Antibiotici in 2/3 dei fiumi. A rischio la salute umana

antibiotici

Nei fiumi di tutto il mondo sono state trovate altissime quantità di antibiotici. L’università di York ha condotto lo studio raccogliendo campioni di acqua in 711 luoghi di 72 nazioni e i risultati sono sconfortanti. Il 65% dei campioni, ovvero nei 2/3 del totale, era contaminato dalle sostanze presenti in questi medicinali.

Un’altissima quantità

Il problema però non risiede soltanto nella semplice presenza di residui di antibiotici nell’acqua. Il dato più allarmante risiede nella loro quantità. Nei peggiori casi, come in Bangladesh e in Kenya, i campioni analizzati superavano di 300 volte il livello di sicurezza stabilito dall’Amr Industry Alliance. Senza andare così lontano, comunque, anche nei maggiori fiumi europei come il Danubio, il Tamigi e anche il Tevere sono stati trovati alti livelli di sostanze antibiotiche.

Antibiotici pericolosi. Perché?

Ma quale pericolo si nasconde dietro la dispersione di queste medicine comunemente ritenute salva-vita? Il fatto che gli antibiotici siano dispersi nell’ambiente può causare l’aumento della resistenza dei batteri a questi medicinali, che quindi diventano di giorno in giorno sempre meno efficaci.

Il fiume Buriganga, in Bangladesh, è uno dei corsi d’acqua più inquinati del mondo

“Anche le basse concentrazioni osservate in Europa possono portare a un’evoluzione della resistenza e aumentare la probabilità che i geni sopravvissuti si trasferiscano ai patogeni umani” ha affermato William Gaze, ecologo microbico dell’Università di Exeter che studia la resistenza antimicrobica. Proprio il mese scorso, tra l’altro, l’ONU aveva dichiarato l’emergenza sanitaria globale a causa della sempre maggiore resistenza dei batteri agli antibiotici. Secondo le Nazioni Unite infatti questo fenomeno potrebbe portare alla morte di 10 milioni di persone entro il 2050. Una minaccia paragonabile, secondo il responsabile dell’ufficio medico d’Inghilterra, a quella del surriscaldamento globale.

Rifiuti e acque reflue

Le sostanze antibiotiche finiscono nei fiumi a causa dei rifiuti umani e animali scaricati direttamente nell’acqua. Fanno la loro parte anche le perdite degli impianti di trattamento delle acque reflue e degli impianti di produzione di farmaci. Tutto questo avviene specialmente nei Paesi a basso reddito, come appunto l’India o l’Africa sub-sahariana. “Migliorare la gestione dei servizi sanitari e di igiene nei paesi a basso reddito è fondamentale nella lotta contro la resistenza antimicrobica “, ha affermato Helen Hamilton, analista di salute e igiene presso l’ente benefico britannico Water Aid.

A rischio, ovviamente, anche la flora e alla fauna marina, tanto che in alcuni fiumi africani i pesci non possono più sopravvivere. L’Università di York sta comunque approfondendo gli effetti sull’ambiente di questo fenomeno anche se, viste le premesse, non promette nulla di buono.

Europee: i Verdi sono il secondo partito della Germania.

verdi

I risultati parlano chiaro e sono anche meglio del previsto: ai verdi tedeschi (Alliance 90/The Green Party) spetteranno 22 seggi nel Parlamento Europeo. Questo fa di loro la seconda maggiore coalizione della Germania dopo quella del Partito Popolare Europeo, che occuperà 29 seggi. Questo trend green non è una novità per la Nazione centroeuropea, tanto che nelle elezioni regionali del 2018 i verdi sono stati il secondo partito più votato in Baviera e in Assia il consenso è passato dall’11,1 al 19,8 per cento. A questo punto la domanda sorge spontanea: perché un partito che in Italia e in molte altre nazioni europee è considerato minoritario se non addirittura oggetto di scherno, (Europa Verde ha avuto il 2,3% dei voti) qui ha avuto questo successo?

Un equilibrio stabile

La parola d’ordine è equilibrio. Secondo il Financial Times, il partito verde tedesco sta cercando di scollarsi l’etichetta di partito di sinistra radicale, idealista e poco concreto, per spostarsi verso il centro e coinvolgere più partiti possibili nella loro battaglia per l’ambiente. Nell’analisi del giornale inglese emerge la strategia dei Verdi di puntare sui problemi sociali legati all’ambientalismo, per coinvolgere e convincere le persone dei problemi reali ai quali loro stessi andranno incontro. “I Verdi sono l’unico partito che combina questioni sociali e ambientali”, dice in un’intervista del Telegraph Isabell Welle, una ragazza di 27 anni che si è recentemente unita ai Verdi in Turingia. Anche per lei, il cambiamento climatico e la questione dei migranti sono intrecciati. “Il cambiamento climatico farà sì che sempre più aree della terra diventino inabitabili”.

Oltre a questo tema nel loro programma politico è presente l’idea di un governo fondato sull’integrazione e sull’ immigrazione controllata e promuove politiche in favore delle donne.  “Questa flessibilità – ha rivelato il presidente del partito Robert Habeck al Financial Times – è una ragione importante per cui il movimento potrebbe prosperare in un’epoca di frammentazione politica.

Tutti ma non l’estrema destra

Vi è un unico partito con il quale però non sono disposti a scendere a compromessi ed è quello di estrema destra Alternative for Germany. “I Verdi sono stati l’unico partito a prendere posizione contro l’AfD – dice Leonard Hissen, un 22 enne candidato come membro del partito – mentre le altre parti come la CDU si sono mosse in loro favore. Penso che questo sia il motivo per cui stiamo assistendo a un’ondata di giovani che decidono di farsi coinvolgere in politica e si uniscono ai Verdi”.

Se quindi i Verdi sono oggi un partito fatto da giovani, ma soprattutto per i giovani, forse è anche per questo che in un Paese dalla mentalità retrograda e poco incline ai cambiamenti come l’Italia, il partito dei verdi ha avuto pochissimi voti.

Europee 2019 – l’ambiente nei programmi elettorali: M5S

Movimento 5 stelle

Il Movimento 5 Stelle fa parte, a livello europeo, del gruppo Europa della Libertà e della Democrazia Diretta (EFDD). Di ispirazione populista, vuole contrastare il centralismo burocratico del Parlamento Europeo.

I punti a favore dell’ambiente

Il partito di Luigi di Maio ha presentato un programma approvato dagli attivisti della piattaforma Rousseau. I punti principali sono dieci e due dei quali sono esplicitamente a favore della tutela dell’ambiente. Il quarto punto del programma, infatti, è proprio la proposta di incentivare le imprese che inquinano meno, di fermare le trivellazioni, di tagliare i fondi per inceneritori e discariche, l’abbandono delle fonti fossili e la riduzione dei prodotti plastici.

Il punto otto invece riguarda la tutela del made in Italy contro le contraffazioni, con l’obbligo di riportare nell’etichetta l’origine dei prodotti. Inoltre, il M5S propone il divieto assoluto di OGM e di pesticidi nocivi sui prodotti alimentari per proteggere la salute dei cittadini e del pianeta. Sempre a favore del benessere dei cittadini deve essere incentivato l’utilizzo delle energie rinnovabili.

Aumentare la popolazione?

Un punto non contro, ma sicuramente non favorevole all’ambiente è quello degli incentivi alle famiglie per combattere il calo demografico e lo spopolamento. L’aumento demografico è una delle principali cause per cui il nostro pianeta e le sue risorse non ci bastano più. L’idea quindi che sia necessario aumentare la popolazione è, dal punto di vista strettamente ambientale, sbagliata. L’aiuto alle famiglie proposto dal M5S è importante, ma non è da collegare direttamente alla necessità di aumentare la popolazione.

Il programma del M5S

Per completezza, qui elenchiamo gli altri punti del programma:

  • Salario minimo europeo:
    • in Italia come in Europa, vogliamo un salario minimo orario.
    • I diritti di chi lavora sono al primo posto
    • Stop alle delocalizzazioni
    • La manodopera deve avere lo stesso costo in tutta l’Unione Europea
  • Stop all’Austerity
    • Investimenti per la crescita e la piena occupazione
    • Tutti gli organismi europei devono impegnarsi per questo obiettivo e investire miliardi
    • Il lavoro è la vera priorità dell’Italia e dell’Europa
    • Basta con l’austerità che, negli ultimi dieci anni, ha prodotto solo più tasse, disoccupazione e povertà
  • Redistribuzione e rimpatri
    • Politica migratoria europea comune per i rimpatri e la redistribuzione obbligatoria dei migranti
    • I confini dell’Italia sono i confini dell’Europa
  • Lotta alla grande evasione in Europa
    • Meno tasse agli italiani
    • Basta con i paradisi fiscali e la concorrenza sleale delle grandi multinazionali
    • Chi lavora in Italia deve pagare le tasse in Italia
    • Le grandi multinazionali devono pagare il giusto e gli italiani pagheranno meno tasse
  • Rientro dei giovani in Italia
    • Teniamo in Italia i nostri giovani e facciamo tornare chi è scappato
    • Più investimenti dall’Europa su istruzione, ricerca e per le start up innovative
  • Taglio stipendi e privilegi di commissari e parlamentari europei
    • I privilegi nel 2019 non devono più esistere
    • Taglio di tutte le spese inutili come la doppia sede del Parlamento a Strasburgo
  • Investimenti per l’istruzione, la sanità, le infrastrutture e la sicurezza del territorio fuori dai vincoli di bilancio dell’Unione Europea
    • Per continuare a cambiare ci vuole flessibilità e disponibilità negli investimenti per lo sviluppo
    • Togliamo i vincoli di bilancio sull’istruzione, la sanità e le infrastrutture

Leggi anche il programma di PD, Lega, Europa Verde, Sinistra Europea

Europee 2019 – l’ambiente nei programmi elettorali: PD

Il Partito Democratico di Nicola Zingaretti è candidato alle elezioni europee insieme al partito di Carlo Calenda Siamo Europei. La loro coalizione si inserisce nel gruppo parlamentare europeo dell’Alleanza progressista dei socialisti e democratici (S&D). Di stampo fortemente europeista, S&D crede nell’unione tra i Paesi come strumento fondamentale per lo sviluppo del nostro continente. Il PD apre il suo programma proprio con questa idea:

Solo con un’Unione forte, democratica e solidale i Paesi europei potranno affrontare con successo le sfide del mondo contemporaneo: l’economia e il lavoro che cambiano, l’ambiente da proteggere e valorizzare, un pianeta da governare.

L’ambiente un punto importante

Un’ Unione Europea riformata e democratica è lo strumento essenziale per superare le disuguaglianze, perseguire la giustizia fiscale, affrontare le minacce poste dai cambiamenti climatici, sfruttare il potenziale dell’economia digitale, assicurare una trasformazione sostenibile ed equa dell’agricoltura, gestire i flussi migratori e garantire la sicurezza per tutti i cittadini europei.

Nel programma del PD l’ambiente è un punto importante, anche se non centrale. La lotta ai cambiamenti climatici è infatti integrata con quella alle disuguaglianze sociali e di genere, oltre che alla povertà. L’ambiente è quindi solo un ramo dell’albero, il cui tronco consiste in un unico concetto: innovazione sostenibile. Un esempio è la volontà di accrescere l’occupazione nel rispetto dell’ambiente e delle persone. Un altro è l’investimento nei giovani che in quanto tali sarebbero parte integrante di potenziali progetti innovativi.

Per rilanciare la crescita, l’occupazione e affrontare le sfide della sostenibilità sociale e ambientale occorre un piano straordinario di investimenti in capitale umano, ricerca, infrastrutture materiali, immateriali e sociali, energie rinnovabili, welfare.

Nicola Zingaretti, Segretario Nazionale del Partito Democratico.

Concretamente

Concretamente, il PD propone di avviare il processo di decarbonizzazione del sistema energetico, favorendo invece le energie rinnovabili, l’economia circolare, la riduzione delle emissioni. Vorrebbe infatti dimezzare le emissioni entro il 2030 e azzerarle entro il 2050. Un altro esempio è la proposta del PD di anticipare al 2025 la data in cui la plastica in commercio potrà essere soltanto riciclata oppure compostabile.

Con la definizione di un Piano straordinario, l’Ue dovrà essere capace di mobilitare i 290 miliardi l’anno di investimenti necessari per la completa decarbonizzazione del sistema energetico europeo. […] I più alti obiettivi di riciclaggio che abbiamo introdotto si devono accompagnare con misure concrete di prevenzione della generazione di rifiuti a partire dalla progettazione eco-compatibile.

Made in Italy e integrazione

Importante dal punto di vista ambientale è anche la proposta di tutelare e valorizzare, sempre all’interno del mercato unico, il made in Italy, specialmente contro il sottocosto cinese. Come si legge nel programma, per farlo serve una rivoluzione digitale nel settore manifatturiero e agricolo, per renderlo più efficiente e competitivo.

La prossima Politica agricola comune dovrà essere adeguatamente finanziata con un bilancio almeno pari ai livelli attuali, per essere in grado di continuare a sostenere il nostro modello agricolo familiare, incoraggiando i nostri agricoltori alla transizione verso modelli produttivi sempre più sostenibili. Vogliamo stimolare un modello produttivo basato sulla qualità e sulla valorizzazione della biodiversità, promuovendo una intensificazione sostenibile, il miglioramento varietale non OGM e la diversificazione produttiva.

Il PD inoltre vorrebbe che l‘Europa sia più unita e accogliente nei confronti delle persone che arrivano dal Mediterraneo in cerca di asilo. Come sappiamo, molti di questi scappano da situazioni di invivibilità causate dai cambiamenti climatici, come siccità o disastri naturali. Per questo l’integrazione può essere considerata come una strategia di adattamento ai cambiamenti climatici.

Serve un sistema europeo imperniato sui principi di solidarietà e di equa ripartizione, che tuteli i diritti e le libertà fondamentali e sanzioni i paesi che non fanno la loro parte. Bisogna arrivare a una gestione comune delle frontiere europee e alla definizione di vie legali della migrazione che consentano la gestione dei flussi e la realizzazione di politiche di integrazione a partire del rafforzamento del Fondo Asilo Migrazione e Integrazione.

Lo spreco alle stelle sul volo Milano-New York

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Tanti piccoli amebi senza nome né capacità motorie, numerati e divisi in scompartimenti non meno angusti di un banco di scuola elementare, quando ci torniamo da adulti. Sono loro, i passeggeri del volo Milano-New York. E oltre all’inquinamento dovuto alle emissioni di quell’aereo, che è un altro grande problema della società globalizzata e del quale mi ritengo io stessa complice, ognuno di loro produce in nove ore molti più rifiuti plastici di quelli prodotti nello stesso tempo in un giorno qualunque. Voi direte che quel volo è un’eccezione, nessuno lo fa tutti i giorni. Ma il rapporto Enac (Ente Nazionale per l’Aviazione civile) sul traffico aereo italiano del 2017, dimostra che prendere l’aereo è ormai tutt’altro che raro. I passeggeri dei voli che collegano Malpensa a New York nel 2017 sono stati circa 687mila. Di questi, 300mila utilizzano la compagnia in questione. E l‘esperienza che ognuno di loro vivrà è la seguente.

Comincia l’avventura

Poco dopo il decollo le hostess iniziano il loro frenetico pendolarismo per i corridoi, trasportando il carrello al quale i passeggeri anelano come uccellini denutriti. Ci chiedono se vogliamo qualcosa da bere, io prendo dell’acqua naturale. Non bevevo da prima di entrare in aeroporto e la velocità con cui ho terminato l’acqua contenuta in quell’enorme bicchiere di plastica ne è stata la dimostrazione. Trascorrono pochi minuti, resi ancor meno percepibili dall’inizio di uno dei tanti film del catalogo e le hostess passano ancora, questa volta per distribuire un pacchetto di plastica con all’interno una sorta di tristissimo aperitivo. Ancora pochi minuti e le gentili e velocissime hostess iniziano la loro terza missione: ritirare i bicchieri e i pacchetti vuoti. Li prendono meccanicamente direttamente dal tavolino, spesso senza lasciarci il tempo di farlo noi. Buttano tutto in un sacchetto di un anonimo e preoccupante colore azzurro. Sarà il sacchetto della plastica?

Si mangia!

Finalmente si diffonde in tutto l’aereo odore di cibo. Le hostess ci servono con la solita celerità, che a quel punto mi sembra un po’ inutile viste le 8 ore di volo che ci attendono, ma che comunque apprezzo. Almeno finché non mi arriva il vassoio – l’unica cosa non usa e getta di tutto il kit. La portata principale è servita nella plastica, le posate di plastica sono confezionate nella plastica insieme a un tovagliolo di carta che rimarrà intonso. Sul vassoio è infatti presente anche un tovagliolo sfuso, più spesso e grande di quello minuscolo nelle posate. Troviamo anche un altro contenitore di plastica con dell’insalata scondita (i condimenti si trovano in altre bustine di plastica). Poi un panino freddo e molliccio, confezionato, nemmeno da dire, nella plastica, proprio come il dolce. Per completare il tutto, due alimenti di cui nessuno può fare a meno, entrambi impacchettati in materiale alluminioso: un formaggino molle tipo “Mio” e un panettino di burro, quest’ultimo inutilizzato dal cento percento dei campioni della mia veloce indagine sui vassoi dei vicini. Infine dei cracker in un sacchetto di plastica, giusto per darci un solo valido motivo per mangiare il formaggino. E ovviamente lei, la regina del PET, l’immancabile bottiglietta d’acqua, messa lì con il solo scopo di affollare corridoi e bagni nelle ore successive Ci avevano già dato da bere prima del pasto e nei voli lunghi l’acqua è ad accesso illimitato.

Differenziata no grazie

Finisco il mio piatto dal gusto opinabile, non apro nemmeno il panino, né il dolce, né, appunto, il burro. Continuo a guardare il mio film finché le hostess ripassano per raccogliere i rifiuti. I vassoi ci vengono presi con foga dal tavolino e svuotati con l’intero contenuto in quell’unico sacchetto azzurro di prima. Gli avanzi, ancora impacchettati, declassati nel giro di dieci minuti da pasto a rifiuto, rei soltanto di aver transitato sul vassoio del pranzo. Quando se ne vanno mi rendo conto di aver nascosto la bottiglietta sotto la coperta, perché il mostro azzurro non avrebbe atteso l’espletazione delle mie capacità oratorie e motorie. No, i suoi tentacoli si sarebbero allungati e in meno di un secondo me l’avrebbe sottratta ancora mezza piena.

Snack time

A metà viaggio, infreddolita e non assonnata vado a prendere un tè caldo, che viene servito in un bicchiere che sembra essere carta, o comunque materiale biodegradabile. La plastica, presumo, si sarebbe fusa. Torno a sedermi un po’ più sollevata, fino all’ennesimo passaggio veloce e inesorabile delle hostess che ci danno del gelato, duro come il marmo ma abbastanza buono e contenuto nel cartone. La plastica, questa volta, solo per il cucchiaino. Ritirano tutto, buttano tutto insieme. Un’ora dopo ci richiedono cosa vogliamo da bere. Questa volta mi trattengo, nonostante la secchezza dell’aria e il freddo che mi ha tappato il naso e prosciugato la bocca. All’arrivo manca poco più di un’ora e le hostess fremono, servono veloci, quasi corrono nei corridoi per soddisfare i bisogni di tutti. Ancora cibo, ancora uno snack in una scatola, ancora di cartone. Io avevo già deciso di non prendere nulla, soprattutto per la bassa qualità dei prodotti, cosa che mi viene confermata da chi, quello snack, lo mangia. Infine, ancora il passaggio dell’onnivoro sacchetto azzurro.

Facciamo i conti

Facendo una veloce stima sono circa dieci gli oggetti di plastica usati da un passeggero in nove ore. L’aereo di quella compagnia ne contiene ottocento. Sono quindi ottomila gli oggetti di plastica usati, buttati, e probabilmente non riciclati soltanto in un volo. In un anno da Malpensa partono 175 mila voli, 22 milioni i passeggeri stimati. Proviamo ad immaginare, in tutto il mondo, quanti rifiuti vengono prodotti inutilmente, solo perché siamo in viaggio e “almeno in viaggio” non abbiamo voglia di badare allo spreco, o alla raccolta differenziata.

Milioni di re e regine

Veramente abbiamo così bisogno di queste comodità, neanche fossimo reali del cinquecento? Veramente non siamo in grado di tenerci il nostro bicchiere (anche di plastica, ve lo concedo) dall’inizio alla fine del viaggio? Se cade, se si rompe, se siamo particolarmente viziati da non volere questo peso immane tra le mani allora ne chiederemo un altro, ma soltanto se lo vogliamo noi. Invece noi, su quell’aereo, non valiamo niente. Non abbiamo facoltà di decidere dove, quando, se buttare i nostri rifiuti. Almeno servissero a qualcosa, questi agi! L’esperienza, anche secondo persone che non disprezzano quanto me l’utilizzo sconsiderato di plastica, è stata comunque pessima.

Veramente abbiamo bisogno del burro? Dei cracker? Dell’ “aperitivo” prima del pranzo? Se si risparmiasse su quello, forse, si potrebbe investire nella qualità dei pasti serviti, senza sentirsi intossicati e/o disgustati ad ogni boccone. Davvero non è possibile produrre carrelli con due sacchetti, almeno per dividere i rifiuti organici dagli altri? Abbiamo mezzi in grado di attraversare un continente e un oceano in otto ore e non riusciamo a creare un carrellino con due spazi per la raccolta differenziata? E anche con il fantasmagorico carrellino, sarebbe davvero necessario buttare quantità esorbitanti di cibo ancora chiuso e impacchettato soltanto perché è già stato servito? Siamo schizzinosi fino a questo punto? Sarà una questione di sicurezza, d’accordo, ma passiamo una vita intera a comprare prodotti che sono alla mercé di tutti, sugli scaffali dei supermercati. O dai panettieri, dai fruttivendoli, alle bancarelle per strada sulle quali si posa più smog e sostanze inquinanti di qualunque altro posto. Per questioni di “sicurezza” non si potrebbe più mangiare niente.

Un passo indietro

Forse dovremmo tutti fare un passo indietro, e attribuire a noi stessi un po’ più di valore. Perché quando qualcosa vale, non si lascia intorpidire, imputridire, morire come i passeggeri dei voli aerei. Scendiamo dal piedistallo, perché i piedistalli vengono costruiti per i morti. Torniamo ad essere vivi, smettiamo di combattere contro la natura che ci ha dato la vita e rientriamo tra le sue file per combattere, invece, l’esercito dei vizi a cui noi stessi ci siamo affiliati.

In arrivo pannelli solari galleggianti nel mare olandese

Se la terra non basta più, gli uomini salpano alla conquista del mare. Ma questa volta non sarà un’invasione irrispettosa. In Olanda un gruppo di ingegneri dell’azienda Floating Solar sta costruendo il più grande arcipelago di pannelli solari galleggianti.

Come girasoli in mezzo al mare

Le quindici isole conterranno in tutto 73.500 pannelli, rendendo l’impianto molto efficiente. Insieme a un altro impianto di pannelli solari terrestre, infatti, questo arcipelago sarà in grado di fornire energia a più di 10 mila abitazioni nelle zone vicine. Questo risultato si può ottenere anche per la tecnologia innovativa di questi pannelli, cosiddetta “a girasole”. I pannelli infatti saranno sempre rivolti verso il sole, per garantire un’efficienza senza precedenti, con il 30% di assorbimento in più rispetto a un impianto fisso. Questo avviene grazie alla presenza di tre boe, ancorate ad ogni isola con un cavo, il quale permette loro di muoversi e nello stesso tempo di mantenerle compatte. Grazie a questa snodabilità, inoltre, i pannelli possono resistere al movimento delle onde, anche durante tempeste e uragani

Rispetto per l’ambiente

L’idea di portare nel mare questa tecnologia è nata anche dalle critiche che alcuni ambientalisti hanno mosso nei confronti dell’energia prodotta dalle pale eoliche. Queste infatti sfrutterebbero molto terreno rischiando di alterare gli ecosistemi. Non sono mancate critiche anche alla Floating Solar stessa riguardo a questo progetto. Ma, dall’intervista del direttore della compagnia Arnoud van Druten rilasciata al Guardian, emerge la sua volontà di rispettare l’ambiente. “Ci sarebbe piaciuto iniziare prima – dice van Druten – ma a causa dei problemi ambientali che concernono gli uccelli migratori, in questo periodo non è possibile mettere assolutamente nulla nell’acqua”.

Il fatto che i pannelli siano installati nel freddo mare del nord, poi, ha un altro vantaggio. Permette infatti di risparmiare l’energia solitamente necessaria per raffreddare i circuiti, che diventano meno efficienti quando si scaldano. Alcuni ambientalisti si sono preoccupati anche del fatto che i pannelli solari possano bloccare la penetrazione dei raggi solari nelle profondità marine. “Proprio perché le isole sono mobili – continua van Druten – non vi sarà mai un’ombra fissa sul mare”. Infine, sono state mosse critiche riguardo all’alterazione della qualità dell’acqua, al fatto che riflettono la luce disturbando le abitazioni e alla generale mancanza di “gusto estetico” degli impianti.

Van Druten risponde che il loro design ha il minore impatto possibile sugli ecosistemi, quindi l’ambiente marino sarà inalterato. Inoltre, la fusione della luce con l’acqua crea un effetto sfocato che permette ai pannelli di scomparire. I lavori termineranno a novembre e a quel punto avremo prove tangibili dell’effettiva utilità di questa nuova, ecologica fonte energetica.

Scarpe di plastica riciclata, l’iniziativa di Adidas per l’ambiente

Si possono spendere 150 euro per della plastica usata? Se è per una buona causa e per delle buone scarpe, noi risponderemmo di sì. Dal 2015 Adidas, uno dei marchi sportivi più famosi del mondo, ha deciso che fosse arrivato il momento di fare la propria parte per la salvaguardia l’ambiente. L’azienda si è infatti unita all’organizzazione ambientalista Parley for the Oceans nel progetto Parley A.I.R. Strategy. Il progetto consiste nel trasformare i rifiuti plastici trovati negli oceani in filamenti, che a loro volta possono essere intessuti e diventare indumenti o, come nel caso di Adidas, delle scarpe.

Tre obiettivi

Gli obiettivi di Parley e Adidas sono principalmente tre. Prima di tutto quello di evitare la produzione di nuova plastica vergine. In secondo luogo, bloccare la plastica prima che arrivi nel mare, intercettandola sulle spiagge e nelle comunità costiere. Infine, guardando al futuro, Adidas e Parley si stanno impegnando per produrre nuovi materiali per nuovi prodotti. Le suole delle scarpe Adidas Parley, per esempio, sono state realizzate con gomma riciclata e rifilata. In più della linea Parley ora si possono trovare anche altri indumenti come costumi da bagno, magliette e pantaloncini sportivi.

Un brand (quasi) sostenibile

Adidas è un brand che, oltre all’impegno per ridurre la produzione di materiali plastici, presta attenzione anche ad altri aspetti della sostenibilità. Per esempio, ha dichiarato pubblicamente di voler ridurre le emissioni di gas serra del 15% entro il 2020. Adidas è anche membro fondatore della Better Cotton Initiative, una organizzazione non governativa che mira a trasformare tutto il cotone coltivato nel mondo in un prodotto sostenibile, sia per l’ambiente sia per le persone che lo lavorano. Adidas è anche membro della Sustainable Apparel Coalition, un’alleanza che promuove la produzione sostenibile nei settori dell’abbigliamento, delle calzature e dell’industria tessile. Per farlo SAC ha sviluppato l’indice di Higg, una misurazione che indica quanto è sostenibile, sia dal punto di vista ambientale sia da quello dei diritti umani, una data filiera. Infine, Adidas è parzialmente certificata da Bluesign, un’azienda che si occupa di certificare i prodotti sostenibili.

Adidas infatti si impegna a informarsi riguardo al luogo dove operano i suoi fornitori e, se sono luoghi in cui vi è scarsità di acqua, implementa iniziative di risparmio idrico in tali strutture. Per quanto riguarda gli animali, Adidas non utilizza pellicce o pelli di animali esotici e protetti. Come si  legge sul sito Good on you, che si occupa di classificare i brand di moda a seconda del loro livello di sostenibilità, tutto questo “è un inizio”, anche se vi è ancora un ampio margine di miglioramento. Per ora, preferire le Adidas Parley a quelle classiche, può essere un modo per incentivare l’azienda a continuare per questa strada.

Qui potete leggere anche l’articolo sulla fast fashion

Le date di scadenza del cibo causano spreco

scadenza cibo

“Da consumarsi preferibilmente entro il…” è una delle frasi che ha contribuito maggiormente allo spreco alimentare domestico. Qualche giorno fa il Guardian ha voluto approfondire il tema della scadenza del cibo, anche in seguito alla “challenge” portata a termine da Scott Nash, fondatore della catena di supermercati “Mom’s Organic Market”. Egli ha deciso di consumare per un anno soltanto prodotti scaduti. Il risultato? Non si è ammalato, né ha riscontrato disturbi di nessun tipo. Ovviamente, può anche essere che la fortuna sia stata dalla sua parte, o semplicemente che il suo sistema immunitario sia molto potente. Ha infatti anche avuto il coraggio di mangiare della carne trita vecchia di 15 giorni.

Scadenza cibo o buon senso?

Non stiamo, che sia chiaro, consigliando a nessuno di mangiare carne scaduta da due settimane. Consigliamo però di fidarci di più del nostro buon senso oltre che di quello della data di scadenza che troviamo sulle confezioni di cibo. “Consumare entro…” oppure “scade il…” sono diciture solitamente stampate sugli alimenti freschi come carne e pesce, e sono assolutamente da rispettare. Per quanto infatti l’alimento in questione abbia ancora un aspetto invitante, al suo interno possono essersi già sviluppati degli agenti patogeni che è bene non introdurre nel nostro corpo. La data di scadenza del cibo, quindi, in questo caso è da rispettare.

Quando però ci troviamo a dover aprire un pacchetto di patatine che riporta la scritta “da consumare preferibilmente entro”, allora possiamo stare tranquilli. Quella data non riguarda infatti la scadenza del cibo in sé e quindi la sua non più commestibilità. Riguarda invece la sua qualità originaria e le sue caratteristiche “estetiche”. Per esempio, quelle patatine potranno non essere più così croccanti, o non avere più lo stesso colore brillante di quando sono state prodotte.

Uno specialista del servizio di ispezione e sicurezza alimentare del Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti (FSIS) ha dichiarato che, se una lattina viene tenuta in buone condizioni, cioè non è gonfia, arrugginita, con perdite o fortemente ammaccata, il suo contenuto è sempre mangiabile. Questo può avvenire anche con i prodotti più freschi, come alcuni salumi o formaggi o anche il pane in cassetta. A volte anche per le uova la scadenza è controversa. In questo caso, la prova migliore è quella di inserirle nell’acqua. Se affondano sono ancora buone, se galleggiano no.

Impariamo a conservare

Quello a cui dobbiamo piuttosto prestare più attenzione, più che alla scadenza del cibo, è il modo in cui lo conserviamo.  Anche qui può essere utile leggere le etichette e adattarsi di conseguenza. Un pacchetto di biscotti deve essere conservato chiuso, in un luogo fresco e asciutto. Se noi lo teniamo in un luogo umido o vicino a fonti di calore, i biscotti perderanno più facilmente le loro caratteristiche qualitative diventando, per esempio, un po’ mollicci. Se un pacchetto di prosciutto riporta la scritta “conservare a una temperatura tra 0 e 4 gradi” e il nostro frigorifero è impostato a 5 gradi, è ovvio che la data entro cui è preferibile consumare il prodotto non sarà più quella riportata sulla confezione, ma dovrà essere anticipata, poiché il prodotto avrà subito una qualche alterazione. Fidiamoci quindi piuttosto dei nostri cinque sensi, specialmente per quanto concerne i prodotti freschi. Assaggiamoli e, se sono ancora buoni o comunque accettabili, non facciamoci troppi problemi. Questo perché, lo ripetiamo, saranno sicuramente ancora commestibili. Soltanto il sapore e forse l’aspetto saranno leggermente alterati.

Se vediamo della muffa, è ovvio che dobbiamo buttarli, anche se questo solitamente accade soltanto dopo che un prodotto è stato aperto. Anche per questi casi è bene leggere sulla confezione la scritta: “una volta aperto consumare entro tot giorni”. Anche questa indicazione va tendenzialmente rispettata, soprattutto per i prodotti freschi.

Come evitare gli sprechi

Buttare i prodotti non è soltanto uno spreco del cibo in sé, ma è uno spreco di tutto quello che è stato utilizzato per produrlo, come il consumo del suolo, l’energia dei macchinari, i materiali di imballaggio e il trasporto.
Un recente studio della Fondazione per la Sussidiarietà del Politecnico di Milano ha rilevato che in Italia ogni anno vengono buttati 42 kg a testa di cibo ancora commestibile. Ai nostri occhi è un abominio, ma purtroppo a quelli delle grandi aziende non lo è. Più le persone buttano i prodotti, che siano alimentari, domestici o cosmetici, più dovranno comprane di nuovi, gonfiando così le tasche dei titolari delle grandi catene di distribuzione.

Per bloccare questo circolo vizioso, quindi, è necessario agire alla radice, ed eliminare i malintesi “da etichetta”. Acquistiamo prodotti freschi e mangiamoli il prima possibile, riciclandoli per altri gustosissimi piatti “del giorno dopo”. Affidiamoci quindi al nostro fruttivendolo, caseificio, macellaio, panettiere di fiducia, ma ancora di più a un buon senso che troppo spesso viene annullato o controllato da chi detiene il potere economico della società.

Earth Overshoot Day: la Terra va ogni anno in bancarotta

Se il pianeta Terra fosse un’azienda, sarebbe in bancarotta. Questa non è solo una metafora per spiegare, più o meno, cos’è il sovrasfruttamento. Non esiste nessun più o meno: la Terra è sovrasfruttata. Ogni anno da ormai troppo tempo preleviamo dal conto terrestre più di quanto abbiamo a disposizione. L’organizzazione non governativa Global Footprint Network ha deciso di calcolare ogni anno in modo preciso, rigoroso e scientifico l’Overshoot Day del Pianeta. L’Overshoot Day di un dato anno è il giorno in cui la richiesta da parte dell’umanità di risorse e servizi ecologici supera quello che la Terra può rigenerare in quello stesso anno.

Definizione di Overshoot Day

Dal sito ufficiale dell’Overshoot Day abbiamo tradotto questa definizione:

La data in cui la richiesta dell’umanità di risorse e servizi ecologici in un determinato anno, supera la capacità del pianeta di rigenerarla in quello stesso anno. Manteniamo questo deficit liquidando enormi stock di risorse ecologiche e accumulando “rifiuti”, su tutti la CO2 immessa in atmosfera.

Nel 2020 questa data è caduta il 22 agosto, in lieve ritardo rispetto all’anno precedente “grazie” alla pandemia in atto. Ma, come vedremo più avanti, i grafici dimostrano che si è trattato solo di una pausa temporanea. Già da quest’anno, infatti, il trend è tornato negativo, con l’Overshoot Day che è caduto proprio oggi: 29 luglio.

1970-2019: un veloce tracollo

Nel 1970, quando la popolazione era costituita da poco più di 3 miliardi di individui, i nostri bisogni non richiedevano alla natura molto più di quanto questa offrisse. In questo anno infatti l’Overshoot Day è caduto il 29 dicembre. Da qui in poi, il tracollo è stato esponenziale. Nel 1971 la data è stata il 20 dicembre e, già nel 1976, il 16 novembre. Negli anni ’80 e ’90 siamo passati da novembre a ottobre. Con il nuovo millennio, l’Overshoot Day è caduto ogni anno sempre prima, arrivando nel 2012 al 22 agosto. Questo significa che in 234 giorni abbiamo speso il patrimonio che avremmo dovuto utilizzare in 365 giorni. Nel 2018 l’Overshoot Day è caduto il 1 agosto. Nel 2019, è stato il 29 luglio battendo ogni record. Nel 2020 solamente la pandemia mondiale ha impedito che il primato venisse battuto, posticipandolo al 22 agosto per motivi di ordine superiore.

overshoot day

Come si calcola l’Earth Overshoot Day

Come viene calcolato l’Overshoot Day di un determinato anno? Proprio come una dichiarazione bancaria. Global Footprint Network infatti traccia il reddito e le spese del Pianeta, misurando la domanda della popolazione e l’offerta di risorse e servizi da parte degli ecosistemi. Per quanto riguarda la domanda, essa consiste nell’ impronta ecologica dell’umanità, ovvero nei beni necessari al mantenimento del suo stile di vita. Essi sono i prodotti alimentari e le fibre vegetali, il bestiame e i prodotti ittici, il legname e i prodotti forestali. Oltre che, ovviamente, lo spazio per le infrastrutture urbane e il patrimonio vegetale necessario ad assorbire le emissioni di biossido di carbonio. L’offerta, invece, consiste nella biocapacità di una città, stato o nazione, ovvero i suoi terreni forestali, i pascoli, le colture, le zone di pesca e i terreni edificati. A questo punto Global Footprint Network divide l’offerta, ovvero la biocapacità del pianeta, per la domanda, cioè l’impronta ecologica degli uomini. Dopodiché, moltiplica il numero ottenuto per 365 e ottiene il numero di giorni di quell’anno in cui la biocapacità terrestre è sufficiente a fornire l’impronta ecologica degli uomini.

L’Overshoot Day dell’Italia

Nonostante ci sia una percezione piuttosto diffusa che il nostro stile di vita possa essere in qualche modo considerato sostenibile, magari perché ricicliamo tanto o perché andiamo a pulire le spiagge dalla plastica, i dati ci mostrano un ritratto completamente diverso per quanto riguarda il nostro paese, e non solo. Lo scorso anno, che è stato influenzato positivamente in questo senso dalla pandemia, per l’Italia il “Giorno del superamento terrestre” è caduto il 22 Maggio. Nel 2021 invece è caduto il 13 Maggio. Ogni anno consumiamo quindi il doppio delle risorse a cui avremmo diritto.

Questo trend è confermato anche da tutti gli altri paesi “sviluppati” del mondo. Se non ci fossero i paesi sottosviluppati ad agire ben al di sotto della soglia di sostenibilità, la situazione sarebbe a dir poco pessima e, con ogni probabilità, irrecuperabile.

La bancarotta

Se la domanda di beni ecologici da parte di una popolazione supera l’offerta, quella regione avrà quello che è stato chiamato un “deficit ecologico”. Una nazione che si trova in queste condizioni, per non deludere la domanda interna, ha davanti a sé diverse scelte. O continua a utilizzare i propri beni, fino alla totale liquidazione (pescando eccessivamente, per esempio). Oppure inizia a importare materie prime da nazioni che ne hanno in abbondanza. Entrambe le opzioni, però mantengono comunque alto il deficit poiché liquidano gli stock di risorse ecologiche terrestri e accumulano rifiuti, principalmente anidride carbonica nell’atmosfera. In questo modo quindi il superamento ecologico non viene eliminato, ma solo rimandato.

A livello globale questo ragionamento è molto meno fattibile. Infatti se si considera l’intero pianeta il superamento ecologico coinciderà con il deficit ecologico, poiché non vi è alcuna possibilità di importazione netta di risorse sulla Terra. Da un altro curioso punto di vista, infatti, si può dire che ci servirebbe un’altra “mezza” terra dalla quale importare le risorse per soddisfare appieno i nostri bisogni. Anzi, per essere precisi, con l’Overshoot day di quest’anno, i nostri consumi richiedono l’equivalente di 1,7 pianeti Terra.

Chi è il colpevole?

È anche interessante però considerare gli Overshoot Day di ogni paese. Prevedibilmente, l’Overshoot Day dei Paesi più ricchi cade molto presto: per l’Italia è il 24 maggio, per la Svezia è il 4 aprile, per gli Stati Uniti è il 15 marzo e addirittura il 9 febbraio per il Qatar. I Paesi più poveri e quindi paradossalmente anche quelli meno preparati ad affrontare le conseguenze del cambiamento climatico, come le siccità o l’innalzamento del livello del mare, hanno un Overshoot Day un po’ migliore. Il Vietnam è in testa con il 21 dicembre, seguito da Jamaica (13 dicembre), Cuba (19 novembre) e Colombia (17 novembre). I Paesi non presenti in questa lista sono quelli che ancora non hanno superato l’Overshoot day e che quindi vivono solamente con le risorse che il pianeta mette loro a disposizione per quell’anno. Questi sono, per esempio, l’Islanda, l’Afghanistan, il Pakistan, il Bangladesh, l’India, l’Indonesia e Nuova Zelanda. Quasi tutti gli stati africani, specialmente dell’area sub sahariana, non hanno mai raggiunto un Overshoot Day.

La soluzione

Forse siamo ancora in tempo per intraprendere la terza e più giusta via, la quale però comporta una modifica radicale delle nostre abitudini. Ma non dobbiamo allarmarci, non sarà necessario privarci di tutte le risorse economiche. Anzi, la buona notizia è che questa trasformazione non è solo tecnologicamente possibile, ma è anche economicamente vantaggiosa ed è la nostra migliore possibilità per un futuro prospero.

Secondo il sito ufficiale dell’Earth Overshoot Day, I settori sui quali bisogna agire compiendo scelte sia individuali che collettive sono quattro:

  • Le città: il modo in cui le costruiamo e le gestiamo deve essere compatto e integrante invece di scomposto e segregante.
  • Il modo in cui produciamo energia: bisogna eliminare i combustibili fossili e passare alle fonti rinnovabili.
  • La produzione, distribuzione e consumo del cibo: preferire una dieta locale e a base vegetale invece che industriale e a base animale.
  • Quanti siamo: controllare la crescita demografica, anche e soprattutto attraverso l’emancipazione femminile.

Sembrano (e sono) obiettivi importanti e apparentemente irraggiungibili. Nei fatti però non servono grandi sacrifici per cambiare le nostre abitudini, anche gradualmente, almeno per quanto riguarda i consumi energetici, le abitudini alimentari e il controllo del numero di persone da sfamare nelle nostre famiglie.

Cosa puoi fare tu?

Se, arrivato in fondo all’articolo, pensi di dover iniziare anche tu a fare la tua parte, sei capitato nel posto giusto. L’EcoPost, oltre che essere un blog di informazione ambientale, offre al suo pubblico anche tutta una serie di materiale utile a ridurre l’impatto ambientale del proprio stile di vita.

Qui puoi trovare il nostro articolo sui siti web in cui puoi andare a calcolare la tua personale impronta ecologica, per capire in che modo tu possa abbassarla rientrando entro i limiti di sostenibilità. In generale, infatti, questo tipo di discorso è applicabile non solo alle nazioni, ma anche a tutti noi. Proviamo a pensare, ad esempio, che anche ognuno di noi ha solo un pianeta a disposizione da consumare ogni anno. Il modo in cui ognuno decide di farlo è ovviamente soggettivo. C’è a chi può pesare meno non usare più la macchina. Per qualcun altro invece potrebbe essere più facile ridurre il consumo di carne e latticini, o magare smettere di prendere l’aereo. Ognuno è libero di fare la propria scelta. Ciò che conta è modificare il proprio stile di vita per rientrare entro questi limiti.

Se vuoi altri consigli da applicare alla tua vita di tutti i giorni puoi anche consultare la nostra guida in 15 punti su come cambiare il tuo stile di vita per farlo diventare sostenibile. Perché ricorda, se vuoi che il mondo cambi come desideri, tu devi essere il primo a farlo. Il movimento ambientalista, per vincere la sua battaglia, deve basarsi su una profonda coerenza e unità d’intenti. Solo così potremo riuscire a fermare l’avanzata del cambiamento climatico!

Minimalism, un documentario su ciò che è importante

minimalism

Ho visto Minimalism molto, troppo tempo fa e non mi sembrava giusto scrivere un articolo senza ricordarne tutti i dettagli. Poi ho realizzato che il film parla da sé e che io non potrei fare molto se non consigliarlo ai miei lettori. In più, non potrei esprimere opinioni tecniche sul film: non sono una critica cinematografica, bensì una persona che come molte altre è rimasta colpita dalla pellicola, il cui effetto è durato nel tempo e che ha contribuito a rendermi la persona che sono oggi. Se infatti cerco di condurre uno stile di vita semplice, sobrio e nel rispetto dell’ambiente è stato anche grazie a Minimalism.

https://www.youtube.com/watch?v=0Co1Iptd4p4

Il documentario è presente su Netflix, Prime, iTunes, Google Play, Vimeo.

Bisogni inutili

In Minimalism, Joshua e Ryan, i due ragazzi ideatori del documentario, ma anche di articoli, libri e podcast (qui il loro sito web), cercano di comprendere il bisogno compulsivo delle persone di acquistare oggetti, conducendo una vera e propria indagine. Il film inizia in modo forse ovvio, per poi stupirci con una conclusione più profonda e rivelatoria. Inizialmente, infatti, troviamo la semplice ma comunque stimolante considerazione dell’inutilità di molti oggetti da noi posseduti, da quelli più piccoli come i soprammobili o i vestiti a quelli più importanti come le automobili o le case. Per acquistarli perdiamo infatti molti soldi e tempo prezioso, così come per mantenerli, pulirli, ammirarli e, infine, buttarli.

Molti oggetti per molti problemi

Nel corso del film, grazie a testimonianze e immagini contagiose che rappresentano la serenità spesso irraggiungibile di coloro che hanno scelto una vita minimalista, iniziamo a capire qualcosa di molto più profondo. Spesso il comprare oggetti è un modo per oscurare i nostri problemi e le nostre mancanze, oppure per illuderci di averli risolti. Questo avviene grazie alla temporanea soddisfazione conseguente un acquisto e all’accettazione sociale che ne deriva. L’amara verità che svela Minimalism è che, al contrario, i beni materiali non fanno altro che aumentare le nostre preoccupazioni, vista la maggiore quantità di elementi dei quali occuparci nella nostra vita. Oppure, semplicemente, non le risolvono.

Consumismo, il nemico dell’ambiente

Un altro aspetto fondamentale del film è la questione ambientale. Il pianeta sta esaurendo le sue risorse proprio per soddisfare i bisogni materiali di tutti noi. Noi che siamo ormai abituati a uno stile di vita che prevede il possesso di una quantità enorme di oggetti affatto necessari. Oltre allo sfruttamento eccessivo delle risorse naturali, vi è anche il problema delle emissioni di gas serra dovuti alla produzione industriale e quello dell’inquinamento. Quest’ultimo è dovuto al rilascio di sostanze chimiche e ai rifiuti che produciamo ogni qual volta uno di questi oggetti non ci serve più.

Diventare minimalisti

Ma come fare per diventare minimalisti? La parte più difficile è iniziare, poi tutto verrà da sé. Si può partire da un solo piccolo aspetto della nostra vita e successivamente, visti gli immediati benefici, tutto verrà coinvolto, dalla casa al lavoro fino alle persone che ci stanno intorno. Per esempio, si potrebbe svuotare il proprio armadio da tutti i capi che non utilizziamo e tenere soltanto i nostri preferiti o quelli di qualità maggiore. Ovviamente con la promessa di non comprarne di nuovi per un po’ di tempo. Lo stesso si può fare con la scarpiera, l’astuccio, il portafogli, i file del computer e del cellulare, gli arredamenti e persino, con più attenzione e cautela, con le persone. Insomma, un’operazione di liberazione totale da ciò che non è importante, per dare invece più valore e più dedizione alle poche cose che rimangono.

Solo ciò che è importante

Minimalism non è però un film di “propaganda” estremista che giudica negativamente chiunque non intraprenda questa via. Joshua e Ryan sono molto aperti al confronto e comprendono la difficoltà nell’abbracciare questo stile di vita. Le persone hanno infatti il bisogno di coltivare passioni e interessi che da un punto di vista rigidamente minimalista non potrebbero essere accettati. Per esempio la passione per i libri, per i quadri, o per la musica. Dal film traspare infatti l’idea che non sarebbe giusto che una persona amante della musica buttasse i suoi strumenti musicali, i cd, i vinili, i biglietti dei concerti soltanto perché beni materiali.

Lo scopo del minimalismo e del documentario, quindi, è un altro. Il minimalismo serve per aiutarci a capire cosa merita di occupare spazio nella nostra vita non in quanto oggetto esterno, bensì in quanto parte di noi stessi. Lo spazio reale da riempire con un oggetto infatti non è una stanza, né una casa, ma il nostro cuore. Tutto ciò che non ne è degno, può essere eliminato. Non immaginiamo neanche quante cose abbiamo di cui potremmo fare a meno seguendo questa linea guida. E in questo modo anche il nostro pianeta, soffocato da tanti inutili oggetti, potrebbe tornare a respirare e godere della propria libertà, che in fondo è anche la nostra.

Il documentario è fruibile su Netflix (link)