In Vietnam alluvioni con pochi precedenti

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Stessa storia, posto diverso. Siamo in Vietnam, un Paese dalla storia millenaria largamente spazzata via da una guerra violentissima, che ha procurato ferite ancora oggi aperte e pulsanti. Oggi, nel 2020, la popolazione vietnamita deve fare i conti con un atro fenomeno che rischia di cancellare quello che negli anni è stato faticosamente ricostruito: i cambiamenti climatici e le alluvioni ad esso collegate.

L’eccezionalità delle alluvioni in Vietnam

Ottobre è il mese delle piogge nel sud-est asiatico, ed è così da 10 mila anni, ovvero da quando la temperatura media terrestre si è mantenuta stabile con un’ oscillazione massima di un grado centigrado. Quest’anno le alluvioni hanno causato la morte di più di 100 persone dall’inizio di ottobre e centinaia di migliaia di sfollati. Non fosse per un’anomalia climatica sarebbe alquanto strano che quest’anno la stagione dei monsoni avesse colto la popolazione vietnamita così impreparata.

La parte più colpita è stata il Vietnam centrale, e maggiormente la provincia di Hue. Due tempeste entrambe di portata sei volte maggiore rispetto alla norma hanno allagato le 136 mila case presenti nell’area e hanno forzato 90.000 persone all’evacuazione. Michael Brosowski, il fondatore di Blue Dragon, un’organizzazione non governativa che aiuta le famiglie in difficoltà ha rivelato al Guardian che Hue deve interfacciarsi ogni anno con le inondazioni e i residenti vivono in modo da essere preparati a qualunque disastro. La portata e la velocità delle tempeste di quest’anno, però, sono scioccanti. Gli abitanti, ora, dovranno cominciare tutto da capo.

Un campo militare di Quang Trị, una struttura che dovrebbe essere provvista di tutti i sistemi di sicurezza necessari, è stato teatro di morte per 14 soldati, che sono stati travolti da una frana. Altri otto sono al momento ancora dispersi. “Queste devastanti inondazioni sono tra le peggiori che abbiamo visto da decenni”, ha affermato Nguyen Thi Xuan Thu, presidente della Red Cross Society vietnamita.

Le associazioni umanitarie, unitamente al governo, si stanno occupando di fornire cibo, acqua, rifugio e indennizzi alle migliaia di persone che, nel giro di qualche giorno, ne sono rimaste prive. Il tutto tramite barche ed elicotteri, visto che l’altezza dell’acqua in alcuni luoghi ha superato i 3 metri.

Non solo inondazioni: il futuro del Vietnam

Come per tutti i disastri naturali, i danni alle persone e al territorio non si possono calcolare soltanto nel breve tempo. Inondazioni di questa portata devastano campi coltivati e allevamenti, allagano ristoranti e attività commerciali, costringono migliaia di persone a lasciare le loro città per mesi o anni, forse anche per sempre, per stabilirsi in luoghi dove non hanno casa, lavoro, famiglia.

Queste condizioni peggiorano la già compromessa situazione causata dalla pandemia di Coronavirus. Non tanto per l’incidenza dell’epidemia in sé, che sembra aver risparmiato il Vietnam dalla strage di morti e l’alto numero dei contagi che stanno interessando altre nazioni. Le autorità hanno infatti segnalato soltanto 1.141 casi di Covid e 35 decessi.

Il danno più grave del virus in Vietnam è dato piuttosto dalla quasi totale assenza dei milioni di turisti che ogni anno calcavano le strade vietnamite, riempivano hotel e ristoranti, sostentavano le guide turistiche locali. E ora le alluvioni hanno dato il colpo di grazia.

Alluvioni e cambiamenti climatici

Come ricordiamo spesso nei nostri articoli, le forti e numerose alluvioni registrate negli ultimi anni non sono solo comuni fenomeni “naturali”. Sono invece dovuti ai cambiamenti climatici direttamente causati dalle attività umane. Il caldo, infatti, causa un aumento di vapore acqueo nell’aria e un accumulo di energia che favorisce la formazione di violenti nubifragi.

Come dimostra questo grafico di Our World in Data i disastri naturali sono molto aumentati negli ultimi decenni.

vietnam alluvioni

Dal periodo 1980-1999 a quello 2000-2019 i disastri naturali si sono quasi duplicati, passando da 3,656 eventi a 6,681. Tra questi spiccano le grandi alluvioni, che da 1.389 sono diventate 3.254. Con una curva analoga l’incidenza delle tempeste è cresciuta da 1.457 a 2.034. Nonostante l’implemento delle misure di sicurezza e precauzione, i 7.348 eventi catastrofici accaduti tra il 2000 e il 2019 hanno causato 1,23 milioni di morti e hanno colpito 4,2 miliardi di persone, con una perdita in termini economici di circa 2,97 trilioni di dollari.

Il mio viaggio in Vietnam

La mia memoria è molto breve e selettiva. Per questo credo che tutto ciò che vi resta impresso abbia per me un significato importante. Ricordo, per esempio, di camminare per le strade sterrate nella remota provincia di Hue. Per il nostro viaggio in Vietnam ci siamo spesso affidati a una qualche agenzia turistica, che ci accostava una guida locale. In alcuni casi non era possibile fare altrimenti, poiché esiste il rischio di incappare in qualche mina inesplosa degli anni ’70.

Ci hanno raccontato che talvolta animali selvatici o d’allevamento, ma anche purtroppo bambini che giocano nei campi, ne subiscono lo scoppio. Questa volta, vuoi per l’ennesimo prezzo turistico proibitivo, vuoi perché ci trovavamo in un luogo dai percorsi ben indicati, abbiamo deciso di visitare in autonomia un’area che è rimasta per sempre impressa nella mia mente e nel mio cuore.

Le alluvioni cancelleranno la storia?

Ci trovavamo proprio nella provincia di Quảng Trị (dove si trova l’edificio militare di cui abbiamo parlato nel paragrafo precedente), sopra al complesso di tunnel dove gli abitanti del villaggio di Vịnh Mốc e le loro famiglie si sono nascosti per anni dalle bombe americane. Sono scesa passando per una delle porte, ma dopo qualche passo ho desistito. Il passaggio era stretto, buio, e trasudava una storia orrenda, il cui peso era troppo grande per le mie deboli e viziate spalle occidentali.

Decido quindi di rimanere all’esterno, percorrendo il perimetro dell’ormai inesistente villaggio. A un certo punto, inaspettatamente, scorgo a lato del sentiero un cratere gigantesco, triste residuo di una di quelle bombe mortifere da cui le persone si nascondevano. Ho capito allora che, in una tale situazione, non poteva esserci passaggio troppo stretto, né troppo buio per evitare di accamparvisi per giorni e anni. Quei tunnel che io ho codardamente evitato simboleggiavano la vita in un mondo di morte, la salvezza nel pericolo, la speranza nella paura.

Mi immagino, adesso, quei tunnel intasati dal fango e quel cratere colmo d’acqua. Penso che sarà impossibile per chiunque visitare Vịnh Mốc da qui a molto tempo. Ecco cos’altro sarà sommerso dalle alluvioni e dai cambiamenti climatici: la storia. E con lei le paure, le ingiustizie e, quindi, gli insegnamenti che la accompagnano.

Estinzione: a rischio orsi polari e squali

La pesca distruttiva e insostenibile sta facendo crollare il numero di squali in molte barriere coralline e, se il riscaldamento climatico continuerà senza sosta, gli orsi polari andranno incontro ad estinzione certa entro la fine del secolo. Questo è quanto riportato in alcuni studi che mettono in luce lo stato di salute di due predatori essenziali per gli ecosistemi marini e terrestri.

Estinzione, cos’è?

Gli studiosi parlano di “annientamento biologico“, miliardi di popolazioni animali sono state perse negli ultimi decenni. L’annientamento della fauna selvatica in un così breve lasso di tempo è il risultato della sesta estinzione di massa ed è più grave di quanto si temesse.

Leggi il nostro articolo: “Giornata mondiale degli Oceani, facciamo il punto”

Gli scienziati incolpano la sovrappopolazione umana ed il consumo eccessivo di risorse. Avvertono che tutto ciò minaccia la nostra sopravvivenza, con poco tempo in cui agire.

Negli ultimi 100 anni si sono estinte quasi 200 specie di vertebrati, circa 2 specie all’anno. Pochi si rendono conto, tuttavia, che in “natura” per raggiungere questi numeri non sarebbe bastato un secolo, ma almeno 10.000 anni. La IUCN (Unione internazionale per la conservazione della natura) ogni anno stila una “red list“. La Lista Rossa IUCN è un indicatore critico della salute della biodiversità nel mondo. 

Molto più di un elenco di specie e del loro stato di salute, è un potente strumento per informare e catalizzare l’azione per la conservazione della biodiversità e il cambiamento delle politiche, fondamentale per proteggere le risorse naturali di cui abbiamo bisogno per sopravvivere. Fornisce informazioni sulla dimensione della popolazione, habitat ed ecologia, minacce e azioni di conservazione.

Le estinzioni sono drammatiche ed a lungo termine, poiché tali perdite sono irreversibili e possono avere effetti profondi che vanno dall’esaurimento delle risorse al deterioramento della funzione e dei servizi dell’ecosistema.

Estinzione squali

Un nuovo studio ha scoperto che le pratiche di pesca insostenibili hanno portato a un calo del numero di squali nelle barriere coralline di tutto il mondo, sconvolgendo l’equilibrio ecologico degli ecosistemi marini. In effetti, gli squali sono già ” funzionalmente estinti ” dal 20 percento delle barriere coralline studiate.

Decenni di sfruttamento eccessivo hanno devastato le popolazioni di squali, lasciando notevoli dubbi sul loro stato ecologico. Tuttavia, gran parte di ciò che si sa su questi ultimi è stato dedotto dai registri delle catture della pesca industriale, mentre sono disponibili molte meno informazioni sugli squali che vivono in habitat costieri. 

Gli squali sono parte integrante delle barriere coralline. Agiscono come specie indicatrici (bio indicatori) che forniscono informazioni sulla salute a tutto tondo degli ecosistemi in cui vivono.

Gli ecologi sono preoccupati che la scomparsa degli squali potrebbe potenzialmente innescare un fenomeno chiamato “mesopredator release“, in cui popolazioni di predatori di medie dimensioni aumentano rapidamente negli ecosistemi dopo la rimozione di grandi carnivori. Tali aumenti rapidi possono forzare improvvisi cambiamenti nella struttura degli ecosistemi.

La pesca incontrollata, le ghost net e la perdita degli habitat in cui vivono hanno portato ad un drastico calo delle popolazioni mondiali di squali.

Leggi il nostro articolo: “Galapagos, flotta cinese nella riserva marina UNESCO”

Tuttavia, permangono opportunità per la conservazione degli squali di barriera: santuari, aree chiuse, i limiti di cattura e l’assenza di reti da pesca. Le popolazioni di squali avranno una possibilità di recupero solo se verranno intraprese risposte concrete.

Lo studio pubblicato su Nature

Lo studio ha coinvolto oltre 100 scienziati, che hanno utilizzato una rete di telecamere subacquee in 58 paesi, coprendo 371 barriere coralline, per osservare gli squali nel loro habitat naturale nell’arco di quattro anni. Le 15.000 ore di riprese video hanno mostrato che gli squali erano spariti da quasi una barriera corallina su cinque.

“In un momento in cui i coralli stanno lottando per sopravvivere in un clima che cambia, la perdita di squali di barriera potrebbe avere conseguenze terribili a lungo termine per interi sistemi di barriera. Potrebbe portare gli squali all’estinzione.”

Ciò è quanto dichiara al The Guardian il dott. Mike Heithaus del Dipartimento di Scienze Biologiche della Florida International University, che ha finanziato lo studio.

Forse non è troppo tardi

Ma non è troppo tardi. I ricercatori hanno scoperto che alle Bahamas, negli Stati Uniti, in Australia, nella Polinesia francese ed alle Maldive gli sforzi di conservazione stanno funzionando e gli squali sono in abbondanza. 

Pratiche come il divieto di determinate attrezzature da pesca e la limitazione del numero di squali che possono essere catturati hanno funzionato in queste regioni.

“Ridurre la mortalità a causa della pesca è la chiave per proteggere le popolazioni degli squali esistenti, ricostruire le popolazioni in cui sono diminuite ed evitarne così l’estinzione. Abbiamo scoperto che ci sono diverse opzioni di gestione per ricostruire efficacemente le popolazioni di squali. Tra queste, la messa al bando delle reti da imbrocco, la definizione dei limiti di cattura e la creazione di grandi aree protette o santuari. Dobbiamo davvero muoverci in modo sostanziale verso la conservazione e il recupero nel prossimo decennio, altrimenti saremo in guai seri”. 

Non esiste una soluzione unica per tutti. I paesi devono capire come affrontare al meglio i numeri in diminuzione nei loro territori, comprendendo quali fattori specifici dell’area (o combinazioni di fattori) siano responsabili del declino degli squali, per evitare la futura estinzione di uno dei predatori più importanti in natura.

Estinzione orsi polari

Secondo uno studio pubblicato sul magazine Nature Climate Change, la riduzione dei ghiacci costringerà gli orsi polari (Ursus maritimus) a terra per un periodo prolungato, privandoli della capacità di cacciare cibo e costringendoli a sopravvivere con il grasso accumulato.

Gli orsi polari saranno così costretti a digiunare per periodi più lunghi di quelli attuali mettendo a rischio la loro sopravvivenza, spiega la ricerca secondo la quale a essere maggiormente in pericolo sono i cuccioli, mentre le femmine adulte sarebbero le ultime a perire.

Il sempre più rapido scioglimento dei ghiacci provoca agli orsi polari serie difficoltà nel reperire le risorse necessarie a sopravvivere. La loro estinzione potrebbe avvenire entro il 2100.

Lo studio prende in esame 13 sottopopolazioni (l’80% della totale popolazione di orsi) e calcola l’energia necessaria a questi ultimi per sopravvivere. I dati vengono poi incrociati con le proiezioni al 2100 sui ghiacci, nel caso in cui il riscaldamento climatico procedesse ai livelli attuali.

Il risultato dello studio

Il risultato è che il lasso temporale per cui gli orsi potrebbero essere costretti a digiunare supera quello per cui sono in grado di restare senza cibo. In altre parole morirebbero di fame. Poiché non solo dovrebbero digiunare di più ma si troverebbero ad affrontare non pochi problemi nel reperire cibo quando possibile.

Nei periodi in cui vi è minor probabilità di reperire il cibo, gli orsi si muovono il meno possibile per risparmiare energia. Ma la riduzione dei ghiacci e il calo della popolazione crea problemi anche su questo fronte; allungando i tempi per trovare un compagno, costringendoli a muoversi di più ed a bruciare energia preziosa per la sopravvivenza.

Il destino degli orsi polari è da tempo al centro del dibattito sul cambiamento climatico causato dall’uomo, con gli ambientalisti da un lato e chi nega il problema riscaldamento dall’altro. Gli scienziati replicano mettendo in evidenza come nei precedenti periodi di temperature elevate gli orsi avevano accesso a fonti alternative, che ora non hanno più.

L’estinzione: un fenomeno dalla velocità mai vista

L’impatto antropico sempre maggiore che esercitiamo sul Pianeta terra, direttamente o indirettamente, sta mettendo a dura prova la gran parte delle specie che vivono al nostro fianco. I predatori all’apice delle catene trofiche sono solo un piccole esempio.

Lo sfruttamento incontrollato dei territori, l’inquinamento dei cieli, della terra e degli oceani, sta portando il fenomeno dell’estinzione ad una velocità mai vista. E’ la prima volta nella storia del Pianeta che una singola specie causa l’estinzione di altre e la distruzione del proprio habitat.

E’ necessario che le politiche mondiali inizino a prendere seriamente la crisi ambientale, in tutte le sue forme, prima che sia troppo tardi.

Happy World Reef Day, persi l’80% dei coralli

coralli

Crediti: theday.co.uk

Il 1° giugno si è celebrata la giornata mondiale delle barriere di coralli ma, ad oggi, non vi è proprio nulla da festeggiare. In un Pianeta sempre più devastato dall’incuria umana, sta avanzando una strage silenziosa: la moria delle barriere coralline. E’ ormai assodato che l’incontrollata produzione di anidride carbonica abbia conseguenze fatali sui reef; l’aumento della temperatura e l’acidificazione dei mari sono una combinazione mortale per questi meravigliosi ecosistemi.

I reef e la loro importanza (anche per l’uomo)

Le barriere coralline sono veri e propri ecosistemi ed hanno un valore inestimabile per vari motivi. Sono sistemi complessi e ricchi di biodiversità; costituiti e accresciuti dalla sedimentazione degli scheletri calcarei dei coralli, animali polipoidi che vivono in simbiosi mutualistica con delle alghe unicellulari fotosintetizzanti (Zooxantella).

Le barriere di coralli occupano circa 300.000 kmq nei mari poco profondi di tutto il mondo e solitamente sono situati in acque poco profonde (max 30 metri), proprio per la loro peculiare capacità di fare fotosintesi. Pertanto necessitano di catturare quante più possibili frequenze della radiazione solare. Vi sono anche delle eccezioni, dove la fauna coralligena può arrivare ad 80 metri di profondità.

Leggi anche il nostro articolo: “Sbiancamento dei coralli: il piano per salvarli arriva dalla Florida”

I reef sono importanti barriere che assorbono la potenza di onde e tempeste, mantenendo al sicuro le comunità costiere. La scomparsa delle barriere coralline aggrava la crisi da pesca eccessiva (overfishing), rimuovendo i link nella catena alimentare e privando alcuni pesci e crostacei di un luogo adatto in cui nascere e svilupparsi.

Sono altamente produttivi e creano una quantità di biomassa superiore a qualsiasi altro ecosistema marino, fornendo così un’importante risorsa alimentare per le popolazioni costiere. La quantità di vita che ruota attorno ad un reef di coralli è paragonabile solo a quella presente nelle foreste pluviali. Sono importanti serbatoi di biodiversità, ospitano specie endemiche, presenti solo in quei luoghi, e risultano essere il sito di riproduzione di centinaia di specie animali, molte delle quali sono a rischio di estinzione.

Infine, i reef favoriscono lo sviluppo delle economie locali con il turismo, attirando appassionati di snorkeling e subacquei.

I coralli e la capacità di smaltire CO2

Tutte le grandi estinzioni di massa si sono verificate in seguito ad un massiccio aumento ed accumulo di anidride carbonica nell’atmosfera (dopo un’intensa attività vulcanica, ad esempio). Tali concentrazioni creano un effetto serra ed il conseguente aumento anomalo della temperatura terrestre, la quale comporta cambiamenti climatici e l’estinzione di molte specie.

Ad oggi si parla di 6° estinzione di massa e, per giunta, totalmente perpetrata per mano dell’uomo. Perchè?

Un grafico che illustra quella che si dice sia una correlazione causale tra CO2 e temperatura, con la CO2 come causa. Crediti: Zfacts.com

Nel grafico è riportato in rosso l’aumento dell’anidride carbonica (CO2) a partire dalla rivoluzione industriale fino ad oggi, mentre in blu l’aumento di temperatura.

A partire dal 2018 la CO2 ha raggiunto le 410 parti per milione e non accenna a rallentare, detenendo così il record di concentrazione più alta mai registrata sul pianeta. Oggi giorno questi livelli si manifestano sotto forma di cambiamenti climatici anomali e distruttivi; si prevede che entro 200 anni porteranno alla scomparsa di almeno 1 milione di specie.

Leggi anche il nostro articolo: “Entro il 2100 tutti i coralli potrebbero sparire”

Una delle funzioni più importanti dei coralli è la loro capacità di convertire l’anidride carbonica in roccia. Proprio come le grandi foreste, anche le barriere coralline regolano le concentrazioni di CO2 nell’atmosfera, utilizzandola a proprio vantaggio.

La CO2 sciogliendosi in acqua forma l’acido carbonico, il quale si dissocia e si lega al calcio già presente nel mare, formando il carbonato di calcio: lo scheletro dei coralli.

Esempio di scheletro esterno in carbonato di calcio

Purtroppo i coralli di tutto il mondo stanno registrando un drammatico crollo demografico e, di conseguenza, vi sarà una sempre minore capacità di fissare la CO2. Ciò significa che l’anidride carbonica, prodotta in maniera incontrollata dall’attività antropica, smetterà di essere compensata e porterà a drammatiche fluttuazioni di temperatura negli oceani e ad un aumento dell’acidità dell’acqua.

Il Bleaching dei coralli

Il fenomeno dello sbiancamento dei coralli (o bleaching) si verifica quando l’acqua del mare diventa eccessivamente più calda del normale; tale innalzamento delle temperature porta i coralli ad espellere le Zooxantelle, delle alghe unicellulari che vivono all’interno dei tessuti del corallo e che donano loro le tipiche colorazioni.

Queste alghe, tramite la fotosintesi, provvedono al nutrimento ed alla crescita del corallo in una relazione mutualistica; una volta espulse le alghe, il corallo muore letteralmente di fame. Se lo stress da calore venisse superato in tempo, il corallo avrebbe buone probabilità di ripresa; in caso contrario, gli organismi perirebbero.

Tale fenomeno sta devastando i coralli di tutto il mondo, e la Grande Barriera Corallina australiana ne è l’emblema.

Corallo sano: i coralli e le alghe dipendono gli uni dagli altri. C. stressato: in situazione di stress termico le alghe vengono espulse. C. sbiancato: è vulnerabile e morente. Crediti: NOAA

Metà della Grande Barriera Corallina australiana è stata sbiancata fino alla morte. Tale sbiancamento massiccio è un problema globale innescato dai cambiamenti climatici e quella australiana mostra quanto possa esser esteso il danno: si è stimato che il 30% dei coralli sia morto nel 2016 ed un altro 20% nel 2017.

Gran parte dell’ecosistema marino lungo la costa nord della Barriera Corallina è diventato sterile e scheletrico, con poche speranze di ripresa.

Centinaia di specie marine dipendono da una barriera in salute; questa dona cibo e protezione dai predatori. Se l’ecosistema corallino collassa tutte le centinaia di specie legate ad esso potrebbero andare in contro all’estinzione.

I Coral Gardeners ed il progetto “adotta un corallo”

Crediti: Coral Gardeners

E’ nei meravigliosi mari della Polinesia Francese, precisamente nell’isola di Mo’orea, che nel 2017 nasce la start-up di “Coral Gardeners“; creato grazie alla passione ed al rispetto del mare di giovani pescatori e surfers, il progetto mira alla salvaguardia a lungo termine delle barriere coralline di tutto il mondo.

Grazie ad un programma di recupero, questi “giardinieri del reef” riportano in vita la barriera “piantando” coralli vivi sulla precedente struttura coralligena, ormai morta.

Crediti: Coral Gardeners

Il progetto è strutturato in due parti:

  • aumentare la consapevolezza nelle persone attraverso l’istruzione, i social media e programmi di affiliazione
  • la “ripiantumazione” dei giovani coralli in acqua ad opera di personale specializzato

Inoltre, il progetto ha permesso di:

  • fare passi in avanti nella comprensione di queste creature e dell’ecosistema che sorreggono
  • sviluppare e attuare metodi innovativi di ripristino della barriera corallina (micro frammentazione, colla naturale, banca genetica etc.)
  • migliorare il lavoro di squadra sul campo durante le attività di ripristino della barriera corallina (nuove tecniche per piantare e di monitorare i coralli etc.)
  • monitorare la crescita dei coralli, la sopravvivenza e altri indicatori scientifici che permettano di creare un trend

Per prendere parte alla missione (a distanza), è attiva l’iniziativa di “Adopt corals“, attraverso la quale è possibile adottare un corallo, per la modica cifra di 25 euro, e contribuire così al finanziamento del progetto.

Chasing Coral

Il documentario “Chasing Coral” è un viaggio subacqueo che mira a spiegare e denunciare il fenomeno dello sbiancamento dei coralli e della sua relazione con i cambiamenti climatici.

Il film fa immergere gli spettatori in un universo liquido molto differente da quello che ci aspetteremmo. La vita che solitamente ruota attorno al reef sparisce, i colori lasciano spazio al bianco dei coralli in via di morte e al marrone, predominante in molte barriere, che sta ad indicare un reef ormai irrecuperabile. Predatori e prede lasciano spazio ad un silenzio assordante e ad un ambiente spettrale.

Crediti: OPS – Oceanic Preservation Society

Qui potete trovare il documentario completo; è consigliata la visione a tutti coloro che vogliano aprire gli occhi sulle drammatiche conseguenze delle nostre azioni su ecosistemi delicati come il Reef.

Leggi anche il nostro articolo: “Antropocene – L’Epoca Umana” arriva nelle sale italiane”

Il Dr. Ove Hoegh-Guldberg, che nel 2017 fu uno dei principali consiglieri scientifici di riferimento per il documentario, afferma:

“It’s not too late for coral reefs… indeed, for many other ecosystems that are facing challenges from climate change. It’s still possible to reduce the rate at which the climate is changing, and that’s within our power today.”

“Non è troppo tardi per le barriere coralline … anzi, anche per molti altri ecosistemi che affrontano le sfide del cambiamento climatico. È ancora possibile ridurre la velocità con cui il clima sta cambiando, e questo è in nostro potere oggi. “

Attualmente siamo ormai perfettamente in grado di risalire alle cause embrionali del declino ambientale, eppure, come ci dimostra la storia, non ne facciamo buon uso.

 

Cambiamenti climatici e CoronaVirus: la prova che cambiare è possibile

A parte qualche piacevole aspetto romantico della quarantena obbligata, legati principalmente al tornare in possesso del proprio tempo, ci troviamo certamente a vivere un periodo quantomeno drammatico. Oggi per almeno qualche settimana siamo tutti costretti a rimanere a casa, allarmati, impauriti, perché che con la salute non si scherza siamo tutti d’accordo. Ma non c’è forse un legame tra cambiamenti climatici e corona virus? E perché allora non ci muoviamo allo stesso modo, con la stessa sinergia e determinazione nella lotta ai cambiamenti climatici?

Tutti speriamo che questa rinuncia alla normalità possa servire ad arginare il contagio e consentirci così nel periodo più breve possibile di tornare a condurre la vita così come la conosciamo. Ma qualcosa sarà cambiato. Questo evento ci avrà dimostrato ciò che fino a poche settimane prima sembrava impensabile: che cambiare (anche radicalmente) si può.

cambiamenti-climatici-corona-virus

Il ritorno alla normalità con una consapevolezza in più

Quando l’allarme sarà rientrato e ci sarà di nuovo permesso di uscire di casa e circolare liberamente e indiscriminatamente si parlerà di “ritorno alla normalità”. Sarà una riconquista importante, alla quale si susseguiranno svariate analisi e considerazioni su come si sia intervenuti più o meno tempestivamente, più o meno adeguatamente; ma alla fine dei conti tutti saranno felici di averla scampata e saranno un po’ orgogliosi di aver contribuito, proprio tramite le proprie rinunce, a sconfiggere quella minaccia. Debellare il corona virus o quantomeno non avergli permesso di dilagare sarà un merito condiviso da tutti.

Leggi anche: “Greta Thunberg all’UE: la vostra casa brucia e voi vi arrendete”

Nella memoria collettiva dell’intera popolazione italiana (ma probabilmente lo stesso varrà per tanti altri paesi europei ed extraeuropei) sarà presente il ricordo di questo evento e la consapevolezza che nei casi più difficili siamo in grado di reagire, e di farlo sia individualmente che collettivamente.

Tutto questo non sappiamo ancora quando avverrà. Non ci è dato sapere quanto la quarantena si prolungherà. Ma questo non ci impedisce di attenerci a quanto ci viene detto di fare. Lo si fa perché lo si deve fare, in cambio della promessa della riconquista di quella libertà data tanto per scontato fino ad ora.

Minacce invisibili: i cambiamenti climatici e il corona virus

Difficile da crederci, ma il corona virus ci offre un’opportunità meravigliosa. Per rendersene conto basta smettere di focalizzarsi sul corona virus e iniziare a interpretare quanto sta avvenendo come un monito, una prova generale, un invito a unire le forze per un intento comune: arginare le conseguenze dei cambiamenti climatici causati dall’antropocentrismo più sfrenato.

Leggi anche: “Come abbattere il 25% delle tue emissioni di CO2”

La minaccia dei cambiamenti climatici ha dei caratteri comuni con il corona virus. Entrambe sono: destinate ad acuirsi esponenzialmente con il passare del tempo, tanto subdole e apparentemente impercettibili quanto potenzialmente mortali, e globali. L’unica differenza è che, al contrario del covid19, i cambiamenti climatici interessano più i giovani e meno le fasce più anziane della popolazione.

Crisi è sinonimo di opportunità: l’Italia in prima linea nella lotta ai cambiamenti climatici

Ormai da settimane l’Italia e gli italiani sono sotto gli occhi di tutto il mondo per essere il secondo paese più colpito, sia per numero di contagi che di morti, dopo la Cina. Questo ci sta dando la possibilità di proporci – ahinoi -come uno dei paesi di riferimento per la gestione di questa crisi sociale e sanitaria che riguarda il mondo intero. Da qui l’opportunità.

Chi si interessa di politica sa che l’Italia fatica a trovare spazio tra i grandi del mondo, a far sentire il proprio peso. Facendo tesoro della situazione attuale, il Paese Italia potrebbe assumersi il ruolo di trascinatore nella lotta ai cambiamenti climatici. Potendo ora meglio comprendere quelle che saranno le sfide – quelle sì impossibili – imposte dalle conseguenze dei cambiamenti climatici.

Leggi anche: Onu: “CoronaVirus non distragga dalla lotta per il clima”

Ora consci del fatto che cambiare è possibile, che rinunciare a qualcosa si può, che nessuno è solo nell’affrontare le grandi minacce del suo tempo. Non trarre beneficio e vantaggio da questa situazione sarebbe decisamente un errore. In molti durante questi lunghi giorni di quarantena avranno avuto modo di riscoprire tante belle attività, tra le quali prendersi cura di sé e di ciò che si ha. Proprio questo potrebbe essere uno spunto per far ripartire l’economia messa in ginocchio da questa crisi. Con investimenti finalizzati a un ritorno sociale e ambientale oltre che economico.

Visto che ci siamo e che cambiare si può, ci avventuriamo tanto in là da dire che forse è il caso di ripensare il motto “prima gli italiani”. Rendendolo uno slogan di progresso sociale. Prima gli italiani non per diritti, ma per senso di responsabilità e unione d’intenti. Per essere arrivati prima degli altri a capire in quanto popolo qual è la sfida che ci attende. E fieri, prenderli per mano e accompagnarli in un mondo bello, naturale, vivibile, per tutti, come potrebbe essere quello là fuori, che oggi come non mai è così lontano e così vicino al contempo.

ONU: “Il CoronaVirus non distragga dalla lotta per il clima”

Si è da pochi giorni concluso l’incontro dell’ONU in cui è stato presentato il report sullo stato del clima nel 2019, a cura della World Meteorological Organization. Un documento redatto per fare il punto sull’anno appena passato in tema, neanche a dirlo, di cambiamenti climatici. Il Segretario Generale dell’ONU, Antonio Guterres, ha colto l’occasione per ricordare che, oltre al CoronaVirus, c’è anche un’altra battaglia da combattere, altrettanto pericolosa, e che non va assolutamente messa in secondo piano: quella legata al clima.

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Il contenuto del report

Partiamo, come sempre, dai dati e dal contenuto del report in modo da capire bene ciò di cui si sta parlando.

  • Nel 2019 gli oceani hanno avuto la temperatura media più alta di sempre, con almeno l’84% dei mari che hanno sperimentato ondate di calore sopra la media.
  • Le temperature registrate in giro per il mondo sono state le più alte di sempre, dopo quelle del 2016.
  • Per il 32esimo anno di fila è stata maggiore la quantità di ghiaccio che è stato perso rispetto a quello guadagnato. Questo fenomeno ha fatto sì che il livello dei mari fosse il più alto di sempre da quando sono iniziate le rilevazioni.
  • Il declino del Circolo Polare Artico ha continuato la sua marcia. Lo scorso Settembre – il periodo in cui raggiunge la sua estensione minima – è stato registrato il terzo dato peggiore di sempre.

Leggi anche: “Come abbattere il 25% delle tue emissioni di CO2”

  • La scorsa estate, solo in Francia, le ondate di calore hanno causato 20.000 ammissioni extra negli ospedali e 1.462 morti premature.
  • L’Australia ha appena trascorso il suo anno più “asciutto”, prolungato in maniera ulteriore da una stagione degli incendi apocalittica.
  • Alluvioni e tornado hanno costretto, nel 2019, 22 milioni di persone a lasciare le proprie case, un dato ben più alto rispetto all’anno precedente. Più in particolare ci si riferisce al ciclone Idai che ha colpito il Mozambico, il ciclone Fani che si è scatenato nell’Asia meridionale cui vanno ad aggiungersi l’uragano Dorian nei Caraibi ed altre alluvioni che hanno colpito Iran, Filippine ed Etiopia.
  • L’imprevedibilità del clima e gli eventi meteorologici estremi sono stati un fattore rilevante in 26 delle 33 nazioni che sono state colpite da una crisi alimentare nel 2019. In 12 di queste 26 ne sono stati la causa principale.
  • “Dopo dieci anni di declino costante, la fame nel mondo ha iniziato a crescere nuovamente.” – si legge nel report – “Più di 820 milioni di persone hanno sofferto la fame nel 2018”. I dati, come al solito, non lasciano scampo. La fotografia che esce da questo report è davvero raccapricciante.

Il commento di Guterres sullo stato del clima nel 2019

La reazione più forte, che in parte vi abbiamo già anticipato, è stata proprio quella di Antonio Guterres. Il Segretario Generale dell’ONU non ha fatto nulla per nascondere la sua enorme preoccupazione. “Il cambiamento climatico è la sfida che definirà le sorti della nostra epoca. Al momento siamo ben lontani dal percorso che dovrebbe portarci ad un aumento della temperatura di 1,5/2°C, il target specificato nel Paris Agreement. Il tempo sta scorrendo velocemente e, con lui, le nostre chances di evitare le conseguenze più gravi causate dalla rottura dell’equilibrio terrestre. Dobbiamo proteggere la nostra società. Servono maggiori ambizioni in termini di taglio delle emissioni, di politiche di adattamento e anche nell’individuare soluzioni finanziarie. Occorre arrivare più che preparati a Novembre, quando si terrà la Cop 26 di Glasgow. È l’unico modo che abbiamo per assicurare un futuro più sicuro, prosperoso e sostenibile a tutte le persone che abitano questo pianeta”.

Hoskins: “Il clima è una minaccia ben più grande del CoronaVirus”

Anche il Professor Brian Hoskins, dell’Imperial College di Londra, non ha esitato nell’esprimere la sua preoccupazione: “Questo report è un catalogo dello stato del clima del 2019 e della miseria umanitaria che ha portato con sé; ci indica una minaccia che, per la nostra specie, è ben più grave di ogni virus che conosciamo. Non dobbiamo distrarci dalla necessità di combatterlo, riducendo le nostre emissioni a zero nel più breve tempo possibile”. L’ennesima voce che si aggiunge al coro degli scienziati che, ormai da 30 anni, stanno lanciando campanelli d’allarme da ogni dove.

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Va comunque specificato come, nei giorni scorsi, lo stesso Guterres abbia espresso, eccome, la sua preoccupazione per l’attuale situazione generata dal Corona Virus. Il messaggio che qui ha voluto mandare non riguarda, quindi, una sottovalutazione della problematica. Non si tratta di una gara per definire quale sia il problema peggiore tra clima e CoronaVirus. Entrambe le situazioni vanno affrontate con la massima cautela e con il maggiore impegno possibile.

Guterres: “Il Coronavirus sarà temporaneo. I problemi legati al clima no”

Ciò che, però, voleva sottolineare il Segretario Generale dell’ONU è la differente natura delle due problematiche: “Una cosa è una malattia che tutti prevediamo essere temporanea, come il CoronaVirus, un’altra sono i problemi legati al clima che ci sono da molti anni e rimarranno con noi per decenni. Non sopravvalutiamo la momentanea riduzione delle emissioni. Non combatteremo i cambiamenti climatici con un virus. L’attenzione che deve essere prestata per combattere questa malattia non deve distrarci dalla necessità di sconfiggere il cambiamento climatico e di affrontare tutti gli altri problemi che il mondo sta affrontando. La mia speranza – conclude Guterres – è che le persone saranno in grado di impegnarsi per entrambi gli obiettivi (CoronaVirus e clima) con la stessa forte volontà politica”.

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Parole, queste ultime, che vogliamo sottoscrivere pienamente. Il mondo, Italia su tutti, sta dimostrando che, quando si tratta di affrontare una crisi, cambiare le proprie abitudini, trovare soldi che non sembravano esserci o prendere decisioni impopolari è non solo possibile ma, anzi, ben visto dalla società tutta. La sfida che ci ritroveremo ad affrontare una volta sconfitto il virus sarà ancora più grande e, per certi aspetti, richiederà altrettanto impegno e senso civico da parte di tutti. Non solo dalle istituzioni, troppo spesso ritenute uniche responsabili della crisi climatica in atto. Una buona parte della differenza la facciamo, e la faremo, tutti noi, con le nostre scelte individuali. A poco servirebbero i decreti emanati dalla Presidenza del Consiglio se poi il nostro senso civico non ci spingesse a rispettarli.

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In questi giorni stiamo dimostrando di essere più che in grado di mettere l’interesse collettivo davanti al nostro. Che ci serva da allenamento per quando, tra qualche mese, il nemico da combattere sarà, per certi versi, ben più preoccupante.

I negazionisti all’attacco della COP25

Prima o poi questo momento doveva arrivare. Durante il quarto giorno della COP25 di Madrid, la lobby dei negazionisti ha iniziato a giocare le sue carte. Nella giornata di ieri sono stati svariati gli attacchi fatti alla scienza del clima da parte di diversi esponenti del settore dei combustibili fossili. La Shell, invece, in un incontro organizzato insieme a BP e Chevron, ha provato a fare quello che le riesce meglio oltre ad inquinare: del greenwashing.

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Heartland: la schiera di negazionisti in prima fila della COP25

Rimane oscuro il motivo per cui personaggi di questo tipo siano stati ammessi all’interno della COP25. Ed invece siamo ancora qua a dover fare i conti con uomini bugiardi e corrotti. L’Heartland Institute è un’associazione che è stata più volte collegata ai fratelli Koch, proprietari della seconda più grande azienda privata degli Stati Uniti. Il fatturato del gruppo è di circa 98 miliardi di dollari. Tutti derivanti dai settori più inquinanti: chimica, raffinazione, fertilizzanti, minerario, trading di materie prime, allevamento di bestiame e, ovviamente, energia fossile. Heartland ha organizzato un evento durato 5 ore e mezza, in cui si sono succeduti una serie di interventi raccapriccianti.

L’intervento di William Happer

Su tutti, lo stesso Istituto, si è detto onorato di poter ospitare il dr. William Happer il cui intervento è durato circa 30 minuti. Il Dr. Happer, braccio destro di Donald Trump, ha più volte paragonato il cambiamento climatico ad una “religione” che ormai si basa sulla fede e non su fatti reali. Addirittura è arrivato anche ad affermare che un aumento di CO2 nell’atmosfera può solamente fare del bene agli ecosistemi. Sebbene siano state tante altre le castronerie pronunciate durante questo incontro, ci sembra sufficiente fermarci qua. Puntualizziamo solo come, la maggior parte dei partecipanti all’incontro, sia tra coloro che hanno firmato una triste lettera negazionista, inviata all’ONU, di cui abbiamo parlato in questo articolo.

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Arabia Saudita e Australia: gli altri negazionisti che complicano la COP25

Come se non bastasse l’esercito di negazionisti schierato da Donald Trump,i lavori della COP25 saranno ulteriormente complicati dalla presenza dei delegati di alcuni stati restii alla conversione ecologica, ovviamente spinti da interessi economici privati neanche troppo ben nascosti. Tra questi troviamo l’Australia, paese ricco di carbone, e l’Arabia Saudita, a sua volta ricca di petrolio.

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Il primo ministro australiano, durante un suo intervento, si è rifiutato di attribuire la colpa dell’aumento nell’intensità degli incendi che hanno devastato tutto il Nord Est del proprio continente poche settimana fa, al cambiamento climatico. Si è limitato a dire che “è stata una stagione degli incendi particolarmente violenta e stancante”. I delegati dell’Arabia Saudita hanno invece chiesto all’IPCC, autore dei più autorevoli studi sui cambiamenti climatici su scala mondiale, di effettuare nuove rilevazioni atte alla finalizzazione di un nuovo documento sul reale impatto dei cambiamenti climatici. Richieste ed affermazioni quanto meno singolari e che, francamente, lasciano il tempo che trovano.

Shell, BP e Chevron: a scuola di Greenwashing

Per chiudere il cerchio non potevano mancare altri tre grandi attori del settore dei combustibili fossili: Shell, BP e Chevron. I rappresentanti delle 3 compagnie petrolifere hanno organizzato un incontro per inaugurare la loro adesione ad un piano denominato “Nature Climate Solution”. Nell’ambito di questo programma le tre aziende si sarebbero impegnate ad investire, ognuna, circa 300 milioni di dollari in 3 anni per progetti legati alla riforestazione e all’agricoltura sostenibile. Dei tagli alle emissioni legate alla propria attività neanche l’ombra. Con questi investimenti la Shell, per dirne una, compenserebbe circa il 3% delle emissioni derivanti dalla propria attività.

Il video degli attivisti che hanno protestato pacificamente durante l’incontro di Shell, BP e Chevron

Di fronte a questi dati anche un bambino capirebbe come, quella messa in atto dalle suddette compagnie petrolifere, non sia altro che una strategia di greenwashing. Senza una diminuzione delle emissioni, raggiungibile da queste compagnie solo attraverso una totale riconversione delle proprie attività verso una politica aziendale ad impatto zero, queste aziende rimarranno inequivocabilmente nella lista nera dei grandi inquinatori. Ed il fatto che, durante un evento di tale importanza organizzato dall’ONU, gli venga permesso di fare tutto ciò è, francamente, preoccupante.

Prevista alle ore 18 la Marcia per il Clima con Greta Thunberg

A fare da contrappeso a questo lato oscuro della COP, oltre alla buona volontà di alcuni dei paesi partecipanti come l’Unione Europea e una lunga sfilza di paesi in via di sviluppo, si terrà oggi nella capitale una grande Marcia per il Clima a cui prenderà parte anche Greta Thunberg, giunta a Madrid questa mattina. Oltre ai ragazzi di Fridays For Future prenderanno parte all’evento anche diversi attivisti di XR provenienti da tutta Europa.

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Sembra di assistere al più classico scontro tra bene e male. E, come accade nelle migliori sceneggiature, i secondi sono ricchi, potenti, bugiardi e particolarmente subdoli. Sarà una battaglia lunga ed estenuante ma vale la pena combatterla. In gioco c’è il futuro di tutti.

Gli incendi che stanno devastando la California

Per anni è stato definito il “Golden State”, un paradiso in terra. Oggi la California ha invece sembianze più simili all’inferno, tanto che il San Francisco Chronicle non ha avuto paura ad affermare che “parti della California sono diventate troppo pericolose per abitarci” o, ancora, che ormai “è diventato un deserto invivibile”. In questi giorni più di 200.000 persone sono state evacuate a causa degli incendi che stanno devastando lo stato. Uno scenario a cui i californiani dovranno abituarsi.

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Photo: U.S. Air Force photo/Tech. Sgt. Roy. A. Santana

Dichiarata l’emergenza per gli incendi in California

Gli accadimenti, che ormai sarebbe superficiale definire “sfortunati”, hanno spinto il governatore Gavin Newsom a dichiarare lo stato di emergenza il 27 Ottobre scorso. Migliaia di pompieri sono da giorni al lavoro per spegnere gli incendi sparsi per la California senza che se ne possano vedere risultati tangibili. I roghi più grandi sono quelli scatenatisi a Santa Clarita Valley ed il Kincade Fire nella contea di Sonomy. Sono centinaia di migliaia le persone che sono state costrette a lasciare le proprie case. Nell’ordine dei milioni, invece, il numero di quelle rimaste senza elettricità. I ripetuti blackout hanno infatti spinto la società energetica locale a sospendere i servizi per limitare i danni alle infrastrutture, già altamente danneggiate dagli eventi.

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Lo scopo di questa decisione è anche quello di scongiurare lo scatenarsi di nuovi roghi a causa delle scintille che i cavi elettrici in funzione potrebbero innescare. Nello scorso weekend i venti hanno toccato i 160 chilometri orari contribuendo ad alimentare ulteriormente il fuoco peggiorando drasticamente la situazione. Steve Anderson, meteorologo del National Weather Service assegnato alla zona di San Francisco, ha dichiarato di “non aver mai visto, in 30 anni di servizio, niente di simile”.

Gli incendi della California sono il nuovo normale?

La California non è nuova ad eventi di questo tipo, soprattutto nella stagione autunnale. Il dato più sorprendente riguarda infatti la ridotta portata degli incendi di quest’anno rispetto alle annate passate. La conta dei morti del biennio 2017/18 si attesta a 130. Quest’anno, per fortuna, il numero di vittime è ancora fermo a zero ma i problemi sussistono. Sono moltissime infatti le persone che avevano da poco finito di ricostruire la propria casa e che sono state costrette ad evacuarla di nuovo, nell’attesa di scoprire se questa volta resisterà o meno agli incendi.

Cosa c’entra col cambiamento climatico?

In un report della California Natural Resources Agency, datato 27 agosto 2018, gli esperti hanno confermato che l’inasprimento della stagione degli incendi in California è legata agli effetti del cambiamento climatico. La regione sarà infatti sempre più soggetta a periodi di lunga siccità che causano la morte degli alberi rendendone gli arbusti estremamente secchi. Queste condizioni rendono vaste aree verdi il nido ideale per il proliferare di incendi di questa portata. Se a tutto ciò aggiungiamo l’aumento nella forza dei venti che invadono la California nel periodo autunnale, viene da sé che i roghi diventano difficilmente arginabili proprio per la velocità e l’intensità con cui si espandono in un lasso di tempo relativamente breve.

La spiegazione del Guardian

Per non parlare di ciò che potrebbe accadere nella stagione invernale. Oltre ad essere vulnerabile agli incendi, la regione californiana è stata in passato anche colpita da diverse alluvioni. Questo potrebbe generare grossi problemi in termini di ricollocazione degli sfollati e di ricostruzione delle infrastrutture.

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I soldi non bastano per salvarsi dai cambiamenti climatici

Fino ad oggi il benessere del pianeta è stato di fatto sacrificato in favore del proliferare dell’economia di alcuni paesi. L’ironia della sorte ha voluto che proprio in quella che è la quinta regione al mondo per PIL si manifestassero prima che in altri posti gli effetti dei cambiamenti climatici. Va tuttavia specificato come proprio nel “Golden State” sia già da qualche anno nata una forte coscienza ecologica che ha spinto sia il settore pubblico sia quello privato ad investire ingenti somme di denaro nella green economy, senza che questo sia bastato a salvarli.

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Questa successione di eventi spinge a trarre un’unica conclusione. Con l’avanzare del riscaldamento globale le aree del pianeta più vulnerabili ad esso saranno di fatto inabitabili, poco importa se e quanto la comunità locale avrà agito per risolvere il problema. Siamo di fronte ad un circolo vizioso di ingiustizia sociale che non colpirà solo la California.

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In Zimbabwe, recentemente, sono stati toccati i 51 gradi centigradi ed alcune zone delle Cascate Vittoria, uno dei bacini idrici più importanti dell’Africa, sono quasi a secco. Si tratta della peggiore siccità che ha colpito l’area negli ulitmi 40 anni. Sono 7 milioni le persone che rischiano di pagarne le conseguenze ed alcune di esse lo faranno con la vita. Questo solo per citare due degli avvenimenti più recenti. Siccità, alluvioni, uragani, ondate di calore, gelate o, più in generale, fenomeni atmosferici più marcati. Che ne dicano i negazionisti questi sono tutti scenari ampiamente previsti dagli scienziati e sono legati ai cambiamenti climatici. Vedremo cos’altro dovrà accadere prima che se ne accorgano tutti.

Nuovo report IPCC su cambiamenti climatici e suolo: il riassunto

Il 7 agosto l’ IPCC – Intergovernmental Panel on Climate Change, l’ente più autorevole al mondo in materia di scienza del clima, ha pubblicato la seconda parte del suo report sullo stato attuale di avanzamento dei cambiamenti climatici.

Leggi l’articolo “Più carne più deforestazione: il report di Greenpeace

La prima parte, pubbicata lo scorso ottobre, aveva già avuto un’enorme risonanza. Al suo interno, infatti, gli scienziati avevano affermato come ci restassero solo 12 anni per riuscire a sconfiggere il riscaldamento globale. E proprio quel report aveva dato forza e coerenza ai movimenti ambientalisti che si sono poi generati avvalendosi, appunto, di una credibilità scientifica senza precedenti. In questa seconda parte, invece, l’ente si sofferma sullo stato di salute del suolo. Ed ancora una volta, ad essere identificata come causa principale dei problemi ad esso relativi, sono proprio le nostre abitudini.

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Un ulteriore allarme lanciato dal report IPCC

Una delle più importanti conclusioni a cui sono giunti gli scienziati che vi hanno lavorato è individuabile nella necessità di agire su più aspetti della società e del settore economico per mantenere la temperatura globale al di sotto dei 2 gradi rispetto a quella del 1960. Lo stato di salute del suolo, oggetto specifico di questo report, viene spesso sottovalutato dai meno attenti nella valutazione dell’avanzamento dei cambiamenti climatici.

Leggi l’articolo “Il lago Ciad sta evaporando: le prime vittime del riscaldamento”

Tuttavia questo indicatore è, al pari degli altri, uno dei migliori metodi che abbiamo per valutare il problema nella sua interezza. Terreni poveri di sostanze nutritive e desertificati non favoriscono, infatti, la mitigazione del riscaldamento globale. Sempre secondo il report, inoltre, il 23% delle emissioni di gas serra di origine antropica è generata da un uso scorretto del suolo. Soprattutto per colpa delle aziende operanti nel settore primario.

Tra le attività più inquinanti, a questo livello, troviamo i sistemi di coltivazione intensivi e la produzione di carne e latticini. Tutte queste attività, oltre a rendere necessario l’utilizzo di sostanze chimiche che vanno ad impoverire il suolo, sono anche la principale causa di deforestazione a livello mondiale.

Sicurezza alimentare a rischio

Nell’arco degli ultimi 40 anni, secondo il report IPCC, l’uso di fertilizzanti è aumentato di 9 volte. Il consumo idrico per l’irrigazione è pari al 70% del consumo totale umano di acqua dolce. Allo stesso tempo lo spreco alimentare pro capite è aumentato del 40% arrivando a toccare la spaventosa cifra di un terzo del cibo prodotto a livello planetario. Ancora una volta i dati sono a dir poco allarmanti.

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Il report IPCC individua inoltre quelli che vengono definiti come i 4 pilastri della sicurezza alimentare: la disponibilità, l’accesso, l’utilizzo e la stabilità delle risorse. Tutti questi fattori sono ampiamente influenzati in maniera negativa dall’avanzamento dei cambiamenti climatici. Il rischio che si corre è infatti quello di un grosso calo nel rendimento dei terreni. Un problema che avrà effetti devastanti su problemi come la fame nel mondo e l’avanzamento della desertificazione dei suoli. Tutto questo si tradurrà in una diminuzione della quantità di aree abitabili del pianeta, soprattutto al livello dell’equatore, e quindi in un aumento delle migrazioni da parte di chi queste zone le abita.

Un modello alternativo esiste

Il report è stato pubblicato, con ottimo tempismo, in vista della 14esima Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite per la lotta alla desertificazione, che avrà luogo a Nuova Delhi a Settembre, ma soprattutto della COP25 che si terrà a Santiago del Chile. Stephen Cornelius, responsabile IPCC per il WWF, ha così commentato i risultati del report: “Il modo in cui stiamo oggi utilizzando la terra sta contribuendo al cambiamento climatico, minando la sua capacità di sostenere le persone e la natura. L’agroecologia contadina, l’agricoltura familiare e i piccoli agricoltori devono essere messi al centro dei sistemi agricoli, a differenza dell’agricoltura industriale, che non solo non dà la possibilità di nutrirsi in modo sano e nutriente, ma aggrava anche il cambiamento climatico”.

Leggi l’articolo:” Il tempo dei dubbi è finito. I cambiamenti climatici sono qui, oggi.”

La risposta che ognuno può dare per fare la sua parte è facilmente individuabile. Comprare a km0, ridurre il consumo di carne e latticini e privilegiare la scelta di prodotti stagionali sono tutte contromisure facilmente attuabili e che aiutano a ridurre la propria impronta ecologica. Ogni scelta che prendiamo nei nostri metodi di consumo è, ormai, una scelta politica. Non resta che utilizzare il buon senso.

Il tempo dei dubbi è finito. I cambiamenti climatici sono qui, ora.

Caldo record in quasi ogni parte del mondo, siccità, ghiacciai che si sciolgono ad una velocità mai vista prima, alluvioni e ondate di caldo. Tutti scenari già ampiamente previsti dagli scienziati di tutto il mondo. La causa di tutto ciò è una sola e, come se ci fosse bisogno di tutto questo per confermarlo, si chiama riscaldamento globale. In un’annata che potrebbe passare alla storia come la più influenzata dai cambiamenti climatici, le notizie di eventi estremi che si succedono ogni giorno nei giornali di tutto il mondo non lasciano più spazio ad alcun tipo di interpretazione al di fuori di quella da anni paventata dai climatologi. Il cambiamento climatico esiste e, se niente sarà fatto per contrastarlo, avrà conseguenze terrificanti.

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Giugno è stato il più caldo della storia

Il mese di giugno del 2019 è stato il più caldo mai registrato da quando c’è disponibilità di dati. Ad annunciarlo è stata l’ Agenzia dei Satelliti dell’Unione Europea. I dati che hanno portato a questa conclusione sono stati registrati dal Copernicus Climate Change Service per poi essere analizzati dallo European Centre for Medium-Range Weather Forecasts. La temperatura media in tutta Europa è stata di 2 gradi al di sopra della media con picchi di 6-10 °C in Francia, Germania e nord della Spagna. Gli esperti hanno inoltre espresso la loro preoccupazione per l’aumento della probabilità del verificarsi di simili scenari anche nel prossimo futuro, con un grado di probabilità 5 volte maggiore rispetto alla norma.

La recente ondata di calore ha infranto ogni record in Francia toccando la temperatura più alta mai registrata nel paese (45,9 °C). Alcune zone della Spagna sono state messe in ginocchio da incendi di una portata altamente distruttiva. Il nostro paese viene messo a ferro e fuoco da bombe d’acqua di portata apocalittica. Peter Stott, uno studioso dei cambiamenti climatici del Met Office, ha dichiarato che “un’ondata di calore del genere sarebbe stata più mite di 4°C se si fosse verificata 100 anni fa”. I dati, ancora una volta, non lasciano scampo.

Anche l’Alaska brucia: toccati i 32 °C

Questa serie di avvenimenti preoccupanti non hanno però colpito solamente l’Europa. Nella città più fredda degli Stati Uniti, Anchorage (Alaska), sono stati raggiunti i 32,2 °C. La stessa temperatura della Florida. Il record precedente risale al 1969 quando furono toccati i 29 °C. La temperatura media, in questa stagione, dovrebbe invece essere intorno ai 18 °C. Secondo gli esperti l’aumento della temperatura nella regione, verificatasi negli ultimi anni, è dovuto al riscaldamento dell’Oceano Artico. I dati su scale temporali più ampie ci dicono inoltre che l’intera regione si sta scaldano due volte più velocemente rispetto alla media globale.

Le conseguenze di tutto ciò sono quelle che, ormai e a malincuore, conosciamo bene. Oltre a provocare lo scioglimento di ampie aree di ghiacciai che esistevano da milioni di anni, il clima secco e il caldo, in regioni con una così fitta vegetazione, finiscono per scatenare numerosi incendi. Il che significa un’ulteriore immissione di anidride carbonica nell’atmosfera e una contemporanea perdita di alberi, la migliore tecnologia che abbiamo per contrastare i cambiamenti climatici.

I cambiamenti climatici lasciano l’India senz’acqua

La situazione più preoccupante su scala globale, da un punto di vista umanitario, si sta tuttavia verificando in India. Alcune zone del paese, tra cui la regione del Chennai, sono vittima di un periodo di siccità che dura da più di 200 giorni. Nelle aree più aride sono state toccate temperature al di sopra dei 50 °C. Fiumi e laghi in diverse regioni hanno iniziato a prosciugarsi e la disponibilità di acqua potabile diminuisce di giorno in giorno. Le persone hanno smesso di lavare i vestiti per salvaguardare le poche riserve idriche a disposizione e l’IMD ha dichiarato che la popolazione è a rischio di contrarre malattie gravi indipendentemente dalle fasce d’età. La causa principale di tutto ciò è un ampio ritardo nell’arrivo del periodo delle piogge.

Secondo un articolo comparso sul quotidiano La Stampa, inoltre, le razioni di acqua potabile nella penisola asiatica vengono distribuite solamente ai ricchi, con conseguenze devastanti sulla maggior parte della popolazione più povera. Un’ulteriore riprova di ciò che ha già previsto l’ONU: a salvarsi dai cambiamenti climatici potrebbe essere solamente la fascia più abbiente della popolazione mondiale ovvero proprio quella più responsabile del riscaldamento globale.

Una situazione simile si era verificata anche in Australia nei mesi scorsi, a conferma del fatto che nelle regioni equatoriali avvenimenti di questo tipo capiteranno con sempre maggiore frequenza. Altre notizie di problemi causati dai cambiamenti climatici giungono anche da Cuba, dove le temperature hanno infranto ogni record, così come in Cina. La Russia è soggetta ad alluvioni mai viste prima nel paese. In Messico una tempesta ha lasciato le strade di Guadalajara sotto un metro di ghiaccio. Serve altro?

Guadalajara, Messico. Video. The Guardian

I cambiamenti climatici non sono più un’opinione

Per anni abbiamo dovuto assistere a persone, per lo più mal informate, che parlavano dei cambiamenti climatici causati dall’uomo come di una cosa non certa. Non è bastata una percentuale di climatologi, convinta che il riscaldamento globale esista, che tocca il 97%. Così come non sono bastate le immagini di ghiacciai che si sciolgono a vista d’occhio e la discesa in piazza di milioni di ragazzi in tutto il mondo.

Ora non ci sono più scuse. I cambiamenti climatici stanno iniziando a mietere vittime nelle parti più povere del mondo e non ci vorrà molto prima che inizino a farlo anche nelle altre. Per anni siamo stati avvisati di tutto ciò e per anni ci siamo voltati dall’altra parte, sperando che qualcun altro si prendesse carico del problema. Ma questo non si risolverà da solo. I cambiamenti climatici sono qui, oggi più che mai. E ciò a cui stiamo assistendo è solo un piccolo assaggio di quello che potrebbe succedere nei prossimi 50 anni. Ma abbiamo ancora tempo per metterci una pezza. Non ci resta che iniziare a farlo, in fretta.