Yucatan, Messico – Il 2 luglio alle 5:15, la società petrolifera Pemex ha segnalato una perdita proveniente da uno dei suoi gasdotti sottomarini; ma solo alle 10:45 la compagnia ha iniziato a chiudere le valvole di interconnessione, spegnendo l’incendio e la fuoriuscita del gas per controllare la perdita. Più di 5 ore dopo. Siamo difronte ad un nuovo disastro ambientale nel Golfo del Messico? Lo sapremo presto.
I fatti dal Golfo del Messico
Immagini raccapriccianti risvegliano l’Italia ed il Mondo intero. Il Golfo del Messico sembra non trovare pace. Difatti, si sono da poco spente le fiamme che parevano aver aperto le porte per gli inferi.
Vicino alle coste dello Yucatan ha rischiato di consumarsi l’ennesima strage in nome del Dio Petrolio. Una fuga di gas da un condotto sottomarino ha dato vita ad una scena drammatica: un «occhio di fuoco» che si sviluppava sotto la superficie del mare, con fiamme arancioni che uscivano dall’acqua, a poca distanza da una piattaforma petrolifera, la di Ku-Maloob-Zaap.
Il guasto è avvenuto a ovest della penisola dello Yucatan, nel Golfo del Messico, venerdì 2 luglio. La compagnia petrolifera messicana Pemex ha affermato di aver ormai provveduto a riparare il guasto: le operazioni hanno richiesto più di 5 ore (dalle 5:15 alle 10:45). Le squadre dei vigili del fuoco sono state in grado di spegnere la massa d’acqua incandescente intorno alle 10:45, e la compagnia ha dichiarato che non ci sono stati feriti.
Ángel Carrizales, direttore esecutivo dell’agenzia di regolamentazione della sicurezza petrolifera messicana ASEA, ha twittato che “la perdita non ha generato alcuna fuoriuscita”, ma non ha proferito parola su cosa fosse in fiamme. La causa dell’incidente è ancora in fase di indagine. Sfortunatamente, sembra un copione già letto.
“Le turbomacchine degli impianti di produzione attivi su Ku Maloob Zaap sono state colpite da una tempesta elettrica e da forti piogge”, secondo un rapporto sull’incidente condiviso da una delle fonti di Reuters. Questi dettagli non sono stati menzionati nella dichiarazione di Pemex. Secondo una delle fonti, i lavoratori dell’azienda hanno utilizzato l’azoto per controllare l’incendio.
Non è ancora chiaro chiaro quanti danni ambientali avrà causato e causerà la fuga di gas e la conseguente sfera di fuoco oceanica. Miyoko Sakashita, direttrice del programma oceanico del Center for Biological Diversity, ha scritto che:
“Il filmato spaventoso del Golfo del Messico mostra al mondo quanto le trivellazioni offshore siano pericolose. Questi orribili incidenti continueranno a danneggiare il Golfo se non le interrompiamo una volta per tutte.”
Nuovo disastro ambientale nel Golfo del Messico?
Sono passati 11 anni da quello che è stato probabilmente il peggior disastro ambientale di sempre. Parliamo della piattaforma petrolifera Deepwater Horizon.
Tutto iniziò il 20 Aprile 2010 quando, durante una perforazione del Pozzo Macondo, un’esplosione uccise 11 persone e causò un violento incendio. Inizialmente la situazione venne completamente sottovalutata e le possibilità di un danno ambientale furono scartate per via della presenza di valvole di sicurezza all’imboccatura del pozzo.
Al rovesciamento della piattaforma petrolifera queste però non funzionarono a dovere ed il petrolio iniziò a risalire in superficie in grandi quantità. A questo punto si provò a cercare di arginare la marea nera, ma era già troppo tardi. I vari tentativi fallirono sistematicamente uno dopo l’altro.
A 100 giorni dall’inizio delle perdite, ci fu una tempesta tropicale che dissipò quasi del tutto la macchia di petrolio in superficie. Il 4 Agosto, a 106 giorni di distanza dall’inizio del disastro, la perdita venne chiusa del tutto. Si calcola che in quel periodo vennero disperse in mare tra le 414.000 e le 1.186.000 tonnellate di greggio.
Più di 1.000 chilometri di costa sono stati inquinati, centinaia di migliaia di animali sono morti. Non fu il primo e tanto meno sarà l’ultimo. Se si parlerà di ennesimo disastro ambientale nel Golfo del Messico, lo scopriremo nelle prossime settimane.
Pemex, quanti problemi
Non è il primo incidente per la Compagnia petrolifera Pemex (conosciuta anche come Petróleos Mexicanos). Nel gennaio 2013, dopo un’esplosione causata da un accumulo di gas nella sede della società, 37 persone sono rimaste uccise.
Nel 2015, quattro lavoratori persero la vita e 16 sono rimasti gravemente feriti dopo un’esplosione sulla piattaforma petrolifera Abkatum, nel Golfo del Messico. Altre 30 persone sono decedute in un impianto di gas naturale nel settembre 2012 nello stato di Tamaulipas.
All’inizio di quest’anno Pemex ha annunciato di aver perso circa 23 miliardi di dollari nel 2020, a causa della diminuzione della domanda di petrolio durante la pandemia, sebbene nel quarto trimestre abbia registrato un profitto di circa 5,9 miliardi di dollari.
Secondo Bloomberg, la Pemex ha il debito più alto di qualsiasi grande compagnia petrolifera, circa 114 miliardi di dollari. L’ex presidente della Pemex, Emilio Lozoya, (2012-2016) è stato incriminato con l’accusa di corruzione ed estradato dalla Spagna al Messico lo scorso luglio.
Il 18 maggio scorso, gli attivisti della sezione locale del Wwf che si sono presentati nella diga di Sciaguana, ad Agira, nel cuore della provincia di Enna, sono rimasti attoniti. Il bacino, che una volta era l’habitat di una rigogliosa fauna, era completamente prosciugato. Al suo posto una distesa di fango e limo, con centinaia di esemplari ormai agonizzanti.
Il Wwf ha denunciato il “disastro ambientale“, e al momento ancora è in corso un procedimento per verificare le responsabilità. Ma la crisi idrica sembrerebbe un problema strutturale della nostra penisola.
Disastro Ambientale
Il lago Sciaguana è un invaso artificiale di modeste dimensioni, che può contenere un volume totale di 11,3 milioni di metri cubi di acqua. La diga è abbastanza giovane, fu ultimata solo nel 1992. Nel progetto iniziale, la sua costruzione era destinata a rendere irrigua una porzione di territorio pari a circa 1665 ettari. Ma, ad oggi, gli appezzamenti serviti sono circa 830, dei quali solo 35 ettari effettivamente in consumo produttivo.
“Si tratta di un vero e proprio disastro ambientale” hanno affermato gli attivisti della sezione locale del Wwf. Infatti, prima di essere totalmente prosciugato, l’invaso ospitava una diversificata fauna ittica, una numerosissima popolazioni di anfibi e uccelli acquatici, alcuni dei quali protetti a livello internazionale. Il 18 maggio scorso il Wwf ha notificato a ben 10 enti diversi un lungo e articolato esposto in cui ha denunciato il disastro ambientale avvenuto alla diga. Oltre la perdita della flora e fauna locali, un’altra conseguenza negativa sarà la mancata erogazione delle acque irrigue ai 35 ettari in consumo produttivo. Un danno che potrebbe ammontare intorno ai 250.000 euro.
Nessuno sa il perché
Ciò che è avvenuto a Sciaguana non è una novità: la maggior parte delle dighe siciliane soffre da tempo. Le linee dei grafici della Regione Sicilia sui volumi negli invasi sono per la maggior parte in discesa. E Sciaguana non fa eccezione: dal 2018 al maggio del 2021 si sono persi oltre sette milioni di metri cubi d’acqua. La struttura quindi presentava già gravi défaillance dovute alla mancata manutenzione: paratoie in parte bloccate dal fango, torre di presa malfunzionante, difficoltà nella gestione dei flussi.
Ma nel mese di maggio c’è stata un’inspiegabile accelerazione. Infatti i grafici della Regione indicavano la presenza, all’inizio del mese, di ancora oltre due milioni di metri cubi di acqua. Il 18 maggio sono spariti anche questi, lasciando il posto a un fondo diga secco e calpestabile.
Il Wwf considera il Consorzio di Bonifica di Enna l’ente gestore della diga e per far luce sulle responsabilità del disastro ha chiesto all’ente di accedere agli atti. Però Franco Nicodemo, il commissario straordinario del Consorzio, ha affermato: “Lo svuotamento dell’invaso, contrariamente a quanto scritto dai media non è imputabile in alcun modo al Consorzio di Bonifica, che non può intervenire nelle operazioni gestionali del lago che sono a cura del Dipartimento Regionale Acque e rifiuti”.
“Stiamo valutando – annuncia Nicodemo – di adire per vie legali al fine di tutelare il nostro operato. Ormai da diversi anni il Dipartimento Regionale Acque e rifiuti è il gestore dell’invaso, mentre il Consorzio di Bonifica di Enna è un mero utilizzatore delle acque Sciaguana”.
Pochi giorni dopo la scoperta del prosciugamento, l’assessore all’Energia della Regione Siciliana, Daniela Baglieri, ha avviato un procedimento per verificare le responsabilità dello svuotamento dell’invaso della diga. La sensazione, secondo alcuni media, è che perfino i vertici politici regionali non abbiano idea di cosa sia accaduto.
Crisi idrica
Ma ciò che è successo a Sciaguana potrebbe inserirsi in un quadro ben più ampio. Gli scienziati del CNR sostengono che nella nostra penisola è in atto un processo di desertificazione: questo fenomeno coinvolge circa il 20% del territorio nazionale, con un picco del 70%per quanto riguarda la Sicilia.
La gestione idrica al Sud è in grave difficoltà. Secondo l’Astrid, l’85% delle procedure di infrazione emesse dalla Comunità europea nei confronti dell’Italia in tema di acqua riguardano proprio le regioni del Sud. Le problematiche più frequenti sono: carenza di depuratori, inefficienza dei sistemi fognari, difficoltà nello smaltimento dei fanghi e inadeguatezza delle dighe. Ogni anno le perdite delle reti idriche nazionali portano a uno spreco di 4,5 miliardi di metri cubi di acqua potabile. La sola Sicilia disperde il 50,5% dell’acqua immessa in rete. Nonostante gli sforzi, le società private di gestione idrica, così come le utilities regionali e comunali, non bastano da sole per assicurare l’efficienza delle infrastrutture idriche; le quali avrebbero bisogno, oltre alla naturale manutenzione, di interventi massicci e di profondo rinnovamento.
A questo punto risulta evidente come l’acqua stia diventando sempre più un bene a rischio, soprattutto al Sud. Il mese scorso il governo Draghi ha confermato di voler destinare al Sud il 40% delle risorse del Recovery, con una attenzione speciale proprio al tema idrico. Tra queste risorse 2,8 miliardi saranno destinati alle infrastrutture idriche, e di questi 501 milioni di euro a opere che ricadono al Sud. Ma, nonostante le somme stanziate, l’impegno del governo sembrerebbe ancora parziale rispetto alle esigenze reali della popolazione, soprattutto nel Sud Italia.
Dopo una battaglia durata 8 lunghi anni, la compagnia petrolifera anglo-olandese Shell è stata condannata dalla Corte Internazionale di Giustizia per aver provocato un enorme disastro ambientale.
Le terre circostanti al delta del fiume Niger sono state danneggiate a causa di ingenti fuoriuscite di petrolio.
Gli abitanti del luogo saranno finalmente risarciti.
Non è un incidente, ma un volontario disastro ambientale
1640 barili è la quantità di petrolio che gli impianti di Shell hanno riversato sulle terre circostanti al delta del fiume Niger, distruggendole completamente.
Per capire l’entità del danno considerate che un barile di petrolio equivale circa a 159 litri. Pensate ora di versare sul terreno l’equivalente di 130.380 bottiglie di acqua da due litri ciascuna, però contenenti petrolio.
La stima è stata realizzata da Accufacts Inc, mentre Amnesty International, ente che ha diffuso la notizia, ha stimato addirittura una quantità superiore ai 100.000 barili.
Sì, perché a diffondere la notizia ovviamente non sono stati i media. Se non fosse per merito di Amnesty International, questo gravissimo disastro ambientale sarebbe finito direttamente nel dimenticatoio.
Una causa durata 13 anni
La documentazione dimostra che da anni, precisamente dal 2008, la compagnia petrolifera era a conoscenza delle perdite degli impianti ormai obsoleti, ma aveva deciso di non assumersi alcuna responsabilità.
Ha scelto per anni di non tenere in considerazione la vita degli abitanti del luogo che sono soliti coltivare le terre o dedicarsi alla pesca per ricavare cibo per vivere una vita dignitosa.
Inutile ribadire a questo punto che, anche questa volta, gli interessi economici di un’azienda sono stati più importanti della vita delle persone residenti in questa zona del mondo, già di per sé sicuramente non ricca.
Shell ha avuto il coraggio di arrecare consapevolmente un danno inestimabile ad una popolazione povera.
Ricordiamo inoltre che l’aspettativa di vita nella zona attorno al delta del Niger è di 10 anni inferiore rispetto a quella nel resto della Nigeria.
Le persone non hanno uno standard di vita alto e senza dubbio non hanno bisogno di terre e acque inquinate, che contaminano il raccolto e la pesca di sostanze tossiche per la salute.
Sono state esaminate le acque di alcuni pozzi, utilizzati dalla popolazione per la propria igiene personale, per bere e cucinare che presentavano livelli altissimi di benzene, una sostanza ultra cancerogena per l’organismo.
Le acque presentavano valori di mille volte superiori alla soglia tollerata dalla legge nigeriana di 3 µg/L.
Già nel 2008 fu avviata una causa contro la compagnia petrolifera e durante il procedimento in tribunale vennero a galla le responsabilità dell’azienda, che lasciava in funzione gli impianti pur sapendo che fossero difettati e vecchissimi.
La Shell tuttavia si giustificò affermando che le perdite dell’impianto riguardavano nello specifico la filiale situata in Nigeria e che quindi avrebbe dovuto rispondere al danno in base alle normative vigenti nel Paese.
Un piccolo riscatto per la popolazione
Gli abitanti del luogo, insieme alla filiale olandese dell’ ONG Friends of the Heart, hanno portato avanti le loro accuse nei confronti della Shell per 13 lunghi anni.
Secondo quanto afferma la Common Law inglese, le persone che subiscono gravi danni a causa di carenze in materia di salute, sicurezza e ambiente in una filiale estera di una multinazionale inglese devonoessere assistite.
Ora, infatti, Shell è stata obbligata a:
risarcire gli abitanti dei villaggi di Oruma, Goi, Ikot Ada Udo;
bonificare tutti i 400 metri quadri di suolo danneggiato dalle emissioni di petrolio
La responsabilità del disastro ambientale non è quindi solo della sede Nigeriana, ma anche della società madre, Royal Dutch Shell, che avrebbe dovuto fin da subito mettere in sicurezza l’impianto con un sistema di rilevazione delle perdite, cosa che adesso è obbligata ad installare.
Channa Samkalden, avvocato della parte lesa, afferma: ‘’C’è finalmente giustizia ma questo caso mostra anche che le società europee devono comportarsi in modo responsabile all’estero’’.
Senza dubbio un grande passo in avanti, ma è indicativo il fatto che ci siano voluti tutti questi anni per arrivare ad una conclusione.
Le condizioni ambientali nel frattempo sono peggiorate sempre di più. Se Shell avesse ammesso i suoi errori fin dall’inizio, si sarebbe evitato il disastro ambientale, bonificando subito la zona interessata.
Il problema è che questa causa vinta non è all’ordine del giorno: di solito risulta veramente difficile schiacciare le grandi multinazionali, anche se si porta avanti una causa più che legittima.
Il ‘’coltello dalla parte del manico’’ appartiene sempre al ricco a prescindere dall’eticità delle sue azioni e le multinazionali del petrolio hanno il controllo sulle terre circostanti al delta del Niger da oltre mezzo secolo.
È chiaro che questa sentenza rappresenta una vittoria per tutti gli ambientalisti ma, affinché le aziende si mettano una mano sul cuore (e non come sempre, solo sul portafogli), è necessario che vengano redatte norme internazionali per la tutela dei territori.
Stessa storia, posto diverso. Siamo in Vietnam, un Paese dalla storia millenaria largamente spazzata via da una guerra violentissima, che ha procurato ferite ancora oggi aperte e pulsanti. Oggi, nel 2020, la popolazione vietnamita deve fare i conti con un atro fenomeno che rischia di cancellare quello che negli anni è stato faticosamente ricostruito: i cambiamenti climatici e le alluvioni ad esso collegate.
L’eccezionalità delle alluvioni in Vietnam
Ottobre è il mese delle piogge nel sud-est asiatico, ed è così da 10 mila anni, ovvero da quando la temperatura media terrestre si è mantenuta stabile con un’ oscillazione massima di un grado centigrado. Quest’anno le alluvioni hanno causato la morte di più di 100 persone dall’inizio di ottobre e centinaia di migliaia di sfollati. Non fosse per un’anomalia climatica sarebbe alquanto strano che quest’anno la stagione dei monsoni avesse colto la popolazione vietnamita così impreparata.
La parte più colpita è stata il Vietnam centrale, e maggiormente la provincia di Hue. Due tempeste entrambe di portata sei volte maggiore rispetto alla norma hanno allagato le 136 mila case presenti nell’area e hanno forzato 90.000 persone all’evacuazione. Michael Brosowski, il fondatore di Blue Dragon, un’organizzazione non governativa che aiuta le famiglie in difficoltà ha rivelato al Guardian che Hue deve interfacciarsi ogni anno con le inondazioni e i residenti vivono in modo da essere preparati a qualunque disastro. La portata e la velocità delle tempeste di quest’anno, però, sono scioccanti. Gli abitanti, ora, dovranno cominciare tutto da capo.
Un campo militare di Quang Trị, una struttura che dovrebbe essere provvista di tutti i sistemi di sicurezza necessari, è stato teatro di morte per 14 soldati, che sono stati travolti da una frana. Altri otto sono al momento ancora dispersi. “Queste devastanti inondazioni sono tra le peggiori che abbiamo visto da decenni”, ha affermato Nguyen Thi Xuan Thu, presidente della Red Cross Society vietnamita.
Le associazioni umanitarie, unitamente al governo, si stanno occupando di fornire cibo, acqua, rifugio e indennizzi alle migliaia di persone che, nel giro di qualche giorno, ne sono rimaste prive. Il tutto tramite barche ed elicotteri, visto che l’altezza dell’acqua in alcuni luoghi ha superato i 3 metri.
Non solo inondazioni: il futuro del Vietnam
Come per tutti i disastri naturali, i danni alle persone e al territorio non si possono calcolare soltanto nel breve tempo. Inondazioni di questa portata devastano campi coltivati e allevamenti, allagano ristoranti e attività commerciali, costringono migliaia di persone a lasciare le loro città per mesi o anni, forse anche per sempre, per stabilirsi in luoghi dove non hanno casa, lavoro, famiglia.
Queste condizioni peggiorano la già compromessa situazione causata dalla pandemia di Coronavirus. Non tanto per l’incidenza dell’epidemia in sé, che sembra aver risparmiato il Vietnam dalla strage di morti e l’alto numero dei contagi che stanno interessando altre nazioni. Le autorità hanno infatti segnalato soltanto 1.141 casi di Covid e 35 decessi.
Il danno più grave del virus in Vietnam è dato piuttosto dalla quasi totale assenza dei milioni di turisti che ogni anno calcavano le strade vietnamite, riempivano hotel e ristoranti, sostentavano le guide turistiche locali. E ora le alluvioni hanno dato il colpo di grazia.
Alluvioni e cambiamenti climatici
Come ricordiamo spesso nei nostri articoli, le forti e numerose alluvioni registrate negli ultimi anni non sono solo comuni fenomeni “naturali”. Sono invece dovuti ai cambiamenti climatici direttamente causati dalle attività umane. Il caldo, infatti, causa un aumento di vapore acqueo nell’aria e un accumulo di energia che favorisce la formazione di violenti nubifragi.
Come dimostra questo grafico di Our World in Data i disastri naturalisono molto aumentati negli ultimi decenni.
Dal periodo 1980-1999 a quello 2000-2019 i disastri naturali si sono quasi duplicati, passando da 3,656 eventi a 6,681. Tra questi spiccano le grandi alluvioni, che da 1.389 sono diventate 3.254. Con una curva analoga l’incidenza delle tempeste è cresciuta da 1.457 a 2.034. Nonostante l’implemento delle misure di sicurezza e precauzione, i 7.348 eventi catastrofici accaduti tra il 2000 e il 2019 hanno causato 1,23 milioni di morti e hanno colpito 4,2 miliardi di persone, con una perdita in termini economici di circa 2,97 trilioni di dollari.
Il mio viaggio in Vietnam
La mia memoria è molto breve e selettiva. Per questo credo che tutto ciò che vi resta impresso abbia per me un significato importante. Ricordo, per esempio, di camminare per le strade sterrate nella remota provincia di Hue. Per il nostro viaggio in Vietnam ci siamo spesso affidati a una qualche agenzia turistica, che ci accostava una guida locale. In alcuni casi non era possibile fare altrimenti, poiché esiste il rischio di incappare in qualche mina inesplosa degli anni ’70.
Ci hanno raccontato che talvolta animali selvatici o d’allevamento, ma anche purtroppo bambini che giocano nei campi, ne subiscono lo scoppio. Questa volta, vuoi per l’ennesimo prezzo turistico proibitivo, vuoi perché ci trovavamo in un luogo dai percorsi ben indicati, abbiamo deciso di visitare in autonomia un’area che è rimasta per sempre impressa nella mia mente e nel mio cuore.
Le alluvioni cancelleranno la storia?
Ci trovavamo proprio nella provincia di Quảng Trị (dove si trova l’edificio militare di cui abbiamo parlato nel paragrafo precedente), sopra al complesso di tunnel dove gli abitanti del villaggio di Vịnh Mốc e le loro famiglie si sono nascosti per anni dalle bombe americane. Sono scesa passando per una delle porte, ma dopo qualche passo ho desistito. Il passaggio era stretto, buio, e trasudava una storia orrenda, il cui peso era troppo grande per le mie deboli e viziate spalle occidentali.
Decido quindi di rimanere all’esterno, percorrendo il perimetro dell’ormai inesistente villaggio. A un certo punto, inaspettatamente, scorgo a lato del sentiero un cratere gigantesco, triste residuo di una di quelle bombe mortifere da cui le persone si nascondevano. Ho capito allora che, in una tale situazione, non poteva esserci passaggio troppo stretto, né troppo buio per evitare di accamparvisi per giorni e anni. Quei tunnel che io ho codardamente evitato simboleggiavano la vita in un mondo di morte, la salvezza nel pericolo, la speranza nella paura.
Mi immagino, adesso, quei tunnel intasati dal fango e quel cratere colmo d’acqua. Penso che sarà impossibile per chiunque visitare Vịnh Mốc da qui a molto tempo. Ecco cos’altro sarà sommerso dalle alluvioni e dai cambiamenti climatici: la storia. E con lei le paure, le ingiustizie e, quindi, gli insegnamenti che la accompagnano.
Il 25 agosto un’ombra nera si è stagliata sulla splendida e quasi incontaminata isola Mauritius, al largo dell’Oceano Indiano. Una nave cargo che trasportava carburante si è infatti incagliata vicino alla costa, tra i colorati intrecci della barriera corallina. Colori che hanno lasciato il posto alla macchia nera di petrolio che è presto fuoriuscita dalla nave. Questo ha causato a Mauritius un gravissimo disastro ambientale.
Come è avvenuto il disastro alle Mauritius
Mille delle quattromila tonnellate di petrolio presenti sull’imbarcazione si sono infatti riversate nel mare, interessando circa 15 chilometri di costa e causando danni incalcolabili all’ecosistema. Fortunatamente tutto l’equipaggio è stato evacuato prima della frattura e, successivamente, dell‘affondamento.
La nave è infatti stata volontariamente affondata dal team di salvataggio, dopo che questo si è occupato di chiudere la falla della nave spezzata e aspirare tutto il carburante possibile. Motivo? La prua era rimasta “sospesa” sulla barriera corallina. Happy Khambule, responsabile della campagna Clima ed Energia di Greenpeace Africa, aveva avvisato che, tra tutte le opzioni disponibili, questa fosse la peggiore. Affondando la nave infatti si metterebbe a rischio la biodiversità e si contaminerebbe l’oceano con ingenti quantità di tossine derivate da metalli pesanti.
Disastro Mauritius: danni incalcolabili
In più, il 26 agosto sono stati rinvenuti sulle coste dell’isola ben 39 delfini e due balene spiaggiati. La prima ipotesi era ovviamente quella di un soffocamento dovuto al catrame. L’autopsia non ha però rilevato tracce significative di petrolio nell’apparato digerente per confermare questa opzione. Il motivo dello spiaggiamento di un così alto numero di cetacei sulle spiagge di Mauritius, dove nel mese di maggio dell’anno scorso ne erano stati trovati soltanto due, potrebbe essere legato proprio all’affondamento della nave.
L’ambientalista Sunil Dowarkasing afferma che i cetacei sono molto sensibili ai suoni. L’esplosione conseguente all’affondamento della nave potrebbe quindi averli spaventati, portandoli a risalire in superficie troppo velocemente, sperimentando la cosiddetta “malattia da decompressione”, che talvolta colpisce anche i sub. Un’altra opzione è quella per cui alcuni leader del branco, in preda al panico, si siano diretti verso la spiaggia e che gli altri li abbiano seguiti.
Un’economia al collasso
Oltre alle conseguenze più immediate, poi vi sono quelle a lungo termine. Abbiamo già menzionato i danni agli ecosistemi marini, già in grave pericolo. A causa del riscaldamento globale e dell’acidificazione degli oceani, i coralli ancora “in vita” nell’isola Mauritius si sono ridotti del 70% tra il 1997 e il 2007. Moltissimi pesci, uccelli dipendono quasi totalmente dalla barriera corallina per sopravvivere. Per gli abitanti delle Mauritius, di conseguenza, è una fruttuosa fonte di cibo, commercio e turismo.
Le spiagge, poi, si sono ridotte di circa 20 metri a causa dell’innalzamento del livello del mare. Dopo questo ulteriore disastro ambientale l’economia dell’isola è realmente sull’orlo del collasso e, ancora una volta, la colpa non è loro bensì delle società più sviluppate. La nave MV Wakashio, neanche a dirlo, era di proprietà giapponese.
Qualche soluzione al disastro di Mauritius
Per il momento si sta cercando di salvare il salvabile. Proprio una settimana prima del disastro è stato pubblicato uno studio in Australia che dimostrava l’efficacia dei capelli umaninell’assorbire il petrolio, Così, attraverso l’ente no-profit Sustainable Salons, sono state donate all’isola 10 tonnellate di capelli, a loro volta messe a disposizione dai parrucchieri australiani aderenti all’iniziativa, con lo scopo di bloccare il flusso di petrolio nel mare.
Poiché l’isola vicina a Mauritius, Reunion, è sotto giurisdizione francese, il presidente Macron ha inviato un aereo militare con attrezzature per monitorare l’inquinamento, oltre che una nave a supporto. Anche il governo di Tokyo invierà una squadra di esperti per soccorrere l’ambiente e gli abitanti dopo il disastro. Nella giornata di sabato, poi, centinaia di persone sono scese in piazza nella capitale di Mauritius Port Luis per chiedere che sia aperto un processo per trovare il colpevole dell’accaduto ed avere così giustizia. Per il momento solo il capitano della nave e il suo secondo sono stati arrestati.
L’Artico ha raggiunto temperature record. In Siberia, incendi devastanti stanno bruciando milioni di ettari di foresta e aumentando la concentrazione di anidride carbonica nell’aria. La situazione è fuori controllo. “Stiamo registrando molte ondate di caldo in varie parti del mondo, tra cui la Siberia. Negli ultimi 5 anni, l’Artico è stata la zona più colpita. […] Non possiamo dire che non c’entri il cambiamento climatico, perché ha un grande impatto sul nostro pianeta.” ha commentato il climatologo Jeff Berardelli alla CBS. Verchojansk, in Jacuzia, è uno dei luoghi più freddi al mondo. D’inverno, si possono raggiungere i -50 gradi centigradi. Il20 giugno si sono registrati 38 °C, quasi venti gradi in più della media stagionale. Il dato è il più alto dall’inizio delle misurazioni, cominciate nel 1885.
— World Climate Service (@WorldClimateSvc) June 20, 2020
Errore di calcolo?
Purtroppo non si tratta di un errore di calcolo. Anche nei giorni successivi, le misurazioni hanno confermato il dato. Il 2100 era stato identificato come l’anno in cui si sarebbero toccate queste temperature record. Le previsioni sono state superate dalla realtà con 8 decenni d’anticipo. Il Copernicus Climate Change Service (C3S), un programma affiliato alla Commissione Europea, ha reso noto che il caldo sopra la media si sta protraendo da più di un anno. Già in maggio, l’osservatorio aveva sottolineato come fosse senza dubbio un segnale allarmante, ma che non fosse solamente quel mese ad essere atipicamente mite nella regione. “L’intero inverno e poi la primavera avevano avuto periodi ripetuti di temperature superiori alla media in superficie. […] Tuttavia, in questo caso è il tempo per cui si stanno protraendo queste anomalie il tratto inusuale”.
Secondo Martin Stendel, scienziato climatico che si occupa del monitoraggio del permafrost, lo strato di suolo perennemente ghiacciato, “in situazioni di normale distribuzione di anomalie, senza cambiamento climatico, un evento del genere sarebbe avvenuto ogni 100 000 anni.” In ogni caso, come riportato nel bollettino mensile del C3S, la temperatura media in tutta la Siberia era di 5 gradi superiore rispetto al normale.
Conseguenze delle temperature record
Il direttore del C3S, Carlo Buontempo, conferma come la Siberia si stia riscaldando a una velocità superiore rispetto al resto del mondo. Ma che conseguenze ha, di fatto, questo aumento di temperatura?
Un ruolo incisivo hanno giocato i venti persistenti che hanno contribuito a rendere l’inverno e la primavera più miti. Un fattore importante da ricordare è la scarsità di copertura nevosa raggiunta lo scorso giugno. Un record che ha aiutato anche lo sviluppo di incendi.
I dati non sono confortanti, come dimostrano gli scienziati del Servizio di Monitoraggio Atmosferico del Copernicus (CAMS). Cominciando dall’inizio degli incendi boreali a inizio maggio, hanno monitorato un aumento del numero e dell’intensità di questi fenomeni.
A giugno, si stimano un totale di 59 megatonnellate di CO2 emesse nell’atmosfera, ossia più di quelle registrate nello stesso periodo un anno fa, che si erano attestate sulle 53 megatonnellate.
Mark Parrington, Senior Scientist e esperto di incendi, ha aggiunto: “Le temperature record e le superfici più asciutte stanno fornendo le condizioni ideali a questi incendi per bruciare e per persistere così a lungo e su un’area così vasta.” In ogni caso, purtroppo, eventi simili si erano già scatenati durante gli anni passati.
L’effetto domino è facilmente intuibile. Le temperature record registrate sono la conseguenza di una concentrazione maggiore di CO2 e di altri gas a effetto serra nell’atmosfera. L’accelerazione del fenomeno porta a un più rapido scioglimento dello strato ghiacciato e nevoso e, di seguito, all’aumento degli incendi. Il tutto -come se servisse aggiungerlo- ha degli effetti devastanti sulla condizione termica dell’intera area.
“L’Artico è figurativamente e letteralmente in fiamme” ha sottolineato Jonathan Overpeck, rettore della environmental school all’Università del Michigan, in una lettera ad APNEWS. Di sicuro, il binomio “Siberia-incendi” non dovrebbe essere il primo collegamento a venire in mente quando si parla delle regioni più fredde a mondo.
Siberia: incendi, invasione di insetti, diesel nei fiumi stanno cambiando completamente l’equilibrio biologico del Paese e dell’intero pianeta.
Se il permafrost non è più permafrost
La parola permafrost è composta dall’abbreviazione di permanent e da frost, ossia gelato. Indica lo strato di terreno perennemente congelato che si trova nel sottosuolo, specialmente a latitudine elevata e ad alta quota.
Ma se non fosse più così?
Le immagini del fiume Ambarnaya color diesel hanno fatto il giro del mondo. 20 000 tonnellate di combustibile si sono riversate nel corso d’acqua a causa del cedimento di un serbatoio della centrale di Norilsk. Il basamento della cisterna posava su questo strato, che si sarebbe sciolto, causandone la rottura. Nonostante aver dichiarato l’emergenza, la regione oramai era una delle più inquinate del pianeta.
A record heatwave in Siberia has led to forest fires in the Republic of Sakha.
Siberia: incendi devastano la Repubblica di Sakha.
Il Permafrost Carbon Feedback è il processo di rilascio di anidride carbonica e altri gas serra. Se, ad oggi, la maggior parte dell’inquinamento atmosferico è di origine antropica, i modelli futuri dovranno tenere conto anche di questo fattore “naturale”. Il carbonio contenuto in questo strato, ma anche piante, microbi e animali accumulati nel suolo artico perennemente ghiacciato per migliaia di anni potrebbero essere rilasciati ed essere un punto di non ritorno per il clima. Questo aumenterebbe esponenzialmente i costi per la mitigazione e l’adattamento.
Se le temperature record hanno raggiunto il polo più a settentrione del nostro globo, è il caso di vedere quale sia la situazione dall’altro capo del mondo. In un articolo pubblicato il 29 giugno dalla rivistaNature Climate Change, la situazione descritta è preoccupante. Anche qui, infatti, si è registrato un riscaldamento di tre volte superiore rispetto alla media. L’aumento dei gradi centigradi dell’oceano Pacifico tropicale occidentale avrebbe causato anomalie nel mare di Weddell, a ridosso del continente antartico.
Lo studio ha dimostrato come la variabilità atmosferica interna abbia potuto indurre cambiamenti climatici estremi a livello regionale, occultandone alle misurazioni ogni tipo di segnale di riscaldamento durante il ventunesimo secolo.
Il ghiaccio, invece, non ha risparmiato la Terra del Fuoco. Il 30 giugno, Río Grande si è risvegliata a -14,5°C, con le auto e, addirittura, le onde del mare congelate. La temperatura percepita era di -20°C. Non accadeva dal 1995, con gli abitanti della città che hanno dovuto fare i conti con i tubi dell’acqua sotto zero e problemi alle forniture idriche.
Se in Siberia incendi e temperature record stanno devastando milioni di ettari di bosco, anche il Polo Sud è afflitto dai cambiamenti climatici.
Un’emergenza perenne non è più emergenza
Non possiamo affrontare qualsiasi tipo di sfida imprevista come emergenza. Se il 2020 sta dimostrando che è necessario saper affrontare più problemi allo stesso tempo, ecco che serve imparare ad avere una visione sistemica dei fenomeni. Il circolo vizioso di cattivi comportamenti sta solamente accelerando la concatenazione di eventi negativi per l’ambiente. Lo scioglimento del ghiaccio nell’Artico potrebbe andare a favore delle industrie petrolifere e minerarie? Bisogna mettere la salute della comunità e delle generazioni future prima di ogni tipo di interesse privato. Le scelte prese dal proprio governo non sono in linea con gli standard virtuosi personali? È giunto il momento di prendere coscienza del potere del cittadino in una democrazia. La soddisfazione per il raggiungimento di obiettivi su piccola scala sono messi in ombra da una mala gestio diffusa? È tempo di attivarsi.
Più della metà delle foreste del mondo sono localizzate in Russia, Brasile, Canada, Stati Uniti e Cina. La Federazione russa possiede il 20% di area boschiva del mondo, ma solo nel 2018 ne ha persa più di cinque milioni e mezzo di ettari. Finché si penserà alla Siberia come una regione remotissima nello spazio e nei costumi, non si potrà cambiare veramente. Cambiare paradigma di pensiero è il primo passo per salvare la Siberia, l’Artico, e tutta la Terra.
Quando si dice che siamo l’unica specie vivente potenzialmente in grado di auto-estinguersi non si tratta di un eufemismo. Basti pensare che in India, in particolare nel distretto di Tinsukia (regione di Assam), ha avuto luogo l’ennesimo disastro ambientale a causa della fuoriuscita di gas e petrolio dal pozzo petrolifero della Oil India Limited. L’incidente ha causato almeno 7 morti, migliaia di sfollati e danni incalcolabili all’ambiente. Il tutto, come sempre, per le ingenti quantità di denaro, destinato a pochi, che derivano dalle estrazioni.
Il tutto è iniziato la mattina del 27 maggio 2020, quando un sibilo assordante si è propagato tra le abitazioni del villaggio di Baghjan. Se inizialmente si pensava fosse soltanto il rumore di un aereo troppo vicino al suolo, la causa del suono è stata chiara quando gli abitanti hanno iniziato ad accusare prurito agli occhi, mancamenti e difficoltà respiratorie.
Più di 2500 persone appartenenti a 1610 famiglie diverse sono state evacuate dalle aree colpite e portate in campi di soccorso. Il tutto durante la pandemia di Coronavirus, che richiederebbe distanze di sicurezza e misure igieniche quasi assenti all’interno degli accampamenti. OIL ha poi creato una zona rossa di 1,5km di raggio intorno alla centrale fino a data da destinarsi.
Il 9 giugno la situazione è peggiorata ulteriormente. La fuoriuscita di gas e idrocarburi doveva essere continuamente raffreddata con getti d’acqua per evitare esplosioni. Nonostante gli sforzi, però, il pozzo si è incendiatouccidendo due persone che si trovavano sul posto.
I danni alla società del disastro ambientale in India
I danni ambientali e sociali conseguenti al disastro ambientale in India sono incalcolabili. Iban Dutta, residente a Notungaon, ha affermato: “Sebbene il nostro villaggio sia a circa 2 km dal pozzo, il vento trasporta i gas dannosi per la nostra salute. Quattro persone sono morte per via di queste inalazioni nocive, anche se le autorità negano che la fuoriuscita di gas ne sia una causa diretta. Queste persone, infatti, soffrivano già da tempo di malattie polmonari come la Tubercolosi e patologie al fegato. Ma, proprio per questo, sembra chiaro come il gas possa aver aggravato le loro condizioni e aver quindi dato loro il colpo di grazia.
Niranta Gohain, un noto attivista ambientale della zona, ha dichiarato: “L’agricoltura, la pesca e l’allevamento degli animali sono l’occupazione principale della maggior parte delle persone in quest’area. Ma ora a causa della fuoriuscita di petrolio, i terreni agricoli diventeranno sterili e non sarà possibile coltivare alcun terreno per i prossimi lunghi anni. Inoltre, gli animali stanno morendo perché l’olio ha contaminato praterie e corpi idrici ”. Baghjan si trova infatti in un’area particolarmente ricca di acque, con un bacino idrografico ben oltre i 650 mila chilometri quadrati. Le attività ittiche saranno quindi inevitabilmente compromesse e migliaia di persone perderanno la propria fonte di sostentamento.
I danni alla biodiversità del disastro ambientale in India
Anche l’impatto sulla biodiversità è e sarà devastante. Il campo estrattivo di Baghjan si trova vicino le paludi di Maguri-Motapung, che a loro volta fanno parte del Parco Nazionale di Dibru-Saikhowa. Queste due realtà formano un bacino di biodiversità unico, che decine di turisti visitano ogni anno, in particolare gli ornitologi e gli appassionati di volatili, specialmente nella stagione della nidificazione.
Dopo lo scoppio, però, gli uccelli se ne sono andati o sono morti. Il 6 giugno è stata trovata una quaglia completamente ricoperta di petrolio. Così come la carcassa del prezioso “delfino del Gange”, Le cause della sua morte non sono ancora state accertate, ma nulla esclude che il petrolio abbia fatto la sua parte.
Rajendra Singh Bharti, ufficiale della divisione forestale e della vita selvatica ha dichiarato: “La biodiversità nella zona è stata sicuramente influenzata non solo dal gas ma anche dal suono. Gli uccelli migratori che arriveranno entro la fine di settembre difficilmente troveranno un habitat idoneo alla riproduzione.
Auto-distruzione in corso
Ci si può chiedere, quindi, perché il nostro modello economico sia basato su materie prime che, se utilizzate nella materia scorretta, possono causare danni incalcolabili alla società umana, fino a portare l’intera nostra specie (e non solo) all’estinzione.
La risposta è sempre e solo una: il profitto dei pochi gestori del mercato petrolifero, che si gonfiano le tasche a scapito dei dipendenti, delle popolazioni limitrofe e dei loro stessi bambini, che dovranno combattere contro le conseguenze della crisi climatica.
Ma anche a scapito dell’ambiente e della natura, che ci ha dato la vita e che è la nostra casa. Ma i soldi sembrano essere più importanti di tutto questo. Come diceva mio nonno, però, “il sudario non ha le tasche”.
Ci troviamo a Norilsk, nel territorio di Krasnojarsk, in piena Siberia settentrionale. Questa località è la seconda città al mondo, per popolazione, oltre la linea del Circolo Polare Artico, preceduta soltanto dalla più nota Murmansk. Il centro, sorgendo ad una latitudine di 69 gradi nord, è il più settentrionale della Siberia. La città sorge su suolo completamente ghiacciato, che non disgela mai nel corso dell’anno, il cosiddetto permafrost. È la mattina del 29 maggio e tutto appare solito e consueto, non vi è alcun sentore che si sta per verificare un incidente cui seguirà un disastro ambientale di dimensioni storiche.
Il clima subartico e il fatto di essere uno dei 10 luoghi più inquinati al mondo, non giocano certo a favore dell’appeal turistico di Norilsk. L’impianto industriale cittadino dell’azienda NorNickel è, singolarmente, il polo produttivo più inquinante sul nostro pianeta. L’aria in città è tossica; un’alta percentuale dei circa 105mila abitanti di Norilsk soffre di malattie respiratorie. Tra i cittadini il cancro si manifesta con una probabilità due volte superiore a quella della media russa. L’aspettativa di vita da queste parti è più corta di ben 10 anni rispetto alle altre regioni del vasto Paese.
I fatti dell’ultimo tra i disastri ambientali del mondo
Ora che conosciamo la remota, per noi centro-europei, zona di Norilsk, andiamo a vedere cosa è successo il 29 maggio. All’interno di una centrale termoelettrica nei pressi della città è improvvisamente crollato un serbatoio di carburante. Tale contenitore era colmo di gasolio. In seguito al suo crollo, le oltre 20mila tonnellate di combustibile liquido si sono riversate nel fiume Ambarnaya, che scorre accanto alla centrale. In brevissimo tempo, le acque del fiume si sono tinte di un rosso acceso. Le immagini sono tanto spettacolari quanto terribili; si tratta di una inondazione di gasolio la quale, inevitabilmente, andrà a devastare gli ecosistemi della rete fluviale locale.
https://www.youtube.com/watch?v=Yb4jG47cZtM
Un disastro ambientale ed ecologico
L’evento rappresenta un disastro ambientale di proporzioni catastrofiche. L’associazione ambientalista Greenpeace ha paragonato l’accaduto all’incidente della petroliera Exxon Valdez, nel 1989. Le conseguenze di tale misfatto, nel quale, come qualcuno ricorderà, si versò in mare una quantità di petrolio incredibile, pari a circa 41 milioni di litri, in seguito all’incagliamento di una superpetroliera nello stretto di Prince William, stretta insenatura del golfo di Alaska.
Il presidente russo, Vladimir Putin, ha immediatamente dichiarato lo stato d’emergenza per l’intera regione, chiedendo ai gestori della centrale di assumersi le proprie responsabilità. In seguito, però, appurato che la centrale è in gestione alla ditta NTEK – sussidiaria di NorNickel, il gigante estrattivo cui abbiamo accennato in apertura – e che NorNickel è di proprietà di Vladimir Potanin, oligarca russo, naturalmente miliardario e naturalmente prezioso alleato dello zar del nuovo millennio, si è deciso di non sostituire il CEO e di non nazionalizzare l’impresa.
Putin ha dichiarato pubblicamente che si attiverà presto, assieme ai suoi funzionari, per modificare la normativa in modo da evitare che in futuro si ripetano simili disastri ambientali e ha criticato duramente le autorità locali, ree di non aver risposto in maniera coordinata ed efficace allo sversamento in acqua di tutto questo gasolio. Teniamo presente che la situazione è stata insabbiata per diversi giorni, prima che il 3 giugno la peculiare colorazione dei fiumi contaminati non rendesse nota a chiunque la situazione.
Ci auguriamo che il presidente Putin sia in buona fede e speriamo che il suo governo, dal potere pressoché infinito, riesca a trovare una quadra per evitarci di dover descrivere un simile disastro anche tra qualche tempo. Resta comunque il fatto che, ad oggi, abbiamo 20mila tonnellate di gasolio le quali stanno arrivando in mare dai fiumi siberiani. Questo disastro ambientale, non può attendere la prossima normativa.
Lo stato di emergenza garantisce lo stanziamento di ampie risorse per portare soccorso nella zona interessata dall’incidente. Al fine di capire a cosa sia dovuto il crollo del serbatoio, è stata avviata un’indagine. È però sotto gli occhi di tutti come si sia perso fin troppo tempo prezioso. Putin si è personalmente lamentato di essere stato informato troppo tardi e di aver appreso la notizia dai social network. Il governatore della regione di Krasnojarsk, Alexander Uss, ha dichiarato di essere stato informato solamente nella giornata di domenica 31 maggio.
Se ciò non bastasse, ricordiamo che non è la prima volta che NorNickel si trova coinvolta in simili incidenti. Già nel 2016 la società era stata responsabile di un disastro ambientale. In tale occasione del materiale inquinante stipato in un impianto metallurgico si era riversato nel fiume Daldykan. Anche tale corso d’acqua, in quella occasione, si era tinto completamente di rosso.
Alexei Knizhnikov, rappresentante dell’associazione ambientalista WWF per la Russia, ha confermato che il volume di gasolio disperso nell’Ambarnaya sarebbe notevolmente superiore a quello fuoriuscito nel Mar Nero, 13 anni fa, a causa dell’incidente dello stretto di Kerch. In tale occasione, una nave cisterna affondò rilasciando in acqua 5mila tonnellate di gasolio. Secondo Svetlana Radionova, responsabile dell’agenzia russa per la tutela ambientale, in seguito al crollo del serbatoio a Norilsk, la concentrazione degli elementi inquinanti nell’Ambarnaya è ora decine di migliaia di volte superiore al massimo consentito dalla già piuttosto generosa normativa locale attuale.
La chiazza rossa dovuta al gasolio disperso, Foto: Vistanet.it
L’ecosistema del fiume Ambarnaya e dei suoi confluenti e affluenti è condannato da questo insostenibile inquinamento, non ci è dato sapere se e quando si riprenderà.
Le cause del disastro ambientale
Nel momento in cui si scrive la situazione è ancora in sviluppo. Come sappiamo infatti, fiumi e corsi d’acqua sono dominati dalle correnti e questo significa che ora dopo ora, giorno dopo giorno, la macchia rossa di gasolio si sposta, nonostante i tentativi di contenerla e gli sforzi delle autorità russe che agiscono in stato di emergenza.
Attualmente la superficie interessata è ampia circa 350 chilometri quadrati, con il combustibile che ha percorso un diametro di 12 chilometri dal punto della sua dispersione. I dati sono però naturalmente in continuo aggiornamento e, a seconda di quando questo articolo verrà letto, potrebbero essere già cambiati, ci auguriamo in meglio.
A quanto è stato ricostruito, i pilastri a sostegno della cisterna contenente il gasolio avrebbero cominciato ad affondare nel terreno a causa della fusione del permafrost sottostante, causata dall’innalzamento delle temperature. È soltanto un’ipotesi, per il momento. Se confermata, però, sarebbe un altro insindacabile segnale di quanti danni stiamo facendo al nostro Pianeta. Non si escludono comunque neppure le ipotesi di usura eccessiva o danneggiamento strutturale.
Individuazione del colpevole e misure contenitive
Nel corso dell’inchiesta aperta non appena il disastro ambientale è stato reso pubblico è già stato effettuato un arresto. Viatcheslav Starostine, responsabile della centrale elettrica, si trova in fermo provvisorio. Durante i prossimi giorni le forze dell’ordine russe faranno maggior chiarezza.
Al fine di impedire ulteriore diffusione al carburante, il governo ha preso misure importanti: innanzitutto la sistemazione di barriere di contenimento contro la propagazione del gasolio nell’acqua e, in secondo luogo un monitoraggio continuo della marea rossa. Serve però capire in quale modo eliminare il combustibile; bruciandolo? Diluendolo con forti reagenti? Pompandolo nella tundra adiacente? L’ultima soluzione pare la meno percorribile, in quanto la zona è già satura di carburante, mentre le altre due sono al vaglio delle autorità. Ad ogni modo, il diesel non attende certo di sapere quale sarà la decisione finale e sta già cominciando a dissolversi in acqua.
A complicare le operazioni di pulizia ci si mettono anche le caratteristiche del letto del fiume, poco profondo, e quelle dell’area paludosa che lo ospita. Una stima prevede che la pulizia potrebbe durare tra i 5 e 10 anni e il costo superare 1,3 miliardi di euro. Tempi grami attendono la Siberia.
Disastri ambientali anche nel prossimo futuro?
Se l’inchiesta confermasse lo scioglimento del permafrost come responsabile di questo crollo, ci troveremmo di fronte ad un pessimo precedente. In tempi recenti, numerose ondate di caldo hanno interessato la Siberia. La comunità scientifica sospetta che si stia verificando, in numerose località della regione russa, una fusione dello strato di ghiaccio permanente. Una ricerca del 2013 sosteneva che un aumento annuo della temperatura globale pari a 1,5 gradi centigradi sarebbe stato sufficiente a sciogliere completamente il permafrost siberiano. Questo fenomeno si sta svolgendo più velocemente del previsto.
Oltre al surriscaldamento globale, anche la geologia ci sta mettendo del suo. Sono state osservate, sotto la coltre perennemente ghiacciata del suolo siberiano, circa 7000 bolle di gas metano. Queste bulgunyakh, come si chiamano in lingua locale, finiscono quasi sempre per esplodere, rilasciando il gas nell’atmosfera. Qualora tutte queste bolle dovessero scoppiare, o anche se lo facesse solo la maggior parte di esse, un’enorme quantità di gas serra sarebbe rilasciata nell’aria. Il gas fuoriuscito da esse, infatti, contiene una concentrazione di metano 1000 volte più alta di quella normalmente riscontrata nell’atmosfera e un quantitativo di anidride carbonica 25 volte più alto del consueto.
Ancor più preoccupante è il fatto che, all’interno dei crateri formati nello strato di ghiaccio permanente, la concentrazione di metano continua a restare alta per molto tempo dopo l’esplosione del bulgunyakh. Tali bolle, dunque, potrebbero essere il colpo di grazia per il delicato ecosistema siberiano, uno dei più minacciati dal global warming.
Il permafrost, uno strato di ghiaccio permanente sotto la terra, Foto: Blue Planet Earth
Rischi e pericoli connessi alla fusione del permafrost
I ricercatori non si accontentano di capire le cause a cui sia dovuta la comparsa di queste bolle, essi vogliono anche riuscire a stabilire quali bulgunyakh esploderanno per primi. In tal modo sarà possibile stabilite quali fette di popolazione correranno i maggiori rischi e in quale momento.
Il gas serra, ad ogni modo, non è l’unico rischio connesso al disgelo. Dobbiamo infatti anche considerare come l’emisfero nord del nostro Pianeta sia la principale riserva mondiale di mercurio. Secondo uno studio firmato Geophysical Research Letters, infatti, nel suolo perennemente ghiacciato alle latitudini settentrionali della Terra troviamo una quantità di questo elemento tossico doppia rispetto a quello presente in tutti gli altri terreni, negli oceani e nell’atmosfera. Messi assieme. Il mercurio, infatti, si lega ai materiali organici presenti nel suolo, finisce ricoperto di sedimenti prima e di ghiaccio poi, restando intrappolato sotto chiave finché, naturalmente, il surriscaldamento globale non lo liberi dalla sua fredda prigione.
Il cambiamento climatico, contribuendo in prima persona alla fusione del permafrost, rischia di scatenare un disastro ambientale incontenibile. Pensiamo a che cosa succederebbe se il disgelo liberasse non solo la quantità industriale di mercurio di cui abbiamo appena scritto, ma anche le centinaia di batteri e virus rimasti intrappolati nelle carcasse congelate di specie animali e nei residui vegetali ancora non completamente decomposte a causa del ghiaccio.
A causa del surriscaldamento globale, il permafrost è a rischio fusione, Foto: Notizie Scientifiche
Dal disgelo al disastro ambientale
La fusione del permafrost consentirebbe al mercurio di liberarsi nell’aria, avvelenando in un sol colpo le comunità locali che vivono di pesca in Alaska e in Siberia, interrompendo la loro catena alimentare e condannando quelle aree allo spopolamento o alla morte. Ma non solo. Tramite i venti e le correnti d’aria, la tossicità raggiungerebbe anche aree e zone ben distanti da quelle interessate dal ghiaccio permanente, magari densamente popolate.
Il mercurio correrebbe il rischio di viaggiare in maniera inarrestabile nella catena alimentare. Parallelamente, ogni altra sostanza nociva, ogni altro pericolo rimasto intrappolato per secoli sotto la spessa coltre ghiacciata, sarebbe libero di tornare a circolare. Ci viene semplice immaginare, ad esempio, uno scenario con virus in circolazione incontrollata, visto che stiamo ancora lottando contro il nuovo coronavirus. Pensiamo ai batteri portatori di patologie che consideriamo debellate annidati sotto il ghiaccio perenne.
Le minacce nascoste sotto il ghiaccio perenne sono numerose, sarebbe molto difficile affrontarle tutte. Non è che un altro motivo per batterci per la tutela e conservazione del nostro Pianeta, contro lo sfruttamento e il surriscaldamento.
Sud America, costa nordorientale brasiliana. Nella giornata del 2 settembre 535 tonnellate di petrolio hanno invaso le spiagge di 9 stati. Si tratta del peggiore disastro ambientale mai accaduto in Brasile. Le spiagge coinvolte sono più di 200 per un totale di 2.000 chilometri di costa.
La nave “fantasma” che ha ricoperto il Brasile di petrolio
Dopo alcuni rilevamenti non è ancora chiaro chi sia il responsabile del disastro ambientale che ha devastato il Brasile. Da una parta abbiamo Petrobras, l’azienda petrolifera statale che si occupa del petrolio in Brasile, che ha colpevolizzato una “nave fantasma” venezuelana accusandola di trasportare del greggio clandestinamente per via delle sanzioni che gli Stati Uniti hanno imposto proprio sul greggio del Venezuela. Dall’altra abbiamo il governo di Maduro che nega un suo coinvolgimento. Non è stato tuttavia possibile risalire all’origine vera e propria di questo disastro ambientale che ha colpito il Brasile, ragion per cui questo crimine ambientale rimarrà verosimilmente impunito con buona pace degli ambientalisti e di chi in quelle zone ci vive.
Il problema più grande di questa fuoriuscita di petrolio, stando a quanto dichiarato da Reuters Bim, giace proprio nelle caratteristiche del greggio. Il petrolio disperso in mare è solito venire a galla, rendendo relativamente facile una sua individuazione e, conseguentemente, la sua asportazione dalle zone interessate. In questo caso invece la particolare densità del liquido ne compromette il galleggiamento, rendendolo dunque visibile solo una volta che si deposita sulla riva.
Disastro ambientale Brasile: il peggiore della storia
A fare i conti con questo disastro ambientale nel nord del Brasile, vista la già citata assenza delle istituzioni, sono stati volontari ed indigeni che per giorni si sono ritrovati a ripulire le coste dal catrame depositatosi. Tra le aree interessate troviamo anche diverse spiagge, fiore all’occhiello del turismo brasiliano come Ilheus, Pedro do Sal e Praia Do Futuro ma il numero di lidi colpiti sarebbe di almeno 201.
Diversi gli animali trovati morti a causa della fuoriuscita: tartarughe, gabbiani e una quantità indefinibile di pesci. Non quantificabile il danno ambientale. Lo Stato più colpito è quello di Alagoas dove alcuni volontari, intervistati da Al Jazeera, hanno dichiarato di “non sapere quanto ci vorrà per ripulire il tutto”. Potrebbero volerci mesi, forse anni. L’Agenzia di Protezione Ambientale del Brasile, IBAMI, ha inoltre aggiunto che “non esiste una soluzione rapida per risolvere il problema”.
Il timore più grande è quello di non riuscire ad identificare la fonte da cui fuoriesce il greggio. Se questo mistero non verrà risolto è verosimile ipotizzare che il petrolio continuerà ad invadere le spiagge del Brasile senza sapere quando e come si fermerà. Se questa situazione si verificasse risulta difficile immaginare come tutto ciò possa essere contenuto semplicemente grazie all’impegno dei volontari. Sono già partiti diversi appelli che invitano Bolsonaro a prendere contromisure adeguate, senza tuttavia che questi abbia ancora fornito risposte congrue all’emergenza in atto.
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