Econews: le principali notizie del 18 Aprile

L’Onu lancia l’allarme rifiuti elettronici

Durante una riunione tenutasi a Ginevra nei giorni scorsi, l’Organizzazione Internazionale del Lavoro delle Nazioni Unite ha messo al centro al dibattito la necessità di investire nelle infrastrutture necessarie ad una gestione virtuosa dei rifiuti, in particolare di quelli elettronici che a causa della complessità dei materiali di cui sono composti hanno un impatto ambientale decisamente maggiore. Saremo colpiti “da uno tsunami di rifiuti elettronici” e occorre farsi trovare pronti. Ogni anno ne vengono generati circa 50 milioni di tonnellate all’anno, di cui solo il 20% finisce per essere riciclato tramite i canali ufficiali. Eppure si stima che il valore di questi rifiuti si attesti intorno ai 55 miliardi di euro.

Agricoltura: firmato il decreto Piano Invasi per le risorse idriche

Ad annunciarlo è il Ministro Gian Marco Centinaio. Il piano ha concesso finanziamenti per 260 milioni di euro, indirizzati principalmente alla bonifica delle riserve idriche ed al miglioramento delle infrastrutture irrigue. Il documento si aggiunge all’approvazione del primo Piano straordinario invasi, adottato a Dicembre 2018.

Greta Thunberg invitata in Senato: “Se si vuole agire i mezzi si trovano”

Durante la sua permanenza in Italia la giovane attivista svedese è stata invitata a tenere un discorso anche di fronte al Senato. L’incontro è avvenuto in una sala Koch gremita in ogni ordine di posto. La Presidente del Senato Elisabetta Casellati ha voluto ringraziare Greta con queste parole: “Senza te, senza il tuo coraggio, senza il tuo esempio , cara Greta, la strada per portare i temi ambientali al centro del dibattito politico internazionale sarebbe stata più difficile e tortuosa”. La giovane Thunberg non ha avuto peli sulla lingua neanche questa volta: “ “Kennedy disse ‘andiamo sulla Luna’ e dopo qualche anno ci si andò. Notre Dame è andata a fuoco e in poche ore si sono trovati i soldi per ricostruirla. Quando vogliamo fare una cosa, i mezzi li troviamo. Il problema è che nulla viene fatto per fermare la distruzione del clima”.

Assoambiente: “Le discariche italiane saranno piene entro due anni”

L’allarme è stato lanciato. Assoambiente, durante la presentazione dei risultati di un loro studio, ha dichiarato che entro massimo due anni tutte le discariche italiane saranno colme fino all’orlo. La situazione peggiore è al sud, già in emergenza, ma anche il centro Italia rischia di rimanere senza spazio per i propri rifiuti entro un anno.

Fridays For Future: venerdì Greta sarà a Roma

Finalmente è iniziato il countdown. Venerdì 19 Aprile Greta Thunberg scenderà in piazza a Roma, insieme ai manifestanti di Fridays For Future Italia. La giovane svedese, che già dopo le manifestazioni del 15 marzo aveva espresso il suo apprezzamento per la grande partecipazione mostrata dagli studenti italiani,nelle scorse settimane ha presenziato anche ai cortei che si sono tenuti a Berlino e in Belgio, per mostrare il suo supporto a chi ha deciso di seguire il suo esempio.

La visita in Italia avviene come tappa supplementare di un viaggio, ovviamente via terra, che l’ha portata a parlare anche di fronte all’Unione Europea e che oggi l’ha portata ad incontrare il Papa in Vaticano. Il ritrovo sarà in Piazza del Popolo alle ore 10. Un’occasione più unica che rara per stare con chi, forse, sarà il simbolo della rivoluzione ecologica più importante della storia. Per l’occasione il palco centrale sarà alimentato dalle biciclette dei manifestanti.

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Fuori il report della prima assemblea nazionale di Fridays For Future Italia

In vista dell’arrivo della giovane attivista, e con un occhio puntato al secondo sciopero globale indetto per Maggio, i rappresentati delle divisioni locali del movimento si sono riuniti a Milano. L’incontro è servito a stabilire una serie di linee guida comuni a tutto il movimento italiano. Dopo la conferenza, a cui hanno preso parte anche scienziati di grande caratura, è stato pubblicato un documento di sintesi consultabile al link.

Durante questo incontro, il primo dal vivo, sono state valiati diversi piani d’azione per lo sciopero del prossimo 24 maggio. Si è anche programmata la prossima assemblea nazionale che si terrà a Settembre a Napoli. Sono state 104 le città rappresentate, per un totale di presenza che si aggira intorno alle 500 persone. Per “avviare un il percorso costituente di un movimento globale, pacifico, apartitico e contro ogni forma di discriminazione”.

Al via anche la International Rebellion Week

Già vi avevamo parlato anche di un altro movimento ambientalista transnazionale che sta prendendo piede in Europa e non solo: Extinction Rebellion. Il 15 marzo, a Londra ed in altri 55 paesi, è iniziata la International Rebellion Week. I vari gruppi di attivisti dislocati per le varie città hanno attuato, e continueranno a farlo, delle azioni di protesta per “ribellarsi all’estinzione”. Già disponibili tramite i loro canali social le prime immagini, tra le quali una visita non troppo gradita alla sede londinese della Shell colpevole di “essere consapevole prima di tutti dei rischi legati allo sviluppo di un’econoimia basata sulle fonti fossili”.

La protesta continuerà almeno per una settimana. Ma alcuni esponenti del movimento hanno dichiarato che la “ribellione” continuerà “fino a quando sarà necessario”. Solo durante la prima notte, nella capitale inglese, sono state arrestate più di 100 persone, nonostante una delle principali regole che i membri del movimento sono tenuti a rispettare sia quella della comunicazione non violenta.

A quando delle risposte concrete?

Dopo la lunga coda di iniziative ambientaliste a cui abbiamo assistito negli utlimi mesi, ancora non è giunta nessuna risposta concreta salvo qualche piccola eccezione. C’è ancora troppo silenzio da parte dei media tradizionali verso una causa che andrà con ogni probabilità ad intaccare il futuro del genere umano sul pianeta. Troppa omertà da parte di chi ha contribuito a democratizzare una cultura dell’uso inefficiente delle risorse, dell’usa e getta e del profitto economico sopra ogni cosa.

Le persone vogliono altro. Vogliono difendere l’ambiente ed il futuro dei loro figli. Ne è un’ ulteriore testimonianza la lunghissima lista di iniziative private a cui abbiamo assistito negli ultimi tempi, durante le quali gruppi di persone si sono ritrovare per pulire le spiagge o i parchi. Ecco perché noi seguiremo Greta e continueremo a farci sentire “per tutto il tempo che sarà necessario”.

Greta Thunberg ha parlato ancora di fronte all’Unione Europea

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“Voglio che agiate come se la vostra casa stesse andando a fuoco”. Ha esordito così ieri, il 16 aprile, la giovane attivista svedese, che era stata invitata a parlare di fronte all’Unione Europea, anche per via delle imminenti elezioni. Questa tappa è stata inserita nel viaggio che ha portato Greta Thunberg a incontrare oggi il Papa in Vaticano e che la renderà protagonista della manifestazione di venerdì mattina in Piazza del Popolo a Roma. Ecco il video dell’intervento e la traduzione di alcuni pezzi in italiano.

https://www.youtube.com/watch?v=14w8WC1I3S4

Greta all’Unione Europea: “Votate per i vostri figli e per i vostri nipoti”

“Voglio che agiate come se la vostra casa stesse andando a fuoco. Ho già detto queste parole, e molte persone mi hanno spiegato che questa sarebbe una pessima idea. Una grande quantità di politici mi ha detto che avere panico non porta mai a niente di buono. E io sono d’accordo. Avere panico, a meno che tu non abbia altra scelta, è un’idea terribile. Ma quando la tua casa va a fuoco e vuoi salvarla dalle fiamme, allora questo richiede un certo livello di panico.”

“Siamo nel mezzo della sesta estinzione di massa. E il tasso di estinzione è fino a 1.000 volte più alto del normale, con 200 specie che si estinguono ogni giorno. Erosione di terreno fertile, deforestazione delle nostre grandi foreste, inquinamento tossico nell’aria, perdita di insetti e fauna selvatica, acidificazione degli oceani. Questi sono tutti trend disastrosi, accelerati da un modo di vivere che la nostra parte del mondo, quella che così facendo si è arricchita, riconosce come un diritto a mantenere.”

“La nostra casa sta cadendo a pezzi, e i nostri leader devono cominciare a comportarsi di conseguenza, perché al momento non lo stanno facendo. Se la nostra casa stesse svanendo, dei veri leader non si comporterebbero come state facendo voi oggi. Cambiereste quasi ogni aspetto dei vostri comportamenti, come si fa in un’emergenza. Se la nostra casa stesse cadendo a pezzi non avreste tenuto tre summit di emergenza per la Brexit e nessuno per la catastrofe climatica e ambientale.”

“Presto ci saranno le elezioni europee. E molti di coloro che saranno toccati maggiormente da questa crisi – come me – non hanno il diritto di voto. Né tanto meno siamo in una posizione per prendere decisioni sull’economia, le politiche, l’ingegneria, i media, l’educazione o la scienza. E il tempo che ci serve per educarci a farlo, semplicemente non c’è più. Questo è il motivo per cui milioni di ragazzi stanno scendendo in piazza, scioperando dalla scuola, per accrescere l’attenzione verso la crisi climatica.”

“Dovete ascoltare coloro che non possono votare. Dovete votare per noi, per i vostri figli e i vostri nipoti. Quello che stiamo facendo ora non potrà essere cancellato. In queste elezioni voterete per le condizioni di vita del futuro della razza umana. Eppure le politiche necessarie ancora oggi non esistono. Alcune alternative sono sicuramente “meno peggio” delle altre. E io ho letto che alcuni partiti non vogliono nemmeno che io sia qui oggi, perché vogliono disperatamente evitare di parlare della catastrofe climatica.”

“Fare del vostro meglio non è più abbastanza. Dobbiamo fare tutti ciò che sembra impossibile. E va bene se vi rifiutate di ascoltarmi. Dopo tutto sono solo una studentessa svedese di 16 anni. Ma non potete ignorare gli scienziati, o la scienza, o i milioni di ragazzi scioperanti che non stanno andando a scuola per rivendicare il loro diritto al futuro. Io ve ne prego: non fallite su questo.”

Capsule caffè ricaricabili e compostabili: perchè sceglierle

Il mercato delle monodosi di caffè ha subito un’impennata vertiginosa negli ultimi anni e, come spesso accade in questi casi, questo sviluppo incontrollato e così repentino porta con sè delle problematiche ambientali non da poco. Le capsule da caffè non ricaricabili in cui il prodotto viene confezionato sono infatti difficilmente riciclabili e la loro produzione genera un’alta quantità di gas serra a causa dei materiali di cui sono composte. Spesso non si sa con precisione cosa ci sia dietro ad una minuscola capsula con qualche grammo di caffè, ed è raro che queste svengano smaltite in modo corretto. Parliamo di 10 miliardi di capsule vendute ogni anno nel mondo e di 120 mila tonnellate di rifiuti generate, di cui solo una piccola parte è composta da capsule compostabili. Ad Amburgo, per fare un esempio, ne è stato vietato l’utilizzo negli esercizi pubblici. Proviamo a prendere delle contromisure.

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Di cosa sono fatte le capsule

La maggior parte delle capsule “tradizionali” in commercio sono composte da alluminio e, nei casi peggiori, anche da plastica. L’eterogeneità del materiale rende dunque difficile il loro smaltimento e, per mancanza di sistemi di raccolta dedicati, si finisce per buttarle nell’indifferenziato. La prima cosa da sapere a riguardo è che i processi produttivi di questi materiali inquinano moltissimo ed è quindi consigliabile evitarli il più possibile.

Il loro smaltimento è allo stesso modo molto dannoso per l’ambiente, ragion per cui la soluzione migliore, una volta acquistate, è quella di tentare di riciclarle. Con le capsule tradizionali questa seconda opzione risulta più difficile, eccezion fatta per quelle della Nespresso che, se restituite presso i punti vendita, vengono riutilizzate. Va fatto notare come, riciclando una capsula in alluminio invece che produrne una nuova, si riduca il suo impatto ambientale del 95%.

La soluzione: le capsule caffè ricaricabili o compostabili

Consapevoli del problema, complice anche una richiesta da parte del mercato odierno di prodotti biodegradabili, i produttori non sono stati a guardare ed hanno provveduto a commercializzare delle alternative. La prima e più diffusa è quella delle cialde compostabili. Queste, una volta utilizzate, possono facilmente essere smaltite nel bidone dell’umido così da da conferirgli una seconda vita come fertilizzante per i campi.

https://youtu.be/b4AtkgAe6Mo

In alternativa, per chi volesse anche risparmiare qualche soldo, esistono delle capsule da caffè ricaricabili con il proprio caffè che poi possono essere lavate e riutilizzate o, in alternativa, riciclate. Queste spesso sono infatti composte da una pellicola in alluminio e un contenitore di plastica facilmente divisibili, in modo che possano essere smaltite adeguatamente.

Dove trovare le capsule da caffè ricaricabili o compostabili

Le cialde biodegradabili e quelle “pelabili”, nome tecnico per indicare le capsule da caffè ricaricabili, sono acquistabili facilmente, oltre che dai rivenditori autorizzati, anche online. Tutte le principali marche hanno provveduto a commercializzarle. Basterà quindi consultare il sito della marca desiderata per trovarle.

La speranza è dunque quella di passare progressivamente ad un utilizzo esclusivo delle alternative sostenibili. Per raggiungere questo scopo risulterà fondamentale un cambio di rotta anche da parte dei consumatori. Ridurre la propria impronta ecologica passa inevitabilmente da un cambio delle proprie abitudini di consumo. Anche dal modo in cui decidiamo di farci un semplice caffè.

Caffè e deforestazione

Quando si parla di caffè, o di altre materie prime prodotte in grandi monocolture come l’olio di palma, non si può non parlare di un problema ad esso connesso, ovvero la deforestazione. La domanda di questa bevanda a livello è mondiale è tra le più alte a livello assoluto. Produrne in così grandi quantità genera inevitabilmente dei problemi ambientali. Alti tassi di disboscamento sono stati infatti collegati alla produzione di caffè. Bisogna quindi cercare di fare attenzione anche quando si sceglie la marca da comprare. Vanno sicuramente privilegiati prodotti equosolidali, spesso più costosi. Oppure in alternativa, con una rapida ricerca su internet sarà facile scoprire se la nostra marca preferita rispetti o meno i criteri di sostenibilità ambientale nella commercializzazione del prodotto.

Inoltre la RainForest Alliance ha creato un marchio per certificare i prodotti che operano secondo dei criteri di sostenibilità ambientale. Non tutte le gamme di prodotti di un marchio rispetteranno questi criteri. Basterà leggere l’etichetta e, spesso, evitare il prodotto appartenente alla fascia di prezzo più bassa per mettere mano al problema.

La moka: regina della sostenibilità

Per quanto le capsule da caffè ricaricabili o compostabili possano essere considerate in generale un’alternativa sostenibile, c’è un’altra opzione che non è da meno. E la conosciamo tutti. La cara vecchia moka, infatti, è senza dubbio l’alternativa più ecologica quando si prepara un caffè. Non produce scarti, se non il fondo di caffè che andrà poi buttato nell’umido. Inoltre la mteria prima che utilizziamo ha subito molte meno lavorazioni, che nel caso delle capsule finiscono per alzare la loro impronta ecologica. Anche in questo caso, come spesso accade, basta fermarsi un attimo per riflettere su quello che consumiamo e guardarsi intorno alla ricerca di alternative sostenibili per riuscire ad abbassare il proprio impatto ambientale. Senza neanche dover faticare troppo.

Ecologia del desiderio: un libro per ripensare l’ambientalismo

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Ecologia del desiderio è un libro scritto dal più importante giornalista ambientale italiano: Antonio Cianciullo. Già autore, tra gli altri, di “Soft Economy” e “Dark Economy” collabora con La Repubblica per cui gestisce anche un blog personale su temi ambientali. Personaggio di spicco all’interno del panorama ambientalista del nostro paese porta avanti le sue battaglie da almeno 30 anni. Questo è il suo libro più recente, scritto con l’intento di cambiare la percezione dell’ecologismo da parte dell’opinione pubblica. Compito che viene svolto partendo da una domanda: “Perché l’ambientalismo viene proposto come una tavola biblica di divieti?”

Case più confortevoli, meno traffico e smog, cibi più sicuri, crescita dell’occupazione: si può vivere meglio senza sacrifici


I paradossi dello sviluppo

Sono tanti gli spunti di riflessione offerti dal libro. Soprattutto per quanto riguarda l’assurda e tacita accettazione da parte della collettività di logiche quanto meno discutibili. Uno dei dati che più salta all’occhio durante la lettura è sicuramente quello delle morti causate dall’inquinamento dell’aria: 7 milioni ogni anno. Più di quelle causate da obesità, malnutrizione, abuso di alcol e droghe. Solo in Europa questo dato ci parla di 400.000 morti premature all’anno. Per farla breve “è come se due jumbo venissero abbattuti tutti i giorni nell’indifferenza generale.” – questa la metafora utilizzata dall’autore per esprimere la sua incredulità.

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“Nel corso del Novecento la popolazione si è moltiplicata per 4, l’economia per 14, la produzione industriale per 40, il consumo energetico per 16, le emissioni di CO2 per 17, il consumo di acqua per 9, la pesca marina per 35, l’area irrigua per 5. Mentre le foreste si sono ridotte del 20% e siamo finiti sull’orlo della sesta estinzione di massa nella storia del pianeta


La metafora della diga

In Ecologia del desiderio si prova a rispondere anche ad un’altra domanda che tortura le menti degli ambientalisti. Perché il problema non è percepito con la gravità che merita? E perché, nonostante tutti gli allarmi lanciati dalla comunità scientifica, continuiamo a sostenere un sistema che porterà il pianeta al collasso?

Per farlo ricorre ad un concetto già elaborato da Jared Diamond nel suo libro “Collasso”, ovvero la metafora della diga: “Una comunità vive in una valle ai piedi di un’alta diga, che in caso di cedimento provocherebbe una catastrofe. Quando gli esperti di sondaggi d’opinione chiedono agli abitanti della valle se sono preoccupati per una tale eventualità, scoprono che, com’è ovvio, la paura cresce con l’aumentare della vicinanza con la diga, ma anche che, raggiunta una punta massima, il timore decresce a pochi chilometri dal pericolo fino a sparire del tutto: le persone che abitano proprio sotto la diga, quelle che con maggiore certezza morirebbero se la struttura cedesse, si dichiarano tranquille. Ciò avviene per un meccanismo di rifiuto psicologico: l’unico modo di mantenersi mentalmente sani, pur avendo ogni giorno di fronte agli occhi la diga che incombe, è negare l’eventualità che possa rompersi”.

“Solo un alcolizzato, di fronte ad un medico che diagnostica una probabilità di morte del 90% a causa di un eccesso di superalcolici, continuerebbe ad attaccarsi alla bottiglia”

A chi è davvero convenuto saccheggiare la natura?

In Ecologia del desiderio vengono definiti banditi e li colpevolizza per aver deturpato la natura di ciò che era suo con il solo scopo riuscire a portare a casa il proprio bottino personale. Durante questo processo hanno distribuito alla collettività una parte minima di questi benefici, sedando così l’opinione pubblica. Qualche riga del libro basterà per spiegare meglio cosa intenda l’autore: “Oxfam ha calcolato che nel 2010 erano 388 le persone che detenevano la stessa ricchezza della metà più povera del pianeta. Nel gennaio 2016 questi super ricchi si erano già ridotti a 62. Se nulla cambierà nel 2020 saranno solo in 11 a possedere il 50% della ricchezza mondiale. Ogni paperone avrà lo stesso peso economico di 680 milioni di persone”.

“Insomma per due secoli buoni ci siamo spartiti il bottino della rapina alla natura pensando che fosse moralmente ingiusto nei confronti delle altre specie, ma conveniente dal nostro punto di vista: abbiamo chiuso gli occhi sull’etica e sull’ecologia convinti di ottenere in cambio benefici. Ora abbiamo scoperto che è stato un pessimo affare: abbiamo accumulato un debito insostenibile nei confronti degli ecosistemi da cui dipende la nostra sopravvivenza”

Una svolta ecologica a basso prezzo

Tra i tanti spezzoni in cui viene ribaltata la percezione dell’ambientalismo va sicuramente menzionato quello in cui viene ripreso uno studio di Nicholas Stern, ex chief economist della World Bank. I danni che i cambiamenti climatici potrebbero causare su scala globale nei prossimi 30 anni coinvolgeranno una cifra che potrà variare tra il 5 ed il 20% del Pil globale. Ragion per cui, secondo l’economista, vale decisamente la pena investire massicciamente già da ora per accelerare una transizione ecologica ancora troppo lenta in modo da limitare le perdite. Per farlo, basterebbe dedicarvi una cifra tra l’1 e il 2% del Pil mondiale.

“Con questi fondi si metterebbe in moto una spinta innovativa potente, capace di spaziare dagli edifici a impatto zero alla mobilità a basse emissioni, dall’efficienza energetica alla trasformazione dell’anidride carbonica in materiali da utilizzare nell’edilizia e nella pavimentazione stradale”

Se ci fosse un referendum su scala mondiale la vittoria della scelta green sarebbe probabilmente fuori discussione.

La bioeconomia: un potenziale immenso

Tra le tante note positive del mondo green di cui ci parla Cianciullo in Ecologia del desiderio, vogliamo citare la bioeconomia. Questa, solo in Europa, ad oggi vale 2.000 miliardi di euro e dà impiego a oltre 22 milioni di persone. E non è tutto. Secondo le stime dell’UE a un euro investito in ricerca ed innovazione in questo settore entro il 2025, si potranno ottenere 10 euro di fatturato.

All’interno di questo ragionamento rientra anche un più efficiente utilizzo delle risorse. Alcune delle quali non sfruttate a pieno e quindi in grado di creare ulteriore valore. Secondo Fritjof Capra e Pier Luigi Luisi, autori di “Vita e Natura. Una visione sistemica”, usiamo solo l’8% dei nutrienti di orzo e riso coltivati per produrre birra, e solo il 4% della palma da cui si estrae l’olio. Allo stresso modo per i beni di consumo mobili il valore totale dell’opportunità di risparmio nei materiali offerti dall’economia circolare potrebbe arrivare fino a 700 miliardi di dollari all’anno, ovvero l’1,1% del Pil 2010.

Le vie infinite dell’economia circolare

Opportunità e non restrizioni. Questo il filo conduttore in Ecologia del desiderio. Non poteva quindi mancare qualche esempio del potenziale dell’economia circolare. Ad esempio le possibilità derivanti dagli scarti delle piantagioni di caffè. Basti dire che solo lo 0,2% del caffè che viene faticosamente coltivato, cioè i chicchi, viene commercializzato.

“Se si sviluppasse un sistema di riconversione in funghi o in proteine degli scarti prodotti dalle piantagioni in 45 paesi, si creerebbero 50 milioni di posto lavoro. Lo stesso processo può essere ripetuto anche per altre materie prime come ad esempio lo zucchero di canna, utilizzato al 17% del suo potenziale, e per gli alberi trasformati in carta soggetti ad uno spreco di circa il 70% del materiale rubato a madre natura”. Opportunità su opportunità. Questo è il messaggio del libro. Per “dare una direzione al desiderio invece di rincorrere le paure”.

Econews: le notizie del 5 Aprile

Italia ai primi posti in Europa per l’economia circolare, male tutti gli altri indicatori ambientali

L’Unione Europea ha pubblicato il secondo rapporto sull’applicazione della legislazione ambientale comunitaria. I risultati per il nostro paese sono altalenanti. Sebbene infatti il Belpaese sia riuscito a piazzarsi ai primi posti della graduatoria per quanto riguarda il riciclo dei rifiuti, la situazione è opposta per l’inquinamento dell’aria, delle acque di scarico dei centri urbani e per l’ efficienza delle discariche. Le cause principali di queste mancanze sono riconducibili ad un eccessivo utilizzo dei mezzi inquinanti, la mancanza del rispetto dei piani regolatori europei per i centri di raccolta dei rifiuti indifferenziati, la mancata messa a norma in delle fognature e un’insufficiente efficienza degli edifici dal punto di vista energetico.

Sono 17 le province italiane già al di sopra della soglia di polveri sottili consentite

Secondo il rapporto “Mal Aria” di Legambiente, che studia la qualità dell’aria nelle province italiane, già 17 di queste hanno già superato i limiti massimi consentiti per la presenza di Pm10 nell’aria. Queste le dichiarazioni da parte dell’associazione ambientalista: “La situazione più critica è in Veneto dove tutti i capoluoghi, con l’unica eccezione di Belluno, hanno superato il limite. Le città peggiori al momento sono: Torino; Rovigo; Verona; Cremona e Milano”. Hanno oltrepassato i limiti anche Vicenza, Padova, Venezia, Pavia, Alessandria, Frosinone, Treviso, Ferrara, Mantova, Asti, Brescia, Lodi. Risulta urgente costruire l’uscita dalla mobilità inquinante per contrastare i cambiamenti climatici, ridurre lo smog e rendere più vivibili le nostre città”

Svolta storica in Norvegia: più di 1 bilione di Euro stanziati per sostenere le energie rinnovabili

Il governo norvegese ha detto basta ai sussidi pubblici per i progetti in ambito petrolio e gas. Tutti i fondi che vi erano destinati verranno ristanziati per incrementare gli investimenti nel settore delle rinnovabili. La decisione da parte del paese scandinavo, che segue quella di più di 1.000 fondi di investimento a livello mondiale, contribuirà a sviluppare quindi il settore dell’energia pulita destinato a dominare il mercato in un futuro non troppo lontano. Secondo gli esperti la Norvegia non sarà l’ultima nazione a prendere una decisione del genere, dato il riconoscimento, anche da parte di chi per anni ha lucrato sui combustibili fossili, di una necessità di differenziare gli investimenti anche per una convenienza economica.   

Ecosia: piantare alberi navigando nel Web

Si chiama Ecosia, è stato creato nel 2009 da Christian Kroll, è un motore di ricerca ed ha la sua sede principale a Berlino. L’idea di partenza è molto semplice: reinvestire una parte dei propri profitti per piantare alberi. Le cifre aggiornate sul loro sito web parlano di più di 53 milioni di alberi piantati, 9 milioni di euro investiti in progetti di riforestazione e oltre 7 milioni di utenti attivi. Il risultato: un albero piantato ogni 1,1 secondi. Se infatti i metodi di guadagno sono gli stessi degli altri motori di ricerca, l’utilizzo dei propri profitti è ben diverso. Per riuscirci la startup berlinese si appoggia agli algoritmi di Bing e, per i più diffidenti, pubblica regolarmente dei report sui progetti di riforestazione a cui partecipa. Dall’Indonesia, all’Africa fino al Sud America sono più di 20 le collaborazione oggi attive in tutto il mondo.

Ecosia

Battere la diffidenza

Ma tu ci credi?”. Questa è la domanda che viene posta più spesso, ed è proprio qui che Ecosia ha subito diverse critiche. Soprattutto all’inizio del suo percorso. Mancavano degli organi di verifica e le dichiarazioni da parte del CEO sembravano esagerate. Secondo Kroll la percentuale di profitti reinvestiti si attesta infatti all’80%, una cifra altissima. Allo stesso modo aveva dichiarato che ogni volta che venisse effettuata una ricerca da parte di un utente, Ecosia avrebbe provveduto a piantare un albero. Forse delle esagerazioni, anche perché con numeri così alti ed in costante evoluzione può risultare difficile riuscire ad effettuare un conteggio preciso. Ma oggi i progetti di Ecosia sono sotto gli occhi di tutti, i report con le ricevute fiscali dei pagamenti sono online nel loro sito e le testimonianze, anche video, dei contadini che piantano alberi nelle zone interessate non lasciano più spazio a nessun dubbio.

Come iniziare ad utilizzare Ecosia

Iniziare a piantare alberi grazie alle proprie ricerche su Internet non è mai stato così semplice. Basta scrivere su Google “Ecosia” per trovare il loro sito da cui sarà possibile impostare questo motore di ricerca come predefinito. Disponibile è anche l’estensione per i principali browser (Chrome, Mozilla, Safari e Internet Explorer) ed è quindi facilmente installabile anche in questa modalità. Per chi invece privilegia l’utilizzo dello smartphone, basta collegarsi al proprio App Store per scaricare l’applicazione ed iniziare ad usarlo anche nella versione mobile. Ecosia è quindi a disposizione di chiunque voglia sceglierlo, in tutte le salse.

Da startup a motore di ricerca efficiente e affidabile

Chi scrive lo utilizza ormai da diversi anni, sin da quando non era ancora neanche disponibile in Italiano, e da allora i miglioramenti portati all’efficienza del motore di ricerca sono più che evidenti. Inizialmente solo in lingua tedesca, era quasi impossibile ricercare parole chiave in Italiano ma oggi, grazie anche ad un miglioramento delle tecnologie di Bing a cui Ecosia si appoggia, non è più così e le sue prestazioni, nonostante siano lievemente inferiori di quelle del colosso mondiale Google, sono più che soddisfacenti. La startup ha iniziato a tradurre la propria interfaccia in tutte le lingue più usate al mondo e non sembra intenzionata a fermarsi. Ed i benefici ambientali del loro operato, rispetto a quello dei propri concorrenti, sono incalcolabili.

Perché scegliere Ecosia

Gli ecosistemi che più di tutti sono in grado di assorbire le emissioni di CO2 sono gli oceani, ormai saturi, e le foreste, che stiamo poco a poco distruggendo. Non è fatto mistero di come la deforestazione che sta colpendo il pianeta da decine di anni a questa parte stia contribuendo ad aumentare la velocità degli effetti dei cambiamenti climatici. Senza una diminuzione del tasso di abbattimento di alberi a livello mondiale e un parallelo aumento della quantità di progetti di riforestazione, fermare l’effetto serra sarà molto complicato, se non impossibile. Ecco perché vale la pena scegliere Ecosia. Forse non sarà efficiente esattamente quanto Google ma è un piccolo sacrificio che porta con sé benefici ambientali enormi. Allo stesso tempo, grazie ai suoi progetti, tanti contadini in tutto il mondo sono stati in grado di espandere la propria fonte di reddito. Per un mondo più verde scegliere il proprio motore di ricerca è molto semplice. Un piccolo cambiamento che, se adottato in massa, porterebbe benefici più grandi di quanto si possa immaginare. Ecosia vuole fare la sua parte e tutti possiamo dare una mano.

 

Dove comprare frutta e verdura di stagione

A chi non piacerebbe avere un orto dove fare la propria spesa di verdura oppure un albero da cui cogliere i frutti. Purtroppo però questo richiede, oltre alla disponibilità di un terreno, tanto tempo da dedicarvi. Non ci si improvvisa agricoltori. Serve conoscenza, esperienza e tanta buona volontà. Tuttavia oggi. grazie agli agricoltori digitali e agli stand di aziende agricole a chilometro zero sparse per i vari mercati cittadini, è possibile avere costantemente sulla propria tavola frutta e verdura di stagione di certa provenienza e senza additivi di alcun genere con facilità.

Leggi anche: “Frutta e verdura di stagione per il mese di Aprile”

Sono tante infatti le aziende agricole che mettono a disposizione il proprio terreno e la propria conoscenza per fornire ai propri clienti materie prima di eccelsa qualità e di sicura salubrità.

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Gli stand con frutta e verdura di stagione

Pomodori e zucchine d’inverno che non sanno di niente? No, grazie. Per chiunque voglia adottare uno stile di vita sostenibile la stagionalità degli alimenti è, quasi, un comandamento. Soprattutto oggi che, recandosi in qualsivoglia piazza del paese, è molto facile trovare gli stand di agricoltori che coltivano, e vendono, solo frutta e verdura di stagione. A

lcuni di questi sono indipendenti mentre altri fanno parte di un’iniziativa della Coldiretti che riunisce le aziende agricole che ne fanno richiesta sotto il logo di “Campagna Amica”. Sono 374 i mercati a km zero già operanti nella penisola. A questo servizio l’organizzazione aggiunge anche quello dei gruppi di acquisto solidali oltre alla coltivazione di orti urbani sparsi per il paese.

Sul loro sito web è possibile individuare anche una lista di fattorie, agriturismi e ristoranti certificati. Il criterio primario per essere inclusi in questo progetto è quello di coltivare i propri prodotti in maniera naturale. Nei suddetti mercati sono inoltre presenti anche bancarelle che si occupano di vendita di uova, formaggi e carni, ovviamente sempre a km zero. Un’alternativa decisamente più sostenibile rispetto all’acquisto nei vari supermercati.

Qualora non sia presente un mercato di “Campagna Amica” nella vostra città è ormai molto facile trovare stand o negozietti, magari a conduzione familiare, che hanno scelto la strada del prodotto locale e biologico. Basta informarsi un po’.

I vantaggi del rapporto diretto con l’agricoltore

Il rapporto diretto con l’agricoltore offre sempre ottimi spunti in ambito culinario. La conoscenza che ti possono trasmettere, figlia di anni di lavoro sul campo, è inoltre un altro fattore che fa pendere la bilancia dalla loro parte. Ad esempio, sapevate che le fragole con la punta bianca sono state verosimilmente “colorate” affinché potessero sembrare mature prima del tempo? Sì, quelle che lasciano tracce di rosso ovunque le appoggiate. Il contadino di fiducia lo sa. Quelle coltivate in maniera naturale iniziano a prendere colore proprio dalla punta e una volta immagazzinata questa informazione non vi farete più fregare. Il vostro palato e la vostra salute vi ringrazierà.

Leggi anche: “Come abbattere il 25% delle tue emissioni di CO2”

Altro vantaggio. La frutta e verdura di stagione è molto più saporita e spesso costa anche meno. E poi, per tornare ai pomodori e alle zucchine, se non provate l’emozione di rimangiare queste prelibatezze dopo mesi di trepidante attesa, forse non potete dire di sapere con certezza cosa significhi la parola felicità.

Frutta e verdura di stagione direttamente a casa tua: gli “agricoltori digitali”

La tecnologia e lo sviluppo digitale hanno portato grande innovazione in tanti campi, compreso quello ortofrutticolo. Oltre agli orti urbani e ad altri progetti in cui chiunque può affittare un pezzetto di terra per poi lavorarselo a piacimento, si stanno espandendo anche una pratica che possiamo definire “adozione degli orti”. Tra le realtà in maggiore espansione per l’adozione di un orto vi segnaliamo Ortiamo e YouFarmer.

La prima nasce a Cagli, in provincia di Pesaro, e può contare su un buon numero di aziende agricole affiliate. Ad oggi sono 13 gli agricoltori digitali coinvolti nel progetto, principalmente sparsi per Marche ed Emilia Romagna ma ci sono aziende affiliate anche a Roma. E la quantità di ortisti che vogliono godere dei loro servizi aumenta di stagione in stagione.

YouFarmer, invece, può contare al momento sul partenariato di 6 aziende agricole ed è presente anche a Roma. Entrambe le piattaforme fungono da ponte tra consumatori e fattori, responsabili di offrire solo prodotti stagionali rispettando i tempi della natura.

Verdura ma non solo

Nonostante l’adozione di orti “classici” vada per la maggiore, non sono solo le verdure ad essere coinvolte in questi nuovi processi. All’interno di questi siti, nella scelta del proprio piano, è infatti possibile adottare anche galline, e di conseguenza ricevere le loro uova. Per chi volesse invece adottare un albero da frutto, basta passare dagli agricoltori digitali di Biorfarm. Una piattaforma nata con lo stesso scopo e gli stessi valori ma con un’unica differenza: tramite il loro sito si può infatti adottare un albero da frutto invece di un appezzamento di terra. Biorfarm al momento può contare su 9 aziende agricole sparse per tutta Italia, ma i suoi numeri sono destinati a crescere di pari passo con l’aumento della richiesta di prodotti biologici e salutari.

Come diventare clienti degli agricoltori digitali

Per ognuna di queste alternative è possibile completare una procedura online in cui è possibile decidere il tipo di ortaggi da coltivare, la grandezza del pezzo di terra che si vuole affittare e altri dettagli relativi alla consegna, o al ritiro, dei prodotti. Il prezzo cambierà a seconda di queste variabili e viene corrisposto tramite canone mensile.

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Per chi volesse invece avvicinarsi al mondo dell’agricoltura ma non dispone di un terreno per farlo, Ortiamo offre addirittura la possibilità di contribuire alla coltivazione del proprio orto. Contribuendo con una parte di forza lavoro il prezzo si abbasserà e si potrà godere di un’ottima possibilità per imparare qualcosa sull’arte dell’agricoltura e, perché no, passare qualche pomeriggio all’aria aperta e a pieno contatto con la natura.

Una filiera più corta

Normalmente quando si compra frutta o verdura nei supermercati questa è già passata tra le mani di diversi attori della filiera. Questo rende necessario, molto spesso, l’utilizzo di additivi per far conservare i prodotti più a lungo. A rimetterci sono dunque la freschezza, le proprietà organolettiche dei prodotti ed ovviamente le falde acquifere, che si impregnano delle sostanze sopra citate.

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Va anche aggiunto che negli svariati passaggi della filiera agroalimentare circa 1/3 dei prodotti non vengono venduti, e quindi spesso sprecati, perché non in linea con gli standard estetici dei supermercati. Attraverso la scelta di acquistare solamente negli stand a km zero o tramite l’adozione di un orto si scongiurano dunque diverse problematiche relative alla qualità dei prodotti, all’incertezza della loro provenienza ed allo spreco. Per una scelta più gustosa ed ecologica, che rispetta i tempi della natura.

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Frutta e verdura di stagione per il mese di Aprile: cosa comprare

Nuovo mese, nuova frutta e verdura di stagione. Per una spesa più sostenibile e naturale.

Giunge il tempo di fave, asparagi, carciofi e fragole. Le arance iniziano ad essere off-limits. La lista completa

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Verdure di stagione per il mese di aprile e proprietà benefiche

  • Ravanello: contiene vitamina C, vitamine del gruppo B e sali minerali. Rilassa il sistema muscolare e aiuta contro le affezioni polmonari. Ha proprietà antisettiche e antibatteriche. Depura i reni, stimola la digestione e ha proprietà lassative.
  • Fava: ricca di proteine e fibre vegetali, che abbassano il colesterolo, ed è povera di gassi. Contiene sali minerali, ferra, vitamina B1 e vitamina A, importante per la salute della pelle. Da evitare se si soffre di favismo.
  • Asparagi: hanno proprietà diuretiche e contengono fibre, pertanto sono consigliati in caso di stipsi. I grassi sono quasi nulli. Contengono molti sali minerali come il potassio e sono un’ottima fonte di vitamina C, vitamina A e alcune vitamine del gruppo B.
  • Sedano: ricco di vitamine antiossidanti (A, C, E) e minerali (ferro, magnesio e potassio).
  • Piselli: legumi con una modesta quantità di proteine. Contengono moltissimo acido folico, vitamina indispensabile per il bene del feto e per prevenire patologie cardiovascolari. I piselli sono ricchi di vitamina C e di sali minerali.
  • Patata: ricca di glucidi, vitamine del gruppo B, vitamina C, potassio e oligominerali (rame, ferro, cromo e magnesio).
  • Lenticchie: ricche di proteine, fibre, ferro, magnesio e potassio. Sono molto nutrienti ed energetiche, hanno proprietà antiossidanti e aiutano la concentrazione e la memoria.
  • Erba cipollina: contiene vitamina C e vitamine del gruppo B. Ha un’alta presenza di calcio, magnesio, ferro e fibre.
  • Ceci: fonte di proteine e acidi grassi insaturi come Omega 6. Contengono anche fibre, vitamine del gruppo B e minerali.
  • Verza: ricca di minerali, fibre e vitamina C. L’alto contenuto di acido ascorbico favorisce anche l’azione della vitamina E in esso contenuta. Alta anche la presenza di selenio.
  • Carota: ricca in vitamina A e carotene, molto importanti per la salute della pelle. Ha una buona presenza di sali minerali e vitamine del gruppo B, D ed E.
  • Carciofo: contiene vitamina C, vitamine del gruppo B e vitamina K, utile nella prevenzione dell’osteoporosi. I carciofi sono fonte di ferro e di rame, importanti per la produzione delle cellule del sangue.
  • Cavolfiore: ricco di minerali, fibre e vitamina C. L’alto contenuto di acido ascorbico favorisce anche l’azione della vitamina E in esso contenuta. Alta anche la presenza di selenio.
  • Broccolo Romanesco: ricco sia di carotenoidi sia di vitamina C, è anche una buona fonte di acqua, fibre, antiossidanti e minerali come potassio e magnesio.
  • Broccolo: contiene un’alta quantità di vitamina C e ha pertanto proprietà antiossidanti. Ha un alto contenuto di sostanze fenoliche ed è quindi un alimento con caratteristiche anti-tumorali.
  • Sedano rapa: ricco di vitamine antiossidanti (A, C, E), minerali (ferro, magnesio e potassio).
  • Fagioli piattoni o taccole: sono ricchi di fibre e hanno un bassissimo indice glicemico. Contengono anche sali minerali come il potassio.
  • Patate novelle: sono ricche di glucidi e pertanto favoriscono il senso di sazietà. Contengono vitamine del gruppo B, vitamina C, potassio, e oligominerali come il ferro.
  • Cime di rapa: ricche di ferro, sali minerali e vitamina A.
  • Rucola: presenta vitamina C, potassio, fosforo e ferro. Favorisce la digestione ed è benefica per il fegato.
  • Indivia: ricca di principi attivi è un alimento diuretico e ha un effetto depurativo e disintossicante.
  • Cicoria: ricca di principi attivi è un alimento diuretico e ha un effetto depurativo e disintossicante.
  • Bietola: contiene fibre, vitamine e sali minerali come potassio e ferro.
  • Finocchio: è composto principalmente d’acqua. Presenta minerali come il potassio e contiene vitamina A, vitamina C e alcune vitamine del gruppo B. Aiuta nella digestione, riduce il gonfiore e ha proprietà antinfiammatorie.
  • Spinaci: sono ricchissimi di ferro il cui assorbimento è favorito dalla vitamina C. Presenta anche carotenoidi (pro-vitamina A) e vitamina E. Ha proprietà antiossidanti e ha un’azione benefica sulla salute degli occhi.
  • Aglio bianco e rosso: ha effetti positivi sull’apparato circolatorio. Aiuta a ridurre il colesterolo e a regolare la pressione.
  • Porro: ha proprietà diuretiche e lassative grazie all’alta presenza di fibre e contiene pochissimi grassi.
  • Sedano: composto principalmente da acqua (88%), la restante parte presenta minerali come ferro e potassio, oltre che vitamine antiossidanti (A,C ed E). Ha un effetto diuretico e digestivo.
  • Lattuga: ha un elevato contenuto di fibre e di vitamine (C, B2 ed E). Contiene potassio, il che rende la lattuga una buona alleata per gli sportivi
  • Cavolo cappuccio: presenta vitamine (C, B-carotene, pro-vitamina A) e per questo ha proprietà antiossidanti e anti-tumorali. L’elevato contenuto di fibre contribuisce al corretto funzionamento intestinale.
  • Cipolla: è composta in gran parte da acqua il che la rende un alimento diuretico. Ha una piccola parte di fruttosio che la rende finte id energia. I solforati e i flavonoidi le conferiscono proprietà antitumorali, specialmente per colon, stomaco e prostata.
  • Scalogno: possiede alcune molecole utili per la regolazione della pressione sanguigna, la diuresi, la riduzione del colesterolo e degli stati infiammatori.

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Frutta di stagione per il mese di Aprile

  • Cedri: contengono vitamine e sali minerali che conferiscono loro proprietà digestive, disinfettanti, lassative e anticancerogene.
  • Fragole: contengono sali minerali come potassio e magnesio, ma anche vitamina C che conferiscono proprietà antiossidanti. Hanno poi proprietà antinfiammatorie e antivirali.
  • Frutta in guscio: contiene un’alta quantità di grassi buoni (insaturi e polinsaturi) che sono fonte di Omega 6 e Omega 3. Presenta anche un’elevata percentuale di proteine e vitamine del gruppo B (B1, B2, B6). La frutta secca riduce le infiammazioni e fluidifica il sangue, pertanto è indicata contro fenomeni quali trombosi e aterosclerosi.
  • Kiwi: apporta acqua e fibre ed è un’ottima fonte di Vitamina C. Aiuta le funzioni intestinali prevenendo la stipsi.
  • Limone: ricchissimo di vitamina C, ha un’alta concentrazione d’acqua ed ottimi apporti di sali minerali e antiossidanti.
  • Mela: ha un’alta concentrazione di fibre, il colesterolo è assente. Contiene vitamina C e potassio. La sua fermentazione da parte della flora batterica intestinale può avere un effetto protettivo sullo sviluppo del cancro al colon.
  • Nespola: contiene potassio e magnesio ed è fonte di vitamina A. Ha proprietà astringenti, diuretiche e antinfiammatorie.
  • Pera: contiene vitamine e sali minerali (potassio) e ha un alto contenuto di fibre, per questo è molto saziante. Modula l’assorbimento intestinale dei lipidi e previene i disturbi dell’intestino crasso.
  • Pompelmo: è un agrume con un’elevata quantità di vitamina C e ha pertanto proprietà antiossidanti e ipocolesterolemiche. Contiene anche sali minerali, sopratutto potassio.

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Potrebbero esserci piccole variazioni in base all’esatta regione di provenienza. Per ogni dubbio ci si può sempre rivolgere al contadino di fiducia. Se non ne avete uno, trovatelo. Gli alimenti vegetali consumati in modo sostenibile sono più buoni e, spesso, costano anche meno.

Il nostro consiglio

Il modo più sostenibile di consumare prodotti alimentari è quello di conoscerne l’esatta provenienza. La soluzione migliore sarebbe quella di acquistarli direttamente dai produttori, nei mercati a chilometro zero. Per trovarli potete servirvi del sito della Coldiretti, dove sono indicate le città in cui è già presente il mercato di Campagna Amica. Altrimenti non è ormai inusuale che alcuni alimentari o qualche negozio di frutta e verdura fresca fornisca anche un servizio di consegne a domicilio, specialmente in questi tempi. Segnaliamo inoltre la possibilità di adottare un orto. Valutate anche l’idea di piantare qualche pianta aromatica nel terrazzo o sul davanzale della finestra, possono dare grande soddisfazioni. Così come anche un buon albero da frutto piantato in giardino. Buona spesa!

I signori del cibo: Il lato più buio delle industrie alimentari

I signori del cibo è un libro-inchiesta scritto dal giornalista Stefano Liberti e pubblicato nel 2016 da Minimum Fax. Goffredo Fofi lo ha definito “uno dei migliori, dei rari prodotti del nostro giornalismo d’inchiesta”. Il tema trattato è quello delle industrie alimentari, ree di sacrificare interi ecosistemi per trarre un sempre maggiore profitto da uno dei pochi settori certo di sopravvivere per l’eternità: quello alimentare. Le multinazionali hanno da tempo fiutato quello che l’autore definisce come l’“overpopulation business” e non sembrano intenzionate a fermarsi.

Industrie alimentari: i regni delle aziende-locusta

Con una popolazione mondiale in crescita e una parallela diminuzione delle risorse naturali a disposizione non è stato difficile individuare l’opportunità per chi, da decenni, è abituato a lucrare su danni ambientali. Liberti definisce queste holding “aziende-locusta”. Esse sono il risultato della congiunzione tra industrie alimentari e grandi fondi finanziari. Il libro è diviso in 4 capitoli, ognuno dei quali approfondisce un alimento specifico ma gli stessi problemi sono facilmente riscontrabili anche per la maggior parte degli alimenti in mano alla grande distribuzione.

“Quest’inchiesta cerca di ricostruire il processo che ha portato il cibo a diventare una merce, scambiata sui mercati internazionali da aziende che ne controllano la produzione, la trasformazione e la commercializzazione. Gran parte del settore alimentare è ormai in mano a pochi grandi gruppi, che ne gestiscono meccanismi e modalità di produzione, imponendo le proprie strategie industriali e definendo in ultima istanza il sapore di quello che mangiamo. Si tratta di ditte gigantesche, capaci di far viaggiare i prodotti da un capo all’altro del pianeta, sfruttando le zone dove la manodopera è più economica, le terre più fertili e i controlli meno stringenti.”


Il business del maiale in I signori del cibo

Il viaggio de “I signori del cibo” non poteva che partire da un allevamento intensivo. Liberti si reca a Shuangui, in Cina, dove ha sede il più grande mattatoio del mondo. Lo stabilimento è infatti stato acquistato nel 2013 dall’americana Smithfield Food, leader nel settore della carne di maiale e detentrice di un’ampia fetta del mercato mondiale. “Un affare da qualche decina di miliardi di dollari”. Come tutte le filiere soggette al monopolio di pochi attori anche quella del maiale ha subito un processo di integrazione verticale, tramite il quale l’azienda che ne è a capo ha il controllo di tutta la filiera di produzione: dal mais e la soia necessari a nutrire gli animali, ai capannoni dove vengono allevati fino agli stabilimenti dei contadini costretti a sottostare alle loro regole per non sopperire ad una concorrenza spietata.

Dalla Cina l’autore si sposta negli USA, in particolare in North Carolina e West Virginia dove entra in contatto con i luoghi dove tutto è iniziato grazie allo stesso processo che negli anni precedenti aveva favorito la commercializzazione su scala mondiale della carne di pollo. I metodi di allevamento di animali da carne bianca hanno fatto infatti da apripista per tutte le altre, disponibili oggi in quantità infinite negli scaffali di tutti i supermercati del mondo.

La soia: devastatrice delle foreste

Già definito in passato come “il legume dei miracoli” il Glycine max, meglio noto come soia, può essere utilizzato in un’infinità di modi. Questa sua versatilità non è sfuggita alle grandi industrie alimentari che hanno iniziato a produrne enormi quantità in ogni parte del mondo. L’autore, per questo capitolo del libro “I signori del cibo”, si è recato a Mato Grosso nell’estremo occidente del Brasile. L’ Amazzonia è infatti il posto in cui le monocolture stanno facendo i danni maggiori. “I campi sono squadrati, geometrici, perfetti. E interminabili.” Questa pianta viene utilizzata nei modi più disparati: oli vegetali, cosmetici, carburante, salsa di soia, tofu e tanto altro. “Ma soprattutto è impiegato nell’alimentazione animale. I maiali, i polli, le mucche e persino i pesci cresciuti in acquacoltura sono nutriti con un pappone di cui la soia è uno dei principali ingredienti”. Il legame tra la deforestazione dell’Amazzonia e la carne dei supermercati è dunque indissolubile.

Aerei e pesticidi al posto di agrocoltori

Il Mato grosso, “foresta spessa” in portoghese, oggi non esiste quasi più. É stato rimpiazzato da 7 milioni di ettari coltivati a soia. Se invece si considera tutto il Sud America questo numero sale a 46 milioni: una volta e mezzo la superficie dell’Italia. E, come se non bastasse, nella regione “non c’è neanche un contadino”. Nei campi di soia infatti non c’è quasi manodopera. La semina ed il raccolto vengono fatti con le macchine e i pesticidi s’irrorano con gli aerei. I responsabili sono, oltre ai  soliti sospetti (Bayer, Monsanto, Dupont e Syngenta), le statunitensi Archer Daniel Midlands, Bunge, Cargill e la francese Louis Dreyfus. Queste aziende sono detentrici del 75/90% del mercato di grani e semi oleosi a livello mondiale.

La Cargill, per citare la più grande, è verosimilmente la vera produttrice del caffè che bevi la mattina, dell’olio in cui friggi per non parlare di latte, dolcificanti, carne e cotone. Quest’azienda infatti, non essendo quotata in borsa, non è soggetto a pubblico scrutinio ed è riuscita ad infilarsi in sordina in gran parte dei business più redditizi.

“La vera emergenza non è la sovrappopolazione del pianeta da parte degli esseri umani. La sovrappopolazione riguarda piuttosto gli animali da allevamento: ogni anno vengono uccisi 70 miliardi di animali per l’alimentazione umana. Per nutrire queste bestie dovremo usare un terzo delle terre arabili. Sarebbe sufficiente un cambio delle abitudini alimentari per risolvere d’emblée il problema della carenza delle risorse, della fame nel mondo e della difficoltà di nutrire una popolazione globale in costante aumento”.

Il genocidio del tonno

Dopo aver analizzato il mercato del maiale e della soia Liberti decide di farsi un bel tuffo in mare per fare chiarezza su un altro prodotto decisamente troppo commercializzato: il tonno. Per farlo si reca a Bermeo, nei paesi baschi, dove ha avuto origine la pesca europea del tonno tropicale.

Da qui sono infatti partite negli anni ’50 le “campagne di Dakar”. Da allora i pescatori di questo piccolo centro hanno iniziato a solcare i mari fino alla Liberia e alla Costa d’Avorio. Le tonnellate di tonno pescate in un anno in quell’area si attestano a 5 milioni. Alcune specie sono state dichiarate a rischio estinzione e tutte le altre sono marcate come “sotto stress”. Anche qui sono state le grandi industrie alimentari ad appropriarsi del commercio del tonno in scatola, pescando a rotta di collo ovunque ce ne sia disponibilità: dal Pacifico, all’Atlantico fino all’Oceano Indiano. Ad assorbire il 50% della produzione sono gli Stati Uniti e l’Unione Europea.

Chi sono i responsabili

L’UE spende ogni anno circa 130 milioni di euro per permettere alle sue navi di svuotare i mari di paesi terzi. Dal 1994 al 2006 l’Europa ha erogato 4,4 miliardi di euro in favore dell’industria della pesca. Gli accordi firmati coi paesi terzi permettono di fatto ai pescherecci europei di poter pescare all’infinito. Oggi nel mondo ci sono più di settecento mega-pescherecci che cacciano il tonno ogni giorno. Inquietanti sono anche i metodi di conservazione.

La carne viene bollita almeno due volte facendole perdere così tutto il suo vero sapore, che le viene poi restituito con l’olio d’oliva. Basta infatti acquistare una scatoletta di tonno al naturale per restare interdetti dalla sua totale mancanza di sapore. Lo sforzo di cattura è decisamente maggiore delle capacità riproduttive degli animali. L’unico metodo di pesca sostenibile per il tonno, e non solo, è la lenza a canna: il metodo meno utilizzato al mondo. Anche in questo caso l’autore non si risparmia quand’è il momento di fare nomi. A controllare l’industria del tonno sono la Thai Union, l’italiana Boston Alimentari e i coreani di Dongwon.

“La risorsa non è inesauribile. Inoltre è assurdo che un tonno pescato nel Pacifico venga congelato, bollito due o tre volte e fatto viaggiare su un aereo fino all’altro capo del pianeta per finire in una scatoletta che viene venduta a meno di un dollaro”.

Il pomodoro: dalla Cina all’Italia e non solo

Che la Cina sia diventata la più grande produttrice di pomodoro non sorprende. Come in gran parte dei settori, anche in questo caso il gigante asiatico ha assistito ad una crescita esponenziale della sua produzione. L’immensa regione dello Xinjiang, in inverno freddissima, durante i mesi estivi ha un clima ideale per la coltivazione dei pomodori e la manodopera a basso costo sicuramente non manca. In quest’area risiedono quindi le più grandi industrie alimentari del concentrato di pomodoro, che viene poi esportato in tutto il mondo. Anche in Italia alcune aziende comprano questo prodotto per poi ritrasformarlo e rivenderlo con tanto di marchio “made in Italy”. Gran parte delle esportazioni avvengono in Africa, vera patria del consumo di concentrato di pomodoro.

La questione caporalato

Parlando dell’”oro rosso” l’autore non poteva dimenticare la questione del caporalato nel sud del nostro paese, e gli dedica infatti l’ultima parte del libro. Paghe irrisorie, ovviamente in nero, e condizioni di lavoro pessime sono una prassi per gran parte delle marche di salsa di pomodoro che troviamo negli scaffali dei supermercati. E acquistandole non possiamo che incentivare questo processo che mina i diritti i civili dei lavoratori e incentiva la creazione di monocolture, capaci come poco altro di mettere sotto stress un terreno agricolo.

Il messaggio de “I signori del cibo”: boicottare le grandi industrie alimentari

Dietro gran parte dei prodotti che troviamo nei supermercati a prezzi irrisori ci sono le grandi industrie alimentari, responsabili di un’ampia fetta dei danni ambientali a cui abbiamo assistito negli ultimi 50 anni. Meno costerà un prodotto più sarà probabile che il vero prezzo ricada sull’ambiente o sui diritti dei lavoratori. Da qui la necessità, secondo e Liberti e non solo, di cambiare le nostre abitudini verso un consumo più responsabile: prodotti locali, filiere corte e acquisto diretto dai piccoli produttori. Questo sistema non solo indebolirebbe le “aziende-locusta” ma contribuirebbe anche ad una redistribuzione della ricchezza e delle quote di mercato di questo settore, con tanto di grossi benefici per l’ambiente.

Qualche domanda da porsi grazie a “I signori del cibo”

Produrre cibo per 9 miliardi di persone con metodi insostenibili non ci porterà lontano. Il pianeta non sarà in grado di sopportarlo a lungo. Ed ogni volta che scegliamo il prodotto al prezzo più basso contribuiamo ad alimentare un sistema insostenibile che finisce per arricchire, come se ce ne fosse ulteriormente bisogno, chi sta distruggendo il pianeta. Quando andiamo a fare la spesa, pensiamo a quello che compriamo. Da dove viene? Chi l’ha prodotto ed in quali condizioni? Quante risorse sono servite per farlo arrivare su quello scaffale? A chi sto realmente dando i miei soldi? Una volta che si saranno date le risposte a tutte queste domande scegliere, almeno per noi, è più facile di quanto si pensi.