Fanese, classe ’91, inquinatore. Dal momento che ammettere di avere un problema è il primo passo per risolverlo, non si fa certo problemi ad ammettere che la propria impronta di carbonio sia, come quella della gran parte degli esseri umani su questo pianeta, troppo elevata. Mentre nel suo piccolo cerca di prestare sempre maggior attenzione alla questione delle questioni, quella ambientale, ritiene fondamentale sensibilizzare trattando il più possibile questa tematica.
Ci aspettavamo qualche cosa di meglio. La nascita del Ministero della Transizione Ecologica, avvenuta in contemporanea all’insediamento del governo Mario Draghi ci aveva fatto ben sperare. All’alba della sua presidenza, il premier incaricato Draghi aveva annunciato la creazione di un Ministero che doveva garantire una transizione ecologica al nostro Paese, verso le fonti rinnovabili. Anzi, lo aveva fatto annunciare a Donatella Bianchi, presidente del WWF, enfatizzando ancor più la nascita del dicastero. Il primo atto autorizzato però, non lascia affatto tranquilli gli ambientalisti.
Le grandi speranze che hanno seguito la nascita del Ministero – all’interno di un governo del tutti dentro che, come ben sappiamo, di dicasteri ne ha creati addirittura 23! – corrono il rischio di venire deluse a nemmeno 3 mesi dal giuramento della squadra di Draghi. Per transizione ecologica, infatti, nessuno intendeva certo nuove trivellazioni per sfruttare fonti fossili. Vediamo che cosa è successo.
— Europa Verde – Verdi (@europaverde_it) April 9, 2021
Raccontiamo il caso con le parole del comunicato stampa inviato all’ANSA dal Forum H2O, associazione abruzzese che riunisce numerosi movimenti per l’acqua: “Il Ministro della Transizione Ecologica Cingolani ingrana la marcia. Però all’indietro. Lo fa puntando sul passato, cioè sulle fossili. È stata infatti approvata la valutazione di impatto ambientale per ben 11 nuovi pozzi per idrocarburi, di cui anche uno esplorativo. Il tutto nel Mar Adriatico, tra Veneto e Abruzzo, nel canale di Sicilia e a terra, in provincia di Modena. Inoltre, sempre in Emilia ma questa volta in provincia di Bologna, ha approvato anche l’avvio della produzione di un pozzo già esistente a metano. Visti i primi atti ci verrebbe voglia di battezzarlo come Ministero della Finzione Ecologica.”
Ironia amara
La definizione “Ministero della Finzione Ecologica” fa certamente sorridere. Eppure esprime davvero bene la frustrazione che si prova di fronte a questa decisione. Ci verrà detto che queste misure non devono ricadere interamente sulle spalle di Cingolani, uno che è lì da qualche settimana e, data l’improvvisa fine del governo precedente, si sarà sicuramente ritrovato molte pratiche aperte da chi lo precedeva al Ministero dell’Ambiente. La storia vera, però, non è proprio questa.
Continua il Forum H2O: “Sono ben 7 gli interventi presentati negli anni scorsi dai petrolieri delle società ENI (3); Po Valley Operations PTY Ltd (2) e SIAM Srl (2). Questi progetti erano rimasti fermi al Ministero per anni, anche dal 2014. Il neoministro Cingolani li ha prontamente resuscitati invece di mettere fine, in generale, ai nuovi progetti fossili.” Che era poi quel che ci si aspettava da lui.
“Oltre ai rischi e alle criticità insiti in ogni singolo progetto, per incidenti (recentemente in Croazia una piattaforma si è inabissata per il maltempo), perdite e scarichi, la cosa grave è che ci si allontana sempre più dagli obiettivi fissati dall’Accordo di Parigi sul Clima. Quelli che a parole tutti dicono di voler rispettare.”
Le priorità del Ministero della Transizione Ecologica
Il comunicato del forum continua con una brutale conclusione e un augurio a cui ci uniamo: “Per Cingolani e il governo Draghi, evidentemente, l’emergenza non è quella climatica ma premiare i progetti dei petrolieri. Auspichiamo che questi progetti siano fermati nel prosieguo dell’iter di approvazione, anche se la strada si fa in salita.”
Le esplorazioni e le trivellazioni, infatti, non sono ancora operative, in atto. Esse hanno però ricevuto il via libera da parte del Ministero, che significa che ormai hanno avuto il nulla osta e, con ogni probabilità, diverranno effettive a breve. Il campanello d’allarme del Forum H2O ci serva da monito. Se il buongiorno si vede dal mattino, come recita un noto proverbio, ecco che dobbiamo tenere sotto stretto controllo l’operato del nuovo dicastero. Continuare ad appoggiare estrazione e sfruttamento del fossile non è transizione ecologica, semmai l’esatto contrario. È immobilismo ecologico, finzione come hanno detto dal forum. In altre parole, è tutto ciò di cui non abbiamo bisogno in questo momento. Il nostro pianeta ha già iniziato a farci intendere quanto disapprovi il nostro stile di vita totalmente irrispettoso nei suoi confronti.
— Franco Maria Fontana (@francofontana43) April 11, 2021
Altro che transizione ecologica: ancora nuove trivellazioni
L’idea delle trivellazioni pare essere un chiodo fisso, un cruccio nel nostro Paese. Nonostante i giacimenti fossili italiani siano tutt’altro che ricchi e rigogliosi, tanto che dovrebbero essere di stimolo alla ricerca di fonti energetiche a loro alternative, numerosi sono i governi che continuano ad insistere su di essi. Prima di Draghi lo fece l’ex premier Matteo Renzi. Ricorderete come, 5 anni fa – il 17 aprile 2016 – fummo chiamati alle urne per un referendum abrogativo. Esso ci chiedeva se volessimo impedire esplorazioni e trivellazioni alla ricerca di idrocarburi nei nostri specchi d’acqua. Ebbene, in tale occasione, si recò a votare una percentuale di elettori esigua, ben inferiore al 40% e, come da normativa, il referendum non passò e il diritto di esplorare non venne tolto. Proprio come desiderava il governo di allora.
Perché è importante ricordare questo episodio? Perché dobbiamo evitare di incolpare i soli Draghi e Cingolani. Se come popolo italiano avessimo deciso, quando potevamo, di stoppare queste operazioni, probabilmente questo articolo non sarebbe neppure mai uscito poiché nuove trivellazioni in Italia sarebbero state impossibili. E invece eccoci qua.
La storia non si fa con i se e con i ma com’è risaputo ma ciò non deve scusarci. Se non ci responsabilizziamo noi per primi, se non facciamo partire dal basso la lotta per il clima, alzando le nostre voci finché non vengano sentite con chiarezza all’interno dei palazzi del potere, temo che ci ritroveremmo molte volte a dover scrivere pezzi come questo – da questa parte dello schermo – e a doverli leggere – dal vostro lato.
Chi ci legge abitualmente lo sa ormai bene. Qui su L’EcoPostraramente diamo buone notizie. Non dipende da noi. Basta guardarsi un pò intorno per vedere con i propri occhi quanto inadeguata sia l’umanità rispetto ad una delle sue battaglie principali: quella per il clima. Tutti parlano di surriscaldamento globale, di disastro climatico e di crisi grave e profonda. Quasi nessuno fa veramente qualcosa di concreto. Le organizzazioni ambientaliste lo gridano da tempo, restando però inascoltate. Inevitabilmente, ci rimettiamo tutti.
Sono già passati 6 anni dagli applausi e la felicità in diretta streaming e televisiva della conclusione della conferenza di Parigi. Quel summit mondiale lasciò molti ambientalisti e numerosi scienziati delusi, eppure era già qualcosa. Purtroppo però, le promesse messe nero su bianco in quella sede sembrano essere restate tali.
Sul fronte della battaglia per il clima una sfida considerevole è quella riguardante l’energia. La transizione verso le rinnovabili è però troppo lenta e questo causa inquinamento. La produzione di elettricità pulita dovrebbe crescere ad un ritmo 8 volte maggiore rispetto alla percentuale con cui lo sta facendo oggi. Una velocità inferiore correrebbe il rischio di non riuscire a smarcarci dal fossile in tempo utile per tenere sotto controllo il surriscaldamento. A quanto ci dicono le indicazioni pubblicate da IRENA – International renewable energy agency, l’agenzia internazionale per le energie rinnovabili – il capitale investito nella transazione deve aumentare in maniera netta per supportare questa accelerazione. In base al report intitolato World energy transitions outlook, da qui al 2050 dovremmo aumentare del 30% gli investimenti nel settore. In soldoni, parliamo di 131 trilioni di dollari in 30 anni, ovvero 4,4 all’anno.
Rispetto a oggi, la capacità mondiale di produrre elettricità rinnovabile dovrà aumentare di oltre 10 volte. La sola elettrificazione dei trasporti dovrà segnare una crescita del 3000%. I numeri sono tanto netti da fare paura. Eppure lo scopo non vuole essere questo, bensì quello di rimarcare una volta in più come non esistano alternative alla transizione energetica. Se infatti vogliamo mantenere le nostre condizioni di vita almeno pari a quelle moderne (risultato che appare sempre più difficile da raggiungere) non possiamo continuare a bere energia come stiamo facendo oggi. Questo è un altro punto chiave. Accanto ad un aumento della produzione deve collocarsi una riduzione della domanda di energia. L’efficienza non può più essere trascurata.
Dalla Danimarca una decisione a favore del clima
I Paesi del Nord Europa, nonostante custodiscano ingenti quantità di petrolio nel sottosuolo, sono più virtuosi della media degli altri Paesi sviluppati quando si tratta di clima. La Danimarca sta portando avanti un disegno interessante, che auspichiamo sia d’esempio ad altri. Il governo del Paese scandinavo si è assicurato la copertura politica – e attende ora quella economica per circa 34 miliardi di dollari – per realizzare il maggior progetto integralmente dedicato alla green energy sulla Terra. Si tratta della realizzazione di un’isola energetica artificiale sulla quale saranno installate centinaia di torri eoliche. Tramite questa infrastruttura la Danimarca punta in maniera concreta alla neutralità climatica entro il 2050. Il parco offshore sorgerà nel Mare del Nord, 80 chilometri lontano dalla costa occidentale. L’estensione dell’isola raggiungerà i 120mila metri quadrati.
In completamento entro il 2033 questo parco fornirà inizialmente 3 gigawatt di elettricità dal vento. Poi i gw saranno portati a 10. Già entro il 2030 Copenhagen punta ad abbattere le proprie emissioni del 70% grazie soprattutto a questa struttura. L’obiettivo è sicuramente ambizioso e sarebbe inverosimile in gran parte dei Paesi europei. In Danimarca, però, il 40% della produzione energetica è già eolica al giorno d’oggi, dunque il risultato è più vicino di quanto si possa credere.
A Parigi, lo sappiamo, era stata presa la decisione di contenere l’aumento del surriscaldamento globale entro il grado e mezzo. In realtà, sul pianeta stiamo andando nella direzione opposta. L’innalzamento delle temperature è proiettato ben più alto e non potrà che aumentare qualora la strada intrapresa per inseguire la ripresa economica al termine della pandemia – che grazie ai vaccini potrebbe non essere troppo distante – sarà quella cinese. La superpotenza asiatica, infatti, ha deciso di recuperare i ritardi nella crescita economica dovuti al coronavirus sorvolando sulle emissioni. Per restare all’interno dei limiti imposti a Parigi il consumo di combustibili fossili, principalmente petrolio e carbone, dovrebbe scendere di oltre il 75% da qui al 2050.
Secondo IRENA, così come per la maggior parte delle associazioni sue colleghe, si può ancora sperare in una transizione energetica sostenibile, però bisogna agire in fretta. Abbiamo scritto queste parole ormai decine di volte, eppure ogni volta che le ripetiamo il tempo è inferiore rispetto al monito precedente. Arrivati ad un certo punto, questo gap non sarà più colmabile. Tutti i Paesi che possiamo definire sviluppati stanno puntando in maniera netta verso la neutralità carbonica. Essa non corrisponde certo all’obiettivo ultimo delle emissioni zero ma è già un buon punto di partenza dal momento che stiamo scrivendo di nazioni che, da sole, producono oltre il 50% delle emissioni globali.
Durante l’emergenza Covid, dalla quale non siamo ancora usciti, abbiamo avuto prova di come quelle economie già più vicine alla soluzione sostenibile si siano dimostrate più resilienti. Ricordiamo infatti lo storico giorno in cui il prezzo del petrolio è sceso sotto lo 0; in tale frangente abbiamo avuto una tangibile prova di quale debba essere la strada da intraprendere. Possiamo dunque prevedere – e augurarci – che saranno sempre più ingenti le risorse investite nella transizione. Investitori e mercati, dal canto loro, sembrano sempre più propensi a collocare i loro capitali in questo ambito. Non tutto è oro quel che luccica, però. Dobbiamo infatti vigilare, come elettori, che i governi e le classi dirigenti puntino davvero alla transizione e non siano soltanto impegnati in atti di greenwashing.
Greenwashing, l’ipocrisia è nemica del clima
È già capitato altre volte che enti si impegnassero moltissimo a parole per il clima, difendendo a spada tratta la necessità di puntare forte sulla transizione ma facendo poi l’esatto contrario. Abbiamo anche denunciato, su queste stesse pagine, banche e aziende che, in barba alle dichiarazioni pubbliche, continuano ad investire in maniera cospicua sul fossile. Purtroppo questo problema esiste. Per salvare la faccia e migliorare la propria reputazione, tanti applicano la strategia di mostrarsi ambientalisti a favor di camera, quando in realtà continuano ad inquinare o a fomentare l’inquinamento con le loro azioni e operazioni finanziarie. Il greenwashing è ipocrisia. Sfortunatamente, però, in tempi come questi dove tutti parlano di clima, cavalcare quell’onda gioca a favore di molti, compresi quelli che non hanno il minimo interesse e la minima sensibilità ambientale.
Piccoli ma importanti passi da intraprendere per il clima
Se dobbiamo agire ora faremmo bene a cominciare fin da subito. Tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare, com’è risaputo, e bisogna evitare di cadere – volutamente o meno – in quella trappola appena descritta che si chiama greenwashing. Come possiamo dunque muoverci?
Approfondimento dell’Università della Calabria sulla neutralità climatica in Europa
Partiamo da un ragionamento a medio termine: nel prossimo futuro saranno le rinnovabili a dominare il mondo dell’energia. Questa è una buona cosa. Non possiamo però certo attendere. Già oggi abbiamo a disposizione tecnologie che ci permettono di procurarci energia abbattendo al massimo, in alcuni casi anche fino allo 0, le emissioni. Queste tecnologie non sono molte, né a buon mercato ma possiamo renderle tali. Come? Perché non iniziare trasferendo la totalità dei fondi e dei sussidi che oggi vanno a beneficio del fossile all’energia rinnovabile? Alcuni Paesi si stanno già attrezzando per farlo ma c’è anche chi non se ne cura affatto. Questo sarebbe il modo più semplice e veloce per convertire il sistema di accaparramento energetico meno impattante e più efficiente. I singoli Paesi potrebbero cominciare a farlo nel loro piccolo. Esattamente come la Danimarca.
IRENA è l’istituzione sovranazionale più importante relativamente alle energie rinnovabili, forte di 163 Stati che ne fanno già parte e altri 21 in fase di adesione. Potrebbe essere l’organismo atto a dare linee guida, quando non proprio a prendere le decisioni in questo ambito ma non vi riesce. Non è infatti mai facile trovare una linea comune quando le decisioni vanno prese in tanti. Numerosi tra gli aderenti, infatti, sono esportatori di petrolio o altre fonti fossili. Per tal motivo, non è certo semplice convincerli a rinunciare ai propri introiti. Se dunque dall’alto non vi è modo, almeno nell’immediato, di mettere tutti d’accordo, incamminando l’intero pianeta su una strada alternativa, possiamo ribaltare la prospettiva e provare a farlo dal basso.
C’è da scongiurare una catastrofe, se per caso il concetto non fosse ancora chiaro. L’anidride carbonica che stiamo emettendo non è sostenibile per il nostro pianeta. Di fatto, ci stiamo avvelenando da soli. È allora compito nostro prendere la sfida nelle nostre mani, cogliere l’importanza del momento e sollecitare chi decide a fare scelte che mirino alla tutela ambientale. Ciò vale a livello locale, nazionale e sovranazionale. Già noi e il nostro vicino dobbiamo cominciare a impegnarci in prima persona. Agire concretamente può apparire faticoso ma è con l’esempio che si insegna. Il miglior modo per convincere altre persone é mostrare che stiamo svolgendo la stessa mansione che abbiamo richiesto a loro.
La pandemia sta minando il mondo, lo sappiamo. Tra i tanti auspici per il post-coronavirus, numerose voci si alzarono per suggerire un cambiamento, dal momento che il pianeta sarebbe stato forzato a ripartire. L’economia green era vista da molti come la chiave forse più importante al fine di segnare un netto stacco tra il mondo pre e post COVID-19. Al solito però, sembrerebbe che si sia predicato bene per razzolare male. Le grandi banche, incuranti dei disagi pandemici, hanno continuato per tutto il 2020 a finanziare il settore dei combustibili fossili. Gli investimenti in questo ambito sarebbero addirittura superiori a quelli versati nel 2016.
La situazione tratteggiata nel corso della sedicesima edizione del Fossil Fuel Financing Reportnon arride agli ecologisti. Si tratta del più completo rapporto a nostra disposizione sul finanziamento delle grandi banche ai petrolieri e al settore del fossile. Già il titolo del report è abbastanza chiarificatore: Banking on Climate Chaos 2021.
Dopo tanti articoli, anche de L’EcoPost, che hanno esaminato i rapporti tra alte sfere finanziarie ed economia del petrolio, ormai questa situazione non dovrebbe neanche stupirci più di tanto. Eppure non dobbiamo distogliere la nostra attenzione da questa vicenda. È necessario mantenere ben chiaro chi siano davvero i nemici del clima. Occorre conoscere chiunque si schieri nel campo degli inquinatori seriali. Abbiamo bisogno di sapere a quale gioco stiano giocando le grandi banche.
Banking on Climate Chaos 2021 è stato pubblicato da un’alleanza di associazioni che si battono per l’ambiente. Tra queste troviamo Sierra Club, Rainforest Action Network, Indigenous Environmental Network, Reclaim Finance, BankTrack e Oil Change International. Alle spalle di questi aprifila, se così vogliam definirli, troviamo altre 300 organizzazioni provenienti da oltre 50 Paesi. La coalizione di queste ONG unite nella lotta al surriscaldamento globale spiega come il rapporto documenti “un allarmante scollamento tra il consenso scientifico globale sul cambiamento climatico e le pratiche delle più grandi banche del mondo.”
Nel servizio di Retesette una manifestazione, nell’estate 2019, dei ragazzi di Fridays For Future per chiedere alle grandi banche di smettere di investire in combustibili fossili.
I risultati della ricerca
Il rapporto 2021 ha allargato la sua inchiesta. Se fino allo scorso anno si prendevano in esame gli investimenti di 35 grandi banche, quest’anno si è passati a 60. Tutti i gruppi analizzati provengono dall’insieme dei più grandi poli bancari al mondo. I risultati di questa ricerca portata avanti sui dati 2020, si anticipava, non sono certamente entusiasmanti per quanto riguardi l’ambiente.
“Nei 5 anni dall’adozione degli accordi di Parigi, queste banche hanno pompato oltre 3,8 trilioni di dollari nell’industria dei combustibili fossili. Il finanziamento è stato più elevato nel 2020 rispetto al 2016. La tendenza è in diretta opposizione all’obiettivo dichiarato nell’Accordo di ridurre le emissioni di carbonio rapidamente. ” Il target, infatti, è quello di limitare l’aumento della temperatura globale a 1,5 gradi Celsius. Il rapporto ci dimostra come i detentori del potere economico-finanziario, stiano procedendo in direzioneostinata e contraria – per citare non in maniera casuale il più noto dei cantautori italiani.
Grandi banche e grande inquinamento
“Anche in mezzo a una recessione indotta da una pandemia, la quale ha portato a una riduzione generale del finanziamento dei combustibili fossili di circa il 9%, nel 2020 le 60 maggiori banche hanno comunque aumentato di oltre il 10% i loro finanziamenti alle 100 compagnie più responsabili dell’espansione dei combustibili fossili.” Il rapporto introduce oltre 20 casi di studio per supportare la propria tesi. Si tirano ad esempio in ballo progetti come l’oleodotto delle sabbie bituminose Line 3 oppure l’espansione delle operazioni di fracking sulle terre delle comunità indigene Mapuche nella Patagonia argentina.
Banking on Climate Chaos 2021 indica i maggiori finanziatori di combustibili fossili in tutto il mondo. Molti dei nomi che compaiono nel rapporto sono oltremodo noti. JPMorgan Chase sarebbe il principale investitore nel fossile a livello mondiale. RBC il maggiore in Canada; Barclays il suo omologo nel Regno Unito; Bank of China rappresenta il poco invidiabile leader di questa classifica in Cina e MUFG in Giappone. Nell’UE la maglia nera va a BNP Paribas mentre in Italia a Unicredit (trentacinquesima banca mondiale per investimenti neri), seguita a stretto giro da Intesa San Paolo (quarantacinquesima al mondo). Numerosi di questi sono leader assoluti nei loro settori di riferimento: finanza, gestione del risparmio e/o investimenti e trading.
In generale, gran parte delle banche con sede negli USA dimostra di essere tra le maggiori fomentatrici delle emissioni globali. Abbiamo puntato il dito contro JPMorgan in quanto si tratta della peggiore banca fossile al mondo; ma è in buona compagnia. Gli ambientalisti, si ricorda nel rapporto, sottolineano come “Chase si sia recentemente impegnata ad allineare il proprio investimento con il trattato di Parigi. Tuttavia continua a finanziare, sostanzialmente senza restrizioni, i combustibili fossili. Dal 2016 al 2020, le attività di prestito e sottoscrizione di Chase hanno fornito quasi 317 miliardi di dollari ai combustibili fossili. Il 33% in più di Citi, la seconda peggiore nel periodo.”
Quel che si può concludere dopo aver esaminato il report è come, indipendentemente da dove si trovino nel mondo, la gran parte delle banche tiene una cattiva politica nei confronti dell’ambiente. È scoraggiante dover rilevare come numerosi istituti creditizi continuino imperterriti nella loro opera di finanziamento al fossile.
Se un piccolo sorriso ci nasce in volto dopo aver letto come la banca Wells Fargo, una delle storicamente meno attente alla questione ambientale sia scivolata da quarta a nona peggior banca fossile; ecco che quello stesso sorriso si riassorbe prendendo in esame BNP Paribas, la quale l’ha subito sostituita sul podio di legno. È la prima volta in 5 anni che Wells non occupa una delle prime quattro posizioni, in questa classifica che potremmo definire vergognosa nel 2021. I suoi finanziamenti alle energie non rinnovabili si sarebbero ridotti di un 42%. Ci auguriamo che sia il primo passo di un percorso da istituto virtuoso e non un episodio dovuto, magari, ad un anno di crisi. Sul piatto opposto della bilancia c’è BNP, la quale è proprietaria dell’insegna statunitense Bank of the West, un istituto che ama presentarsi come molto attento al clima.
In realtà, leggiamo nel rapporto: “BNP Paribas ha fornito nel 2020 41 miliardi di dollari in finanziamenti fossili.” Si tratta del più grande aumento assoluto, in percentuale, per quanto riguarda il supporto economico a questa industria. Ciononostante, la banca è solita schierarsi apertamente contro i finanziamenti al petrolio e ai gas non convenzionali.
L’ambiente e le grandi banche
Dopo aver riportato con precisione certosina i dati relativi agli investimenti delle grandi banche contro il clima, il rapporto si conclude con un’analisi delle politiche ambientali degli istituti. Il giudizio complessivo è naturalmente tutt’altro che positivo. Ciò è inevitabile, alla luce di quanto abbiamo riportato fin qui.
Gli impegni esistenti delle banche nei confronti del clima sono definiti come “gravemente insufficienti e fuori asse con gli obiettivi degli accordi di Parigi. Su tutta la linea. Le politiche bancarie di alto profilo sull’obiettivo lontano e mal definito di raggiungere il net zero entro il 2050. Oppure sulla limitazione dei finanziamenti per i combustibili fossili non convenzionali. In generale, le politiche bancarie esistenti per quanto riguarda le restrizioni per il finanziamento diretto ai progetti. Eppure, questo aspetto rappresentava solo il 5% del finanziamento totale dei combustibili fossili analizzato in questo rapporto».
Vittime privilegiate di questo modello d’investimento sono, inevitabilmente, le comunità più povere sul pianeta. Particolarmente colpite sono le tribù indigene, visto il loro speciale rapporto con la terra come suolo e la Terra come pianeta, esse parlano infatti di Madre Terra. Gran parte di questi investimenti rappresentano per queste comunità un diretto attacco ai loro valori e alle loro risorse. Lo ha spiegato bene Tom Goldtooth, il direttore esecutivo di Indigenous Environmental Network, una delle associazioni che ha partecipato alla stesura del report.
“Dobbiamo capire che finanziando l’espansione del petrolio e del gas le principali banche del mondo hanno le mani insanguinate. Nessun green-washing, carbon markets, techno-fixes non provato o net zero può assolverle dai loro crimini contro l’umanità e la Madre Terra. Le terre indigene, in tutto il mondo, vengono saccheggiate. I nostri diritti intrinsechi vengono violati e il valore delle nostre vite è stato ridotto a nulla di fronte all’espansione dei combustibili fossili. Queste banche devono essere ritenute responsabili della copertura del costo della distruzione che causano al nostro pianeta.”
Il monito di Goldtooth nasce come manifestazione del profondo disagio dei nativi americani, le cui terre sono violentate dagli oleodotti che trasportano petrolio tra USA e Canada. Le sue parole, però, possono tranquillamente diventare le nostre. Tutti ci troviamo di fronte a questa amara realtà, non soltanto le comunità indigene. L’economia non può avere il sopravvento sulla salute del nostro pianeta e , di conseguenza, su quella degli esseri umani. Banking on Climate Chaos 2021 ci indica come, però, stia avvenendo proprio questo. Finché la grande finanza e i poteri economici forte sosterranno il fossile, sarà davvero difficile portare a compimento quella transizione energetica di cui il pianeta ha bisogno.
Gli attori principali nelle mutazioni del clima terrestre
Spesso, anche qui sulle pagine de L’EcoPost, ci occupiamo della questione climatica e ambientale al giorno d’oggi. Siamo una guida alla sostenibilità dunque abbiamo la mission e anche l’ambizione di voler accompagnare chi ci legge in un viaggio per ridurre il nostro impatto sul pianeta. Per farlo, naturalmente, affrontiamo la questione immergendola nella contemporaneità. Eppure per capire al meglio l’evoluzione del clima terrestre può essere utile intraprendere un piccolo trekking nella storia della Terra. In fin dei conti, le mutazioni climatiche sono parte della vita del nostro pianeta da sempre e, di fatto, l’unica novità del nostro tempo è la comparsa di un nuovo attore principale: l’uomo.
Ascolta il podcast di introduzione all’articolo!
La nostra specie è sicuramente il principale motivo dei cambiamenti climatici nella era geologica che vede l’umanità protagonista, il cosiddetto antropocene. Con tale espressione – non prettamente geologica, bensì più che altro un indicatore sociologico – si indica l’epoca che stiamo vivendo, quella in cui è l’uomo il padrone e custode del creato. Non stiamo facendo esattamente un buon lavoro. Prima della nostra comparsa, c’era un altro attore protagonista dal quale dipendevano gli sconvolgimenti del clima terrestre. Si tratta dell’anidride carbonica (CO2). Essa ha sempre giocato un ruolo cruciale nel riscaldamento del pianeta e lo si era capito già in tempi non sospetti, due secoli fa.
La rilevanza dei livelli di anidride carbonica nell’atmosfera
Nel lungo corso della sua vita, il nostro pianeta ha sperimentato diversi livelli di anidride carbonica nell’atmosfera. Vi sono infatti stati momenti – ovviamente dobbiamo pensare a lunghi periodi di tempo – nei quali grandi quantità di CO2 sono uscite dai mari e dalla crosta terrestre. In corrispondenza di questi fenomeni, l’intero pianeta si è riscaldato. Quando invece l’anidride carbonica è rimasta imprigionata, ecco che esso si è raffreddato. Simultaneamente a questi sensibili sbalzi termici, le linee costiere si sono spostate sulla piattaforma continentale e l’altezza del livello dei mari è cambiata più e più volte.
Storici e geologi dividono l’età della terra in eoni, vastissimi periodi di tempo. Quello in cui viviamo oggi si chiama fanerozoico ed è cominciato circa 500 milioni di anni fa. È soprattutto studiando questa epoca che ci siamo accorti di come l’anidride carbonica sia davvero il motore principale del clima terrestre. Dipende infatti dalla quantità di questa ogni profonda variazione climatica avvenuta sulla Terra. Quel che preoccupa è che oggi l’essere umano sta liberando CO2 ad una delle più alte velocità mai riscontrate nelle precedenti ere geologiche. Gli strumenti di rilevazione ci riportano questa verità ed il dato è significativo.
I negazionisti climatici e chiunque voglia sottovalutare o comunque trascurare il rischio del surriscaldamento globale è solito ricorrere all’arma sempre affilata per la quale dovremmo preoccuparci meno, in fondo il clima terrestre è continuamente cambiatonel corso della storia. Questo è sicuramente vero. Ciononostante, non si tratta certo di un’argomentazione positiva che possa essere strumentalizzata alla narrazione negazionista. Non si tratta infatti di una notizia buona e da prendere alla leggera. Nelle parole di Wally Broecker, noto climatologo della Columbia University scomparso nel 2019: “Il sistema climatico è una bestia furiosa. Ora noi la stiamo stuzzicando.” In una breve frase, l’esperto sintetizzava davvero bene quel che ci sia in ballo.
Consideriamo infatti che l’intera storia umana che ci sia conosciuta, a partire dai nostri antenati meno evoluti, occupa poche migliaia di anni nella storia del pianeta. In soldoni, significa che non siamo che un battito di ciglia per la Terra; se paragonassimo la storia del pianeta ad un giorno di 24 ore dalla sua nascita fino ad oggi, l’uomo non occuperebbe che gli ultimi pochi secondi.
La finestra che ci ha visto stanziati sulla crosta terrestre è stata la più stabile finestra climatica degli ultimi 650mila anni. Qualora dovessimo finire per svegliarla arrabbiata – quella bestia furiosa di cui parlava Broecker – potremmo scatenare una serie di reazioni chimiche a catena che devasterebbero il nostro habitat fino a un punto di non ritorno. Se superassimo infatti tutti i parametri storici che ora vedremo, potremmo finire per riportare il pianeta ad uno stato simile a quello di decine di milioni di anni fa. In tal caso, esso non sarebbe più adatto ad ospitare l’Homo Sapiens. In questa maniera, non ci dimostreremmo esattamente sapienti.
nel video de Il Lato Positivo, una rapida panoramica di come si presentasse il clima sulla Terra prima dell’arrivo dell’uomo.
Un instabile equilibrio
Le misurazioni ci dicono che quando nell’aria era presente la stessa quantità di CO2 di oggi, l’aria era molto più calda e gli oceani più alti di almeno 20 metri. Ci ricorda forse qualche previsione fatta in tempi recenti? Il pianeta starebbe infatti cercando ancora il suo punto di equilibrio con l’innaturale atmosfera saturata dalla nostra civiltà industriale. Non ci è dato sapere in quale maniera vi riuscirà.
Qualora l’anidride carbonica si assesti sui livelli attuali – o comunque non aumenti di molto – la Terra potrebbe impiegare millenni ad assestarsi. Il fatto è che la transizione potrebbe essere tutt’altro che piacevole e trasformare il pianeta in qualcosa di molto diverso dall’amabile cornice che ha cullato l’umanità dalla sua comparsa al giorno d’oggi. La paleoclimatologia ci insegna che la Terra può rispondere alle provocazioni esterne in maniera davvero aggressiva. L’istinto di autoconservazione del pianeta è infatti tale che potrebbe sbaragliare ogni nostro modello, fino al più catastrofico. È infatti già accaduto in passato.
A lezione dalla storia
Ripercorrendo la storia dei cambiamenti che hanno maggiormente influito sul clima terrestre possiamo mettere le mani avanti, preparandoci al meglio agli sconvolgimenti climatici che potrebbero presto arrivare.
Un viaggio nel tempo
Senza indugiare troppo sulla storia della civiltà umana e mantenendo il focus sul clima terrestre, viaggiamo mentalmente fino a diecimila anni fa. I grandi mammiferi erano appena scomparsi, tanto in Eurasia quanto nelle Americhe, a causa degli esseri umani. Su un pianeta molto diverso da quello che conosciamo oggi, il livello dei mari si stava alzando e il ghiaccio si ritirava, tanto che nel giro di qualche millennio l’acqua di disgelo avrebbe alzato enormemente il livello degli oceani, arrivando fino a sommergere sotto di essi le barriere coralline che fino ad allora avevano visto e goduto della luce del sole.
I primi insediamenti umani risalgono a novemila anni fa e, come ci ricordiamo dalle nozioni storiche apprese a scuola, la civiltà nacque nella Mezzaluna fertile, in America centro-meridionale e in Cina. Per quanto strano possa apparire a noi oggi, all’epoca il Sahara era una distesa verde ricca di laghi che ospitavano flora rigogliosa e fauna variegata; ciò era dovuto agli ultimi sussulti di un’era glaciale che aveva stretto la Terra in una morsa fredda per centomila anni e all’innalzamento generale delle temperature sul pianeta.
Giunti a cinquemila anni fa, mentre scoprivamo la scrittura e cominciavamo ad uscire, come specie, da millenni di analfabetismo, il ghiaccio formatosi durante la glaciazione si era sciolto pressoché completamente e il livello degli oceani si era stabilizzato, dando origine alle linee costiere che conosciamo oggi. Il Sahara cominciò ad inaridirsi, come già era successo numerose altre volte nel corso degli eoni e tutti coloro i quali si erano stanziati in Africa occidentale cominciarono a migrare alla ricerca di territori più accoglienti, trovandone uno di loro gradimento presso il Nilo e dando quindi un grande impulso alla nascita di una delle più magnifiche civiltà della storia umana. L’avvento dei faraoni si deve anche a cause ambientali. Non tutti hanno respinto i migranti climatici nel corso della storia. Qualcuno ha preferito trasformarli in risorsa.
Gli studi ci dicono che da quel momento in avanti il clima terrestre rimase più o meno stabile. Secondo le misurazioni geologiche, il successivo grande cambiamento nelle temperature del pianeta è quello avvenuto negli ultimi decenni. Esso non è però dovuto alla Terra, bensì a chi la abita. Gli antichi ci insegnano come la storia abbia il vizio di ripetersi e sia dunque maestra – Historia magistra vitae, scrisse Cicerone nel suo De Oratore – dunque dovremmo utilizzare bene questo dato.
In passato anche una disavventura climatica localizzata ha portato al crollo e alla scomparsa di una società. Pensiamo ad esempio a cosa accadde all’intero mondo dell’età del bronzo. La prima civiltà umana stanziata e sviluppata scomparve, senza appello, flagellata da una terribile carestia. Le comunità stabilitesi sull’Egeo e sul Mediterraneo orientale non si adattarono al peggioramento del clima. Che sia un monito per il nostro tempo?
Per la più grande società della storia antica, l’Impero Romano, non fu così. L’espansione senza precedenti della cultura latina fu agevolata da secoli di clima mite, temperato, se vogliamo persino caldo. Poi però si crearono sistemi di pressione sull’Islanda e le Azzorre, forti e duraturi, i quali discesero sull’Europa simultaneamente alla disfatta dell’Impero. Tra i nemici dei centurioni, si può annoverare anche il gelo improvviso. Naturalmente, sarebbe azzardato – quando non scorretto – attribuire al clima la regia della storia. È però possibile leggere questi periodi anche attraverso questa chiave.
Che cosa possiamo imparare
Possiamo continuare questo nostro viaggio nel tempo e nel clima terrestre ancora a lungo. Potremmo arrivare fino a 40 milioni di anni fa e parlare di catene montuose come l’Himalaya che stavano crollando. Potremmo concentrarci su eruzioni vulcaniche che non abbiamo visto neppure nei più catastrofici disaster movie. Magari potremmo narrare il viaggio dell’India che si stava distaccando dall’Asia. In quel periodo la CO2 era diffusissima e – di conseguenza – la temperatura terrestre molto elevata. Se continuassimo, però, ci ritroveremmo con un articolo lunghissimo che insiste sempre sullo stesso concetto; concetto che è già stato dato e dal quale occorre ora trarre alcune conclusioni.
Si stima che all’alba dei mammiferi – circa 50 milioni di anni fa – le temperature sul pianeta fossero più alte di almeno 13 gradi rispetto a oggi. Il clima terrestre era del tutto inadatto alla fisiologia umana: troppo caldo e troppo umido. Il lettore potrebbe a questo punto erroneamente pensare che l’accordo di Parigi del 2015 sia fin troppo stringente. Perché preoccuparci tanto di stare entro 1,5 gradi di innalzamento se sappiamo che la Terra può sopportare ben alte temperature? Sta proprio qui la lezione che dovremmo imparare da questo approfondimento; abbiamo bisogno di comprendere bene quali siano i modelli che prendiamo come riferimento.
Nell’inchiesta pubblicata da Peter Brannen su The Atlantic, dalla quale sono stati tratti i dati riportati in questo articolo, si specifica come la maggior parte delle proiezioni di riferimento impiegate in climatologia si fermino alla fine del secolo. Di fatto, non prevedono cosa avverrà dopo il 2100. Gli sconvolgimenti che conducono a variazioni pari o paragonabili alle temperature di altri eoni si verificano su scale temporali molto più lunghe. I modelli che utilizziamo per predire le variazioni future sono dunque attendibili? Presentano per caso alcune lacune?
Negli Stati Uniti queste domande sono all’ordine del giorno nei briefing degli esperti. I ricercatori stanno infatti allargando il loro orizzonte a quello che potrà accadere dopo, ad esempio nel caso in cui la CO2 nell’aria raggiungerà la nefasta soglia di 1200 parti per milione (ppm, secondo un’unità di misura ormai familiare a chi ci legge). Si tratta di un risultato pessimo, tremendo, ma sfortunatamente tutt’altro che impossibile. La nostra specie sta infatti emettendo anidride carbonica nell’aria ad un ritmo enormemente più veloce di quelli che hanno caratterizzato i periodi più estremi dell’era dei mammiferi. Parliamo di una velocità maggiore di circa 10 volte.
I rischi di un clima terrestre fuori controllo
La devastazione del nostro habitat, comunque, potrebbe essere ben più vicina del prossimo secolo. L’acidificazione degli oceani, ad esempio, è un processo già iniziato. I mari potrebbero raggiungere il tasso di acidità di 56 milioni di anni fa ben prima del 2100, se non invertiremo la rotta suicida che abbiamo impostato. Se ci guardiamo incontro regolandoci con il termometro della natura, ci accorgiamo già oggi di come le stagioni stiano diventando sempre più strane e irregolari. Gli orsi polari hanno perso il loro habitat artico e ora cacciano a riva, intrattenendo una dieta assolutamente inedita per loro. Le fioriture sbocciano prima che ci siano api in grado di impollinare. I pigliamosche popolano i boschi settimane dopo che le uova dei bruchi, loro prede, si siano schiuse. Tutto è sfasato e ciò si deve a noi.
Dieci miliardi di tonnellate di ghiaccio si sono già sciolte. Si stima che la metà delle barriere coralline tropicali sia già morta e il tasso di acidità degli oceani è già aumentato del 30%. Le temperature globali sono aumentate dovunque. Non credo ci sia bisogno di snocciolare altri dati per passare il messaggio che si vuole dare in queste righe: dobbiamo invertire la rotta. L’inerzia del clima terrestre e dei suoi sistemi è tale da concederci ancora di farlo ma occorre cominciare a ridurre seriamente le emissioni di CO2. È dalla rivoluzione industriale che avveleniamo il pianeta.
Approfondimento con il fisico Bruno Carli riguardante l’impatto dell’uomo sul clima terreste
Ombre scure all’orizzonte: il rischio estinzione di massa
Nel 1963, Norman Newell, paleontologo statunitense tra i più apprezzati nel suo settore, scrisse Crisi nella storia della vita. Nell’articolo coniò l’espressione estinzione di massa. Con tale termine si intende un cambiamento nelle condizioni di vita molto più veloce di quanto l’evoluzione possa stargli dietro. I toni usati da Newell sono piuttosto catastrofici, forse fin troppo per gli anni ’60. Non per oggi però. Il binario che stiamo percorrendo finisce sull’orlo di un burrone, se agiamo ora il freno della locomotiva è in grado di arrestarla per tempo. Si tratta però di un grosso se.
Nel corso dello scorso anno, causa quarantena dovuta alla pandemia, l’emissione di CO2 si è attestata a 2,6 miliardi di tonnellate in meno sul 2019. Si tratta del calo più alto mai rilevato finora. Eppure i benefici restano temporanei. Consideriamo soltanto che, al fine di restare in carreggiata con le misure prese durante l’accordo di Parigi, lo sforzo da compiere, di 12 mesi in 12 mesi, dovrebbe essere ben maggiore. Per rispettare gli impegni presi nel 2015 nella capitale francese, da parte di un gran numero di Paesi, dovremmo tagliare complessivamente 2 miliardi di emissioni ogni anno.
Un lockdown ogni 2 anni per controllare la CO2
Nell’arco dei dieci anni – intervallo monitorato dalla conferenza di Parigi – appare davvero difficile riportare i livelli di CO2 entro i limiti di sicurezza. Durante la scorsa primavera, quando il COVID-19 ha messo in stand-by il mondo, abbiamo avuto modo di studiare da vicino il nostro impatto – come umanità – sul clima. A finire sotto i riflettori, inevitabilmente, è stata l’anidride carbonica (o CO2, come la chiamiamo per praticità in questo articolo), il gas serra che maggiormente contribuisce a surriscaldare il nostro pianeta. Nell’arco del 2020 le emissioni di questo nocivo gas sono diminuite del 7% su scala globale rispetto all’annata precedente, un crollo senza precedenti da quando abbiamo contezza e rilevazioni. I dati giungono da uno studio internazionale, coordinato dall’Università dell’Anglia orientale, il quale ha confrontato i livelli di emissione in anni e regioni geografiche diverse.
Il dato è più che positivo, naturalmente. Eppure non si può certo cantar vittoria. Gli effetti saranno, con ogni probabilità, soltanto temporanei e considerevolmente insufficienti. Come ci ricorda Nature Climate Change, le emissioni di CO2 devono essere tagliate in termini percentuali sensibilmente maggiori di quelli del 2019. Difficilmente la buona performance di un singolo anno – peraltro dovuta a cause di forza maggiore – potrà aiutarci molto. Occorre tenere l’inquinamento costantemente sotto controllo per vincere la battaglia; non certo per un solo anno solare. In soldoni, avremmo bisogno di un blocco come quello della scorsa primavera ogni 2 anni.Tale è la dimensione dell’insostenibilità della nostra specie per questo pianeta.
In un approfondimento di BCC Milano il rapporto tra lockdown e calo dell’inquinamento
Salute e clima, un legame indissolubile
Ecco che dobbiamo rispolverare un pezzo pregiato dell’argenteria de L’EcoPost. Stiamo trattando il nostro pianeta in una maniera tale per cui ci rendiamo causa principale di quel che accade di male sulla sua superficie.
Se il domino mondiale del COVID-19 è dovuto allo spillover – il salto di specie – del virus da un pipistrello abitante delle foreste asiatiche ad un poco attento consumatore in un mercato di Wuhan, non dimentichiamoci che se quel chirottero era lì è perché alcuni cacciatori ce lo avevano portato, dopo che la strada al suo habitat era stata loro aperta da qualche bracconiere senza scrupolo interessato a catturare specie esotiche per poi rivenderle o qualche costruttore che desiderava aprire un lussuoso resort su terreni occupati dalla macchia boschiva. Tutto è collegato. Ogni cosa è illuminata dalla luce delle azioni del passato, direbbe Jonathan Safran Foer che mi concederà di parafrasare così il titolo di un suo noto lavoro.
La nostra salute dipende anche – in larga misura – dal clima. Sul fatto che il surriscaldamento globale abbia promosso condizioni favorevoli alla diffusione del Covid esistono giàalcune prove. È ampiamente probabile che in futuro ce ne arriveranno anche delle altre, speriamo non a seguito di un’altra pandemia. La storia procede per cause ed effetti; se la crisi sanitaria è effetto di quella ambientale, inevitabilmente risolta la prima bisognerà occuparsi della seconda che ne è causa. Inquinamento e emissioni serra sono calati grazie alla quarantena, bene. Ora facciamo in modo che non si tratti soltanto di un episodio isolato; la battaglia per il clima va vinta whatever it takes, come direbbe qualcuno.
Il calo episodico delle emissioni di CO2 avvenuto lo scorso anno non causerà alcun declino protratto nel tempo delle emissioni di anidride carbonica. Esattamente quello di cui, invece, avremmo bisogno. Finché l’economia mondiale continuerà ad essere sostenuta principalmente da combustibili fossili, sarà difficile intraprendere questa rotta. La maggior parte del calo di CO2 nel 2020, infatti, si deve alle restrizioni nei trasporti terrestri ed aerei, tra i principali utilizzatori del fossile.
A detta degli stessi ricercatori della East Anglia Uni, per mantenere l’aumento delle temperature globali attorno a 1.5 gradi centigradi sui livelli preindustriali come stabilito a Parigi 2015, la riduzione delle emissioni di CO2 dovrebbe assestarsi sui 2 miliardi di tonnellate – almeno – all’anno per i prossimi 10 anni. Si tratta di una riduzione sensibilmente maggiore di quelle rilevate fino al 2019, quando la pandemia non era ancora che un brutto sogno, e molto più vicina a quanto riscontrato nel 2020, quando il coronavirus ci ha costretto a ridurre il nostro impatto sul pianeta rinchiudendoci in casa. Paradossalmente, dovremmo ringraziarlo questo COVID, per averci fatto capire come dobbiamo comportarci se davvero teniamo alla nostra casa comune.
Perché non far nostro lo stimolo che la pandemia ci ha involontariamente dato? Perché non riflettere, come comunità umana, a quale e quanto dannoso sia davvero il nostro impatto su questa Terra? Possiamo fare di necessità virtù, possiamo finalmente indirizzare la nostra società verso mete ecosostenibili. Oppure no. Oppure possiamo fare come, ad esempio, la Cina e riprendere ad inquinare più di quanto facevamo prima del virus, in virtù di una crescita del 6% (quella stimata da Pechino per la sua economia, nel 2021) anche in un periodo nel quale tutto il mondo soffre economicamente a causa del riverbero della crisi sanitaria. Se faremo così, se sacrificheremo il benessere nostro e del pianeta per staccare più dividendi nell’anno fiscale, forse ce la meriteremmo davvero un’estinzione di massa.
Evasione ed elusione fiscale sono due noti nemici di welfare e legalità. Rappresentano un problema endemico per i sistemi economici, come ben sappiamo noi italiani. Quel che però non sappiamo, poiché non siamo soliti pensarci, è come essi siano un vero e proprio freno a mano tirato anche per l’agenda climatica. Tutto è infatti collegato e ambiente ed economia non fanno certo differenza.
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Elaborazione grafica: Gerd Altmann da Pixabay
Il rapporto ONU
“L’integrità finanziaria è fondamentale per il successo dell’agenda 2030. Come comunità internazionale impegnata ad affrontare la disuguaglianza e a promuovere lo sviluppo sostenibile, dobbiamo mettere in atto principi di trasparenza, sana governance e responsabilità che così spesso sosteniamo.” È quanto ha affermatoVolkan Bozkir, presidente dell’assemblea generale ONU, presentando il rapporto Financial Integrity for Sustainable Development. Il documento è stato pubblicato dall’High Level Panel on International Financial Accountability, Transparency and Integrity for Achieving the 2030 Agenda (FACTI Panel).
All’interno del report, il team di esperti FACTI è stato davvero molto chiaro. Evasione ed elusione fiscale rappresentano una malattia terminale all’interno della società odierna, specialmente in virtù degli ambiziosi obiettivi climatici che ci siamo posti da oggi al 2030. I governi dovrebbero finanziare innanzitutto azioni contro povertà estrema, Covid-19 e crisi climatica. È parere di chi ha redatto il dossier che vadano recuperati miliardi di dollari persi per frodi fiscali, corruzione e riciclaggio di denaro.
“I Paesi in via di sviluppo non possono permettersi di perdere risorse in periodi normali. Tantomeno possono farlo ora, nel mezzo della crisi Covid.” Ha detto Bozkir. “Ogni anno viene riciclato fino al 2,7% del PIL globale.” Gli ha fatto eco il FACTI Panel. Gli esperti hanno domandato ai governi di prendere parte ad un Global Pact for Financial Integrity for Sustainable Development.
Un circuito ben oliato a favorire evasione ed elusione fiscale
Il gruppo di esperti coinvolto nella redazione del documento ha messo in risalto problematiche note nelle pratiche di evasione ed elusione fiscale. Le corporation, specialmente le più grandi, riescono ad avvalersi di giurisdizioni tax-free. Questa pratica, scorretta ma non illegale, è capillarmente diffusa. Conti alla mano, il team ha calcolato che questo modus operandi finisca per costare ai governi fino a 600 miliardi di dollari – ogni anno. “Coloro che consentono crimini finanziari devono affrontare sanzioni punitive.” Si legge nel testo del rapporto. Purtroppo, molto spesso ciò non succede. Questo si deve al fatto che occorrono misure, provvedimenti, leggi e sanzioni molto più forti e stringenti per combattere la corruzione e prevenire il circolo vizioso del riciclaggio di denaro.
È a gran voce che sul rapporto si chiede “Maggiore trasparenza in merito alla proprietà delle società e alla spesa pubblica. Serve una più forte cooperazione internazionale per perseguire la corruzione e aumentare i livelli di tassazione sulle gigantesche corporation digitali.” Quante volte i media ci parlano di provvedimenti mirati a tassare gli enormi guadagni delle super-aziende del silicio? Quante volte poi non cambia assolutamente nulla dal momento che certi giganti spadroneggiano nelle stanze della finanza mondiale, la quale regola ogni decisione politica? Questi abusi vanno anche a danno dell’ambiente.
Risorse necessarie al bene comune
“Un sistema finanziario corrotto e fallimentare deruba i poveri. Esso priva il mondo intero delle risorse necessarie a eradicare la povertà, riprendersi dal Covid e affrontare la crisi climatica.” Ha evidenziato Dalia Grybauskaite, co-presidente FACTI ed ex presidente lituana, in sede di presentazione del rapporto. “Chiudere le scappatoie che consentono riciclaggio di denaro, corruzione e abuso fiscale sono passo per trasformare l’economia globale per il bene universale.” Ha invece voluto enfatizzare l’altro co-presidente FACTI, Ibrahim Mayaki, ex primo ministro del Niger. “Un decimo della ricchezza mondiale potrebbe essere nascosto in attività finanziarie offshore. Ciò impedisce ai governi di raccogliere la loro giusta quota di tasse.” Avverte il dossier ONU. In tempi recenti circa 131 milioni di esseri umani hanno ufficialmente superato la soglia della povertà mentre la ricchezza dei miliardari è aumentata del 27,5%. Siamo una società sempre più polarizzata, ove la forbice tra ricchi e poveri aumenta instancabile.
Il Panel vuole promuovere equità, responsabilità e integrità finanziaria. Questa deve essere la strada per condurci ad un progresso nel segno della sostenibilità. Con le parole di Bozkir: “Nessuno di noi trarrà vantaggio dall’incapacità di agire. Spetta a ciascuno di noi mettere in atto un sistema di integrità finanziaria che miri ad uno sviluppo sostenibile. Dobbiamo liberare risorse che altrimenti andrebbero perse e creare fiducia nei nostri piani di governance internazionale, nazionali e locali, dimostrando trasparenza, responsabilità e capacità di realizzare l’agenda 2030.”
Evasione ed elusione fiscale ci sono nemiche nella lotta per il pianeta
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Quella al surriscaldamento globale, per la salute del nostro pianeta è una guerra. Questa brutta parola viene spesso abusata, anche quando trattiamo della pandemia, eppure dà il giusto senso dell’entità dello sforzo che dobbiamo affrontare come umanità per uscire dalla situazione in cui ci troviamo. È una guerra che dobbiamo vincere assieme o ci vedrà sconfitti individualmente: nelle nostre comunità, nei nostri Paesi e nelle nostre regioni. Per farlo, bisogna disporre di tutte le risorse possibili. L’illegalità e il malaffare finanziario sono alleati del global warming; dobbiamo tagliare queste corde di sostegno e riprenderci questi fondi per poterne disporre in un’ottica comune, interna alla legalità e all’ecologia. Cattiva finanza e devastazione climatica vanno a braccetto.
Una gigafactory tutta italiana per gli ioni di litio
Sorgerà nell’ex area Olivetti di Scarmagno, in provincia di Torino, l’impianto più grande d’Europa dedicato a produzione e stoccaggio di batterie a ioni di litio per veicoli elettrici. La proprietà è di Italvolt, azienda fondata e guidata dal patron di Britishvolt, Lars Carlstrom. Si tratta di una notizia importante per il nostro Paese nonché di una dimostrazione di come la green economy possa davvero creare opportunità di lavoro.
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“L’impianto sarà dedicato a produzione e stoccaggio di batterie a ioni di litio per veicoli elettrici. La prima fase del progetto, che prevede un investimento complessivo di circa 4 miliardi di euro, sarà completata entro la primavera 2024.” Ha annunciato lo stesso Carlstrom.
Un luogo carico di significato per produrre batterie
Italvolt ha selezionato l’ex area Olivetti presso il comune piemontese per una serie di ragioni strategiche. L’area appartiene al Fondo Monteverdi, detenuto da Prelios SGR, e ha caratteristiche davvero appetibili per un produttore di batterie per autoveicoli. La collocazione geografica è infatti comoda e pratica e la metratura è davvero imponente.
“Il sito è oggi una vasta area industriale dismessa che si estende per circa un milione di metri quadrati. Scelta già ai tempi di Olivetti dagli architetti Marco Zanuso ed Eduardo Vittoria per la facilità dei collegamenti stradali, autostradali e ferroviari sia con Ivrea che con la città di Torino, l’area di Scaramagno è ideale per ospitare il progetto di Italvolt. Altro fattore che la rende tale è il suo forte legame con il tessuto produttivo del Piemonte, la prima regione in Italia per quanto riguarda la produzione industriale automotive.” Queste sono le ragioni della scelta di Italvolt.
La Gigafactory – termine anglosassone che significa complesso industriale di dimensioni imponenti – di Italvolt avrà numeri importanti. Essa si estenderà su una superficie di circa 300mila metri quadrati. La capacità iniziale dovrebbe essere di 45 GWh (gigawattora) ma si punterà a raggiungere i 70 GWh. Queste indicazioni fanno capire come il progetto rappresenti “un’importante opportunità di rilancio economico industriale dell’area di Scarmagno. Il suo impatto sarà significativo anche a livello regionale. Si stima infatti che nell’impianto verranno impiegati circa 4.000 lavoratori, con un indotto che nel complesso potrà arrivare a creare fino a 15.000 nuovi posti di lavoro.” Le stime della società appaiono davvero incoraggianti. Ovviamente, al momento sono stime e lo resteranno fino al 2024.
Foto di Egor Shitikov da Pixabay
Il progetto architettonico dell’impianto porterà la firma della divisione preposta del celebre studio Pininfarina. Tutto sarà pensato per dare risposte rapide ed efficaci alla crescente domanda di batterie per auto elettriche in Europa. Secondo recenti dati McKinsey, la domanda di accumulatori di questo tipo aumenterà a livello globale di 17 volte entro il 2030. Non è poco. È importante sottolineare come si tratti di un’architettura di recupero, la quale non andrà ad aumentare cubatura di cemento ma si sovrascriverà ad una edificazione ormai in disuso. In un Paese dal rischio idrogeologico elevatissimo com’è la nostra Italia, fa bene al cuore leggerlo.
Batterie, automobili pulite e grandi aspettative
La promessa di Italvoltarride alla causa ambientalista. Dalle linee guida aziendali leggiamo come il progetto sarà realizzato “con una forte attenzione all’impatto ambientale e sociale. Pininfarina intende progettare un impianto industriale di nuova generazione, intelligente e responsabile. Applicando metodologie costruttive DFMA e aprendo l’edificio al suo contesto, al fine di integrarlo nelle dinamiche economiche e sociali del territorio “si conta di raggiungere il risultato più eco-friendly possibile. “Comau, leader mondiale nel campo dell’automazione industriale, con oltre 45 anni di esperienza e una forte specializzazione nei processi di elettrificazione, fornirà soluzioni alternative. Anche impianti e tecnologie per il gigaplant proverranno da questa azienda. Comau si occuperà della realizzazione del laboratorio di ricerca e sviluppo che accoglierà accademici e partner industriali impegnati nello sviluppo delle tecnologie più all’avanguardia nel settore della mobilità elettrica.” La strategia aziendale appare tracciata.
Nel video di FoxTech Channel un approfondimento sulla gigafactoryItalvolt.
Carlstrom ha poi concluso la sua intervista sottolineando di nuovo la vocazione dell’impianto italiano: “Il sostegno della Regione Piemonte, delle amministrazioni locali e delle associazioni di categoria è stato oltre le nostre aspettative. L’intesa e la proficua collaborazione degli ultimi 8 mesi sono state determinanti per la nostra decisione. Siamo particolarmente entusiasti di poter avviare qui il nostro progetto. Abbiamo trovato la perfetta combinazione degli elementi che ritengo necessari per cogliere al meglio l’occasione dell’industrializzazione verde. Solida tradizione industriale e know-how tecnologico altamente specializzato proprio nell’industria automobilistica. Siamo onorati di avere la possibilità di costruire la nostra gigafactory nell’area di Scarmagno, un tempo occupata dal polo industriale Olivetti. Si tratta di un’azienda che ha segnato la storia dell’industria italiana e ancora oggi rappresenta un’icona della tecnologia made in Italy.”
Non è la prima volta che qui sull’EcoPost raccontiamo vicende come questa. Il settore dell’automotive, tra i più inquinanti, sta cercando di svoltare, di evolversi abbracciando il futuro della combustione pulita e lasciandosi alle spalle il fossile. Una componentistica fondamentale per le automobili è proprio quella delle batterie.
Foto di ssarwas0 da Pixabay
Il progetto di Italvolt, che aprirà i cancelli nel 2024, può essere un faro luminoso per il settore e essere da esempio? Può rappresentare un modello per imprenditori e costruttori di veicoli? Assolutamente si. Di gigafactory come questa ne abbiamo un grande bisogno, più ne avremo e più facile sarà rivoluzionare un modello di sviluppo come quello dell’automotive che al momento è ancora piuttosto arretrato dal punto di vista ambientale. Gran parte del parco circolante di autovetture, infatti, è altamente inquinante. per convertire un tratto di industria così diffuso e presente nel mondo, però, occorre che tutti remino nella stessa direzione. Poco tempo fa abbiamo parlato di Volkswagen, oggi di Italvolt. Sono già due esempi significativi. Contiamo di essere in grado di riportarne altri presto, più prima che poi.
Ecco che ci risiamo. L’ultima volta che abbiamo votato per le elezioni politiche, in Italia, era il 2018. Ora siamo nel 2021. Sono passati 3 anni e si sono già succeduti 3 governi. Più o meno com’è successo nei 75 anni di storia dell’Italia repubblicana, nel corso dei quali abbiamo avuto oltre 60 esecutivi. Povera Italia.
La classe politica che esprimiamo è di livello infimo, e la cosa appare particolarmente evidente negli ultimi tempi. Le leggi elettorali che il Parlamento propone sono risibili, imbarazzanti nella loro inefficacia. Ciò si deve principalmente al fatto che siano concepite per garantire uno scranno a ogni partito, partitino e micropartito che creiamo praticamente per sport. La cosa peggiore in tutto ciò è che ogni classe politica rispecchia il popolo che la elegge. Dunque prima di giudicare loro dovremmo fare un pò di sana autocritica noi stessi, per chiederci perché mai diamo il potere in mano a certi personaggi.
Antefatto a parte, si è insediato un nuovo esecutivo al termine della scorsa settimana. Novità particolarmente rilevante è la creazione del Ministero alla Transizione Ecologica. Ad esser franchi ci si aspettava qualcosa di più di quel che è stato partorito dalla visione politica di Mario Draghi. Andiamo però con ordine.
Donatella Bianchi, presidente WWF, annuncia ufficialmente la nascita del Ministero della Transizione Ecologica. Immagini: LA7
Il governo Draghi
Il nuovo premier Mario Draghi (classe 1947) è uno degli economisti più eminenti a livello mondiale. Dopo un notevole percorso di studi che lo ha portato anche negli Stati Uniti, ha cominciato la sua carriera presso il Ministero del Tesoro, prima di venire nominato Direttore Esecutivo della Banca Mondiale. Dopo un lungo corso tra le mura amiche del Ministero, con la carica di Direttore Generale, entra in Goldman Sachs. Impiegato presso la sede londinese del colosso finanziario, in quanto Vice Chairman e Managing Director, guida le strategie europee del gruppo.
Nel 2005 diviene il nono governatore della Banca d’Italia. A questo punto la sua carriera si impenna. Viene nominato Presidente del Forum per la Stabilità Finanziaria – che nel 2009 diventa Consiglio per la Stabilità Finanziaria – e poi, nel 2011, l’Eurogruppo lo rende ufficialmente Presidente della Banca Centrale Europea. Al termine del suo mandato in BCE si ritira a vita privata, ufficializzandola tramite le note parole: “del mio futuro chiedete a mia moglie.” Il 13 febbraio 2021 giura come Presidente del Consiglio dei Ministri. Il suo governo nasce da un compromesso tra numerose forze politiche – tutte, praticamente, eccezion fatta per Fratelli d’Italia – e nomina l’altissimo numero di 23 Ministri. Draghi ha dovuto accontentare tutti.
Le parole d’ordine del governo
Naturalmente, non occorre ricordare qui il particolare momento che stiamo attraversando. Il neo-governo Draghi, però, non dovrà occuparsi soltanto della crisi sanitaria ed economica innescata dalla pandemia. L’ex presidente di BCE ha fatto già circolare l’elenco dei principali punti programmatici che dovranno caratterizzare la sua azione politica. L’opera sarà convintamente europeista, come ci stanno dicendo i media da giorni, secondo una strategia che dovrebbe essere la più efficacia per riuscire a disporre dei copiosi finanziamenti parte del Recovery Fund.
L’esecutivo si concentrerà su 5 macro-temi, intenzionato a risolvere altrettante emergenze indicate dallo stesso premier: sanità, lavoro, scuola, imprenditoria e ambiente. Per questo motivo è stata avallata la richiesta forte, esternata principalmente dal Movimento 5 Stelle, della creazione di un Ministero preposto alla Transizione Ecologica.
Beppe Grillo e Mario Draghi. Sarebbero le menti dietro l’ideazione del Ministero alla Transizione Ecologica. Foto: The Italian Times
La formazione del Ministero alla Transizione Ecologica
Che cosa intendiamo precisamente quando parliamo di Ministero della Transizione Ecologica? Come sarà costruito e chi lo guiderà? Tra i partiti che hanno maggiormente insistito per dar vita al dicastero c’è il Movimento 5 Stelle, come già scritto. Il partito ha parlato di questo ministero come di un ufficio fondamentale in questo preciso momento. Hanno ragione da vendere. Viene allora spontaneo domandarsi come mai, in due anni che sono stati al governo, non abbiano pensato di istituirlo loro stessi. Nonostante nel nostro Paese si parli sempre più sovente di transizione ecologica, siamo ancora piuttosto indietro nel concreto.
Ricordiamo infatti che l’Italia ha fatto dipendere troppo spesso la propria politica estera dalla strategia industriale di ENI (ne abbiamo parlato qui) e non è riuscita ad imporre alcun obbligo ambientale ad Arcelor Mittal a causa della mancanza di una strategia efficace e sostenibile per ILVA. Il nostro Paese spende annualmente circa 19 miliardi di euro in sussidi ambientali che tali non sono – in quanto in realtà danno origine a complicazioni per l’ambiente – e, dal 2011 a oggi, ha già sborsato oltre 600 milioni in multe a Bruxelles per infrazione. Come se non bastasse, 7 dei circa 60 milioni di italiani vivono in aree altamente inquinate. Altrettanti hanno la dimora in zone a grave rischio idrogeologico e di inondazioni. In una simile situazione, è più che mai necessaria l’istituzione di questo ministero.
Esempi dall’estero: Austria
In Austria l’ambientalista Leonore Gewessler è a capo di un ufficio davvero completo in termini di transizione ecologica. Si chiama Ministero per l’azione climatica, l’energia, i trasporti, l’industria e l’innovazione tecnologica. Il Paese – guidato come sappiamo dal conservatore Sebastian Kurz e i suoi improbabili alleati dei Verdi – è all’avanguardia assoluta, in Europa, per quanto riguarda clima ed energia. Lo Stato alpino, in maniera coerente ed intransigente, tanto che potremmo definirla proprio gerarchica, ha dato vita ad una politica ambientale estremamente ambiziosa. Il Ministero di Gewessler coordina ogni settore legato alla sostenibilità: trasporti, energia, industria e innovazione, grazie all’autorità di cui dispone che gli permette di spegnere immediatamente ogni focolaio di dibattito generato relativamente a questi ambiti.
Spagna
Anche in Spagna tali decisioni sono in mano a una donna. Teresa Ribera Rodriguez, vice primo ministro iberica, regge il ministero ribattezzato della transizione ecologica e della sfida demografica. Si è infatti deciso di associare alla battaglia climatica quella contro lo spopolamento e l’abbandono delle zone rurali spagnole. Ribera da sempre sostiene che le energie rinnovabili siano un indispensabile volano per la trasformazione verde e ha riportato il Paese ai primi posti nello sfruttamento di fonti pulite. In questo modo, si è invertita una tendenza che aveva caratterizzato gli ultimi anni. La chiave di volta è stata l’eliminazione dalle bollette dei costi per il sostegno delle rinnovabili che sono stati trasferiti in un fondo alimentato per di più dai fornitori.
Francia
Oltralpe, in Francia, Emmanuel Macron era riuscito a coinvolgere Nicolas Hulot, celeberrimo ecologista, per guidare il potentissimo Ministero della Transizione Ecologica e Solidale. Un unico hub avrebbe dovuto supervisionare l’operato ambientale, energetico, climatico, relativo ai trasporti e all’economia circolare. Per portare avanti questi compiti il budget ammonta oggi a 48 miliardi – ai quali dobbiamo aggiungere la quota di fondi europei che la Francia destinerà a questo ufficio – che non sono troppi per un Paese ben più sensibile del nostro, dove c’è contezza dell’importanza della sfida climatica. La lotta al surriscaldamento dei cosiddetti cugini è molto più combattuta, a livello sociale e politico, rispetto a quanto sia da noi, dove ancora in troppi vedono la creazione di questo dicastero come un mero contentino dato da Mario Draghi a Beppe Grillo, per comprarsi il suo sostegno al governo. E la cosa peggiore è che potrebbe essere la verità.
Hulot si è dimesso nel 2018, denunciando in radio il potere e la pervasività delle lobby. Gli industriali, a suo dire, gli impedivano, di fatto, di procedere spedito verso la decarbonizzazione come avrebbe voluto fare. Vista la situazione di grave emergenza climatica, non si poteva certo procedere a piccoli passi e occorreva un cambiamento radicale. Tristemente, Hulot constatò che il governo e la politica gli erano vicini soltanto a parole e si arrese a quest’evidenza. Stremato e stanco di lottare contro mulini a vento, rassegnò il mandato. A sostituirlo arrivò Barbara Pompili, transfuga dei Verdi e vicinissima politicamente a Macron.
La transizione ecologica in sintesi
Affinché funzioni, il Ministero della Transizione Ecologica deve poter soprintendere e organizzare secondo necessità quello dello Sviluppo Economico. I due ambiti non possono più essere separati, pena l’inefficacia dell’operato. Similmente, dovrebbe avere l’ultima parola anche in decisioni ambientali e – specialmente in Italia – relative alle infrastrutture ed i trasporti.
Eppure il MIse, per com’è concepito nel nostro Paese e per come ha sempre lavorato, è costituito quasi interamente da personale formatosi nell’era del fossile. Tale ministero ha sempre operato a braccetto con ENI, ENEL e i settori dell’industria pesante. Per anni lo staff impegnato nella definizione delle strategie italiane di sviluppo economico ha trattato le rinnovabili come fossero un capriccio troppo costoso e ha utilizzato la parola green energy alla stregua di uno slogan. Al Mit poi, la situazione potrebbe essere pure peggiore. Nessuno ricorda addetti particolarmente zelanti nel campo della manutenzione, della sicurezza o dei trasporti pubblici. Tutti invece sappiamo molto bene come le grandi opere scaldino il cuore a chiunque sia impiegato in quelle stanze.
Il Ministero dell’Ambiente sarà sostituito da quello alla Transizione Ecologica. Foto: greenme.it
Un ministero di Serie B
Vent’anni fa, nel 2001, il Ministero all’Ambiente – che sarà sostituito da quello alla Transizione Ecologica – disponeva di un budget pari a circa 2 miliardi di euro. Oggi non può contare neppure su 800 milioni. Inevitabilmente, alla riduzione dei fondi è seguito un drastico abbassamento delle competenze. Di fatto, al giorno d’oggi è un dicastero minore. Nonostante clima e ambiente siano parole sulla bocca di tutti e i cambiamenti dovuti al global warming siano già arrivati al nostro uscio.
Nell’equilibrio del potere, la scrivania dell’ambiente è spesso stata assegnata a rappresentanti di second’ordine, sovente per accontentare questo o quel partito che avevano contribuito al trionfo elettorale. Piuttosto di rado la sua titolarità è stata davvero stabilita in base alle competenze. Non era questo il caso con Sergio Costa, persona attenta e capace ma poi a qualche partitino è venuto il mal di pancia, come ben sappiamo. C’è però anche una nota positiva.
Il governo e la sua responsabilità nella transizione ecologica
La scelta di Draghi, con tutti i limiti che ora analizzeremo, presenta infatti una grande opportunità. Il governo sembra volersi assumere, tramite l’instaurazione del Ministero alla Transizione Ecologica, le proprie responsabilità sul nostro futuro. Se vogliamo giocarcela questa sfida ai cambiamenti climatici, dobbiamo porre il potere decisionale in materia ambientale nelle mani di un solo burocrate. Le competenze in materia sono oggi spezzettate tra vari dicasteri e ciò non agevola certo un’azione rapida, coerente ed efficace.
La lezione di Hulot ci insegna che dobbiamo combattere una dura battaglia per resistere alle forti pressioni di chi ha interessi nel fossile. La lobby del petrolio, infatti, non vuole certo darsi per sconfitta e spera di protrarre quanto più a lungo possibile la sua agonia, in barba al pianeta. Vari ministeri guidati da orientamenti e priorità diverse non hanno alcuna possibilità di vittoria contro un nemico così ostico e organizzato.
Bozza di destinazione dei fondi Recovery Plan per l’Italia. Grafica: ilprimatonazionale.it
I limiti del nuovo dicastero
Il Ministero della Transizione Ecologica riunirà i compiti del Ministero dell’Ambiente e la giurisdizione energetica che fino a qualche giorno fa era nelle mani del titolare del Mise. Ciò naturalmente significa che il nuovo dicastero avrà in sé alcune funzioni precedentemente assegnate allo sviluppo economico ma, simultaneamente, che non ne prenderà il posto in toto. Questo potrebbe essere limitante, mantenendo due polli a razzolare sulla stessa aia.
All’interno del Minambiente esiste già un dipartimento per la transizione ecologica. Esso si occupa, fino a nuova riorganizzazione, di economia circolare, contrasto ai cambiamenti climatici, efficientamento energetico, miglioramento della qualità dell’aria e sviluppo sostenibile. Altri compiti di pertinenza del dipartimento DITEI – possiamo leggere sul sito – sono la cooperazione ambientale internazionale e il risanamento. Queste mansioni dovrebbero ora divenire prioritarie.
Il nuovo Ministero conta di avere a disposizione un ingente budget – parliamo di circa 69 miliardi di fondi Next Generation EU – fin dalla sua nascita. Tali fondi sarebbero destinati alla conversione del sistema produttivo italiano in un modello ben più sostenibile. Energia, industria – e anche lo stile di vita di ogni persona – devono essere meno dannosi per l’ambiente. Questa non è più una novità per nessuno eppure ancora siamo ben lontani dal raggiungere questo risultato. Non è che un bene il fatto che la politica cominci ad occuparsene. Eppure si teme che il dicastero non riesca ad operare all’altezza delle attese. Non solo, ci sono anche voci fuori dal coro le quali sostengono che questo nuovo ministero si riveli un carrozzone, accentrando in maniera imprecisa alcune competenze di altri uffici e fomentando lo spreco di risorse pubbliche.
Dubbi e perplessità
In fin dei conti, dice Davide Tabarelli, presidente di Nomisma Energia, il Ministero dell’Ambiente nel 1986 era nato proprio per guidare la transizione ecologica. Insomma, ci sono luci e ombre su questo nuovo dicastero, il quale ha grandi possibilità ma potrebbe anche finire per trovarsi costretto tra troppi limiti. Si tratta però di quel rischio che accompagna ogni novità, in fin dei conti.
Lo spazio dedicato al Ministero della Transizione Ecologica da Porta a Porta.
Alla guida del nuovo Ministero della Transizione Ecologica
Il titolare del neonato Ministero sarà Roberto Cingolani, fisico 59enne. Si tratta del manager e responsabile dell’innovazione tecnologica del gruppo Leonardo. Il suo ruolo aziendale – espresso in lingua inglese come fanno tutti oggi, per chissà quale motivo – è quello di Chief Technology & Innovation Officer. Oltre alla guida del dicastero gli saranno date anche le chiavi del costituendo Comitato Interministeriale per la Transizione Ecologica.
Roberto Cingolani. Foto: quifinanza.it
Cingolani – grande esperto di nanotecnologie – ha un curriculum di tutto rispetto, che può vantare esperienze in grandi e noti centri di ricerca negli USA, in Giappone e in Germania. Nel 2005 ha fondato a Genova l’Istituto Italiano di Tecnologia (IIT) di cui è stato direttore scientifico prima di entrare in Leonardo. La carriera di Cingolani potrebbe renderlo l’uomo giusto per affrontare il complesso passaggio a quella società sostenibile che l’UE ci chiede di diventare. Potrebbe, appunto.
Anche sulla sua figura, infatti, si addensa qualche dubbio. Leonardo è infatti parte di Finmeccanica, azienda leader nella produzione ed esportazione di armamenti. Si tratta dunque di un uomo che non vive esattamente di salvaguardia del creato, piuttosto che guadagna distruggendolo. Questo aspetto potrebbe essere tutt’altro che marginale. Si tratta di un tecnico molto politico; visto alla Leopolda renziana, al meeting di Rimini organizzato da Comunione e Liberazione e agli incontri pubblici di Gianni Letta e dei Casaleggio.
Naturalmente, è troppo presto per dare un giudizio su Cingolani e il suo neonato ministero. Ci auguriamo naturalmente che serva al meglio il nostro Paese mettendo l’ambiente e la sua tutela davvero al centro della sua opera – e, possibilmente, di quella dell’intero esecutivo – non possiamo però evitare di vedere tutto il quadro, nella sua scomoda interezza.
Il gigante tedesco dell’automobile, Volkswagen, dopo essere incappata nello scandalo delle emissioni truccate sembra aver compiuto una convinta inversione a U. Nel 2015, anno nel quale venne alla luce la triste vicenda del cosiddetto dieselgate, la casa di Wolfsburg non era esattamente inserita tra i costruttori più attenti all’ambiente. Oggi, sembrerebbe avere intrapreso una strada differente. Volkswagen è infatti in procinto di inaugurare il primo impianto interamente dedicato al riciclo degli accumulatori per automobili elettriche. Il sito potrà recuperare componenti dalle batterie esauste. Si stima che soltanto nella fase pilota saranno riciclate circa 3.600 batterie ogni anno, pari a 1.500 tonnellate di materiali.
Nel video di Inside EVs, una spiegazione di quali siano le principali questioni legate al riciclo delle batterie per automobili elettriche.
Nuova vita da batterie non più utilizzabili
Forse non ne siamo consapevoli, eppure un accumulatore esausto è in grado di fornirci materiali che possono essere utilizzati in altre batterie e non solo. Nell’impianto sarà possibile riciclare alluminio, rame, plastica e anche la chimera di ogni accumulatore: la cosiddetta polvere nera, o black powder, in inglese. Essa si ottiene dal nucleo principale – power core – della batteria e contiene materiali molto importanti, in quanto vitali per il funzionamento dell’accumulatore. Si tratta di nichel, litio, manganese, cobalto e grafite. Sono tutti materiali capaci di immagazzinare e trattenere energia, dunque fondamentali per la destinazione d’uso della scatola elettronica situata nel cuore della nostra autovettura.
La possibilità di riciclare batterie per automobili su scala industriale è attesa da tempo. Si tratta di una possibile nuova frontiera per questo settore, capace di abbassare enormemente i rifiuti prodotti dall’automotive.
Inizia l’era delle batterie riciclate?
Il sito di riciclo è già stato attivato. Nel renderlo noto, il costruttore tedesco ha affermato come si tratti di un coerente passo in avanti verso una responsabilità sostenibile. La decisione vuole essere punto di partenza per l’intera catena di valore delle batterie per veicoli elettrici. L’impianto è situato a Salzgitter, cittadina nella Bassa Sassonia, e ricicla esclusivamente batterie che non possono più essere destinate ad altri scopi. Prima di autorizzare il trattamento, infatti, un’analisi stabilisce se l’accumulatore sia ancora sufficientemente potente per avere una seconda vita, ad esempio in un sistema mobile per lo stoccaggio di energia. Pensiamo alle stazioni flessibili di ricarica rapida o ai robot mobili addetti alla ricarica di altri dispositivi.
Nel video di Com’è fatto? Una spiegazione di come si possa riciclare una batteria. Nella fattispecie, si tratta di una batteria tradizionale a piombo-acido ma parte del processo è simile.
“Volkswagen Group Components ha compiuto un ulteriore passo avanti verso la propria responsabilità end-to-end sostenibile. Per quanto riguarda la batteria, componente chiave della e-mobility, stiamo implementando il ciclo sostenibile per i materiali riciclabili. Abbiamo un ruolo pionieristico nell’industria su un tema futuro dal grande potenziale in termini di protezione del clima e approvvigionamento delle materie prime.” Così Thomas Schmall, membro del consiglio di amministrazione del gruppo Volkswagen e responsabile per la divisione tecnica nonché presidente del cda per Volkswagen Group Components.
A sentir lui, la casa automobilistica sarebbe davvero impegnata nell’inseguire una soluzione pulita. Naturalmente, abbiamo imparato negli anni che un conto sono le dichiarazioni altisonanti e un altro gli atti nel concreto. Se però questa intenzione di VW fosse seguita da interventi che vanno nella stessa direzione delle belle parole di Schmall, potremmo veramente trovarci di fronte all’inizio dell’era delle batterie riciclate. Quello degli accumulatori è un grave problema, nell’ambito della mobilità elettrica. Qualora si trovasse la quadra per riutilizzare le batterie invece di doverle smaltire, sarebbe un considerevole passo avanti.
Come funziona l’impianto per la produzione di batterie riciclate?
Da quanto è stato diffuso, sappiamo che, almeno nella fase iniziale, non ci si attendono grandissimi volumi di batterie riciclate. La situazione resterà tale almeno fino alla fine di questo giovane decennio. Nei progetti del sito, però, si parla di un volume operativo che tratti inizialmente fino a 3.600 batterie ogni anno. Negli anni successivi poi, l’impianto potrà essere scalato – come si dice in gergo – per gestire quantità considerevolmente maggiori di accumulatori. Ciò sarà possibile ottimizzando il processo di riciclo. La tecnologia impiegata non richiede la fusione in altoforno – che è un processo a elevata intensità energetica, il quale produce molta anidride carbonica.
L’obiettivo è recuperare – su scala industriale, dunque in considerevoli quantità – materie prime preziose, rare e, spesso, difficili da estrarre. Ben conosciamo le questioni politiche, economiche e sociali che sottostanno all’estrazione di preziosi, ad esempio, nell’Africa continentale. Alluminio, rame, plastiche e tutti quei componenti di cui parlavamo in presentazione, nel primo paragrafo, potranno essere recuperati in ciclo chiuso. L’obiettivo è raggiungere un tasso di riciclo che superi il 90%, sul lungo termine.
Il processo si svolge in questo modo: dapprima si consegnano al sito i sistemi batteria usati ed essi vengono scaricati completamente. Poi li si smantella, introducendoli in un trituratore che li riduce in granuli, dopodiché si lasciano asciugare. La separazione e la lavorazione di ogni singola sostanza si effettuano tramite processi idro-metallurgici. Di questa fase si occupano partner specializzati, mediante impiego di acqua e agenti chimici. Le stime parlano di 1,3 tonnellate di CO2 risparmiate per ogni batteria da 62 kilowattora prodotta utilizzando catodi provenienti da materiali riciclati. Tutta l’energia utilizzata nel processo è rinnovabile.
“I componenti essenziali di vecchie celle della batteria possono essere usati per produrre nuovo materiale catodico. Le ricerche ci dicono che le materie prime riciclate per le batterie sono efficienti tanto quanto le nuove. In futuro vogliamo supportare la nostra produzione di celle per batterie con i materiali che recuperiamo. La domanda di accumulatori – e delle relative materie prime – incrementerà in modo drastico. Possiamo fare buon uso di veramente ogni grammo di materiale riciclato.” Afferma Mark Moller, il responsabile della divisione sviluppo tecnico ed e-mobility in Volkswagen. L’esperto non nasconde certo il suo entusiasmo per la nuova frontiera delle batterie elettriche riciclate.
A quanto narrano in effetti gli studi, le attuali batterie per veicoli elettrici cominciano a calare in prestazioni dopo circa 10 anni. In quel momento, infatti, le loro capacità cominciano a deteriorarsi. È proprio quando la potenza si abbassa troppo che devono entrare in funzione impianti come quello a Salzgitter. Volkswagen vuole essere in grado di recuperare oltre il 90% dei componenti delle batterie (si parla di un’elevatissima percentuale, intorno al 97%); attualmente l’azienda dichiara di riuscire a riutilizzare il 53% di ogni batteria elettrica. La potenza di un impianto come quello in Bassa Sassonia mette il costruttore in grado di balzare fino al 72% di riciclo di ogni singola batteria dismessa. Ci troviamo di fronte a un ottimo primo passo. L’innovazione è tale quando diventa di dominio comune. Attendiamo che anche gli altri costruttori di automobili ora seguano la strada aperta da VW.
Durante il World Economic Forum di Davos, svoltosi quest’anno in formato virtuale, date le note problematiche legate alla pandemia, sono state gettate basi per una interessante iniziativa ambientale. Parliamo di una coalizione a cui hanno aderito oltre 400 aziende che si pone come obiettivo finale la decarbonizzazione di industria pesante e trasporti. Questi due settori contribuiscono largamente al cambiamento climatico.
La coalizione si è data l’accattivante nome di Mission Possible. In tal modo, si vuole fare il verso al celebre film d’azione con Tom Cruise, impegnato a portare a termine varie operazioni considerate impossibili. Clienti, fornitori, banche, azionisti e autorità, tutti questi attori sono coinvolti in Mission Possible. Si punta a raggiungere emissioni nette pari allo zero. Alle spalle ci sono finanziatori importanti quali Bezos Earth Fund e Breakthrough Energy. Il consorzio è un ottimo modo per porre in essere il concetto di stakeholder capitalism di cui tanto si è parlato ultimamente nelle sale del World Economic Forum; almeno sulla carta.
Ascolta il podcast di introduzione all’articolo!
Foto di Bela Geletneky da Pixabay
Davos Agenda 2021 contro il cambiamento climatico
Le fondamenta di questa alleanza furono gettate da Antonio Guterres, segretario generale ONU, al vertice sul clima tenutosi nel 2019. Egli propose per primo di portare l’industria pesante – dal settore siderurgico a quello dei trasporti aerei e marittimi – a ridurre la propria impronta di carbonio abbassando le emissioni di CO2.
Greta Thunberg, la nota attivista ambientale svedese, ha voluto registrare un messaggio per il Forum di Davos. La giovane ha posto l’accento su come si faccia troppo poco per l’ambiente, all’infuori di un grande chiacchiericcio
L’importanza della coalizione per la decarbonizzazione
Dalla comunicazione ufficiale rilasciata dal WEF, si capisce come a Davos vogliano puntare con convinzione su Mission Possible. “La partnership aiuterà un maggior numero di settori industriali a mobilizzare risorse e allinearsi con un maggior numero di organizzazioni. In tal modo accelereremo la corsa verso le emissioni zero. Questa iniziativa aiuterà industrie a utilizzo intensivo di CO2 a raggiungere i loro traguardi e realizzare il cambiamento sistemico necessario per portare a termine il chiaro percorso verso l’abbattimento delle emissioni.”
Si è parlato in apertura di come abbiano aderito a Mission Possible oltre 400 aziende. Ebbene, tra di esse vi sono alcuni nomi i quali, francamente, hanno ben poco a che vedere con la sensibilità ambientale. Ciò non toglie che, ci auspichiamo, potrebbero essere veramente mossi a cambiare le proprie politiche economiche, allineandosi con le aziende che si stanno già muovendo nel concreto per ridurre il proprio impatto sull’ambiente. Alcuni dei brand che hanno aderito alla coalizione – e che ne sono stati nominati guida – sono Arcelor Mittal, Maers e Shell.
Decarbonizzazione: una mobilitazione globale
Da settori hard-to-abate alle emissioni zero
Acciaio, cemento, chimica, alluminio, trasporti navali, aerei e pesanti su gomma; tutti questi settori si contraddistinguono per una peculiarità che li accomuna: inquinano moltissimo. È proprio qui che sta l’importanza di questa coalizione. Potrebbe veramente essere la volta buona che questi giganti dell’inquinamento si alleino per diminuire il proprio impatto ambientale. Se queste industrie divenissero sostenibili, sarebbe un vero e proprio punto di svolta nella battaglia per il clima e il futuro del pianeta. Non potremmo infatti essere troppo ottimisti sulle sorti del global warming, qualora non coinvolgessimo in prima persona gli attori principali delle emissioni, quelli provenienti dai settori cosiddetti hard-to-abate (ovvero che hanno difficoltà a ridurre il proprio impatto ambientale.)
Nel tweet incorporato l’impegno di WEF e delle aziende coinvolte per ottenere emissioni zero al più presto
Naturalmente, gli antefatti sono molto positivi. Quella appena riportata non può che essere una grande notizia per ogni ambientalista, così come per chiunque sia un minimo interessato alle sorti del pianeta su cui abita. Al solito, però, un conto è fare proclami, un altro impegnarsi nel concreto a raggiungere quegli ambiziosi obiettivi che si dichiarano in pubblico.
Bisognerà impegnarsi lungo l’intera catena del valore e della produzione nei settori elencati. Sarà necessario coinvolgere i competitor per stipulare accordi comuni, vincolanti da ambedue le parti, che impegnino ognuno a fare la propria parte di azione climatica. Gli impegni presi a Davos dovranno diventare piani credibili, volti a supportare la decarbonizzazione già in tre anni, a partire dal 2024 come si è messo per iscritto.
“Non si tratta solo di alcune aziende che si vogliono impegnare per il clima. Dobbiamo riunire l’intera catena di approvvigionamento, in modo che ogni settore abbia un incentivo a decarbonizzare. Soltanto così tutti lavoreranno più velocemente per ridurre le proprie emissioni.” Sono le parole di Maria Mendiluce, CEO della coalizione We Mean Business. Nell’illustrare all’agenzia di stampa Reuters il senso di Mission Possible, Mendiluce sintetizza ottimamente la strada che si vuole intraprendere. Non possiamo che augurarci di cuore che questi obiettivi vengano presto raggiunti.
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