La collina dei conigli, la miniserie di Netflix e BBC

La collina dei conigli è una miniserie di quattro episodi targata BBC e Netflix e ispirata all’omonimo romanzo di Richard Adams. Protagonisti della storia sono un gruppo di conigli che, in previsione di un evento catastrofico, scappano dalla loro conigliera in cerca di un ambiente meno ostile. Durante questa ricerca incontreranno altri personaggi, più o meno positivi, che cambieranno per sempre il loro destino.

Il tema ambientale

Il tema ambientale, così come una forte denuncia sociale, si trovano su due livelli: il primo è la trama stessa, nella quale viene rappresentato lo sfruttamento della natura e degli animali da parte degli uomini. Il secondo è più metaforico, poiché dai rapporti dei conigli tra loro si possono evincere alcune dinamiche proprie della natura umana. La conigliera di Sandleford per esempio, dalla quale i conigli scappano all’inizio della serie, è florida, rigogliosa e tutti gli abitanti sono trattati dignitosamente. Il corpo della polizia è però troppo ottuso e fa il possibile per mantenere i conigli comuni docili, mansueti e ignari del mondo esterno. In questo modo possono mantenere la società in pace, ma soprattutto possono mantenere stabili le gerarchie.

Il regime totalitario di Efrafa

Un’altra conigliera, quella di Efrafa, è invece l’esatta rappresentazione di un regime totalitario, nel quale i conigli più deboli così come i conigli-femmina sono perseguitati. I conigli-maschi più grossi e più forti entrano invece tra le file della “polizia”. Le risorse sono divise iniquamente e utilizzate senza logica dalle élite per soddisfare i propri impulsi e appetiti. Questo rende l’ambiente circostante secco, brullo e senza vita.

La denuncia alle attività umane

La metafora viene per così dire svelata da uno dei protagonisti, che si rivolge a un membro della polizia di Èfrafa accusandolo di comportarsi da umano e non da animale. La denuncia qui diventa palese: gli animali solitamente aggrediscono per difesa o per procacciarsi cibo, a differenza degli uomini che agiscono per ingordigia e avidità, non rispettando le leggi della natura. Il risultato sono tutte le attività umane che in questo film trovano la loro piena rappresentazione: animali in gabbia o al guinzaglio, intere colonie di conigli lobotomizzati, nutriti oltre le loro esigenze naturali, costretti a morire malamente e prima del tempo; prati incontaminati che diventano coltivazioni, automobili che inquinano.

Non solo ambientalismo

In questo film, però, non vediamo un solo lato della medaglia. Infatti un’automobile e il suo guidatore saranno due degli elementi positivi della storia, creando un alone di speranza spesso poco visibile nei più crudi documentari ambientalisti. D’altronde qui, l’ambientalismo non è l’unico valore dichiarato, ma è accostato ad altri grandi problemi del mondo.

Il castello di carta

Si può quindi chiudere un occhio sulle tecniche di animazione molto basilari, così da concentrarci sulla trama. Si possono anche sopportare alcune scene troppo lente, inserite forse per lasciarci il tempo di riflettere. Lo scopo del film è infatti di farci uscire dal nostro castello di carta, nel quale noi siamo i re e la natura un suddito, un coniglio debole e perseguitato che ormai è diventato preda.

 

Il link alla serie su Netflix

Ridurre la plastica a tavola. Ecco come fare

A volte non facciamo attenzione a ridurre la plastica anche a tavola, poiché accecati dalla fame o dalla sete. Ecco alcuni accorgimenti che, invece, è necessario prendere in considerazione, anche all’ora di pranzo.

  • Consumare meno carne, e in generale prodotti animali. Al supermercato sono imballati con grandi quantità di plastica e durano molto meno rispetto, per esempio, ai legumi. Senza contare che la carne proviene da allevamenti intensivi, che causano gravi danni ambientali e alla nostra salute. Attenti in particolare a consumare eccessivamente carne rossa.
  • Evitare gli snack confezionati (barrette, biscotti, patatine). Oltre a essere avvolti nella plastica, spesso contengono moltissimi zuccheri, coloranti e conservanti dannosi per la salute. Meglio preferire la frutta fresca o secca acquistate al mercato o “alla spina”, quindi non confezionata.
  • Evitare in generale i prodotti confezionati o precotti come lasagne, polpette, paste pronte, ravioli. La plastica utilizzata è moltissima, oltre il fatto che contengono moltissimi condimenti, zucchero e conservanti che non servono e che possiamo tranquillamente evitare.
  • Non mangiare in piatti, bicchieri, posate di plastica. Per il pranzo al sacco possiamo portare le posate di metallo e lavarle una volta tornati a casa. Ormai in molti negozi per casalinghi si trovano anche contenitori rigidi per il cibo e bottiglie riutilizzabili. Se organizziamo una festa e dobbiamo per forza comprare le stoviglie usa e getta, preferire quelle biodegradabili.
Stoviglie biodegradabili
  • Evitare i fast food, nei quali si utilizzano grandi quantità di plastica usa e getta. Questo non significa che si debba andare al ristorante e spendere il doppio. Si possono infatti mangiare panini e piadine a pochi euro in un normalissimo bar, serviti su un tovagliolo o un piatto di ceramica.
  • Bere acqua e non bibite. Queste sono SEMPRE e comunque prima imbottigliate e poi vendute, mentre l’acqua scorre anche naturalmente e gratuitamente dal lavandino. Inoltre le bibite spesso contengono zuccheri e sono molto dannose per la salute. Se avete voglia di un succo, preferite una spremuta fatta al momento e non i succhi confezionati, anche se salutari.
  • Nei bar durante il pranzo non ordinare l’acqua nella bottiglietta di plastica. Bere quella della propria borraccia oppure chiedere un bicchiere d’acqua del rubinetto..
  • A casa non usare le bottiglie di plastica. Se nel vostro comune l’acqua è pulita, bevete quella del lavandino. Altrimenti si può investire in un depuratore. E poi diciamocelo, le bottiglie di plastica in mezzo al tavolo stanno proprio male. Meglio una brocca.
  • Mangiare il più possibile a casa. Si producono meno rifiuti plastici (che in qualunque ristorante abbondano) e spesso si mangia più sano, leggero ed economico. Qui un video con alcune ricette sane e veloci.
  • Quando ordinate un cocktail, chiedete di non mettervi la cannuccia. Quasi sempre sono fatte di plastica e quasi sempre finiscono nel sacco nero dell’indifferenziata. Siamo tutti perfettamente in grado di bere senza cannuccia oltre che di comunicare con il barman.

Il vino è sostenibile? La verità sulla bevanda più amata d’Italia

vino
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Se il vino non fosse una bevanda sostenibile, non sarebbe una buona notizia per nessuno, specialmente per noi italiani. Invece, potete stare tranquilli e sorseggiare un buon calice di rosso durante la lettura di questo articolo. Purché lo abbiate acquistato con qualche accorgimento.

L’impronta carbonica del vino

In generale possiamo dire che il vino sia una bevanda sostenibile poiché la sua impronta carbonica è molto bassa. Per essere più chiari, l’impronta carbonica è la quantità di gas serra (CO2eq) emessi durante la produzione, imballaggio e trasporto di un determinato prodotto.

L’impronta carbonica della carne (qui un articolo a riguardo) è molto alta e raggiunge il suo picco massimo con il manzo, oscillando tra i 20 e i 30 kg di gas serra per ogni kg di carne. L’impronta del maiale è decisamente minore, tra i 5 e i 10 kg CO2eq per kg, e quella del pollo è la più bassa tra le carni, tra i 5 e i 7 kg CO2eq per kg. (risefoundation.eu). I legumi, invece, sono tra gli alimenti più sostenibili, con un’impronta carbonica che si aggira tra lo 0,5 e l’1. (Qui l’articolo sulla dieta sostenibile e qui la video intervista con la nutrizionista).

Nulla in confronto alla carne

Nel 2011, quando erano ormai noti i danni ambientali causati dalle attività umane, le Cantine San Marco di Frascati hanno voluto calcolare la Carbon Footprint di una loro bottiglia di vino. Il progetto era il San Marco CarbonFootprint co finanziato dal Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare.

I dati, verificati dall’Ente Certificatore Internazionale, indicano che complessivamente una bottiglia di vino bianco Frascati Doc da 0,75 litri rilascia nell’atmosfera 1,22 kg CO2eq. Un litro di vino si aggira intorno ai 990 grammi allorché possiamo dire che un kg di vino emetterà circa 1,68 kg CO2eq, quasi nulla in confronto ai 25 della carne. In percentuale, l’impatto del vino sulle emissioni globali totali è di circa 0,3%, contro lo 10-15% degli allevamenti animali (FAO, 2016).

vino sostenibile

Mai sedersi sugli allori

Comunque sedersi sugli allori non è sicuramente la scelta giusta. Vi è infatti sempre un margine di miglioramento poiché, per quanto in piccola parte, anche l’industria vinicola contribuisce all’aumento di emissioni di CO2 e quindi al riscaldamento globale.

L’impatto maggiore di una bottiglia di vino, come rilevato da The Academic Wino, risiede non nel prodotto stesso ma in tutto ciò che gli sta intorno, come l’elettricità per il funzionamento dei macchinari e il packaging, specialmente il vetro, dal trattamento del quale deriva quasi la metà delle emissioni. Ovviamente, poi, una larga parte deriva dal trasporto del vino stesso.

Produrre vino sostenibile è un dovere

Ovviare a questi problemi è sicuramente in larga parte compito delle aziende, che fortunatamente in Italia sono molto virtuose. Ormai da più di dieci anni, infatti, uno dei settori trainanti dello sviluppo sostenibile italiano è quello vitivinicolo. Molte aziende stanno entrando a far parte di programmi strutturati per adottare una produzione sostenibile, sia in vigna sia in cantina.

L’OIV (Organizzazione Internazionale della Vigna e del Vino) è un organismo scientifico intergovernativo che ha elaborato un Piano 2015-2019, il cui primo punto è la promozione della viticoltura sostenibile. L’obiettivo è di aiutare le aziende a reagire al cambiamento climatico e alle condizioni estreme, valutando i costi e i benefici dell’adattamento.

Inoltre, fornisce informazioni sull’impatto della produzione vitivinicola sull’ambiente e propone misure per ridurre le emissioni di gas a effetto serra e per la gestione dei consumi idrici, oltre che ottimizzare l’utilizzo delle risorse naturali.

Buone pratiche di chi produce vino sostenibile

Come fare tutto questo? Le pratiche aziendali vanno dall’utilizzo dei pannelli fotovoltaici per produrre energia elettrica e della caldaia a legna per il riscaldamento della cantina, passando per veicoli elettrici atti al trasporto del vino, fino all’utilizzo in cantina di materiali eco-sostenibili, come pietre, legno, acciaio e corten.

Vi sono già molti progetti che stanno attuando questi cambiamenti nel settore, come V.I.V.A. Stustainable Wine, avviato dal Ministero dell’Ambiente in collaborazione con nove aziende e tre centri. Uno di questi è il Consorzio del Collio, nella cui vigna non si usano più diserbanti, ma solo concimi organici.

Le cantine sono completamente interrate, garantendo così una temperatura dell’ambiente costante, e si utilizzano anche i pannelli solari per il riciclo energetico. Infine, anche le bottiglie sono sostenibili con il 20% in meno di vetro, l’utilizzo di etichette in fibra di cotone e tappi in sughero.

L’Unione Italiana Vini conferma proprio la necessità di attuare politiche volte di recupero delle bottiglie per il riuso nel processo produttivo e l’adeguamento dei materiali da imballaggio e del packaging, oltre che l’importanza di compensare le emissioni attraverso la piantumazione di nuove piante.

Riutilizzare l’anidride carbonica prodotta dalla fermentazione del vino e trasformarla in energia può essere un’altra soluzione già attuata dall’azienda Bodegas Torres, vitivinicola spagnola che ha recentemente promosso il suo programma di sostenibilità Torres & Earth, ideato nel 2007.

Anche qui le macchine aziendali sono state sostituite con veicoli ibridi ed elettrici, tra cui anche un trenino utilizzato per trasportare i turisti tra i vigneti. È stata poi installata una caldaia a biomassa che sfrutta i resti della potatura dei vigneti, gli scarti lavorazione delle uve e il legno derivante dalla pulizia dei boschi. Grazie a questa l’uso di combustibile fossile è stato ridotto del 90%.

vino sostenibile

Anche noi siamo responsabili

Ovviamente tutto questo ha grandi costi e, visto il minimo impatto della produzione del vino, possiamo concedere a questa realtà un passaggio più graduale. A patto però che anche noi ci impegniamo a premiare i loro sforzi. Siamo infatti noi i responsabili dell’acquisto di determinati prodotti invece di altri. Cerchiamo quindi di informarci sui metodi utilizzati dalle aziende per la produzione del vino, o semplicemente cerchiamo di comprare quello locale. Sorseggiare vino durante una cena o davanti al camino dopo una giornata stancante dovrebbe essere un rito tanto importante quanto lo scegliere la giusta bottiglia, anticipando così questo momento di piacere.

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“Una scomoda verità 2”, perché le bugie non durano a lungo

Finalmente un documentario degno di questo nome. Con poche, semplici immagini, Una scomoda verità 2 permette di capire la portata del fenomeno più pericoloso e importante della nostra epoca: il riscaldamento globale. D’altra parte, l’incisività è una caratteristica del protagonista del film, Al Gore, ambientalista nonché ex vicepresidente degli Stati Uniti d’America.

Il riscaldamento globale è in atto

I frammenti dei suoi discorsi sono così sentiti e così convincenti da non lasciare dubbi: il riscaldamento globale è in atto proprio adesso, sotto i nostri occhi, con fenomeni di fronte ai quali è difficile restare indifferenti. Alluvioni, esondazioni, carestie, siccità, migrazioni stanno cambiando il nostro mondo con una velocità quasi incontrastabile. Le immagini di questi eventi sono scioccanti e i grafici che le accompagnano illustrano in modo razionale e per questo efficace il loro impatto a livello mondiale, oltre che locale.

Il documentario vuole soprattutto dimostrare l’enorme potere che hanno i politici nel contrastare i cambiamenti climatici. Al Gore stesso durante la Conferenza Internazionale per il clima a Parigi nel 2015 ha avuto un ruolo fondamentale. Ha infatti portato l’India, il secondo Paese più popolato del mondo, ad abbandonare i combustibili fossili prediligendo le fonti rinnovabili. Con il benestare del direttore della Banca Mondiale, infatti, l’America ha concesso un ingente prestito all’India per iniziare le transizione.

Una nostra responsabilità

Nel documentario si chiarisce un altro fatto importante. I paesi in via di sviluppo si sentono in diritto di dar da mangiare a milioni di persone attraverso i combustibili fossili a basso costo, proprio come hanno fatto i paesi occidentali per 150 anni. Il cambiamento, nostro e loro, deve quindi essere prima di tutto una nostra responsabilità, un nostro investimento, poiché noi disponiamo delle risorse per metterlo in atto, loro no.

Dilungarsi in parole, comunque, non renderebbe giustizia a questo schietto, conciso, necessario documentario. Esorto quindi tutti a guardarlo con attenzione e il prima possibile, per capire un po’ di più cosa sta succedendo proprio qui, davanti ai nostri occhi, sotto i nostri piedi, sopra le nostre teste.

Il documentario si può noleggiare su varie piattaforme tra cui Chili, Apple iTunes e Google Play Music.

La raccolta differenziata: come farla al meglio

Non è sempre facile fare la raccolta differenziata correttamente. Sia perché i comuni italiani seguono regole diverse per la gestione dei rifiuti, sia perché spesso è necessario attuare alcuni accorgimenti aggiuntivi. Tenendo presente dunque le possibili variazioni tra le varie aree del paese, ecco una guida generale per differenziare al meglio i propri rifiuti. Il pianeta vi ringrazierà.

Leggi sul sito del governo le regole per la raccolta differenziata durante il COVID-19

Le regole generali della raccolta differenziata

  • La prima regola per svolgere bene la raccolta differenziata è quella di consultare il sito del proprio comune. Ogni città, infatti, segue regole di smaltimento diverse. Per esempio, alcuni comuni prevedono che il vetro e l’alluminio abbiano un cassonetto unico, altri no.
  • Una seconda regola importante è quella di dividere il più possibile i materiali. Bisogna dividere, per esempio, i vasetti di yogurt di plastica dalla loro copertura, solitamente in alluminio. Oppure è bene svitare il tappo in metallo dal vasetto di vetro, anche se si raccolgono insieme. Oppure ancora vi sono sacchetti di carta al cui interno vi è una pellicola di plastica per permettere di vedere il contenuto. Se possibile, togliere la pellicola. Questo faciliterà lo smaltimento dei rifiuti.
  • Pulire sempre i rifiuti da eventuali residui di cibo, poiché rendono difficoltoso lo smaltimento e possono fermentare all’interno dei cassonetti.
  • Portare in discarica i rifiuti di grandi dimensioni, anche se potrebbero potenzialmente essere gettati in un contenitore domestico. Le cassette della frutta, per esempio, si devono portare alla piattaforma ecologica e non vanno nell’organico.
  • Le pile e le batterie, come più in generale i rifiuti elettronici, sono materiali altamente pericolosi, pertanto vanno smaltite soltanto negli appositi centri di raccolta. Anche i farmaci devono essere gettati nell’apposito contenitore che solitamente si trova fuori dalle farmacie.
  • I tessuti in cattivo stato possono essere gettati nell’indifferenziata, mentre se sono in buono stato è bene portarli presso gli appositi raccoglitori appartenenti, di solito, ad associazioni umanitarie.

La raccolta differenziata: ad ognuno il suo contenitore

Umido

La raccolta differenziata ha una colonna portante: la divisione dell’umido dal resto. Forse lo sanno anche i muri, ma per raccogliere l’umido bisogna usare i sacchetti biodegradabili. Qui si buttano tutti i rifiuti biodegradabili quindi gli avanzi di cibo, i filtri del tè (a cui bisogna staccare i punti metallici della pinzatrice), i fondi del caffè, i tovaglioli unti, pezzi di carta e cartoni della pizza sporchi di cibo, la segatura, gli stuzzicadenti, i bastoncini in legno dei gelati, i fiori e piccole piante domestiche, paglia, terriccio, cortecce degli alberi. NON gettate nell’umido la lettiera per gli animali, anche se 100% biodegradabile, bensì nell’indifferenziata.

Carta

La parte più semplice della raccolta differenziata è gettare la carte. Mi raccomando, però, tutta la carta e il cartone gettati qui devono essere puliti. Qui si gettano anche i contenitori porta-uova. I contenitori in Tetra Pak (quelli del latte o dei succhi di frutta) seguono regole diverse per ogni comune. È bene comunque separare sempre i tappi di plastica dal cartone.

I cartoni della pizza puliti vanno nella carta ma, a rigor di logica, saranno sporchi. Gettateli quindi nell’umido. Non buttare nel contenitore della carta tovaglioli o carta da cucina unti o sporchi di cibo, i quali vanno gettati nell’umido.

NON vanno in questo contenitore gli scontrini fiscali, che invece sono destinati all’indifferenziata. In generale per capire se un materiale è cartaceo o plastico, provate a strapparlo. Se si divide facilmente è carta, se fa resistenza è plastica oppure un mix (indifferenziata)

raccolta differenziata

Plastica

Prima di buttare i contenitori in plastica, pulirli da ogni residuo di cibo e separarli da altri materiali. Gettate in questo cassonetto vasetti di yogurt, contenitori di detersivi e shampoo, bottiglie, sacchetti e le retine della frutta e verdura, che sono di plastica (ecco perché è bene comprare prodotti sfusi). Inoltre, buttate qui le stoviglie di plastica (piatti, posate, bicchieri), detti comunemente “di carta”, creando confusione.

Il polistirolo è un materiale particolare, la cui destinazione varia da comune a comune. E’ quindi bene informarsi, anche se solitamente si getta nella plastica.

Le pellicole per alimenti sporche non vanno gettate nella raccolta della plastica bensì in quella dell’indifferenziata. Se vi sono residui di materiali pericolosi quali vernici o colle non gettateli nella plastica, ma portateli al centro di smaltimento più vicino. (Leggi come ridurre la plastica riciclando)

Vetro

Un altro must, anche abbastanza semplice, della raccolta differenziata è il vetro. Ricordatevi, però, di dividere l’eventuale tappo in metallo dal contenitore.

NON sono da gettare nel vetro invece le lampadine e neon, contenitori in pirex (quelli dei tupperware o dei dosatori) e piatti, tazze e bicchieri in ceramica, che sono invece destinati alla piattaforma ecologica, dove è bene portare anche gli specchi e i vetri di grandi dimensioni come le finestre.

Leggi anche: “I benefici del vuoto a rendere”

Metallo

Qui potete gettare latta e lattine, contenitori per alimenti in alluminio, carta stagnola pulita, coperture in alluminio degli yogurt, tappi dei contenitori in metallo. Anche le bombolette spray senza simboli di pericolosità. Quelle pericolose, invece, portatele in discarica, così come gli oggetti ingombranti quali pentole e posate.

La raccolta indifferenziata

Tutto ciò che non va negli altri contenitori o che contiene materiali diversi non divisibili come la carta plastificata degli scontrini, i giocattoli, le penne, i pennarelli, le matite e tutti i prodotti da cancelleria, i pannolini e gli assorbenti (gettare qui anche quelli 100% cotone usati), gli spazzolini, i mozziconi di sigaretta, la lettiera per il gatto, gli ombrelli, i cd e i dvd, il nastro adesivo, le lamette dei rasoi, l’abbigliamento in cattivo stato. Piccoli pezzi di ceramica si possono buttare in questo sacco, ma è preferibile, se sono grandi quantità come servizi di stoviglie o vasi, portarli all’isola ecologica.

Leggi qui dove buttare l’olio usato. Spoiler: non nel lavandino!

Ridurre la plastica durante lo shopping. Ecco come fare

Se pensate che per ridurre il consumo di plastica durante lo shopping dovreste ridurre anche lo shopping, non è così, anche se uno stile di vita più sobrio sarebbe la cosa migliore per tutti. Ecco alcuni consigli per fare acquisti in modo consapevole e plastic-free

  • Evitare, quando possibile, lo shopping online. Per gli imballaggi viene utilizzata moltissima plastica, oltre il fatto che si incentiva l’utilizzo dei mezzi di trasporto a motore e quindi l’inquinamento. Comprando meno on-line, inoltre, si compra meno in generale e, quindi, si risparmia.
  • A meno che non si abbia una grande passione per i film o per la musica, evitare di comprare CD e DVD. In internet vi sono ormai tutti i film e tutta la musica possibile on demand: pagando pochi euro si possono attivare abbonamenti su piattaforme online molto fornite come Netflix e Spotify. Si possono anche acquistare i singoli film e i singoli brani da vedere e ascoltare in streaming. O ancora è possibile prendere in prestito i DVD dalle biblioteche.
  • Per i bambini non comprate né molti né molto spesso giocattoli di plastica, bensì in legno. Oppure si possono organizzare degli scambi di giocattoli con altri bambini.
  • Nei negozi di vestiario controllare sempre le etichette dei capi ed evitare di acquistare quelli in poliestere. Oltre a essere un materiale plastico è anche di bassa qualità e durante il lavaggio rilascia moltissime microplastiche che andranno dritte nel mare. Preferire quindi le magliette in 100% cotone, meglio se biologico, o i maglioni 100% lana.
  • Per lo stesso motivo, quando possibile, comprare i vestiti in negozi che certifichino la sostenibilità dei tessuti utilizzati, come ad esempio la canapa. Spesso costano molto di più, ma sono anche di una qualità molto buona e quindi duraturi.
  • Nei negozi di vestiti non accettare i sacchetti che spesso sono di plastica. Portare con sé durante lo shopping sacchetti di stoffa che sono belli, alla moda e soprattutto riutilizzabili.
  • Comprare il meno possibile. Investire su prodotti di qualità e che durano nel tempo, non badando troppo alle mode del momento (no alla fast-fashion)
  • In generale scegliere oggetti e prodotti imballati il meno possibile e non usa e getta, almeno fino al 2021, quando entrerà in vigore la nuova legge europea che vieta la plastica monouso.
  • Regalare/regalarsi esperienze, non oggetti. Una cena, un massaggio professionale, una gita in montagna o al mare sono sempre molto ben accetti.

Leggi anche come ridurre la plastica al supermercatoe con il riciclo

Olio di palma: fa male a noi o all’ambiente?

“L’olio di palma fa male?” è una domanda che ci si pone spesso. State vagando tra gli scaffali del supermercato cercando qualcosa di nuovo per la colazione. Vi trovate con due confezioni in mano e dovete fare una scelta. Una sola riporta la scritta “senza olio di palma”. Sfido chiunque a non scegliere quella invece dell’altra. Poco importa se nemmeno “l’altro” ha al suo interno il fatidico ingrediente. Poco importa se il motivo per cui evitiamo l’olio di palma dovrebbe portarci a evitare anche altri grassi vegetali o animali, quasi sempre presenti nei prodotti industriali. Tutto questo importa poco se la lista degli ingredienti non viene letta da nessuno.

Percentuali

Informarsi su tutti gli ingredienti e non soltanto sul loro capro espiatorio è fondamentale. L’olio di palma è stato additato per il suo alto contenuto di acidi grassi saturi (50%) rispetto ad altri grassi vegetali usati a scopo alimentare come l’olio di oliva (circa 18%), l’olio di soia (16%), l’olio di semi di girasole (13%). Il burro, invece, che contiene una quantità di acidi grassi saturi simile a quella dell’olio di palma (50%), è passato in sordina, così come il tanto decantato olio di cocco, che mostra contenuti ancora superiori (65%).

Acidi grassi saturi

Ma vediamo qual è, nei fatti, il problema dei grassi saturi. Da un lato essi sono normali costituenti della frazione grassa degli alimenti, la cui assunzione è necessaria anche per permettere un’adeguata crescita; il 40% degli acidi grassi totali del latte materno sono infatti saturi. Per l’uomo adulto, però, consumarne eccessivamente comporta l’innalzamento dei marcatori di rischio cardiovascolari, in particolare del colesterolo.

L’olio di palma in piccole quantità non fa male

L’Organizzazione Mondiale della Sanità, che ha indicato i principali fattori di rischio per le malattie croniche come il tabacco, l’alcol, l’alimentazione scorretta e la sedentarietà, ha aggiunto tra questi anche il consumo di acidi grassi saturi, raccomandando che la loro quota calorica non superi il 10% di quella giornaliera.

Ciò significa che, in un fabbisogno di 2000kcal al giorno, i grassi saturi non devono superare i 22 grammi. Per intenderci, cinque biscotti industriali ne contengono circa 3,5 grammi. Non molti, quindi, considerando il limite posto dall’Oms. Come sempre, quindi, l’olio di palma non è pericoloso in sé per sé, ma lo diventa se consumato in grandi quantità, difficilmente raggiungibili con una dieta sana ed equilibrata.

olio di palma fa male

Limitare gli alimenti lavorati

È infatti sempre meglio limitare il consumo di prodotti industriali o lavorati poiché i grassi saturi oltre che nei biscotti, si trovano anchei nei formaggi (15%) e negli insaccati (10%). Sono invece contenuti in misura minore in quelli non lavorati come le uova, il latte intero e la carne fresca (2-3%). Ancora una volta, quindi, restare vicini alla natura si conferma la scelta migliore per la nostra salute.

Perché l’olio di palma?

A questo punto ci si può chiedere perché almeno l’olio di palma non sia stato sostituito, per esempio, con l’olio di oliva o di girasole? Un po’ perché, come abbiamo detto, con una dieta equilibrata è difficile superare le dosi massime di grassi saturi. I motivi, però, sono molti altri:

  • Dagli anni ’70 ha sostituito i grassi saturi idrogenati, ovvero acidi grassi saturi che, attraverso processi chimici di idrogenazione, sono stati resi solidi e quindi resistenti all’irrancidimento. Questi grassi cosiddetti “trans” sono ormai globalmente riconosciuti come molto dannosi per la salute a causa del loro altissimo rischio cardiovascolare. L’olio di palma, invece, è già molto denso tanto da diventare solido a temperatura ambiente, senza bisogno di modifiche.
  • Con la sua consistenza rende gli alimenti friabili e croccanti, oltre che più duraturi poiché resistente all’ossidazione.
  • Dopo la raffinazione diventa totalmente incolore, inodore e insapore, così da non alterare le preparazioni.
  • È molto versatile tanto da essere usato sia nel settore alimentare (fritture, margarine, prodotti da pasticceria e da forno) sia per produrre cosmetici, dentifrici, candele, lubrificanti, prodotti farmaceutici, pitture, pellicole fotografiche e persino dinamiti; dagli anni ’70 in poi è stato usato per la produzione di biodiesel.
  • La sua pianta ha un’elevata capacità produttiva tanto che, per una data quantità di olio, viene usata la metà del terreno necessario per altre colture come la soia.
  • È un olio molto economico e l’aumento della sua produzione ha contribuito all’abbassamento del prezzo.

L’olio di palma fa male all’ambiente

La sua vastissima produzione ha però causato molti problemi ambientali e sociali:

  • Deforestazione: dal 1973 sull’isola Borneo (nel sud-est asiatico) sono stati tagliati 41 mila chilometri quadrati di foresta pluviale (un terzo del totale) per fare spazio alle piantagioni di palme da olio. Dal 2000 il disboscamento è salito al 47%.

Leggi anche: “Deforestazione Amazzonia: quando la natura non ha voce”

  • Dal 1999 al 2015 sono morti 150 mila oranghi a causa sia della caccia sia del disboscamento. Le piantagioni sono anche spesso usate dai bracconieri come facile via di accesso alla foresta e quindi agli animali.
  • La deforestazione provoca l’aumento di gas serra e quindi l’inquinamento dell’aria, poiché l’assenza di alberi blocca la fotosintesi. Le palme da olio sono troppo piccole e troppo poco rigogliose per assorbire l’enorme quantità di smog presente nell’aria.
  • I fumi delle foreste bruciate per far spazio alle piantagioni di palma da olio hanno causato migliaia di morti premature.
  • Molte volte i villaggi che si trovano sulle aree destinate alle piantagioni sono sgomberati e rasi al suolo, lasciando gli abitanti senza casa e dipendenti dai sussidi statali.
  • I lavoratori delle piantagioni, talvolta anche minori, sono spesso sfruttati e sottopagati.
olio di palma fa male

Olio di palma certificato

Per ovviare al problema la RSPO (Tavola rotonda sull’Olio di Palma Sostenibile) ha cominciato a certificare l’olio di palma sostenibile, cioè prodotto rispettando queste regole:

  • Non devono essere abbattute foreste primarie, aree con intense concentrazioni di biodiversità o ecosistemi delicati.
  • Deve essere minimizzata l’erosione e devono essere salvaguardate le fonti idriche
  • Deve essere garantito un salario minimo ai lavoratori
  • Le comunità locali devono dare il consenso per l’avvio dei lavori.

Un circolo vizioso

Ad oggi però solo un quinto delle piantagioni di palma da olio nel mondo è certificato. La causa risiede anche nel mancato intervento statale nei paesi produttori e, anche quando lo Stato interviene, si crea un circolo vizioso. I soldi messi a disposizione dai governi per la salvaguardia delle foreste provengono proprio dalle piantagioni di palma da olio, senza le quali l’economia del Paese crollerebbe. Per questo motivo sarebbe un’imprudenza vietare totalmente l’olio di palma, oltre il fatto che si incentiverebbe la coltivazione di altri tipi di piante ancora meno sostenibili.

Spesa consapevole

La soluzione sarebbe comunque quella di non abusare di questo ingrediente e i primi responsabili di questo siamo noi, senza nemmeno saperlo. Dovremmo quindi fare la spesa in modo più consapevole, tenendo presente che più acquistiamo ingredienti “unici”, naturali, non lavorati e non già composti tra loro, meglio è.

Se non sapete come fare, iniziate da quello che ha detto Franco Berrino, oncologo dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano: “immaginate di essere al supermercato con la vostra bisnonna. Tutto quello che lei non riconoscerebbe come cibo…non compratelo”. In questo modo, probabilmente, entrambe le confezioni di biscotti integrali che avete in mano rimarrebbero sullo scaffale.

Leggi anche: “Ridurre la plastica al supermercato: ecco come fare”

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Ecosistema: che cos’è e perché è importante

Esempio di ecosistema

Pensate a un ecosistema come a una torre di Jenga. Quando ci sono tutti i pezzi, la torre è stabile, in equilibrio e abbastanza resistente agli agenti esterni. Quando togliete qualche rettangolo inizialmente non succede nulla poiché le forze fisiche trovano il loro nuovo equilibrio senza che la struttura crolli. Quando però ne togliete tanti, il collasso sarà inevitabile e della torre non resterà niente, se non pezzi sparsi sul tavolo.

Definzione e significato di ecosistema

Il vocabolario online Treccani lo definisce così:

In ecologia, unità funzionale formata dall’insieme degli organismi viventi e delle sostanze non viventi (necessarie alla sopravvivenza dei primi), in un’area delimitata (per es., un lago, uno stagno, un prato, un bosco, ecc.).

ecosistema fragile

Alcuni esempi di ecosistema

Una torre di Jenga può essere un esempio perfetto per descrivere i vari tipi di ecosistemi, potenzialmente formato da tutti i “micromondi” che tutti noi conosciamo:

  • la foresta
  • la savana
  • la steppa
  • il deserto
  • la tundra
  • la Macchia Mediterranea
  • gli oceani
  • qualsiasi ecosistema marino

I rettangoli non sono altro che i componenti dell’ecosistema e sono sia esseri viventi (biodiversità) sia quelli non viventi (rocce, acqua, sabbia etc). Più elementi ci sono, più l’ecosistema sarà in grado di resistere alla scomparsa di qualcuno di loro, ripristinando con facilità l’equilibrio originario. Quando però iniziano ad essere tante le specie estinte, tutto il sistema diventa più debole fino a cadere.

Legami importanti

In Jenga, oltre alla quantità di rettangoli, è importante anche il modo in cui questi vengono estratti. Se per esempio togliamo solo quelli di sinistra, la torre crollerà dopo pochi step. Lo stesso accade se togliamo i rettangoli alla base della torre. Questo avviene perché ogni pezzo dipende dagli altri e soprattutto da quelli che reggono il tutto.

Anche negli ecosistemi tutti i componenti sono legati tra loro da rapporti di causa-effetto. Ad esempio, se l’acqua di un oceano diventa più fredda, alcuni pesci migreranno verso acque più tiepide e gli organismi che dipendevano da loro dovranno trovare altre fonti di sostentamento. Quelli che non sono in grado di adattarsi muoiono, gli altri sopravvivono, proliferano e si differenziano, mantenendo l’ecosistema vivo e fertile.

L’equilibrio come condizione di vita per un ecosistema

È importante però aggiungere che l’equilibrio è recuperabile soltanto se le specie si estinguono o si modificano gradualmente, secondo processi lenti e naturali. In Jenga, se si è troppo bruschi e veloci nelle proprie mosse il rischio del crollo aumenta, anche dopo un solo tentativo e anche togliendo un pezzo di poco conto. Allo stesso modo, se gli elementi naturali vengono danneggiati ed eliminati con grande velocità l’ecosistema non ha il tempo di trovare un nuovo equilibrio, creando un circolo vizioso che comprometterà l’intera stabilità.

Se il corallo muore velocemente e inaspettatamente, l’intero ecosistema viene colpito. I pesci che se ne nutrono o che lo usano come rifugio muoiono o si allontanano poiché non hanno avuto il tempo di adattarsi. I pesci più grandi che di essi si nutrivano restano quindi senza cibo, e si estinguono a loro volta.

Ma gli effetti a cascata non si fermano qui perché in natura tutte le “torri” dipendono le une dalle altre. Se il pesce scompare, gli uccelli che lo mangiano perdono la loro fonte di energia e le piante che prosperano grazie alle loro deiezioni si esauriscono. E, naturalmente, le persone che si affidano alle barriere coralline per il cibo, il reddito o il riparo dalle onde perdono la loro risorsa vitale.

ecosistema marino

Cosa sta accadendo nel mondo?

Questi non sono solo scenari fantascientifici, ma stanno accadendo proprio ora, mentre siamo tranquilli davanti allo schermo del computer. La National Academy of Sciences ha riferito che la Terra ha già cominciato la sesta estinzione di massa, che vedrà la flora e la fauna del mondo estinguersi. Le specie, comprese quelle non in pericolo, si sono ridotte a causa della perdita degli habitat, deturpati dall’agricoltura “intensiva”; dalla caccia, soprattutto quella illegale di specie protette; dall’inquinamento agricolo, con l’uso sconsiderato di pesticidi e fertilizzanti, e dall’inquinamento dell’aria e dell’acqua da parte dei gas serra.

Gli oceani hanno perso il 40% dei plancton negli ultimi 50 anni, una delle principali fonti di ossigeno per il pianeta (leggi l’articolo). Anche gli insetti, che stanno alla base della catena alimentare e che sono i maggiori responsabili dell’impollinazione delle piante, stanno diminuendo. Le api in particolare sono una risorsa preziosa per gli ecosistemi e sta subendo forti danni (leggi l’articolo).

Il crollo dell’ecosistema terrestre è una catastrofe non-naturale

Ecologicamente, la parola giusta per descrivere questi fenomeni è “catastrofe”. L’unica soluzione per preservare la biodiversità sarebbe l’interruzione delle suddette pratiche. Se la biodiversità aumenta, infatti, crescerà anche la sua capacità di recupero. Se ciò non dovesse accadere, il mondo probabilmente continuerà ad esistere, proprio come il tavolo sul quale giochiamo a Jenga: dopo il crollo della torre esso rimane intatto.

La Terra, però, non sarà più come noi la conosciamo. Nessun animale, nessun albero, nessun fiore, nessun uomo. Un paesaggio simile a quello lunare sarà l’unico che potremmo aspettarci. O che l’universo potrà aspettarsi, perché noi, per vederlo, non ci saremo.

Cominciare informati: rassegna stampa 18-24 marzo

ISPRA PRESENTA L’ANNUARIO 2018: BUONE E CATTIVE NOTIZIE

L’Ispra (IStituto Nazionale per la Protezione e la Ricerca Ambientale) ha presentato a Roma l’Annuario per l’anno 2018. La notizia più eclatante è legata alla siccità: il 2017 è stato tra gli anni più secchi dal 1961, secondo solamente al 2001. L’aumento della temperatura media è di +1.3°.

Altra nota negativa è la minaccia alla biodiversità in Italia per la degradazione degli habitat. Inoltre, sono quasi 3200 le specie alloctone, ossia non originarie della penisola, che minacciano la diversità biologica. Il 42% delle specie tutelate dall’UE (Direttiva Habitat) è a rischio.

Rilevanti anche i dati riguardanti il dissesto idrogeologico con 7 milioni di persone che risiedono in aeree a rischio. Le note positive sono la sostanziale diminuzione di emissioni di gas serra (-17,5% dal 1990) e il buono stato delle acque costiere di balneazione tra il 2014 e il 2017. Qui il rapporto ISPRA.

UE FINANZIA L’ENERGIA PULITA MENTRE LE LOBBY GAS E PETROLIO LA CONTRASTANO

La Commissione Europea ha deliberato oggi lo stanziamento di 705 milioni di euro per progetti legati all’energia pulita. Nel frattempo, il report di InfluenceMap rivela come i colossi del gas e del petrolio ExoonMobil, Royal Dutch Shell, Chevron, BP e Total hanno investito 1 miliardo di dollari nella disinformazione relativa al clima. Con l’acquisto di inserzioni pubblicitarie su Facebook e Instagram essi promuovono i benefici legati all’aumento della produzione di carburanti fossili..

GLIFOSFATO: MONSANTO COLPEVOLE E LA BAYER CROLLA IN BORSA.

Per la seconda volta un tribunale americano stabilisce che il glifosfato contenuto nell’erbicida Roundup può causare il cancro. Sulla Borsa di Francoforte, le azioni del colosso farmaceutico tedesco hanno subito un calo del 12 per cento, per un totale del 50% dall’acquisto della Monsanto, avvenuto nel giugno 2018.

Distante, ma comunque collegato è il caso del glifosfato in Europa. Le tempistiche prevedono che entro fine anno venga avviato il processo di rinnovo per la licenza di utilizzo dell’erbicida, in scadenza nel 2022. A questo link potete controllare gli aggiornamenti sul tema: Glifosfato – Commissione europea (la pagina è in inglese).

44 DISCARICHE NON A NORMA, ITALIA CONDANNATA DALLA CORTE.

Bruxelles – Una direttiva del 1999 stabiliva un termine (19 ottobre 2015) per la messa in regola delle discariche. Scaduto il termine massimo in Italia vi erano ancora ben 44 discariche non a norma. Oggi è arrivata la sentenza: Italia condannata.

Stefano Ciafani, presidente nazionale di Legambiente, si dichiara non sorpreso e fa anzi pressione affinché si intervenga al più presto. A suo dire la soluzione è una sola e risiede nello sviluppo dell’economia circolare.
Lamenta infine l’assenza di dibattito sul tema in Italia, nonostante la sua impellenza e indispensabilità.

GIORNATA MONDIALE DELL’ACQUA: SITUAZIONE CRITICA

Il 22 marzo è stata la giornata mondiale dell’acqua ma di motivi per festeggiare ce ne sono pochi. Stando al quadro riportato nel report di Legambiente la situazione delle acque italiane non è eccellente. “Buone & Cattive Acque” si apre con la Direttiva Quadro sulle Acque 2000/60, che richiede il raggiungimento di uno stato ecologico “buono” entro il 2027, termine massimo già rimandato una volta.

I laghi versano nelle peggiore condizioni, con solo il 20% “in regola”. Solo il 43% dei corpi idrici fluviali sono in un buono stato ecologico. Per le acque costiere mancano rilevamenti dello stato chimico ed ecologico. Peggiore di tutti il Distretto Padano con un 100% per quel che riguarda lo stato ecologico.

Per quanto riguarda lo spreco di acqua, l’Italia è il Paese europeo che consuma acqua potabile. Secondo l’Istat ogni cittadino utilizza 428 litri di acqua potabile al giorno, della quale il 47,9% non giunge a destinazione.

“Effetto serra effetto guerra”: l’umanità che si autodistrugge

Effetto serra effetto guerra è libro efficace e ordinato, proprio come il titolo. C’era da aspettarselo dall’unione di un diplomatico, Grammenos Mastrojeni e un climatologo, Antonello Pasini che insieme lo hanno scritto. Pensandoci bene, non è un connubio usuale, ma con lo snocciolarsi dei capitoli, il mistero viene svelato.

“Effetto serra effetto guerra”: una piramide di informazioni

Il libro inizia prendendo molto alla larga il problema del riscaldamento globale. Poi, però, entra nello specifico illustrando le sue conseguenze dirette e indirette sull’umanità e in particolare sui Paesi in via di sviluppo. Per finire, assistiamo a un’interessante quanto illuminante riflessione sull’Italia, uno dei Paesi occidentali più interessati dalle migrazioni climatiche.

Inizialmente, quindi, può sembrare un libro teorico che, per quanto utile e spesso avvincente, con dati strabilianti e preoccupanti, può essere di difficile lettura. Esorto però a perseverare in quanto gli autori daranno esempi pratici e, soprattutto soluzioni, non tanto per mitigare il riscaldamento globale (per quello vi sono altri libri più specifici), quanto per resistere alle sue conseguenze potenzialmente catastrofiche.

Il ruolo dell’uomo nel riscaldamento globale non è una sciagura, anzi è una buona notizia! Infatti, se il riscaldamento fosse avvenuto per cause naturali non potremmo far altro che difenderci dalle sue conseguenze più negative. Ma poiché siamo stati noi a produrlo, possiamo fare qualcosa per modificarne le cause ed evitare così gli impatti futuri più devastanti.

Fenomeni da conoscere

Resta il fatto che Effetto serra effetto guerra parla di grandi fenomeni, molto più grandi di noi di fronte ai quali il rischio è di sentirsi impotenti. L’estinzione degli ecosistemi marini e terrestri, lo scioglimento dei ghiacciai che causano la perdita delle riserve di acqua e la deforestazione in America Latina.

Soprattutto, però, la siccità in Africa. Questa causa lo spostamento delle persone dalle campagne alle città, le quali, con il sovraffollamento e la corruzione politica, non riescono a gestire il flusso. La conseguenza sono i disordini sociali e, quindi, le guerre. Tutti fenomeni di grande importanza su cui proprio per questo è bene informasi.

Leggi anche: “Solo i ricchi si salveranno”. L’appello ONU sul cambiamento climatico

effetto serra effetto guerra

Cosa possiamo fare noi?

Verso la fine di Effetto serra effetto guerra si torna coi piedi un po’ più per terra e proprio sul suolo italico. Adesso sì che gli autori si appellano a noi per fare qualcosa, per aprire gli occhi e agire grazie al nostro diritto di voto. Ma sono anche importanti scienziati e imprenditori, perché insieme sviluppino progetti per risanare i terreni in Africa. Fondamentali anche gli insegnanti perché rendano i giovani consapevoli del pericolo al quale stiamo andando incontro e quanto sia importante, a questo punto, la resilienza.

L’immigrazione può essere un’opportunità enorme, da cogliere e trasformare in qualcosa di positivo e di utile a tutti. Perché i muri non sono la soluzione, bensì solo il coperchio di una pentola a pressione che prima o dopo esploderà. E il risultato sarà molto peggiore della piccola criminalità e altri reali ma risolvibili problemi cui ora si collega l’immigrazione.

Se abbandoniamo i più poveri alle prese con il cambiamento climatico, non solo facciamo finta di non capire ciò che ci insegna la scienza moderna e la geopolitica, cioè che siamo tutti sulla stessa barca e che i problemi sono interconnessi, ma lasciamo anche crescere un bubbone di conflittualità che prima o poi raggiungerà pure noi.

Tutto ciò sembra teorico o idealista, ma i vantaggi e gli svantaggi dell’ immigrazione, sopratutto quella africana, sono stati indagati dagli autori nel modo più razionale possibile, contando i soldi spesi e quelli guadagnati, valutando le prospettive di sviluppo economico, quantificando i pro e i contro. Tutto questo perché, se non si riuscisse a fermare il riscaldamento, quantomeno possiamo sfruttarne in modo intelligente le conseguenze creando un virtuoso effetto serra-effetto pace.

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