La questione del litio nel deserto del Cile

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In Cile vi è il luogo più arido della Terra ed è qui che sono presenti grandissime quantità di litio. Tra la cordigliera costiera cilena e quella andina infatti si sviluppa il deserto Salar de Atacama. Qui le piogge sono quasi del tutto assenti, a causa di una corrente fredda oceanica che costringe la zona ad alta pressione permanente. Le due cordigliere montuose, svettanti, riescono a bloccare qualsiasi influsso di aria fredda. Veri e propri temporali, da queste parti, si vedono solo una volta ogni 40 anni circa. Le città di Toconao e San Pedro Atacama, unici due considerevoli agglomerati nel deserto, riescono ad avere acqua per il loro fabbisogno grazie allo scioglimento delle nevi andine. I ruscelli e fiumi che dalle montagne sfociano nel deserto possono avere piene anche considerevoli. Aldilà dell’interesse turistico, ad ogni modo, il Salar fa notizia per un altro motivo.

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Il deserto dell’Atacama

Litio: sfruttamento e pericoli in Cile

“I Paesi che comprano il litio dovrebbero capire che se nel deserto non ci sarà più acqua per noi sarà la morte. Qui non c’è solo energia, stiamo combattendo per la nostra vita.” Non usa mezzi termini Sonya Ramos, attivista cilena e leader indigena delle popolazioni del Salar. La sua intervista, rilasciata al Guardian, che ha anche girato un video a riguardo, è stata rilanciata anche dall’Internazionale.

La fascia desertica salata dell’Atacama, nel nord del Cile, detiene circa il 30% delle riserve mondiali di litio. Questo prezioso metallo si ottiene tramite un processo di evaporazione dell’acqua. Non serve spiegare quanto essa sia rara nel deserto, nonostante, come si è detto poco prima, le comunità locali abbiano trovato il modo di sopperire alla scarsità di acqua grazie allo sfruttamento delle riserve andine. Il boom della tecnologia che utilizza il litio ha trasformato l’area in una delle zone minerarie più sfruttate sulla Terra. Il fragile ecosistema del deserto salato corre il rischio di essere distrutto. Se così fosse, le riserve idriche locali, non copiose, finirebbero per essere prosciugate e la triste previsione di Ramos per divenire realtà.

Poco distante dall’Atacama si trova il Salar de Uyuni, in territorio boliviano. Le caratteristiche sono del tutto simili a quelle cilene, per cui anche a tali latitudini le aziende che operano nell’estrazione di litio stanno spadroneggiando nel deserto, incuranti dell’habitat e della vita delle comunità locali.

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Il valore del litio

In forma pura, il litio è un metallo tenero color argento. Esso si ossida rapidamente a contatto con aria o acqua. Tra gli elementi solidi è il più leggero e i suoi impieghi principali sono nelle leghe, come conduttore di calore; in alcuni medicinali che combattono il disturbo bipolare e, soprattutto, nelle batterie ricaricabili dei dispositivi elettrici, come componente principale. Consideriamo che nel mondo si contano 7,9 miliardi di sim e, dunque, ci sono più cellulari (soprattutto smartphone) che persone, oltre naturalmente a laptop, console per videogiochi e altri dispositivi i quali utilizzano gli ioni di litio nelle loro batterie e ci rendiamo presto conto di quale sia la richiesta di questo metallo.

La tecnologia che utilizza il litio è a basso impatto e piuttosto facile da integrare. Il metallo è in grado di assorbire elettricità e immagazzinarla, dunque è perfetto per i dispositivi portatili dai quali siamo ossessionati. Calcoli recenti segnalano che passiamo addirittura 7 ore al giorno, in alcuni casi, ad additare il nostro device. A partire dal 2007, la domanda mondiale di batterie agli ioni di litio è aumentata a livello esponenziale. Negli ultimi 15 anni dunque, inevitabilmente, sempre più società hanno ampliato i propri sforzi per soddisfare le richieste internazionali e l’estrazione salina è divenuta la norma.

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Estrazione salina del litio

Elettrolisi del litio e applicazione all’elettronica di consumo

Il litio si produce tramite elettrolisi. Senza perderci oltre nell’affascinante chimica, ciò significa che subisce trasformazioni tramite apporto di energia elettrica. Nel corso di tale processo si utilizzano solitamente cloruro di litio e cloruro di potassio fusi, all’interno di celle in acciaio rivestite con materiale refrattario. Il litio fuso, al loro interno, si accumula presso un catodo in acciaio.

Elettrodo potentissimo, la bassa massa atomica del litio gli regala un alto rapporto potenza – peso e una carica elevata rispetto a metalli concorrenti. Una batteria agli ioni di litio può generare circa 3 V per cella. Una al piombo, ad esempio, non riesce ad andare oltre 2,1 V; una in zinco-carbone non supera neppure 1,5 V. Le batterie al litio sono usa e getta, utilizzabili come pile primarie. Quelle che abbiamo nei nostri cellulari sono agli ioni di litio, ricaricabili e con alta densità di energia.

La ricchezza del suolo del Cile e il suo sfruttamento selvaggio per il litio

A causa dell’alta presenza di litio nel suo suolo, il Cile è oggi un significativo campo di battaglia tra due antichi sfidanti ben noti a chi legge l’EcoPost: l’interesse economico e la tutela ambientale. Il Paese sudamericano è ricco di risorse. Il Cile è il primo produttore mondiale di rame e litio. A queste latitudini troviamo anche giacimenti di ferro, molibdeno, piombo, zinco, oro e argento. Nella parte meridionale del Paese è molto diffuso anche il carbone. L’attività estrattiva e l’export di minerali rappresenta circa un terzo del PIL nazionale.

Si stima che la richiesta di litio potrebbe raddoppiare entro il 2025. La Sociedad Quimica y Minera, azienda cilena operante nell’estrazione di litio, ha promesso che triplicherà la produzione di litio nel corso dei prossimi 10 anni. Azionista di maggioranza di SQM è la famiglia di Augusto Pinochet, alla quale, futile dirlo, interessa ben di più il proprio conto in banca che la tutela del territorio del Salar e di chi lo abita. Quando snoccioliamo i numerosi – e indiscussi, sia chiaro – vantaggi delle energie rinnovabili, consideriamo anche la doppia faccia di tale medaglia. Il mondo si sposta verso le fonti green, ci auguriamo, eppure per poter sfruttare le batterie delle auto elettriche e digitalizzare il lavoro diventeremo dipendenti dal litio. Se per ottenerlo dobbiamo desertificare l’America del Sud e l’Africa, potremmo davvero vantarci della transizione energetica? Il fine della riconversione fino a che punto giustifica l’ulteriore impoverimento delle aree più povere del mondo?

Sono decisioni politiche, ma pensiamoci quando decidiamo di comprarci il nuovo iPhone perché quello vecchio ha compiuto un anno, o quando al nostro smartphone affianchiamo uno smartwatch perché va di moda.

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Le proteste nell’Atacama per il litio del Cile

“Consideriamo il bacino del Salar dell’Atacama come un sistema vivente. La distruzione di una sola delle sue parti influenzerà necessariamente il resto. L’acqua nel Salar è vita e quindi intendiamo come dovere etico dello Stato garantirne la protezione per la conservazione della vita in tutte le sue forme.” Scrivono gli attivisti membri del comitato di difesa del Salar. “Comprendiamo l’importanza del litio come materia prima per le batterie utilizzate in settori come le energie rinnovabili e le auto elettriche. Non accettiamo però, in nessuna circostanza, che ciò implichi il sacrificio di acqua e vita nel nostro territorio. Le batterie al litio non sono ecologiche. La loro impronta ambientale viene semplicemente ignorata.”

Proteste per limitare lo sfruttamento nell’Atacama

Sonya Ramos e i suoi concittadini hanno percorso, a piedi, 350 km nel deserto cileno, giungendo fino alla città di Antofagasta, il capoluogo dell’omonima regione, per sollecitare le autorità a non ampliare l’attività estrattiva. La protesta è stata inevitabilmente travolta dall’ondata di proteste che ha affollato Santiago, la capitale cilena, negli scorsi mesi di disobbedienza civile. Il pueblo cileno, infatti, è sceso in piazza per protestare contro un governo considerato affamatore ed anacronistico. La voce degli attivisti, però, pare sia stata ascoltata. Resta ora da vedere se i toni concilianti delle istituzioni siano solo una strategia per tentare di calmare la mareggiata delle proteste che rischia di allagare le stanze dei bottoni cilene.

 

 

Bonus Bici, l’Italia su due ruote?

Una bicicletta per ripartire

Ripartenza a pedali

I moniti, giunti da molte parti, pagine virtuali dell’EcoPost comprese, per una ripartenza attenta all’ambiente hanno trovato ascolto. Nel decreto legge denominato Rilancio, il quale ha il compito di dettare le regole per la Fase 2 e la successiva Fase 3, trovano spazio anche alcune norme ambientalmente rilevanti come ad esempio il bonus bici.

Come sappiamo, l’Italia vuole lasciarsi alla spalle l’emergenza COVID – 19 e ripartire al più presto. La strada intrapresa, comunque, è quella della massima sicurezza, motivo per il quale le riaperture sono state programmate in maniera graduale. In fin dei conti, abbiamo avuto modo di vedere come, nei Paesi che hanno scelto percorsi più veloci per la riapertura, la curva del virus abbia ricominciato a mostrarsi in salita: è il caso di Cina, Corea del Sud e, seppur in maniera minore, Germania. Per quanto molti siano infastiditi dalla lentezza della ripartenza, il sentiero intrapreso dal Governo italiano potrebbe essere il più sicuro verso la vetta, pur essendo un pò tortuoso.

Il testo del decreto fa l’occhiolino ad una ripartenza a pedali, prevedendo incentivi per gli acquisti di mezzi di mobilità sostenibile quali biciclette ed e-bike. Il cosiddetto Bonus Bici. Per chi ha meno spazio a disposizione, o semplicemente non ami pedalare, neppure assistito da un motorino elettrico, ecco che gli incentivi si estendono anche a monopattini elettrici, segway, hoverboard e monowheel, tutti veicoli pratici e soprattutto ecologici.

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Bonus bici: troppe aspettative?

Il corpo del decreto autorizza anche le biciclette e i mezzi ecologici di cui abbiamo parlato a fermarsi davanti a tutti gli altri veicoli ad un semaforo. Inoltre, e questa sarà probabilmente la notizia migliore per tutti i ciclisti, più o meno esperti, i veicoli ecologici potranno beneficiare di corsie riservate. Tali spazi saranno ricavati sulle carreggiate esistenti. Insomma, pare proprio che il Governo abbia voluto porre al centro del decreto la mobilità sostenibile.

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Due ragazze su monopattini elettrici, Foto: Borsa Inside

Se questo impegno va riconosciuto, appare però più difficile potersi aspettare che la concretizzazione del ddl fili liscia. I risultati, infatti, difficilmente saranno all’altezza delle aspettative che ci stiamo creando in questi giorni, leggendo il decreto. Se pensiamo infatti ad un’Italia interamente rimessa in moto, la prima cosa che ci viene in mente sono le automobili. Le norme di distanziamento sociale, destinate a restare in vigore ancora per un pò, impediranno di riempire i mezzi pubblici per oltre un terzo della loro capacità.

Dunque una ripresa a pieno regime finirà, pressoché inevitabilmente, con l’intasare le strade di autovetture, congestionando in maniera significativa la rete viaria urbana. Una rete che ha da tempo dei problemi notevoli. Le peculiarità del traffico italiano le conosciamo bene tutti, sono pane quotidiano per chiunque viva in città, così come per chi vi si rechi per studio, lavoro o altre ragioni. I nostri centri urbani sono molto spesso caratterizzati da spazi angusti; le strade versano sovente in pessime condizioni, pensiamo alle buche, all’usura dell’asfalto, alla segnaletica e ai marciapiedi; mezzi più lenti, quali camion e bus, raramente possono muoversi su corsie riservate e dunque rallentano il traffico generale. A questi problemi infrastrutturali si deve unire il fattore umano: l’indisciplina generale è un altro fattore, tutt’altro che trascurabile, che va a condizionare la deprecabile situazione delle nostre strade.

Nel dettaglio: il bonus bici

Tralasciamo comunque le preoccupazioni appena elencate, per analizzare il bonus descritto. Il decreto Rilancio agisce sul cosiddetto bonus mobilità, entrato già in vigore lo scorso autunno. Il Dl 111/2019, infatti, introduceva già un meccanismo per il quale il residente di un’area ad alte emissioni poteva rottamare un mezzo privato considerato inquinante ricevendo, in cambio, un contributo spendibile in mobilità sostenibile. Principalmente si trattava di abbonamenti al trasporto pubblico locale o per acquistare piccoli mezzi ecologici. Tale sistema resta invariato. Vi è però un considerevole potenziamento. Vediamolo.

Fino al 31 dicembre 2020, tutti i maggiorenni residenti nelle città metropolitane (i principali capoluoghi e loro province), nonché in ogni Comune con più di 50.000 abitanti, potranno acquistare una bicicletta, o a scelta un altro mezzo ecologico tra quelli citati nel paragrafo di apertura, con un bonus che arriverà a coprire fino al 70% della spesa. Tale agevolazione riguarderà anche gli abbonamenti ai servizi di sharing, escludendo naturalmente quelli che riguardano flotte di automobili. In ogni caso, il bonus non potrà mai essere superiore ad un importo di 500 euro. Lo si potrà richiedere solo ed esclusivamente una volta e solo ed esclusivamente per una delle destinazioni d’uso previste.

Il Bonus Bici nell’approfondimento di Money.it

Agevolazioni anche per il 2021

Nel corso del 2021, i residenti di tutti quei Comuni resisi colpevoli di sforamenti sistematici ai limiti di emissioni, potranno godere del bonus nella sua forma originaria. Rottamando autovetture fino alla Classe inquinante Euro 3 e motocicli fino alla Euro 2 (o Euro 3 se a due tempi), si riceverà un buono mobilità. Si potrà approfittare di questo bonus per l’interezza del prossimo anno, tra l’1 gennaio ed il 31 dicembre 2021. Il buono rilasciato sarà di 1.500 euro per ogni autovettura e 500 euro per ogni motociclo. Tale credito potrà essere speso, nell’arco di 3 anni, per acquistare abbonamenti tpl e di trasporto regionale, biciclette ed e-bike, bike sharing o anche car sharing in questo caso, e altri servizi di mobilità condivisa ad uso individuale. L’acquisto potrà anche essere a favore di persone conviventi. Le due agevolazioni descritte sono cumulabili.

Una buona occasione

Inutile sottolineare come quella del bonus mobilità sia un’ottima occasione per avvicinare i cittadini alla bicicletta. La proposta del bonus mobilità, fatta propria dal Ministro dei Trasporti, Paola De Micheli, ci piace molto. Preferiremmo però che essa fosse estesa anche ai Comuni con una popolazione inferiore. Alcune forze politiche, ad iniziare dal PD di cui De Micheli è esponente, hanno cominciato a richiedere a gran voce questa modifica al decreto.

Ci auguriamo anche che, davvero, l’occasione fornitaci dal COVID-19 sia sfruttata al meglio. Con ciò intendiamo dire che vorremmo davvero vedere seri e concreti investimenti per le piste ciclabili. Nel nostro Paese, ultimamente, le ciclovie stanno assumendo via via maggiore importanza. Si è finalmente scoperta, al solito con qualche ritardo rispetto al resto d’Europa, l’importanza del cicloturismo e la bellezza delle due ruote a pedali. Ancora però, molte piste ciclabili sono solo su carta, in Italia; nonostante si tratti di un volano importante per il turismo e di infrastrutture imprescindibili per una mobilità sostenibile ed ecologica. Ben venga il passo fatto dal decreto Rilancio, il quale va a toccare anche il Codice della Strada per dare alla bicicletta quello spazio che ora più che mai reclama.

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Bonus bici, non è tutto oro quel che luccica

Ciò detto, però, non sappiamo davvero quanto il bonus bici possa effettivamente andare ad impattare. Le buone intenzioni sono certamente apprezzabili e siamo lieti che il Governo abbia messo la bicicletta al centro del suo programma di mobilità per la ripartenza. Basterà però tanto per convincere il cittadino? Le città italiane sono davvero pronte ad accogliere la bicicletta? Se un nucleo urbano come Milano, ad esempio, potrebbe riuscire ad ospitare le due ruote, data la sua geografia, lo stesso può dirsi di Roma? La Capitale è una città ben più estesa e, come sappiamo, sorge su colli, dunque è costellata di saliscendi. Quanti romani rinuncerebbero all’auto per la bici? Naturalmente, potrebbero optare per una e-bike a pedalata assistita.

Oltre alla geografia urbana, però, va anche fatto un discorso di cultura. In Paesi come, ad esempio, il Regno Unito, l’utilizzo della bicicletta per recarsi al lavoro è abitudine quotidiana per molti. Nonostante la pioggia che sappiamo accompagnare molte giornate a tali latitudini. Da quelle parti, però, il datore di lavoro consente spesso e volentieri al proprio dipendente di farsi una doccia e cambiarsi in sede, prima di accomodarsi in ufficio. Tale opportunità, naturalmente, consente al lavoratore di presentarsi pulito ed ordinato, anche se prima di giungere in ufficio ha trovato fango e/o sudore sulla propria strada. Quante aziende italiane mettono a disposizione del dipendente lo stesso servizio?

I passi da fare prima di una vasta riconversione della mobilità sono numerosi. La questione non è soltanto economica. Naturalmente, un sostegno monetario fa sempre comodo, però corre il rischio di non essere sufficiente, in questo caso. Dobbiamo ripensare le nostre abitudini e le nostre vie di circolazione, prima di poter pensare di vivere in un Paese davvero a misura di bicicletta. Il Bonus Bici può essere un punto di partenza, ma da solo non basta.

L’ambiente dopo il COVID: come ripartire?

Fase 2: nella ripartenza ricordiamoci dell'ambiente

Aspettavamo il 4 maggio con ansia, lo attendevamo da quando il premier lo segnalò come data per l’alleggerimento delle misure restrittive dovute alla pandemia, e finalmente è arrivato. Ora un primo livello dell’agognata normalità è tornato e ne siamo lieti. Naturalmente, l’emergenza non è passata e si corre il rischio di dover tornare indietro, nella sventurata ma realistica ipotesi di una risalita del contagio. Visti i dati comunque incoraggianti, relativamente alla curva del virus, riscontrati negli ultimi giorni, chissà che ora non si possa riprendere a parlare di ambiente, a recuperare il discorso da dove lo avevamo interrotto, a causa del nuovo coronavirus.

Comincia la Fase 2, l’economia spera di ripartire. Illustrazione: Vector

Ambiente e COVID

I due concetti sono legati e lo sono in maniera evidente, anche se in pochi ne parlano. L’EcoPost già ne ha scritto, come ricorderà chi legge con maggior frequenza. Se lo sfruttamento ambientale ha agevolato la diffusione dell’agente patogeno, è inevitabile pensare che l’ecosistema non possa essere trascurato nella fase di ripartenza, quella nella quale ci auspichiamo di lasciarci la pandemia alle spalle.

Un apprezzabile effetto della quarantena forzata è stata, come ben sappiamo, la riduzione pressoché omogenea, a livello globale, delle emissioni inquinanti. Prova tangibile di questo trend è stata, ovviamente, la picchiata dei prezzi del petrolio, giunto in territorio negativo per la prima volta nella storia. Ciò ci ha fatto subito sperare in una concreta riduzione della produzione dell’oro nero, per il futuro almeno più prossimo. Sfortunatamente non è affatto detto che le cose vadano così.

Petrolio: l’impatto sul futuro

Non è affatto semplice ridurre bruscamente la produzione petrolifera, o addirittura interromperla. Consideriamo che la gran parte dei depositi di petrolio sono contenuti all’interno di rocce porose. Per riuscire ad estrarre il greggio occorre forzarne, è il caso di dirlo, la fuoriuscita tramite una costante pressione. Più invecchia il pozzo, più diventa costoso estrarne petrolio. L’atto pratico della chiusura di un pozzo è molto caro. L’operazione poi rischia di diventare un vero e proprio salasso, anche per un signore del petrolio, qualora si dovesse chiudere un pozzo per poi magari doverlo riaprire poco dopo, causa nuovo aumento della domanda. Siamo tristemente a conoscenza del fatto che la nostra società, in nome di una crescita che non guardi in faccia niente e nessuno, è più che disposta a sacrificare l’ambiente sull’altare economico – finanziario.

Barili di petrolio. Foto: Key4biz

Almeno fino all’inizio dell’allarme COVID, lo status quo è dipeso dal petrolio. A sua volta, il settore petrolifero è dipeso da generose iniezioni di capitale, le quali hanno finanziato esplorazione e produzione. Auspichiamo almeno che questa fastidiosa pandemia ci serva da insegnamento, portandoci a riflettere sugli errori dovuti al voto che l’umanità ha fatto al petrolio.

Ipotesi e speranze ambientali

Circola una tesi che ci piace molto. Alcuni sociologi ritengono che i cambiamenti nel nostro comportamento, introdotti dal nuovo coronavirus, potrebbero restare con noi, donandoci nuova sensibilità e regalando al mondo una duratura riduzione dell’inquinamento. Per Goldman Sachs, una delle maggiori banche d’investimento mondiali, al calo della domanda di petrolio nel 2020 seguirà un brusco aumento del prezzo dell’oro nero nel 2021. L’industria petrolifera, secondo questo rapporto, potrebbe non essere in grado di tenerne il passo. Il vuoto causato dai petrolieri potrebbe essere presto riempito dalle rinnovabili, indirizzando il pianeta verso un futuro energetico più pulito e rispettoso dell’ambiente. C’è però anche chi pensa il contrario.

E’ credenza molto diffusa quella che le emissioni risaliranno non appena la domanda di viaggi aerei tornerà a crescere, specialmente nei paesi emergenti. Per LGIM – Legal & General Investment Management, una compagnia di investimenti londinese – l’attuale crollo del prezzo del petrolio sarà un doloroso boomerang, in quanto gli automobilisti saranno stimolati ad acquistare autovetture di cilindrate maggiori, esattamente come avvenne quando i SUV divennero più accessibili. Tali veicoli si diffusero a macchia d’olio, anche nelle città e altri luoghi nei quali, francamente, hanno davvero poca praticità ed utilità, se non quella di appagare un gusto estetico. Ancora una volta, un capriccio umano va a danneggiare l’ambiente. E, in questo caso particolare, il capriccio non è di una multinazionale, un imprenditore senza scrupoli o una corporate venture che deve proteggere ed incrementare un fatturato gigantesco, bensì del privato cittadino.

Lo studio di Goldman Sachs

E’ interessante approfondire lo studio riportato qualche riga fa. Goldman Sachs, nell’individuare uno spiraglio per le energie rinnovabili, ci porta anche a conoscenza di una verità poco piacevole ma della quale dobbiamo cominciare a prendere atto.

Gli analisti della banca d’investimenti affermano: “Il 2020 è fin qui testimone del più massiccio declino delle emissioni globali di anidride carbonica di sempre. C’è possibilità di un ulteriore calo a seconda della durata dell’impatto sul settore trasporti e sull’attività industriale.” Le crisi di ampia portata avute in precedenza, però, hanno sempre portato ad un rimbalzo di emissioni energetiche al loro termine. Gli esempi portati sono quelli del 2008 (fallimento della banca Lehman Brothers) e 1979 (crisi petrolifera). Diversamente dagli altri due casi, però, questa volta le emissioni sono in calo da più tempo. Nel 2019 avevamo già riscontrato una loro flessione, che ora è diventata più netta. Per proseguire la via virtuosa che abbiamo intrapreso, comunque, occorrerà mantenere il percorso nelle prossime settimane e nei prossimi mesi.

Lo schema di Goldman Sachs illustra bene come le fonti rinnovabili siano state via via più utilizzate nel corso degli ultimi 20 anni

I governi dovranno evitare di incentivare le industrie operanti nel fossile, evitando di dar loro supporto se si vuole davvero tagliare questo cordone ombelicale che ci tiene legati a loro. Lo faranno o invece si appelleranno ai posti di lavoro che corrono il rischio di andar perduti? Governi ed investitori saranno finalmente pronti ad investire in maniera decisa e continuativa su forme di energia diverse dal fossile? Ci si presenta di fronte un’opportunità, al termine di questa crisi. Dobbiamo sfruttarla al meglio, per la tutela dell’ambiente ed il bene del nostro Pianeta.

Ambiente: siamo in forte ritardo

Il ritardo è tale che potremmo aver definitivamente perso il treno. Nel dicembre 2015, alla celeberrima conferenza di Parigi, ci eravamo dati un obiettivo ambizioso. L’accordo sottoscritto in quella sede da 195 Paesi si poneva l’obiettivo di limitare il riscaldamento globale e mantenerlo al di sotto dei 2 gradi Celsius a lungo termine. Tale obiettivo, oggi, ci appare pressoché irraggiungibile. Il calo delle emissioni di cui abbiamo or ora parlato rende più agevole il cammino, senza dubbio, eppure l’obiettivo appare ancora decisamente fuori portata. Per concretizzare quello scenario dovremmo mantenere il calo delle emissioni costante tra il 3,5 e il 6,5% da qui al 2050. Le stime per il 2020 dicono che quest’anno ce la faremo, dato che si prevede una riduzione intorno al 5,4% sui dodici mesi. Per i prossimi 30 anni però?

Il grafico mostra chiaramente il calo delle emissioni dovuto al nuovo coronavirus. Gli altri rettangoli negativi rappresentano la crisi petrolifera e quella seguita al fallimento della banca Lehman Brothers

“Gli sforzi complessivi per ridurre le emissioni di anidride carbonica potrebbero non essere sufficienti per raggiungere l’obiettivo dei 2 gradi.” E’ la lapidaria affermazione degli esperti di Standard & Poor, autori di uno studio similare a quello analizzato e realizzato da Goldman Sachs. “Affinché si realizzi lo scenario ci vorrebbe una riduzione di emissioni equivalente a quella provocata dal COVID – 19 ogni anno, per i prossimi tre decenni.”

Le speranza nelle rinnovabili

In definitiva, il futuro prossimo energetico appare nebuloso, esattamente come quello sanitario. Eppure dovrebbe apparire abbagliante, ora più che mai, la necessità di impegnarsi seriamente sul fronte delle energie rinnovabili. Ci si presentano davanti mesi in cui occorreranno scelte importanti. Se l’assenza di liquidità resetterà il settore petrolifero, lasciando in salute solo le compagnie maggiori, quelle in grado di assorbire lo shock economico e finanziario, con chi si schiereranno società e politica? Con le aziende del fossile o con quelle del rinnovabile? Non è il momento giusto per stilare programmi di supporto e aiuto all’energia pulita?

Interessante approfondimento di Super Quark riguardante le energie rinnovabili

Numerosi istituti finanziari hanno già iniziato, prima della pandemia, a dirottare capitali sui settori della cattura di anidride carbonica o dello sfruttamento di green energy. I giovani ricchi, una categoria di cui poco si parla ma che rappresenta una fetta consistente di investitori, frequentemente desiderano impegnare il proprio denaro in sostenibilità e tecnologie verdi. La Banca d’Inghilterra e altri attori del mondo economico e finanziario hanno cominciato ad integrare, nelle loro stime di rischio, le conseguenze del cambiamento climatico. Di fatto, ciò significa gli investimenti legati alle rinnovabili saranno considerati meno rischiosi, e dunque agevolati, a dispetto di quelli ancora legati al settore petrolifero. Il sentiero è stato preparato e la strada è ora chiaramente indicata da questi enti. E’ un ottimo percorso da imboccare all’uscita del tunnel COVID – 19, resta solo da vedere se sarà seguito.

Mascherine, guanti e sanificazione: quali rischi ambientali?

Mascherina COVID

Qualcuno se ne ricorderà. Già qualche settimana fa, in tempi meno sospetti, quando la pandemia marciava ancora a regimi molto alti e la fase 2 non era che un miraggio, L’EcoPost aveva avvertito dai potenziali rischi che i DPI avrebbero portato all’ambiente. I dispositivi di protezione individuale, mascherine e guanti, in questi giorni sono nostri compagni inseparabili. In numerose regioni, ci sono ordinanze che obbligano i cittadini ad indossarli, in altre sono vivamente consigliati. Dal 4 maggio in poi, fino a quando saranno date nuove indicazioni, le mascherine andranno indossate nei luoghi pubblici chiusi. Una mascherina va sostituita ogni 5 ore circa. Per i guanti il ciclo di vita è ancora inferiore. Ognuno di questi dispositivi è un rifiuto speciale. Non differenziabile.

Un guanto monouso gettato a terra, Foto: GoNews

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Legambiente Marche lancia l’allarme

La situazione, naturalmente, si fa critica quando all’enorme utilizzo di questi prodotti si aggiunge l’inciviltà. Legambiente Marche, in seguito ad alcune segnalazioni nel maceratese, ha lanciato un grido di allarme. “Negli ultimi giorni abbiamo ricevuto segnalazioni di DPI abbandonati in strada. Sui marciapiedi, nei parcheggi dei supermercati, vicino a farmacie o esercizi commerciali aperti. Nella crisi sanitaria, molti cittadini si stanno purtroppo lasciando andare a comportamenti incivili e inaccettabili. Tutto questo non è tollerabile.” La comunicazione di Legambiente Marche appare piuttosto perentoria.

Parliamo di strumenti potenzialmente contaminati, dunque possibilmente infetti. Com’è ovvio, i guanti e le mascherine dismessi e abbandonati in strada sono un rischio sanitario per chiunque vi entri in contatto. Pensiamo soprattutto agli operatori ecologici, i quali devono entrarci in contatto a causa della brillantezza della persona che li ha gettati, nella più completa noncuranza del suo prossimo. Essi rischiano di infettarsi inavvertitamente per la leggerezza, potrei usare anche altre parole, di chiunque abbia smaltito i suoi DPI in tale sciagurata maniera.

Mascherine usate ritrovate in mare, al largo di Ancona. Foto: Corriere Adriatico

Mascherine e guanti, la difficoltà dello smaltimento

Il potenziale danno ambientale dovuto a questi prodotti è considerevole. Muoviamo dal ragionamento di Legambiente Marche per generalizzare a livello mondiale il problema. Macerata è naturalmente una piccola cittadina di provincia, poco nota a chiunque stia leggendo lontano dalle Marche, non fosse per un bruttissimo episodio di cronaca nera capitato in città qualche anno fa. Se in ogni conglomerato urbano troviamo la stessa problematica denunciata dall’associazione ambientalista – com’è davvero probabile – la situazione si fa seria.

I DPI sono realizzati in fibra di polipropilene o poliestere, ovvero plastica. Alternativamente, soprattutto i guanti, possono essere realizzati in lattice, nitrile, pvc o altri materiali sintetici. La facciamo semplice? Questi prodotti non hanno nulla nella loro composizione di anche solo lontanamente naturale. Ragioniamo un attimo su che cosa significhi abbandonare queste protezioni sul ciglio della strada. Alla prima precipitazione copiosa, mascherine e guanti buttati in terra, o ancor peggio in mezzo ad aiuole e cespugli, rischiano di essere trascinati dal flusso dell’acqua piovana. Tale veicolo li condurrà inevitabilmente all’interno dei reticoli idrografici superficiali, o dei tombinati. Da lì, naturalmente, il passo successivo è lo sbocco in mare.

L’intelligenza è il principale alleato

Non dovrebbe servire scriverlo ma dal momento che farlo non costa nulla procederemo. Evitiamo di abbandonare guanti e mascherine in strada. Non liberiamoci di questi prodotti in una maniera tanto sciocca, pericolosa e nociva del decoro urbano (oltre che dell’ambiente). L’ideale è gettarle nella raccolta indifferenziata, qualora fosse possibile dedicando un sacco apposito alle protezioni sanitarie. Nel caso si fosse positivi, poi, ogni rifiuto diventa automaticamente speciale. In tal caso occorre sospendere completamente la raccolta differenziata, chiudere in maniera vigorosa i sacchetti della spazzatura, conservarla in un ambiente nel quale non possano accedere animali domestici e, naturalmente, avvertire chi gestisce la raccolta dei rifiuti nel municipio di residenza.

Nello schema, come disporre correttamente dei DPI dopo il loro utilizzo

Mascherine, guanti e sanificazione

Ritornando al comunicato di Legambiente Marche, l’associazione ha aggiunto come occorra prestare attenzione anche al modo in cui si effettuano le sanificazioni. La questione principale, a tal riguardo, è l’utilizzo di ipoclorito di sodio. L’abuso di tale sostanza infatti è nocivo per l’ambiente. Legambiente raccomanda di sanificare solo i luoghi ove sia strettamente necessario farlo e, comunque, sempre in aree circoscritte. “Ai forti dubbi sulla reale utilità delle attività di disinfezione su larga scala in esterni, si accompagna la forte preoccupazione per l’uso di ipoclorito di sodio” afferma l’associazione ambientalista per bocca del suo direttore generale, Giorgio Zampetti. Stando anche a quanto riportato nelle note dell’Istituto Superiore di Sanità e dell’ISPRA, infatti, gli interventi con ipoclorito di sodio sono impropriamente definiti sanificazione, poiché corrono il rischio di essere troppo invasivi per persone ed ambiente.

Il prodotto, ci dice la stessa Legambiente, è “corrosivo per la pelle e dannoso per gli occhi. Potenzialmente in grado di liberare sostanze pericolose e per l’ambiente con conseguente esposizione della popolazione a gravi rischi.”

Disinfezione di una strada con ipoclorito di sodio. Molti sono i dubbi sull’utilità del prodotto per la sanificazione batterica all’aperto

L’ipoclorito di sodio

Perché mai Legambiente ha sottolineato questo prodotto? Che cos’è l’ipoclorito e per quale motivo dobbiamo fare attenzione al suo utilizzo? L’ipoclorito è il sale di sodio dell’acido ipocloroso. In chimica, lo si indica in formula NaCIO.

Il suo caratteristico colore giallo paglierino e il suo ancor più caratteristico odore penetrante lo rendono facilmente riconoscibile. Quasi nessuno, però, lo chiama con il suo nome. Usato comunemente come sbiancante e disinfettante, l’ipoclorito è noto più comunemente come candeggina, varichina, o ancora, secondo il nome registrato da Angelini Pharma, Amuchina. Naturalmente, in ognuno di questi prodotti, così come nelle loro varianti diffuse a livello regionale (nitorina, acquina, niveina, conegrina, acqua di Labarraque…) l’ipoclorito è diluito in soluzione acquosa, con una percentuale variabile tra l’1 e il 25%. Il prodotto non viene mai adoperato, né commercializzato, in forma pura.

L’ipoclorito, infatti, è un sale pentaidrato particolarmente instabile, che fonde già a soli 18 gradi e può decomporsi, per sfregamento così come per riscaldamento, in maniera anche particolarmente violenta. Per tal motivo, la percentuale del 25% è solitamente ritenuta la misura massima di concentrazione nel suo utilizzo comune. Viste queste sue proprietà, occorre prestare cautela nel suo utilizzo.

Attenzione alla Fase 2

Naturalmente, siamo tutti piuttosto sollevati dal pensiero che stiamo entrando nella fase 2 e presto assisteremo ad un alleggerimento delle misure di distanziamento. Come ben sappiamo però, è necessario fare attenzione, in questa fase, a rispettare tutte le regole che ci verranno date. Se ciò vale per ognuno di noi, nella lotta al contagio e nel contenimento dell’emergenza sanitaria, lo stesso discorso vale dal punto di vista ambientale. “Auspichiamo che i Comuni adoperino con buon senso ed accortezza quei 70 milioni di euro in arrivo per la sanificazione degli uffici, dei mezzi e degli ambienti.” Il riferimento è alla somma che il Governo ha destinato ai presidi locali per disinfettare gli spazi. Non possiamo che unirci all’auspicio di Legambiente.

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Prezzo del petrolio ai minimi storici: cos’è successo

Il prezzo del petrolio a Wall Street è crollato

Petrolio a picco

Quella del 20 aprile 2020 sarà ricordata come una data storica. In tale giornata, infatti, l’indice Nymex WTI di Wall Street, il principale indicatore del prezzo del petrolio negli Stati Uniti, ha perso il 305%. A fine serata, un barile di petrolio valeva – (meno) 37 dollari. Dove il meno sta per il segno che indica il dominio dei numeri negativi, quello che si mette davanti alle cifre. Sostanzialmente, il petrolio valeva meno dell’acqua. In termini finanziari ciò significa che l’offerta dei produttori non ha alcuna domanda; detto in parole ancor più povere, un petroliere potrebbe esser disposto a pagare pur di disfarsi delle scorte di petrolio che non riesce a vendere, non avendo più spazio per immagazzinare il prodotto.

Il crollo dei future WTI petroliferi in scadenza a maggio, grafico: CME Group

La situazione è rientrata, se così vogliamo dire, quando alla chiusura delle contrattazioni negli USA è seguita l’apertura di quelle in Asia. I future WTI – così sono denominati, in Borsa, i barili della partita il cui prezzo è precipitato – sono risaliti fino a 1,55 dollari al barile, qualche ora dopo lo shock quantificato perfettamente dal -37,63 a New York. Le azioni denominate future WTI, con scadenza a maggio, non erano mai andate in territorio negativo prima di lunedì.

Le cause del tonfo

In primis dobbiamo annoverare, tra le cause di questa picchiata, la quarantena imposta a gran parte del pianeta a causa del nuovo coronavirus.

L’intero mondo occidentale ha seriamente ridotto la circolazione di automobili, aeroplani e altri mezzi pubblici e privati. Ciò ha inevitabilmente portato ad un abbassamento senza precedenti della domanda, nonostante l’estrazione di greggio non sia stata interrotta, ma soltanto ridotta. Per tal motivo, numerosi proprietari di raffinerie hanno smesso di acquistarlo. Ciò ha dato origine alla paradossale situazione dei produttori, i quali si sono trovati in serie difficoltà. Oltre a non riuscire a vendere il loro prodotto, infatti, non sanno neanche più dove stoccarne le riserve.

La guerra per il petrolio

In secondo luogo, dobbiamo ricordare come Russia, Arabia Saudita e Stati Uniti stiano combattendo, in questo preciso momento, una vera e propria guerra commerciale. I primi due Paesi, che devono gran parte delle loro economie all’oro nero sarebbero i primi responsabili dell’abbassamento della quotazione. Mosca e Riyad, infatti, si sono rifiutati di tagliare la produzione, in pieno disaccordo con le misure dell’OPEC, l’organizzazione che comprende i Paesi produttori di petrolio. Di riflesso, questa decisione ha messo in crisi il settore statunitense dello shale oil. Tale greggio è quello contenuto nelle rocce e sabbie bituminose, estratto tramite la tecnica, oltremodo inquinante, della fratturazione idraulica o fracking.

Petrolio estratto da sabbie bituminose, Foto: Bloomberg

Questa tecnica altamente ditruttiva ha dato modo agli USA di disporre, negli ultimi anni, di grandi quantità di greggio a prezzi tutto sommato convenienti. In fin dei conti, a Donald Trump importa poco se il prezzo più alto lo paghi l’ambiente. Lui capisce solo il linguaggio degli sciacalli dell’economia e della finanza. La sua amministrazione ha favorito e incoraggiato l’impiego della fratturazione idraulica come mai prima. Questa liberalizzazione ha ridotto l’importazione ai minimi, dando modo al settore di fare nuove assunzioni, come promesso in campagna elettorale dal presidente americano.

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Qualche giorno fa, anche la Russia ha deciso di ridurre le proprie operazioni estrattive del 10%, allineandosi alle direttive OPEC.

Gli effetti del crollo

Non è facile fare previsioni, non solo per quanto riguarda il settore estrattivo ma per l’economia mondiale. Se è vero che la morsa della pandemia si sta cominciando ad allentare, non ci è dato sapere quanto potremmo dirci fuori da essa. Quel che si profila, ad oggi, è un futuro di incertezza, difficoltà e possibili bancarotte per numerosi attori del settore petrolifero. Non è da escludere neppure che alcuni produttori possano davvero mettere in conto spese proprie per smaltire quei barili i cui contratti scadono a maggio, poiché liberare spazio in magazzino potrebbe essere la cosa più importante da fare. Nel momento in cui si scrive, infatti, i future WTI per giugno scambiano ancora in territorio positivo. Questo crollo del prezzo del petrolio senza precedenti potrebbe creare un lungo strascico ma la crisi era nell’aria anche prima del COVID.

Nero come il petrolio

Il mondo annega nel greggio. Nonostante lo storytelling che webzine come L’EcoPost, giornali, scienziati, attivisti, giovani e chiunque abbia un briciolo di sale in zucca portano avanti in ogni parte del mondo, assistiamo in questo tempo ad una corsa alla produzione senza precedenti. È come se i produttori non volessero far altro che inondare il Pianeta, saturarlo, renderlo nero come il petrolio. D’altra parte, la domanda sta rallentando. A maggior ragione ora che vige il lockdown, per quanto già da prima la sensibilizzazione al rinnovabile aveva abbassato la richiesta.

Già da mesi, circa 18, le quotazioni del petrolio viaggiano su livelli minimi. Il tema all’ordine del giorno nel corso delle più recenti riunioni dell’OPEC, infatti, è sempre stato il raggiungimento di un accordo per il taglio della produzione. Una riduzione che consentisse al prezzo del barile di rifiatare, risalire verso l’alto, in seguito ad una riduzione dell’offerta. In tal maniera sarebbe stato possibile ricondurre la forbice del prezzo verso un’area più accettabile per i punti di pareggio fiscali di numerosi Stati appartenenti all’organizzazione. Ciò posto, ci troviamo davvero di fronte agli squilli di tromba dei biblici Angeli dell’Apocalisse, per quanto riguarda il settore petrolifero?

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Una cortina fumogena

Difficilmente. Purtroppo, aggiungerei, per chiunque, come chi scrive e legge, si auguri una seria riduzione nell’impiego di questa fonte di energia. Quella di cui abbiamo parlato per molte righe, fino a questo punto, è una mera questione tecnica. Il lotto dei barili di petrolio di maggio, l’insieme dei future WTI registrati all’indice Nymex, si riferisce ad un contratto fisico. Tale accordo presuppone un punto di consegna del petrolio trattato e una data in cui tenere lo scambio di merce. Lo stock è allocato a Cushing, in Oklahoma, dove si trova la partita di oro nero e la sua data di consegna è quella di maggio. Per il mese di giugno ed i successivi, saranno messi in vendita, a Wall Street, altri barili.

Uno stock di barili di petrolio, Foto: InvestingCube

Il detentore del contratto, ovvero chiunque si sia aggiudicato la partita al termine delle contrattazioni, all’avvicinarsi della chiusura della finestra di trading, deve essere pronto a ricevere quanto acquistato. Nel mondo reale, però, ciò non accade così spesso.

Dove osano gli speculatori

Il mercato finanziario non è popolato da linee aeree e benzinai che necessitano di carburante. È popolato da lupi e squali, da speculatori che giocano con il petrolio per guadagnare sui differenziali di prezzo tra acquisto e rivendita. Queste persone non hanno alcun interesse reale a ricevere i barili, non se ne farebbero nulla. Dunque comprano, per poi rivendere il petrolio all’approssimarsi della data di scadenza del future, sperando di riuscire a guadagnare qualcosa sul roll, la rivendita. La data di scadenza del lotto il cui prezzo è precipitato lunedì 20, era martedì 21.

Petrolio e denaro speculativo, un’accoppiata che ben simboleggia il potere dell’alta finanza. Elaborazione: Trend-online

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Cos’è successo a questo petrolio

Se si è arrivati a questo punto, è perché gli stock di petrolio WTI a Cushing sono cresciuti del 48% da fine febbraio ad oggi. Ciò si deve, come scritto, al calo della domanda. Lo stock è arrivato a 55 milioni di barili, a fronte di una capienza totale dell’hub di circa 76 milioni. I traders, forse distratti dai venti della pandemia, hanno preso atto troppo tardi dell’impossibilità di prenotare ampio spazio di stoccaggio in Oklahoma. Fisicamente non c’era più volume per allocare altro petrolio, indipendentemente dal prezzo che si era disposti a pagare per garantirselo.

Al netto di una situazione tale, chi si sarebbe mai sobbarcato l’acquisto di barili vincolati alla consegna, dal momento che non c’è il posto per effettuarla quella stessa consegna? Nessuno, neppure con un fortissimo sconto. Per tal motivo, il produttore potrebbe vedersi costretto a pagare di tasca propria, affinché qualcuno gli liberi spazio.

La logistica nel deposito di Cushing, grafico: Bloomberg. La linea gialla indica il prezzo del barile, la bianca la quantità di petrolio stoccato presso il deposito. L’ascissa orizzontale segnala a quale mese si riferisce la punta nel grafico

La possibile via di fuga

Il prezzo del petrolio sembrerebbe aver subito rimbalzato, tanto che già ieri era risalito in territorio positivo. Se però nei prossimi giorni si dovesse verificare un netto calo anche relativamente ai future di giugno, come si dovrebbe reagire? I veterani del mercato si aspettano un deprezzamento significativo delle scadenze di giugno – intorno al 15% – ma danno i barili in trattativa per quel mese ancora in area positiva. Qualora si sbagliassero, allora potremmo davvero affermare con certezza l’esistenza di uno stress fisico (l’assenza di spazio) che si riverbera sulle quotazioni di mercato dell’oro nero.

A quel punto occorrerebbe ricorrere a blocchi, a divieti di produzione nel mese di maggio che incidano ben più del 10% stipulato dall’OPEC. Secondo Bloomberg, notoriamente ben informato in materia finanziaria, il governo americano starebbe pensando ad una opzione estrema. Pagare i produttori, con soldi del contribuente, affinché non trivellino, evitando di andare ad aumentare le riserve di greggio. Si tratterebbe, dunque, di un vero e proprio sussidio alla non produzione. Ecco, questa si che potrebbe essere una buona notizia per l’ambiente.

L’UE sceglie BlackRock come arbitro della finanza green

blackrock

Un discutibile consulente: BlackRock

Torniamo a parlare del gigante BlackRock, la maggiore società d’investimento al mondo, la quale ha annunciato, qualche tempo fa, di voler legare il suo nome a quello degli investimenti sostenibili. La Commissione Europea deve aver preso sul serio l’impegno della società di trading. E’ infatti cronaca recente l’assegnazione al colosso statunitense del compito di vigilare sulla corretta integrazione dei criteri di sostenibilità ambientale nelle strategie del sistema bancario europeo. Il compenso pattuito per la prestazione di BlackRock è piuttosto esiguo, a questi livelli: 280mila euro. Naturalmente, il valore dell’incarico trascende ampiamente il risvolto economico.

La sede di BlackRock, a Manhattan.

Impegni mai concretizzati

Finora, però, BlackRock non ha fatto seguire azioni significative al suo impegno nella tutela ambientale. Aldilà dell’annuncio, applaudito da molti, di impegnarsi in prima linea perché l’ambiente diventasse criterio basilare all’interno di una strategia d’investimento, BlackRock si è limitata a stanziare dei fondi ETF, tramite la sua divisione iShares e poc’altro. Tutto questo senza mai uscire dal settore dei combustibili fossili, ove vanta ancora importanti quote. Praticamente, non vi sono consigli d’amministrazione di grandi aziende petrolifere ove non sieda un rappresentante dell’azienda. BlackRock detiene il 4,8% di Chevron e ConocoPhilips, il 4,5% di Exxon Mobil e il 5% di Petrobras.

Le partecipazioni aziendali nel settore ammontano a poco meno di 90 miliardi di dollari. Ciò è probabilmente inevitabile quando gestisci un portafoglio di ben 7mila miliardi di dollari, cifra piuttosto difficile da quantificare per chi è esterno alle alte sfere della finanza. Ciò non toglie, però, che quando hai una tale ricchezza legata al petrolio, sorgano seri dubbi riguardo ad un ruolo da paladino ambientale. Il quotidiano britannico Guardian ha provato a fare i conti in tasca a BlackRock, a seguito della svolta ambientale. Secondo la testata, il gruppo controllerebbe indirettamente oltre 3 miliardi di barili di greggio, 1300 tonnellate di carbone e 622 miliardi di metri cubi di gas. Inutile dire che questi dati non ci fanno pensare esattamente alla tutela ambientale come principio di strategia d’investimento.

Il potere economico/ finanziario di BlackRock è immenso, non trovo altre parole, dunque la società potrebbe davvero favorire decisioni concrete per la salvaguardia ambientale.

Chi è BlackRock?

Naturalmente chiunque abbia seguito, su queste pagine, i precedenti articoli relativi al gigante del trading, ha ben presente le dimensioni di BlackRock. Per agevolare però il compito del nuovo lettore, così come per ribadire quanto sia grosso il pesce di cui stiamo parlando, riportiamo qualche dato.

L’azienda è nata nel 1988 per mano di un trader come tanti, chiamato Laurence Fink, per tutti Larry. Insieme a una dozzina di colleghi, Fink ha una intuizione che si rivelerà essere geniale, nonché fonte di una ricchezza smisurata. Si dimette dal suo ben pagato posto di consulente a Manhattan per seguire il suo intuito e creare BlackRock. Nella vita, quando ci si trova al posto giusto nel momento giusto, capitano queste sliding doors imprevedibili. Come quando Bill Gates chiese al suo vicino un prestito per aprire la sua azienda, promettendogli un 20% dei futuri guadagni e il vicino accettò. Come quando Steven Spielberg, dopo aver visto in anteprima Star Wars, firmò un accordo con George Lucas nel quale cedeva al titolare di Lucasfilm il 3% dei futuri introiti del suo Incontri ravvicinati del terzo tipo, in cambio della stessa percentuale sui futuri guadagni della saga western – fantascientifica.

Da un’intuizione, da un azzardo è nata la fortuna di Fink.

BlackRock conta oggi 13.900 impiegati in 30 Paesi. Gestisce circa 6300 miliardi di dollari, un terzo dei quali soltanto in Europa, che rappresentano più del pil di Francia e Spagna. Sommati. Si stima che Aladdin, software aziendale sviluppato per la gestione dei rischi, sia capace di controllare indirettamente altri 20mila miliardi di dollari. Banche centrali del vecchio continente e istituzioni europee si rivolgono puntualmente a BlackRock per consigli finanziari. Ogni legge che abbia a che fare con finanza ed economia, approvata dalla UE, ha subito a qualche livello l’influenza del colosso statunitense. Il deputato liberale tedesco, Michael Theurer, ha affermato: “Le dimensioni di Blackrock ne fanno un potere di mercato che nessuno Stato può più controllare.”

Il peso di BlackRock nel settore del fossile, elaborazione e grafica: The Guardian

Capitalismo e società

BlackRock rappresenta la quintessenza del capitalismo schiacciatutto. In un libro sulla finanza scritta da Heike Buchter, giornalista tedesca, tre anni fa, si legge: “Comincia quando ti alzi la mattina. Prendi i cereali con il latte. Ti vesti. Ti infili le scarpe. Prendi l’auto e vai al lavoro. Accendi il computer. Usi il tuo iPhone. In ognuno di questi momenti, BlackRock è presente.” Difficile darle torto.

La roccia nera, in Europa, possiede quote nell’energia. Nei trasporti. Nelle compagnie aeree. Nell’agroalimentare e nell‘immobiliare. Possiede una cospicua fetta di bond del debito pubblico italiano, come riporta la Reuters citando il database Thomsons One consultato da Investigate Europe. Naturalmente, però, Banca d’Italia preferisce non diffondere questa notizia, con il benestare di BlackRock. In ognuna delle prime dieci banche europee, Fink è azionista di peso. Nel caso di Deutsche Bank è il primo azionista, in quello di Intesa San Paolo il secondo. Ovunque vada, il ceo di BlackRock è accolto come un capo di Stato, si chieda a Matteo Renzi in merito a quella cena privata del 2014. L’Europa chiede a Fink di continuare a investire nel vecchio continente, lui chiede al’Europa di non intralciare i suoi affari con troppe leggi e controlli. Una mano lava l’altra. Entrambe lavano il viso.

Larry Fink accanto a Mario Draghi, al Forum di Davos nel 2014. Foto: Flickr

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BlackRock, lo scoglio sicuro

Quis custodiet ipsos custodes, domandava Platone, chi controllerà i controllori? Non sono in molti a preoccuparsi di questo aspetto. Tutt’altro, in Europa, BlackRock è visto come uno sbocco ancor più allettante della grande politica.

George Osborne, che è stato ministro delle Finanze britanniche tra il 2010 e il 2016, ha ora un contratto da consulente con la società. Guadagna moltissimo, naturalmente. La riforma delle pensioni del Regno Unito, quella che ha liberato un mercato di fondi pensionistici ammontante a circa 25 miliardi di sterline porta la sua firma. I rappresentanti dell’azienda sono stati incontrati a più riprese, mentre la stendeva. Frederic Merz, ex capogruppo della CDU al Bundestag, ha ora un contratto con BlackRock. Philippe Hildebrand, ex governatore della banca centrale svizzera, lavora adesso per Fink. Jean-Francois Cirelli, esponente di punta di BlackRock è anche consulente del presidente francese, Emmanuel Macron.

In definitiva, per usare le parole di Daniela Gabor, ricercatrice dell’Università del West England a Bristol che si occupa di legislazione finanziaria anche per conto di Bruxelles: “BlackRock non è solo una storia di fondi passivi. E’ la storia di un potere politico.”

Riproponiamo un breve video sul potere di BlackRock in Europa, già condiviso su queste pagine qualche tempo fa, quando abbiam parlato della società

La questione ambientale

Dopo aver delineato questo identikit della società, torniamo al focus iniziale: la questione ambientale e i dubbi relativi alla nomina da parte della Commissione. Durante il lustro appena concluso, 2015 – 2019, all’interno dei cda di cui fa parte, BlackRock si è opposta all’80% delle mozioni che spingevano per più attente politiche ambientali. Se si confronta questa percentuale con quella dei maggiori asset manager mondiali, ci si accorge che è la più bassa. Nello stesso periodo, le emissioni di CO2 dei suoi gruppi partecipati hanno continuato a salire, si stima del 38% dal 2015 ad oggi. Non certo poco.

Il colosso della finanza, però, si è impegnato per costruirsi una sorta di verginità ecosostenibile, come abbiamo scritto nei mesi passati. A Bruxelles hanno creduto a questo rinnovato impegno. Vorremmo tanto poterlo fare anche noi. Aziende così grandi hanno il potere di sfoggiare l’artiglieria pesante nella battaglia per il clima. A parole hanno mostrato la volontà di volerlo fare, e ne siamo ben lieti. Ora non occorre che far seguire ad esse fatti concreti. Il consulente BlackRock si metterà all’opera non appena la pandemia consentirà la ripartenza a pieno regime dell’Europa. Probabilmente, vaglieranno alcune misure anche prima della celeberrima fase 2. Non ci resta che attendere le mosse del trader, auspicando che davvero mettano la questione ambientale di fronte al proprio salvadanaio. Dubitarne resta però legittimo.

Leggi il nostro articolo: “Dakota Access: l’oleodotto della discordia”

Dakota Access: l’oleodotto della discordia

Dakota Access può rappresentare un serio rischio per l'ambiente e le comunità indigene

Dakota Access: l’infrastruttura

Lo chiamano DAPL, acronimo di Dakota Access Pipeline. Aldilà del nome musicale e scorrevole però, si tratta di un nuovo smacco autorizzato, firmato e sottoscritto dall’amministrazione Trump nei confronti dell’ambiente. Si tratta di un oleodotto interrato statunitense lungo 1886 km. Il condotto ha origine nel North Dakota occidentale, ove è localizzata la riserva petrolifera denominata Bakken. A partire da questo Stato, la pipeline si snoda sotto i territori del South Dakota, dell’Iowa e dell’Illinois, fino a terminare nei pressi di Patoka. Assieme al suo oleodotto gemello, Energy Transfer Crude Oil Pipeline – il quale nasce a Patoka per concludersi in Texas – forma il celeberrimo sistema Bakken, una delle più discusse infrastrutture energetiche statunitense. Il Bakken è tempio e simulacro di quanto inquinante ed arretrato sia l’approvvigionamento energetico degli States, la prima economia mondiale.

Il Dakota Access in costruzione, Foto: Lifegate

I proprietari di Dakota Access

L’oleodotto è di proprietà dell’azienda Energy Transfer, la quale detiene circa il 36,4% delle quote della MarEn Bakken Company LLC e di altri partner finanziari che sono proprietari di quote più piccole. La MarEn Bakken Company è un’azienda creata per supervisionare il sistema Bakken ed è di proprietà della Enbridge Energy Partners e di MPLX, un’associata di Marathon Petroleum. Marathon è una delle maggiori aziende operanti nel settore della raffinazione petrolifera; nei soli Stati Uniti possiede 16 raffinerie in grado di produrre, giornalmente, oltre 3 milioni di barili di petrolio raffinato. Nella lista Fortune 500 del 2018, quella che classifica le più redditizie aziende mondiali, Marathon era al numero 41. La digressione di questo paragrafo può apparire come stucchevole esercizio finanziario ma è stata riportata per far meglio comprendere, al lettore poco ferrato, quali interessi ruotino attorno a questo progetto.

Il settore petrolifero è una sorta di buco nero, nonostante gli sforzi mirati a convertire l’approvvigionamento energetico mondiale, è ancora uno dei campi più redditizi a livello mondiale. La lobby del petrolio è stata capace. nel corso del ‘900 di allungare i suoi tentacoli ovunque.

Politica ed economia

L’oro nero batte ancora abitualmente cassa a Wall Street e uno squalo come Donald Trump lo sa bene. Stando alla dichiarazione dei redditi del Presidente, egli deteneva, nel maggio 2016, dunque prima di venire eletto, circa 50mila dollari di azioni della Energy Transfer. L’anno precedente aveva dichiarato di detenere una quota azionaria aziendale ancora maggiore (si parla di una cifra tra i 500mila e il milione di dollari). Il Presidente ha dichiarato di aver ceduto le sue quote nel corso dell’estate 2016, notizia riportata anche dal Washington Post. Qualunque sia la situazione del portafoglio azionario di Trump, nulla toglie che la sua trionfale campagna elettorale abbia ricevuto 103mila dollari da Kelcy Warren, il CEO di Energy Transfer Partners.

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Non stupiamoci dei legami tra politici e petrolieri, specialmente negli USA; l’ex governatore del Texas, Rick Perry, è stato membro del board dirigenziale di Energy Transfer fino al 2016. Quell’anno si è dimesso. A seguito della nomina ricevuta da Trump a segretario per l’energia. Dallo scorso anno, non ricopre più tale carica. In un intervento pubblico, il Presidente ha ammesso di appoggiare la realizzazione di DAPL. Secondo una nota del suo staff, la posizione di The Donald “non ha nulla a che fare con gli investimenti personali.”

Rick Perry e Donald Trump, Foto: Business Insider

Le caratteristiche dell’oleodotto

Il diametro della pipeline è di almeno 1,2 metri in ogni suo punto e la capacità è di ben 470mila barili al giorno (circa 75mila m3/d) di petrolio grezzo. La costruzione, partita nel giugno del 2016, si è conclusa ad aprile 2017. Il 14 maggio 2017 il primo barile di petrolio ha percorso il DAPL; il primo giugno seguente, l’oleodotto è diventato commercialmente operativo. Il progetto è costato circa 3,78 miliardi di dollari. Attivisti e politici, non solo statunitensi, hanno evidenziato l’impatto ambientale dell’opera. A seguito di un ricorso, un giudice distrettuale ha stabilito, nel mese di marzo 2020, che il governo non aveva studiato l’impatto ambientale del Dakota Access a sufficienza. In seguito a ciò, lo United States Army Corps of Engineers è stato incaricato di condurre una nuova verifica dell’impatto ambientale. A quasi 3 anni dall’inaugurazione.

Dakota Access e ambiente

Naturalmente, questo articolo non serve solo a constatare l’ovvio. Il centro della questione DAPL non è tanto la collusione tra politica e finanza, non è tanto quello di evidenziare come la lobby petrolifera sia ancora troppo potente da sconfiggere, per quanto entrambi questi due concetti sono molto importanti, all’interno della battaglia ambientale. Il nocciolo della questione, invece, è il fatto che un Paese avanzato come gli USA continuino, imperturbabilmente, ad investire sul fossile.

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La costruzione di un simile serpente di metallo, di un tale mostro ecologico, è stata fortemente avversata, fin dall’inizio della pianificazione. Era il lontano 2014 e il Presidente degli Stati Uniti era ancora Barack Obama; lo stesso che partecipava ai documentari di Leonardo Di Caprio, dicendo che la tutela ambientale doveva essere al centro dell’agenda politica, se ricordate. Obama si è dichiarato contrario alla realizzazione del DAPL e ha preso tempo finché ha potuto; la sua amministrazione però non ha mai fatto nulla di davvero concreto per impedirne la costruzione, accontentandosi di lasciare la palla in mano a chi ne avrebbe preso il posto.

Proteste tribali

Tra i primi ad opporsi alla costruzione vi sono stati i nativi americani della tribù Meskwaki, la cui capotribù, Judith Bender, ha da subito segnalato come il tracciato del Dakota Access corra il rischio di andare a prendere il posto dell’oleodotto Keystone XL, altra pipeline contro la cui realizzazione i nativi si stanno battendo. In merito al Keystone, i nativi sembrano avere il coltello dalla parte del manico, come si suol dire, e la sua effettiva costruzione è in serio dubbio. Le tribù Sioux di Standing Rock e Cheyenne River si sono presto unite alla protesta, poiché il progetto taglia diversi luoghi sacri delle comunità, luoghi che ricadono all’interno di riserve protette e, dunque, dovrebbero essere intoccabili. Dovrebbero, appunto.

Una mappa del tracciato dell’oleodotto. Su di essa è indicata anche la zona delle proteste; la riserva indiana di Standing Rock.

Un’annosa questione

L’argomentazione delle tribù è che la realizzazione dell’oleodotto minacci l’acqua, il popolo, la terra e lo stile di vita dei nativi. La verifica ambientale del 2015, prima che la costruzione cominciasse, ha autorizzato il cantiere. Le tribù hanno continuato a protestare per anni, fino a poche settimane fa, quando hanno accolto con gioia il ricorso giudiziario di cui si è scritto. Secondo alcuni ambientalisti e rappresentanti delle tribù, la prima verifica era intrisa di razzismo ambientale a danno delle tribù di nativi. Se così fosse, non sarebbe certo nulla di nuovo per gli Stati Uniti.

D’altra parte, i costruttori, nella fattispecie Energy Transfer per bocca di Kelcy Warren, sostengono di aver avuto poco meno di 400 incontri con oltre 50 tribù di nativi americani prima di iniziare la realizzazione. Secondo Warren, l’oleodotto non passa sotto alcuna proprietà tribale. I 389 incontri tra i costruttori e le tribù sono documentati e, similmente, difficilmente Warren mente, riguardo all’attraversamento di proprietà private. Come ci insegna la storia, però, le tribu dei cosiddetti indiani non basano la loro vita sul possesso e sulla proprietà privata. Per queste persone anche campi, montagne, alberi e fiumi possono essere sacri e nuclei religioso – spirituali della comunità. Ovviamente, nessuno ha la proprietà di questi elementi naturali se non lo Stato.

Documentario realizzato da VOX sulle proteste a Standing Rock

Praticamente dalla scoperta dell’America in poi, comunità bianche e di nativi americani continuano a scontrarsi sulla questione della proprietà privata. Da quando i colonizzatori europei hanno cominciato a recintare i propri spazi, le tribù si sono trovate praticamente in gabbia sulla loro stessa terra. Pensiamo alla loro situazione come a una perenne privazione di diritti e spazi, come un continuo lockdown. Naturalmente, l’EcoPost si occupa di ambiente e non di cultura angloamericana; in questo preciso contesto, però, le due cose sono legate molto strette.

La minaccia del Dakota Access

Nonostante le tribù native siano state i primi e, probabilmente, principali oppositori del progetto, anche altri americani hanno preso parte alle proteste. Gli Stati interessati dall’oleodotto sono, in gran parte, rurali. Numerosi agricoltori, specialmente quelli che vivono e lavorano in Iowa, si sono detti preoccupati dall’erosione del suolo e la riduzione della fertilità successiva alla realizzazione della pipeline. Il sottosuolo dell’Iowa è piuttosto ricco di risorse idriche, le quali corrono ora il rischio di contaminarsi o venire disperse. A ciò, va aggiunto che vi sono zone, lungo il tragitto del Dakota Access, suscettibili di allagamenti. Qualora si verificasse un simile fenomeno in un punto nel quale, malauguratamente, l’oleodotto avesse una perdita, ci troveremmo di fronte ad un disastro ambientale.

Da parte sua, il costruttore ha garantito che avrebbe riparato qualunque danno causato dagli operai, o dal loro lavoro, alle riserve interrate, facendosi carico dello sradicamento delle erbe infestanti presenti negli Stati, diffusesi inevitabilmente durante le fasi di scavo.

Servizio di FOX News sull’inizio dei lavori per il Dakota Access

Ambiente e salute

Numerose associazioni impegnate per l’ambiente si sono opposte con forza a questo progetto. Greenpeace e lo Science and Environmental Health Network, insieme a 160 scienziati impegnati in prima linea per la tutela ambientale, hanno firmato, a suo tempo, una petizione contro DAPL, rimasta inascoltata. Attivisti per l’ambiente in ogni angolo del mondo si sono scagliati contro la mancanza di considerazione ambientale dimostrata dai progettisti. Principale timore, come già denunciavano gli agricoltori, è la catastrofica possibilità di una perdita di petrolio nelle acque del fiume Missouri, fonte di acqua potabile per milioni di cittadini. Per quanto remoto possa apparire un tale rischio, teniamo presenti due dati che al lettore italiano saranno probabilmente sconosciuti.

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L’operatore dell’oleodotto, Sunoco Logistics, è sotto indagine per circa 200 perdite verificatesi negli impianti che gestisce. Nessun concorrente ha sprecato così tanto olio grezzo, da impianti onshore, dal 2010 ad oggi. Le stime della Pipeline and Hazardous Materials Safety Administration, l’autorità americana in merito, segnalano che la Sunoco abbia sprecato 3406 barili di petrolio (oltre 540 metri cubi) negli ultimi 10 anni.

Fin da subito, dal 2015, inoltre, gli ambientalisti hanno avviato una class action contro il costruttore, accusandolo di aver condotto una analisi ambientale incompleta. A parer loro, il rigore della prima analisi fu troppo poco, citando come progetti ben meno impattanti di DAPL richiedano analisi più approfondite e durature. Entrando nel merito, senza perderci in tecnicismi poco comprensibili, diciamo soltanto che Dakota Access non presenta alcuno spill response plan per il fiume Missouri e non ha dedicato luoghi vicini per il deposito di attrezzature necessarie alla prima risposta ad una crisi ambientale provocata da danneggiamento dell’oleodotto. In sostanza, non c’è nulla di pronto qualora si dovesse davvero fronteggiare un incidente con sversamento di petrolio nel fiume.

Prospettive future

Per tal motivo, il tribunale ha deciso di far condurre una nuova analisi ambientale. Comunque vada, però, gli ambientalisti hanno già perso. L’oleodotto è attivo e ha creato oltre 50 posti di lavoro, tutti già occupati da personale regolarmente assunto. Qualora la nuova analisi dimostri che il progetto è più pericoloso di quanto originariamente stabilito (com’è molto probabile), difficilmente un Paese come gli USA prenderà provvedimenti contro una infrastruttura la quale, nel solo Iowa, genera un indotto che coinvolge circa 4000 lavoratori e mette in circolo milioni di dollari tra produttore, fornitore e consumatore. In barba ai nativi, agli agricoltori, ai cittadini che dipendono dal Missouri e, in ultima analisi, a tutti noi che ci preoccupiamo della questione ambientale, il Dakota Access è al suo posto. Il lungo serpente metallico, incurante della minaccia che presenta all’ambiente, trasferisce petrolio lungo gli States.

Il Dakota Access può rappresentare una seria minaccia per l'ambiente e le comunità indigene
Nativi americani e attivisti festeggiano la sentenza che ordina una nuova verifica ambientale per l’impatto di DAPL, Foto: New York Times

Il Paese delle autostrade leggendarie e della libertà di movimento, concede lo stesso privilegio anche al petrolio. Finché ci sarà questa amministrazione difficilmente le cose cambieranno. In tutta onestà, le probabilità di vedere miglioramenti dal punto di vista ambientale sono molto poche, anche qualora il prossimo Presidente dovesse chiamarsi Joe Biden. L’ex vice di Obama è più noto per le sue gaffe che per la sua politica e le sue posizioni sono conservatrici, non certo progressiste, questo teniamolo bene a mente. Esattamente come nel 2016, la scelta presidenziale a novembre sarà de facto tra un repubblicano radicale ed uno moderato.

Ambiente: la chiave per ripartire

Smart working, l'economia può ripartire con un occhio di riguardo per l'ambiente?

Il titolare del Ministero per l’Ambiente, Sergio Costa, in una recente intervista riportata dall’ANSA, ha detto la sua riguardo al post-emergenza coronavirus. Gli scienziati, o perlomeno la maggior parte di essi, ci ripete come, in questi giorni, l’Italia stia affrontando il famoso “picco” del contagio. Un momento che attendevamo un pò come i bimbi attendono la mattina di Natale, rimandato di settimana in settimana fino a non molti giorni fa.

Sergio Costa, ministro per l’Ambiente e la Tutela del Territorio e del Mare

L’ambiente al primo posto

Costa, naturalmente, ha messo al centro del suo ragionamento l’ambiente. Secondo il ministro, sarà però impensabile ripartire, quando ci saremo lasciati alle spalle la pandemia, senza agire con l’obiettivo di tutelare e proteggere l’ecosistema. “Nessuno vuole immaginare un mondo che rallenti o non produca. Vogliamo però che produca mettendo al primo posto la tutela della salute e dell’ambiente”. Così ha parlato il ministro, all’interno di una intervista rilasciata alla trasmissione L’Italia s’è desta, la quale va in onda sulle frequenze di Radio Cusano Campus.

“Approfittiamo di questa emergenza per rivedere i nostri comportamenti e ripartire con una mentalità completamente diversa.” Ha proseguito il ministro, chiamando in causa ogni cittadino. In fin dei conti, il rispetto e la tutela ambientale non sono certo pertinenza soltanto di industrie e governi. Come ben sappiamo, anche se fin troppo spesso ce ne dimentichiamo, abbiamo tutti, nessuno escluso, una responsabilità importante verso il nostro pianeta. Questi giorni di reclusione morbida, di distanza sociale e di isolamento, si stanno dimostrando una vera e propria manna dal cielo per l’ecosistema, con emissioni inquinanti controllate e tollerabili pressoché in ogni dove. Esattamente quello a cui si riferivano tutti gli ambientalisti, così come spesso chi, proprio come noi su L’EcoPost, fa storytelling ambientale, quando affermavamo che è l’uomo il principale inquinante sul pianeta. Con buona parte dell’umanità in quarantena, la Terra respira.

La natura reclama i suoi spazi

Stanno girando il mondo le immagini di capre cashmere che passeggiano per le deserte cittadine del Galles, occupando strade e brucando siepi nei giardini. Similmente, in alcuni centri montani italiani, lupi e altri animali soliti vivere nel bosco, lontani dall’uomo, sovente si avvicinano ai nuclei urbani, approfittando dello spazio concesso loro dall’uomo in quarantena. L’ambiente muta, e lo sta facendo con forza durante questi giorni di isolamento per l’uomo. Con frequenza sempre maggiore, ad esempio, vengono avvistati branchi di lupi. Alcuni individui si avventurano anche in città costiere, ad esempio in Abruzzo, dove dalla Majella si spingono in centri urbani e periurbani.

Qualora ci dovesse capitare di imbatterci in qualche esemplare di questo splendido animale, o di altre specie che, approfittando del periodo, si avvicinano alla città, teniamo a mente le parole del veterinario Simone Angelucci, responsabile veterinario del Parco Nazionale della Majella. “Non minacciamo lupi, caprioli o cinghiali. Solitamente si allontanano non appena vedono persone. Allontaniamoci gradualmente, senza mostrare paura o aggressività. Se l’animale dovesse avere un comportamento troppo confidenziale, non va sfidato.”

Il trend della selvaggina in città non è dovuto solo al COVID, in Abruzzo è già attualità da qualche anno. La situazione attuale, però, ha rafforzato il fenomeno

Ambiente: il messaggio del ministro

Nell’intervista con cui ho aperto, il ministro Costa prosegue lanciando un messaggio importante, di cui dobbiamo tener conto. “Il mondo del dopo sarà molto diverso da quello pre – COVID. Cambiamo il paradigma produttivo, non solo per raggiungere un’economia più umana ma anche ambientalmente più sostenibile. Non è solo questione di allocare risorse in termini di fondi, quanto di modificare le norme. E lo stiamo facendo. In queste settimane in cui il Ministero ha rallentato l’attività, non abbiamo rallentato il pensiero.” Al momento, non si vede ancora, in concreto, una traduzione di questo più che condivisibile pensiero del ministro.

Milano, motore economico d’Italia, è deserta come numerose altre città durante il lockdown. Foto: Artribune

Naturalmente, siamo più che lieti di ascoltare questo suo impegno. Lo stile di vita che abbiamo condotto fino all’inizio della quarantena; la nostra società ossessionata dalla crescita senza alcun termine, senza alcun limite, senza alcuna verifica che il pianeta sia in grado di assorbire ed accettare gli scatti isterici del capitalismo delle disparità, ci hanno portato a minare gli equilibri dell’ecosistema e a mettere in crisi profonda il nostro habitat. La grande opportunità che ci è stata concessa da questo difficile periodo è sotto gli occhi di tutti. Gli sforzi, sociali ed economici, messi in atto per controllare la pandemia da nuovo coronavirus hanno ridotto ovunque l’impatto dell’attività economica, portando a miglioramenti localizzati, seppur decisi, della qualità dell’aria. La riduzione delle emissioni dovuta alla pandemia, però, non può certo sostituirsi all’insieme di azioni concrete ancora necessario ad arginare il cambiamento climatico.

Come ci ha ricordato la Organizzazione Meteorologica Mondiale, però, è presto per trarre conclusioni definitive circa l’influenza che questo rallentamento, causa pandemia, delle emissioni avrà sulle concentrazioni di gas serra nell’atmosfera.

Nell’elaborazione un raffronto tra la concentrazione di diossido di azoto NO2 sulla Pianura Padana. L’immagine di sinistra si riferisce al 31 gennaio, quella di destra al 15 marzo. L’elaborazione di Copernico, servizio che monitora l’atmosfera, vale più di molte parole

Burocrazia ed impegno quotidiano

“Quando si incrementa la burocrazia si rende più fragile il sistema e l’economia criminale riesce ad inserirsi, diventando intermediario. Stiamo semplificando il sistema, rendendolo più tracciabile” Ha affermato Sergio Costa, dimostrando di avere una visione piuttosto chiara del quadro che, fin troppo spesso e volentieri, lega a doppia mandata sfruttamento ambientale e criminalità organizzata, spesso al soldo della finanza e dell’economia speculativa.

In chiusura del suo intervento, il ministro ha voluto ricordare che cosa possiamo fare individualmente, nell’isolamento casalingo, per l’ambiente. “Tutti siamo chiamati a restare in casa. Questo può essere un modo per scoprire nuovi percorsi, per cambiare atteggiamento. Dobbiamo ricostruire una mentalità nuova per quando ripartiremo. Questa mentalità nuova inizia dalle famiglie. La logica dell’usa e getta si inserisce in un meccanismo mentale sbagliato.” Il riferimento è alla campagna ministeriale #ricicloincasa.

Anche l’ambiente è in crisi

La pandemia, ovviamente, si è presa, in questo periodo, la totalità dei riflettori. Qualunque medium consultiamo in questo periodo, il tema principale – persino l’unico, abbastanza di consueto – è il COVID – 19, l’appiattimento delle curva e questa fantomatica fase 2 che profuma di leggenda. Non che ciò sia evitabile, l’argomento caldo è questo e la stampa, così come chiunque orbiti nel mondo dell’informazione, incluso questo spazio, ne scrive e/o ne parla. Non scordiamoci però, tra una fuga a fare la spesa e una serata di fronte al computer, tra la lettura di un buon libro e l’invasione della cucina per provare questa o quell’altra ricetta che mai più realizzeremo nel corso della nostra vita, di quella che era una crisi seria e impegnativa già da prima: quella ambientale.

Ci stiamo scordando di quella battaglia, e ciò è preoccupante, poiché corriamo seriamente il rischio di dover rifar tutto al termine di questo momento. Quando questo periodo si sarà concluso, ricominceremo a trascurare le emissioni per riportare l’industria ai livelli precedenti alla pandemia? Lo faremo in nome di quella crescita di cui sopra? Se così fosse, e ahinoi è una possibilità tutt’altro che remota, ci ritroveremo daccapo. Le emissioni tornerebbero a crescere velocemente e le belle misure di cui ci riempiamo la bocca alle conferenze sull’ambiente crollerebbero come castelli di carte su tavolini di vetro. Sull’EcoPost ne abbiamo parlato in dettaglio.

Concretizzare l’impegno

Dobbiamo davvero augurarci che il ministro Costa non abbia torto, che le sue parole non lascino il tempo che trovano, ma siano invece fondamento di un ripensamento vero del sistema economico post – pandemia. Vediamo esempi virtuosi in questo periodo, i quali potrebbero divenire casi studio nei prossimi mesi. Ci riferiamo a numerose aziende, molte delle quali italiane, le quali hanno riconvertito gran parte delle proprie linee di produzione per rifornire gli Stati di prodotti atti a combattere il contagio. Questi esempi di cambiamento ci lasciano ben sperare. Una transizione ecologica dell’economia potrebbe essere davvero possibile.

Ritengo positivo, speranzoso e necessario il pensiero del ministro, che sottoscrivo in pieno. La politica però, troppo spesso ci ha abituato a belle parole cui poi non seguono i fatti. Auspico che non sia così questa volta e che il mondo dimostri veramente un’attenzione all’ambiente, quando giungerà il momento di ripartire. Quel giorno non appare più così lontano. Per tal ragione, ho riempito di spunti questo articolo, rilanciando altri articoli che abbiamo pubblicato sulla testata durante la quarantena. Abbiamo l’occasione di ripartire in maniera pulita e rispettosa dell’ecosistema Terra, non ci resta che dimostrare di essere all’altezza di questo compito.

Manifesto per la green economy, la strada che ci auguriamo sarà intrapresa con convinzione al termine di questa pandemia. Elaborazione grafica: Green Report Magazine

Netflix, lo streaming e l’inquinamento

Streaming in casa

In questi giorni di quarantena, di autoisolamento e di distanza sociale, la tv (o il computer) sono diventate le nostre finestre sul mondo. Non che non lo siano sempre e comunque, soprattutto da quando lo smartphone è diventato un’appendice irrinunciabile della nostra mano. Ai tempi del nuovo coronavirus, però, tale ragionamento è ancor più vero. Costretti tra le pareti di casa, infatti, la visione di film e/o serie tv in streaming è diventata uno dei nostri passatempi preferiti. La piattaforma di maggior successo ad offrire questo tipo di servizio è Netflix, servizio online partito dagli Stati anglofoni e diffusosi ora a macchia d’olio anche in Italia.

A chiunque faccia uso del servizio offerto dalla piattaforma, segnaliamo il documentario Chasing Ice, di cui abbiamo parlato qualche giorno fa. Potete trovare altri interessanti titoli, per cui vale la pena spendere qualche emissioni, nella nostra sezione “Documentari sull’ambiente”.

Netflix e l’impatto ambientale

In fin dei conti, che male può esserci a bombardarsi di serie tv quando ho l’ordine tassativo di restare chiuso in casa? Nonostante, a seguito di precise direttive UE, Netflix e gli altri attori del settore abbiano abbassato la qualità dei propri contenuti, per meglio rispondere all’ampia domanda, la richiesta per questo tipo di servizio è rimasta alle stelle. Partiamo con il dire che, diversamente da quanto alcuni forse pensino, un’attività come la visione online non è certo ad impatto zero.

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Affinché sia infatti possibile, per un solo individuo, usufruire di un contenuto offerto in streaming, è necessario un importante dispendio di elettricità. Questo consumo, a sua volta, provoca emissioni di anidride carbonica. La CO2, come ben sappiamo, inquina l’ambiente.

Da una ricerca, i dati sull’inquinamento da Netflix

Dati concreti su quanto comporti, effettivamente, il binge watching, ovvero la visione forsennata dei nostri show preferiti su Netflix – o similari – ce li ha portati una ricerca condotta da Save on Energy. Tale ricerca, intitolata Netflix & COVID – 19: The environmental impact of your favourite shows, è stata in realtà condotta basandosi sui dati ufficiali, diffusi da Netflix, relativi al periodo compreso tra ottobre 2018 e settembre 2019. Il periodo, dunque, è antecedente alla diffusione del coronavirus. I dati potrebbero quindi essere sottostimati. Dobbiamo però tener presente che la società guidata da Reed Hastings è stata spesso accusata di gonfiare i suoi numeri, per cui possiamo ritenere il campione ugualmente significativo.

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Da questa ricerca sarebbe emerso come l’energia generata dai circa 80 milioni di telespettatori che hanno visionato Birdbox, la produzione di maggior successo della piattaforma, nel periodo di riferimento, abbia comportato per il pianeta una elevatissima emissione di anidride carbonica. Il film thriller a tinte horror con Sandra Bullock non è stato certo un alleato per il nostro pianeta. I calcoli effettuati dai coinvolti in questa ricerca hanno portato un risultato che potrebbe stupire. L’emissione di CO2 ammonta a circa 66 milioni di chili. Esattamente quanto si inquinerebbe affrontando un viaggio in auto di 147 milioni di miglia (e non km, badiamo bene). In sostanza, tutti questi telespettatori hanno inquinato quanto un automobile che, partendo da Londra, giungesse fino ad Istanbul e poi tornasse senza fermarsi. Per oltre 38mila volte.

I film Netflix che hanno generato la maggior quantità di CO2

Gli show più “inquinanti”

Alle spalle del poco invidiabile campione, in questa speciale classifica, si è classificato un altro importante film trasmesso dalla piattaforma. Murder Mystery, interpretato da Adam Sandler e Jennifer Aniston, ha emesso oltre 47 milioni di chili di anidride carbonica nell’aria. Tornando alla metafora automobilistica che ci aiuta a mettere in concreto il dato, parliamo dell’equivalente di un viaggio di oltre 104 milioni di miglia.

Il piatto forte di Netflix, probabilmente, sono le serie tv, e anch’esse dimostrano di sapersi difendere bene sul ring dell’inquinamento. La cintura di campione, in questo caso, la indossa la seguitissima serie Stranger Things, che fa impallidire Bullock e gli altri coinvolti nel progetto Birdbox. L’intrigante terza stagione dello show ha generato un inquinamento equiparabile ad un viaggio automobilistico che supererebbe, attenzione, i 421 milioni di miglia terrestri. Le emissioni totali ammonterebbero a ben 189 milioni di chili di CO2.

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Al terzo posto nel campionato riservato alle serie tv di Netflix troviamo la prima stagione di You. Le emissioni ad essa legate sono pari a quasi 120 milioni di chili. Il paragone stradale, in questo caso, è con un percorso di circa 266 milioni di miglia.

Le serie Netflix che hanno generato la maggior quantità di CO2

Valide alternative a Netflix

Molto spesso non ci rendiamo conto di quanto si inquini usufruendo di contenuto in streaming. Naturalmente, sia ben chiaro, le emissioni generate stando sul divano a guardare la tv o lo schermo del pc con una birra in mano, sono molto inferiori a quelle prodotte dai mezzi pesanti su gomma o addirittura dal campione indiscusso dell’inquinamento mondiale, l’aereo. Ciononostante, lo scopo della ricerca che abbiamo or ora esaminato, come ci ricorda anche la relatrice del dossier, l’esperta di energia per Save on Energy, Linda Dodge: “bisognerebbe limitare le visioni ed il binge watching.”

Foto: paginemediche.it

Naturalmente, i ricercatori comprendono bene le ragioni dietro l’aumento della richiesta per i servizi online, in questo periodo di reclusione morbida, se così vogliam definirla. Eppure, l’invito di Dodge e del suo gruppo di ricerca ci sentiamo di farlo nostro: “Meglio leggere. Optare per puzzle, arti, cucina e così via.” Cerchiamo insomma, per quanto ci sia possibile, di dedicarci ad attività le quali “non implichino l’estensivo e prolungato utilizzo di elettricità, internet e smart device.”

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Questo periodo di isolamento, e i dati di questa ricerca, ci siano da stimolo per ripensare il modo in cui guardiamo i film. Personalmente, prima di chiudere, vorrei ricondividere le parole di Sam Mendes, il regista di American Beauty, di Era mio padre, degli 007 Skyfall e Spectre, nonché del recente 1917, il quale agli ultimi Academy Awards affermò, a ragione, che secondo lui sarebbe ora di tornare a gustare i film laddove sono pensati per essere visti: all’interno delle sale cinematografiche. Forse rinunceremo alla comodità del divano ma ne guadagneremmo personalmente in termini di qualità della visione, oltre che collettivamente in termini ambientali.

La mascherina e il suo impatto sull’ambiente

Mascherina

La corsa alle mascherine

Sono viste come il più leale alleato in questi tempi di infezione da coronavirus. Le mascherine respiratorie sono diventate il principale accessorio indossato in strada, in questo periodo, da chiunque esca di casa, rigorosamente per recarsi all’alimentari, in farmacia o in posta. O a portare a spasso il cane. L’utilizzo della mascherina è indicato solo a chi risulta positivo, per evitare che le goccioline di saliva, i famigerati droplet, possano contagiare altri. Il positivo, come ben sappiamo, ha l’obbligo di restare a casa in quarantena, anche qualora sia asintomatico. La maggior parte di chi ne fa uso, nelle nostre città, non è positivo al COVID – 19.

A causa soprattutto della paura generata dal patogeno, l’accessorio chirurgico viene utilizzato durante ogni spostamento. Se a ciò associamo l’utilizzo professionale che ne fanno medici e operatori sanitari impegnati nella lotta al COVID – 19, ci ritroviamo con una enorme quantità di mascherine da smaltire. Questa protezione, infatti, è monouso; ogni 4 o 5 ore bisogna gettarla via e sostituirla.

Una mascherina FFP2

Da una sbagliata informazione, l’utilizzo errato della mascherina

Come ci ha ricordato la WHO, l’Organizzazione Mondiale della Sanità, l’unico modo per evitare sprechi è l‘utilizzo razionale del prodotto. In questi giorni di spreco correlato all’utilizzo della mascherina ne stiamo vedendo davvero tanto.

Possiamo verificarlo da tre micidiali effetti, naturalmente correlati l’uno all’altro, che stiamo riscontrando. Il primo, sotto gli occhi di tutti, è la speculazione selvaggia che sta coinvolgendo il prodotto. I prezzi di una mascherina sono schizzati alle stelle data l’impennata della richiesta, in maniera spesso incontrollata ed irragionevole. Ciononostante tantissime persone, la maggioranza potremmo dire, fanno uso di questa protezione, anche se ha poco senso che lo facciano; tale comportamento potrebbe essere controproducente. La mascherina (diversamente dal respiratore facciale), infatti, non serve tanto a proteggere se stessi, quanto a tutelare gli altri. In terzo luogo, naturalmente, l’abuso dello strumento mascherina da parte di chi non è tenuto ad indossarla, può comportarne l’assenza per i contagiati, ai quali sarebbe veramente necessario.

Dobbiamo avere cura di fare uso di questa protezione solo qualora ci occorra veramente farlo. E’ comprensibile volersi difendere al massimo; è però meno comprensibile minare l’ecosistema del nostro pianeta a causa di una protezione blanda e prevalentemente psicologica, se si è negativi al virus.

Chi deve utilizzare la mascherina?

Per chiarire al lettore che, letti i precedenti paragrafi, si stia legittimamente domandando se debba indossare la mascherina, riportiamo le indicazioni base dell’OMS, rilanciate dal Ministero della Sanità. E’ necessario che indossi la protezione chiunque soffra di malattie respiratorie, o riporti sintomi riconducibili ad esse. Nello specifico, va da sé, deve indossarla chiunque riporti sintomi riconducibili al COVID – 19: tosse, starnuti o febbre prolungata. La mascherina è alleato prezioso per chiunque sia a stretto contatto con contagiati – o persone fortemente sospettate di esserlo. Lo strumento è più utile alle persone che circondano chi la indossa che all’indossatore stesso.

Un simpatico contributo animato per aiutarci a capire se dobbiamo davvero fare utilizzo della mascherina, Video: Cartoni Morti

Numerosi esperti che appaiono in tv o su altri media, in questi giorni, consigliano a tutti di indossarla, dal momento che il contagio è galoppante. Seppur si sia appena visto come ciò non sia necessario. Lascio dunque alla sensibilità di ognuno la decisione se indossare la mascherina o meno, anche alla luce di ciò che andremo a scrivere nelle prossime righe.

Tipologie e sigle

Se abbiamo deciso di utilizzarla, dobbiamo avere l’accortezza di selezionarne modello e tipologia adeguati. La mascherina non è un accessorio trendy, come gli occhiali da sole o una sciarpa, bensì una protezione medica. Cominciamo dicendo che le tipologie utilizzate in camera operatoria, così come quelle comunemente note come antismog, non hanno alcuna utilità antivirale. Per proteggere e proteggersi dal coronavirus occorre una mascherina specifica, ideata e realizzata appositamente per la protezione respiratoria. Il protocollo corretto è quello dei modelli siglati con le diciture seguenti: FFP1, FFP2 oppure FFP3. Particolarmente efficaci sono gli ultimi due: il loro filtraggio oscilla tra il 92 ed il 98%, a seconda degli studi. Il prezzo di questi prodotti non dovrebbe allontanarsi molto dai 5 euro.

Una mascherina semifacciale FFP3

Naturalmente, nell’utilizzare la mascherina, vanno tenute presenti alcune indispensabili precauzioni. Prima di indossarla, occorre lavarsi sempre accuratamente le mani, con sapone o disinfettante, come abbiamo (re)imparato bene a fare, in questi giorni così difficili. In secondo luogo, va verificata la perfetta aderenza tra strumento e viso, bocca e naso devono essere ben protetti. Infine, dovrebbe essere scontato ma quotidianamente vediamo come non lo sia, non tocchiamo mai la mascherina durante l’uso. E’ una cosa da ricordare soprattutto a coloro i quali si levano la protezione per grattarsi il naso, o per rispondere al telefono, per poi reindossarla subito dopo.

L’impatto ambientale della mascherina

La mascherina protettiva, prodotto alla cui produzione si stanno dedicando, in questi giorni, sempre più aziende, anche italiane, è composta di polipropilene. A causa di questo materiale, l’accumulo delle mascherine corre il rischio di creare seri problemi all’ambiente. Il polipropilene è un materiale plastico, difficilmente biodegradabile, pericoloso soprattutto per i mari. Non sono poche le associazioni ambientali che hanno già avvertito di questa incombente minaccia, la quale corre il rischio di farsi sempre più grave, con il prosieguo della pandemia.

La serietà della situazione è stata ben evidenziata da Oceans Asia, organizzazione impegnata nella salvaguardia marina, tramite il suo fondatore Gary Stokes. Egli ha affermato: “Abbiamo visto la diffusione delle mascherine per sole 6/8 settimane. Eppure stiamo già riscontrando i loro effetti sull’ambiente.” Il riferimento è alla triste scoperta su una spiaggia delle Isole Soko, vicine ad Hong Kong. A quelle latitudini sono state rinvenute 100 maschere, nell’arco di due settimane, giunte dall’Oceano. Il costante utilizzo di plastiche monouso, insieme nel quale naturalmente rientrano le mascherine, rappresenta uno dei principali problemi per l’inquinamento mondiale. Vittima favorita di questi prodotti è l’ecosistema marino.

L’impietosa pesca delle mascherine in mare, su una spiaggia delle Isole Soko, Foto: Taipei Times

Siamo naturalmente tutti impegnati nella lotta al virus e ogni guerra ha le sue vittime. I numeri sono impietosi, lo sappiamo bene in Italia. Impegniamoci però a tener fuori l’ambiente dal bollettino dei caduti di guerra, altrimenti non faremo in modo a riprenderci da questa crisi che dovremmo affrontarne subito un’altra. Quella che stavamo affrontando già prima, se qualcuno ancora lo ricorda. E il bilancio di quella battaglia, non potrà che essere più impietoso.

Sfruttamento ambientale e virus sono profondamente legati, basta seguire qualche approfondimento televisivo o radiofonico, in questi giorni, perché qualcuno analizzi questo aspetto. Anche noi lo abbiamo fatto, sulle pagine dell’EcoPost.

Come smaltire mascherina e guanti?

Non più di qualche giorno fa, era il 18 marzo, si è svolta la giornata del riciclo. Inevitabilmente, dato il periodo che stiamo attraversando, si è dedicata particolare attenzione allo smaltimento di guanti e mascherine protettive. In che modo trattiamo questi accessori al termine della loro breve vita?

I guanti monouso si dividono principalmente in due tipi. Quelli più diffusi, in lattice, non sono riciclabili e vanno gettati nella raccolta indifferenziata. Lo stesso vale per quelli composti di nitrile, una gomma sintetica. I guanti in vinile, o PVC, invece, fanno storia a parte, essendo derivati di materiale plastico, vanno gettati nella raccolta differenziata della plastica. Naturalmente, parliamo di protezioni utilizzate da persone non positive al COVID – 19. I malati devono sospendere la raccolta differenziata e gettare i loro rifiuti, indistintamente, all’interno dell’indifferenziata, curandosi di chiudere in doppi sacchetti la loro spazzatura e raccoglierla in un ambiente inaccessibile agli animali domestici. Questi rifiuti, inevitabilmente, risulteranno contaminati e non sarà dunque possibile riutilizzarli.

L’infografica dell’Istituto Superiore della Sanità per lo smaltimento di rifiuti durante la pandemia

Per quanto riguarda, invece, le mascherine, esse non sono mai riciclabili. Gettiamo tale prodotto, sempre e comunque, nella raccolta indifferenziata. La disposizione vale anche per l’utilizzatore non positivo al nuovo coronavirus. Teniamo dunque presente che ogni singola mascherina usata costituisce un rifiuto che non potremmo riciclare.

Per agevolare il lettore, ricordo che l’Istituto Superiore della Sanità ha dato indicazioni precise sullo smaltimento dei rifiuti urbani in questo periodo.