ExxonMobil, bugie e inquinamento

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Exxon e Mobil, due storie di successo economico e insuccesso ambientale

La Exxon Mobil Corporation, da tutti chiamata semplicemente ExxonMobil, è un colosso dell’industria estrattiva. Si tratta di una tra le principali aziende petrolifere statunitensi, la quale ha assunto rilevanza mondiale e opera da tempo, con successo, anche sul mercato europeo con il marchio ESSO. La compagnia è nata ufficialmente nel 1999, a seguito della fusione tra la Exxon e la Mobil. Tale merging ha avuto una rilevanza storica nell’economia statunitense poiché ha fuso la Standard Oil Company of New Jersey – progenitrice di Exxon – e la Standard Oil Company of New York – madre di Mobil. Il trust Standard Oil, uno degli attori più potenti a Wall Street, era stato fondato nel 1870 da un mito assoluto nella storia economica, politica e sociale degli States: John Davison Rockefeller, patriarca di una delle famiglie più potenti d’America – e del mondo.

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Dalla fusione in poi, ExxonMobil è diventata una delle big four: le quattro principali compagnie petrolifere mondiali. Il gruppo comprende, in ordine di grandezza, BP, Total, ExxonMobil appunto e il principale ente privato a livello mondiale, Shell. Le quattro sorelle, inutile dirlo ma importante ricordarlo, sono tutte costantemente parte delle prime posizioni nella poco invidiabile classifica raggruppante i principali inquinanti mondiali. Soltanto la ExxonMobil ha prodotto, a partire dal 1965 fino ad oggi – ovvero nel periodo in cui si è cominciato a misurare l’impatto delle aziende – 41,90 miliardi di tonnellate di CO2 equivalente. Si tratta della quarta società più inquinante del Pianeta, sul periodo di riferimento.

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Una comunicazione mendace

L’EcoPost è un magazine apertamente schierato dalla parte dell’ambiente e, dunque, è nella nostra deformazione professionale provare una spiccata antipatia per queste multinazionali dell’inquinamento. Certo, deontologicamente dovremmo essere neutrali, a volte però è molto difficile. Quello di ExxonMobil è uno di questi casi.

Il Guardian, testata molto attenta alla questione ambientale, ha recentemente rilanciato una sua inchiesta – datata 2017 – nella quale esaminava la comunicazione aziendale del gigante del petrolio. Com’è noto, si tratta di un tabloid con sede a Londra, stampato in inglese, dunque i loro pezzi sono naturalmente tutti in lingua. Ebbene, in quello specifico approfondimento, due giornalisti hanno preso in esame la storia quarantennale delle comunicazioni aziendali relative al cambiamento climatico. Dall’esame dei report peer-to-peer, ovvero quelli scritti da scienziati per altri scienziati, è risultata una netta discrepanza fra le informazioni di cui l’azienda era in possesso e quelle che esternava ai non addetti ai lavori.

ExxonMobil ha abitualmente piegato e plasmato la verità contenuta negli articoli scientifici e nei dossier interni prodotti dalla scienza e l’ha ripubblicata su media privi della revisione tra pari, come ad esempio sul New York Times. Com’è noto, il celebre quotidiano consente a privati di acquistare pagine sui suoi numeri e riempirle con articoli propri. SI tratta di inserzioni pubblicitarie, ovviamente. È però consuetudine dare a questi advertisements un certo tono, una veste elegante, spacciandoli come fossero articoli di opinione. Non è certo solo ExxonMobil a comportarsi in questo modo; il Times ha molti lettori e i suoi spazi fanno gola a tutte le principali aziende operanti nel mercato statunitense. Tanto prima quanto dopo la fusione, le società del gruppo hanno sistematicamente mentito e fuorviato il pubblico riguardo al cambiamento climatico e alla sua portata.

Bloomberg News e la nuova indagine

A ciò vanno aggiunte le ultime indagini di Bloomberg News, Recentemente, un’inchiesta della divisione ambientale interna al network informativo che fa capo al miliardario Mike Bloomberg, ha portato alla luce nuovo materiale che prova la disonestà del gigante petrolifero. In sostanza, quel che sarebbe emerso dalle indagini è che la compagnia abbia un piano per incrementare la produzione di energia derivante da combustibili fossili. Fin qui, c’è poco da stupirsi, parliamo di persone che svolgono questo mestiere, dopotutto. Non ci meravigliamo del fatto che inseguano anch’essi la crescita infinita, regina del sistema capitalistico, a spese dell’ambiente. Tutte le altre grandi corporation del pianeta fanno lo stesso, in definitiva. Ebbene, l’aggravante è che ExxonMobil stia tenendo tutto nascosto ai propri investitori.

Il piano di crescita aziendale prevede un elevato aumento dell’emissione di diossine. In alcuni documenti interni, scovati dall’insider che ha passato il materiale alla redazione di Bloomberg, si parla di aggiungere al già elevatissimo inquinamento prodotto da EM una quota di emissioni pari a quelle che, annualmente, vengono liberate nell’atmosfera da un Paese delle dimensioni della Grecia. Queste previsioni, però, sono state accuratamente nascoste agli investitori. Non paga, la compagnia ha anche attaccato con veemenza Bloomberg News, accusandola di aver utilizzato dati vecchi, non più aggiornati e imprecisi. Naturalmente, però, poi ha accuratamente evitato di fornire proiezioni più recenti.

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L’ingresso di una raffineria del gruppo ExxonMobil. Foto: New York Times

ExxonMobil in difesa di sé stessa, una storia di buchi nell’acqua

Insomma, dopo la fusione il lupo ha perso il pelo ma non il vizio. Come sottolineano Geoffrey Supran e Naomi Oreskes, autori dell’inchiesta del Guardian, tanto Exxon, quanto Mobil, quanto la ExxonMobil Corp. hanno tutte indistintamente mentito al pubblico.

Dal 2017, anno dell’uscita della prima inchiesta sull’azienda, fino ai giorni nostri, la compagnia ha continuamente cercato di ribattere alle accuse mosse nei suoi confronti. Lo ha fatto dapprima accusando di inattendibilità i due autori dell’inchiesta. Questa mossa, però, ha avuto scarso successo dal momento che Supran e Oreskes sono, rispettivamente, ricercatore e professore associato all’Università di Harvard e si occupano di scienze climatiche da tutta la vita mentre ExxonMobil è… beh, una compagnia petrolifera.

Incuranti dell’accaduto, i piani alti aziendali hanno deciso di pubblicare un report che smentisse quanto affermato dai due luminari. Peccato però che il loro studio sia stato finanziato in toto dalla stessa ExxonMobil e non abbia ricevuto alcuna peer – review. Anche questo documento è in lingua e non è mai stato tradotto. Con tale report la compagnia ha voluto non tanto accusare di falsità la comunità scientifica, bensì denunciare il fatto che quel loro studio sia stato rifiutato da essa. In realtà, la prassi degli scienziati è, da sempre, quella di accettare solo ricerche che vengano verificate tra colleghi.

Quel che interessa alla corporation, comunque, non è tanto passare da vincitrice nell’eventuale dibattito su quanto ExxonMobil inquini, poiché è un dato di fatto che sia un’azienda nociva. Già soltanto riuscire a creare dei dubbi, a mettere in discussione l’attendibilità di quanto detto dagli esperti e riuscire a fuggire dall’occhio del ciclone sarebbe una vittoria per la compagnia. Solo il dar vita al dibattito sarebbe un trionfo per ExxonMobil.

Le bugie del sistema petrolio

L’industria del petrolio ha interesse a mantenere quanto più pulita possibile la propria coscienza. Per farlo non ha che un’arma: negare o comunque depotenziare le argomentazioni sul cambiamento climatico. Le parole usate dai giganti del petrolio sono sempre le solite. Si sta portando avanti una battaglia politica. Gli scienziati pubblicano risultati fabbricati ad hoc. C’è interesse ad attaccare l’industria tradizionale dell’energia. Facciamo attenzione a non mangiare la foglia. ExxonMobil, le sue tre sorelle e l’intero indotto del fossile restano il principale nemico nella lotta per il Pianeta. Le inchieste del Guardian e di Bloomberg News ce lo ricordano una volta in più.

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Leggi anche: “La plastica dei Paesi sviluppati invade l’Africa”

La plastica dei Paesi sviluppati invade l’Africa

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https://anchor.fm/lecopost/episodes/Dove-finisce-la-plastica-che-non-riusciamo-a-riciclare-eldla3

Negli anni ’70 la plastica, una meraviglia della tecnologia al tempo, era considerata un materiale rivoluzionario. Questo derivato del petrolio rappresentava il materiale del futuro. La sua duttilità, la sua possibilità di acquisire qualsiasi forma e contenere pressoché qualunque materiale fecero gioire i chimici all’epoca, convinti di aver trovato la chiave di volta, la quintessenza della loro ricerca, il prodotto che avrebbe accompagnato l’umanità per il resto della sua esistenza. Cinque decenni fa, a nessuno interessava la questione ambientale. Non ci si curava troppo di che cosa avrebbe significato dover smaltire tutta quella plastica che iniziava ad invadere il mercato.

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Dove finisce la nostra plastica?

I Paesi ricchi, il cosiddetto Occidente sviluppato, non è in grado di riciclare la maggior parte della sua plastica. Molto semplicemente, ne produce troppa. Il riciclo del materiale è un processo lungo e complicato: esso prevede che la plastica venga pulita, smistata, triturata, trasformata in piccoli pezzettini denominati flakes (fiocchi, in inglese) i quali saranno in seguito convertiti in nuovi prodotti. Ammesso che questo processo venga seguito alla lettera e il materiale sia riciclato come si deve, ogni singola fase di questo processo degrada la qualità del polimero. La plastica non è vetro, non si può riciclare all’infinito. Già fin dal primo passaggio del suo riciclo, essa si deteriora notevolmente.

Per i Paesi ricchi è molto più semplice, economico e rapido, evitare di riciclare la propria plastica. Molti Stati, infatti, non cominciano neppure il processo di riciclo, soprattutto nel caso delle plastiche più dure e difficilmente riconvertibili. Si preferisce bruciare i rifiuti o, in maniera ancor più comoda, spostarli semplicemente da un luogo ad un altro. La maggior parte della plastica prodotta dove si sta bene, finisce dove si sta male, spesso sotto forma di conditio sine qua non inserita all’interno di accordi commerciali tra occidentali e Paesi in via di sviluppo.

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L’incognita della responsabilità

Negli Stati Uniti si produce la maggior quantità di plastica nel mondo. Il loro primato potrebbe essere presto superato da alcune economie emergenti ma, diversamente da quanto accade negli USA, la Cina sta pensando di bandire completamente la plastica monouso. Il primo passo è stato l’abolizione dei sacchetti non biodegradabili. Entro la fine del 2020 saranno messi al bando in tutte le principali città del gigante orientale. Entro il termine del 2022 si stima che non ne circoleranno più. Negli States sono più indietro. Recentemente si è aperto un dibattito: chi è il responsabile dell’inquinamento dovuto a materie plastiche?

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Il fabbisogno di plastica per ogni Stato europeo. Tabella: Polimerica

Il Partito Democratico americano spinge per incolpare le aziende produttrici. La proposta dem contempla la creazione di un programma nazionale di vuoti a rendere, l’eliminazione di numerosi prodotti monouso non necessari già a partire dal 2022 e la sospensione temporanea della pianificazione ed edificazione di nuovi impianti per la produzione di plastica. Nel disegno di legge presentato si prevedono anche controlli atti a verificare che i rifiuti di questo materiale prodotti negli USA non siano spediti in altri Paesi. La strada per l’approvazione di questa proposta è tutta in salita. Ci troviamo in America e le corporation tengono la politica imbavagliata, come spesso accade.

Matt Seaholm lavora presso la Plastic Industry Association. Si tratta dell’associazione statunitense rappresentante di tutte le aziende del settore. Seaholm dirige la divisione che ha il compito di impedire divieti all’utilizzo delle plastiche. Come ogni lobby, anche quella dei produttori statunitensi di questo inquinante polimero è legata stretta alle alte sfere della politica. Non solo la PIA ha sempre negato ogni responsabilità dell’industria nella produzione dei rifiuti, essa è anche passata all’attacco in seguito alla presentazione della proposta che abbiamo ora descritto e lo ha fatto con Seaholm in prima linea.

Guerra allo shopper riutilizzabile

Nei peggiori momenti della pandemia, sono usciti numerosi articoli – non esattamente inattaccabili dal punto di vista scientifico – nei quali si affermava che le buste della spesa riutilizzabili erano un veicolo di contagio da nuovo coronavirus. Quasi tutti questi articoli riportavano gli studi del ricercatore Ryan Sinclair, autore di tre studi relativi all’argomento. I dettagli delle sue ricerche possono essere consultati sull’Internazionale numero 1379, importante fonte per questo articolo. Questi approfondimenti di Sinclair sono stati finanziati dall’American Chemistry Council – chiaramente di parte – e dai californiani di Environmental Safety Alliance. Segretario di quest’ultimo gruppo è un ex lobbista della NRA, la potentissima lobby delle armi, convinto che le leggi civili dovrebbero basarsi su quanto scritto nella Bibbia. Un simile personaggio deve essere sicuramente un luminare della questione ambientale.

In realtà, l’ultimo di questi studi è piuttosto chiaro nell’affermare che qualunque rischio di eventuali contagi legati al riuso di sacchetti per la spesa si può contrastare lavando mani e shopper. Eppure, l’industria della plastica non ha desistito, continuando ad usare questo materiale per rilanciare la necessità di utilizzare sacchetti di plastica monouso. A loro dire, naturalmente, essi sono molto più sicuri.

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L’opportunismo degli industriali non ha scalfito le decisioni già prese in numerosi Paesi volte a limitare consumo e produzione di plastica. Questa è una buona notizia ma ci dimostra, una volta in più, come il sistema economico in cui viviamo sia del tutto disinteressato a salvare il nostro Pianeta, se per farlo deve andare contro i propri interessi.

Le rigide normative africane

Il continente nero, giovane e attento alla tematica ambientale ben più dell’occidente, è quello dove sono state approvate le normative più severe. Il Senegal ha già messo al bando le tazze in plastica monouso e l’acqua in sacchetti di plastica – metodo di trasporto molto diffuso in uno Stato dove l’acqua è oro. In Kenya già dal 2017 sono stati vietati gli shopper usa e getta, i quali fino a 3 anni fa volavano per strada, intasavano le falde acquifere e restavano appesi agli alberi. Nairobi ha inoltre vietato l’introduzione di plastiche monouso, comprese le bottiglie di plastica, nei parchi nazionali e nelle aree protette.

Nel 2018 si era parlato di estendere questo divieto sull’intera superficie nazionale ma poi non se n’è fatto nulla. Come mai? Perché le multinazionali dei soft drinks hanno battuto i pugni sul tavolo. Coca Cola, Unilever e Kenya Association of Manufacturers si sono issate in difesa del polietilene tereftalato (PET), con il quale si fanno le bottigliette.

Le strategie dei giganti della plastica

Dati i prezzi particolarmente bassi a seguito del crollo del costo del petrolio, è ora molto più conveniente produrre involucri in plastica piuttosto che in vetro. Le aziende appena citate hanno creato la PETCO, società ad hoc che si dovrebbe occupare di riciclare la plastica per le aziende che l’hanno istituita. Il condizionale resta d’obbligo dal momento che nel 2019 il consorzio ha stanziato la miseria di 385.400 dollari di sussidi per incentivare il riciclo in Kenya. Si tratta di noccioline se consideriamo che due dei tre componenti della PETCO sono parte delle magnifiche 5, le multinazionali che fatturano più dei PIL di molti Stati e, di fatto, hanno in mano le sorti del mondo trainandone l’economia.

Naturalmente, la scelta di presentare questo consorzio come un ente paladino del riciclo non è che parte di una strategia adottata a livello globale dall’industria della plastica. Gli addetti ai lavori del settore, infatti, hanno da tempo preso di mira i Paesi più poveri come luoghi di stoccaggio dei loro rifiuti.

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Prospettive del consumo della plastica nei prossimi 15 anni. Elaborazione: Polimerica

Porto anche l’esempio della Alliance to end plastic waste, creata l’anno scorso da BASF, Exxon Mobil e altre aziende tra le principali produttrici di plastica. Questa alleanza si è impegnata a finanziare con 1,5 miliardi di dollari tutte le operazioni necessarie ad impedire l’accumulo di rifiuti plastici nell’ambiente. La cifra, a un profano, potrebbe sembrare elevata; in realtà però si tratta di appena l’1% della cifra che si stima sia necessaria per ripulire gli oceani dalla plastica che li soffoca. L’industria non ha alcuna intenzione di riciclare, vuole semplicemente mettersi in buona luce. Il loro business è per definizione nemico dell’ambiente.

Un sistema alimentato a bugie

Non sono affatto pochi gli attivisti che, in Africa, si stanno battendo contro i soprusi delle multinazionali che riempiono di plastica le loro discariche. Ovviamente però, un pugno di ambientalisti proveniente da Paesi in via di sviluppo può abbastanza poco contro un’azienda come Coca Cola o contro le sue alleate Nestlé e Unilever. A chiunque si batta davvero per l’eliminazione dalla plastica, le operazioni di facciata delle grande produttrici infiammano i nervi.

Secondo David Azoulay, direttore del programma di salute ambientale presso il Center for International Environmental Law a Ginevra, le iniziative presentate nel pragrafo precedente non sono altro se non “soldi investiti per poter continuare ad inquinare. È come se il nostro vicino ci pagasse un dollaro per contribuire alla pulizia del giardino ma poi vi riversasse 250 dollari di spazzatura. Nessuno accetterebbe un simile patto.”

Sullo stesso piano di questo ragionamento esemplificativo dobbiamo metterne un altro, questa volta purtroppo reale.

Donald Trump e la plastica

Anche l’amministrazione Trump, notoriamente ben più interessata all’economia che all’ecologia, si trovò costretta ad occuparsi di plastica. Lo scorso novembre, sull’ondata dell’indignazione mondiale per i rifiuti in plastica, Rick Perry, dimissionario segretario all’energia, nell’annunciare un’iniziativa presidenziale per preservare la pulizia dei corsi d’acqua nazionale dalla plastica, snocciolò ai giornalisti una delle favole più amate dall’industria della plastica a stelle e strisce. “Nel mondo contiamo otto fiumi che trasportano, da soli, il 90% dei rifiuti plastici negli oceani. Nessuno di questi è americano.” Disse in quell’occasione l’allora segretario.

Il dato è corretto. Dieci corsi d’acqua trasportano una percentuale del carico globale di questi rifiuti che si attesta intorno al 90% in mare. Otto sono collocati in Asia e due in Africa. Perry non si è inventato nulla. Ce lo dice la rivista specialistica Environmental Science and Technology, in uno studio del 2017. Quel chel’ex segretario ha omesso è che la maggior parte di quella plastica non proviene dagli Stati lambiti da quei fiumi. Quasi tutta è di provenienza nordamericana o europea.

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Stando ai dati di Environmental Sciences Europe, risalenti al 2019, negli ultimi 30 anni i Paesi ricchi hanno esportato oltre 172 milioni di tonnellate di plastica. Questi rifiuti sono stati fatti sbarcare in 33 diversi Stati africani. Il valore della plastica spostata nel continente nero ammonterebbe a 285 miliardi di dollari. La maggior parte di questo materiale è costituto da bottiglie e bottigliette. Le etichette su di esse riportano spesso il logo di Coca Cola o Pepsi. Le origini del problema della plastica in Africa, non sono affatto locali. Il più recente trattato tra USA e Kenya, il quale mira a spostare altre navi di plastica sull’Atlantico, è stato definito dall’amministrazione Trump. E dalla lobby del petrolio che tiene il Presidente al guinzaglio, naturalmente.

Il nocciolo della questione

I paesi in via di sviluppo trovano difficoltà a smaltire la loro spazzatura. Spesso non hanno a disposizione infrastrutture in grado di gestire correttamente il pattume prodotto nei grandi nuclei urbani, ove gli abitanti si riversano per cercare un lavoro che nelle campagne non li consentirebbe di vivere con dignità. Le capitali di questi Stati sono spesso giganti insaziabili, sempre più vaste e popolate. Ciò porta gentrificazione, ciò porta consumo di suolo – ne abbiamo parlato in altre occasioni – ciò produce inevitabilmente rifiuti. Incuranti di ciò gli Stati Uniti – soprattutto, ma anche numerosi altri Paesi sviluppati – riversano su questi territori enormi quantità di rifiuti aggiuntivi. Spesso e volentieri, questa immondizia è composta da quella più difficile da smaltire: plastiche dure e particolarmente ingombranti, polimeri trattati e rinforzati in laboratorio per trasportare farmaci e altri materiali delicati, spesso tossici.

Come riciclare correttamente la plastica. Video: PET – Recycling Svizzera

La tratta – perché di essa si tratta – di rifiuti dai Paesi ricchi a quelli poveri è definita commercio globale dei rifiuti. Essa ha però ben poco delle consuete caratteristiche del commercio. Il valore della plastica di scarto è infimo, tanto che molte aziende vengono pagate per riceverla. I rifiuti spediti lontano in questo modo vengono etichettati come riciclati nelle statistiche degli Stati che li cedono; spesso e volentieri, però, chi li riceve, incapace di riciclare l’intera mole della spazzatura che riceve, finisce per incenerirla o lasciarla a marcire nelle discariche.

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La geopolitica della plastica

I Paesi in via di sviluppo non sono affatto contenti di ricevere tutta questa plastica e questo meccanismo corre il rischio di dare avvio ad un domino pericoloso. La plastica potrebbe dare avvio ad una guerra mondiale dei rifiuti, nella quale i ricchi spediscono ai poveri i loro rifiuti e i poveri li rimbalzano a chi è ancor più povero, e alla fine nessuno si occupa dello smaltimento del rifiuto. Il termine smaltimento non è impiegato a caso, perché di fronte a queste dinamiche dobbiamo chiederci se il riciclo sia, in effetti, davvero la soluzione migliore. L’arma più efficace per vincere la guerra alla plastica, non è questa. Occorre ridurre l’impiego del materiale piuttosto che incentivarne il consumo nascondendo la polvere sotto il tappeto del riciclo.

La plastica è una componente particolarmente significativa all’interno della più vasta questione ambientale. C’è un accordo internazionale, firmato a Ginevra, il quale dovrebbe impedire lo smercio incontrollato del materiale in altri Paesi. Gli USA non hanno ratificato il trattato, ma anche chi quella convenzione l’ha firmata, sembra curarsene molto poco. L’infatuazione dell’umanità per la plastica, nata due generazioni fa quando il polimero sembrava il quinto elemento della tecnica, una sorta di equazione divina discesa sull’uomo per consentirgli di creare qualunque cosa potesse pensare con questo materiale, ci ha mostrato anche la faccia più oscura della sua medaglia. La plastica è ovunque, spesso invisibile eppure ugualmente inquinante. La questione del rifiuto plastico e della sua gestione potrebbe minare la geopolitica dei prossimi anni e decenni. SI Stima che occorreranno ancora diversi lustri, prima che l’industria cominci effettivamente a declinare.

Auto elettrica: è legge l’incentivo alla trasformazione

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https://anchor.fm/lecopost/episodes/Al-via-gli-incentivi-per-trasformare-la-propria-auto-in-un-veicolo-elettrico-el1lbb

Le automobili sono il mezzo di trasporto più diffuso al mondo. Da quando Henry Ford decise di “creare cavalli più veloci” l’auto si è diffusa a macchia d’olio in tutto il pianeta, diventando ben più di un veicolo. La macchina simboleggia l’età adulta, è uno status symbol, rispecchia l’agiatezza del suo guidatore e, secondo numerosi psicologi, è un simbolo di potenza e vuole addirittura intimidire, in molti casi. Al di là di tutto questo, ad ogni modo, è anche un potente inquinante. I motori termici, infatti, originano emissioni nocive all’ambiente. Per tal motivo, ormai da tempo, si parla di auto pulite, alimentate a energia elettrica o ad idrogeno. All’interno del decreto agosto, approvato in Senato dalla commissione bilancio per la conversione in legge, sono stati previsti incentivi destinati all’auto elettrica.

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I dettagli dell’emendamento

Il decreto agosto è quello nel quale è stato messo nero su bianco il Superbonus al 110%. La proposta, giunta alle approvazioni finali, stanzia 25 miliardi per il rilancio economico del Paese e lo fa puntando in maniera convinta e decisa sulla green economy. All’interno del testo troviamo anche un incentivo rivolto a chiunque voglia convertire un veicolo ad alimentazione termica in un modello di auto elettrica.

Il primo firmatario è Daniele Pesco (M5S) e la proposta prevede un importante contributo, pari al 60% del costo della riqualificazione da motore termico ad elettrico. Il massimo contributo possibile, comunque, sarà 3500 euro. Il contributo potrà essere richiesto fino al 31 dicembre 2021. In aggiunta a questo incentivo sull’acquisto ne è stato previsto uno anche sulle spese relative alle imposte di bollo necessarie per l’iscrizione dell’auto elettrica al PRA, il pubblico registro delle automobili. Ciò significa che si può ottenere uno sconto importante anche su trascrizione e bollo, oltre che sull’atto di acquisto.

Leggi anche: “Ecobonus: cos’è e come funziona il superbonus al 110% del decreto rilancio?”

La conversione in auto elettrica

Entriamo ora nel merito ed esaminiamo che cosa sia la conversione di una vecchia auto in modello elettrico. Quanto costa l’operazione e in che cosa consiste esattamente? In estrema sintesi, occorre togliere il motore a scoppio e montare l’elettrico alla frizione, tramite giunto. In realtà, dal punto di vista della meccanica un’ auto elettrica potrebbe anche fare a meno di cambio e frizione. D’altra parte, però, attaccare il propulsore agli assi comporterebbe costi troppo esosi. Bisognerebbe infatti utilizzare appositi componenti meccanici; per tal motivo, solitamente cambio e frizione sono mantenuti.

Dopo aver collocato il motore pulito, occorre allocare anche il pacco batterie. Di norma esse vanno collocate nel bagagliaio oppure in luogo del serbatoio della benzina o del gasolio. È poi necessaria l’implementazione di una elettronica di controllo dedicata per gestire le batterie ed ottimizzarne la durata. Uno scoglio arcigno da superare, quando si tratta di auto elettriche, è proprio quello dell’accumulatore, della batteria. Esse possono essere molto costose e c’è l’annosa questione del loro smaltimento a fine vita. Ultimamente sono stati fatti importanti passi avanti a questo riguardo.

Il riciclo della batteria

Dobbiamo ricordare che la presenza di motore elettrico non significa sostenibilità totale. Può sembrare contraddittorio parlare di inquinamento legato a motori puliti, soprattutto quando siamo abituati alle ben più elevate emissioni dei motori termici. Per quanto riguarda le batterie, però, dobbiamo tenere a mente che esse sono composte di litio, nichel, manganese e cobalto. Questi elementi devono essere smaltiti con processi che non siano dannosi per l’ambiente. Inoltre, poi, l’energia con la quale alimentiamo la vettura deve provenire da sorgenti rinnovabili, altrimenti il guadagno dovuto alla propulsione elettrica in sé sarà cancellato. La batteria di un’auto elettrica ha durata pari a 8 – 10 anni oppure ad una percorrenza di 160mila chilometri. Per il futuro si prevedono durate maggiori ma, al momento, la vita di un accumulatore ecologico ha questa aspettativa.

Ad oggi il riciclo del litio sfrutta la pirolisi. Tale processo causa la fusione dei diversi metalli, consentendone il riutilizzo. Il risultato si ottiene grazie alle altissime temperature prodotte nel corso del processo le quali, naturalmente, liberano nell’atmosfera gas tossici di scarto, causa di inquinamento. Non ogni componente della batteria può essere recuperato. Non abbiamo problemi a riusare il nichel e il cobalto, una volta fusi; eppure nessuno è ancora in grado di riciclare la cosiddetta black mass. Essa è la componente attiva della batteria, contenente un miscuglio di minerali rari.

Numerose aziende nordeuropee, coadiuvate da alcune case produttrici di automobili, stanno sviluppando tecnologie e processi per riciclare e riutilizzare integralmente gli accumulatori elettrici. Una ditta finlandese, la statale Fortum, afferma di poter riciclare oltre l’80% dei componenti di una batteria agli ioni di litio. Tale risultato si otterrebbe grazie ad un processo idrometallurgico diverso – e meno impattante – della pirolisi. SI vuole giungere, quanto prima possibile, al riciclo del 100 % dei componenti della batteria elettrica.

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Approfondimento sulle batterie dell’auto elettrica di Marco Montemagno

I costi della trasformazione in auto elettrica

Quanto può costare la trasformazione di una vettura con propulsione termica in auto elettrica? L’esborso dipende dal modello del veicolo e dalla sua cilindrata. In linea di massima, convertire una Fiat Panda potrebbe costare sensibilmente meno di 10.000 euro, soprattutto nel caso delle motorizzazioni meno potenti. La media dei costi, però, è ben più alta. Consideriamo una simile operazione potrebbe facilmente attestarsi su una spesa intorno ai 20.000 euro. A fronte di questo esborso, naturalmente, i 3.500 euro di incentivo appaiono come ben poca cosa. Per tal motivo potrebbe essere più conveniente approfittare di altri incentivi per l’elettrico, come ad esempio quelli proposti dalle stesse case produttrici, le quali sovente supervalutano l’usato e incentivano l’acquisto di un motore ibrido o pulito al 100%.

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Ad ogni modo, il mercato delle auto elettriche è in rapida evoluzione e le informazioni riportate nell’articolo sono naturalmente soggette a variazione. Il futuro della mobilità in fondo è questo. Se vogliamo inseguire la sostenibilità non possiamo trascurare i trasporti.

La rinascita di una discarica nel segno dell’architettura sostenibile

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Dai diamanti non nasce niente, è dal letame che nascono i fiori, come ci insegna Fabrizio De André. Negli Stati Uniti lo hanno preso sul serio. Non è una cosa all’ordine del giorno dover scrivere che negli USA c’è attenzione all’ambiente, ma magari la storia di cui andiamo a parlare può insegnarci a non generalizzare e, perché no, regalarci anche un sorriso nella baia tumultuosa di tristezza e cattive notizie che è lo spettrogramma della questione ambientale. È quello che mi auguro possa fare questo articolo relativo ad una ex discarica trasformata in parco pubblico.

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Fresh Kills Landfill quando era ancora una discarica. Foto: Sciencesource.com

Valorizzazione in chiave green

È davvero strano associare l’immagine di una discarica ai concetti di sostenibilità e rispetto per l’ambiente. In effetti, si tratta di un’operazione pressoché impossibile. Eppure, l’esperienza di Fresh Kills Landfill ci insegna il contrario. Non so se esista l’idea di riciclo per i luoghi – in caso contrario, lo impiegheremo comunque come pratico neologismo – ma questo è esattamente quel che si è fatto in quest’area.

Ci troviamo nel borough di Staten Island, una delle 5 contee sulle quali sorge la città di New York. L’area di Fresh Kills misura ben 890 ettari – in soldoni, più o meno 3 volte la dimensione di Central Park – ed era attiva fin dal 1948. Il suo triste primato era quello di essere l’area di stoccaggio rifiuti più vasta al mondo. Il sito, negli ultimi 50 anni abbondanti era stato utilizzato continuamente, in maniera indiscriminata. Se vi era un rifiuto di qualunque genere da buttare, la destinazione era questa. Anche le macerie del World Trade Center, recuperate dopo gli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001, sono state stipate in questi campi.

La discarica di Fresh Kills poteva ricevere qualcosa come 29mila tonnellate di rifiuti al giorno. Per renderci conto della quantità di materiale di scarto di cui stiamo parlando, pensiamo alla Statua della Libertà, simbolo di New York. Ebbene l’agglomerato di pattume formato da questa ingente quantità di immondizia, impilato, la supera in altezza. Circa 19 anni fa, tra la fine del 2001 e l’inizio del 2002, a seguito di una lunga serie di vibranti proteste dell’opinione pubblica locale, l’EPAEnvironmental Protection Agency ha deciso di chiudere la discarica definitivamente. Contestualmente, si scelse di riconvertire l’intera superficie in parco pubblico, ribattezzandola Fresh Kills Park.

Video per promuovere la trasformazione della discarica in parco pubblico.

Da discarica a esempio mondiale di urbanistica sostenibile

I lavori per trasformare Fresh Kills da dumpsite a park, da discarica a parco pubblico, sono coordinati dal New York Department of City Planning e portati avanti dal noto studio di architetti paesaggisti di James Corner. Il piano definitivo è importante e ambizioso. Si tratta di un masterplan di durata trentennale, fondato sulla coesistenza e l’integrazione di sistemi distinti. Il progetto si fonda su tre caposaldi: pianificazione e promozione di una fertile destinazione culturale e un pregevole luogo d’incontro; risanamento dell’area e ripristino della ricchezza originaria tramite recupero e protezione di flora e fauna; enfasi sull’accessibilità del parco attraverso una fitta rete di percorsi e sentieri che favoriscano una mobilità rispettosa dell’ambiente.

L’idea è ambiziosa e impegnativa, sia dal punto di vista temporale che da quello economico. Eppure la dedizione alla riconversione di questa zona che, come si è scritto, era quanto di più distante potesse esserci dalla tutela ambientale, è una notizia tremendamente positiva. Pensare che sia stato possibile trasformare, di punto in bianco, la discarica più grande del mondo in un esempio mondiale di urbanistica sostenibile è fantastico. Fresh Kills ha creato un precedente d’importanza capitale, dimostrando al mondo quali vette possano essere raggiunte, nella lotta al cambiamento climatico, grazie ad una classe dirigente che davvero prenda a cuore la questione e si adoperi per tentare di risolverla.

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Fresh Kills Landfill con lo skyline di New York sullo sfondo. Foto: Power Plants Pythore Mediation.

Un laboratorio di sostenibilità

Dal momento che l’estensione del parco è così importante, esso verrà suddiviso in 5 aree destinate a differenti usi e funzioni. Il punto di arrivo e partenza dei principali percorsi, nonché cuore ricreativo e culturale si chiamerà The Confluence. Attività come ciclismo, pesca e birdwatching si concentreranno nella parte alte del parco, ribattezzata North Park. Lo sport vero e proprio sarà concentrato a South Park, ove sorgeranno campi da calcio, piste d’atletica, centri equestri e tratti panoramici. In questa zona infatti si concentrano avvallamenti che originano scorci suggestivi e significativi. Per favorire il reinsediamento della fauna e della flora è indispensabile che siano introdotte e tutelate aree umide e zone destinate a riserva naturale, esse saranno poste nella parte orientale, East Park. La zona più estesa e più elevata del parco – misurante 220 ettari – è West Park. Con tutta probabilità, in futuro, è qui che sorgerà il memoriale dell’11 settembre.

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Foto di Gundula Vogel per Pixabay.

Fresh Kills ha l’ambizione di porsi come modello mondiale di ripristino, recupero, salvaguardia ambientale e paesaggistica. Il parco desidera issarsi a punto di riferimento per quanto riguarda rimboschimento, valorizzazione dell’habitat naturale, miglioramento della qualità dell’acqua e produzione di energie alternative. Insomma, superando i confini del parco pubblico, l’ex discarica diverrà una moderna piattaforma innovativa, capace di affascinare e porsi come vettore della ricostruzione di un ideale paesaggio collettivo. Fresh Kills è la dimostrazione di come l’architettura e l’urbanistica possano, di fatto, guidare la lotta al cambiamento climatico sul fronte del consumo di suolo.

Dagli USA a Israele: la discarica riconvertita

Una storia simile a quella dell’ex discarica di New York ci arriva da Israele. Nella città di Tel Aviv, o meglio, nella sua periferia, si trova la montagna Hiriya. Dal 1952 al 1999 essa ha lavorato come discarica, ricevendo una quantità di rifiuti tale da creare, appunto, una montagna. Essa poteva vantare, nel 1999, una base di 450mila metri quadrati per un’altezza di 60 metri. Ogni giorno riceveva 3mila tonnellate di rifiuti. Verso la fine degli anni ’90 è cambiato qualcosa. Dopo qualche anno di tentennamento sul futuro di Hiriya la Dan Municipal Sanitation Association, la quale collabora a stretto contatto con l’amministrazione, ha finalmente deciso: la discarica diverrà un parco pubblico.

Al termine di un bando internazionale, i lavori sono stati affidati all’importante studio paesaggistico tedesco Latz und Partner. Il parco di Hiriya potrebbe essere terminato entro la fine dell’anno – più verosimilmente entro il prossimo – e misurerà ben 2000 acri. Sarà il parco urbano più grande al mondo. Esso comprende piste ciclabili, aree pic-nic e persino uno zoo. Vi si trovano un’oasi ed uno stagno e si stanno installando opere d’arte e sculture come monito ed emblema delle buone pratiche ambientali e del rispetto per il paesaggio.

La trasformazione di Hiriya

Un’altra riconversione da discarica a parco si segnala in Catalogna, nella Vall d’en Joan, all’interno del Parco del Garraf. Lì si trovava un vasto centro di accumulo per rifiuti solidi urbani che aveva degradato enormemente la zona. Poi fortunatamente si decise di rimediare a tale sfregio.

Rigenerare le città: quanto è importante il suolo per l’ambiente

Uno dei principali temi nell’architettura contemporanea è la riconversione di edifici in disuso. Numerosi committenti virtuosi sono perfettamente alla luce del fatto che l’ulteriore consumo di suolo rappresenta una spada di Damocle per la questione ambientale, soprattutto in Italia. Spesso ci occupiamo di disastri ambientali nel nostro Paese e li mettiamo sempre in relazione al dissesto idrogeologico causato dall’uomo. Non possiamo più cementificare come se non ci fosse un domani, perché fuor di metafora quel domani rischiamo di non averlo davvero.

Rinnovare spazi e luoghi abbandonati, dunque rigenerare città e nuclei urbani, finisce inevitabilmente per favorire anche il benessere di chi i luoghi li vive. Ad una riqualificazione architettonica ne segue una sociale; ad una rigenerazione ambientale ne segue una umana. L’installazione di coperture artificiali e l’espansione delle superfici costruite non mostrano però segnali di rallentamento, né a livello nazionale né europeo. Come spesso accade, alle teorie e alle belle parole poi non segue molto di concreto. Quel che ci occorre è un vasto programma di rigenerazione urbana, per migliorare vivibilità e qualità ambientale dei centri abitati.

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Le green city

Questa estate si è tenuta la annuale Conferenza Nazionale delle Green City. Nell’occasione è stata presentata la Carta per la rigenerazione urbana, la quale pone l’accento su quanto sia necessario muoversi in direzione di un nuovo concetto di urbanistica, a maggior ragione nella fase di ripartenza a seguito della pandemia. A margine di questo evento, Edo Ronchi – presidente della Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile, – ha affermato: “La rigenerazione urbana in chiave di green city è una leva decisiva per il Green New Deal in Italia. È necessario investire nel rilancio delle città. Per rimettere in moto attività economiche, investimenti, aumentare l’occupazione, rivitalizzare tessuti sociali ed economici locali dobbiamo varare un programma serio e completo di rigenerazione. […] Vogliamo porre l’accento sul modello delle green city per qualificare progetti e programmi. Ciò richiede convinzione e visione da parte delle amministrazioni locali e la partecipazione di cittadini e imprese in tema di responsabilità sociale e territoriale.”

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Foto di Ildigo per Pixabay.

L’espansione ininterrotta della città va conclusa. Non possiamo continuare a consentire che i centri urbani continuino ad ampliarsi in orizzontale, stremando suolo e territorio. Il patrimonio edilizio già esistente va utilizzato al meglio e riutilizzato continuamente. Degrado, perdita di aree naturali e agricole, erosione, impermeabilizzazione dei suoli, aumento esponenziale del rischio idrogeologico: la lista dei danni connessi alla cementificazione promiscua è un bollettino di guerra. Dobbiamo porci l’obiettivo di azzerare il consumo di terreno.

Trasformare una discarica, il primo passo verso la rigenerazione

Naturalmente questo non è che il primo passo. Immediatamente dopo serve decarbonizzare le città, migliorandone qualità edilizia ed efficienza energetica; dopodiché va aumentata la resilienza dei centri al cambiamento climatico, chiave di cui sono reti e infrastrutture blu e verdi, capaci di trattenere quanta più acqua piovana possibile e di aumentare la qualità patrimoniale del costruito. Non si può poi prescindere da riqualificazione degli spazi, soluzioni di mobilità sostenibile e housing sociale. Insomma, la strada per arrivare ad un pianeta di green city resta piuttosto lunga. In questo articolo, però, abbiamo visto da dove si possa cominciare.

Prendere una discarica, simbolo tangibile dell’impatto ambientale della società, che si materializza sotto forma di ammassi di scarti capaci di creare montagne artificiali di immondizia e trasformarla in un trionfo di natura e sostenibilità come fatto a New York, Tel Aviv e in Catalogna è il primo gradino di una scala che può portare alla green city.

Speriamo che gli esempi riportati possano ispirare e dare avvio a decisioni simili. L’impatto delle città all’interno della questione ambientale è enorme, dunque esse possono giocare un ruolo chiave all’interno della battaglia per salvare il pianeta. Gli sparuti casi che abbiamo riportato devono smettere di far notizia e divenire la normalità. Lo scriviamo spesso: è tempo di agire.

Energia pulita: che lezione dall’Oceania

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La settimana scorsa, dalle pagine de L’EcoPost, abbiamo parlato di autoconsumo e comunità energetiche. Lo abbiamo fatto muovendo da un recente decreto del MISE che incentiva e incoraggia la creazione e lo sviluppo di queste figure capaci di prodursi energia in autonomia e di immagazzinarla per il proprio fabbisogno e per la vendita. La componente energia è una colonna all’interno dell’ampia discussione sul surriscaldamento globale; è necessario allontanarsi dalle sorgenti fossili, limitate e inquinanti, per abbracciare il rinnovabile e scommettere su energia pulita e illimitata. Se in Italia cominciamo a muovere i primi passi in questa direzione, in altre parti del mondo si è puntato già da tempo sulla green energy.

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Energia pulita in città: il caso Sydney

Agli antipodi del nostro vissuto quotidiano, nella lontana Australia, si trova la città di Sydney; probabilmente la più importante del Paese e del continente Oceania. Il suo iconico skyline, dominato dalle geometrie del Teatro dell’Opera, la rendono riconoscibile a prima vista. Ebbene, oltre alla sua storia e architettura, la capitale morale australiana avrà anche un altro dettaglio, non da poco, da aggiungere alle sue brochure turistiche e non solo. Essa sarà infatti la prima città al mondo alimentata al 100% da energia pulita e rinnovabile.

I lampioni e il sistema di illuminazione pubblico, gli impianti sportivi e gli edifici cittadini e persino il municipio sfruttano già da luglio le rinnovabili. Queste scelte sono figlie di una decisione presa nel 2016, la quale all’epoca apparve come rivoluzionaria, con cui la città decise di ridurre del 70% le proprie emissioni di carbonio entro il 2030. Ora, 10 anni prima di quella ambiziosa deadline, Sydney ha scelto di muovere un importante primo passo. La scelta non è soltanto etica e di esempio per tutto il mondo – o almeno per quella porzione di esso la quale voglia veramente scampare all’apocalisse ambientale – ma ha anche un importante risvolto economico.

Le stime dicono che, dal 2021, quando l’intero distretto metropolitano sarà green, gli abitanti risparmieranno, complessivamente, mezzo milione all’anno sulla loro bolletta. In aggiunta a ciò, la realizzazione dei due parchi solari e del centro eolico, le infrastrutture che, de facto, copriranno l’intero fabbisogno energetico cittadino, hanno creato numerosi posti di lavoro.

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La svolta

“Tutti gli apparati elettrici: lampioni, piscine, edifici comunali e persino lo storico municipio di Sydney, assorbiranno energia da fonti interamente rinnovabili. Questo è il più grande affare di energia verde nella storia dell’Australia.” Ha affermato con soddisfazione il sindaco, Clover Moore. La prima cittadina, intervistata dal City of Sydney News, è parsa orgogliosa di essere stata in grado di centrare gli obiettivi di sostenibilità che la giunta si era posta. Moore ne ha ben donde. Diversamente dalle tante altre figure politiche che, in giro per il pianeta, si riempiono la bocca di piani di sostenibilità – o green new deal qualora preferiate, dato che va di moda dare ad ogni proposta un nome anglosassone – lei un importante risultato lo ha ottenuto.

L’investimento per la creazione delle tre centrali rinnovabili che producono energia è stato pari a 60 milioni di dollari. Tre quarti dell’energia pulita che rifornisce la città è di derivazione eolica, la restante solare. L’ammortamento della spesa è stato calcolato in circa 10 anni e la stima delle riduzioni nocive si attesta intorno alle 200mila tonnellate ogni anno.

Per citare nuovamente il sindaco Moore: “Le città sono responsabili del 70% delle emissioni serra mondiali. È fondamentale intraprendere azioni sul clima efficaci e basate sull’evidenza. Siamo nel mezzo di un’emergenza climatica. Se vogliamo ridurre le emissioni e far crescere il settore dell’energia pulita, ogni livello di governo deve passare urgentemente al rinnovabile.” Il pensiero è corretto e condivisibile. La politica deve mandare segnali forti e dare esempi calzanti.

Dal pubblico al privato

I dati di cui abbiamo scritto finora si riferiscono alla porzione di energia legata alla rete comunale. Il 100% di energia rinnovabile, dunque, rifornisce l’intera utenza municipale. Il dato, in sostanza, non tiene conto delle abitazioni private. Facciamo dunque da subito un importante distinguo: Quando parliamo di città green non ci riferiamo a ogni singolo interruttore all’interno dei confini comunali, ma alla porzione di elettricità utilizzata dal municipio.

In aggiunta ai vantaggi già citati, occorre sottolineare l’aspetto relativo alla creazione di una consapevolezza nuova in termini ambientali. Quando i politici fanno il primo passo verso la riconversione energetica, è più facile educare i cittadini. L’istituzione rappresenta l’elettore e prende le decisioni per lui. Questa volta la decisione presa è stata buona e ciò ci fa ben sperare. Naturalmente, ora ci occorrono 10, 100, 1000 Sydney in giro per il mondo. Bisogna agire ora e occorre che, così come il pubblico, si muova anche il privato. Nel nostro piccolo ognuno di noi può attivarsi per riconvertire la propria utenza ad energia pulita. Sono tutte piccole gocce le quali, diceva qualcuno, poi arrivano a costituire un oceano: quello dell’energia pulita, una battaglia fondamentale nella guerra al surriscaldamento globale.

Il pallino dell’energia pulita

Evidentemente in Oceania una parte dei leader politici è più sensibile al cambiamento climatico. Non c’è infatti solo la bella storia di Sydney, occorre scrivere anche di quel che sta accadendo in Nuova Zelanda. Il primo ministro neozelandese, una di quelle figure politiche che in Europa – ma anche in America – ci sogniamo, tanto è progressista e al passo con i tempi, Jacinda Ardern, sembra davvero intenzionata a portare avanti una delle sue più ambiziose promesse elettorali.

Entrambi questi esempi virtuosi – quello di Sydney e della Nuova Zelanda – vanno in controtendenza rispetto alle dichiarazioni del Primo Ministro australiano, Scott Morrison (Partito Liberale d’Australia), il quale ha, a più riprese, scherzato sulle possibili conseguenze del cambiamento climatico, annunciando anche la sua volontà di raggiungere l’obiettivo della neutralità climatica “nella seconda metà del secolo” rifiutando, di fatto, gli impegni del Paris Agreement.

Nel 2017, quando ancora doveva entrare in carica – ma stava già portando avanti una campagna elettorale efficace, i cui frutti si sono poi visti – la Ardern era stata chiara. Durante il primo mandato (in scadenza ad ottobre) ci occuperemo di priorità economiche e sociali già in agenda. Nella prossima campagna elettorale, però, il tema principale sarà l’ambiente. È facile fare promesse di questo tipo, anzi, diciamo pure che è la quotidianità del lavoro di un politico. Tra il dire e il fare, però, c’è di mezzo quel mare che separa uno statista da un quaquaraqua. I tre anni del primo mandato Ardern ci fanno pensare molto più al primo che al secondo, naturalmente, ora però il primo ministro sarà atteso al varco. Se vinciamo, portiamo il Paese al 100% di energie rinnovabili entro il 2030; con queste parole Jacinda Ardern ha aperto la sua campagna elettorale per la rielezione.

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Quali fonti energetiche utilizza la Nuova Zelanda, Grafico: Wikipedia.

La forza di Jacinda Ardern

La gestione della pandemia – pressoché impeccabile ma che ha comunque lasciato qualche inevitabile strascico sull’isola – ha leggermente minato il consenso del Partito Laburista al potere, difficilmente però la Ardern non vincerà agevolmente le elezioni in ottobre. Al momento, è data sopra il 50%. Con le priorità in agenda già affrontate, si preannuncia un importante occasione per occuparsi davvero di clima. Nella migliore delle ipotesi, qualora i voti rispecchiassero la proiezione, il partito di Jacinda Ardern avrebbe la maggioranza da solo, senza bisogno di alleanze. Il Labour è forte perché ha dimostrato competenza e creato coesione sociale in un Paese etnicamente misto come la Nuova Zelanda. L’immagine di questo successo è il volto del Primo Ministro: giovanile (Ardern ha 40 anni), eppure trasuda già grande esperienza politica. Basteranno queste caratteristiche a rendere concreto il piano ambientale?

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Jacinda Ardern, Foto: Happymag

Il piano green

“La ripresa economica post COVID-19 rappresenta un’opportunità unica per la generazione di rimodellare il sistema energetico della Nuova Zelanda. Possiamo renderlo più rinnovabile, più veloce, conveniente e sicuro. L’investimento nelle energie rinnovabili consentirà di creare posti di lavoro. Il nostro piano svilupperà la forza lavoro altamente qualificata di cui questa economia ha bisogno per prosperare in futuro. Il piano per l’energia pulita è un elemento del più ampio piano di ripresa dal COVID-19 e del lavoro che preparerà la Nuova Zelanda al futuro. Stimoleremo occupazione ed economia.” In un recente discorso di Ardern c’è la sua visione per il futuro energetico del Paese.

Già oggi la Nuova Zelanda è uno degli Stati più virtuosi da questo punto di vista. L’84% circa della sua elettricità è prodotta da fonti rinnovabili. Ciononostante, il Paese importa ancora carbone e petrolio dall’estero e lo fa in quantità ingenti. Oltre ad una riconversione totale in 10 anni, il piano mira anche a elettrificare l’intera industria nazionale e il settore dei trasporti. Tra le nuove tecnologie preferite dai laburisti ci sarebbe l’idrogeno verde. Secondo i detrattori – ovvero la quasi interezza degli avversari politici di Jacinda Ardern, National Party (conservatori) in testa – il piano non farebbe affatto risparmiare, bensì aumenterebbe il costo dell’energia di almeno il 40%.

Non che dobbiamo stupirci, sappiamo bene ormai che l’opposizione è solo capace di dire il contrario di quel che pensi un governo. Relativamente a ciò, tutto il mondo è davvero paese.

Può la Nuova Zelanda sfruttare soltanto energia pulita?

Nonostante Jacinda Ardern sia probabilmente uno dei pochi fari di buona politica, in un mondo che non sa più neppure cosa siano gli statisti, resta comunque lecito dubitare del fatto che le sue parole non siano solo calamite da campagna elettorale. La Nuova Zelanda è però un piccolo Stato. I suoi abitanti sono meno di 5 milioni e l’energia pulita è già una piacevole realtà, come si è scritto. Dunque in un lasso temporale di 10 anni, i quali potrebbero anche essere tutti amministrati dallo stesso partito, seppure Ardern non sarà più Primo Ministro nel 2023, vi sono numerose possibilità che tale risultato possa essere raggiunto. Il fabbisogno energetico del Paese potrebbe tranquillamente essere soddisfatto solo tramite fonti rinnovabili. Quel che farà la differenza nel corso dei prossimi anni sarà la volontà di raggiungere l’obiettivo.

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Noi osservatori esterni, che viviamo lontani dalla Nuova Zelanda in condizioni sociali e politiche profondamente diverse, non possiamo che auspicarlo. Qualora anche un Paese così lontano e contenuto riuscisse a raggiungere la totalità di energia pulita, non sarebbe che un esempio da seguire per tutti; un precedente cui ispirarsi; una strada da intraprendere.

L’Oceania manda ottimi segnali al fronte della battaglia per il clima e l’ambiente. Nel Pacifico vivono spesso in prima persona i drammi delle piogge torrenziali e delle alluvioni legate al surriscaldamento globale, con numerose isole che si trovano spesso in difficoltà. Gli altri Paesi riusciranno ad intercettare questi segnali e fare altrettanto?

Autoconsumo: è l’alba di una nuova energia?

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https://anchor.fm/lecopost/episodes/Approvato-il-nuovo-decreto-sullautoconsumo-e-le-comunit-energetiche-ek1tu5

Il decreto

Qualche giorno fa – la giornata del 15 settembre 2020 – è stata una data potenzialmente fondamentale per l’usufrutto energetico in Italia. Stefano Patuanelli, Ministro dello Sviluppo Economico, ha firmato il decreto attuativo definendo con quale tariffa si incentivi l’autoconsumo collettivo. Nello stesso documento si promuovono anche le comunità energetiche da fonti rinnovabili, in modo da favorire una transizione energetica ed ecologica riguardante il sistema elettrico del nostro Paese. Esso è piuttosto impattante e la riconversione porterebbe benefici ambientali, economici e sociali per i cittadini,

Con questo atto, il MISE dà ufficialmente il via libera alle comunità energetiche e all’autoconsumo collettivo. Esse potranno impiegare anche i sistemi di accumulo. D’ora in avanti più soggetti potranno unirsi, omogenei od eterogenei che siano: enti pubblici, PMI, normali cittadini… Lo scopo è quello di creare comunità energetiche le quali condividano tra loro l’energia prodotta al loro interno. Questo modo di sfruttamento energetico si definisce, appunto, autoconsumo collettivo. L’energia non appartiene ad un soggetto ma alla sua comunità. Ogni membro della stessa ne può beneficiare.

I principali benefici della misura saranno quelli della massima resa ed efficienza energetica. Tramite l’autoconsumo eviteremo perdite di rete, evitando di incappare nello stress energetico cui la stessa rete è sottoposta durante i momenti di massimo utilizzo. Sarà anche un modo di incentivare la filiera italiana di stoccaggi e il demand – response energetico; servizi e prodotti in cui si contano numerose aziende italiane leader. I costi si abbasseranno per ogni attore coinvolto: singolo aderente, comunità e sistema Italia, poiché il costo dell’energia sarà strutturalmente ridotto.

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Foto: database Pixabay

Tariffe vantaggiose

Ogni comunità energetica creata potrà godere di un incentivo compatibile con il superbonus del 110% per i primi 20 kW di impianto e una detrazione pari al 50% per sistemi fino a 200 kW. La tariffa per l’energia autoconsumata si attesta attorno ai 100 € per MegaWatt/ora sulle configurazioni di autoconsumo collettivo e 110 €/ MWh per le comunità energetiche rinnovabili. C’è poi un altro considerevole vantaggio. La burocrazia connessa ad ogni comunità energetica è davvero bassissima. Non esistono bandi, né liste, né aste; questa attività non è ritenuta commerciale, speculativa o finanziaria ma soltanto improntata al risparmio. Le bollette saranno tagliate a privati e imprese. Lo scambio energetico è stato definito da Gianni Girotto (Movimento 5 Stelle), il promotore dell’iniziativa legislativa presentata e Edoardo Zanchini, vicepresidente di Legambiente, come una vera e propria rivoluzione” e il “risultato di un grande lavoro di partecipazione e condivisione.”

Sono quasi 30 anni che in Italia si parla di autoconsumo e comunità energetiche, fin dalla legge 10/91, la quale sollecitava già in tempi meno sospetti la necessità di generazione distribuita dell’energia, in particolare quella elettrica. In occasione della più recente liberalizzazione del mercato dell’energia si è cominciato a pensare ad una applicazione della condivisione di energia tra le comunità presenti sul territorio ma non strutturate. Condomini, centri commerciali con più attività e operatori, attività con partecipazione di enti locali; tutti questi attori non erano tenuti in considerazione dalla legge abbastanza primitiva, in termini di innovazione energetica, del 1991.

https://www.youtube.com/watch?v=9_KwLbjELsk
Gianni Girotto espone i vantaggi dell’autoconsumo delle comunità energetiche in una intervista rilasciata ad Askanews

Quali possibilità apre l’autoconsumo

Il piano energetico che punta forte su autoconsumo e comunità energetiche è un intervento che rientra nella Direttiva Europea 2018/2021, la quale si impegna ad incentivare produzione e condivisione di energia pulita e rinnovabile, producendo ricadute che non riguardino solo aspetti economici, bensì anche sociali e, soprattutto, ambientali. Come sappiamo, infatti, l’UE si è impegnata a raggiungere obiettivi importanti entro il 2050, per tutelare e custodire meglio il nostro Pianeta, severamente minacciato dall’azione poco rispettosa dell’uomo.

Il quadro normativo che autorizza e incentiva la creazione di comunità energetiche finalizzate all’autoconsumo apre interessanti possibilità. Dal momento che si potrà scegliere di vendere l’energia prodotta ma non utilizzata, sarà possibile massimizzare l’istallazione di pannelli fotovoltaici negli spazi condominiali, in quanto essi non saranno più onere di un unico privato ma dell’intero condominio. Così facendo, si ridurrà la necessità di riconvertire campi agricoli a sede di centrali fotovoltaiche; operazione che porta a un considerevole consumo di suolo.

L’autoconsumo, poi, finirà per educare le comunità al mutuo servizio. Lo spiego con un esempio: nel caso di un edificio a utilizzo misto residenziale/produttivo, le attività sfrutteranno durante la settimana l’energia prodotta ma non utilizzata dai privati, perché fuori casa durante la giornata; mentre nel fine settimana saranno i cittadini a fare uso di quanto stoccato durante i cicli produttivi aziendali. Gli italiani diverranno prosumer, ovvero non soltanto cittadini che consumano, passivamente, il prodotto energia, bensì attivi partecipanti nella sua produzione, grazie ai loro impianti condominiali. Non si può trascurare, inoltre, l’importanza di produrre e consumare nello stesso luogo l’energia necessaria. In tal modo, si azzera ogni eventuale costo di trasporto, gestione e distribuzione.

Un luminoso futuro?

Ad oggi, tutto quel di cui si è scritto è in fase embrionale. Gran parte degli aspetti positivi, a livello economico, ambientale e sociale, del ricorso all’autoconsumo delle comunità energetiche sarà compreso appieno soltanto dopo che si saranno completate le istallazioni. Sarà infatti necessario eseguire test di sforzo, consumo e produzioni all’interno delle comunità prima di poter parlare di numeri concreti. Non abbiamo ancora neppure avuto modo di leggere e studiare le regole operative e di installazione che sottostanno ad una comunità energetica. È però sotto gli occhi di chiunque segua da vicino il settore l’entusiasmo profuso da tecnici, progettisti e installatori per questo cambiamento imminente che potrebbe anche rivoluzionare il concetto di energia come noi lo intendiamo oggi. Naturalmente, tutte le categorie ora citate hanno anche importanti interessi economici legati all’indotto del rinnovabile.

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Elaborazione di Unionearchitetti.it

Questo punto non va sottovalutato. L’EcoPost è una testata web che si occupa di sostenibilità e tutela ambientale, dunque quotidianamente porta all’attenzione di chi gentilmente ci legge tutte le principali problematiche – e le loro relative soluzioni quando ve ne sono – legate alla scottante questione climatica. Non vediamo però solo l’aspetto onirico della medaglia, non commettiamo l’errore di sottovalutare i contro, oltre ai numerosi pro del rinnovabile. Anche nelle notti di luna piena, il nostro satellite conserva una faccia scura e invisibile all’occhio.

Naturalmente, questi rischi non sono legati agli impianti rinnovabili di per sé, ma alle persone che costituiscono le aziende del settore. Come c’insegna la saggezza popolare, l’occasione fa l’uomo ladro, da che mondo è mondo.

Autoconsumo, bisognerà ridurre gli oneri di sistema

Quello che non ci viene mai detto da chi si occupa di energie rinnovabili – probabilmente perché troppo preso nel dar forza alle sue argomentazioni per far vedere l’intero quadro all’interlocutore meno ferrato – è che l’indotto dietro alla produzione di energia pulita ha costi di sistema elevati. Le stime di quanto costerebbe al contribuente la sovrastruttura delle comunità energetiche sono in conflitto, consideriamo però che ad oggi spendiamo per la rete nazionale già circa 12 miliardi di euro ogni anno. Quando consultate la vostra bolletta della luce, come si suol dire, trovate sempre una voce oneri di sistema – i quali vanno esplicitati per legge -incidente per una percentuale non troppo alta dell’ammontare dell’importo che dobbiamo pagare.

Consideriamo però le decine di milioni di consumatori nel nostro Paese e ci accorgeremo che non parliamo di noccioline. I cosiddetti conti energia sono delle convenzioni tra il governo e le aziende produttrici che stabiliscono a quanto debbano ammontare questi oneri. Gli ultimi accordi risalgono al 2014 e sono state rinnovati dall’ex premier Matteo Renzi, forse il peggior Primo Ministro della storia repubblicana per quanto concerne la tematica ambientale, fino al 2039. Sostanzialmente, la lobby dei produttori di energia, si è garantita il suo guadagno – indipendentemente da quale sia la strada che l’Italia intraprenderà nei prossimi due decenni per disporre dell’energia che le occorre.

Una sgradevole coesistenza

Oltre a ridurre gli oneri di sistema, o comunque a regolamentarli in maniera più trasparente, bisognerà inseguire una vera alternativa green. L’autoconsumo nelle comunità energetiche, non la garantisce ancora. Infatti, per evitare che gli oltre 600mila impianti rinnovabili i quali, da previsione, verranno istallati nel nostro Paese, finiscano per sbilanciare la rete – ad oggi il fotovoltaico è allacciato alle rete elettrica nazionale – occorrerà mantenerla costante, evitando cali di flusso o interruzioni capaci di dar luogo a blackout, con 49 GW di energia sempre disponibile.

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Foto: database Pixabay

Questo risultato sarà ottenuto tramite impianti convenzionali a gas in grado di produrre una quantità di energia così elevata. Per chi non riuscisse a dare un valore a 49 GW, gli basti pensare che corrispondono al 60% della potenza nazionale istallata. Attenzione dunque a riempirci la bocca di parole come rivoluzione o nuova era. L’autoconsumo e le comunità energetiche sono un piccolo passo, nella direzione giusta, la strada però resta lunga.

Un buon inizio

Da qualche parte bisogna pur cominciare. In fin dei conti, non possiamo attenderci da un giorno all’altro un balzo ad una produzione energetica totalmente pulita. Una fase di transizione tra un sistema e l’altro va messa in conto. Dobbiamo essere pronti ad accettarla, pur mantenendo la consapevolezza di tutti quegli aspetti che ho voluto mettere in luce poc’anzi. La riconversione energetica italiana ci riguarda tutti. Ora che il decreto è stato approvato, dobbiamo attendere la sua effettiva messa in pratica. A quel punto saremmo chiamati in causa noi.

Quel che possiamo fare noi è attivarci per ottenere quante più informazioni possibili relativamente all’autoconsumo e alle comunità energetiche, dopodiché valutare sul lungo periodo i cambiamenti che tale sistema potrebbe portare nel quotidiano utilizzo che facciamo dell’energia. E poi perché no, magari essere tra i primi ad entrare a farne parte, di una di queste comunità. Potrebbe veramente essere una nuova alba.

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Neve artificiale: unica possibilità per lo sci?

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https://anchor.fm/lecopost/episodes/Neve-artificiale–sempre-pi-necessaria-ejn7dv

La settimana bianca, il weekend sulla neve, la domenica di sci. Per i numerosi italiani che amano la montagna l’inverno offre opportunità meravigliose: le vette dolomitiche, le Alpi e persino gli Appennini propongono comprensori estremamente suggestivi e sorgenti di divertimento estremo nella stagione fredda. L’indotto montano, però, è seriamente minacciato dal surriscaldamento globale. Senza ricorrere all’utilizzo della neve artificiale, infatti, l’industria dello sci non sembra più in grado di reggere.

La nivometria del varesotto mostra quanto siano diminuite, negli ultimi 50 anni, le precipitazioni nevose. Grafico: Centro Geofisico Prealpino.

Bella questa neve artificiale

Il cambiamento climatico, responsabile del surriscaldamento globale ha comportato la sempre più decisa riduzione delle precipitazioni nevose. Soltanto negli ultimi 20 anni, è stato stimato che le nevicate si siano ridotte del 78%, un dato che impressiona. Per riuscire dunque a far partire la stagione sciistica è sempre più necessario sparare, come si suol dire, neve finta tramite appositi cannoni, e non solo alle quote più basse.

La motivazione che spinge ad affidarsi sempre di più alla neve programmata la rivela Valeria Ghezzi, presidente di ANEF, l’associazione nazionale degli esercenti funiviari. “La neve artificiale è ormai fondamentale per diversi motivi. Il primo e principale è che rappresenta una polizza di assicurazione: Se non scende la neve, la fabbrichiamo e la stagione è salva. Ciò non vale soltanto per gli impianti sciistici. Questa polizza di assicurazione vale anche per il sistema economico delle località di montagna.” Ecco la verità sbattuta in faccia. Senza la neve tecnica, termine che più propriamente indica la neve artificiale, addio sci o quasi. Questo è l’impatto già evidente del surriscaldamento globale sulle nostre vite.

Senza sci bisognerebbe rinunciare agli introiti di un settore turistico che richiama annualmente 4 milioni di appassionati soltanto in Italia. Oltre a dover fare a meno del divertimento di scivolare giù dalle montagne, naturalmente, non quantificabile in termini economici ma altrettanto importante, se non di più, del sonante danaro. Fino al 2018, la montagna valeva qualcosa come l’11% del Prodotto Interno Lordo turistico nazionale. Il fatturato montano produceva 11 miliardi di euro ogni 12 mesi; 4,6 dei quali derivanti dallo sci in senso stretto. Nella stagione invernale successiva si è registrato un calo di presenze, così come nell’ultima, quando sugli spostamenti ha influito anche il nuovo coronavirus.

Quanto valgono le Alpi

Per avere contezza di quanto davvero significhino le Alpi e lo sci, dobbiamo tener conto di quanto affascinino. Nel mondo, uno sciatore su due si reca sulle Alpi per sfoggiare salopette e mascherina da sole. Le presenze sull’arco montano europeo sono da sempre numerosissime, seppure ultimamente stiano calando, proprio perché la neve è sempre meno copiosa. Per introiti e riconoscimento istituzionale internazionale, se le Alpi fossero una nazione sarebbero il secondo Stato europeo.

Dal Piemonte alla Slovenia, attraversando la Francia, la Svizzera, il Liechtenstein, l’Austria e la Baviera incontriamo 48 regioni, abitate da 80 milioni di persone e in grado di produrre un PIL locale pari a 3 trilioni di euro ogni anno. Le Alpi sono il cuore ricco – una volta ricchissimo – del Vecchio Continente. Su di esse, però, aleggia lo spettro climatico: temperature sempre più alte e, dunque, montagne sempre meno bianche. Secondo la rivista Time, negli ultimi 60 anni la stagione della neve, lungo l’arco alpino, si è accorciata di 38 giorni. Oltre un mese perso a causa del surriscaldamento globale.

Neve artificiale per sopravvivere

Il turismo invernale è un patrimonio. In Italia contiamo 1820 impianti di risalita – i quali impiegano 840 mezzi speciali, denominati “gatti delle nevi” – e un indotto di oltre 400 aziende. Solamente gli impianti di risalita occupano 12mila persone in maniera diretta e ne impiegano altre 2000 in maniera indiretta nei rifugi, nel noleggio attrezzature e come istruttori di sci (dati ANEF). Va da sé che questo intero settore necessita di un manto nevoso costante e abbondante. Per garantirlo, non è più possibile prescindere dalla neve artificiale. Se non si vuole soffocare questo mondo, bisogna ricorrere all’innevamento programmato e sopperire all’irregolarità e alla carenza della neve naturale utilizzando la sofisticata tecnica nota come snowfarming. Più si abbassano le quote, maggiore è lo sfruttamento di queste tecnologie.

L’impatto di queste tecnologie però può diventare pesante, tanto in termini economici quanto ambientali.

Le temperature negative, sotto lo zero, sono sempre più rare e anche le più celebri località sciistiche, citiamo Madonna di Campiglio e Plan de Corones ma non sono le uniche, possono andare incontro a difficoltà nel conservare e mantenere la propria neve artificiale. Per distendere la coltre bianca, infatti, occorrono 100 ore di temperatura non superiore allo 0. Dal momento che tale condizione è sempre più rara, si stanno sviluppando anche macchine capaci di produrre e mantenere neve artificiale a temperature positive. Il brevetto à della azienda italiana Neve XN.

Quali sono i costi

Inevitabilmente, la produzione di neve artificiale aumenta, non di poco, i costi di esercizio. Alla stagione scorsa l’Italia contava più di 3200 chilometri di piste attive, sul 72% delle quali si trovavano macchinari per comporre la coltre bianca. Questi dispositivi hanno un costo che spazia tra gli 11 e i 15mila euro per ettaro. La differenza la fanno fattori variabili quali esposizione al sole, natura del terreno e dislocazione dei bacini sfruttati per l’approvvigionamento idrico. La costruzione degli impianti ha invece un costo che oscilla tra i 100 e i 140mila euro per ettaro. Solitamente occorrono una ventina d’anni per il completo ammortamento della spesa di installazione. Le spese non gravano solo sul privato; sovente province, regioni e/o comunità montane contribuiscono all’esborso.

Diversamente da quanto qualcuno potrebbe pensare, non si usa alcun additivo chimico per produrre neve artificiale. Elementi chimici non sarebbero particolarmente utili e, soprattutto, metterebbero in pericolo l’utilità estiva dei terreni ove si scia, i quali sono adibiti a pascolo nella bella stagione. L’innevamento programmato ha un solo ingrediente: l’acqua. Essa viene prelevata da laghi e ruscelli poco distanti, siano essi naturali o artificiali. Da queste falde si conduce l’acqua alle macchine sfruttando i declivi montuosi o tramite pompe e condotte. I dispositivi poi la miscelano con aria a bassissima temperatura, sotto pressione, e predispongono l’azione dei generatori a ventola (i cannoni sparaneve) o delle lance, le quali hanno una gittata considerevolmente più ridotta. Talvolta vengono utilizzate vere e proprie macchine frigorifere, trasportabili con appositi veicoli.

Un generatore a ventola. Foto: Demaclenko.

Un aiuto dalla tecnologia

Nel corso degli ultimi 15 anni, l‘efficienza degli strumenti per produrre neve artificiale è enormemente migliorata. A parità di consumo idrico ed energetico, siamo oggi in grado di produrre una quantità di prodotto cinque volte superiore. Possiamo controllare i dispositivi e programmarli da remoto per funzionare soltanto nelle giornate più fredde, utilizzando meno energia. La coltre bianca generata in questa maniera, terminato il proprio ciclo, torna nell’ambiente sotto forma liquida. Insomma, i costi economici sono certamente elevati eppure non ci sono altre vie per mantenere l’industria bianca che profitta dalla stagione invernale. Spese a parte, però, qual è l’impatto della neve artificiale sull’ambiente?

Come si produce la neve artificiale. Approfondimento curato da Tecmania.

Neve artificiale: cosa comporta in termini ambientali

Per rispondere alla domanda non possiamo, sfortunatamente, basarci su analisi estese e complessive a livello nazionale – o regionale se è per questo – poiché non ne esiste alcuna. Lo studio che vi si avvicina maggiormente è stato condotto dall’Agenzia Nazionale per le Nuove Tecnologie, l’Energia e lo Sviluppo Economico Sostenibile (ENEA). Esso è un ente pubblico, controllato dal Ministero per lo Sviluppo Economico, finalizzato a ricerca, innovazione tecnologica e prestazione di servizi avanzati a imprese, pubblica amministrazione e cittadini. Gli ambiti di cui si occupa sono quelli dell’energia, dell’ambiente e dello sviluppo economico, purché sostenibile. I ricercatori dell’ente hanno preparato un dossier, intitolato Carbon and Water Footprint degli impianti di innevamento programmato, per il quale hanno monitorato 3 impianti collocati in aree geografiche e condizioni operative differenti. L’indagine non è più aggiornatissima, risalendo alle stagioni comprese tra il 2014 e il 2016 ma permette comunque una base di ragionamento.

I dati raccolti indicano che i tre impianti impattino, in termini di anidride carbonica CO2 equivalente, tra i 700 e 1300 chilogrammi per ettaro innevato, sull’intera stagione invernale. La differenza si deve principalmente al fatto che uno dei 3 impianti era alimentato con energia fossile, mentre gli altri due utilizzavano l’idroelettrico, fonte rinnovabile. Naturalmente, il primo impianto incide maggiormente relativamente alla produzione di gas serra, mentre gli ultimi due sono più costosi in termini di realizzazione di materiali necessari a condurre l’acqua al macchinario.

Non disponiamo di un censimento che misuri il dispendio energetico impianto per impianto, dunque i dati ora visti hanno un significato statistico piuttosto limitato. Secondo ANEF, ad ogni modo, i consumi degli impianti funiviari italiani ammonterebbero a 357 milioni di kWh annui. Soltanto il 40% di questo totale deriva da energia rinnovabile, non abbastanza. “Gli impianti a energia fossile sono vicini alle città, quelli prealpini. Qualcosa anche in Appennino, ove avere a disposizione l’idroelettrico non è la normalità” ha affermato Valeria Ghezzi.

La montagna va a gasolio

A onor di cronaca, dobbiamo puntualizzare che per avere neve non basta spararla; essa va portata sulla pista, stesa e battuta in posizione. Queste operazioni, certamente indispensabili, sono avversate dagli ambientalisti. Esse, infatti, finiscono per disturbare il contesto naturale che le subisce. Gli aspetti di gestione e preparazione delle piste sono fattore di stress e alterano il normale assetto ambientale. Se a questo si aggiunge l’impatto che ha la costruzione delle tubature e di tutta quell’impiantistica atta all’innevamento meccanico, ecco che ci si rivela tutto il costo ambientale della neve artificiale.

Per stendere e posizionare il manto nevoso creato si utilizzano i battipista – i cosiddetti gatti delle nevi – presenti in Italia con una flotta di circa 840 unità. Essi sono veicoli alimentati a gasolio, in tutto paragonabili a camion motorizzati da una potenza che si avvicina ai 400 cavalli. Possiamo immaginarci facilmente il significato di questo dato in termini di inquinamento acustico e ambientale. A ciò dobbiamo poi aggiungere tutto l’inquinamento prodotto dai turisti che si recano in montagna in auto, ben maggiore, ma non dobbiamo comunque ignorare l’impatto dei battipista, il quale è considerevole.

In Germania stanno introducendo dei mezzi bimotore, ibridi, che utilizzano anche l’elettrico. I costi produttivi di un simile veicolo, però, restano ancora insormontabili. Questi mezzi, dopotutto, hanno necessità di potenza. Operano in pendenza, a temperature basse e dispongono di lame e frese che vanno messe e mantenute in funzione. È poco verosimile pensare che la montagna possa smettere, nel breve, di andare a gasolio.

Come comportarsi?

Dal momento che il surriscaldamento globale galoppa inarrestabile, a maggior ragione a seguito della pandemia che sta vanificando gran parte degli sforzi fatti in precedenza per combattere il cambiamento climatico – si pensi alle fabbriche riattivate al massimo della loro potenza per rimettere in moto l’economia o alle mascherine disperse ovunque nell’ambiente – avremo sempre più necessità della neve artificiale. Come si è scritto, il settore del turismo montano non vive altrimenti.

Come si deve comportare il turista? Al solito, innanzitutto è importante essere informati di che cosa significhi andare a sciare, di questi tempi. In secondo luogo, poi, il consiglio è quello di scegliere comprensori alti, in quota, ove l’impatto dell’innevamento industriale è minore. Qualora ciò non ci fosse possibile, per via dei costi o delle distanze, allora è consigliabile sfruttare i comprensori più vicini alla nostra residenza, magari quelli appenninici, riducendo così le emissioni dovute al nostro spostamento. Quest’ultimo, poi, non è detto che debba essere affrontato in auto, si può valutare di coprire la distanza in treno, magari. Ovviamente, fare la cosa green è sempre la scelta più faticosa; stare dalla parte dell’ambiente è la scelta più difficile ma anche l’unica possibile.

Ci auguriamo che la tecnologia riesca ad andare incontro al meglio alle esigenze di questo settore. Se così non fosse il turismo invernale diverrebbe un indotto sempre più inquinante, difficilmente sostenibile, quando non seriamente dannoso per l’ambiente.

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Mascherina chirurgica, la nuova compagna di banco

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La data segnata in rosso sul calendario è quella del 14 settembre. Dopo mesi di interruzione delle lezioni in presenza, decisione dovuta alle misure per contenere la pandemia in primavera, si potrà finalmente tornare a fare scuola nelle aule. Vige ancora un pò di confusione sulle condizioni nelle quali si potrà riprendere l’insegnamento; il protocollo diventa più trasparente via via che ci avviciniamo alla data x. Quel che già sappiamo, ad ogni modo, è cosa non mancherà sicuramente, quest’anno, nello zaino dei nostri ragazzi: la mascherina chirurgica usa e getta.

La mascherina chirurgica in classe

Fino a qualche giorno fa, sembrava non ci sarebbe stato alcun obbligo di indossare la mascherina a scuola. Il distanziamento sociale tra i banchi e l’abolizione, piuttosto triste, dei compagni di banco apparivano sufficienti. Poi l’impennata dei casi – siamo tornati ad avere un numero quotidiano di positivi ampiamente superiore alla soglia psicologica di 1000 nuovi contagiati da COVID – e il dietrofront: mascherine anche in aula.

Il comitato tecnico incaricato dal Ministero dell’Istruzione di stilare un protocollo per la ripresa delle lezioni in sicurezza è stato chiaro. Le mascherine chirurgiche andranno indossate alle scuole primarie di primo grado – le elementari – solo in caso di spostamenti. Nelle primarie di secondo grado e nelle secondarie – medie e superiori – invece, l’obbligo di indossare la propria mascherina chirurgica resta anche al banco. Ovviamente, questa normativa è suscettibile di modifica ma, per il momento, questo è quanto.

Chi fornirà queste protezioni individuali? Ogni istituto dovrà fornire ai propri iscritti e docenti, così come a tutto il personale, una mascherina chirurgica giornaliera. Il piano del Commissario Speciale per l’emergenza coronavirus, Domenico Arcuri, è quello di raggiungere una fornitura quotidiana di 11 milioni di mascherine chirurgiche usa e getta destinate alle scuole. I dispositivi di protezione avranno taglie e misure differenti a seconda delle età di coloro i quali ne faranno uso. Ogni istituto dovrà organizzare la distribuzione mattutina della mascherina chirurgica facendo in modo di evitare assembramenti. Che cosa significano, in termini ambientali, 11 milioni di protezioni monouso al giorno?

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Una pessima decisione

In soldoni, fornire ogni giorno 11 milioni di mascherine chirurgiche significa produrre, quotidianamente, 44 milioni di tonnellate di rifiuti da smaltire tramite incenerimento. Non vi è infatti altro modo di disporre di rifiuti sanitari potenzialmente infetti.

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Nel servizio di Quotidiano.Net, la decisione di fornire alle scuole 11 milioni di mascherine chirurgiche

Se questi numeri ci fanno tutt’altro che piacere, dato che già conviviamo abitualmente con mascherine chirurgiche gettate a terra o nei mari, ancora meno ce ne farà sapere che alunni e insegnanti dovranno utilizzare rigorosamente una mascherina chirurgica usa e getta. Quella di stoffa sarà consentita solo laddove la scuola non sarà in grado di fornirla. La decisione appare pessima, presa senza alcun briciolo di considerazione per l’ambiente. Anche dal punto di vista educativo sarebbe stato preferibile evitare di appesantire in questa maniera la rete impiantistica di smaltimento e trattamento dei rifiuti, insegnando magari ai ragazzi che l’ambiente va tutelato evitando, per quanto possibile, l’immissione in esso di nuova plastica.

Per quale motivo questa distinzione? Che cosa cambia effettivamente nell’utilizzo di una mascherina di stoffa rispetto a quello di una chirurgica in materiale plastico monouso?

Mascherina chirurgica e mascherina riutilizzabile

Ritorna utile, a questo punto, approfondire rapidamente per quale motivo si preferiscano dispositivi di protezione usa e getta rispetto a quelli riutilizzabili. La questione principale è la certificazione.

La mascherina chirurgica di uso medico, da utilizzare in ambiente prettamente sanitario, è certificata in base alla sua capacità di filtraggio. Essa risponde a tutte le caratteristiche richieste dalla norma UNI EN ISO 14683 – 2019 che ne sancisce la sua capacità di impedire trasmissioni di germi, batteri e virus. Diversamente, la mascherina riutilizzabile è poco più della sciarpa che adoperiamo, in pieno inverno, per mantenere caldi collo e naso.

Il decreto legge del 17 marzo scorso, emesso in piena crisi sanitaria, stabilisce, all’articolo 16 comma 2, come la mascherina di comunità (riutilizzabile) non sia soggetta ad alcuna particolare certificazione. Inoltre, non si può considerare dispositivo medico e neppure di protezione individuale DPI. Essa è semplicemente una misura igienica utile a impedire la diffusione del virus. Alla luce di ciò, dobbiamo rassegnarci a non poter fare a meno di dover buttare una mascherina al giorno? Non esiste davvero un’altra soluzione?

In realtà no, esistono – seppur siano poche note – aziende d’eccellenza che producono mascherine riutilizzabili e certificate. Le prestazioni di questi dispositivi sono integralmente assimilabili a quelle di una mascherina chirurgica, come traspirabilità, pulizia dai microbi ed efficienza nella filtrazione batterica. Alcuni test dell’Istituto Superiore di Sanità hanno certificato che la protezione resta inalterata fino al ventesimo lavaggio.

Una protezione che non minacci l’ambiente

Il direttore generale di Legambiente, Giorgio Zampetti, è voluto intervenire sul tema e ha affermato: “Auspichiamo che venga predisposta una fornitura adeguata di dispositivi riutilizzabili certificati. Equiparabili alla mascherina chirurgica monouso. Per ridurre il quantitativo di usa e getta che circola nel Paese, garantendo comunque la tutela della salute e invogliando e sollecitando gli studenti a utilizzare protezioni lavabili. La riapertura delle scuole è il più grande cantiere civico che il nostro Paese si trovi ad affrontare. La prevenzione la faranno gli strumenti ma anche la consapevolezza e i giusti comportamenti da assumere per garantire la protezione dal virus.”

Zampetti ha colpito nel segno. Non dimentichiamo infatti che la mascherina chirurgica, così come i guanti monouso, è un prodotto figlio della lavorazione di materiali plastici. Dopo essere stati utilizzati, essi vanno ad aggiungersi alla già più che eccessiva mole di rifiuti dalla stessa composizione che ogni giorno produciamo e troppo spesso disperdiamo nell’ambiente. Sembra che a scuola quest’anno si insegni l’educazione ambientale, chissà che i nostri ragazzi non imparino a smaltire in maniera corretta i loro rifiuti.

Ultimamente, da quando il nuovo coronavirus è entrato prepotentemente nelle nostre vite, i dispositivi di protezione individuale sono diventati il principale rifiuto prodotto dalla nostra società, diffuso davvero in ogni dove dalle Alpi alle Ande, mari compresi. La scelta di fornire agli studenti una mascherina chirurgica giornaliera appare come altra benzina gettata su un fuoco che già crepita deciso. È chiaro che il nostro Paese e la nostra comunità abbiano bisogno della scuola; dobbiamo però fare attenzione che l’istruzione non riparta a danno dell’ambiente.

Leggi anche: “Educazione ambientale a scuola da settembre”

Alluvioni estive, la nuova normalità italiana

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Tanto tuonò che piovve. Ci siamo ormai abituati, ahinoi, alle alluvioni estive nel nostro Paese. Solo nelle ultime settimane possiamo ricordare una bomba d’acqua a Milano, con esondazione del Seveso (24 luglio), il nubifragio a Verona (23 agosto) e l’allagamento a Cortina d’Ampezzo (24 agosto). Il trend, però, non è certo iniziato in questo poco fortunato 2020.

Il maltempo è conseguenza del cambiamento climatico

La Coldiretti, l’associazione dei coltivatori diretti, monitora costantemente l’andamento delle condizioni meteorologiche italiane. A detta loro, nel nostro Paese, si verificherebbero violenti temporali durante la stagione estiva ormai in maniera costante. Nella bella stagione 2020 che si appresta a terminare, in Italia, ci sarebbe stata la non invidiabile media di ben 3 grandinate ogni giorno.

“Siamo di fronte alle evidenti conseguenze dei cambiamenti climatici. Anche in Italia l’eccezionalità degli eventi atmosferici è ormai la norma. La tendenza alla tropicalizzazione del clima si manifesta con una più elevata frequenza di manifestazioni violente, sfasamenti stagionali, precipitazioni brevi e intense ed il rapido passaggio dal sole al maltempo. Ciò compromette le coltivazioni con costi per oltre 14 miliardi di euro, in un decennio, tra perdite in produzione agricola nazionale e danni a strutture e infrastrutture nelle campagne.” L’associazione dei coltivatori ha spiegato così il suo rapporto annuale relativo all’estate 2020. In questa specifica fase stagionale – l’estate è un periodo chiave per numerose coltivazioni – è proprio la grandine il nemico più temuto.

Alluvioni estive e fenomeni estremi portano a estremi danni

L’elaborazione di Coldiretti muove da dati ESWD, European Severe Weather Database, e i risultati dati sono piuttosto preoccupanti per l’indotto del settore agricolo. La raccolta estiva della frutta, infatti, rischia di essere pesantemente minata dall’insorgenza di fenomeni atmosferici così estremi. Anche la vendemmia è in procinto di cominciare e si corre il rischio di perdere fino a un anno intero di lavoro qualora i fenomeni lambissero le vigne.

Naturalmente, per il benessere delle colture le precipitazioni sono necessarie, l’acqua è vita come ben sappiamo e la siccità è un pessimo nemico dell’agricoltura. La pioggia però occorre in maniera costante. Non è salutare avere periodi con precipitazioni nulle e poi nubifragi che ricordino le cataratte del cielo di biblica memoria. I forti temporali sono una minaccia poiché le precipitazioni violente causano frane e smottamenti. In un Paese dall’altissimo rischio idrogeologico come la nostra Italia, le alluvioni estive sono una calamità rilevante.

“I cambiamenti climatici con precipitazioni sempre più intense e frequenti, le bombe d’acqua che si abbattono su un territorio fragile per via della cementificazione e dell’abbandono sono una minaccia. Sono saliti a 7252 i comuni italiani a rischio frane e/o alluvioni secondo le elaborazioni Coldiretti su dati ISPRA. Si tratta del 91,3% del totale” precisa la stessa associazione di coltivatori.

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Un nuovo contesto climatico

L’Italia del Nord è stata falcidiata dal maltempo, negli ultimi giorni, e le alluvioni estive hanno portato danni ingenti e disperso persone. Grandine, pioggia e smottamenti si sono susseguiti a Milano, in Valtellina, nell’alessandrino, ad Asti e a Casale Monferrato. Il veronese, Mantova, Cremona e la provincia di Belluno sono tutti stati investiti dalle intemperie, così come il vicentino. In luglio una brutta alluvione estiva colpì invece la città siciliana di Palermo. Il nuovo contesto climatico estivo, nel nostro Paese, pare sempre più essere caratterizzato da periodi di caldo rovente proveniente dal deserto del Sahara alternati a fenomeni di estremo maltempo in zone più o meno circoscritte del nostro Paese.

Quando infatti agli anticicloni africani, i quali caratterizzano sempre più spesso la bella stagione nelle nostre regioni, si uniscono correnti atlantiche fresche e instabili; vengono innescati nubifragi, grandinate e alluvioni devastanti, portatrici di conseguenze distruttive, anche a causa della non ottimale condizione delle infrastrutture italiane, spesso sofferenti di scarsa manutenzione quando non proprio abbandonate al più totale disinteresse. Lo scontro tra diverse masse d’aria genera i presupposti necessari alla formazione di imponenti celle temporalesche, capaci di scaricare al suolo ingenti quantità di acqua in pochissimo tempo.

Il surriscaldamento globale potenzia le alluvioni estive

A ciò va aggiunta la nefasta azione che il surriscaldamento globale gioca sulle temperature dei mari. L’innalzamento di queste ultime, infatti, comporta una maggiore evaporazione. Di conseguenza, l’atmosfera si arricchisce sempre più di vapore acqueo, ovvero umidità. Possiamo pensare a questo elemento, come al vero catalizzatore per la formazione dei temporali. L’umidità in atmosfera, infatti, non è che energia potenziale per alimentare forti rovesci. La penisola italiana è circondata dal mare, dunque si trova spesso proprio al centro degli scontri tra masse d’aria calda e fredda, e la zona di conflitto nella quale esse si incontrano subisce l’influenza dell’evaporazione accelerata a causa dell’innalzamento delle temperature planetarie.

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Il nostro pianeta minacciato

Le estati non sono certo terribili solo a casa nostra. Oramai l’intero pianeta ha un problema con il surriscaldamento. Negli scorsi mesi abbiamo avuto 38 gradi a Londra, 40 a Madrid e addirittura 42 a Parigi, senza poi parlare del gran caldo siberiano, senza precedenti. Le alluvioni estive hanno colpito senza alcuna pietà Turchia, Corsica, Ungheria, Repubblica Ceca, Romania, Serbia, Ucraina, Polonia , Bulgaria, Giappone, Bangladesh e l’isola greca di Evian. Per i morti e i dispersi climatici, però, non esiste alcuna università John Hopkins a darci quotidianamente il numero di morti, feriti e dispersi. Sembra chiaro che il mondo reputi più pericolosa la pandemia della ben più insidiosa questione ambientale.

E poi c’è la situazione cinese. Il gigante asiatico è, da giugno, alle prese con una stagione delle piogge che pare infinita. Nella Cina rurale la catastrofe potrebbe essere epocale in termini di danni economici e vite umane perse. Eppure il governo di Pechino preferisce tenere tutto nascosto, insabbiando una vicenda che non farebbe certo buona propaganda. Le cifre che circolano raccontano di 219 morti, 64 milioni di cinesi vittime di esondazioni e, dunque, semisommersi, più di 50mila edifici crollati, 2 milioni di persone evacuate e 5 milioni di ettari di terre coltivate inondati. Le piogge però non accennano a smettere e questi numeri dovranno essere aggiornati.

I responsabili dietro al fenomeno delle alluvioni estive

Non basta però snocciolare dati che ogni estate si fanno più cupi, occorre invertire la tendenza che continua a soffiare sulle vele del surriscaldamento globale, occorre che la società si impegni davvero a cambiare la situazione. I principali responsabili delle alluvioni estive sono gli stessi che stanno alla base del fenomeno dell’innalzamento del clima a livello globale: gli uomini.

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Alluvioni estive e danni climatici, quali sono le colpe dell’uomo

La mano dell’uomo gioca un ruolo di assoluto primo piano nella propagazione e prosperazione dei fenomeni atmosferici estremi. La distruttività delle alluvioni estive, ad esempio, si deve a gravi mancanze ambientali che da tempo vengono messe in risalto da geologi e ambientalisti: la latitante manutenzione di sponde e argini fluviali, la selvaggia cementificazione dei letti e delle aree ad essi adiacenti, le canalizzazioni forzate, tutte queste operazioni condotte dall’uomo portano a un serio dissesto idrogeologico. È stato calcolato che in Italia si consumino ogni giorno circa 90 ettari di suolo. È naturale che, se aggiungiamo a questi dati il surriscaldamento globale, ci accorgiamo bene di quale sia la strada che stiamo percorrendo.

Degrado ecologico e innalzamento delle temperature non sono una buona accoppiata. Dobbiamo sforzarci di dividerla, eppure, sembra che la comunità umana mondiale sia piuttosto lieta di questo metaforico fidanzamento, tanto che continua a rafforzarlo, comportandosi in maniera sbagliata, incurante della salvaguardia ambientale. Se vogliamo evitare altri articoli che parlano di alluvioni estive e delle loro brutte conseguenze, occorre agire in fretta.

Legno, l’economia circolare cresce costantemente

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Grazie al sistema Rilegno sono state avviate a riciclo circa 2 milioni di tonnellate di legno, negli ultimi 12 mesi. Si stima che la filiera garantisca intorno ai 6mila posti di lavoro e un risparmio, in termini di anidride carbonica, prossimo al milione di tonnellate annuale.

Il mondo Rilegno

Rilegno è un consorzio nazionale. Esso raccoglie, recupera e ricicla imballaggi in legno. Nato nel 1997, in seguito all’entrata in vigore del Decreto Ronchi (Decreto legislativo 22/1997). Operando all’interno della sfera CONAI, il consorzio nazionale imballaggi, ha il compito di garantire il raggiungimento di obiettivi, fissati dalla legge, per il recupero degli imballaggi legnosi. L’importante mission di Rilegno è quella di garantire modelli sostenibili di produzione e consumo.

I settori ove il consorzio è impegnato sono svariati. Al fine di ottimizzare le prestazioni degli imballi, estendendone e migliorandone l’utilizzo, si occupa di prevenire la produzione del rifiuto. Oltre a ciò raccoglie gli scarti, provenienti sia da superficie pubblica che dalle sedi commerciali e industriali. Estrae la materia prima legnosa da ogni volume raccolto e, infine, favorisce l’economia di manufatti ottenuti dal riciclo, stimolandone il riutilizzo.

Rilegno: un nuovo orizzonte per l’economia circolare del legno

Un anno di successi

“La crisi sanitaria ed economica che stiamo attraversando ci ha lasciato alcune incognite. I dati del 2019, però, confermano un trend in costante crescita. La raccolta gestita dal Consorzio è stata portata al massimo livello mai raggiunto dal sistema.” Afferma Nicola Semeraro, il presidente di Rilegno. Il consorzio da lui gestito, infatti, ha registrato un’annata di successi, durante lo scorso anno. Per quanto riguarda la prima metà del 2020, nonostante le ovvie difficoltà legate alla pandemia, Rilegno non ha mai fermato il suo ciclo di economia circolare. Il sistema ha infatti continuato a garantire anche in questo difficile anno la raccolta e l’avvio al riciclo del legno sull’intero territorio peninsulare.

È anche grazie al consorzio se le cassette per l’ortofrutta dismesse diventano componenti per una cucina o un tavolo e se il pallet si trasforma in un arredo di design all’ultimo grido. Nei 12 mesi dell’anno scorso, Rilegno ha raccolto e avviato a riciclo 1 milione 967mila tonnellate di legno, incrementando il suo volume di materia prima del 1,77% sulle dodici mensilità 2018. In tal maniera si è dato un contributo sostanziale, non trascurabile, al raggiungimento di quella percentuale del 63,11% di riciclo per gli imballaggi in legno in Italia che è tra le più alte d’Europa. La UE, infatti, chiede ad ogni Paese membro di attestarsi annualmente su una soglia – decisamente troppo bassa – del 30%. Il dato italiano è oltre il doppio di quell’insufficiente valore.

Legno e riciclo

La maggior parte di tutto questo legno accumulato è composta di pallet, imballaggi industriali e ortofrutticoli, confezioni di alimenti. Ben 676mila tonnellate della quantità raccolta, comunque, provengono dalla pulizia urbana. Grazie a convenzioni bilaterali stipulate tra Rilegno e ben 4mila 545 Comuni italiani, confluiscono nel sistema moltissimi materiali provenienti dal consumo domestico. Vecchi mobili, cassette di vino e liquore o per ortofrutta, nonché tappi in sughero, tutti questi materiali giungono all’interno del consorzio grazie all’impegno delle amministrazioni locali.

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Nel grafico semplificato di Legambiente, una spiegazione di come operi l’economia circolare

Per quanto riguarda le circoscrizioni regionali, quelle che forniscono a Rilegno la maggior quantità di materia prima sono, naturalmente, le più popolose: Lombardia (484mila tonnellate, valore prossimo al 25% del totale), Emilia Romagna (278mila), Piemonte (171mila), Veneto (poco distante, a 162mila tonnellate) e Toscana (152mila).

L’attività di rigenerazione del pallet è fondamentale in un’ottica di prevenzione. Va dunque sottolineato quest’aspetto. Grazie alle 839mila tonnellate di pallet riparate e ripristinate, sarà possibile reimmettere sul mercato oltre 60 milioni di pallet già utilizzati, evitando di doverseli procurare nuovamente.

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Una seconda vita per il legno

Dopo la raccolta, gran parte del legno viene riciclato in stabilimenti situati nell’Italia del Nord; la zona che, come abbiamo visto, è quella che ne avvia al riciclo la maggior quantità. Questi impianti sono in grado di destinare un’altissima percentuale di materiale legnoso che riciclano (siamo intorno al 95%) alla creazione di pannelli truciolari. Tale produzione è indispensabile all’industria del mobile. Questi siti, inoltre, trasformano il legno già utilizzato in pannelli OSB (Oriented Strand Board, una tavola composta di trucioli lunghi e stretti), pallet block, blocchi di legno cemento destinati all’edilizia e pasta di legno per cartiere e compost. Gran parte del fabbisogno di legno dell’industria del mobile italiana è soddisfatto da materia riciclata. Il legno, ricordiamo, è uno dei materiali più riutilizzabili in assoluto.

Diagramma concettuale dell’ottimizzazione per i materiali legnosi impiegati nel settore arredo, il più vicino alla vita quotidiana di tutti noi, secondo i principi dell’economia circolare. Grafico: Home Green Blog

L’impegno di Rilegno sorregge dunque un indotto veramente capace di ridare vita a quel legno che riterremmo lacero, usurato e inutilizzabile. Il sistema rappresenta appieno le virtù del riciclaggio e lo fa trattando di un materiale importante come il legno. Riutilizzare questa materia prima ci consente di apprezzare al meglio il valore del legno; salvare alberi, evitare importazioni di legname dall’estero le quali, in alcuni casi, potrebbero essere fonte di disboscamento forsennato e preservare una situazione idrogeologica già non ottimale come quella italiana. Una buona gestione forestale deve proprio evitare l’aumento di questo rischio e tutti i problemi ad esso connessi. È davvero piacevole raccontare una storia di successo come quella di Rilegno.

Rilegno, prospettive future

“Questa paralisi mondiale dovuta al COVID-19 ci costringe a rivedere i nostri stili di vita e le nostre scelte ad ogni livello. Governo, impresa e individuo. Dobbiamo orientarci ai valori e ai principi della sostenibilità e della protezione dell’ambiente e dell’ecosistema in cui viviamo. E dal momento che la sostenibilità passa anche dai materiali che utilizziamo, siamo convinti che il legno sia il materiale su cui puntare per un futuro ecosostenibile. Naturale, circolare, riciclabile all’infinito e sostenibile per eccellenza, il legno è certamente la risposta migliore per un’economia che vada di pari passo con il rispetto dell’ambiente e dell’uomo.” Conclude Semeraro. Difficilmente qualche parte di questa sua intervista suonerà nuova a chi legge abitualmente l’EcoPost.

La filiera del riciclo del legno offre ancora importanti margini di sviluppo. Una ricerca condotta lo scorso anno dal Centro Studi MatER del PoliMi, il Politecnico di Milano, ha stimato che il sistema di riciclo del legno sostenuto da Rilegno generi un impatto economico di 1,4 miliardi di euro. Tale dato si riferisce soltanto al recupero di legno. Se ci aggiungiamo anche il riutilizzo si raggiungono i 2 miliardi di euro. Ciò significa creare un numero di posti di lavoro vicino ai 6mila e abbattere le emissioni di anidride carbonica CO2 di quasi un milione di tonnellate. Niente male.

Diciamolo dunque una volta in più, riciclare è la strada giusta.

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