’anno», risponde Georgieva. Poi si dovrebbe arrivare a un accordo internazionale che introduca un prezzo minimo del carbonio (global floor), o meglio diversi prezzi minimi a seconda dei contesti locali di sviluppo.

La strada è ancora lunga

Certo, stiamo parlando di semplici dichiarazioni. Ad esempio, nulla di comparabile con l’accordo sulla tassazione delle multinazionali raggiunto durante il summit. Un accordo vero e proprio anche in tema di carbon tax non sarà semplice da raggiungere. In primis bisognerà prevedere le ricadute economiche e sociali legati all’introduzione della tassa sul carbonio, evitando ciò che è avvenuto in Francia in occasione delle proteste dei gillet gialli.

Qui da noi, in Italia, una recente analisi fornita dall’Osservatorio dei conti pubblici calcola che, con la carbon tax, «il prezzo di carbone aumenterebbe del 134%, quello dell’elettricità del 18%. Per la benzina, l’aumento di prezzo sarebbe di circa il 10%». Sicuramente un cambiamento necessario se vogliamo affrontare l’emergenza climatica, ma da adottare insieme ad altre riforme indispensabili.

Insomma, la strada è ancora lunga. Ma la nota positiva è che, per la prima volta, nel comunicato finale del G20 potrebbe esserci il riconoscimento del ruolo del carbon pricing nella lotta la cambiamento climatico.

New York, bocciata la barriera protettiva per l’innalzamento del mare

new york

L’ennesimo scandaloso Tweet di Trump lo aveva preannunciato. La barriera che doveva proteggere New York dall’innalzamento del livello del mare e dai sempre più frequenti disastri naturali non si farà.

Il lupo non ha perso il vizio

Il 19 gennaio, dopo che il New York Times ha pubblicato un articolo in cui illustrava i progetti per la protezione dell’area newyorkese, Trump ha twittato ciò che segue.

Un gigantesco muro marino da 200 miliardi di dollari costruito intorno a New York per proteggerla da rare tempeste è un’idea costosa, stupida e dannosa per l’ambiente, la quale, quando servirà, probabilmente non funzionerà comunque. Sarebbe anche terribile a vedersi. Mi dispiace, ma dovrete preparare secchi e stracci!

L’infelice battuta finale, non adatta a un presidente né tanto meno all’argomento, ovvero disastri naturali che mettono a repentaglio la vita di migliaia di persone, non è nemmeno commentabile. Ma, oltre alla mancanza di tatto, in questo Tweet si cela anche tutta l’impulsività, l’intento manipolatorio, la disinformazione che ha caratterizzato la politica di Donald Trump dalla sua elezione ad oggi.

Innanzi tutto per la costruzione della barriera non sono stati stimati 200 miliardi di dollari, bensì 119, che successivamente sono scesi a 62 miliardi. Certo, sono cifre importanti che devono essere ben valutate prima di essere spese. Ma era proprio quello che l’Army Corps of Engineers stava facendo mentre vagliava non solo una, bensì cinque opzioni per mitigare gli effetti dell’innalzamento del mare e dei disastri naturali sull’area di New York.

Una Grande Muraglia a New York

Il progetto che più plausibilmente sarebbe stato approvato prevedeva la costruzione di un muro lungo quasi 10 chilometri lontano dalle coste di Manhattan. Molti sostengono che quella fosse la soluzione migliore per proteggere il maggior numero delle persone, di proprietà e di attrazioni, compresa la Statua della Libertà, senza privare la città dal suo lungomare.

Catherine McVay Hughes, che è stata presidente del consiglio comunale di Lower Manhattan durante l’uragano Sandy, ha rivelato al New York Times che, se il muro fosse costruito a ridosso della costa, dovrebbe essere sufficientemente alto da scongiurare le più grandi alluvioni e sarebbe, quindi, sgradevole alla vista.

Problemi ambientali

Vi è però chi critica questo progetto, compresi alcuni ambientalisti, poiché il muro difenderebbe la città soltanto dalle mareggiate dovute alle tempeste. Non sono state invece considerate le inondazioni dovute al deflusso delle tempeste stesse, oltre che il semplice innalzamento del livello del mare.

Vi è anche un altro punto critico, portato sul tavolo da Kimberly Ong, esponente del Consiglio di difesa delle risorse naturali. I rifiuti di New York potrebbero infatti essere spinti dall’acqua piovana all’interno della baia formata dalla barriera. “Saremmo sostanzialmente immersi in una vasca da bagno piena dei nostri escrementi”, ha affermato Ong.

Molti ambientalisti hanno inoltre affermato che qualsiasi barriera cambierebbe il flusso naturale dei sedimenti, influenzando le migrazioni e la catena alimentare marina.

Ipocrisia portami via

L’ipocrita Donald Trump non si è fatto sfuggire l’occasione di salire sul treno ambientalista, guarda caso soltanto quando questo lo aiuterebbe a raggiungere i suoi sporchi interessi. Nel suo Tweet infatti Trump fa riferimento ai problemi ambientali che la barriera comporterebbe, quando invece di questi non si è mai interessato nel corso di tutta la sua carriera.

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Semplicemente Trump e la sua amministrazione non vogliono utilizzare quei fondi per la ricerca e la realizzazione della barriera. I progetti ai quali potrebbero essere destinati, al momento, non ci è dato saperli. Certo è che le recenti approvazioni alla costruzione di nuovi oleodotti, agli scavi nei parchi naturali e alle centrali a carbone, potrebbero darci un’idea.

Con lo scoppio della pandemia, poi, Trump troverà sicuramente il modo di far passare non in secondo, ma in ultimo piano il progetto di mitigazione del cambiamento climatico che la barriera rappresenta.

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Il presidente può tutto

Il presidente degli USA però può permettersi di farlo perché, proprio come i virus che si diffondono maggiormente tra la popolazione meno abbiente e che non può permettersi le cure, anche i disastri ambientali seguono la stessa linea. E Donald Trump, a causa del suo multimiliardario ego, non si è mai dimostrato attento ai diritti delle minoranze.

I danni degli uragani passati sono stati maggiormente sentiti da coloro che vivevano in zone meno centrali e con meno infrastrutture. Oppure da coloro che non avevano la possibilità di spostarsi, o per motivi economici o per mancanza di un altro luogo dove andare (per esempio una seconda casa in villeggiatura).

Ovviamente, poi, queste persone sono anche le più colpite sul lungo termine, poiché non in possesso delle risorse per ricostruirsi una vita in tempi brevi.

“Rare tempeste” o disastri naturali?

I disastri naturali non sono solo, come li ha definiti il presidente americano, “rare tempeste”. Possono confermarlo i familiari dei 1800 morti che l’uragano Katrina ha causato nel 2005, così come quelli dei più di 150 morti provocati dall’uragano Sandy nel 2012. Quest’ultimo, fra l’altro, ha allagato anche tutta la regione di New York causando un’ innumerevole quantità di sfollati. Nel solo anno 2017 vi sono stati ben due uragani, Irma e Harvey, che insieme hanno ucciso quasi 150 persone.

Come dimostra questo grafico di Our World in Data i disastri naturali sono molto aumentati negli ultimi decenni.

È ormai certo che l’aumento di questi fenomeni è strettamente legato al cambiamento climatico. Se quindi le temperature non saranno contenute, i disastri non faranno che incrementare, sia nel numero che nell’intensità.

Da non sottovalutare è anche l’innalzamento del livello del mare, che rende i disastri ambientali come uragani e inondazioni molto più difficile da gestire. Il Global Risk Report 2019 del World Economic Forum riporta che circa il 90% di tutte le aree costiere sarà interessato dall’innalzamento del livello del mare.

Le morti legate a questi fenomeni, invece, stanno diminuendo. Questo però avviene proprio perché la quantità di disastri ambientali ha costretto interi popoli a reagire e mettere in atto opere di resilienza.

Le barriere nel mondo

In tutto il mondo vengono di continuo progettate opere di protezione dai mari sempre più minacciosi. La Russia, per esempio, nel 2010 ha completato una barriera di 24 chilometri che ha protetto San Pietroburgo da una catastrofica tempesta avvenuta l’anno successivo.

I Paesi Bassi, Nazione leader delle barriere marine, hanno reso Rotterdam una delle città più sicure al mondo grazie alla Maeslant Barrier, che è lunga come la Torre Eiffel ed è per il 90% sotto il livello del mare.

Nel 2014, la Cina ha lanciato la cosiddetta iniziativa “sponge city“. Le autorità della città di Hyderabad hanno infatti iniziato a raccogliere l’acqua piovana, sopratutto quella delle alluvioni, per compensare la domanda di acqua durante la stagione delle piantagioni. Lo stesso ha fatto la cittadina di Vinh in Vietnam.

Shanghai ha costruito 520 km di aree protettive che circondano le isole di Chongming, Hengsha e Changxing. Shanghai ha anche installato enormi cancelli meccanici per regolare le fuoriuscite di acqua dai fiumi.

Tornando negli Stati Uniti, dopo l’uragano Katrina, New Orleans ha progettato un enorme sistema di barriere, dighe, argini e pareti che si estendono per circa 560 chilometri intorno alla città. Anche se questo progetto può essere considerato un mezzo fallimento in quanto si sono registrati fenomeni di cedimento. Una delle barriere, inoltre, sta addirittura affondando.

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Non solo Venezia: il caso italiano

In Italia ne sappiamo qualcosa di incidenti legati alle barriere marine. Il più eclatante è quello del Mose (MOdulo Sperimentale Elettromeccanico), ovvero una barriera protettiva che separa la laguna di Venezia dal mare aperto.

Secondo i suoi progettisti dovrebbe essere ultimato nel 2021. Una sua parte potrebbe anzi già essere utilizzata per prevenire i sempre più numerosi fenomeni di acqua alta nella meravigliosa città veneta. Ma numerosi intoppi hanno bloccato questo enorme progetto, già costato alla nazione 6 miliardi di euro.

L’inchiesta del 2014 che ha smascherato un vasto giro di corruzione sui lavori e la rilevazione di tremori sospetti dopo alcune prove di apertura sono state la causa di numerosi stop al progetto.

Il Mose di Venezia

Nel gennaio di quest’anno, prima che il virus colpisse duramente l’area di Lombardia Piemonte e Veneto, il collaudo del Mose sembrava essere andato a buon fine. “Stanotte la prima prova sul Mose è andata bene, se si ripresenterà l’emergenza potremo alzare le paratie”. Così aveva dichiarato il ministro delle Infrastrutture, Paola De Micheli.

A marzo sembrava addirittura che i lavori non si sarebbero fermati anche a fronte del coronavirus. Negli ultimi giorni però il Provveditorato veneziano ha richiesto un urgente intervento del Governo perché il Mose sia completato ed entri in funzione prima possibile.

Forse le pressioni del Consiglio Comunale Veneziano sono dovute alla volontà che non vi siano altri danni, sia sanitari che economici. Quelli causati dall’epidemia saranno infatti più che sufficienti. E, aggiungerei, anche quelli che il nostro Paese dovrà affrontare in seguito all’innalzamento del livello del mare. Sono infatti state individuate 40 aree costiere a rischio inondazione. Tredici di queste sono state mappate, per un totale di 384,8 km di costa. La quale, se allagata, causerebbe una perdita di territorio italiano pari a 5686,4 chilometri quadrati.

Venezia e i politici con l’acqua alle caviglie. L’immagine di un fallimento

Se non fossimo sull’orlo di una crisi climatica farebbe quasi ridere. Ma purtroppo non è così. Venezia, 12 Novembre. Durante una seduta del Consiglio Regionale del Veneto, l’aula in cui si stava tenendo l’incontro ha iniziato ad allagarsi. I consiglieri hanno dovuto darsela a gambe in fretta e furia. A denunciare l’accaduto è Andrea Zanoni, rappresentante del PD che stava prendendo parte alla riunione. Un’immagine simbolo di una politica che ha commesso un’infinita serie di errori e che stenta tutt’ora a prendere decisioni sensate per affrontare la crisi climatica.

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Foto di Palazzo Ferri Fini dai profili Social di Andrea Zanoni

C’è chi lo definirebbe Karma

E pensare che i rappresentanti del centro-destra veneto avrebbero potuto tranquillamente risparmiarsi questa figuraccia. Secondo quanto riportato da Zanoni, infatti, le possibilità di allagamento dell’aula erano ampiamente previste: “I numerosi e precisi bollettini sull’acqua alta e soprattutto le sirene in azione ci dicevano solo una cosa: evacuare Palazzo Ferro Fini. E invece il Presidente del Consiglio e i rappresentanti della Lega hanno voluto proseguire ad oltranza creando una serie di disagi aggiuntivi comprese le gravi difficoltà degli addetti ai servizi di trasporto via acqua che hanno dovuto azzardare anche manovre pericolose. Intanto le acque invadevano tutto il piano terra di palazzo Ferro Fini defluendo come un torrente (il rumore era proprio quello) nelle zone piu’ basse come la sala mensa, la Sala del Leone, la sala Giunta, le cucine, la guardiola e purtroppo l’aula consigliare: l’aula dell’assemblea legislativa del Veneto”.

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La bocciatura degli emendamenti green per Venezia ed il Veneto

Fa ancora più rabbia sapere che pochi minuti prima dell’accaduto la maggioranza – composta da Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia – aveva bocciato gli emendamenti proposti dal PD per contrastare i cambiamenti climatici. “Bocciati o respinti gli emendamenti che chiedevano finanziamenti per le fonti rinnovabili – continua Zanoni – per le colonnine elettriche, per la sostituzione degli autobus a gasolio con altri più efficienti e meno inquinanti, per la rottamazione delle inquinantissime stufe, per finanziare i Patti dei Sindaci per l’Energia Sostenibile e il Clima (PAESC), per ridurre l’impatto della plastica, ecc.. Tutti emendamenti presentati perché il bilancio di Zaia non contiene alcuna azione concreta per contrastare i cambiamenti climatici”.

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A Venezia la “sicurezza” del centro-destra non si vede

Sembra una barzelletta mal riuscita. Mentre Venezia affoga sotto quasi 2 metri d’acqua, i politici che dovrebbero fare di tutto per preservarne l’integrità si riuniscono in un aula che sapevano si sarebbe allagata. L’ordine del giorno? Bocciare una serie di proposte incentrate sulla green economy. Nel frattempo sono stati diversi i personaggi autorevoli, tra cui anche il Ministro dell’Ambiente Sergio Costa ed il Sindaco di Venezia Brugnoni, che hanno attribuito la colpa dell’inondazione ai cambiamenti climatici. Una serie di eventi raccapriccianti che lasciano poco spazio ad interpretazioni.

La vecchia classe politica veneta, quella che è stata investita tra le altre cose dallo scandalo MOSE con tanto di condanna per l’ex Presidente della Regione Gianfranco Galan (Forza Italia), sta tradendo i propri cittadini. Che Venezia fosse vulnerabile sotto questo punto di vista non è cosa nuova. Questi scenari sono stati ampiamente previsti dagli scienziati. La mancanza di infrastrutture adeguate per combattere queste emergenze è sicuramente attribuibile al centro destra, che governa la regione dal 1995. E non ci vorrà certo troppo tempo prima che il problema si espanda a macchia d’olio in altre parti della regione e non solo.

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Se infatti si vanno ad effettuare delle simulazioni sull’aumento del livello dei mari, in relazione a quanto si alzerà la temperatura media globale, salta subito all’occhio come una delle aree italiane che ne subirà i danni più ingenti sia proprio la Pianura Padana. In alcuni periodi dell’anno finirà completamente sott’acqua anche con aumento della temperatura media globale di soli 3C°. Va precisato come, ai ritmi attuali e senza una netta inversione di rotta, il pianeta si scalderà ben più di così. Lo scenario appena descritto potrebbe dunque addirittura essere considerato ottimistico, almeno per il momento. Serve a poco farsi paladini della “sicurezza”, parola troppo spesso usata a vanvera dalla destra italiana, se poi non si è nemmeno in grado di prendere decisioni coscienziose per salvaguardare l’incolumità delle proprie città. D’altronde, chissà quali interessi privati ci sono dietro la bocciatura di quegli emendamenti.

Basterebbe prendere esempio

Questa triste successione di eventi palesa un’evidente mancanza di volontà politica in materia di adattamento ai cambiamenti climatici. Allo stesso modo, ed è questo forse un fatto ancora più grave, questa lunga serie di errori è anche sintomo di inadeguatezze a livello tecnico e, diciamolo, mancanza di umiltà. Sono numerosi infatti gli esempi di aree del pianeta vulnerabili tanto quanto Venezia che, però, non sono finite sott’acqua per due anni di fila. Basterebbe prendere spunto da posti in cui le cose funzionano. Ed invece no, siamo qua a piangere una tragedia.

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L’Olanda, ad esempio, ha il 40% del proprio territorio sotto il livello del mare. Nonostante ciò i suoi sistemi di prevenzione la proteggono da eventi di questo tipo. Stesso discorso per quanto riguarda la Gran Bretagna, più che preparata ad eventuali inondazioni del Tamigi, o New Orleans, dove dopo gli ingenti danni causati dall’uragano del 2005 sono stati costruiti nuovi anelli di dighe e barriere. Basterebbe guardarsi intorno e mettersi ad ascoltare chi è più bravo di noi. Invece no. Meglio (non) fare da soli. Meglio raccogliere i cocci, aspettando che se ne rompano altri. Per poi raccoglierli nuovamente. Tanto, quello che conta, è vincere le elezioni. E chissene di tutto il resto.

Matera e Venezia in emergenza: il “nuovo normale”?

Stanno facendo il giro delle televisioni e del web le immagini apocalittiche di due fiori all’occhiello del nostro paese letteralmente sommersi dall’acqua. Matera e Venezia come Atlantide. Al pari di tante altre zone dell’Italia, un paese morfologicamente fragile dove eventi di questo tipo rischiano di diventare il “nuovo normale” man mano che gli effetti dei cambiamenti climatici inizieranno a manifestarsi più di frequente.

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Matera © Meteoweb.eu

La causa delle alluvioni di Matera e della Basilicata

L’Italia si è trovata nel bel mezzo della traiettoria di un Ciclone Mediterraneo che ha colpito principalmente il Sud. La Basilicata tutta, in particolare, è stata una delle regioni più devastate. Sono nell’ordine delle decine le località in cui sono cadute piogge al di sopra dei 55mm con picchi di 97 mm a Pisticci e di 82 mm a Matera. Diverse sono anche le località pugliesi vittime del maltempo. A Vieste sono stati toccati gli 86 mm. Danni ingenti saranno registrati anche nelle città di Francavilla Fontana, Martina Franca ed Ostuni solo per citarne una piccola parte. A peggiorare la situazione salentina è stato anche lo scirocco che sta soffiando a velocità che hanno raggiunto i 151 km/h, ampliando inevitabilmente gli effetti delle alluvioni.

Preoccupa l’allerta degli esperti che ci raccontano di un ciclone che continuerà a far danni in tutto il resto del Sud Italia: Calabria, Sicilia e Campania, oltre che la parte più meridionale del Lazio, rischiano di fare la stessa fine. Difficile, almeno per ora, quantificare i danni. Ciò che resta è una ferita profonda che difficilmente si rimarginerà in tempi brevi. Le scuole sono chiuse da giorni e vaste aree delle città sono inaccessibili. E non è finita qua.

A Venezia si contano anche le vittime

Anche la città di Venezia sta vivendo ore drammatiche. Quella che si sta verificando nel capoluogo veneto è infatti la seconda alluvione più dannosa della sua storia, dopo l’”acqua granda” del 1966 che ha visto la città andare sotto 194 centimetri d’acqua. Questa volta i centimetri sono “solo” 187. Piazza San Marco, simbolo della città, è stata sommersa da oltre un metro d’acqua con ingenti danni che sono stati arrecati proprio alla Cattedrale. La cripta del Presbiterio è finita sotto più di un metro d’acqua. A tratti struggente l’appello del Sindaco Brugnaro che ha subito richiesto lo stato di calamità chiedendo aiuto al Governo: “Questa volta bisognerà fare la conta dei danni. E saranno tanti. Non ce la potremo fare da soli. Ci servirà una mano per sostenere i costi”.

Ai danni strutturali della città vanno aggiunte anche due vittime degli allagamenti. “Venezia continua a essere angustiata dalle acque alte eccezionali. L’anno scorso, quest’anno uguale.” – prosegue Brugnoli – Qui si rischia di non farcela più. Preoccupanti anche le dichiarazioni di Claudio Scarpa, direttore dell’Associazione Veneziana Albergatori: “È una devastazione: i danni sono ingentissimi e non è finita qui. Stanno continuando le alte maree ed essendo saltato i quadri elettrici gli hotel non hanno nemmeno più le pompe disponibili per far uscire l’acqua”.

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Come si evince dalle parole degli sfortunati protagonisti di questa tragedia Venezia non è nuova ad eventi di questo tipo. La sua natura lagunare, combinata con la totale assenza di elevazione rispetto al livello del mare, rende la città una vittima preannunciata di calamità ambientali come quella che si sta verificando in questi giorni.

Solidarietà ai cittadini di Matera, Venezia e degli altri comuni colpiti

Il primo pensiero va ovviamente alle vittime delle catastrofi. Fa male vedere due bellezze del nostro paese del calibro di Matera e Venezia sopperire sotto gli schiaffi di eventi meteorologici sempre più estremi. Fa ancora più male sapere che i campanelli d’allarme suonano da tempo e, fino ad oggi, poco o nulla è stato fatto per quanto riguarda l’adattamento delle nostre città ad avvenimenti di questo tipo.

Gli scienziati ci stanno avvertendo da decenni e, sebbene non sia possibile associare un singolo fenomeno atmosferico ai cambiamenti climatici, le loro previsioni parlavano di un aumento nell’intensità e nella frequenza di eventi meteorologici estremi come siccità – vedi Zimbabwe, Australia e California – ed alluvioni, solo per citarne alcuni. Risulta ragionevole dedurre che, forse, ci avevano preso.

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In questo senso sarà necessario iniziare ad attuare politiche serie sotto diversi punti di vista. Se da un lato la situazione di Matera e della Basilicata potrebbe essere un’anteprima di ciò che ci aspetta da un punto di vista meteorologico, dall’altro, quella di Venezia, mette in luce le enormi pecche infrastrutturali del nostro paese, al momento non adatte a rispondere in maniera adeguata ad eventi di questo tipo. Ad un massiccio intervento nella riduzione delle emissioni e, quindi, alla fondamentale mitigazione degli effetti dei cambiamenti climatici, vanno affiancate serie politiche di adattamento e resilienza all’interno delle città. L’Italia, al momento, non è affatto a buon punto in nessuno di questi aspetti. Se non si inizia da subito a correggere il tiro a pagarne le conseguenze saremo noi tutti. Meglio darsi una svegliata, prima che sia troppo tardi.