EcoNews: le notizie del 14 marzo

Greta Thunberg proposta per il premio Nobel per la pace

Tre parlamentari norvegesi hanno proposto la piccola attivista come candidata al Premio Nobel per la pace. A poche ore da quella che si preannuncia come la più grande manifestazione ambientalista di sempre su scala mondiale, Greta riceve dunque un ulteriore riconoscimento di primo livello. Forse non sarà lei a vincerlo, ma la credibilità del movimento a lei ispirato cresce di giorno in giorno. Ora il 15 marzo è quasi arrivato e si possono già contare 1.693 manifestazioni programmate in 106 paesi diversi. Forse questa volta la politica non potrà restare a guardare. Qui una mappa con una lista di tutte le manifestazione che si terranno domani in tutto il mondo.

Nuovo studio del SIMA sui danni alla salute causati dal trasporto di merci su gomma

Sarebbero 12.000 gli anni di vita persi a causa del trasporto di merci su gomma ogni anno, con un conseguente danno economico che supera il miliardo di euro. Questi i numeri che si evincono dalle anticipazioni di uno studio della Società Italiana di Medicina Ambientale. Lo studio vuole quantificare l’incidenza che i veicoli pesanti hanno sull’inquinamento atmosferico. “Qualunque soluzione in grado di abbattere il trasporto merci su gomma potrebbe generare una diminuzione consistente della mortalità dovuta a inquinamento atmosferico” – queste le parole del presidente dell’associazione Alessandro Miani. Le ennesime a sottolineare la necessità di un passaggio alla mobilità elettrica. Qui il comunicato ANSA.

Firmato protocollo d’intesa per salvaguardare il Santuario dei Cetacei in Liguria

L’ ammiraglio Giovanni Pettorino, comandante generale del Corpo delle Capitanerie di Porto, e Sabrina Airoldi, responsabile dell’Istituto di ricerca Tethys, hanno firmato un protocollo d’intesa per la salvaguardia e la promozione del Santuario dei Cetacei “Pelagos” della Liguria. L’accordo avviene a margine della campagna “Cetacei, fai attenzione! 2.0”. Qui il sito dell’iniziativa.

Avviate le operazioni contro il disastro ambientale causato dalla nave italiana “Grande America”

Nella notte tra il 10 e l’11 marzo la nave “Grande America”, di proprietà di Grimaldi Lines, è andata a fuoco a circa 300 chilometri dalla costa francese. La buona notizia è che i passeggeri sono riusciti a salvarsi, quella cattiva è che la nave trasportava 45 container contenenti materiali pericolosi. Erano inoltre presenti sulla nave 2.200 tonnellate di combustibile per la navigazione, che ora sono dispersi in mare e si stanno avvicinando sempre di più alla costa. La macchia si estende al momento per circa 10 chilometri. La Guardia Costiera francese ha già messo all’opera una nave specializzata nella lotta all’inquinamento dei mari, ma non sarà facile arginare i danni. Qui il sito della Prefecture Maritime de l’Atlantique con gli aggiornamenti.

EcoNews: Le notizie del 13 marzo

Pubblicato il sesto Global Environmental Outlook delle Nazioni Unite

L’ONU ha pubblicato nuovo studio sui danni ambientali causati dalle attività umane. Mentre i ministri dell’Ambiente di tutto il mondo si trovano a Nairobi per discutere sulle possibili soluzioni ai problemi legati al riscaldamento globale, l’ONU avverte che se non verrà trattato il problema con l’urgenza che merita l’Africa, l’Asia e il Medio Oriente potrebbero trovarsi a dover fare i conti con milioni di morti premature entro il 2050. La causa sarebbe da ritrovare principalmente nell’inquinamento delle falde acquifere, in particolare nella resistenza antimicrobica in acqua dolce. Il rapporto sottolinea come si abbiano già la scienza, la tecnologia e le conoscenze finanziarie per avviare una transizione ecologica e punta il dito contro i decisori economici e politici, rei di utilizzare “modelli obsoleti di produzione e sviluppo”. Qui il link ai report.

Istituite 119 nuove zone protette in Emilia Romagna

Il Ministero dell’Ambiente ha approvato la creazione di 119 zone di speciale conservazione nella regione, individuate dalla Rete Natura 2000. Lo scorso 27 Dicembre il Ministro Costa aveva firmato il primo pacchetto di 92 aree protette. Altre 104 sono previste in Campania, sempre all’interno dello stesso progetto. Qui il comunicato ANSA

Aumenta il conteggio delle adesioni al Climate Strike di Venerdì 15 marzo

Diventano 1325 le piazze coinvolte in 98 diversi paesi. A pochi giorni da quella che si prospetta come la più grande manifestazione ambientalista su scala mondiale di tutti i tempi il numero dei luoghi in cui si protesterà continua ad aumentare. In un solo giorno il numero di comuni è aumentato di 116, così come quello dei paesi coinvolti a cui se ne sono aggiunti sei. Qui la mappa degli eventi.

EcoNews: le notizie del 12 marzo

Iniziata la settimana del Climate Strike

Finalmente ci siamo. Al via il countdown per lo sciopero globale indetto dalla giovane Greta Thunberg per protestare contro l’inazione dei governi per limitare i cambiamenti climatici. Il movimento, composto per lo più da giovani che vogliono difendere il proprio futuro, ha già ricevuto l’appoggio dei più autorevoli scienziati di tutto il mondo. Venerdì 15 marzo è finalmente alle porte. Sono già stati organizzati eventi in 1209 città, in 92 diversi paesi. Anche in Italia gli eventi continuano a moltiplicarsi. Qui la lista e la mappa degli eventi per cercare quello più vicino a te.

Appello di Mattarella: “Siamo sull’orlo di una crisi climatica globale”

Durante un suo intervento il presidente della Repubblica Mattarella è tornato ad esprimere la sua preoccupazione per la crisi climatica alla quale tutto il mondo sta andando incontro. “Gli sforzi compiuti nelle conferenze internazionali che si sono succedute hanno, sin qui, conseguito risultati significativi ma parziali e ancora insufficienti.” Queste le sue parole, che consegnano finalmente anche al nostro paese una figura politica di spicco che inizia a parlare del cambiamento climatico con l’urgenza che merita. Qui il comunicato Ansa con le dichiarazioni integrali.

Parte a Bari PinBike: l’app che ti paga per andare in bicicletta

Una possibile rivoluzione nel settore della mobilità sostenibile. Al via nel capoluogo pugliese l’adozione di un sistema che vuole incentivare gli spostamenti in bicicletta, e non solo. Si possono infatti ricevere fino a 20 centesimi per ogni km percorso. All’interno dell’app, sviluppata con un sistema antifrode integrato, anche una sezione dedicata all’economia circolare, al carpooling e ai mercati a chilometro zero. Già vincitrice di diversi riconoscimenti e finanziata grazie ad un bando pubblico, Pin Bike ha già suscitato l’interesse di tantissimi centri urbani nel mondo. Qui il sito dell’iniziativa.

Energia rinnovabile in Italia: a che punto siamo?

L’energia rinnovabile in Italia è senza dubbio il futuro del settore energetico. Ed in Italia, nonostante qualcosa sia già stato fatto, non siamo ancora neanche lontanamente vicini ad utilizzare a pieno il loro potenziale. Secondo gli ultimi dati forniti dal GSE la percentuale di energia che l’Italia produce da energie rinnovabili si attesta al 17,4%. Appena in linea con le direttive europee, già non particolarmente ambiziose. Ad abbassare questa percentuale sono soprattutto i trasporti. La situazione migliora leggermente sull’energia termica. Grazie al riciclo di biomasse, per lo più rifiuti organici, copriamo infatti il 18,88% del nostro fabbisogno termico. Ma il dato migliore arriva dall’elettricità. Il 40% del fabbisogno elettrico in Itaia è composto da energia rinnovabile, in particolare solare, eolico e idroelettrico. Una situazione non drammatica e con numeri in crescita, ma si può e si deve fare di più.

Elettricità: in Italia serve più energia rinnovabile

L’Italia sfrutta già quasi tutto il suo potenziale idroelettrico e stiamo assistendo un costante aumento dell’installazione di pannelli solari e pale eoliche. Il problema più grande per questo settore è lo stato di avanzamento sulla tecnologia degli accumulatori. L’incostanza e la non programmabilità di alcuni tipi di energie rinnovabili è infatti al centro delle critiche dei loro detrattori. Queste grandi batterie stanno tuttavia diventando sempre più sofisticate e non ci vorrà molto per portarle ai livelli desiderati. Questo problema tuttavia non sussiste per quanto riguarda un sistema di autoproduzione; gli accumulatori per quantità di energia più ridotte sono infatti già disponibili sul mercato. Un altro metodo per la produzione di energia con del potenziale non ancora sfruttato sono i “sistemi a pompaggio”, complementari alle centrali idroelettriche e già attivi in altri paesi come la Spagna. Promettenti sono anche i progressi sull’efficienza energetica, che ha già permesso una diminuzione di 40 TeraWatt del fabbisogno nazionale di energia elettrica. Con un aumento della richiesta di energia pulita da parte dei consumatori, una crescita di sistemi di autoproduzione e l’attuazione di politiche decise in questa direzione la transizione è più che possibile.

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Quali critiche per i pannelli solari

Altra critica mossa contro i pannelli solari è quella del consumo di suolo. Ma fortunatamente i tetti delle nostre case costituiscono 15.000 km2 di superfici, cioè circa 27 m2 a persona. Se occupassimo solo il 10% dei tetti del paese con dei pannelli solari riusciremmo a coprire il 9% del fabbisogno nazionale di energia, e nulla ci vieta di utilizzarne una percentuale maggiore. Altro problema troppo dibattuto rispetto alla sua gravità è lo smaltimento dei pannelli. Ma c’è già chi se ne occupa e risponde al nome di “Cobat”, realtà specializzata nel recupero di rifiuti speciali. Quelli di nuova generazione sono inoltre appositamente costruiti per essere smaltiti più facilmente. Altre critiche sono legate all’estrazione di materie prime necessarie alla loro costruzione e sarebbero le più ragionevoli, se non fosse che l’impatto ambientale legato all’estrazione di combustibili fossili o al reperimento di altre fonti di energia è sicuramente di maggiore portata. L’energia solare è dunque amica dell’ambiente, e su questo non ci piove. A maggior ragione nel paese del sole.

Eolico: a che punto siamo?

Passiamo ora all’eolico. Qui il problema del consumo di suolo non esiste. Ne sussistono tuttavia altri, aggirabili. Il principale è la mancanza di una potenza di vento adeguata a produrre enormi quantità di energia in buona parte delle zone del paese. Nonostante il potenziale dell’eolico su terra non sia completamente sfruttato e si possa fare affidamento su un ulteriore miglioramento del suo contributo, ci sono altre tecnologie che mostrano un ottimo potenziale. In Cina e Gran Bretagna le stanno già testando, ed anche in Italia è stato approvato il primo finanziamento per progetti di questo tipo. Esistono infatti degli impianti eolici “offshore”, installabili in mare. Nonostante qualche problema legato alla profondità delle nostre acque e le conseguenti difficoltà relative ad un loro ancoraggio al fondale, esistono degli impianti galleggianti in grado di generare energia sia grazie al movimento delle pale, sia grazie al movimento oscillatorio causato dall’oscillazione dell’impianto. Una soluzione più che percorribile per sfruttare a pieno il potenziale eolico dei venti in mare aperto.

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E il riscaldamento?

Il 18,88% del fabbisogno nazionale è già coperto da bio-metano e pompe di calore, ma è altrettanto vero che più dell’80% è coperto da fonti di energia non sostenibile. Le pompe di calore sono sicuramente parte della soluzione ed aiutano infatti a trasferire parte del peso della produzione sull’elettrico, più facilmente reperibile tramite fonti di energie rinnovabili. Anche il bio-metano, per lo più generato dai nostri scarti alimentari, è considerabile fonte di energia rinnovabile in quanto risultato di un processo di economia circolare. Nei prossimi anni assisteremo sicuramente un aumento della sua produzione, grazie alla costruzione di impianti di compostaggio anaerobici. Progetti già pronti e che per partire aspettano solo la risoluzione di un vizio burocratico. Se inoltre si considera che circa 1/3 dei rifiuti urbani prodotti in Italia è di tipo organico, è facile capire come il biometano sia una soluzione sicuramente credibile. Con una buona combinazione di queste due alternative la transizione è quindi possibile.

La sfida più grande: i trasporti

Solo il 9% dei trasporti avvenuti in Italia nel 2016 è avvenuto grazie a fonti di energie rinnovabili. Buona parte di questa percentuale è occupata dai trasporti su rotaia, destinati ad essere alimentati completamente ad energie rinnovabili. Ma la speranza più grande in questo campo è rappresentata dalla mobilità elettrica, pronta a soppiantare quella fossile. I veicoli elettrici oggi in Italia sono circa 16.000, ma ci si aspetta una crescita esponenziale nei prossimi anni. Sia per una convenienza ambientale, sia per una convenienza economica che abbiamo dimostrato in un altro articolo. Anche per questa voce il cambiamento è dunque possibile e, sul lungo termine, inevitabile.

Parola d’ordine: accelerare sull’energia rinnovabile in Italia

La non infinità disponibilità delle fonti fossili pone un problema irrisolvibile se non con una transizione verso l’energia rinnovabile in Italia. Se a questo si aggiunge l’assoluta insostenibilità di questi metodi di produzione di energia ed i danni ambientali che hanno causato, e che causeranno, è semplice capire quale sia la scelta più logica. È inevitabile pensare che quando le future generazioni guarderanno indietro al modo in cui abbiamo prodotto energia per tutto questo tempo, rideranno di noi. O ci odieranno, per le conseguenze che avremo scatenato. Perché non accelerare il passo verso un’economia sostenibile per noi e per il pianeta? Perché non correre verso un’indipendenza energetica del paese? Secondo un report analizzato da Forbes, già nel 2020 l’energia derivante da energie rinnovabili saranno più economiche di quelle fossili. E già oggi la differenza non è così grande da giustificare la situazione attuale. La scusa della convenienza economica non è più sufficiente. Il tempo stringe, ma possiamo ancora contenere il problema. Anche grazie al ruolo dei consumatori, veri decisori delle tendenze di mercato.

 

Cominciare informati – Rassegna stampa 04-10 marzo 2019

Tav, sempre più verso il sì

L’Unione Europea aveva fissato l’ultimatum a marzo per stanziare i fondi per la linea Torino-Lione. Il governo, però, non poteva dare un sì definitivo, essendo Di Maio e Salvini in disaccordo sulla Tav (rispettivamente contrario e favorevole). Nello stesso tempo, però, il governo era timoroso di perdere i fondi UE, nel caso in cui la Tav venga approvata in futuro. Per ovviare al problema, è stato trovato un piccolo escamotage che ha salvato i fondi UE: i bandi di gara non saranno formalmente pubblicati, ma verrà attuato il cosiddetto “avviso di interesse”, ovvero una raccolta di candidature in preparazione ai bandi ufficiali. Quest ultimi, poi, saranno pubblicati automaticamente e l’unico modo per fermare la procedura è di promulgare una legge che impedisca l’avanzamento dei lavori. Per le grandi difficoltà che i 5 Stelle avranno nell’approdare a quest’ultima spiaggia, molti vedono l’avviso di interesse come una vittoria della Lega e, quindi, della Tav. Il dado è tratto.

Greta Thunberg nominata donna dell’anno

Il titolo le è stato attribuito proprio l’8 marzo da uno dei giornali più popolari della Svezia, Aftonbladet. Migliaia di persone sono state consultate e la maggioranza ha votato Greta, che a soli 16 anni ha superato anche un leader politico. Molti altri nel mondo, comunque, si sono mostrati d’accordo con questa scelta.

Italia bacchettata dall’Unione Europea per l’inquinamento

La Commissione Europea ha portato l’Italia davanti alla Corte di Giustizia per la ripetuta violazione dei limiti annuali e orari di biossido di azoto (NO2) nelle città e per il mancato adeguamento alle norme UE dei sistemi di trattamento delle acque di scarico. Sono infatti risultati assenti i depuratori negli scarichi di oltre 700 agglomerati urbani.

Trovata barriera corallina nei fondali pugliesi

Alcuni biologi dell’Università di Bari hanno scoperto per la prima volta una barriera corallina nel Mediterraneo. La bellissima scogliera di coralli, molto simile a quelle equatoriali, si trova tra i 40 e i 55 metri di profondità al largo di Monopoli, in provincia di Bari. La barriera, però, si estende probabilmente anche oltre, collegando non uniformemente Bari e Otranto.

Nestlé cambia rotta, ma la strada è ancora lunga

Da questa primavera gli storici contenitori gialli del Nesquick saranno sostituiti da una scatola di cartone. Il gruppo Nestlé, secondo l’ONG Break Without From Plastic, è uno dei maggiori inquinatori del pianeta. Non basterà quindi il packaging del Nesquick a cambiare radicalmente le cose. Ma è un inizio.

Roma: al via Atlante Fest

Un festival sulla sostenibilità

Atlante, nella antica mitologia greca, era figlio del titano Giapeto e di Climene. Considerato il primo studioso di quella che viene conosciuta come scienza dell’astronomia fu anche il primo a rappresentare il mondo per mezzo di una sfera e, perciò, si diceva che portasse il cielo sulle spalle, alludendo alla sua invenzione. Leggenda vuole che Atlante fu condannato da Zeus a tenere sulle sue spalle quella stessa volta celeste che rappresentava il globo terrestre. Tutto questo perchè, secondo il mito, il figlio di Giapeto e Climene si era alleato con il padre dello stesso Zeus, Crono, che guidò la rivolta dei titani contro gli dèi dell’Olimpo. A questa figura verrà dedicato il festival intitolato “Atlante fest- Mappe, saperi e strumenti per le ecologie di domani” organizzato dall’associazione ambientalista A Sud e dal CDCA (Centro di Documentazione dei Conflitti Ambientali).

Quando e dove

L’evento si terrà a Roma, l’8, il 9 e il 10 marzo 2019, tra i quartieri Casilino e del Pigneto. Di seguito riportiamo ciò che è stato scritto dalla stessa associazione ambientalista per presentare il festival: “Si è imposto il predominio di una specie che non ha saputo sostenere il Pianeta, che ha curvato le spalle e piegato le ginocchia; resta poco tempo per risollevare la volta celeste e non servono Titani né eroi, ma donne e uomini coraggiosi che insieme ne condividano il peso. Abbiamo deciso di dedicare il nostro festival ad Atlante: atlanti sono gli strumenti con cui portiamo avanti il nostro lavoro, dall’Atlante italiano dei conflitti ambientali a quello dell’economia circolare, a quello fotografico dell’Italia dei veleni; il disegno del mondo intero si chiama Atlante, come la prima vertebra, quella che regge le nostre teste. Lo abbiamo fatto perché siamo convinte che questo sia il tempo delle responsabilità, quello in cui porre i problemi e imporre le soluzioni. Chi governa il Pianeta è affannato nella difesa di interessi e valori che, lungi dal sollevarlo, lo hanno portato sull’orlo del collasso, ma ovunque esistono persone e comunità che hanno in testa un altro mondo possibile, che offrono soluzioni grandi e piccole cui occorre dare voce e spazio, che hanno idee da raccontare e obiettivi da perseguire. Non abbiamo la presunzione di averle raccolte tutte ma, negli ultimi quindici anni, ne abbiamo incontrate tantissime, che proviamo a sostenere con i nostri strumenti, nel nostro piccolo, ogni giorno”.

Qui il programma completo

Julia Hill, la ragazza che visse 2 anni su un albero per salvarlo


Ascolta la storia

Siamo nel 1997 e la società dei consumi di massa è all’apice del suo splendore. L’ America è il paese dove tutto è iniziato poiché qui sono nati i marchi più famosi del mondo. Ma qui è nata anche Julia Hill, una 23enne dell’Arkansas, che è rimasta due anni e otto giorni sulla cima di un albero per salvarlo dall’abbattimento.

L’incidente e l’epifania

Nel 1996 Julia è scampata alla morte dopo un grave incidente d’auto. La ragazza ha raccontato che nei dieci mesi di terapia intensiva che seguirono ha avuto come un’epifania: l’idea che nulla dovesse essere dato per scontato e che tutti i beni materiali che possedeva derivavano, prima di tutto, da Madre Natura.

E Madre Natura, in quegli anni, è stata duramente messa alla prova. Le leggi per proteggere l’ambiente erano già state emanate, ma l’industria del legno Pacific Lumber ha continuato imperterrita nel taglio delle foreste, grazie a un accordo con il governo.

Terminata la terapia, Julia si mette in viaggio e percorre la costa Occidentale degli Stati Uniti. Giunge nella foresta di Humboldt County dove incontra Earth First!, un gruppo di attivisti che lottano per salvaguardare le foreste, specialmente in quella zona, dove il nuovo proprietario della Pacific Lumber, la Maxxam Corporation, avrebbe effettuato un taglio a raso, avrebbe cioè tagliato tutti gli alberi e incendiato l’area.

Leggi il nostro articolo: l’Amazzonia brucia. 20.000 ettari in fumo

Comincia la salita di Julia Hill

Le loro manifestazioni non funzionavano ed era necessaria un’azione più radicale. Julia Hill si offre volontaria per arrampicarsi sull’albero più alto e più prezioso denominato “Luna”, una sequoia millenaria alta più di 70 metri. L’intenzione iniziale, concordata con Earth First! era che rimanesse sull’albero una settimana. Julia avrebbe vissuto su una piattaforma di 6 metri per 6 e gli altri attivisti sarebbero saliti di tanto in tanto per portarle cibo e acqua.

julia hill

Dopo 100 giorni, Julia era ancora su Luna ed era, ovviamente, su tutti i giornali: il piano stava funzionando.

“Sapevo che se avessi continuato a discutere di politica e scienza e se fossi rimasta nella mente invece che nel cuore e nello spirito, si sarebbe sempre trattato di “una parte contro l’altra”. Tutti noi, invece, capiamo l’amore, tutti noi comprendiamo il rispetto, tutti comprendiamo la dignità e tutti noi comprendiamo la compassione.

La vita di Julia Hill sull’albero

Per Julia, ci si può immaginare, non è stato semplice. Viveva letteralmente in bilico, con continue minacce da parte di taglialegna e la polizia che le puntava contro, durante la notte, luci potenti da un elicottero in volo. È anche sopravvissuta al freddo dell’inverno e a una forte tempesta. Julia dice di aver trovato la forza nella saggezza dell’albero, con cui in tutto quel tempo aveva sviluppato un legame forte, poiché Luna è in tutto e per tutto un essere vivente. A un certo punto, dice, non sapeva se era lei a proteggere l’albero o l’albero a proteggere lei.

julia hill

Non siamo certo noi a dovervi convincere dei sentimenti di Julia Hill. Per questo lei ha scritto il libro “La ragazza sull’albero”, sicuramente più efficace e che puoi acquistare a questo link. Oppure si può visitare il suo sito, nel quale racconta la sua storia, ma illustra anche varie iniziative da lei promosse. A noi basta sapere che, anche grazie all’intervento del Presidente Bill Clinton, nel 1999 La Maxxam Corporation ha promesso che Luna e l’area intorno sarebbero state risparmiate.

Trova il tuo albero

Questo episodio rimarrà per sempre nella memoria degli ambientalisti come una grande vittoria ottenuta dal gesto di una persona qualunque. Ha dato a molti, negli anni a venire, anche solo una piccola parte del coraggio e della forza di Julia per cercare di cambiare il mondo. E, per farlo, non è necessario salire su un albero.

La stessa Julia, diventata attivista ambientale, ha promosso per anni la campagna “Qual è il tuo albero?” che sfida gli individui a trovare qualcosa di cui appassionarsi e per cui lottare in modo pacifico ma tenace, tanto da poter fare la differenza.

Speriamo che, vent’anni dopo, tutti noi facciamo della lotta al riscaldamento globale il nostro grande, vivo, bellissimo albero.

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Nat Geo Experience: a Milano una mostra sul cambiamento climatico

Siete alla ricerca di qualcosa da fare questo weekend? Magari passate per Milano? Abbiamo buone notizie. Al via domani, venerdì 8 marzo, un’esibizione del National Geographic intitolata “Capire il cambiamento climatico – Experience exhibition”. La mostra, aperta al pubblico dal 7 marzo al 26 maggio 2019, è promossa dal Museo di Storia Naturale di Milano e prodotta dal Museo di Storia Naturale di Milano, Comune di Milano – Cultura, Otm Company e Studeo Group in collaborazione con National Geographic Society con la curatela scientifica di Luca Mercalli, Presidente Società Meteorologica Italiana.

Non solo immagini

Le fotografie del National Geographic e dei suoi artisti sono da tempo un punto di riferimento a livello mondiale, specialmente quando si parla di natura. Oltre alle immagini, che comunque avranno il loro spazio all’interno della mostra, si vorrà coinvolgere l’ospite anche attraverso altre esperienze. “Installazioni digitali, olfattive e sonore, postazioni e pareti interattive si susseguono nel percorso espositivo sviluppato su un’area di 400 metri quadrati e suddiviso in tre momenti distinti: esperienza, consapevolezza e invito all’azione. ” Questo quello che si può leggere sul sito dell’iniziativa.

Lo scopo della mostra

L’obiettivo dichiarato di questa esibizione è quello di ” allargare le frontiere dell’esplorazione, in modo da aumentare la conoscenza del pianeta e dare a tutti la possibilità di trovare soluzioni per costruire un futuro più sano e sostenibile”. Dipendiamo imprescindibilmente dallo stato di salute del pianeta ma lo stiamo sottoponendo ad uno stress che non può sopportare ancora a lungo. “Siamo giunti a una svolta globale, e questo determina necessità e bisogno di agire immediatamente in maniera decisa” – si legge ancora sul sito. E National Geographic Society vuole essere capofila di questo cambiamento. Forse vale la pena andare ad ascoltare quello che hanno da dire.

L’estinzione delle api sarà l’inizio della fine

Estinzione api
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Tutto quello che molti sanno sulle api è che bisogna tenerle alla larga, e quando si avvicinano troppo non esitare a ucciderle. Ma questi strepitosi animali hanno ben più da offrire che un pungiglione atto a difendersi. E il riscaldamento globale ne sta causando l’estinzione.

L’impollinazione da parte delle api

Le api si nutrono delle sostanze presenti nel nettare delle piante, che raccolgono in grande quantità volando di fiore in fiore. Con questo spostamento le api raccolgono il polline dalla parte maschile del fiore e lo rilasciano sulla parte femminile, favorendone il processo di riproduzione. In questo modo le piante si moltiplicano, crescono e producono i loro frutti. È stato stimato che gli insetti impollinatori favoriscono l’esistenza dell’80% della vegetazione mondiale e del 94% di quella nelle zone tropicali. È anche grazie alle api, quindi, se i nostri giardini, parchi e foreste sono bellezze uniche nell’universo e che noi diamo troppo spesso per scontate.

L’estinzione delle api porta alla scarsità di cibo

Purtroppo, però, la crescita delle piante non ha soltanto una pura funzionalità estetica. Di queste piante molte sono coltivate dall’uomo e sono largamente utilizzate nell’industria agro-alimentare. Nel Nord America le api consentono la produzione del 90% dei prodotti agricoli in commercio. In Europa circa l’84% delle colture alimentari dipendono dall’impollinazione degli insetti pronubi.

A livello globale le api contribuiscono al 35% della produzione alimentare. In altre parole, moltissima della frutta e verdura che consumiamo ogni giorno e che è fondamentale per un’alimentazione sana e corretta proviene dalle piante impollinate: mele, mandorle, mirtilli, ciliegie, ribes, angurie, broccoli, zucche, meloni, asparagi, cetrioli e molti altri prodotti agricoli. Oltre che, ovviamente, il miele.

Le api dalle uova d’oro

Le api, quindi, fanno indirettamente parte dell’economia globale o, forse, più direttamente di quanto crediamo. Solo negli Stati Uniti questi piccoli animali rappresentano un introito annuale di 15 miliardi di dollari proprio grazie al loro ruolo vitale nel mantenere frutta e verdura nelle nostre diete. Pertanto, il valore economico del loro servizio di impollinazione risulta fino a dieci volte maggiore rispetto al valore del miele prodotto.

Leggi anche: “Riscaldamento globale e criminalità: aumentano i ladri di api”.

La catena alimentare

Ma non finisce qui. Gli alimenti e le piante frutto dell’impollinazione, oltre che dagli esseri umani, vengono consumati da moltissimi animali selvatici che senza di loro morirebbero. Se ciò accadesse, si creerebbe una reazione a catena che metterebbe in serio pericolo gli ecosistemi. Inoltre, le piante che crescono grazie alle api formano le foreste e i boschi, che costituiscono gli habitat naturali di moltissime specie, dai più piccoli insetti (api comprese) ai più grossi vertebrati. Le api, infine, sono esse stesse parte della catena alimentare, nutrendo molte specie animali che dipendono dalla loro sopravvivenza.

Estinzione api

Un declino incessante delle api

Questo complesso e bellissimo mondo, però, sta scomparendo perché una delle sue principali fautrici si sta estinguendo. In Europa, la mortalità delle colonie di api si è attestata intorno al 20%, mentre negli Stati Uniti ha superato il 40% tra il 2013 e il 2014.

Il numero di colonie negli Stati Uniti è infatti sceso da 6 milioni nel 1947 a soltanto 2,5 milioni oggi. Dal 2006, gli apicoltori commerciali hanno riportato perdite annuali da 29% a 36%. Tali perdite non hanno precedenti poiché anche altri insetti impollinatori come bombi, farfalle e falene stanno diminuendo in modo impressionante.

Le cause di questa perdita sono molto spesso i parassiti, ma anche l’uomo ha una grande fetta di responsabilità. Il riscaldamento globale, la perdita degli habitat, e l’utilizzo di prodotti chimici sulle colture sono infatti cause dirette della possibile estinzione delle api.

Leggi anche: “Australia, troppi animali a rischio estinzione”.

Il riscaldamento globale causa l’estinzione delle api

La minore durata della stagione invernale ha innescato l’allungamento della finestra di attività degli insetti giallo-neri con 20-30 giorni in più di lavoro all’anno, provocando uno stress che comprometterebbe la loro salute. Con maggiori e più durature siccità, inoltre, i fiori non secernono più il nettare e il polline e le api non hanno più una fonte di nutrimento, non producono miele, e non forniscono più il servizio di impollinazione per le colture agricole.

Meno natura, più cemento

Le api subiscono anche la perdita di habitat dovuta allo sviluppo umano. Le cause sono la più comune soppressione della natura in favore del cemento, ma anche l’abbandono delle fattorie in favore di lavori nel settore secondario e terziario. La mancanza di fiori e piante comporta ancora una volta l’assenza del nutrimento necessario alle api per vivere e il disboscamento riduce la possibilità delle api di costruirsi una “casa”.

Anche le sostanze chimiche causano l’estinzione delle api

Alcune colonie, infine, collassano a causa di piante e semi trattati con pesticidi neonicotinoidi, alcuni dei quali sono stati recentemente vietati dall’Unione Europea. Molte colture con prodotti chimicamente modificati, i famosi OGM, sono invece ancora largamente presenti nel mondo, e causano continui danni alla biodiversità. I prodotti chimici presenti negli insetticidi e nelle piantagioni OGM si trovano anche inevitabilmente nel nettare e nel polline: l’uno sarà mangiato dalle api e l’altro cosparso dalle api stesse su altre piante, creando una catena infinita che non porterà a nulla di buono. Anzi, porterà al nulla assoluto.

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Gli oceani si sono ammalati

gli oceani

Sembrava impossibile ma ci siamo riusciti

Gli oceani stanno soffocando e si stanno riscaldando molto più velocemente di quanto previsto; e c’è di che preoccuparsi. A lanciare l’allarme la rivista “Science”. Il 2018 è stato l’anno più caldo mai registrato. Ad oggi si stima che siano stati loro ad assorbire il 93% del calore che abbiamo prodotto dal 1860, con le nostre emissioni di gas serra. L’acqua infatti ha una capacità termica 3500 volte superiore a quella dell’aria e si stima che, prima di vedere gli effetti causati da un determinato evento come il riscaldamento globale, possano passare 50 anni. Se a questo sommiamo lo stress causato dalla pesca intensiva e dall’immensa quantità di sostanze tossiche che raggiungono i mari ogni giorno tramite i nostri fiumi inquinati, non risulta difficile capire quanto la loro salute sia compromessa.

Gli oceani: i polmoni del pianeta

L’acqua ricopre il 73% della superficie terrestre. Un dato che già da solo mostra l’importanza che il loro benessere ha su quella del pianeta. Sono loro infatti ad assorbire la maggior parte della CO2 presente in atmosfera, rilasciando allo stesso tempo ossigeno. Insieme alle grandi foreste pluviali gli oceani sono infatti il grande polmone del pianeta, e non possiamo permetterci di ignorare la loro salute. I mari stanno lanciando segnali di allarme, e non possiamo ignorarli. Comparsa di zone morte, perdita dei coralli e calo verticale della popolazione degli ecosistemi sono solo alcuni dei sintomi di una malattia che potrebbe avere conseguenze di proporzioni mai sperimentate dall’essere umano. L’inerzia termica degli oceani prevale infatti sul comportamento dell’atmosfera.

gli oceani

Cos’è una Dead Zone?

Le “Dead Zone”, sono delle porzioni di mare in cui si verifica il fenomeno di “ipossia”, ovvero una riduzione dell’ ossigeno presente nell’acqua. La creazione di una “zona morta” è la peggiore delle malattie che può colpire un’area marina, in quanto l’intero ecosistema che supporta non riesce a sopravvivere ed è quindi costretto a migrare o morire, lasciando vaste aree deserte. Oltre al riscaldamento globale la causa principale sono gli scarichi inquinanti che riversiamo continuamente in mare. In questo modo si avvia un fenomeno di “eutrofizzazione”: un aumento di nutrienti chimici nell’acqua che causa un’eccessiva formazione di alghe, costrette ad accaparrarsi tutto l’ossigeno presente nell’area per sopravvivere. Una delle più vaste si trova, infatti, nel Golfo del Messico, dove sfociano i fiumi inquinatissimi degli Stati Uniti. Ad oggi si possono contare almeno 146 “Dead Zone” nel pianeta, alcune permanenti ed altre stagionali. Nel 1960 ancora non ne esisteva nemmeno una.

Quali soluzioni per gli oceani

Oltre a una diminuzione delle emissioni di gas serra e della quantità di rifiuti scaricati in mare, una delle principali soluzioni per salvaguardare la sopravvivenza degli ecosistemi marini è stata individuata già da diversi anni da Sylvia Earle, la più importante biologa marina ancora in vita. In un documentario del 2008, Mission Blue, Sylvia individua gli “hope spots”, o luoghi di speranza, come la più credibile delle soluzioni. Ai tempi del documentario le aree marine protette erano infatti solo l’1.84% della superficie dei mari. Ad oggi la situazione è lievemente migliorata, con la percentuale che è salita al 7.44%. (Dati ONU). Un dato che sicuramente fa ben sperare ma che non sembra abbastanza buono. La percentuale di aree protette su terra ferma, che a sua volta costituisce solo un quarto della superficie del pianeta, è infatti del 14.5 %. Quasi il doppio. E’ giunta l’ora di iniziare a fare i conti anche con la salute dei mari, per troppo tempo utilizzati e sfruttati senza freno come se niente potesse indebolirli. Anche gli Oceani si possono ammalare, ora lo sappiamo. E il nostro benessere dipende dal loro.