Nata a Milano nel 1991 ma bergamasca di adozione, è tornata nella sua città natale per conseguire la laurea specialistica in Lettere Moderne, un corso di studi che ha cambiato la sua vita e il suo punto di vista sul mondo. Ha infatti imparato ad approfondire e affrontare criticamente argomenti di varia natura e dare in questo modo priorità a ciò che nella vita è davvero importante.
Il rispetto per l’ambiente è una di queste cose e, grazie ad alcuni libri e documentari, ma anche dopo due viaggi in Asia, Iris si interessa in modo particolare a questo ambito. Durante l’università scrive recensioni e interviste sul blog letterario Viaggio nello Scriptorium e, terminati gli studi, si appassiona al mondo del giornalismo, decidendo di sfruttare il grande potere della scrittura per comunicare al mondo i suoi interessi e le notizie più importanti. Collabora come redattrice con il giornale Bergamo Post e ha poi l’onore di frequentare il Corso di Giornalismo Ambientale Laura Conti organizzato da Legambiente.
Qui conosce altri aspiranti giornalisti e insieme decidono di dare il loro contributo per informare l’Italia riguardo all’emergenza ambientale cui stiamo assistendo e di cui non molti sembrano essersi accorti. Per l’Ecopost Iris si occupa della redazione di contenuti e comunicazione sui Social Media.
Non più soltanto nei mari e nei fiumi, ai lati delle strade cittadine, nei sentieri di montagna, nei boschi. Adesso le microplastiche si trovano anche nell’aria. E, quindi, definitivamente ovunque. Lo ha dimostrato uno studio di Nature Geoscience pubblicato pochi giorni fa. Tutto è nato in seguito al ritrovamento di microplastiche sia nei corsi d’acqua che sul suolo nella regione di Vicdessos, sui Pirenei Francesi. Nessuno però si è mai chiesto da dove provenissero. L’area in questione è quasi isolata, tanto che per molti chilometri non vi sono attività industriali, i villaggi sono pochi e molto piccoli. Di tanto in tanto si può incontrare qualche camminatore o sciatore. Era quindi strano che una tale quantità di microplastiche potesse provenire da loro.
Origine nei prodotti monouso
La scienziata coautrice dello studio Deonie Allen ha avuto un’ illuminazone: dovevano concentrarsi non sul terreno, bensì sull’aria. Hanno quindi sfruttando l’attrezzatura di misurazione atmosferica già presente nei Pirenei e analizzato i campioni d’aria raccolti durante oltre cinque mesi. Con non troppa sorpresa, hanno rilevato nell’atmosfera esattamente gli stessi materiali che si trovavano sul suolo, ovvero fibre di plastica di dimensioni diverse. La maggior parte erano polistirolo, polietilene e polipropilene, che sono tutti comuni nei prodotti monouso come borse e contenitori per alimenti.
A questo punto era chiaro che le microplastiche, trovandosi nell’aria, potessero essere anche trasportate dal vento da un luogo all’altro e quindi raggiungere anche luoghi in cui mai ci si aspetterebbe di trovare della plastica, o almeno non in tali quantità. Un altro triste risultato emerso dallo studio infatti è che le microplastiche di dimensioni inferiori sono anche quelle maggiormente presenti. Questo avviene in quanto il vento trasporta più facilmete i frammenti piccoli e leggeri.
Il viaggio aereo delle microplastiche
Ma quello che più interessava gli scienziati di Nature era
capire da dove provenissero precisamente queste microplastiche. Ebbene, utilizzando
dei modelli computazionali delle correnti atmosferiche, sono stati in grado di
rilevare le direzioni delle correnti e, quindi, delle microplastiche. Anche se
questo tipo di misurazione è stato possbile soltanto su scala regionale, dagli studi
è emerso che le miscroplastiche hanno iniziato il loro viaggio aereo non dai piccoli
villaggi vicini, bensì da 100 kilometri di distanza.
È quindi ufficiale: la plastica viene trasportata anche dal
vento e può essere ovunque, anche nel luogo più remoto della terra. Lo studio
ovviamente non può fermarsi qui. Secondo gli autori dello studio sarà anche
interessante scoprire come le microplastiche si comportano in diverse
condizioni atmosferiche e in diverse parti del mondo. Ma la cosa più importante
sarà capire quante di queste microplastiche presenti nell’atmosfera potremmo
inalare giorno dopo giorno. Se infatti queste si possono trovare nell’aria potenzialmente
pura di un’isolata strada di montagna, possiamo solo immaginare quante ve ne
siano nei pressi delle nostre città.
“Con Greta salviamo il pianeta”. E’ lo slogan che urlavano a squarciagola le 25mila persone che si sono presentate stamattina in Piazza del Popolo a Roma. Una folla che ha accolto con entusiasmo e grandi aspettative Greta Thunberg, che con il suo viso calmo, sorridente e determinato alle 13:00 è salita sul palco, quest’ultimo alimentato per l’occasione solo da energia motrice.
Vi erano infatti 120 biciclette che animavano il generatore. Un’ idea di Andrea Satta dei Tetes de Bois, un gruppo musicale che prima dell’arrivo di Greta ha presentato la sua nuova canzone, ispirata proprio alle parole dell’attivista svedese. Il suo discorso è stato toccante e qui lo riportiamo integralmente tradotto:
Il discorso di Greta
Greta Thunberg sul palco di Piazza del Popolo a Roma
“L’umanità si trova a un bivio. ora dobbiamo decidere quale strada prendere. Dobbiamo decidere come vogliamo che siano le future condizioni di vita di tutte le specie. Noi siamo qui oggi perché abbiamo scelto il percorso da prendere, e ora dobbiamo aspettare che gli altri seguano il nostro esempio. Mentre viaggiavo per parlare nei diversi Paesi sono sempre stata disponibile a scrivere riguardo alle politiche climatiche specifiche per ogni Nazione. Ma questo non è del tutto necessario, perché il problema di fondo è lo stesso ovunque: non è stato fatto nulla per fermare o almeno rallentare la crisi climatica ed ecologica.
Negli ultimi sei mesi milioni di studenti hanno scioperato per il clima, ma nulla è cambiato. Le emissioni infatti stanno ancora aumentando e, onestamente, non vedo all’orizzonte nessun cambiamento politico. Questo è il motivo per cui dobbiamo prepararci, perché questo richiederà molto tempo. Non ci vorranno settimane, non ci vorranno mesi, ma ci vorranno anni.
Noi giovani non stiamo sacrificando la nostra educazione e la nostra adolescenza perché gli adulti e i politici ci dicano cosa loro considerano essere politicamente possibile in un società che loro hanno creato. Non siamo scesi in strada perché loro si facciano i selfies con noi e dirci che ammirano moltissimo quello che facciamo. Noi giovani lo facciamo per svegliare gli adulti, perché vogliamo che agiscano, perché vogliamo riavere le nostre speranze e i nostri sogni. Non siamo noi ad aver creato questa crisi. Noi siamo semplicemente nati in un mondo in cui vi era già una crisi che per anni è stata ignorata. E ora abbiamo deciso di agire contro di essa, perché ci hanno sempre nutriti con bugie e promesse infrante”.
Non siamo noi ad aver creato questa crisi. Noi siamo semplicemente nati in un mondo in cui vi era già una crisi che per anni è stata ignorata. E ora abbiamo deciso di agire contro di essa, perché siamo sempre stati nutriti con bugie e promesse infrante”.
Tante iniziative, un solo obiettivo
Durante tutta la mattina l’atmosfera in Piazza del popolo è stata gioviale, con musica, canti, balli ed esposizioni di arti visive nei quattro gazebo presenti nella piazza. Il tutto, ovviamente, a tema ambientale. Un filo conduttore non solo metaforico, ma realmente presente. Il cosiddetto “filo per il clima”, infatti, è una corda che collega i quattro gazebo e il palco, dove le persone possono attaccare con una molletta di legno dei foglietti con i loro pensieri, riflessioni e aspirazioni riguardo al clima.
Tutto molto bello, insomma, anche se, anche grazie al discorso di Greta, non si è perso di vista l’obiettivo principale: quello di chiedere alle istituzioni, ai politici, i governi di agire, per garantire ai giovani di tutto il mondo il futuro che desiderano .
Rimettersi in forma, risparmiare sulle bollette e fare del bene al pianeta, tutto in un’ora. Manoj Bhargava, un imprenditore di origini indiane diventato miliardario per l’invenzione di un energy drink, ha reso tutto questo possibile inventando Hans Free Electric, una sorta di bicicletta simile a una cyclette da palestra che permette di creare energia elettrica pedalando.
Come funziona?
Il meccanismo consiste nella trasformazione dell’energia cinetica in energia elettrica, la quale viene immagazzinata in una batteria ed è quindi utilizzabile in qualunque momento: una sorta di elettricitàon demand senza pagare bollette o comprare carburante. A differenza dei pannelli solari o le pale eoliche, inoltre, non serve aspettare che il sole splenda o che il vento soffi, ma siamo noi che decidiamo quando e quanta energia produrre.
Aiutare il mondo aiutando gli altri
Una pedalata di circa un’ora con Hans Free Electric fornisce l’energia elettrica necessaria per illuminare un’intera casa rurale per 24 ore. L’intenzione di Manoj Bhargava, infatti, è soprattutto quella di aiutare le popolazioni che non possono permettersi l’energia elettrica, per esempio i contadini del terzo mondo, e di accedere ai servizi per noi ormai scontati come l’utilizzo del cellulare, il computer e il televisore, per non parlare dell’illuminazione e del riscaldamento della casa, o ancora usufruire di acqua calda e cuocere il cibo senza dover bruciare legna, kerosene o carbone.
“La parte dell’umanità che voglio davvero aiutare – ha affermato Bhargava in un’intervista – non sono le persone ricche, ma quelli meno fortunati in termini di benessere. A loro serve la stessa cosa che serve a noi, ovvero avere una vita dignitosa e prendersi cura della famiglia”.
Un prezzo relativo
Inizialmente Hans Free Electric aveva un costo di 200-250 dollari, ma con il tempo è stata perfezionata e resa più efficiente, così che anche il suo costo è sceso a 190 dollari. Per noi può non sembrare molto se pensiamo a quanto si spende all’anno di bolletta elettrica, che per una famiglia di quattro persone oscilla tra i quattrocento e i milleduecento euro. Per le popolazioni meno abbienti, però, Hans Free Electric ha un costo ancora troppo elevato. Nel marzo 2016 Bhargava ha quindi inviato in India 25 biciclette destinate a famiglie di contadini, piccole imprese, istituti sanitari e scuole dove non arriva corrente elettrica. Come ha affermato Bhargava “molti dicono che queste popolazioni hanno bisogno di educazione. Ma se non hanno acqua ed elettricità, l’educazione non li aiuterà”.
https://www.youtube.com/watch?v=sqwdvwxJPsQ
Hans Free Electric in India
Non solo energia
Bhargava, però, non si è fermato qui ed ha brevettato altri importanti oggetti in grado di migliorare il mondo, come un depuratore di acqua piovana, cosiddetto “RainMaker”, e “Renew”, un dispositivo medico che aiuta il sangue a circolare. Nel documentario Billions in change del 2015 si possono conoscere più nel dettaglio queste tre importanti e onorevoli invenzioni.
Gli effetti del cambiamento climatico sono già qui. Lo sa bene il governatore di Kiribati, un complesso di isole paradisiache in mezzo all’Oceano Pacifico. Per nove milioni di dollari Kiribati ha già comprato otto chilometri quadrati di terra per evacuare, un giorno non molto lontano, l’intera sua popolazione. Questo perché entro il entro il 2050 una grande fetta della Nazione sarà sommersa dall’acqua. Il riscaldamento globale ha infatti causato l’innalzamento dei mari e reso insostenibile l’aumento della frequenza e potenza delle tempeste.
L’inizio di un nuovo giorno
Le isole Kiribati si trovano sulla linea internazionale del cambio di data, il che significa che sono le prime ad assistere all’inizio del nuovo giorno. In un certo senso si può dire che, rispetto al resto del mondo, Kiribati è già nel futuro. Ironia della sorte, i suoi abitanti stanno assistendo a una triste anteprima di quello che potrà accadere a molte altre Nazioni molto più grandi nel futuro più prossimo e che, proprio come l’alba di un nuovo giorno, arriverà per tutti.
Domande esistenziali
L’artista Antonio Fiorentino ha visitato le isole Kiribati tra il luglio e l’agosto 2018. Qui ha avuto l’ispirazione per creare alcune sue opere, ora esposte alla Fondazione Pastificio Cerere di Roma e che vi resteranno fino al 19 luglio. Il viaggio a Kiribati è stata per lui un’occasione per cercare di rispondere alle domande esistenziali di gaugueniana memoria e che inevitabilmente prima o poi ogni uomo si pone: Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo? Durante un viaggio in un’isola esotica, poi, queste domande sorgono quasi spontanee.
Un po’ di bellezza
Ma è proprio questo il punto: ci spingiamo oltre, verso orizzonti estremi (nel caso di Kiribati il più estremo, ai margini del mondo), per poi renderci conto che vi è e vi sarà sempre qualcosa che ci unisce, come essere viventi e come uomini. Un unico destino, un unico futuro, un’unica terra su cui nasciamo, cresciamo e moriamo. Fortunatamente a volte durante questo percorso invece che distruggere riusciamo a costruire qualcosa e lasciare un po’ di bellezza. È quello fa Fiorentino tramite l’arte, cercando nel contempo di suscitare negli uomini una maggiore consapevolezza verso i problemi e le sfide di questo secolo di grandi cambiamenti. E oggi lunedì 15 aprile alle 19:00 sarà anche proiettato un video che l’artista ha girato proprio a Kiribati, che ci lascerà una preziosa testimonianza di questa terra prossima a scomparire.
L’igiene personale è importante tanto quanto ridurre il consumo di plastica. Unire le due cose, quindi, è una responsabilità che tutti dobbiamo assumerci, specialmente se pensiamo a quanti contenitori di plastica utilizziamo per la cura del nostro corpo. Ecco come ridurre la plastica nell’igiene personale senza compromettere la nostra preziosa routine:
No all’usa e getta
Non utilizzare i rasoi usa e getta. Investire in un rasoio permanente e riutilizzabile, con le lamette intercambiabili.
Sostituire gli assorbenti usa e getta con la coppetta mestruale. Comoda, utile e soprattutto riutilizzabile.
Prediligere il fai-da-te, soprattutto per le maschere viso che di solito sono usa e getta e confezionate nella plastica.
Occhio al materiale
Eliminare gli spazzolini di plastica e utilizzare quelli in legno o bamboo. In alternativa comprare gli spazzolini di plastica con la testina intercambiabile.
Non comprare prodotti cosmetici con microsfere esfolianti all’interno o dentifrici con microsfere. Spesso queste sono fatte di plastica, che finisce nelle tubature e poi negli oceani.
Per l’esfoliazione del viso e del corpo utilizzare prodotti “meccanici” come spazzole e spugne raschianti.
I cosmetici solidi
Per le mani e per la doccia usare le saponette e non più il sapone liquido. Dura molto di più e spesso sono imballate nella carta.
Utilizzare shampoo e balsamo solidi. Ebbene sì, è possibile eliminare del tutto i contenitori di plastica comprando questi prodotti che, al pari di una saponetta, si sciolgono a contatto con l’acqua, fanno schiuma e puliscono perfettamente i capelli.
Comprare dentifrici in polvere o comunque meno imballati di quelli tradizionali
Acqua e sapone
Ridurre al minimo i prodotti struccanti:
Usare l’acqua micellare contiene struccante, detergente e tonico in un solo prodotto.
Utilizzare gli oli vegetali (cocco o anche di oliva) per togliere al meglio il trucco occhi, anche con le mani. In questo modo si evita di comprare prodotti struccanti e utilizzare dischetti di cotone.
Utilizzare gli innovativi dischetti in microfibra i quali, imbevuti solamente di acqua, rimuovono alla perfezione il trucco del viso e degli occhi.
Qualche giorno fa su Facebook sono comparse fotografie che sanno di aria fresca, specialmente nel Sud Est Asiatico, che combatte ogni giorno una lotta forse infinita contro la plastica. Nel supermercato Rimping di Chang Mai, nel nord della Thailandia, la verdura è imballata semplicemente con una foglia di banano.
Questa foglia, molto grande, spessa e quindi resistente, è perfetta per sostituire i materiali plastici. Inoltre, nel Sud Est Asiatico di banani se ne trovano in abbondanza e questo è un perfetto esempio sia di utilizzo dei prodotti locali, sia di sfruttamento intelligente e “anti-spreco” delle risorse naturali.
Una rapida diffusione
Poco tempo dopo che le foto in questione sono diventate virali, anche alcuni supermercati in Vietnam hanno seguito lo stesso esempio. A Ho Chi Minh City l’ esperimento è iniziato con i supermercati Saigon Co.op e Lotte Mart, quest’ultimo già sensibile al tema della plastica. Qui infatti sono vendute cannucce di carta e contenitori per il cibo fatti con gli scarti della canna da zucchero. Un rappresentante della catena ha affermato che imballare le verdure con le foglie di banano per ora è soltanto una prova, ma se funziona saranno felici di applicarla anche negli altri supermercati del Paese. Aggiunge inoltre che il banano potrebbe essere utilizzato per avvolgere anche altri prodotti come la carne.
A seguito di queste iniziative, anche la capitale del Vietnam nel nord del Paese non ha voluto essere da meno. Da lunedì scorso infatti la catena di supermercati Big C con sede ad Hanoi ha iniziato ad utilizzare le foglie di banano per imballare le verdure e sta pensando di estendere l’iniziativa anche nelle sedi al centro e al sud del Vietnam. Anche questo supermercato offre già la possibilità di acquistare sacchetti fatti con farina di mais e quindi totalmente biodegradabili.
Asia, la discarica degli USA
Queste iniziative sono importanti per una nazione come il Vietnam, che l’UNEP (United Nations Environment Programme) ha posizionato al quarto posto nel mondo per la quantità di rifiuti plastici gettati nel mare. In generale, il Vietnam butta ogni giorno 2500 tonnellate di plastica. Il, problema, però non è solo dell’Asia. Come riportato dal The Guardian, infatti, l’America ha sempre usato i Paesi in Via di Sviluppo come discarica. Gli USA inviano qui i propri rifiuti plastici sfruttando la debolezza e, in certi casi, la mancanza di regole per lo smaltimento dei rifiuti.
Con la Cina che ha recentemente imposto agli Stati Uniti il divieto di esportare i suoi rifiuti nel proprio Paese, ora sono i restanti paesi del Sud Est asiatico a doverli domare. Senza le istituzioni e le strumentazioni necessarie, però, la plastica viene facilmente riversata nei fiumi e nei mari.
Uno studio condotto da scienziati del Centro Helmholtz per la ricerca ambientale, ha rilevato che il 90% della plastica oceanica proviene da soli 10 fiumi, otto dei quali si trovano in Asia. Iniziative come quella delle foglie di banano quindi, anche se di primo acchito possono far sorridere, sono invece di estrema importanza.
Vik è un grazioso paese di 300 abitanti nel sud dell’Islanda ed è l’unico vero centro abitato della zona. La cittadina più vicina si trova a 80 chilometri di distanza, si chiama Hvolsvöllur e i suoi abitanti sono 900. I bambini che hanno avuto la fortuna di nascere in questo paradiso naturale frequentano la Hvolsskólil, la scuola elementare del paese, piccolissima e apparentemente insignificante. I suoi studenti però hanno dato vita a un progetto importante per la diffusione della consapevolezza ambientale. A partire dal 2010 hanno infatti misurato quanto il ghiacciaio Sólheimajökull in Islanda si è ritirato nel corso degli anni, scrivendo le misurazioni su un cartello visibile a tutti.
Islanda, un progetto importante sul ghiacciaio
Il cartello ai piedi del ghiacciaio Sólheimajökull. A sinistra si legge l’anno di inizio del progetto e il nome della scuola. Appena sotto gli anni 2011 e 2012 e il ritiro del ghiacciaio misurato in metri. Nella colonna di destra gli anni 2013-2018.
Sembra un progetto lungimirante, ma già nel 2010 il ghiacciaio si era ridotto di 43 metri. Il 2013 e il 2014 sono stati gli anni migliori con un ritiro di “soli” 8 e 7,9 metri rispettivamente. Dal 2015 è invece iniziato un crollo esponenziale e inesorabile, che probabilmente non lascerà più spazio a tempi “migliori”. Da un calo di 16 metri nel 2015 si è passati a 24 nel 2016, 50 nel 2017 e 110 metri nel 2018. Nonostante quindi il ghiacciaio si rigeneri sempre dopo lo scioglimento estivo, avanzando di 40 metri ogni anno, questo evidentemente non è abbastanza. Oggi i ghiacciai si sciolgono con una velocità e una quantità mai viste prima alla quale la natura non riesce a tener testa.
Mai più camminate sul ghiaccio
La nostra guida si chiama Bjartur ed è un giovane ragazzo islandese che svolge forse uno dei lavori più belli del mondo: la guida turistica tra le montagne della Nazione. All’inizio del tour ci comunica che solo sei anni fa per raggiungere il ghiacciaio dalla sede di partenza bastavano 5 minuti. Oggi ce ne vogliono 15. Ci informa anche che da quest’anno la sua compagnia ha introdotto le lezioni di kayak nel nuovo lago formatosi a causa dello scioglimento. “Le navigazioni in kayak sono andate piuttosto bene – ci dice – e sarà sicuramente il nostro nuovo business. Inoltre tra dieci anni il ghiacciaio non esisterà più e la camminata di oggi non sarà più fattibile”. Questo è un perfetto esempio di resilienza, ovvero la capacità di una comunità di sopravvivere a un cambiamento che potrebbe minacciarne l’economia.
Il ghiacciaio in Islanda è fonte di acqua
Il ghiacciaio Sólheimajökull si è ritirato di 110 metri solo nel 2018
Durante la nostra camminata sul ghiacciaio il vento era potente, così come quello che ci siamo trovati davanti. Una distesa immensa di ghiaccio leggermente coperta di neve, resa accecante dal sole che batteva sulla sua superficie. La guida ci ha spiegato che siamo stati fortunati poiché il vento, per quanto forte, è sempre meglio della pioggia. Per ora le precipitazioni non sono la fonte primaria di acqua pulita in Islanda, bensì lo sono i ghiacciai. Questi, quindi, non sono solo una fonte di reddito, grazie ai tour guidati, ma svolgono una funzione fondamentale per la vita dell’isola. I supermercati islandesi vendono pochissima acqua in bottiglia. I ristoranti, anche quelli più prestigiosi, servono l’acqua pura, fresca e buonissima del rubinetto. Forse però, tra non molti anni, la pioggia sarà per loro una benedizione visto il destino cui i ghiacciai stanno andando incontro.
Toccare il fondo
Dopo circa mezzora di camminata troviamo una struttura di metallo abbastanza strana, per quanto semplice e non fastidiosa alla vista. Bjartur ci spiega che, per quanto le misurazioni della scuola elementare siano valide, l’Università d’Islanda ha voluto verificare non solo la riduzione del ghiacciaio in termini di lunghezza, ma anche di profondità. Questo strumento è stato installato nel 2013 da un gruppo di studenti della facoltà di glaciologia i quali hanno creato tre fori di 10 metri e inserito dei fili con un peso alla fine, in modo che arrivassero in fondo. Con lo scioglimento del ghiaccio i fili sono fuoriusciti. Grazie a questo semplice strumento sono riusciti a dedurre il tasso di scioglimento del ghiacciaio. Durante i tre anni delle misurazioni il tasso di scioglimento è stato in media di 6-7 centimetri al giorno, raggiungendo i 10.11 cm nel periodo estivo. Questo significa che il ghiacciaio si è abbassato di 10 metri solamente durante l’estate. “Qualche anno fa – dice Bjartur – questo stesso tour si svolgeva a 50 metri sopra le nostre teste”.
Lo strumento di misurazione in una foto del 2016
Durante il ritorno al campo base, Bjartur mi dice rassegnato che si sente impotente e che gli islandesi non sanno bene cosa fare per fermare lo scioglimento. Provano a rispettare l’ambiente, ma non è abbastanza. Tutta la popolazione mondiale dovrebbe contribuire e non sembra che ciò avverrà nel breve periodo. Io, oggi, con questo articolo chiedo aiuto in nome di Bjartur e tutti i cittadini islandesi. Anche se, tra non molto, anche noi pagheremo le conseguenze di questo veloce, inesorabile scioglimento dei ghiacciai.
Una bottiglia di plastica, pensate un po’, nasce da risorse naturali come il legno, il carbone, il sale comune, il gas e il petrolio. Sì, anche quest’ultimo si trova naturalmente sul pianeta. Ma, oltre ad essere una risorsa non rinnovabile, il suo trasporto, la sua lavorazione e i suoi utilizzi (per esempio la benzina) sono la principale causa del riscaldamento globale. Purtroppo col tempo per produrre le bottiglie di plastica si è preferito usufruire soprattutto del petrolio, in quanto più economico.
Come nasce una bottiglia di plastica
La bottiglia, quindi, inizia il suo ciclo vitale dall’estrazione del petrolio, dalla sua chiusura nei barili e dal trasporto fino alle raffinerie, spesso a migliaia di chilometri di distanza. Il petrolio greggio è formato da lunghe catene di idrocarburi le quali, attraverso il cosiddetto cracking, si rompono. Si ottengono così molecole molto piccole, i monomeri, i quali poi si riuniscono grazie al calore, alla pressione e all’aggiunta di componenti chimici. Queste nuove catene si chiamano polimeri e formano una resina sintetica molto malleabile. Questa, sciolta e poi raffreddata, si inserisce nel “pallinatore”, uno strumento che crea, appunto, delle piccole sfere.
Le sfere di PET vengono nuovamente riscaldate (e quindi sciolte) e poste negli stampi a forma di tubo lungo e sottile. Il tubo di PET viene quindi trasferito in un secondo stampo, dove una sottile barra d’acciaio viene fatta scivolare all’interno, riempiendo il tubo con aria pressurizzata e dandogli così la forma perfetta della bottiglia che tutti conosciamo. Il tutto deve essere raffreddato velocemente, in modo che il composto mantenga la forma appena assunta. Uno dei modi per farlo è quello di far scorrere dell’acqua fredda attraverso dei tubi che circondano la macchina abbassandone, appunto, la temperatura. In alternativa viene anche usata dell’ aria fredda direttamente sulla bottiglia.
La (breve) vita
A questo punto la bottiglia è pronta per etichette, tappi e imballaggio, fatti ,ovviamente, con altra plastica. A questo punto viene trasportata verso bar e supermercati, dove entreremo noi, baldanzosi, a comprarla. Le bottiglie grandi le portiamo a casa e le beviamo nel giro di una giornata, al massimo due. Quelle piccole, invece, durano soltanto qualche ora prima di essere buttate via. E i numeri lo dimostrano: il consumo medio solo in Italia di acqua in bottiglia è di quasi 200 litri all’anno per persona, il che significa 12 miliardi di bottiglie all’anno. Senza contare gli altri tipi di bibite e bevande che, soprattutto in America, raggiungono numeri elevatissimi.
Va inoltre ricordato come le bottiglie di plastica siano più difficili da riutilizzare rispetto ad altri tipi di contenitori, in quanto, proprio a detta di chi le produce, queste “sono progettate per essere utilizzate una sola volta”.
La morte della bottiglia di plastica
Terminata la bottiglia (e talvolta anche quando non lo è) la gettiamo, se va bene, nel contenitore della plastica dove finiscono anche bottiglie di altri colori, flaconi di detersivo, vaschette, sacchetti e altri imballaggi. Nonostante siano tutti materiali plastici, richiedono sistemi di trattamento diversi e non possono essere riciclati tutti insieme. Oggi fortunatamente esistono macchinari che riconoscono i materiali e li dividono gli uni dagli altri, sempre supervisionati da alcuni operatori. Le bottiglie, quindi, vengono selezionate e raccolte insieme.
La rinascita della bottiglia di plastica
Queste subiscono un’ulteriore selezione per colore e una compressione per poter essere mandate nei centri di riciclaggio. Qui tagliano i fili metallici che legano le balle di PET, dividono nuovamente le bottiglie una per una e le fanno passare su un separatore di metalli che eliminerà le etichette contenenti alluminio. Dopodiché le bottiglie entrano in una macina che le sminuzza in piccoli pezzi. I cosiddetti “fiocchi” vanno poi nel separatore, dove i resti delle etichette sono aspirati verso l’alto grazie a dell’aria calda. I fiocchi di PET sono poi miscelati e riscaldati a temperature elevate così da sciogliersi e purificarsi. La miscela viene poi lavata con acqua potabile e asciugata.
Infine un laser misura la struttura del PET per espellere eventuali residui estranei. A questo punto il nuovo PET è pronto per il riciclo e diventare, per esempio, un’altra bottiglia. E’ anche importante aggiungere che la plastica non può essere riciclata all’infinito e che dopo qualche passaggio si degrada inesorabilmente. Va inoltre specificato che i rifiuti plastici del mondo sviluppato, vengono spesso spediti in dei mega container a Paesi dove le restrizioni ambientali sono molto più elastiche e, soprattutto, in cui grazie a qualche mazzetta sarà possibile usufruire di mega discariche a cielo aperto. Qui non sempre i rifiuti finiscono per essere riciclati. Anzi, può capitare, per qualsiasi motivo, che vengano dispersi nell’ambiente, con tutte le tragiche conseguenze del caso.
Se finisce nell’indifferenziata
Questo lungo processo, che ho semplificato moltissimo e a cui dovremmo pensare ogni volta che compriamo una bottiglietta, può non avvenire se quella bottiglia si getta nel contenitore dell’indifferenziata. il più comune nelle nostre città. Certo, vi sarà un controllo dei rifiuti per recuperare i materiali riciclabili. Ma è molto facile che qui la bottiglietta si contamini con altri materiali o rifiuti organici per cui il riciclo diventa impossibile. In questo caso finirà nell’inceneritore con altri rifiuti, generando emissioni e sostanze tossiche in alte quantità.
Se quella bottiglia, infine, si getta a terra e nessuno la raccoglie, rischia di finire in mare dove può rimanere intatta dai cento ai mille anni (di solito circa 450) provocando gravi danni alla flora e alla fauna del luogo. Ma questa è un’altra lunghissima triste storia, di cui parliamo nel nostro articolo sulle isole di plastica.
Alcuni consigli per evitare l’utilizzo della plastica
Una soluzione ormai molto diffusa è l’utilizzo delle borracce in alluminio. Queste, infatti, oltre ad essere un’alternativa riutilizzabile alla bottiglie usa e getta, sono anche in grado di mantenere la temperatura del liquido per un periodo variabile in base alla qualità del prodotto. Oggi è molto facile vedere persone utilizzarle, così come trovarne una da comprare a prezzi più che competitivi. Purtroppo però, questa viene utilizzata principalmente per il consumo di acqua, mentre tantissime altre bibite, come ad esempio quelle del marchio Coca Cola, responsabile della maggior parte dell’inquinamento da plastica del pianeta, vengono ancora comprate, e consumate, dentro la plastica. Un ulteriore consiglio è dunque quello di prediligere l’acquisto, anche di questi prodotti, nelle bottiglie di vetro.
Laddove non sia possibile, come può capitare quando si viaggia in paesi in cui l’utilizzo della plastica è all’ordine del giorno, può essere di aiuto fare attenzione alla sigla presente nell’etichetta o, nel caso in cui non ci fosse, al numero che possiamo trovare nella confezione. Quando infatti troviamo la dicitura “1” oppure “PET“, che letteralmente significa polietilene tereftalato, significa che la plastica di cui si compone l’imballaggio è di buona qualità, e può quindi essere riciclato nella sua interezza. Se invece troviamo un “2” o la sigla “PE -HD” (polietilene ad alta densità), vuol dire che la bottiglia può essere ugualmente riciclata, sebbene sia di livello più basso rispetto al PET. Se invece troviamo il “3”, che si riferisce alla sigla PVC (polivinil cloruro) il consiglio è quello di evitare l’acquisto del prodotto, in quanto non potrà essere riciclato. Altri numeri ed altre sigle vengono invece utilizzate per altri tipi di materiale, sempre composti principalmente da plastica, che però raramente vengono utilizzati nel settore alimentare.
La natura non fa altro che insegnarci questo: ogni cosa ha il suo tempoe il suo spazio e, se non rispettati, il servizio extra bisogna pagarlo a caro prezzo. Voi direte: sciare è la mia passione e i soldi per accedere a una pista di neve finta me li sono guadagnati. Il prezzo di cui parliamo, però, non è quantificabile in denaro. E l’impianto Ski Dubai ha un costo che non può essere ripagato col denaro.
La neve, una risorsa preziosa
La neve, come dice Adam Gopnik nel suo splendido libro “L’invenzione dell’inverno”, rende la realtà esteticamente sublime. È però anche una risorsa naturale preziosa, fondamentale per il ciclo della vita sulla terra. È infatti una riserva idrica importante per l’estate, quando si scioglie e rimpingua i fiumi. Quella che non si scioglie, nelle zone ombrose o durante estati fresche (ormai sempre più rare) garantisce la sopravvivenza dei ghiacciai. In inverno, inoltre, grazie al suo forte potere isolante, la neve protegge il suolo dal gelo e, quindi, dalla sterilità.
Sapere quindi che vi sono macchine in grado di produrre neve in luoghi già freddi, ma anche dove la temperatura raggiunge i 40 gradi, come negli Emirati Arabi, dovrebbe essere una buona notizia. Ebbene, non lo è affatto.
I cannoni spara-neve
Ormai siamo sempre più abituati a vedere ai lati delle piste i cannoni spara-neve, ma pochi sanno come funzionano. Quando l’acqua pressurizzata entra in contatto con l’aria compressa, entrambe già fredde per la temperatura esterna, si forma il primo cristallo di ghiaccio. Dopodiché viene aggiunta altra acqua fredda vaporizzata, la quale si addensa intorno al primo nucleo e forma il “fiocco” di neve.
Il consumo di energia per produrre una tonnellata di neve si aggira intorno ai 5,6 kWh. In una notte le macchine ne producono circa 50 tonnellate, consumando in questo lasso di tempo quello che un frigorifero di classe A consuma in un anno. Come se non bastasse, per coprire una pista lunga un chilometro, le tonnellate di neve necessarie sono 10 mila. Fra l’altro, la neve artificiale ha una densità molto maggiore rispetto a quella naturale (400-500 km/ m³ contro 200-300 km/ m³) e per questo ne serve molta di più.
Rincorrere fantasmi
Talvolta si attribuisce alla neve artificiale il merito di proteggere il suolo dal gelo, ma nei fatti questa ha un potere di isolamento molto basso rispetto alla neve naturale. Se pensate che questo sia meglio di niente, è proprio qui il punto. Continuiamo a rincorrere fantasmi, sperando di poter risolvere il problema del riscaldamento globale con la tecnologia. Invece, queste tecnologie sfruttano i combustibili fossili e prosciugano le nostre riserve di acqua. In questo modo la temperatura terrestre aumenta ancora di più e si crea un circolo vizioso infinito. Il suolo sta già soffrendo per il freddo e la mancata protezione della neve che un tempo era molto più abbondante. Perché peggiorare le cose continuando a tirare i lembi di una coperta ormai troppo piccola?
Lo sci primaverile
Ancora peggio è quando si cerca di aumentare la permanenza della neve sulle piste anche nei periodi più caldi, quando dovrebbero sbocciare i primi fiori sul terreno. Dovrebbero, perché a causa della neve artificiale questo non succede. Nei luoghi soggetti a innevamento artificiale è stato infatti riscontrato un ritardo dell’inizio dell’attività vegetativa fino a 20-25 giorni. La conseguenza è un deterioramento progressivo del manto erboso, l’alterazione dell’ecosistema e quindi della biodiversità del territorio.
Le piste della Ski Dubai
La goccia che farà (o ha già fatto) traboccare il vaso è però l’installazione delle macchine produci-neve in località dove questa non si formerebbe mai in natura, come gli Emirati Arabi. La Ski Dubai utilizza la All weather snow making, prodotta dalla compagnia israeliana IDE tecnologies. Questa macchina è una sorta di enorme freezer che produce 500 tonnellate di neve al giorno, più del doppio rispetto a un cannone spara-neve. Per farlo ha ovviamente bisogno di più energia, sia per la quantità di neve prodotta, sia per raffreddare l’acqua e l’aria, non potendo sfruttare la temperatura esterna.
La sua versione più piccola è di 11 metri di altezza, 30 tonnellate di peso e costa 1,2 milioni di euro. Il suo motore ha una potenza di 235 kw, pari a quella di 1565 frigoriferi. Ogni tonnellata di neve prodotta consuma 12 kwh, paragonabile al consumo di un litro di benzina. Pensate a quante tonnellate di “neve” servano per la Ski Dubai: cinque piste da 22500 metri quadrati situate in un felicissimo contenitore di ferro e cemento in mezzo al deserto.
La neve sulle Alpi
Prima di Dubai, questa macchina è stata acquistata dalla Svizzera per gli impianti di Zermatt e Pitzal. Più comprensibile, visto che uno dei mercati più fiorenti in queste zone è proprio quello dello sci. La bolletta per questa macchina “magica” la pagano gli sciatori e, finché il bilancio finanziario è in attivo, nessuno si preoccupa molto della perdita a livello termodinamico. Non esiste infatti nessuna magia, solo un insostenibile sfruttamento di acqua ed energia per soddisfare i “bisogni” di investitori e turisti.
Lo so, non è facile per una località sciistica rinunciare al turismo invernale, che talvolta è la principale fonte di posti di lavoro e di sostentamento. Ma ad oggi l’unico modo per provare a ristabilire i livelli di precipitazioni nevose di 50 anni fa è fermarsi e cambiare business. I segnali del fatto che abbiamo superato i limiti ci sono già stati inviati da molti anni e a questo bisognava e bisogna prepararsi, non correre a veloci e inutili ripari.
Alcuni dati
Come ha rilevato il Centro Geofisico Prealpino, le precipitazioni nevose sono nettamente diminuite a partire dagli anni ’80. Nella zona di Campo dei Fiori a Varese, situata a 1226 m di quota, la media dell’altezza della neve tra il 1967 e il 1987 era di 403 cm. Tra il 1988 e il 2017 si è dimezzata, arrivando a soli 201 cm. A Varese si è passati da 69 cm a soli 33 cm.
Uno studio presentato dal Cnrs nella città di Grenoble rivela che a Col de Porte, a 1.326 metri di altitudine, in cinquant’anni vi è stato un calo della coltre nevosa da 120 a 50 centimetri. All’Alpe d’Huez, che raggiunge i 3.300 metri, nel 2015 sono state aperte solo 30 piste su 130. Sempre secondo lo studio, entro un decennio, due al massimo, tutti le piste da sci al di sotto dei 1.800 metri saranno condannate.
Nel 2015 a Madonna di Campiglio per consentire l’apertura della stagione sciistica sono stati utilizzati 400 mila metri cubi di neve artificiale. A Bormio sono stati investiti 8,5 milioni di euro per un impianto di innevamento programmato. 190 cannoni fissi e 50 cannoni mobili che garantiscono l’innevamento sull’80% delle piste (40 km su 50 totali).
Non sembra anche a voi che la cosa sia un po’ sfuggita di mano? Che sia un controsenso? Che sia una forzatura gigantesca? Se c’è una soluzione, quella è solamente fare un passo indietro e sperare che la neve, un giorno, torni a far parte del ciclo della natura. La quale, se l’avessimo rispettata fin da subito, oggi permetterebbe a noi e alle future generazioni di goderci la neve vera, gratuita e priva di effetti collaterali, che cade sempre e solo dalle nuvole.
Qualunque argomento, quando diventa un fenomeno mediatico, rischia di perdere spessore. È il prezzo da pagare per la sua diffusione tra le masse, le quali tollerano poco gli approfondimenti. Nel libro Non c’è più tempo, però, il climatologo e docente di sostenibilità ambientale all’Università di Torino Luca Mercalli riesce a riportare alla realtà l’argomento del vivere sostenibile. Troppo spesso infatti viene ridotto a piccole pratiche tanto buone quanto insufficienti quali il comprare una lampadina LED o gettare la bottiglia di plastica nel contenitore giusto.
Luca Mercalli inizia il libro elencando lo stile di vita e le pratiche da seguire se vogliamo davvero cambiare il mondo. L’elenco è scorrevole, interessante e arriva subito al punto. E il punto è cambiare radicalmente le nostre abitudini. Non solo quelle piccole, che ormai si conoscono, ma anche quelle più importanti e che davvero possono bloccare il riscaldamento globale. Alcuni esempi: non prendere aerei e preferire viaggi in località vicine, recarsi al lavoro/riunioni il meno possibile prediligendo il telelavoro (capi permettendo). Infine, mantenere il ricambio generazionale pari o sotto la soglia 1:1, che nei fatti significa non avere più di due figli per coppia. Non sono certo i consigli a cui siamo abituati, ma sono sicuramente i più necessari.
Stile di vita sostenibile
L’autore illustra anche il suo personale stile di vita, fatto di macchina elettrica, pannelli fotovoltaici, abiti riciclati e una generale sobrietà. Il suo obiettivo non è di farne un vanto, bensì di dimostrare che una vita sostenibile è possibile. Ci dà quindi consigli molto pratici e molto utili sulla coltivazione dell’orto, (qui un articolo sull’orto digitale) sui prezzi dei pannelli solari e sul modo in cui gestirli, su come risparmiare l’acqua, su come riutilizzare o riparare oggetti danneggiati. Non mancano certo i consigli a livello politico e gestionale, alcuni dei quali, a dirla tutta, sembrano molto semplici e fattibili. Ad esempio, introdurre l’ora di educazione ambientale in tutte le scuole o introdurre l’obbligo, per chiunque abbia un giardino, di compostare l’organico individualmente.
L’importanza di prevenire
E’ anche importante da parte dei governi e dei singoli prendere misure di sicurezza per alluvioni e disastri ambientali. Nella seconda parte del libro, infatti, Luca Mercalli si concentra sulla resilienza, ovvero sulla nostra capacità di affrontare i cambiamenti climatici in un futuro ormai molto prossimo. Anzi, stiamo già assistendo a pericolosi cambiamenti, anche sul suolo italico. Per questo l’autore incentiva chi vive in luoghi più a rischio di alluvioni ad essere sempre pronti, con una torcia nel comodino e uno zaino pronto con biancheria e alimenti a lunga conservazione. Troppe persone e sempre più spesso muoiono a causa dell’impreparazione o semplicemente non sapendo le regole di base da seguire durante un’alluvione. Una di queste è non entrare mai in un sottopassaggio con la macchina quando l‘acqua a terra è piuttosto alta.
Non mollate il colpo
Dal momento che il libro è una raccolta di decine di articoli pubblicati negli anni dall’autore, non mancano ripetizioni e informazioni sì interessanti, ma alla lunga un po’ fine a se stesse. Per questo inviterei i lettori, una volta finita la parte quarta, a passare direttamente alla sesta. Nella quinta, infatti, si rischia di mollare il colpo, visto il calo di consigli davvero utili che abbiamo visto all’inizio e l’elenco di dati riguardo, per esempio, le alluvioni avvenute in Italia dagli anni sessanta ad oggi. Nell’ultima parte, invece, l’autore guarda ai problemi mondiali, certamente più grandi di noi ma che è sicuramente bene conoscere. Alcuni esempi sono il problema dei migranti climatici, le conferenze mondiali sul clima e l’impegno da parte delle diverse Nazioni. Mercalli ipotizza anche cosa succederebbe se Trump volesse uscire dall’accordo di Parigi, cosa che poi è effettivamente successa.
Insomma, in “Non c’è più tempo” è lasciato poco spazio alla teoria e molto alla concretezza, della quale vi è un estremo bisogno in un mondo in cui i social media stanno prendendo il controllo dell’informazione, che diventa così superficiale e lontano dalla verità dei fatti.
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