Green Economy, cosa si cela dietro il termine

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Green Economy: definizione

Che cos’è l’economia verde

Il termine green economy, in inglese, è ormai diffusissimo anche in Italia, tanto che se ne sente parlare davvero molto spesso. Ma a che cosa ci riferiamo quando parliamo di economia verde o economia ecologica? Si tratta di un modello teorico di sviluppo economico che muove da un’analisi bioeconomica. In tale analisi non si prende in esame soltanto la crescita del Prodotto Interno Lordo (PIL) e i benefici di un determinato regime di produzione di una determinata nazione o comunità. Nel modello si dà anche importanza a quanto quello sviluppo impatti sull’ambiente, ovvero quali potenziali danni porti l’intero ciclo di trasformazione della materia prima al pianeta.

Nel video di HTT, che cos’è la green economy

Come si valuta un modello economico

La valutazione più tipica di ogni modello economico si calcola a partire dall’estrazione delle materie prime, nei luoghi dove esse sono rintracciabili. Poi si mette in conto il loro trasporto; la trasformazione in energia e/o prodotti finiti e da ultimo quali siano i problemi che questo ciclo genera. Tra di essi vanno annoverati anche tutti i possibili disagi, quando non proprio i danni causati all’ambiente al termine del ciclo, nelle fasi di smaltimento ed eliminazione del prodotto.

Gli economisti parlano di retroazione negativa a danno del PIL nel momento in cui il modello economico diventa troppo impattante sull’habitat interessato dall’economia presa in esame. Quando ci sono problemi ambientali, infatti, le attività economiche riducono inevitabilmente la propria resa. Ogni impresa, infatti, è fatta di persone e trae chiaramente vantaggio da una buona qualità dell’ambiente ove opera. Qualora funzionino a regime e nel rispetto ambientale agricoltura, pesca e turismo la salute pubblica ne giova. Lo stesso accade in assenza di disastri naturali e dei drammi che da essi originano.

La green economy sul dizionario

Il celebre dizionario Treccani dà una definizione di green economy chiara e piuttosto immediata. Tale definizione semplifica quanto è stato espresso nelle righe precedenti, incorporando i concetti riportati:

Modello teorico di sviluppo economico che prende in considerazione l’attività produttiva valutandone sia i benefici derivanti dalla crescita sia l’impatto ambientale provocato dall’attività di trasformazione delle materie prime. Forma economica in cui gli investimenti pubblici e privati mirano a ridurre le emissioni di carbonio e l’inquinamento, ad aumentare l’efficienza energetica e delle risorse, a evitare la perdita di biodiversità e conservare l’ecosistema.

Cenni storici

Si potrebbe far risalire il concetto di green economy al 1911. A quell’epoca, il termine non era ancora stato coniato e l’attenzione all’ambiente era davvero molto bassa. In quel periodo Frederick Soddy, chimico e fisico britannico, sviluppò un modello che metteva in relazione la dipendenza economica – politica dai fondamenti della termodinamica. La sua analisi era in netto contrasto con l’economia neoclassica, figlia e dipendente della meccanica newtoniana, che al tempo era già dominante. Le teorie di Soddy restarono piuttosto circoscritte per almeno 60 anni.

All’inizio degli anni ’70, gli studi di Nicholas Georgescu-Roegeneconomista svizzero – prima e Herman Daly – suo collega statunitense – poi, introducono finalmente le scienze ecologiche nel pensiero economico. Di fatto, è a questo punto della storia che si sviluppa il concetto di sostenibilità e il suo fondamento operativo nell’immaginario collettivo.

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Foto: Pixabay

A questi due pionieri seguiranno altri professionisti che renderanno il connubio tra crescita ed ecologia sempre più raffinato, fino al 2014. In quell’anno il noto economista Jeremy Rifkin teorizza un’economia rivoluzionaria se paragonata ai modelli tipici, interamente verde e digitale. Chiunque desideri approfondire il suo modello può farlo consultando il volume “La terza rivoluzione industriale.” I principali concetti nel suo ragionamento sono internet delle cose, ascesa di un commons – economia collaborativa – alternativo al sistema produttivo che va per la maggiore e, infine, quella che forse è la principale necessità perché la green economy prenda piede: l’eclissi del capitalismo.

Dossier Stern, il primo Green Economy Report

Prima di Rifkin si era già iniziato a parlare di un’economia nuova ed ecologica, la quale era anche già stata ribattezzata come verde. Il cosiddetto rapporto Stern, risalente al 2006, propone un’analisi economica che valutava già l’impatto dei cambiamenti climatici a livello sia ambientale sia macroeconomico. Nel documento, il PIL mondiale viene definito minacciato dal surriscaldamento globale. Per essere datato 2006, il dossier resta ancora attualissimo, tanto erano sul pezzo i punti salienti elencati da Nicholas Stern, all’epoca presidente della Banca Mondiale.

Pochi anni dopo, nel 2009, il presidente USA Barack Obama si impegnò a rilanciare l’economia del suo Paese puntando sulla green economy. Era un periodo in cui gli States, così come tutto il mondo, attraversavano una grave crisi, non ancora totalmente risolta. A seguito del crack della banca Lehman Brothers, infatti, l’economia americana versava in recessione profonda. Il modello di sviluppo verde vuole contrastare quello nero dovuto allo sfruttamento di combustibili fossili. L’amministrazione Obama non riuscì a dare molto gioco alla green economy, pur riuscendo ad insediare negli USA numerose attività nel settore. A Donald Trump, come ben sappiamo, interessava ben poco del benessere del pianeta. Chissà che Joe Biden non riesca a dare finalmente slancio all’economia ecologica.

Green economy per superare i vecchi paradigmi

L’economia verde, dunque, non prende in esame soltanto la produzione. Dai concetti scritti quando abbiamo dato la definizione di green economy, emerge come si considerino anche altri valori, compresi quelli legati all’ambiente. Un ciclo economico inserito in quest’ottica dovrà necessariamente evitare di impattare troppo sulla natura. La verde vuole essere un’economia che diminuisce le emissioni di CO2 e, di conseguenza, l’inquinamento. Per riuscire a conservare l’ecosistema ed evitare di danneggiare troppo la biodiversità è necessaria una partnership tra pubblico e privato. Se vogliamo cambiare il nostro sistema economico, dobbiamo infatti tutti caricarci sulle spalle il fardello della sua riconversione.

Un modello teorico che prende sempre più piede

Per tutto quel che si è scritto fin qui si capisce bene come il modello teorico di green economy voglia rompere con i vecchi paradigmi economici. I sistemi di macroeconomia tradizionali, infatti, mettono – più o meno volontariamente – in contrapposizione la crescita o il successo del modello con la tutela del nostro habitat. In Europa, in tempi recenti, il concetto di economia verde sta prendendo sempre più piede. L’Unione Europea continua infatti a pubblicizzare e parlare di questo modello, proponendo numerosi incentivi per le comunità statali che decidano di puntare forte su di esso.

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Foto: Pixabay

Gli stessi governi italiani, nonostante la loro estrema mutevolezza, si dimostrano via via più attenti a questo tema, indipendentemente dal loro colore politico. Naturalmente, c’è chi vi è più attento e chi meno; i partiti più conservatori sono tendenzialmente più lontani dalla sensibilità ambientale, fosse anche solo per non perdere consenso da parte dello zoccolo duro del loro elettorato. Di ricetta verde, però, sentiamo parlare settimanalmente in questi tempi di pianificazione per intercettare i generosi fondi del recovery fund continentale e la proposta non riscontra una opposizione troppo acre, nelle stanze dei bottoni. Negli ultimi anni, i Ministri hanno ideato vari bonus per stimolare la conversione verso la green economy. Sono elementi che ci fanno ben sperare, sebbene la strada appaia ancora davvero molto lunga. Molti di essi, infatti, restano per il momento soltanto sulla carta.

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Nel concreto

A questo punto abbiamo snocciolato sufficientemente che cosa significhi il termine green economy, da dove derivi e quali siano le sue caratteristiche teoriche. Andiamo dunque ora a vedere che cosa comporti essa nello specifico, nel concreto. Partendo da una generosa quota di investimenti che mirino a migliorare l’efficienza energetica delle comunità aderenti al modello, la green economy punta a salvaguardare l’ecosistema su cui essa si appoggia. Nel farlo, naturalmente, non vuole pregiudicarne la crescita. Un simile atto è chiaramente più facile a dirsi che a farsi; il cambiamento deve partire dalla sensibilità delle persone che nel sistema di economia ecologica sono circoscritte. Riforme politiche e norme comunitarie devono consentire la riscoperta dell’importanza della natura e della sua protezione. Accanto alla conversione economica ne occorre anche una sociale.

Green economy come meccanismo virtuoso

Accrescere il PIL senza danneggiare l’ecosistema può apparire un’impresa. Ciò si deve al fatto che gran parte delle nostre nozioni economiche vedono la crescita come nemica dell’ambiente, poiché dalla rivoluzione industriale in poi è sempre stato così. Le risorse vanno gestite al meglio, dalla culla alla tomba, ottimizzando la produzione e trasformazione. In tal modo, sarà possibile crescere senza impattare sull’ambiente, innescando un meccanismo virtuoso ancora ampiamente sconosciuto nella gran parte dei Paesi cosiddetti sviluppati.

La Terra fa sempre più fatica a tollerare e sostenere l’impatto di un’umanità troppo numerosa, la quale consuma le risorse del Pianeta come se non ci fosse un domani. Così facendo, si aumentano notevolmente i rischi che quel domani non arrivi per davvero. A medio e lungo termine, non esistono alternative possibili all’economia ecologica. L’ambiente può e deve essere considerato un fattore di crescita economica. Il principio alla base del modello di sviluppo green è infatti di una chiarezza cristallina. Se impoveriamo l’ambiente che ci ospita, dunque le sue risorse, e consumiamo eccessivamente le materie prime che esso ci offre, danneggiando le riserve, avremo inevitabilmente un aumento del prezzo delle stesse. Ciò comporta chiaramente un danno economico.

Se invece ci preoccupiamo di tutelare il nostro habitat, potremmo allora contare su uno stabile apporto materico. Inoltre, l’ambiente va protetto, tutelato e gestito al meglio. Tutte queste mansioni richiedono del personale. Questi lavoratori sono quelli a cui ci riferiamo quando parliamo di green jobs. Agricoltori, tecnici addetti alla produzione di energie rinnovabili, operatori ecologici che si occupino del riciclo, bioarchitetti, paesaggisti e biourbanisti. Tutti questi settori possono essere potenziati, all’interno di comunità improntate all’economia verde. Ecco creato il modello virtuoso di cui si parlava poc’anzi.

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Elaborazione grafica: Pixabay

Tutte le difficoltà del nuovo che prova ad avanzare

La trasformazione dell’economia nera in green economy presenta anche problemi e difficoltà. Essa richiede infatti una trasformazione davvero profonda della società, e non sempre essa riesce a comprenderla appieno, tantomeno a metterla in atto senza obiezioni. Come sempre accade, lasciare il seminato, la nostra comfort zone come direbbero gli anglosassoni, e abbracciare il nuovo, non è cosa semplice per molti.

La prima presa di coscienza dovrebbe arrivare da aziende e imprenditori, i quali farebbero bene a creare una responsabilità sociale d’impresa, la quale indichi ai lavoratori tutti i vantaggi della conversione e, in fin dei conti, l’ineluttabilità di essa, se davvero vogliamo salvare questo pianeta. L’adozione di strumenti e tecnologie che impattino meno sull’ambiente, per quanto possano essere più costose, sarebbero già un ottimo primo passo in questa direzione. Gli Stati farebbero bene ad affiancare le aziende in questo cammino. Qualcuno sta provando a farlo. Ad esempio negli USA è nato un organo preposto – il Sustainabilty Accounting Standards Board – che dal 2011 favorisce la divulgazione di informazioni sulla sostenibilità delle aziende, a favore degli investitori. L’organismo è indipendente, slegato da dinamiche politiche o lobbistiche.

Vi sono svariati studi che ci testimoniano come chiunque adotti politiche aziendali affini alla tutela ambientale, riesca poi a rendere meglio sul mercato. la ricerca più nota è quella del Boston Consulting Group. Risale al 2016 e trae un’importante conclusione: gli investitori tenderebbero a premiare le performance migliori sui temi ambientali, con valutazioni maggiori di una percentuale compresa tra 3 e 19% rispetto alla media delle imprese concorrenti. È un segnale di come la strada che si deve intraprendere sia ben indicata per molti. Non ancora per tutti, però.

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Le foreste bruciano: come la corsa al rinnovabile devasta il bosco

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Ascolta il podcast di introduzione all’articolo!

Ci sono stati in cui il patrimonio forestale è ingente. All’interno dell’Unione Europea, le repubbliche baltiche – Lettonia ed Estonia in particolare – sono regioni ove le foreste son presenti in abbondanza. Un’inchiesta del Guardian, testata nota per l’impegno che mette a favore dell’ambiente, ha recentemente messo in luce come esse vengano gestite davvero male, a quelle latitudini e nel resto della UE. Il motivo del loro eccessivo sfruttamento si deve, oltre all’endemica incapacità della politica di salvaguardare l’ecosistema, che non è certo soltanto un problema estone e lettone, all’inseguimento di forme di energia pulita.

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Foto: Pixabay

Colpe dei governi e complicità dell’Europa

Nel 2015 il governo estone approvò una pessima misura. Concesse infatti l’autorizzazione (documento in lingua) al disboscamento di alcune porzioni della rigogliosa riserva naturale di Haanja. Ciò consentì la rimozione di aree intere di foresta matura e la rimozione di tronchi storici, interi. Questo alleggerimento delle norme per il disboscamento in Estonia fu figlio di un aumento nella richiesta internazionale di legno. La domanda non aumentò solamente per mobili ed edilizia ma anche a causa di un colpevole che può sorprendere: le politiche europee sul rinnovabile.

Camminando all’interno dell’area della riserva naturale è ormai consueto trovare ceppi che ricordano l’esistenza di alberi abbattuti. L’azienda Valga Puu ha immediatamente approfittato della nuova normativa per presentarsi in loco con le asce. Il brand appartiene alla Graanul Invest Group, maggior produttore europeo di pellet in legno. Questo materiale è bruciato su scala industriale, come biomassa per luce e riscaldamento in pressoché tutte le centrali precedentemente alimentate a carbone.

In Estonia le foreste ricoprono 2 milioni di ettari di superficie nazionale. A conti fatti, ci accorgiamo che si tratta di quasi il 50% dell’intero suolo estone – che ammonta a 4 milioni e mezzo di ettari circa. 380mila di questi 2 milioni di ettari, riserva naturale di Haanja inclusa, appartengono al network europeo Natura 2000. Tale rete è stata progettata per tutelare le foreste europee e i rifugi di specie animali rare e protette. Haanja è la casa di 29 di queste, tra cui cicogna nera, quaglia reale e clanga pomarina. Nessuno a Bruxelles ha fatto nulla per fermare bulldozer e boscaioli.

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Natura 2000 e la giurisdizione forestale nazionale

Le zone tutelate da Natura 2000 sono gestite all’interno delle direttive europee per la protezione degli uccelli, una norma risalente al 1979 e poi aggiornata. A questo provvedimento è stata poi affiancata la normativa per la protezione degli habitat del 1992. Teoricamente, dovrebbero essere queste due leggi a tutelare le zone protette dalla UE. In realtà, però, il disboscamento delle foreste è regolamentato dai governi nazionali, i quali possono tranquillamente calpestare le misure europee sui propri territori nazionali. In Estonia, ad esempio, l’unico limite è quello di non danneggiare le paludi e di evitare l’abbattimento di tronchi durante la stagione degli amori per gli uccelli.

La ONLUS estone ELF (Estonian Fund for Nature) non dà la colpa della distruzione delle sue foreste soltanto al governo. Giustamente, mette la dinamica in una prospettiva più ampia, senza perdere mai di vista il quadro generale. Come sempre, si tratta di una dicotomia tra ambiente e crescita economica. Siim Kuresoo, portavoce di ELF, afferma come ci sia una diretta connessione tra la grande crescita dell’industria europea della biomassa sollecitata e sostenuta da Bruxelles e l’accelerazione del disboscamento delle foreste sul Baltico.

“Vi sono chiare prove che l’intensificazione del disboscamento è guidata almeno in parte da una maggiore richiesta di biomassa per energia e riscaldamento. Oltre la metà dell’esportazione di pellet in legno prodotti nel 2019 in Estonia e Lettonia è andata in Danimarca, Olanda e Regno Unito. Possiamo dunque dire che l’energia pulita usata in quei Paesi ha direttamente contribuito all’abbattimento delle foreste nelle repubbliche baltiche.” Si legge in un report redatto da ELF e la Società Lettone di Ornitologia, di cui Kuresoo è stato co-autore.

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Foto: Pixabay

Foreste minacciate

Tra il 2001 e il 2019 in Estonia, Natura 2000 ha perso oltre 15mila ettari della sua area protetta. L’80% di questa riduzione è avvenuta negli ultimi 5 anni. Il governo ha progettato ulteriori interventi nelle zone su cui insistono le sue foreste. In seguito a queste autorizzazioni, gli uccelli boschivi nel Paese stanno scomparendo all’allarmante ritmo di 50mila coppie riproduttive all’anno (numeri da un report nazionale, in lingua estone.) Va da sé che la distruzione prepotente e sistematica del patrimonio forestale stia gravemente danneggiando la capacità delle macchie locali di immagazzinare carbonio. Ciò potrebbe tradursi nell’incapacità dell’Estonia di raggiungere i suoi obiettivi di emissioni zero.

Nel Paese la maggior parte della popolazione considera la natura un elemento sacro del proprio territorio. Ogni operazione di abbattimento forestale dà luogo a proteste e manifestazioni, tanto che i media locali hanno cominciato a parlare di una guerra per le foreste. Gli abitanti di Saku, una cittadina situata circa 25 km a sud di Tallinn, sono riusciti a salvare un’area di foresta che doveva essere abbattuta lo scorso anno. “Convertiamo i nostri alberi in pellet e li vendiamo ai Paesi più ricchi. Questa operazione è considerata sostenibile ma noi ne soffriamo.” Ha detto al Guardian Ivar Raig, uno degli attivisti di Saku.

Sostenibilità in fumo

La sostenibilità è al centro del dibattito europeo sulle rinnovabili. L’obiettivo è quello di rimpiazzare il carbone, il quale come sappiamo è una delle principali fonti d’emissione di carbonio. Sostituirlo con sorgenti più pulite è tra i primi obiettivi della lotta globale al cambiamento climatico. Bruciare pellet di legno invece di carbone sembra essere una soluzione ideale, semplice e neutrale rispetto all’emissione di carbonio. Quando gli alberi bruciati sotto forma di pallini legnosi sono sostituiti con nuove piantumazioni, la matematica ci dice che non incrementiamo lo stock di carbonio liberato in atmosfera. Il processo però non è rapido. Anzi, esso può arrivare a richiedere decenni. E non solo. All’interno della fornace dove viene incenerito, il legno libera più diossido di carbonio per unità energetica rispetto a gas, petrolio e anche carbonio. La dimostrazione la riportò proprio il Guardian, in un reportage del 2018. L’incenerimento di alberi per produrre energia potrebbe accelerare molto l’emissione di CO2 nell’atmosfera, allontanando sempre più gli Stati dagli obiettivi della conferenza di Parigi.

La richiesta di biomassa legnosa e di energia ottenuta dagli alberi si è imposta a partire dal 2009. Una direttiva dell’UE uscita in quell’anno imponeva a ognuno dei membri di ottenere almeno il 20% della propria energia da fonti rinnovabili entro i successivi 10 anni. La stessa misura classificava l’energia da biomassa come carbon-neutral. Tale legge è scritta male. Essa categorizza infatti l’intera energia ottenuta da biomassa legnosa come neutrale; indipendentemente dal fatto che essa sia originata da residui, scarti oppure alberi interi e sani. In tal maniera si è autorizzata la deforestazione per ottenere il pellet. Invece, bisognava specificare che il combustibile andava ricavato soltanto dagli scarti legnosi, residui del corretto mantenimento forestale.

Il video di Marco Torella fa chiarezza sulla biomassa legnosa spiegandone tipologie e conseguenze per l’ambiente

Un errore mai corretto

È un’assurdità che si possano devastare foreste per ottenere energia alternativa al fossile. Nel 2018, quando l’Europa ha deciso di raddoppiare la quota di rinnovabili, la comunità scientifica ha avvertito Bruxelles di questo problema. La politica, però, ha ovviamente preferito non danneggiare la lobby, sempre più ricca e importante a livello economico e finanziario, della biomassa. Dunque nessuno è intervenuto per modificare la misura e il vilipendio delle foreste adulte può continuare indisturbato.

Praticamente ogni Paese europeo ha aumentato la percentuale di bosco abbattuto per ottenere energia. Quasi un quarto degli alberi tagliati in Europa viene convertito in biomassa. Nel 2000 eravamo sotto la quota del 17%. La biomassa legnosa fornisce da sola il 60% di green energy nel vecchio continente; più di eolico e solare messe assieme. Naturalmente, per rispondere a una simile domanda si è sviluppata un’industria continentale il cui core business è l’ascia.

Sussidi e sovvenzioni a danno delle foreste

Gran parte della crescita del settore si deve, oltre che alle direttive europee di cui si è scritto, agli imponenti sussidi per il contribuente. Tra il 2008 e il 2018, i sussidi per le biomasse nei 27 Paesi membri della UE sono cresciuti del 143%. Nel Regno Unito, uscito il 31 dicembre 2020 dall’Unione, il supporto governativo per i progetti di biomassa arriverà ad ammontare a oltre 13 miliardi di sterline entro il 2027, anno in cui scadranno gli attuali termini sulla concessione di sussidi legati alla produzione energetica.

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Foto: Pixabay

La situazione è dunque paradossale. Naturalmente, da ambientalisti, tutti ci auguriamo che ci si liberi quanto prima del carbone e delle altre inquinanti fonti energetiche fossili. D’altra parte, però, di fronte a inchieste come quella del Guardian che si è qui messa in luce (reperibile a questa pagina; tutte le fonti di questo articolo sono in lingua, si è cercato di riportare ogni passaggio principale in lingua italiana nel testo, agevolando chi non legge l’inglese) è d’obbligo domandarsi se non lo si stia facendo nella maniera errata. Non è giusto che le foreste e la natura paghino il prezzo della riconversione energetica. È davvero sbagliato danneggiare le macchie boschive per risanare la situazione dell’approvvigionamento energetico. Se nascondiamo la polvere sotto il tappeto, spostando il problema invece di risolverlo, difficilmente potremmo ottenere grossi risultati nella lotta per il clima. La battaglia la stiamo già perdendo come umanità tutta; forse dovremmo smetterla di colpirci con fuoco amico. Ben vengano sovvenzioni, susside e agevolazioni alla riconversione energetica. Quest’ultima, però, non deve andare a danno del pianeta o siamo daccapo.

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Norvegia: la sentenza della Corte Suprema favorisce i petrolieri

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Qualche settimana fa, in occasione di una collaborazione con gli amici di Kritica Economica, avevamo già parlato di Norvegia e di come gli ambientalisti locali – e non solo – avevano portato di fronte alla Corte Suprema la questione delle esplorazioni petrolifere nel mar Artico, in acque statali. In data 4 novembre 2020, il massimo organo giudiziario del paese scandinavo aveva preso in esame i ricorsi di numerosi gruppi ambientalisti. Questi contestano infatti da tempo la strategia economica norvegese che punta fortissimo sul fossile, in particolar modo sul petrolio, sepolto in grande quantità sotto il mar Artico. Per il 23 dicembre si attendeva un pronunciamento della Corte Suprema su future concessioni esplorative. Gli ambientalisti erano ottimisti sull’esito della sentenza e contavano che l’organo giudiziario si sarebbe schierato dalla loro parte, limitando o addirittura cancellando la possibilità di future esplorazioni petrolifere. È avvenuto esattamente il contrario.

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Una piattaforma petrolifera in mare nel Nord Europa. Foto: Thomas G./ Pixabay

Il verdetto della Corte

La Norvegia ha ogni diritto di moltiplicare le trivelle in Artico e di espandere licenze e operazioni. Non lascia spazio a fraintendimenti la sentenza della Corte Suprema del paese scandinavo. Si sono così gelati – e non a causa del rigido clime norvegese di dicembre – gli animi di Greenpeace Norway e Nature and Youth, le due principali associazioni ambientaliste coinvolte in questa lotta, i due gruppi che più di tutti avevano spinto per una decisione in tribunale.

L’approfondimento video di Euronews sulla vicenda.

Tutto era nato qualche anno fa, a cavallo tra 2015 e 2016. Equinor e altre compagnie che, come lei, operano nel settore del petrolio si erano aggiudicate un’asta governativa per l’assegnazione delle licenze dei prossimi anni. Gli ambientalisti si erano subito attivati. Tale asta avrebbe violato la costituzione norvegese – la quale ha un articolo che tutela l’ambiente e ordina di preservarlo a vantaggio delle generazioni future – e sarebbe andata contro le risoluzioni della Conferenza di Parigi, la quale, all’epoca, era storia fresca seppure oggi, oltre 5 anni dopo, sembra che chiunque se ne sia dimenticato. Quasi nessuno tra gli Stati firmatari, infatti, è al passo con gli impegni presi per mantenere sotto controllo il surriscaldamento globale.

Gli argomenti ambientalisti sono stati integralmente rigettati dalla Corte. All’interno dell’organismo, che si compone di 14 giudici totali, 11 si sono schierati con il governo. Oslo può tranquillamente continuare ad estrarre idrocarburi. Esplorazione ed estrazione petrolifera, secondo la Corte, non entrano in diretto conflitto con il diritto a godere di un ambiente pulito. L’esecutivo non può essere ritenuto responsabile delle emissioni causate dall’esportazione di petrolio.

L’economia della Norvegia

Le argomentazioni della Corte Suprema possono trovare in disaccordo numerosi tra i lettori. Esse appaiono come una forzatura, un cieco meccanismo per giustificare altro sfruttamento ambientale. Dal punto di vista ambientalista, è proprio così. Dobbiamo però indossare gli stessi occhiali dei giudici della Corte Suprema se vogliamo comprendere le motivazioni del loro verdetto. Nuovamente, ci troviamo su quel territorio di confine che divide economia ed ecologia, PIL ed ambiente. Non ci dobbiamo stupire se, ancora una volta, si è scelta la lobby.

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Caratteristico porto norvegese. Si notano barche, la caratteristica architettura nordica e… un silos per lo stoccaggio del petrolio. Il settore del fossile è il principale per l’economia norvegese. Foto: Pixabay

La Norvegia è il maggior produttore di petrolio dell’Europa occidentale. Ogni giorno estrae circa 4 milioni di barili di petrolio equivalente. La politica energetica ed ambientale del governo ha inevitabilmente molto a cuore questo settore, il quale è il principale per l’economia locale. La speranza delle associazioni che avevano firmato i ricorsi era quella di riuscire ad imbrigliare Oslo e le sue politiche a riguardo. Greenpeace e Nature and Youth si erano concentrate su 10 licenze, sperando di creare un precedente valido anche per ogni altra autorizzazione. La Corte Suprema ha però dato loro torto.

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Le reazioni degli ambientalisti

Si tratta di una grave sconfitta per le associazioni ambientaliste che si erano battute per questa vicenda e, in definitiva, per l’intero Pianeta. Natur og Ungdom, norvegese per Nature and Youth, natura e gioventù, se l’è presa molto, in seguito alla sentenza. In un tweet al veleno non ha risparmiato accuse, neppure troppo velate, al governo della Norvegia.

https://twitter.com/NaturogUngdom/status/1341312299341066241?s=20

Il loro messaggio in italiano suona più o meno così: “Ai giovani di oggi manca una protezione giuridica fondamentale. Che li protegga da quei danni ambientali che mettono a repentaglio il nostro futuro. Abbiamo un messaggio per i giovani e tutti gli altri a cui importa: le elezioni arriveranno presto.” Il riferimento alle urne non esprime solo la speranza che un governo diverso si dimostri più attento all’ambiente, è anche un preciso rimando alla sentenza. Tra le varie motivazioni portate dai giudici a giustificazione del diritto governativo di procedere con le licenze, una è politica. Le toghe hanno infatti inserito un passaggio che rimanda alle posizioni espresse dai deputati in parlamento. Secondo quanto scrivono i giudici della Corte Suprema, infatti, un’ampia maggioranza parlamentare ha ripetutamente respinto le proposte per porre fine all’estrazione di petrolio.

Torniamo al ragionamento di partenza, con cui abbiamo aperto il paragrafo. Gli interessi economici sono troppo vasti, troppo importanti per sacrificarli sull’altare della lotta ambientale. Una volta in più, ci si rifiuta di riconoscere il cambiamento climatico come la sfida più importante del nostro tempo. Di nuovo, si pone l’economia sul più alto gradino decisionale.

La Norvegia e il suo petrolio

Il governo norvegese, naturalmente, ha espresso soddisfazione dopo la sentenza della Corte Suprema. Le associazioni ambientaliste, invece, hanno parlato di danni incalcolabili per il futuro. “Fa davvero male al cuore. Non perché abbiamo perso ma per le conseguenze che ci troveremo a pagare.” È il pensiero di Frode Pleym, responsabile di Greenpeace Norway. “Questa sentenza stabilisce, in sostanza, che i politici possono privarci di un ambiente vivibile.” Ha affermato Therese Hugstmyr Woie di Nature and Youth.

La Corte Suprema, nel prender questa decisione, non ha neppure tenuto conto della volontà popolare. La stessa Greenpeace, infatti, aveva proposto un sondaggio ai norvegesi prima che il tribunale prendesse una decisione. Da esso, era emerso come la maggior parte della popolazione del Paese scandinavo preferisse porre fine, una volta per tutte, allo sfruttamento petrolifero del Mar Artico. La decisione si deve alla sensibilità climatica degli abitanti. Il loro governo, però, ha scelto di non dar loro ascolto e lo stesso ha fatto la Corte Suprema.

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Le politiche ambientali di Joe Biden: speranza dalle nuove nomine

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Qualche giorno fa i grandi elettori statunitensi si sono finalmente espressi: Joe Biden è ora, a tutti gli effetti, il quarantaseiesimo presidente degli USA e si insedierà tra poco meno di un mese, il 20 gennaio. Il passaggio riguardante i grandi elettori non è che una formalità, un atto che serve a confermare l’intenzione dell’elettorato nel sistema elettorale americano che si compone di due fasi. Prima quella delle urne, andata in scena ad inizio novembre e poi quella del voto dei grandi elettori. Questi ultimi, provenienti in numero variabile da ogni singolo stato, si sono espressi la scorsa settimana.

Il presidente uscente, Donald Trump, come sappiamo, non ha accettato di buon grado la sconfitta, ricorrendo anche a vie legali. In seguito alla consultazione che ha coinvolto i grandi elettori, però, ogni dubbio si è dissipato. Tra un mese, avremo Joe Biden alla Casa Bianca. Il presidente eletto, nel corso della sua campagna elettorale, ha insistito più volte sulla politica climatica. Biden ha promesso che si muoverà in netta controtendenza rispetto al suo predecessore.

Nel video di From Roots to Leaves, attese e speranze per le politiche ambientali nell’amministrazione Joe Biden.

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Quale futuro per le politiche ambientali?

Come abbiamo già diffusamente scritto oqniqualvolta ci siamo occupati di USA e Joe Biden – con articoli e dirette su Facebookle politiche ambientali occuperanno uno spazio davvero importante nei prossimi quattro anni. È proprio per questo motivo che torniamo spesso ad occuparci del presidente americano. Joe Biden ha insistito molto sulla tematica ambientale, prima dell’elezione. Ha affermato di voler puntare forte sulle energie rinnovabili, ha detto che pianterà dei paletti per le multinazionali del fossile e ha promesso di investire moltissimo sulla riconversione energetica. Abbiamo accolto con grande gioia queste sue intenzioni. Ciononostante, ci approcciamo alla presidenza che partirà a breve anche con alcuni legittimi dubbi. Sappiamo infatti bene che una cosa è fare campagna elettorale e una ben diversa è rispettare le promesse fatte quando si cercano consenso e voti.

Che cosa farà dunque Biden? Manterrà le sue promesse in materia di politiche ambientali? O dobbiamo attenderci una presidenza 2020 – 2024 che cambierà poco o nulla rispetto a quanto abbiamo visto dal 2016 ad oggi? Naturalmente, non sono in grado di dare questa risposta. Se però dovessi giudicare le prime mosse del presidente eletto – diciamo pure le primissime, dal momento che deve ancora insediarsi – sarei portato ad essere ottimista. Le prime nomine ufficializzate, infatti, lasciano veramente ben sperare.

Politiche ambientali: un cambio di paradigma

Il principale ente ambientale degli States si chiama Environmental Protection Agency, o EPA. Questo nome ci è poco noto, purtroppo, poiché l’agenzia non ha mai potuto godere di troppa libertà. Sotto l’amministrazione Trump è stata ampiamente imbavagliata, con il presidente che ne limitava continuamente l’operato. L’amministrazione uscente ha persino riscritto alcune leggi per accentrare sul gabinetto presidenziale alcuni dei compiti della Agency. Non dobbiamo stupircene. Trump aveva interesse a difendere la lobby del petrolio, dal momento che numerosi suoi esponenti erano suoi partner d’affari, amici personali o, comunque, convinti elettori.

Dubito che Biden riuscirà a staccare la spina ad una categoria così potente, la quale sta alla base delle economie di numerosi stati federali – pensiamo a che cosa sarebbe il Texas, senza il suo petrolio – eppure ha promesso che lo farà, riconvertendo questa obsoleta fonte energetica, disastrosa per il nostro Pianeta, e spostando i lavoratori di questa industria nel mondo della green energy.

Donne e minoranze nelle nomine di Joe Biden

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Il capo della EPA è di nomina presidenziale e Joe Biden ha scelto Michael Regan per il suo primo mandato. Il Senato dovrà confermare la sua nomina – così come tutte le altre che abbiamo elencato – e, non appena questo step si sarà compiuto, Regan sarà il secondo afroamericano alla guida dell’ente, dopo che Lisa Jackson ne tenne le redini durante la prima presidenza Obama. Oltre a lui, sono stati scelti anche altri nomi strettamente legati all’ambiente, per numerosi ruoli di vertice.

Nel team del futuro presidente troviamo infatti anche Deb Haaland, deputata proveniente dal New Mexico, la quale guiderà il dipartimento degli Interni. Per la prima volta, una nativa americana sarà responsabile di un ministero. Gina McCarthy sarà consigliera nazionale per il clima. Essa assunse la guida della EPA dopo Lisa Jackson, durante il secondo mandato di Obama e fu la donna che impose i primi limiti di emissioni alle centrali elettriche nazionali. Ora avrà il compito di indirizzare gli USA verso le emissioni zero, obiettivo che Biden si è prefissato di raggiungere entro il 2050. Il vice di McCarthy sarà Ali Zaidi, da tempo impegnato in prima linea per l’azione climatica.

Il Ministero dell’Energia sarà guidato da Jennifer Granholm mentre Brenda Mallory prenderà le redini del Council On Environmental Quality, il consiglio sulla qualità dell’ambiente. Si tratta di un’organizzazione che lavora a stretto contatto con il presidente, suggerendogli misure e provvedimenti che tutelino l’ambiente e scoraggiando ogni decisione ad esso nociva.

Notiamo come Biden punti molto sulle donne e sulle minoranze etniche, tenute in disparte da chi lo ha preceduto a Washington. Questa attenzione all’inclusione e questa tutela della diversità fanno onore al presidente. Andiamo ad approfondire ora chi siano le due figure principali in questa lista di nuove nomine.

Il ruolo cruciale dell’EPA e gli obiettivi di Michael Regan

Donald Trump non ha mai visto di buon occhio l’agenzia per l’ambiente. Con una recente norma, il presidente uscente ha cambiato le regole delle analisi costi – benefici prodotte dall’EPA per il gabinetto presidenziale. Questa è la principale mansione della Agency: rendere Washington edotta su quello che ogni provvedimento di politica ambientale comporti per le tasche del contribuente, oltre che per l’habitat e l’ecosistema in cui esso vive, naturalmente. La misura di Trump ha spostato il focus principale dell’EPA dalla tutela ambientale alla valutazione economica, ponendo l’attenzione sugli sbocchi occupazionali. In sostanza l’agenzia per l’ambiente dovrà privilegiare leggi e misure in base a quanto possano far guadagnare il Paese, non a quanto siano impattanti.

Michael Regan al momento è capo del Dipartimento Ambientale del North Carolina e collabora con l’agenzia già da una decina d’anni. Le sue prime sfide saranno quelle di seguire gli sviluppi relativi al disboscamento della foresta di Tongass – la quale non è più area protetta – e di regolamentare le richieste delle compagnie petrolifere di operare all’interno dell’Arctic National Wildlife Refuge. Quest’ultima è una riserva, situata anch’essa in Alaska e nell’Oceano che la bagna, ove l’amministrazione Trump ha consentito le esplorazioni petrolifere. Biden ha promesso che non concederà altre licenze alle compagnie petrolifere ma non ha mai detto che ridurrà quelle attualmente operative. Chissà che Regan non abbia un’idea più restrittiva da sottoporre al presidente.

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Michael Regan. Foto: eenews.net

Con ogni probabilità, l’EPA giocherà un ruolo di primo piano nell’affiancare il gabinetto presidenziale in tema di politiche ambientali. In fin dei conti, il presidente eletto ha promesso un’azione continua e instancabile nella lotta al surriscaldamento globale e, qualora voglia mantenere le sue promesse, avrà sicuramente bisogno di tutto l’aiuto disponibile. Gli obiettivi di Joe Biden sono molto ambiziosi per quanto riguarda il clima, dovranno esserlo anche quelli di Regan. Egli è noto per essere tanto competente quanto battagliero, auspichiamo che combatta con decisione per l’ambiente e la sua tutela.

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Come cambieranno le politiche ambientali con la nomina di Deb Haaland

Il cambiamento climatico è la sfida del nostro tempo.” Questo è il pensiero di Deb Haaland, deputata per lo stato del New Mexico e membro della nazione di nativi americani Laguna Pueblo. La sua nomina da parte del presidente Biden è già stata definita storica perché mai prima di lei un nativo americano aveva ricoperto un simile ruolo. In realtà aver scelto Haaland è ben più importante perché indica il chiaro intento dell’amministrazione in materia di politiche ambientali. È infatti noto a tutti come la futura titolare del Dipartimento degli Interni sia una convinta ambientalista, capace di portare gli USA ad una inversione completa in merito di clima. La giurisdizione del ministero dell’Interno statunitense è infatti davvero molto ampia su numerosi dossier.

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Deb Haaland. Foto: NM Political Report

Supervisione e gestione delle terre federali, management di parchi e riserve, permessi di transito per gasdotti e oleodotti, su tutti questi aspetti la segreteria agli Interni ha voce in capitolo. Haaland e il suo staff, dunque, potranno far sentire la propria voce quando si parlerà di fratturazione idraulica; tema sul quale Biden non si è mai espresso con chiarezza. Il presidente eletto, infatti, ha tenuto una posizione ambivalente nei confronti del fracking: da un lato ha parlato di introdurre un bando per le future concessioni mentre dall’altro non ha mai affermato di voler sospendere le attuali operazioni. La sua vice, Kamala Harris, governatrice della California, proviene da uno Stato tendenzialmente contrario a questo impattante sistema estrattivo; eppure anche lei non si è mai sbilanciata sulla questione.

L’importanza dell’heritage indigeno

Oleodotti e gasdotti hanno violato più volte la sacralità della terra dei nativi americani. Ne abbiamo parlato anche qui, esaminando il caso del Dakota Access e citando quello, del tutto simile, di Keystone XL. La nomina di Deb Haaland per questa posizione sa di sentenza. Appare a questo punto davvero chiaro l’orientamento dell’amministrazione. Le politiche climatiche potranno subire una chiara sterzata verso posizioni decisamente ambientaliste, con Haaland alla guida della vettura degli Interni; essa avrà infatti modo di incidere in maniera seria sui futuri provvedimenti.

Da deputata, la nativa americana firmò un disegno di legge per impegnare Washington a proteggere almeno il 30% dei mari e delle terre federali entro il 2030; una volta preso incarico al dipartimento spetterà a lei gestire quasi 7 milioni di kmq di zone costiere e circa il 20% dell’intero patrimonio terriero degli USA. In un Paese nel quale un quarto delle emissioni ha origine negli impianti di estrazione di idrocarburi siti su terreni pubblici, questa nomina ci sembra davvero una buona notizia.

Luci ed ombre

Le nomine del futuro presidente Joe Biden sono una ventata di aria fresca dopo 4 anni assolutamente stagnanti per quanto riguarda le politiche ambientali statunitensi. Si tratta di un ottimo inizio in questo ambito per il presidente, che ci incoraggia per il prossimo futuro. Attenzione però a non vedere come oro tutto quel che luccichi.

In altri campi, infatti, le nomine di Biden sono state davvero discusse. Farò un solo nome perché non si tratta di questioni di cui ci occupiamo su L’EcoPost: Lloyd Austin. L’ex generale sarà il prossimo Capo del Pentagono. Il suo CV militare parla chiaro e nessuno mette in dubbio la sua competenza, in tanti però ne criticano l’etica. Si tratta di un consigliere di Raytheon Technologies, meglio nota come l’industria della morte. L’azienda produce infatti sistemi missilistici avanzati e droni assassini. Austin è inoltre membro del cda della holding ospedaliera texana Tenet Healthcare Corporation. Un’azienda che fattura annualmente centinaia di miliardi di dollari e non è esattamente un baluardo della salute pubblica.

Le politiche ambientali americane corrono dunque sul binario giusto? Molti degli elementi appena riportati ci fanno ben sperare ma conosciamo bene Biden e la sua storia politica. Sappiamo di come, nella sua lunghissima carriera all’interno dei palazzi, si sia spesso trovato ad appoggiare posizioni tutt’altro che coerenti con quanto espresso dal programma del suo partito, votando quasi da repubblicano. Similmente, sappiamo bene come sia paradigmatico del Grand Old Party privilegiare la crescita economica ad ogni costo, anche quando vada a danno dell’ambiente. Ora che si appresta a rivestire l’incarico più importante della sua vita, Biden saprà dare una direzione netta e decisa al suo Paese? Saprà farsi cicerone di quella transizione energetica di cui il pianeta ha drammaticamente bisogno? Sarà in grado di tenere fede alle sue promesse e segnare una svolta nelle politiche ambientali USA?

L’acqua diventa una merce e si quota in borsa

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Un noto modo di dire recita che l’acqua è oro. Ora non si tratta più soltanto di un proverbio, in quanto l’acqua è stata effettivamente quotata in borsa. Sarà dunque d’ora in avanti consentito, perfettamente lecito, speculare anche su un bene di tale importanza. Il capitalismo della grande finanza ci è finalmente riuscito, ha abbattuto anche l’ultimo tabù.

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La situazione

Ne avevamo avuto una anticipazione in settembre, quando si era cominciato a parlare di una possibile quotazione a Wall Street per l’acqua. Ora quelle previsioni sono tristemente divenute realtà. Come riferisce CME Group, uno dei principali marketplace derivativi mondiali, è stato creato, internamente all’indice NASDAQ, un mercato dedicato all’acqua. Il nome che gli è stato dato è NASDAQ Veles California Water Index e i suoi fautori ne parlano come del futuro dell’acqua. La realtà appare un pò diversa e l’unico futuro positivo sembra essere quello dei soliti speculatori.

Ricorderete che in Italia votammo, qualche anno fa, un referendum apposito per decidere se mantenere l’acqua come bene pubblico. Il risultato fu piuttosto chiaro, con la netta maggioranza degli elettori che si schierarono con questa posizione. Evidentemente, nel mondo questa idea non è poi così diffusa. Della notizia della quotazione in borsa dell’acqua si è parlato davvero poco, con i giornali ben più presi a raccontarci che cosa potremmo fare o non fare a Natale e Capodanno, quali saranno i piani vaccinali nel mondo e se Matteo Renzi farà davvero cadere il governo Conte. Eppure la questione dell’acqua è ben più importante.

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In che modo l’acqua è divenuta una merce

Chi gioca in borsa non ha interesse nel bene comune. Tutt’altro, quanto più una merce diventa rara tanto più acquisisce valore, dunque può farmi guadagnare, e pure tanto. Poco importa se il mio investimento darà origine a un domino di guerra, povertà e morte; il mondo in cui viviamo è spaccato, diviso da una forbice amplissima, in continuo aumento. Da una parte i ricchi, enormemente abbienti, persino troppo; dall’altra i poveri, persone che non hanno letteralmente di che mangiare; in mezzo una classe media che si assottiglia sempre di più.

L’acqua potabile inizia a scarseggiare. Ne abbiamo già scritto altre volte. Recenti studi hanno dimostrato che ghiacciai e montagne, duramente provati dalla crisi climatica, non riescono più a stoccare e immagazzinare H2O. Le stime per il prossimo future parlano di una possibile ecatombe. In qualche lustro ci ritroveremo impantanati in una crisi idrica planetaria che causerà la morte, per sete, di un numero di persone che potrebbe anche arrivare a due miliardi. Si tratta di un disastro annunciato. Proprio per questo, la grande finanza ha pensato che, tra poco tempo, il prezzo della risorsa comincerà ad oscillare. Perché allora non rendere l’acqua oggetto di investimenti e speculazioni? Perché non arricchirsi sul dramma cui stiamo andando incontro?

Già oggi lo sfruttamento idrico da parte dell’uomo è eccessivo, spesso fuori controllo. Industria e settore primario stanno depauperando sempre più le risorse acquifere del nostro pianeta. L’acqua sembra largamente disponibile, visto che la Terra si compone principalmente di essa, eppure la stragrande maggioranza di essa non è potabile.

La quotazione dell’acqua

La settimana scorsa, l’8 dicembre, il Veles California Water Index quotava l’acqua a 486,53 dollari per piede acro. Questa misura, abbastanza desueta in Europa, è piuttosto diffusa negli Stati Uniti. Un piede acro equivale a 1233 metri cubi. Secondo gli esperti di CME, il fatto che l’acqua sia entrata in borsa è un bene, poiché questa manovra sarà in grado di consentire una migliore gestione del rischio futuro legato ad essa.

Si legge sul sito del marketplace: “Due terzi della popolazione mondiale affronteranno la scarsità d’acqua entro il 2025. Tale crisi rappresenterà un rischio crescente per imprese e comunità in tutto il mondo. In particolare il mercato dell’acqua della California, che vale oltre 1 miliardo di dollari, ne soffrirà in maniera decisa. Grazie ad una forte partnership con il NASDAQ, nonché sulla nostra comprovata esperienza di 175 anni nell’aiuto all’utente finale per la gestione del rischio nel mercato delle materie prime essenziali, abbiamo stipulato un nuovo contratto idrico.” Così descrive l’Index Tim McCourt, responsabile di questo indice azionario e di prodotti d’investimento alternativo per CME.

Il solo utilizzo del termine utente finale parlando di acqua è raccapricciante. Senza alcun buon senso, queste persone parlano di una risorsa fondamentale alla vita come se si trattasse di uno stock di partecipazioni in questa o quell’altra società per azioni. I dati da cui ha mosso il gruppo parlano chiaro. In California ci sono nove milioni di acri di terreno coltivato e il 40% dell’acqua consumata nel maggiore Stato americano è destinato all’irrigazione di queste terre. Ricordiamo che un acro – altro valore in uso nel mondo anglosassone, ove è prassi impiegare misurazioni originali, per così dire – corrisponde a 4046,87 metri quadrati. A detta di CME, l’indice consentirebbe ad ogni produttore di pianificare in anticipo. Prevedendo la modifica del costo base dell’acqua di cui necessita per irrigare, egli potrebbe progettare le sue spese su larga e larghissima scala per il prossimo futuro.

In questo esaustivo contributo video, i dettagli sull’entrata dell’acqua in borsa. Non tutte le opinioni dell’autore corrispondono a quelle de L’EcoPost ma la spiegazione della vicenda è utile a tutti.

Il lancio del primo future acqua

I future dell’acqua, essendo entrati a Wall Street, saranno ora regolati secondo le vigenti norme finanziarie. I contratti acquistati saranno trimestrali, fino al 2022. Ognuno di essi si riferirà a 10 piedi acri di oro blu. È forse necessario, prima di continuare oltre, precisare che cosa si intenda con il termine future. Si tratta di un contratto derivativo, negoziato su un mercato regolamentato. Acquirente e venditore si scambiano una determinata quantità di una specifica attività – reale o finanziaria – a un prezzo prefissato. La liquidazione di questa quantità è riferita ad una data prossima, futura, da qui il termine.

Il future idrico è unico nel suo genere. L’indice fissa un prezzo di riferimento, settimanale. sui diritti legati all’acqua in California. Il prezzo è spot, come si dice in gergo, ovvero corrispondente ad una consegna immediata, al momento stesso della stipula e firma del contratto di compravendita. Può sembrare un’inutile puntualizzazione ma i prezzi in borsa oscillano continuamente e possono variare anche in poche ore. Il costo viene calcolato sulla media ponderata del valore dell’acqua in base alle transazioni nei cinque maggiori mercati californiani.

L’acqua debutta a Wall Street come prima di lei hanno fatto oro, petrolio e altre materie prime. Agricoltori, enti municipali e naturalmente anche fondi speculativi sono ora in grado di scommettere sulla futura disponibilità di acqua nello Stato californiano. Il caldo distretto è il principale mercato agricolo USA e rappresenta, da solo, la quinta economia mondiale. Dal momento che l’acqua è ora una merce, qualcuno potrebbe pensare di inquinarla e sporcarla per renderla più costosa, magari dopo essersene assicurato una buona quantità sul mercato. In fin dei conti, queste sono spesso le regole del gioco speculativo: compra a poco, rendi la merce più desiderabile e poi rivendila a tanto. Just win, baby.

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Cosa attendersi ora?

Non è un caso se il momento in cui l’acqua californiana entra in borsa sia proprio questo. Lo Stato con l’orso grigio sulla bandiera – simbolo di forza – è stato devastato dagli incendi divampati al termine della scorsa estate sull’intera costa occidentale. Inoltre, la California sta uscendo da una siccità lunga ben otto anni. Stravolgimenti ambientali, anche di grande impatto, sono ormai all’ordine del giorno come ben sa chi ci legge con frequenza e numerosi di essi hanno a che fare con la mancanza idrica (siccità, carestie e desertificazione). Si deve probabilmente soprattutto a questo antefatto la creazione dei contratti sull’acqua depositati a Wall Street. Il momento era ghiotto per ideare coperture del genere e venderle sia a coltivatori e, per esempio, aziende elettriche – grandi consumatori di acqua – sia per segnalare a tutti gli investitori del mondo la scarsità della risorsa. È lecito chiedersi se non ci fosse altro modo.

“Probabilmente il cambiamento climatico, la siccità, la crescita della popolazione e l’inquinamento renderanno la questione della scarsità d’acqua e dei suoi prezzi un tema caldo negli anni a venire. Terremo sicuramente d’occhio gli sviluppi di questo nuovo contratto future sull’acqua.” Nel pensiero di Deane Dray, amministratore delegato e analista per RBC Capital Markets – importante banca d’investimento canadese, impegnata sul mercato bancario e finanziario – c’è la sintesi dell’approccio del mondo dei capitali a questa mercificazione dell’acqua. Al mondo della finanza importa ben poco del contesto ambientale circostante, il focus degli addetti ai lavori è soltanto sul rollover.

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Svolta in Danimarca: Stop al petrolio dal Mare del Nord

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Stiamo mettendo fine all’era del fossile.” È stato lapidario – in perfetto stile scandinavo – Dan Jørgensen, ministro danese per il clima. In queste poche parole, però, ha esternato un’importante svolta verso il rinnovabile. La Danimarca smetterà di estrarre petrolio. Si tratta di “un nuovo corso verde per il Mare del Nord.”

Nel servizio di Euronews, la decisione della Danimarca di rinunciare al petrolio e puntare sulle energie rinnovabili.

La Danimarca e il petrolio, una lunga storia d’amore

La penisola scandinava è il principale produttore di idrocarburi nella Unione Europea. Quella tra la Danimarca e il petrolio è una storia d’amore che va avanti da decenni. Ciononostante, il Paese è il primo della UE che si prepara ad eliminare, gradualmente, i combustibili fossili. A quanto pare, il fidanzamento è giunto al termine.

Il Parlamento danese ha annunciato che ogni futura concessione di licenze per l’esplorazione e la produzione di gas e petrolio, nella porzione di Mar del Nord che lambisce la Danimarca, sarà cancellata. Entro il 2050, il Paese non produrrà più alcun barile di petrolio. La decisione rappresenta un passo avanti ulteriore rispetto a quella della Norvegia, ove si sta discutendo in Corte Suprema il ricorso di alcune associazioni ambientaliste contro l’estrazione petrolifera nell’Artico. Il fondo sovrano norvegese – uno tra i più ricchi al mondo, continuamente alimentato dai proventi dell’oro nero – ha già tolto il proprio sostegno ad ogni azienda che abbia a che fare con gli idrocarburi.

La regione scandinava è una di quelle più legate al fossile, all’interno della UE. Il Mare del Nord, infatti è ricco di giacimenti. Eppure, è proprio a queste latitudini che si stanno proponendo politiche più attivamente mirate a contrastare il surriscaldamento ambientale e il cambiamento climatico.

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Una transizione pianificata

Nel corso del 2019 la Danimarca aveva già mandato un segnale forte e chiaro relativamente alla sua intenzione di smettere di sfruttare il petrolio. Lo Stato si era dato l’obiettivo di tagliare del 70% le emissioni di CO2 entro il 2030, tra dieci anni. Sullo stesso periodo, Bruxelles sta ancora discutendo sul fatto di raggiungere, complessivamente, meno 55% di inquinamento da anidride carbonica. Tutto è stato pianificato accuratamente. Il Paese ha stabilito un ingente stanziamento di denaro per garantire una giusta transizione ad ogni lavoratore toccato dalla fine dell’industria degli idrocarburi. Similmente, anche le compagnie petrolifere saranno rimborsate di ogni investimento già eseguito e del quale non potranno più beneficiare a seguito di questa attesa svolta.

Sono ormai anni che estrazione e produzione di idrocarburi sono in calo, nel Nord Europa. In Olanda si è riscontrato il calo maggiore, a causa dello sviluppo di fonti rinnovabili, eolico e biomassa in testa. Quella della Danimarca resta comunque una svolta epocale. Dagli anni ’70 ad oggi, infatti, il Paese ha finanziato il suo welfare in gran parte con ricavi generati dal petrolio.

Breve storia del petrolio in Danimarca

Le attività di esplorazione ed estrazione petrolifera, in Danimarca, sono state avviate nel 1972. In breve tempo, il Paese è diventato uno dei principali attori energetici della regione. Il benessere nazionale è strettamente legato agli idrocarburi; l’industria del fossile ha trainato la penisola per decenni. Non sarà più così. Con una decisione storica, il Parlamento di Copenaghen, ha deciso di virare verso le rinnovabili – eolico in primis – lasciandosi alle spalle la liaison con il petrolio. È importante sottolineare come questo provvedimento sia stato approvato in maniera trasversale. Tanto la maggioranza di centrosinistra quanto l’opposizione di centrodestra hanno avallato la decisione. Non tutto il mondo è Paese; non accade dappertutto che maggioranza e opposizione si attacchino su ogni singola decisione, su ogni singola parola, come ci ha abituato questa pessima classe politica che abbiamo in Italia. Ci sono Paesi dov’è possibile decidere assieme per il bene comune. Meno male.

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Entusiasmo e soddisfazione

“È estremamente importante il fatto che abbiamo una solida maggioranza dietro questo accordo. Le condizioni ambientali del Mare del Nord, non sono ora più in dubbio.” ha affermato un raggiante Jørgensen nel suo commento all’approvazione del provvedimento per cui tanto si è battuto. Gli ha fatto eco Helene Hagel, portavoce di Greenpeace Denmark: “Questa è una grande vittoria del movimento ambientalista. Si tratta di una decisione epocale verso la necessaria fine dei carburanti fossili. Siamo di fronte ad una svolta per il clima e tutte quelle persone che hanno lottato molti anni per fare in modo che ciò avvenisse. La Danimarca fisserà ora una data di scadenza per la produzione di petrolio e gas, affermandosi come pioniere verde.”

“Vogliamo ispirare altri Paesi a porre fine alla nostra dipendenza dai combustibili fossili, i quali altrimenti distruggeranno il clima. Siamo un Paese piccolo ma con il potenziale per aprire la strada alla necessaria transizione verso l’energia verde e rinnovabile.” Ha concluso Hagel. Secondo Greenpeace, la Danimarca, in quanto principale produttore di petrolio nella UE e Paese tra i più ricchi al mondo, ha l’obbligo morale di porre fine allo sfruttamento degli idrocarburi. È infatti importante inviare un chiaro segnale che il mondo può – e deve – agire in fretta, rispettando gli accordi di Parigi e mitigando la crisi climatica.

Dalla Danimarca del petrolio alla Danimarca green

“I proventi del petrolio del Mare del Nord hanno finanziato in larga parte il nostro stato sociale per oltre quattro decenni. Non nascondiamo il fatto che la nostra decisione sia molto costosa ma la nostra speranza è che si guardi alla Danimarca e si veda che è possibile agire concretamente. Mancheremmo di credibilità a noi stessi e agli occhi del mondo qualora continuassimo a ricorrere all’estrazione e all’esportazione di petrolio.” Ha dichiarato Jørgensen, in una sorta di testimonianza della mission di questa decisione, rimarcandone l’importanza. Non possiamo che auspicare, come fa lui, che il caso Danimarca sia da esempio a tutti gli altri membri della UE e, perché no, anche agli altri Paesi del mondo.

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Copenhagen. La suggestiva capitale della Danimarca, Paese che si avvia a rinunciare totalmente alla energia da idrocarburi entro il 2050.

Ogni settimana testimoniamo, qui su L’EcoPost, come sia sempre più necessario fare qualcosa, scendere in campo, agire in prima persona per allontanare la catastrofe climatica. Dichiarazioni relative ai buoni propositi di questo o quel governo le sentiamo di continuo, sono all’ordine del giorno dal momento che la tematica è sentita e, dunque, di gran moda. Eppure, molto raramente riusciamo a riportare buone notizie, che ci facciano ben sperare per l’esito di una guerra che appare impari, destinata a sconfiggerci. La Danimarca si è mossa in controtendenza, ha preso un provvedimento concreto. Resta da vedere se riuscirà a raggiungere l’ambizioso obiettivo di azzerare la sua produzione di idrocarburi in 30 anni. Per come è stata stesa la legge e per il rigido meccanismo transitorio creato, siamo però portati ad essere ottimisti. Bruxelles – e il mondo intero – prendano esempio.

Crisi climatica: quel che non abbiamo capito

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Poco più di 12 mesi fa, l’ormai celeberrima attivista Greta Thunberg, pronunciò quello che probabilmente è il suo discorso più famoso. Era il 23 settembre dello scorso anno e a New York si stava tenendo il Climate Action Summit 2019. Alcuni passaggi di quell’intervento della giovane attivista hanno fatto il giro del mondo. Il più indimenticabile tra questi, naturalmente, è il noto j’accuse già passato alla storia come “How dare you! Speech“. Thunberg, senza mezze parole, andò dritta al punto e con un’onestà disarmante, oltre che una lucidità tutt’altro che comune per una sedicenne, disse: “Siamo all’inizio di un’estinzione di massa e voi siete capaci di parlare solo di soldi o della favola di un’eterna crescita economica: come osate!”

Il deciso intervento di Greta Thunberg al Climate Summit 2019, in un video del Guardian che riporta i passaggi più importanti, sottotitolato in inglese.

In fatto di crisi climatica, però, poco sembra essere cambiato, nonostante l’intervento di Thunberg venne applaudito e riscosse numerosi consensi, all’epoca. Sono infatti sempre più numerosi i motivi di preoccupazione per gli ambientalisti di tutto il mondo; ragioni che sono – purtroppo – anche aumentate in seguito alla pandemia. Sempre che sia legittimo ragionare già in ottica post-pandemia. A ciò si aggiunge anche la tirannia del tempo, che è sempre meno perché l’orologio non aspetta certo i tempi dei governi, i ritmi della burocrazia e le scuse delle multinazionali.

Come se parlassimo due lingue diverse

Che il sentiero su cui ci siamo già messi conduca verso una catastrofe epocale, è ormai una certezza. Lo scioglimento dei ghiacciai, ad esempio, è sempre più rapido, come abbiamo appreso anche grazie alle immagini provenienti da Helheim, in Groenlandia. Lo scenario è davvero infelice e i governi peggiorano persino questa situazione con la loro lentezza, la loro inettitudine ambientale e, forse, persino l’intenzione di non agire per evitare di scontentare ricchi finanziatori che hanno interessi non esattamente green.

Probabilmente è stata ancora Thunberg, lo scorso agosto, a tratteggiare al meglio l’attuale stato della lotta ai cambiamenti climatici. In una lettera firmata assieme ad altre attiviste che stanno diventando sempre più celebri – Luisa Neubauer, Anuna De Wever e Adelaïde Charlier – la svedese afferma come il mondo sia, nonostante tutto quel che accade, ancora in una fase di sostanziale negazione della crisi climatica.”

Il pensiero di Thunberg e delle sue sostenitrici è piuttosto semplice. Sono almeno trent’anni che la scienza punta il dito contro la responsabilità umana nella crisi ambientale e ci dà soluzioni per uscirne. Non sono però molti quelli in posizioni di potere che stiano facendo qualcosa per raggiungerle quelle soluzioni. E proprio questo è il paradosso del nostro tempo: da una parte ci arrivano sempre più avvertimenti e conferme su quanto stia accadendo, dall’altra questi fenomeni non convincono i governi – e neppure i singoli, troppo spesso – a modificare i loro comportamenti. È come se scienza e politica non si capissero, come se parlassero due lingue diverse.

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Una manifestazione di Extinction Rebellion. Il gruppo ha ben capito quale sia il rischio che l’umanità stia correndo.

Cosa non abbiamo capito della crisi climatica?

La tematica ambientale acquisisce via via sempre più importanza sui giornali e nella quotidianità, diventa notizia e argomento di conversazione, eppure, di fatto, non vediamo decisioni nette. Sempre più testate hanno una sezione clima, che per alcune è anche molto importante, come per il Guardian o il New York Times. L’ambientalismo è di moda in Paesi come gli Stati Uniti, che da Al Gore fino a Leonardo Di Caprio hanno avuto importanti testimonial che si sono spesi per la causa; eppure il loro governo – uscente – ha deciso di tirarsi fuori dall’Accordo di Parigi e continua a ritenere la questione ambientale una montatura quando non proprio una calunnia. Anche al Summit del 2019, con il quale ho aperto l’articolo, gli USA formalmente non parteciparono, fatto salvo per l’apparizione – breve e trascurabile – di Donald Trump durata circa 10 minuti.

Gli States sono responsabili di oltre il 14% delle emissioni globali climalteranti. Joe Biden, presidente eletto, ha promesso che invertirà la rotta. Ci auguriamo sia vero perché ne abbiamo davvero molto bisogno. Occorre che qualcuno dia l’esempio poiché, dicono gli esperti, il problema sarà risolto solo con un’azione collettiva, su ampia scala. In un bell’articolo di Business Insider, Federico Del Prete ha intervistato Federico Grazzini, coautore del volume Fa un pò caldo. Secondo il meteorologo Grazzini, che non è l’unico con questa idea, c’è davvero molto che non abbiamo capito della crisi climatica.

Quella consapevolezza che ci manca

“Credo che alla base ci sia una mancata consapevolezza del nostro ecosistema in generale. Non parlo solo a proposito delle complesse teorie atmosferiche ma proprio riguardo al funzionamento del nostro mondo.” Il libro di Grazzini offre interessanti spunti, pensati per ragazzi ma utili anche agli adulti, sul momento climatico che stiamo vivendo. Il meteorologo descrive la velocissima destabilizzazione atmosferica che caratterizza la nostra contemporaneità, portando risposte utili e a volte anche davvero semplici.

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Le attività umane hanno avuto e stanno ancora avendo un impatto troppo forte sul nostro Pianeta.

Spesso mi sento chiedere se la situazione sia davvero così grave. La risposta purtroppo è sì. Credo che ai media manchi la capacità di mettere assieme tutti i pezzi della crisi climatica. Essa è in fondo davvero complessa da capire, prima che minacciosa. C’è poi un altro aspetto, più immediato. Una società come la nostra, residente soprattutto nelle città, ha perso un importante elemento di autentico contatto con la natura. Ciò ostacola in qualche maniera la comprensione di quel che stia accadendo.” Aggiunge Grazzini.

“Tutti gli indicatori presi in esame, dall’estensione dei ghiacci nell’Artico fino all’aumento delle ondate di calore, sono coerenti. Essi confermano non solo il riscaldamento globale in sé ma anche la notevole accelerazione di questo fenomeno. Una volta sparito tutto il ghiaccio dell’Artico, nel giro di qualche decennio, tempi molto brevi, andiamo incontro ad uno scenario che non conosciamo. Quel che sappiamo è che si tratterà di qualcosa di poco rassicurante. La scienza ha una certa responsabilità. Comunicando con il pubblico generico, lo scienziato si esprime molto spesso in termini dubitativi. L’incertezza associata ad una stima può dare l’impressione che non si sappia cosa succederà ma non è così.”

Pandemia e crisi climatica

Il ragionamento dello scienziato, inevitabilmente, finisce per coinvolgere anche il cambio di scenario dovuto alla crisi sanitaria globale. “Se so che sto andando molto velocemente contro un precipizio, non ho bisogno di trasmettere con precisione in che modo cadrò. Non cambia granché se raggiungerò il burrone in un secondo oppure in tre. Finirò comunque per precipitare, dunque tanto vale che mi concentri su come frenare.” Sono le parole di Grazzini per concludere il pensiero ora riportato. La pandemia che sta tenendo in ostaggio il mondo è legata a doppio filo all’ambiente e all’inquinamento, come abbiamo già scritto sulle pagine de L’EcoPost. Il meteorologo lavora in Pianura Padana, una delle zone più sviluppate e quindi inquinate d’Europa. Non a caso, è una di quelle ove la pandemia si è diffusa massicciamente fin dall’inizio.

“La pandemia offre molti spunti di riflessione sulla priorità che dovrebbe avere la questione ambientale. La Pianura Padana è molto soggetta a fenomeni di ristagno degli inquinanti, dovuti a condizioni tipiche, normali per la zona. Con l’alta pressione, l’aria ristagna a lungo. Dovremmo essere più attenti degli altri a emettere inquinanti, perché viviamo in un punto sfavorito. La crisi climatica prolunga sempre di più questi periodi di alta pressione. Va fatto uno sforzo maggiore per pulire la nostra aria in inverno, così come in estate, quando entrano in ballo altri fattori. Le risposte vanno date subito, adesso.”

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Inquinamento e virus. Quando la catastrofe ambientale si traduce in crisi sanitaria.

“La pandemia ci ha mostrato che quando smettiamo di muoverci in modo sconclusionato l’inquinamento diminuisce sostanzialmente, in Pianura Padana come altrove. Tutti gli elementi ci sembrano voler dire: che vantaggio c’è a continuare a goderci il cosiddetto benessere se poi esso ci toglie la salute?” Conclude Grazzini. La sua intervista è stata riportata in maniera approfondita perché ricca di stimoli. Quel che ci dice, in definitiva, è come la situazione sia piuttosto grave.

Uscire dalla crisi climatica si può?

Nello stesso intervento con cui abbiamo aperto questa riflessione, la cittadina svedese più famosa dei nostri tempi ricordava alla platea come ci siano interi ecosistemi al collasso, anche nel preciso momento in cui leggete queste parole. Hanno già cominciato quelli immersi nei mari e negli oceani, sempre più caldi. In tali ambienti anche l’acidità, oltre all’aumento della temperatura, porta alla devastazione di interi habitat. Non ci vorrà molto prima che i problemi che stiamo riscontrando in acqua si spostino sulla terraferma. Stiamo seriamente correndo il rischio di affrontare una prossima sesta estinzione di massa. A quanto pare, le altre cinque ci hanno insegnato ben poco.

Ondate di calore, seguite da grandi migrazioni si scorgono già all’orizzonte. Un’umanità destabilizzata nell’economia e negli apparati di governo non potrà che cercare una via d’uscita, ovvero una via di fuga dalla sua patria. I rifugiati climatici, assieme a quelli economici in cerca di una vita degna e ai profughi che abbandonano terre in guerra dove le uniche alternativa sono morte o povertà, possono diventare presto una bomba a orologeria, oltre che il primo segno della nostra sconfitta su tutta la linea sul fronte della battaglia climatica.

Si può ancora uscire da questa situazione ma bisogna smettere di parlarne, di scriverne, e cominciare ad agire. Possiamo ridurre la crisi climatica a riscaldamento globale e poi questo a clima regolare, senza più bizze e stranezze. Per farlo, però, dobbiamo ridurre a 0 le nostre emissioni climalteranti. Se i governi non cominciano a prendere provvedimenti, tocca a noi cittadini, individualmente, schierarci in prima linea nella battaglia per l’ambiente. Abbiamo bisogno di un’azione corale, collettiva. Tu che cosa pensi di fare?

Burger King sceglie gli imballaggi a rendere

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Multinazionali e rispetto dell’ambiente sono un’accoppiata di quelle che solitamente non funziona. La dicotomia tra crescita economica esponenziale ed inarrestabile e tutela dell’ambiente è fortissima, tanto che rileviamo molto spesso, anche qui sulle righe de L’EcoPost, come sia difficile fare convivere i due aspetti. Eppure, dal momento che in tempi recenti la questione ambientale sta avendo sempre maggiore seguito, ecco che anche svariate multinazionali cominciano a mostrare interesse verso la tematica. Tra le ultime, in ordine di tempo, c’è la nota catena di fast food americana, Burger King.

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Riportaci il tuo vuoto

La compagnia alimentare ha annunciato che dall’anno prossimo, dal 2021, darà il via all’utilizzo degli imballaggi a rendere. I primi fast food che cominceranno ad impiegare questo sistema saranno quelli di New York e Portland negli USA e di Tokyo in Giappone. Il piano appare piuttosto interessante. Burger King si è detta determinata a eliminare l’enorme quantità di rifiuti derivante dal packaging in cui sono contenuti i suoi alimenti. Il progetto della compagnia per raggiungere l’ambizioso risultato sarebbe quello di una sperimentazione di imballaggi a rendere.

Panini, bibite o qualunque altro alimento ordinato presso uno store Burger King sarà consegnato all’interno di confezioni le quali dovranno poi essere riportate. Al momento del pagamento sarà richiesto anche un deposito cauzionale, il quale verrà poi riconsegnato non appena il packaging sarà riportato in cassa. Che cosa avverrà ai contenitori usati? Ognuno di essi sarà sterilizzato e poi messo nuovamente a disposizione dello staff del punto vendita.

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Il Loop ovvero pronti al riuso

Al trattamento dei contenitori usati riportati penserà il Loop, servizio di imballaggio circolare sviluppato da Terra Cycle. Tale sistema sarà il solo responsabile addetto alla sanitizzazione dei contenitori di Burger King. Si occuperà di pulire in maniera approfondita ogni pacco, di sterilizzarlo e di restituirlo per tutti i futuri utilizzi. La compagnia si fida molto di questo sistema. O perlomeno così ha affermato nella conferenza stampa ove ha illustrato il suo piano di riuso. “I sistemi di pulizia di Loop sono stati creati per disinfettare i contenitori e le tazze alimentari. Ciò significa che ognuno sarà igienicamente pulito e sicuro prima di ogni utilizzo.” Così Matthew Banton, capo del reparto innovazione e sostenibilità per Burger King Global.

“Durante la pandemia da COVID-19 abbiamo visto l’impatto dell’aumento degli ordini da asporto. Ciò rende questa iniziativa di Burger King ancor più importante.” Ha affermato, nella stessa conferenza stampa di lancio dell’iniziativa Tom Szaky di Terra Cycle. Inizialmente saranno solo alcuni punti vendita delle tre città apripista sopra elencate a impiegare questo tipo di servizio. Nella prima fase sarà il cliente a poter scegliere se utilizzare il contenitore riciclabile o meno, come da decisione aziendale. Qualora questo periodo pilota avesse successo, saranno aggiunte via via nuove città e nuovi punti vendita.

Questo programma sarà di importanza capitale per Burger King, dal momento che la compagnia ha fissato obiettivi ambientali ambiziosi. Entro il 2025 infatti, BK ha promesso che sarà in grado di riciclare tutti i rifiuti che produce negli USA e in Canada. Entro quella data, poi, la catena ha promesso che acquisirà tutti i materiali per i propri imballaggi da fonti riciclate, rinnovabili o, quantomeno, certificate.

L’importanza della decisione di Burger King

Il settore del fast food produce tantissimi rifiuti. Pensiamo semplicemente a quanto ci viene consegnato quando ordiniamo un semplice menù al nostro punto vendita preferito. Il panino verrà servito dentro la sua scatola, in carta rigida o morbida, la quale probabilmente si sporcherà molto dovendo contenere un alimento iper-condito e ricco di salse, rendendo il riciclo più difficoltoso. Assieme all’hamburger riceveremo anche le patatine, all’interno del loro imballaggio in carta e, magari, con un vasetto di salsa, a parte, per insaporirle. Infine avremo anche la bibita, all’interno del suo bicchierone, con il tappo in plastica e la cannuccia, anch’essa plastificata, per consentirci di berla in comodità. A ciò dobbiamo aggiungere la tovaglietta che ci viene messa sul vassoio, i tovaglioli e talvolta i bicchieri in plastica.

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La salsa BBQ Dip, tra le più golose di quelle servite presso Burger King, nell’imballaggio con cui viene servita. Foto: openfoodfacts.org

Consideriamo ad ogni pasto quale montagna di spazzatura viene prodotta. Nessuno di questi rifiuti, infatti, è riutilizzabile, parliamo di prodotti monouso che vengono gettati al termine del pranzo – o della cena o, anche, della colazione, ormai consumabile presso ogni fast food.

In questa ottica la decisione di Burger King è davvero importante, tanto che potrebbe essere l’inizio di una nuova era per il settore. Naturalmente, il fatto che la decisione sull’impiego di contenitori riutilizzabili spetti al cliente fa sorgere alcuni dubbi sulla diffusione di questo sistema. Utenti dei fast food con poca sensibilità ambientale o che non si fidino, magari per – errate – convinzioni igieniche, di adoperare packaging riutilizzato potrebbero annullare l’efficacia di questa soluzione, continuando a fare uso dell’imballaggio usa e getta. L’auspicio è che la possibilità di scelta sia presto eliminata e Burger King serva i suoi panini soltanto in contenitori riutilizzabili. L’annuncio della compagnia è un bel passo avanti per il nostro Pianeta. Come sempre avviene quando parliamo di multinazionali di questa dimensione, però, è lecito restare tiepidi di fronte a simili decisioni.

Burger King e il suo endemico greenwashing

Sorgono dubbi ogni qualvolta un fast food che prospera vendendo carne annuncia misure a favore dell’ambiente. In fin dei conti, se consideriamo le emissioni di gas a effetto serra, il consumo di acqua e l’utilizzo dei terreni, ci accorgiamo di quale impatto abbia l’azienda della carne sul nostro Pianeta. Burger King, poi, non è nuova a grandi proclami che non rispecchiano la realtà.

Qualche anno fa, infatti, la catena lanciò un’iniziativa encomiabile sulla carta, contro la deforestazione. Nelle dichiarazioni pubbliche, la compagnia si impegnava a fermare completamente il disboscamento entro il 2030. All’ombra dei grandi proclami, però, nulla si è mosso. Secondo l’associazione Rainforest Norway, la quale si occupa di monitorare la situazione della deforestazione nel mondo, quell’impegno di BK è completamente infondato. Non vi sono infatti prove che il fast food abbia fatto passi avanti in questo campo.

Con questo paragrafo non si vuole tanto incolpare il marchio in questione, bensì aprire gli occhi a chi legge su quelle che sono le strategie di questi grandi gruppi. Burger King, McDonald’s, KFC ma anche Walmart e Nestlè, tutti questi brand sono legati a marchi come Cargill. Tale azienda è un gigante dell’allevamento, responsabile del disboscamento di ampie fette di Foresta Amazzonica perché interessata a guadagnarsi terreni ove piantare la soia, principale alimento di polli e bovini serviti dai fast food in tutto il mondo.

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Marketing e coerenza

Diversamente da quando avvenuto con la campagna contro la deforestazione, ci auguriamo che questa volta dietro l’iniziativa di Burger King ci sia davvero un’intenzione concreta. Seppure la compagnia non si sia finora mai dimostrata troppo coerente relativamente alla questione ambientale, da ambientalisti vogliamo sperare che questa volta il caso sia diverso. Non possiamo però esserne certi.

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La tematica ambientale, infatti, oggi è di gran moda. Da ogni pulpito sentiamo privati, aziende, politici e uomini di potere riempirsi la bocca di ecologia, surriscaldamento globale e tutela ambientale, spesso senza neanche sapere quel di cui stiano parlando. Alla base del lavoro pubblicitario c’è l’obiettivo di convincere e far credere. Bisogna mettere in testa al target pubblicitario di riferimento che la mia carne è più buona di quella del competitor; i miei prezzi sono più economici dei suoi e la mia compagnia è più corretta. Non è sempre necessario che tali affermazioni corrispondano a verità. Da questo punto di vista, la questione ambientale è un potentissimo veicolo di marketing, di questi tempi. Sarebbe bene che, oltre al fumo pubblicitario, ci sia anche l’arrosto di un genuino impegno per l’ambiente nel forno di Burger King.

La questione ambientale nell’America di Biden

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Ascolta il podcast di introduzione all’articolo di oggi!

Un nuovo inizio

Ora è ufficiale. Da sabato sappiamo che gli USA avranno un nuovo presidente e che si chiamerà Joe Biden. I democratici, pur avendo dovuto probabilmente trattenere il fiato più di quanto credevano, riconquistano la Casa Bianca. Donald Trump è stato sconfitto – anche se ancora non ha accettato i risultati e, anzi ha promesso di battagliare negli Stati decisivi dove i due candidati sono arrivati più vicini – e, salvo sorprese, nel mese di dicembre, a Washington, i grandi elettori voteranno per il ticket di Biden e Kamala Harris. Si tratta di un nuovo inizio per gli Stati Uniti, ci auguriamo che valga altrettanto anche per la questione ambientale, la quale con Trump non è mai stata al centro dell’agenda politica. E neppure in periferia, non compariva proprio, su quell’agenda.

Numerose saranno le difficoltà che il quarantaseiesimo presidente USA si troverà ad affrontare. Abbiamo già tentato di delinearne alcune, la settimana scorsa, quando eravamo ancora incerti sull’esito conclusivo della tornata elettorale. Oggi centriamo il focus su quel che significherà – o meglio, potrebbe significare – per l’ambiente la presidenza Biden.

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Il candidato migliore

Sappiamo bene cosa significhino le elezioni. Ogni candidato vuole vincerle e, dunque, durante la campagna elettorale che precede il voto, è abitudine spararne tante, come si suol dire. Cercare di accontentare ogni categoria, di dare una risposta ad ogni bisogno, di accontentare tutti e non scontentare nessuno; questi sono gli obiettivi ogni volta e spesso si esagera, proponendo decisioni e misure che non si ha alcuna intenzione di perseguire, una volta eletti. Biden si è erto a paladino dell’ambiente prima dell’election day. Potrebbe averlo fatto perché il suo avversario non ne parlava affatto e dunque voleva strappargli l’elettorato più sensibile al tema oppure perché ci tiene davvero. Non ci è dato sapere. Lo scopriremo nei prossimi mesi, naturalmente.

Una prima analisi però possiamo già farla. Senza dubbio quello che ha vinto era il candidato migliore relativamente a queste questioni. Joe Biden ha già promesso che rientrerà negli accordi di Parigi, quelli che mirano a mantenere l’aumento delle temperature sul Pianeta all’interno di 1.5 gradi, e che lo farà già nel giorno del suo insediamento. La data è quella del 20 gennaio e possiamo già segnarcela sul calendario, in modo da vedere se manterrà la sua promessa. Io ritengo di sì perché si tratta di una sua bandiera e, comunque, l’apertura del processo di (re)ingresso non comporta molto sul momento, si tratta di un iter che dura circa un anno e, di fatto, fino al gennaio 2022 gli States potrebbero fare quel che preferiscono ambientalmente parlando. Ricordiamo che Trump aveva deciso di uscirne qualche tempo fa. Dal 4 novembre scorso, la decisione è diventata effettiva.

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Se già si fermasse qui, Biden si dimostrerebbe un presidente più attento al nostro Pianeta rispetto a quello che lo ha preceduto. L’ex vice di Obama, però, ha presentato un programma climatico ben più ambizioso di questo semplice passo indietro.

Il programma ambientale di Biden

Le parole chiave di Biden, leitmotiv del suo intero programma, iniziano tutte con la B, esattamente come il suo cognome: Build Back Better. Ricostruire, di nuovo, e farlo meglio. Questi tre vocaboli aprono anche la – corposa – sezione del programma Biden Harris 2020 dedicata all’ambiente. Si legge sulla piattaforma dem: “in questo momento di crisi profonda, abbiamo l’opportunità di costruire un’economia resiliente e più sostenibile. Possiamo indirizzare gli Stati Uniti su un sentiero irreversibile per giungere ad emissioni zero, non più tardi del 2050. Nel farlo creeremo milioni di posti di lavoro ben pagati. Il presidente Trump ha negato la scienza, lasciato la nostra nazione impreparata e vulnerabile. Nonostante la crisi accelerasse, ha ritirato numerose misure ambientali che si preoccupavano di tutelare la salute pubblica, pur avendo a disposizione prove che mettevano in correlazione l’inquinamento e la maggiore presa del contagio.”

“Esattamente come ha fatto in merito al COVID-19, Donald Trump se l’è presa con la scienza e ha fallito anche contro il surriscaldamento globale. Lo ha definito un inganno. Ha permesso che le nostre strutture si deteriorassero e che i le nostre fattorie si allagassero. Ha impedito che gli americani guidassero il mondo nel campo delle rinnovabili. Le sue azioni non solo ci hanno fatto retrocedere in termini di progresso e giustizia ambientale ma ci hanno anche reso più vulnerabili, deboli e meno resilienti, come nazione.”

Ovviamente le parole sono ben farcite di retorica politica ma il messaggio appare chiaro. Biden accusa Trump di negligenza ambientale e promette di raggiungere le emissioni 0 entro il 2050. Si tratta di un piano davvero ambizioso. Probabilmente, così ambizioso da essere inverosimile. C’è poi dell’altro.

Joe Biden e il suo piano ambientale, un focus sull’energia pulita. Il video, in lingua originale, è di ABC News.

Le cifre

C’è un altro punto importante nel programma ambientale del presidente eletto. Naturalmente, non esamineremo l’intero documento – esso è comunque disponibile qui – ma ci concentreremo soltanto sui due aspetti che ritengo principali. “Necessitiamo di milioni di infrastrutture, lavoratori specializzati e ingegneri per costruire una nuova economia basata sull’energia pulita. Questi lavori creeranno nuove opportunità per giovani e anziani, per le persone provenienti da ogni comunità e background. Miglioreremo la qualità dell’aria per i nostri bambini, il comfort delle nostre case e renderemo le nostre imprese più competitive. Gli investimenti mirati faranno in modo che i nuclei che hanno maggiormente sofferto l’inquinamento saranno i primi a beneficiare di questa rivoluzione. Ci riferiamo alle comunità urbane e rurali a basso reddito, a quelle di colore e ai nativi americani.”

“Biden investirà rapidamente 2 trilioni di dollari soltanto durante il suo primo mandato. Ciò ci metterà sulla giusta strada per raggiungere gli ambiziosi obiettivi che la comunità scientifica ci richiede. Creeremo così molti nuovi posti di lavoro che arricchiranno la classe media.”

Di nuovo, ci troviamo di fronte a pura propaganda. Chiaro indicatore di ciò è il riferimento alla middle class, serbatoio elettorale per eccellenza negli USA. Eppure Biden passa in rassegna le vere necessità del suo Paese. Per chi è poco pratico della scala corta utilizzata nella numerazione anglosassone, due trilioni equivalgono a 2mila miliardi, ovvero al nostro bilione poiché in Italia utilizziamo la scala lunga. L’investimento promesso da Biden fa impallidire. Si tratta di un tesoretto pazzesco, con il quale si potrebbe veramente riuscire a reindirizzare l’economia statunitense. Il condizionale però resta d’obbligo, soprattutto dal momento che si dice di liberare questi fondi in soli 4 anni. Ci auguriamo che Biden vi riesca ma dubitarne è legittimo. Se vi riuscisse, significherebbe che davvero tiene alla questione ambientale.

Joe Biden e la questione ambientale

Badiamo bene a non definire Biden un ambientalista. Come si è scritto, è indubbio che sia meglio lui di chi lo ha preceduto – che comunque sarà in carica per altri due mesi abbondanti – ma non è certo un verde, e neppure un progressista sensibile al tema. Joe Biden è un democratico tradizionale; non lo si può neppure definire un politico di sinistra, è semplicemente meno conservatore di chi lo ha preceduto o difenda i colori repubblicani. Come ha ammesso lui stesso: “il Green New Deal non è un mio piano, non lo considererò.”

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Ciononostante, il presidente eletto ha un programma climatico più che accettabile, visto il precedente. C’è una seria possibilità che affronti la questione ambientale con grinta e determinazione. Almeno per i primi 4 anni. Nel 2024, poi, Biden avrà 82 anni e non è detto che si ripresenti alle elezioni. Potrebbe lasciare la sua eredità alla sua vice, Kamala Harris. Essa, da californiana, è probabilmente ben più progressista di Biden. Però va ricordato che detiene posizioni piuttosto destrorse, per una democratica, su numerose tematiche economiche e sociali.

C’è comunque tempo per preoccuparsi del 2024, intanto vediamo che farà il nuovo inquilino della Casa Bianca. Ha promesso seri investimenti riguardo alle infrastrutture, all’industria automobilistica, ai trasporti, al settore energetico, agli edifici, all’urbanistica, all’innovazione e anche all’agricoltura. Sarà in grado di mantenere le sue promesse?

USA Election Day: chi vincerà le elezioni?

L’Election Day è arrivato. Oggi, 3 novembre 2020, gli Stati Uniti sono chiamati a votare il prossimo Presidente USA. Da un lato abbiamo Donald Trump, tra i più feroci nemici dell’ambiente a livello mondiale. Dall’altro Joe Biden, ex vicepresidente sotto la legislatura Obama. In palio, a queste elezioni – oltre alla Casa Bianca – c’è una buona fetta delle probabilità che abbiamo di contrastare in maniera adeguata la crisi climatica.

Per l’occasione L’EcoPost ha organizzato una Diretta Facebook, visibile al link, insieme a The Pitch, “il blog delle grandi speranze”, e Kritica Economica, osservatorio controcorrente su economia, società e politica. Due giovani e frizzanti realtà che, come noi, si occupano di informazioni indipendente. L’incontro, che ha visto molti utenti collegati, ha fornito tutte le informazioni utili a capire quali possano essere gli snodi cruciali su cui, probabilmente, i due candidati si giocano la partita.

Come funzionano le elezioni negli USA

I primi minuti sono stati dedicati ad una dettagliata spiegazione di come si voti. Emiliano Mariotti, caporedattore della Sezione Risiko di The Pitch, ha introdotto magistralmente la tornata elettorale. Partendo dalle modalità di voto e di assegnazione dei seggi parlamentari, un sistema che come sappiamo è molto particolare, è stata fatta una previsione su quali siano gli Stati che faranno da ago della bilancia.

Con circa una quarantina di Stati in cui il risultato è già praticamente scontato, il faro sarà puntato su quelle aree in cui l’esito è incerto. Quelle da tenere maggiormente d’occhio sono Texas, Florida e Pennsylvania, in quanto saranno loro ad assegnare il più alto numero di grandi elettori tra gli “indecisi”. Il primo, in particolare, torna in bilico dopo più di 50 anni di totale dominio repubblicano. Un cambio in quella regione significherebbe, con ogni probabilità, sconfitta certa per Trump. Ma un discorso simile si può fare anche per gli altri due, seppure assegnino un numero di grandi elettori minore. Di primaria importanza sarà anche l’esito dell’Arizona, dove la sempre più alta percentuale di popolazione ispanica, insieme ad un aumento del trasferimento nello Stato di numerosi californiani, potrebbe farle cambiare colore.

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Nella mappa sono stati colorati in rosso gli Stati repubblicani, in blu quelli democratici e in marroncino gli swing States, i territori ove si deciderà il nome del prossimo presidente. Grafica: Eminetra.

Stati da tenere d’occhio e grandi elettori

Dall’altra parte ci sono anche North Carolina e Georgia, storicamente democratici, che potrebbero invece cambiare casacca. Interessante sarà anche vedere da che parte andranno gli Stati della Rust Belt, anch’essi più incerti che mai. Con il temine Rust Belt – cintura di ruggine – indichiamo la regione prettamente industriale degli States, estesa tra i Grandi Laghi e i monti Appalachi settentrionali. la cintura parte dalla parte occidentale dello Stato di New York e attraversa Pennsylvania, Virginia, Ohio, Indiana e porzioni di Michigan, Illinois, Iowa e Wisconsin. L’intera zona, attraversa da decenni un imponente declino economico, tanto che tra Detroit e Chicago si estendono numerose cittadine popolate esclusivamente da abitanti sotto la soglia della povertà.

Più in generale, grazie ad una mappa del Paese in parte precompilata, è stato fatto notare come, grazie agli Stati già assegnati, Biden parta da un bottino di 216 grandi elettori, mentre Trump parte da 125. Una forbice abbastanza larga che tuttavia non esclude la possibilità che ci sia qualche sorpresa. Per vincere, di grandi elettori, ne servono infatti 270.

Un altro fattore che rende ancora più interessante quest’elezione riguarda l’ampia fetta di americani che hanno scelto il mail voting, il voto via posta che rappresenta una vera e propria incognita. Il conteggio di queste schede potrebbe richiedere più giorni e allungare l’attesa della proclamazione del vincitore.

I temi cruciali affrontati nella Diretta

Dopo l’esaustiva introduzione, si sono succeduti tutti gli altri relatori che, a turno, hanno approfondito un tema di competenza, ritenuto cruciale per l’esito. Andrea Muratore, collaboratore di Kritica Economica, ci ha parlato della situazione sociale del Paese che si appresta a votare. La popolazione è oggi più che mai polarizzata. L’ideale del “sogno americano”, che è da sempre stato un collante tra le varie frange della popolazione, oggi non sembra più reggere. Le diseguaglianze sono sempre più calzate e il problema della discriminazione razziale, oggi, sembra quasi una segregazione di classe.

L’ombra della pandemia

Un argomento ripreso anche da Martina Beltrami di The Pitch, caporedattrice della sezione Galileo che, dati alla mano, ha mostrato, nell’ambito di una più ampia analisi della disastrosa questione Covid, come la pandemia in atto, la quale ha colpito gli USA più di ogni altro paese al mondo, possa giocare un ruolo fondamentale nell’esito elettorale. La parte di popolazione più colpita è stata infatti di gran lunga quella delle minoranze, che hanno anche registrato un maggiore tasso di mortalità. La mancanza di una qualsiasi idea di solidarietà e pubblica assistenza è, infatti, uno dei grandi problemi della società americana. La pessima gestione da parte di Trump dell’epidemia potrebbe dunque fare la differenza.

Tralasciando per il momento i temi ambientali affrontati dai nostri redattori, Mattia Mezzetti e Natalie Sclippa, che approfondiremo in seguito, passiamo ad un commento sul comparto economico del Paese, espresso in maniera chiara e lineare da Camilla Pelosi di Kritica Economica. Se infatti Trump ha sempre fatto della crescita del PIL il suo cavallo di battaglia, è anche vero che il Paese che ha ricevuto era già in ottima salute. Il trend positivo, a cui si sono poi aggiunti gli anni di presidenza del Tycoon, parte infatti dal lontano 2009, al pari del calo della disoccupazione. In questa curva si nota però un’inversione di rotta a partire dal 2019, anno in cui si sono iniziati a vedere i primi effetti delle politiche Repubblicane.

Una situazione poi aggravata dalla pandemia in atto. Il cavallo di battaglia di Trump ci appare quindi un po’ zoppo. Ad oggi, inoltre, la disoccupazione è del 10% più alta rispetto a febbraio.

Energia e futuro

Successivamente si è invece parlato delle politiche energetiche del paese. Un tema più che mai complesso, che vede da un lato l’avanzare della crisi climatica, e dall’altro una lobby come quella dei combustibili fossili che ha un‘influenza decisiva sulle decisioni del Paese. Ad oggi, infatti, gli Stati Uniti si sono praticamente ritirati dal Medio Oriente, grazie allo sfruttamento di shale oil e shale gas, due combustibili il cui approvvigionamento – tramite fratturazione idraulica o fracking – causa feroci danni agli ecosistemi. Le nuove misure di esplorazione ed estrazione hanno permesso al Paese di tranciare quel cordone ombelicale che lo legava alle aree del mondo più ricche di queste materie prime.

Va anche precisato come le grandi multinazionali del petrolio americane abbiano registrato grosse perdite quest’anno. Secondo Andrea Muratore resta tuttavia difficile pensare che gli Stati Uniti non continueranno a giocare un ruolo di primaria importanza nel mercato energetico globale, continuando anche ad insistere sulle fonti di energia tradizionali e altamente inquinanti per non perdere la propria posizione di rilievo nel settore. Gli ultimi due interventi dell’incontro sono invece stati dedicati ai possibili scenari futuri. Camilla Pelosi ci ha spiegato quelle che potrebbero essere le implicazioni della vittoria di un candidato o dell’altro in ambito macroeconomico.

Successivamente Emiliano Mariotti ha invece parlato delle politiche estere isolazionistiche portate avanti da Trump in questi anni. Con la sua riconferma esse vedrebbero una prosecuzione naturale; in caso però di vittoria di Biden subirebbero una grossa frenata. Obiettivo dichiarato del candidato dei Democratici è infatti quello di smantellare quanto fatto in questi ultimi quattro anni in termini di politica estera. Un obiettivo perseguibile ma difficile da realizzare in toto, visto e considerato che al momento intorno agli USA è stata letteralmente fatta terra bruciata.

Chi sono gli sfidanti

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I partecipanti alla diretta live per L’EcoPost, i nostri redattori Mattia Mezzetti e Natalie Sclippa, si sono concentrati sulla questione ambientale nell’ampio panorama di queste elezioni. Nel primo intervento si sono delineati i 4 ticket presidenziali. Con questa espressione indichiamo le accoppiate di presidente e vicepresidente espresse dai partiti che ambiscono a porre un loro esponente, per almeno quattro anni, alla Casa Bianca di Washington. I candidati a presidente sono tantissimi, oltre 1200. Davvero pochi però sono quelli che hanno serie possibilità di vincere questa elezione, in quanto hanno raccolto le firme necessarie in tutti gli Stati, possiedono un capitale da investire nella campagna e dispongono di un buon numero di sostenitori su cui contare.

Le infrastrutture del partito repubblicano e democratico, le quali appoggiano, rispettivamente, la candidatura di Donald Trump e Michael Pence e quella di Joe Biden e Kamala Harris, sono le più forti e strutturate. È dunque pressoché impossibile che il ticket vincitore non sia uno di questi due. Accanto a loro però, hanno le firme per vincere anche Jo Jorgensen e Jeremy Spike Cohen del Partito Libertario nonché Howie Hawkins e Angela Nicole Walker per i verdi. Una vittoria di questi outsider è però impensabile, è infatti troppo difficile per questi candidati riuscire a ottenere i voti necessari da parte dei grandi elettori.

Donald Trump e le sue contraddizioni

La grande volata per la vittoria elettorale è iniziata nel mese di settembre. Il presidente uscente, Donald Trump, mai troppo sensibile alla tematica ambientale come sappiamo, ha utilizzato la leva del surriscaldamento globale durante i suoi comizi. Ovviamente l’ha fatto a suo modo, con una dialettica ed un carisma efficaci a strappare applausi ai suoi, ma con pochissima aderenza alla realtà delle cose. In Florida, Stato chiave perché swing State – una di quelle circoscrizioni ove non c’è uno schieramento fisso per l’uno o l’altro partito, bensì le intenzioni dell’elettorato variano di volta in volta – The Donald ha affermato: “Chi mai avrebbe pensato che Trump fosse un grande ambientalista?” Ovviamente nessuno. Il presidente si vanta di aver sostenuto fortemente una gestione attiva delle foreste. Non solo, anche di aver coordinato le numerose agenzie federali atte a prevenire incendi boschivi e dunque la distruzione di ettari su ettari di patrimonio forestale.

Naturalmente sono discorsi da campagna elettorale, con il solo scopo di guadagnare voti in vista delle elezioni. Qualcuno ricorderà la narrativa mendace di Trump in occasione della tragedia degli incendi in California, all’inizio di questo caldo autunno. Il presidente diede la colpa dei roghi alla malagestione democratica del patrimonio forestale – la California è un feudo blu – e disse, di fronte ad un incredulo Gavin Newsom – il governatore dem dello Stato – che non doveva preoccuparsi oltre poiché presto avrebbe cominciato a rinfrescare.

Non pago, Trump aggiunse poi: “In realtà, non credo la scienza sappia.” Negando ancora una volta l’ormai evidenza dell’avanzata del global warming.

Acqua pulita e ruolo dell’EPA

Un altro tema che il presidente ha spesso tirato in ballo è quello dell’acqua. L’amministrazione ha sovente affermato di voler tutelare l’acqua potabile – tema caldissimo in USA dopo la vicenda del piombo da bere nella cittadina di Flint, in Michigan, altro swing State – ma in realtà il suo Clean Water Act fa ben poco per tutelare l’acqua dolce. Industria e allevamento intensivo continuano a poter fare quel che vogliano nelle falde acquifere presenti nei loro terreni e Trump, nonostante quel che dice, ha indebolito o eliminato ben 125 leggi che miravano a tutelare l’aria e le acque. Altri 40 provvedimenti ambientali sono in rollback, ovvero pronti ad essere ridimensionati o eliminati.

L’EPA, Environmental Protection Agency, l’agenzia statunitense per la protezione dell’ambiente, dovrebbe vigilare sull’operato presidenziale relativamente alle questioni di questo tipo. È d’obbligo puntualizzare come, in realtà, queste agenzie paragovernative non siano esattamente arbitri intransigenti, poiché le nomine di chi ne fa parte partono molto spesso dallo Studio Ovale. Ad ogni modo, poi, Trump, si è sforzato di indebolire ancor più l’EPA. Dapprima le ha ridotto i finanziamenti e poi le ha di fatto tolto ogni appoggio a Washington. Allo stato attuale, l’Agenzia ha davvero pochi motivi di esistere. Essa rappresenta, tristemente, più un tentacolo burocratico della grande piovra che è la macchina amministrativa statunitense che un vigile attento sulle misure ambientali che vengono firmate dal POTUS.

In vista delle elezioni: differenze in campo ambientale tra i due schieramenti

All’interno della riflessione ambientale stimolata da L’EcoPost ci si è voluti soffermare rapidamente anche sulle differenze tra i due principali candidati. Per farlo sono stati divisi i più importanti temi ambientali per gli USA dell’immediato futuro: politiche ambientali, fonti energetiche fossili e rinnovabili, smaltimento della plastica e tutela di parchi e patrimonio naturale. In maniera estremamente schematica sono stati suddivisi questi ambiti in cinque tabelle con uno specifico focus su ognuna di queste tematiche. Le tabelle sono consultabili di seguito.

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In questa e nelle tabelle successive, quando si parla di Trump si tratta di misure prese durante la sua amministrazione; in merito a Biden invece trattiamo punti del suo programma, dal momento che non è mai stato Presidente ma soltanto il vice di Obama.

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La questione dei combustibili fossili è di vitale importanza. Il presidente ci vuole puntare ancora molto, tanto che parla apertamente anche della protezione dell’oleodotto DAP, di cui avevamo scritto. Lo sfidante, invece, è più sbilanciato verso le forme energetiche rinnovabili, pur non rinnegando del tutto il fossile.

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Con il Dakota Access attualmente in stallo a seguito di una decisione giudiziaria, il momento sembra buono per puntare sull’energia pulita. Biden è più propenso di Trump ma anche lui deve fare i conti con il peso politico ed economico della lobby petrolifera.

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La questione plastica è quella che maggiormente ci fa capire l’incoerenza del presidente. Trump da una parte ha finanziato startup che ripuliscono gli oceani dalla plastica e ha dato vita al programma Plastics Innovation per riciclare la maggior quantità di plastiche possibile. Dall’altra però, il suo governo ha abolito il bando sui prodotti monouso in questo polimero e spedisce mensilmente grandi quantità di plastiche difficilmente riciclabili in Paesi in via di sviluppo.

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I parchi e la tutela della wilderness statunitense sono i temi ambientali cui Trump tiene maggiormente. Almeno questo è quanto possiamo apprendere dal giudizio della sua amministrazione. Ciononostante ha da qualche giorno dato il semaforo verde al disboscamento della foresta del Tongass; vero e proprio polmone verde dell’Alaska.

Il caso Alaska e il suo significato in chiave elettorale

Non è ovviamente un caso il fatto che questo via libera giunga a pochi giorni dalle elezioni. L’Alaska è un feudo rosso, uno Stato irriducibilmente conservatore, e l’abbattimento di parte di quella riserva boschiva significa lavoro per molte persone.

La dicotomia tra ambiente ed economia è da sempre parte dell’ideale repubblicano. Da questo punto di vista, Donald Trump è un membro del suo partito fino al midollo, altro che outsider anti-sistema. A onor del vero, ricordiamo che c’è molta più vicinanza tra Joe Biden e i valori economici repubblicani di quanta ve ne sia tra il candidato democratico e l’ala più progressista della sua coalizione; quella composta dalle frange del partito socialista cui appartengono Bernie Sanders e la celebre Alexandria Ocasio-Cortez. Su ampi fronti, anche Elizabeth Warren che ha posizioni a metà tra i progressisti veri e i democratici vecchio stampo come Biden, è ben più di sinistra dell’ex vice di Obama. L’Alaska, ad ogni modo fa un pò storia a sè e abbiamo scelto di approfondirne la situazione.

Da territorio ricchissimo a chiave per vincere le elezioni

Il sottosuolo dell’Alaska è una miniera d’oro. Nero, naturalmente. La ampie riserve dello Stato di ghiaccio sono da sempre un tesoretto per gli States. L’Alaska non è densamente abitato, dato il suo clima. Chi conosce il mito americano degli inizi e la conquista del West sa bene che gli USA devono moltissimo alle risorse della loro terra; ora che a Ovest si è raggiunto l’oceano, l’ultima frontiera è proprio questo territorio. La concessione di ampi tratti dello Stato alle industrie è una mossa altamente strategica per il piano economico di Trump, il quale affida gran parte delle sue possibilità di rielezione proprio a questo aspetto.

Va da sé che l’impatto ambientale di questa decisione sarà disastroso. L’Alaska non è nuova, purtroppo, a scempi ambientali. Citiamo soltanto l’oleodotto TAP, il Trans Alaska Pipeline, serpente d’acciaio che rifornisce lo Stato di gas per il riscaldamento, tagliando a metà il territorio sulla linea dei comuni maggiormente popolati: Wiseman, Fairbanks, Anchorage… Naturalmente, negli anni ’70 – il TAP ha visto la luce nel 1977 – non vi era altro modo, allo stato della tecnologia del tempo, di fornire in maniera sicura e continua combustibile necessario a riscaldare persone e ambienti durante i lunghi inverni artici. Fa però specie pensare che al giorno d’oggi, si voglia proseguire su quella strada.

Il terzetto composto da approvvigionamento energetico, impulso all’economia e sostenibilità ambientale non riesce ancora a mantenersi unito. Ogni volta bisogna sacrificare almeno una delle tre voci. In queste elezioni ne stiamo avendo un concreto esempio. Corre il rischio di farne le spese l’intera America. SIcuramente pagherà pegno l’Alaska, già fortemente minacciata dal surriscaldamento globale.

Dunque, per chi parteggiare a queste elezioni?

Nelle elezioni di questa notte, combattiamo come umanità una bella battaglia nella guerra al cambiamento climatico. Non sappiamo se Biden possa essere il cavaliere in armatura splendente nella lotta, a dire il vero siamo molto scettici al riguardo. Quel che possiamo affermare però, è che Trump sicuramente non sia schierato a fianco del Pianeta. La scelta democratica non è migliore di quella repubblicana, è semplicemente meno peggio. Come hanno ricordato numerosi gruppi ambientalisti statunitensi, il Biden Environment Plan non è assolutamente quel Green New Deal di cui si parla da decenni e che è stato recentemente rilanciato dai progressisti; è però già un inizio, una pianificazione che tiene conto dell’ambiente, un punto di partenza, insomma.

L’unico ticket che spinge sulla misura socioecologica in toto, senza alcun innacquamento, è quello dei verdi, il cui candidato presidente è Howie Hawkins. Nel 2010, quando correva per la nomina a senatore dello Stato di New York, egli mise nero su bianco la proposta rilanciata, all’inizio dell’anno, da Ocasio – Cortez e dal parlamentare Ed Markey. I verdi, però, non hanno alcuna possibilità di vittoria finale.