Energia pulita: che lezione dall’Oceania

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La settimana scorsa, dalle pagine de L’EcoPost, abbiamo parlato di autoconsumo e comunità energetiche. Lo abbiamo fatto muovendo da un recente decreto del MISE che incentiva e incoraggia la creazione e lo sviluppo di queste figure capaci di prodursi energia in autonomia e di immagazzinarla per il proprio fabbisogno e per la vendita. La componente energia è una colonna all’interno dell’ampia discussione sul surriscaldamento globale; è necessario allontanarsi dalle sorgenti fossili, limitate e inquinanti, per abbracciare il rinnovabile e scommettere su energia pulita e illimitata. Se in Italia cominciamo a muovere i primi passi in questa direzione, in altre parti del mondo si è puntato già da tempo sulla green energy.

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Energia pulita in città: il caso Sydney

Agli antipodi del nostro vissuto quotidiano, nella lontana Australia, si trova la città di Sydney; probabilmente la più importante del Paese e del continente Oceania. Il suo iconico skyline, dominato dalle geometrie del Teatro dell’Opera, la rendono riconoscibile a prima vista. Ebbene, oltre alla sua storia e architettura, la capitale morale australiana avrà anche un altro dettaglio, non da poco, da aggiungere alle sue brochure turistiche e non solo. Essa sarà infatti la prima città al mondo alimentata al 100% da energia pulita e rinnovabile.

I lampioni e il sistema di illuminazione pubblico, gli impianti sportivi e gli edifici cittadini e persino il municipio sfruttano già da luglio le rinnovabili. Queste scelte sono figlie di una decisione presa nel 2016, la quale all’epoca apparve come rivoluzionaria, con cui la città decise di ridurre del 70% le proprie emissioni di carbonio entro il 2030. Ora, 10 anni prima di quella ambiziosa deadline, Sydney ha scelto di muovere un importante primo passo. La scelta non è soltanto etica e di esempio per tutto il mondo – o almeno per quella porzione di esso la quale voglia veramente scampare all’apocalisse ambientale – ma ha anche un importante risvolto economico.

Le stime dicono che, dal 2021, quando l’intero distretto metropolitano sarà green, gli abitanti risparmieranno, complessivamente, mezzo milione all’anno sulla loro bolletta. In aggiunta a ciò, la realizzazione dei due parchi solari e del centro eolico, le infrastrutture che, de facto, copriranno l’intero fabbisogno energetico cittadino, hanno creato numerosi posti di lavoro.

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La svolta

“Tutti gli apparati elettrici: lampioni, piscine, edifici comunali e persino lo storico municipio di Sydney, assorbiranno energia da fonti interamente rinnovabili. Questo è il più grande affare di energia verde nella storia dell’Australia.” Ha affermato con soddisfazione il sindaco, Clover Moore. La prima cittadina, intervistata dal City of Sydney News, è parsa orgogliosa di essere stata in grado di centrare gli obiettivi di sostenibilità che la giunta si era posta. Moore ne ha ben donde. Diversamente dalle tante altre figure politiche che, in giro per il pianeta, si riempiono la bocca di piani di sostenibilità – o green new deal qualora preferiate, dato che va di moda dare ad ogni proposta un nome anglosassone – lei un importante risultato lo ha ottenuto.

L’investimento per la creazione delle tre centrali rinnovabili che producono energia è stato pari a 60 milioni di dollari. Tre quarti dell’energia pulita che rifornisce la città è di derivazione eolica, la restante solare. L’ammortamento della spesa è stato calcolato in circa 10 anni e la stima delle riduzioni nocive si attesta intorno alle 200mila tonnellate ogni anno.

Per citare nuovamente il sindaco Moore: “Le città sono responsabili del 70% delle emissioni serra mondiali. È fondamentale intraprendere azioni sul clima efficaci e basate sull’evidenza. Siamo nel mezzo di un’emergenza climatica. Se vogliamo ridurre le emissioni e far crescere il settore dell’energia pulita, ogni livello di governo deve passare urgentemente al rinnovabile.” Il pensiero è corretto e condivisibile. La politica deve mandare segnali forti e dare esempi calzanti.

Dal pubblico al privato

I dati di cui abbiamo scritto finora si riferiscono alla porzione di energia legata alla rete comunale. Il 100% di energia rinnovabile, dunque, rifornisce l’intera utenza municipale. Il dato, in sostanza, non tiene conto delle abitazioni private. Facciamo dunque da subito un importante distinguo: Quando parliamo di città green non ci riferiamo a ogni singolo interruttore all’interno dei confini comunali, ma alla porzione di elettricità utilizzata dal municipio.

In aggiunta ai vantaggi già citati, occorre sottolineare l’aspetto relativo alla creazione di una consapevolezza nuova in termini ambientali. Quando i politici fanno il primo passo verso la riconversione energetica, è più facile educare i cittadini. L’istituzione rappresenta l’elettore e prende le decisioni per lui. Questa volta la decisione presa è stata buona e ciò ci fa ben sperare. Naturalmente, ora ci occorrono 10, 100, 1000 Sydney in giro per il mondo. Bisogna agire ora e occorre che, così come il pubblico, si muova anche il privato. Nel nostro piccolo ognuno di noi può attivarsi per riconvertire la propria utenza ad energia pulita. Sono tutte piccole gocce le quali, diceva qualcuno, poi arrivano a costituire un oceano: quello dell’energia pulita, una battaglia fondamentale nella guerra al surriscaldamento globale.

Il pallino dell’energia pulita

Evidentemente in Oceania una parte dei leader politici è più sensibile al cambiamento climatico. Non c’è infatti solo la bella storia di Sydney, occorre scrivere anche di quel che sta accadendo in Nuova Zelanda. Il primo ministro neozelandese, una di quelle figure politiche che in Europa – ma anche in America – ci sogniamo, tanto è progressista e al passo con i tempi, Jacinda Ardern, sembra davvero intenzionata a portare avanti una delle sue più ambiziose promesse elettorali.

Entrambi questi esempi virtuosi – quello di Sydney e della Nuova Zelanda – vanno in controtendenza rispetto alle dichiarazioni del Primo Ministro australiano, Scott Morrison (Partito Liberale d’Australia), il quale ha, a più riprese, scherzato sulle possibili conseguenze del cambiamento climatico, annunciando anche la sua volontà di raggiungere l’obiettivo della neutralità climatica “nella seconda metà del secolo” rifiutando, di fatto, gli impegni del Paris Agreement.

Nel 2017, quando ancora doveva entrare in carica – ma stava già portando avanti una campagna elettorale efficace, i cui frutti si sono poi visti – la Ardern era stata chiara. Durante il primo mandato (in scadenza ad ottobre) ci occuperemo di priorità economiche e sociali già in agenda. Nella prossima campagna elettorale, però, il tema principale sarà l’ambiente. È facile fare promesse di questo tipo, anzi, diciamo pure che è la quotidianità del lavoro di un politico. Tra il dire e il fare, però, c’è di mezzo quel mare che separa uno statista da un quaquaraqua. I tre anni del primo mandato Ardern ci fanno pensare molto più al primo che al secondo, naturalmente, ora però il primo ministro sarà atteso al varco. Se vinciamo, portiamo il Paese al 100% di energie rinnovabili entro il 2030; con queste parole Jacinda Ardern ha aperto la sua campagna elettorale per la rielezione.

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Quali fonti energetiche utilizza la Nuova Zelanda, Grafico: Wikipedia.

La forza di Jacinda Ardern

La gestione della pandemia – pressoché impeccabile ma che ha comunque lasciato qualche inevitabile strascico sull’isola – ha leggermente minato il consenso del Partito Laburista al potere, difficilmente però la Ardern non vincerà agevolmente le elezioni in ottobre. Al momento, è data sopra il 50%. Con le priorità in agenda già affrontate, si preannuncia un importante occasione per occuparsi davvero di clima. Nella migliore delle ipotesi, qualora i voti rispecchiassero la proiezione, il partito di Jacinda Ardern avrebbe la maggioranza da solo, senza bisogno di alleanze. Il Labour è forte perché ha dimostrato competenza e creato coesione sociale in un Paese etnicamente misto come la Nuova Zelanda. L’immagine di questo successo è il volto del Primo Ministro: giovanile (Ardern ha 40 anni), eppure trasuda già grande esperienza politica. Basteranno queste caratteristiche a rendere concreto il piano ambientale?

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Jacinda Ardern, Foto: Happymag

Il piano green

“La ripresa economica post COVID-19 rappresenta un’opportunità unica per la generazione di rimodellare il sistema energetico della Nuova Zelanda. Possiamo renderlo più rinnovabile, più veloce, conveniente e sicuro. L’investimento nelle energie rinnovabili consentirà di creare posti di lavoro. Il nostro piano svilupperà la forza lavoro altamente qualificata di cui questa economia ha bisogno per prosperare in futuro. Il piano per l’energia pulita è un elemento del più ampio piano di ripresa dal COVID-19 e del lavoro che preparerà la Nuova Zelanda al futuro. Stimoleremo occupazione ed economia.” In un recente discorso di Ardern c’è la sua visione per il futuro energetico del Paese.

Già oggi la Nuova Zelanda è uno degli Stati più virtuosi da questo punto di vista. L’84% circa della sua elettricità è prodotta da fonti rinnovabili. Ciononostante, il Paese importa ancora carbone e petrolio dall’estero e lo fa in quantità ingenti. Oltre ad una riconversione totale in 10 anni, il piano mira anche a elettrificare l’intera industria nazionale e il settore dei trasporti. Tra le nuove tecnologie preferite dai laburisti ci sarebbe l’idrogeno verde. Secondo i detrattori – ovvero la quasi interezza degli avversari politici di Jacinda Ardern, National Party (conservatori) in testa – il piano non farebbe affatto risparmiare, bensì aumenterebbe il costo dell’energia di almeno il 40%.

Non che dobbiamo stupirci, sappiamo bene ormai che l’opposizione è solo capace di dire il contrario di quel che pensi un governo. Relativamente a ciò, tutto il mondo è davvero paese.

Può la Nuova Zelanda sfruttare soltanto energia pulita?

Nonostante Jacinda Ardern sia probabilmente uno dei pochi fari di buona politica, in un mondo che non sa più neppure cosa siano gli statisti, resta comunque lecito dubitare del fatto che le sue parole non siano solo calamite da campagna elettorale. La Nuova Zelanda è però un piccolo Stato. I suoi abitanti sono meno di 5 milioni e l’energia pulita è già una piacevole realtà, come si è scritto. Dunque in un lasso temporale di 10 anni, i quali potrebbero anche essere tutti amministrati dallo stesso partito, seppure Ardern non sarà più Primo Ministro nel 2023, vi sono numerose possibilità che tale risultato possa essere raggiunto. Il fabbisogno energetico del Paese potrebbe tranquillamente essere soddisfatto solo tramite fonti rinnovabili. Quel che farà la differenza nel corso dei prossimi anni sarà la volontà di raggiungere l’obiettivo.

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Noi osservatori esterni, che viviamo lontani dalla Nuova Zelanda in condizioni sociali e politiche profondamente diverse, non possiamo che auspicarlo. Qualora anche un Paese così lontano e contenuto riuscisse a raggiungere la totalità di energia pulita, non sarebbe che un esempio da seguire per tutti; un precedente cui ispirarsi; una strada da intraprendere.

L’Oceania manda ottimi segnali al fronte della battaglia per il clima e l’ambiente. Nel Pacifico vivono spesso in prima persona i drammi delle piogge torrenziali e delle alluvioni legate al surriscaldamento globale, con numerose isole che si trovano spesso in difficoltà. Gli altri Paesi riusciranno ad intercettare questi segnali e fare altrettanto?

È tempo di proteggere la foresta australiana

«L’intensità, la portata, il numero, l’ampiezza geografica, la simultaneità degli incendi e la varietà di ambienti che stanno bruciando sono tutte fuori dall’ordinario. Siamo in stato di guerra.» Queste le parole di David Bowman, professore di pirogeografia all’Università della Tasmania, all’inizio di quest’anno. Le fiamme hanno inghiottito, solamente nell’ultimo anno e mezzo, più di 85 mila chilometri quadrati di foresta australiana, uccidendo e mettendo in pericolo la sopravvivenza delle specie che la abitavano. La situazione, dapprima fuori controllo, ora è monitorata costantemente. Ma il recupero e il ripristino della flora e della fauna danneggiate sembrano ancora un obiettivo lontano.

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La foresta australiana è in pericolo

A gennaio, tutto il mondo era incollato alla televisione, guardando le terribili immagini che provenivano dall’Australia. Si condividevano i video degli incendi e degli animali in fuga, cercando di trovare una soluzione. Poi, altre emergenze hanno catalizzato l’attenzione mediatica. Ma la distruzione di migliaia di ettari di foresta è continuata, arrestandosi solamente alcuni mesi dopo.

Per questo motivo, la biodiversità australiana è stata gravemente danneggiata dagli incendi divampati tra il 2019 e il 2020. Nessun altro disastro ha causato così tante conseguenze negative. Si calcola che 471 piante, 213 specie di invertebrati e 92 di vertebrati siano a rischio. In alcuni casi, il 100% degli animali è morto tra le fiamme.

Gli scienziati commentano come “l’intensità, la ferocia e la velocità delle fiamme non avevano risparmiato nulla. Il terreno della precedente foresta era una distesa di morte e distruzione. Canguri carbonizzati, wallaby, cervi, opossum e uccelli erano ovunque.”

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Flora, Fauna, Fuoco

Il ricercatore Andrew Peters ammette: “Ho guardato al microscopio all’interno di un topo morto e non potevo credere ai miei occhi. Migliaia di piccole particelle di fumo rivestivano i suoi polmoni.” L’animale, però, non era stato direttamente a contatto con il fuoco, visto che si trovava a più di 50 chilometri dall’incendio più vicino.

Non sono solo fiamme. Prima, una siccità imprevista e duratura ha indebolito la vegetazione, seccandola. Boschi millenari sono diventati vulnerabili. All’interno della ricerca condotta dall’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO), attenzione particolare è stata data alle mangrovie, che sono una parte importante della foresta primaria, dominando una porzione del territorio nazionale. Purtroppo, però, negli ultimi decenni sono diminuite, minacciando la diversità ecosistemica.

Tra il 2000 e il 2015, il decremento è stato visibile soprattutto nello Stato di Vittoria. A differenza degli alberi di eucalipto, le foreste pluviali non si sono adattate a tollerare il fuoco. Così, quando l’incendio divampa, si apre una breccia verso l’interno, permettendo a specie aliene di invaderne il territorio e a quelle autoctone di scappare.Immagini dei koala e dei canguri che scappano sono il simbolo di una nazione in ginocchio. Ma oltre a questi esemplari iconici del paesaggio australiano, non si devono dimenticare migliaia di altri vertebrati e invertebrati.

I fiumi, già in secca, hanno visto aumentare il livello di cenere e terreno bruciato, togliendo ossigeno ai pesci, che sono morti soffocati. Alcuni animali esistono solo nelle isole. “Siamo qui per fermare che diventino estinti.”, commenta Sarah Barrett, dal parco nazionale Stirling Range. Oltre a questa emergenza, deve fare i conti con infezioni importate e il cambiamento climatico.

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L’insostenibile stato di declino australiano

Il giornale inglese The Guardian è uno dei più attenti alle questioni ambientali. Per questo, la sua sezione oltreoceano ha seguito attentamente ciò che stava accadendo alla foresta australiana. Gli standard nazionali non sono sufficienti. La percezione da parte della popolazione è che debba essere il governo a spingere per nuove, e più stringenti regolamentazioni.

Uno studio del Centro per la Biodiversità e per le Scienze della Conservazione dello scorso settembre ha portato alla luce dei dati sconvolgenti. La legge per contrastare l’estinzione risale al 1999. Nonostante ciò, il monitoraggio costante a livello satellitare, ha visto la correlazione tra la distruzione del manto boschivo e il rischio di morte di molte specie autoctone.

Nelle conclusioni si mettono in discussione le azioni legislative del Paese per proteggere l’intero habitat naturale. Senza nuove regole, gli sforzi di adattamento e mitigazioni saranno vani.

La traiettoria deve essere aggiustata. I ritardi nell’osservazione e catalogazione delle specie sono evidenti. Molto spesso, i piani non sono adeguatamente aggiornati. Questo comporta il fallimento nella protezione dell’intero territorio studiato.

La resilienza della foresta australiana

Nonostante la devastazione, la natura ha ripreso possesso delle aree danneggiate. Già a metà 2020, si potevano notare dai satelliti i primi segni di riforestazione.

Il portale The Conversation ha seguito gli eventi catastrofici e studiato le conseguenze sull’ambiente, gli animale e la popolazione indigena, constatando che con l’accelerazione del cambiamento climatico, gli effetti sono più gravi. Così, il paesaggio potrebbe non riprendersi mai del tutto.

Alcune telecamere posizionate nella foresta australiana per filmare alcune specie rare si sono sciolte durante l’incendio. Animali terrorizzati tentavano di mettersi in salvo. Il giornale ha anche stilato un elenco di varietà di uccelli, mammiferi, pesci, insetti e piante in pericolo.

Il ministero per l’agricoltura, risorse idriche e ambiente del governo australiano ha creato una task force di esperti per ricominciare la piantumazione e riprendere la vita nelle regioni bruciate.

Ci sono racconti di resistenza e rinascita che iniziano con un evento negativo. Sicuramente, gli incendi che hanno distrutto la foresta australiana ne sono un esempio. È tempo di impegnarsi per il ripristino e risanamento del territorio.

Ora è tempo di scegliere il futuro che vogliamo!

Si inizia riconoscendo il problema e localizzandolo. Il Global Forest Watch (GFW) è una piattaforma online che fornisce dati e strumenti per il monitoraggio delle foreste, in modo che ognuno possa entrare in possesso di informazioni in tempo reale su dove e come siamo in atto dei cambiamenti.

La foresta australiana è monitorata costantemente dal Global Forest Watch. Qui, si posso avere i dati sui mutamenti negli ultimi anni. (schermata dal sito)

Ma non basta, bisogna progettare il futuro. Più vasta è l’area interessata, più difficile sarà la ricolonizzazione. Per le specie che hanno un tasso di riproduzione basso è ancora più difficile ripopolare. Piccoli mammiferi, che possono sopravvivere sul breve periodo, si ritroverebbero in condizioni pessime nei mesi successivi.

L’introduzione di piante o animali alieni avrebbe un impatto devastante nei confronti di quelli nativi. Il lasso temporale da considerare è, comunque, considerevole. Gli acquazzoni di febbraio, che hanno rallentato il fuoco, hanno causato un danno più grande rispetto ai roghi. Chi non moriva asfissiato, annegava o veniva intossicato.

L’estate nera, come è stata ribattezzata dai media e dagli scienziati, non è ancora terminata. Una risposta collettiva e forte deve arrivare: dalle istituzioni, dai cittadini, dalla comunità internazionale. Continuare a pensare di non essere intaccati da questi fenomeni è anacronistico e sbagliato.

Australia, incendio favorisce estinzione animali

australia incendio

Li posso già sentire, i commenti astiosi di chi dice sia più doveroso e rispettoso pensare agli esseri umani, invece che agli animali. Agli esseri umani che hanno perso la casa, il terreno, magari anche qualche familiare durante il devastante incendio che sta colpendo l’Australia dal luglio dello scorso anno. Questi commentatori, che sono mossi, non lo metto in dubbio, da una vicinanza emotiva alla popolazione australiana, credono che la minaccia alla biodiversità sia un problema secondario.

Il cerchio della vita

L’errore madornale che l’umanità ha compiuto sin dall’antichità, però, sta proprio qui. Nel considerare l’uomo non parte di quella stessa biodiversità, bensì un essere superiore, speciale, al centro del cerchio, non parte di esso. La biodiversità consiste nella varietà di esseri viventi che popolano la terra. E in quella varietà ci siamo anche noi. Siamo all’interno di questa catena e proprio grazie ad essa la nostra specie riesce a sopravvivere.

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Come si legge sul sito del Wwf, la biodiversità costituisce l’infrastruttura che sostiene tutta la vita sulla Terra. I sistemi naturali e i cicli biogeochimici che la diversità biologica genera consentono un funzionamento stabile dell’atmosfera, degli oceani, delle foreste, dei vari territori e dei bacini idrici. Essi costituiscono i prerequisiti per l’esistenza della società umana e di tutte le altre specie che abitano il nostro Pianeta. Se quindi una o più parti della catena viene a mancare, anche la specie umana ne risentirà, e le famiglie con cui empatizzare per la perdita dei propri cari saranno purtroppo molte di più.

La minaccia all’ecosistema australiano

L’Australia e le sue foreste sono tra i luoghi più ricchi di biodiversità del Pianeta. Il continente infatti contiene 244 specie selvatiche che non si trovano da nessun’altra parte del mondo. Molte di queste, però, sono molto delicate e in quanto tali già a rischio estinzione. Chris Dickman, ecologista dell’Università di Sydney, ha affermato che 34 specie e sottospecie di mammiferi australiani sono scomparsi negli ultimi 200 anni, rappresentando il più alto tasso di estinzione di qualunque regione nel mondo.

Gli incendi anomali degli ultimi mesi stanno quindi colpendo un’area già molto fragile. Qualcuno potrebbe ribattere che in Australia non sono affatto anomali durante la stagione estiva. In realtà, però, lo sono. Non in quanto rari, bensì per la loro portata e la loro durata. Come si legge sull’Economist di solito il periodo caratterizzato dai roghi comincia in ottobre, a metà della primavera australiana, mentre nel 2019 gli incendi sono iniziati già a luglio.

Le vittime dell’incendio in Australia

Nelle scorse settimane in Australia si sono registrate le temperature più alte mai documentate, con una media di 41,9 gradi centigradi. Questo fenomeno può non causare direttamente gli incendi, che sono spesso dolosi. E’ causa però di una grave siccità cominciata in Australia Orientale tre anni fa che ha creato una grande quantità di materiale secco molto infiammabile. La portata del recente incendio in Australia, inoltre, è stata la più devastante della storia del paese. Dall’inizio dei roghi, infatti, circa 5,8 milioni di ettari di terra è stato bruciato, mentre gli incendi che avevano devastato l’area di Canberra nel 2003 avevano incenerito meno di 4 milioni di ettari.

Otre alle venti vittime e le migliaia di case distrutte, secondo il Wwf sono circa mezzo miliardo gli animali che hanno perso la vita durante l’incendio in Australia. L’ecologista Dickman ha infatti affermato che 480 milioni di animali sono stati uccisi solo nel Nuovo Galles del Sud. In questo calcolo sono stati inclusi mammiferi, uccelli e rettili, in mancanza dei quali l’ecosistema perde un grande parte dei suoi ingranaggi. Per esempio, gli animali nativi bandicoot e poteroo aiutano a spostare le spore fungine che garantiscono una ricrescita della vegetazione dopo gli incendi. “Se quegli animali muoiono – dice Dickman, quel “servizio ecologico” muore con loro”.

https://twitter.com/Lonewolf_vuk/status/1214278172360855552?s=20

Koala e altri animali in pericolo per l’incendio in Australia

Un altro dato importante è la morte di 8000 koala, animale simbolo dell’Australia già a rischio estinzione. Rimanevano infatti in tutto solo 28 mila esemplari e soltanto in questi ultimi giorni quasi un terzo dell’intera popolazione è stato carbonizzato. La causa è anche il fatto che questi animali non sono abbastanza grandi e agili per poter scappare velocemente dalle fiamme.

Kangaroo Island, nel sud dell’Australia, è caratterizzata da una rara popolazione di piccoli marsupiali chiamati dunnart. Il ricercatore Pat Hodgens aveva installato delle telecamere per scattare loro delle foto e studiarli. L’isola, però è stata duramente colpita dagli incendi. Da dicembre due persone sono morte e il fuoco ha distrutto 100 mila ettari di foresta, oltre che aver carbonizzato tutte le telecamere di Hodgens. E probabimente, insieme a quelle, anche molti dei dunnart dell’isola.

https://twitter.com/terrainecology/status/1213969999057932288?s=20

Australia, incendio causa morti silenziose

La vera perdita di vita animale è però sicuramente molto più alta di 480 milioni. Questo numero, infatti, non include tutti gli insetti, i pipistrelli e le rane, anch’essi essenziali per il cerchio della vita. Gli uccelli, infatti si nutrono di insetti invertebrati che la mancanza di pioggia e ovviamente il fuoco si sono portati via.

Ad essere in forte pericolo sono anche le rane della foresta pluviale del Gondwana, in particolare la rana a marsupio. Questa specie ha bisogno della lettiera umida per sopravvivere e non tollera il fuoco. Per questo si teme che gli incendi abbiano causato una mortalità di massa, tanto che ci si chiede se sarà necessario riclassificare questa specie di rane da “vulnerabili” a “in via di estinzione”.

Il professor Richard Kingsford, direttore della University of New South Wales Centre for Ecosystem Science, ha efficacemente sottolineato che “noi non vediamo questi animali più piccoli venire inceneriti. Ci sono in corso migliaia di morti silenziose“.

Gli alberi, esseri viventi loro stessi

Tra queste morti silenziose non bisogna dimenticare gli alberi stessi, habitat di molti animali, fonte di ossigeno ed esseri viventi loro stessi. Nelle Blue Mountains, tra novembre e dicembre gli incendi hanno incenerito il 50% delle riserve dove vivono specie di alberi altamente minacciate di estinzione e considerate quasi “fossili viventi”, poiché in vita da milioni di anni. E’ andato perso anche il 48% delle famose Gondwana reserves, foreste pluviali che esistono dal tempo dei dinosauri. Sono sopravvissute proprio perché sono state raramente toccate dagli incendi. Maurizio Rossetto, un ecologo evoluzionista del Royal Botanic Garden di Sydney, ha fatto notare che «molti di questi alberi hanno una corteccia sottile che non fornisce loro protezione contro il fuoco»

Ci saranno perdite anche dopo l’incendio

Il professor David Lindenmayer dell’Australian National University ha affermato che il mezzo miliardo di animali uccisi direttamente dal fuoco è soltanto l’inizio. “Il grosso problema è che, dopo l’incendio, molti animali hanno perso il loro habitat e non hanno un posto dove nutrirsi o ripararsi”. Il professor Kingsford ha affermato che gli incendi priveranno molte specie di uccelli degli alberi. Questi sono per loro fonte di nutrimento, poiché ospitano invertebrati e producono frutti, e permettono loro di nidificare e, quindi, di riprodursi.

Come si legge sul Guardian, i mammiferi che sono riusciti a scappare, una volta tornati non troveranno altro che un paesaggio aperto, senza nessun riparo. Una vera e propria “arena di caccia” per volpi e gatti selvatici, che così li decimeranno. “I vombati, che possono sopravvivere al fuoco più dei koala in quanto sono animali sotterranei, non troveranno più cibo in una terra totalmente bruciata” ha detto alla BBC il professor John Woinarski, dell’Università Charles Darwin.

Eventi (quasi) paragonabili all’estinzione dei dinosauri

Mike Lee, professore di biologia evoluzionistica alla Flinders University, ha paragonato i recenti incendi in Australia alla caduta catastrofica del meteorite che portò all’estinzione dei dinosauri e alla quasi totale sparizione della vita sulla terra. L’impatto di quell’evento infatti portò all’estinzione del 75% delle specie viventi. La causa è stata, in primo luogo, una anomalia nelle temperature, che al tempo erano più basse rispetto alla media. E’ stato chiamato “l’inverno nucleare”, poiché piccole particelle lanciate nell’atmostera dopo l’esplosione hanno bloccato la luce del sole per anni. La lunga e fredda oscurità che ne seguì ha ucciso quasi tutti gli ecosistemi, dalle piante e i fitoplankton fino agli essere viventi più complessi.

Recenti ricerche hanno poi mostrato come anche una serie di enormi incendi hanno potuto causare questa estinzione di massa. L’asteroide, infatti, ha rilasciato detriti infiammati in tutta l’atmosfera, e la maggior parte delle foreste hanno quindi preso fuoco.

Australia, incendio ma non solo

Alcuni scienziati, comunque, hanno sottolineato come non sia stato non solo il fuoco, ma una serie di eventi concatenati a causare la morte di quasi tutti gli esseri viventi. Ma questo non deve consolarci, perché sembra quasi quello che sta succedendo adesso. Gli incendi infatti aggravano la situazione in cui già si trova la terra in questi anni.

Il nostro pianeta ha già perso metà della sua copertura forestale a causa degli umani. Le foreste rimaste, poi, sono costantemente minacciate da un cocktail antropogenico di deforestazione forzata, utilizzo non sostenibile del suolo, specie selvatiche invasive. Anche altri ecosistemi, poi, sono in pericolo, come gli oceani, i mari e i fiumi che si inquinano e acidificano. I ghiacciai si sciolgono e l’atmosfera è inquinata. Gli animali vengono cacciati per seguire le mode o una dieta non sostenibile. Gli esseri umani proliferano senza controllo e con loro tanti inutili bisogni.

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Mike Lee conclude il suo articolo dicendo che, dopo l’estinzione dei dinosauri, ci sono voluti milioni di anni di rigenerazione ed evoluzione poiché la biosfera del nostro pianeta prendesse nuova vita. E noi in pochissimi anni stiamo carbonizzando intere ere geologiche durante le quali la catena della vita si è faticosamente ma meravigliosamente formata.

L’Australia brucia ma il mondo pensa ad altro

l'Australia brucia

L’Australia brucia e il fuoco non accenna a fermarsi. La situazione è talmente allarmante che è stata definita “una bomba atomica”. Nonostante i tentativi di chi prova a isolare gli incendi australiani come se fossero un fenomeno eccezionale, è ormai certo che la causa principale sia il cambiamento climatico. Tutto questo accade mentre in Occidente si discute di un’ipotetica terza guerra mondiale; non di bombe metaforiche, ma di veri e propri arsenali: “nuove e bellissime attrezzature” pronte ad essere usate “senza esitazione”, ha twittato ieri Trump. Questa concomitanza di eventi ci dimostra che nel 2020 non abbiamo ancora imparato niente, ci mette di fronte alla vulnerabilità dell’uomo e ci ricorda tristemente che siamo una società dipendente dalle fonti non rinnovabili.

L’Australia brucia per il cambiamento climatico?

Le stime degli incendi in Australia sono per ora approssimative, ma le maggiori testate riportano dati allarmanti. “Brucia un’area grande come il Belgio”, recitava il Corriere Della Sera ancora prima di Natale. E ancora, per Il Post si tratterebbe di “un’area grande come Piemonte e Lombardia insieme”. Trasformando questi paragoni in numeri, l’area interessata dagli incendi corrisponde a 50mila chilometri quadrati. 500 milioni di animali sono rimasti uccisi, 24 il numero delle vittime per ora accertate; numerosissimi i dispersi e migliaia le famiglie sfollate perché le loro case sono state spazzate via dalle fiamme. Uno dei video più impressionanti ritrae gli scaffali dei supermercati completamente vuoti, dato che anche i beni primari stanno iniziando a scarseggiare.

Il fenomeno degli incendi in Australia non è nuovo, l’Australia brucia ogni anno, ma mai con questa intensità. Infatti, la stagione della siccità, e quindi del rischio incendi, inizia abitualmente ad ottobre, ovvero a fine primavera nell’emisfero australe. Nel 2019 i roghi sono invece apparsi già a luglio, a causa di una siccità estrema che persiste da ben tre anni. Le temperature hanno raggiunto picchi mai registrati in precedenza: 48,9 gradi a Sidney e 44 a Camberra. Esattamente come per l’Amazzonia ad agosto, le immagini rosse di fuoco stanno facendo il giro del web e l’hashtag #PrayforAustralia è fra i primi su Twitter.

Leggi il nostro articolo: “Gli incendi che hanno messo in ginocchio l’Australia”

Gli incendi e il negazionismo climatico

Non mancano però i negazionisti, quelli che provano ad isolare il fenomeno dicendo che il cambiamento climatico non ha nulla a che fare con questi roghi. E potremmo finirla qua, dato che i negazionisti rappresentano solo l’1% della popolazione mondiale. Purtroppo però in quell’1% risulta anche il primo ministro australiano Scott Morrison, il quale ha aspettato settimane e mesi prima di dichiarare lo stato di emergenza e mobilitare l’esercito. Da sempre difensore dell’industria del carbone (che in Australia alimenta quasi due terzi dell’elettricità e rappresenta il secondo prodotto esportato), Morrison tre anni fa aveva addirittura portato un pezzo di carbone in Parlamento: “non abbiate paura” disse in modo provocatorio verso gli australiani progressisti che da tempo si battono per una transizione energetica verso fonti rinnovabili.

A novembre 2019 il primo ministro australiano ha inoltre dichiarato che non esiste evidenza scientifica che leghi le emissioni del carbone con l’aumento degli incendi in Australia. Le critiche hanno raggiunto l’apice quando, in piena crisi di incendi, Morrison ha lasciato il paese per festeggiare il Natale con la famiglia alle Hawaii. Numerosi connazionali hanno espresso il proprio disappunto, anche tramite forme artistiche come quella qui riportata.

L’Australia brucia ma i leader mondiali guardano altrove

Noi occidentali non possiamo permetterci di deriderlo, perché più o meno implicitamente i politici che abbiamo in casa stanno facendo lo stesso gioco. Difatti altri due hashtag molto popolari su Twitter in queste ore sono #WWIII (World War III) e #IranUsa. L’uccisione del generale iraniano Soleimani per mano dell’esercito americano ha inaugurato l’anno con un clima di alta tensione che molti paragonano agli esordi dei due conflitti mondiali del ventesimo secolo. Queste due escalation di eventi, gli inarrestabili incendi in Australia e il fumo dei raid aerei in Medio Oriente, sono così distanti sulla carta geografica ma così vicini concettualmente se si guarda all’azione politica che sta dietro a queste scellerate decisioni. Il carbone nelle mani del premier australiano e la guerra per il petrolio ci riconducono alla stessa amara verità: siamo una società fondata sulle energie non rinnovabili.

Il Medio Oriente rappresenta il cardine di una civiltà mondiale che da 150 anni basa il proprio modello di sviluppo sull’estrazione di petrolio. Un terzo della produzione mondiale di petrolio al mondo proviene da quella zona; anche gli Stati Uniti, sebbene ora risultino primi produttori di greggio al mondo grazie alle politiche favorevoli di Trump, sono dipendenti dalle importazioni del Golfo Persico (nel 2018, hanno importato 1,4 milioni di barili al giorno). Per quanto riguarda l’Italia, nel 2019 ha importato il 29% del petrolio da Iraq e Arabia Saudita. Il nostro paese ha forti interessi anche nella sponda meridionale del Mediterraneo: le nuove instabilità in Libia hanno infatti creato un forte dibattito fra i leader italiani.

Leggi il nostro articolo: “Venezia e i politici con l’acqua alle caviglie. L’immagine di un fallimento”

Il cambiamento climatico richiede una transizione rapida e coraggiosa

Il cambiamento climatico è il prodotto di queste interazioni, della corsa all’oro nero, unito a gas e carbone, che nessuno ha il coraggio di fermare. Una parte della Terra brucia per le troppe emissioni e il resto del pianeta continua a farsi guerra per accaparrarsi nuove materie prime che rendano questo mondo ancora più invivibile. Non basta pregare sui social se continuiamo a scegliere di essere rappresentati da politici che fissano le proprie strategie nel breve termine e dentro i propri confini, per poi andare a derubare chi sta di là dal muro.

Non possiamo più permetterci di avere leader che si vantano di spendere trillioni nella difesa nazionale e che allo stesso tempo presiedono il paese con il più alto tasso di emissioni storiche e pro-capite al mondo. Già a settembre un articolo del Guardian intitolava così le tensioni in Medio Oriente: “Se il mondo corresse dietro al sole, non dovrebbe combattere per il petrolio”. Quei trillioni potrebbero essere indirizzati verso la transizione verde che tutti noi stiamo aspettando, mettendo finalmente fine alla dipendenza dalle fonti non rinnovabili.

“Un politico guarda alle prossime elezioni; uno statista guarda alla prossima generazione”. È appena iniziato il nuovo decennio, l’ultimo in cui sarà possibile fermare l’orologio del cambiamento climatico prima della completa catastrofe, dicono gli scienziati. L’Australia ci sta dando l’ennesima prova che non possiamo più continuare come abbiamo sempre fatto. Gli unici eserciti che hanno ancora ragione di esistere nel 2020 sono quelli che provano a fermare il cambiamento climatico.

https://twitter.com/blkahn/status/1213870775754616833

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Indonesia rimanda in Australia i rifiuti ricevuti: erano contaminati

indonesia

L’Indonesia ha chiuso con i compromessi. Martedì la Nazione asiatica ha rispedito più di 210 tonnellate di spazzatura in Australia, da dove, d’altra parte, provenivano. Motivo? I rifiuti erano contaminati.

Contaminazione pericolosa

All’interno di quella che doveva essere la raccolta della carta, infatti, sono stati trovati molti altri materiali come bottiglie di plastica (leggi qui la vita di una bottiglia di plastica), lattine, pannolini usati, cibo, indumenti. Vi erano, inoltre, anche scarti di materiali elettrici e contenitori che in passato contenevano olio motore o detergenti. Come ha detto il Ministro dell’Ambiente indonesiano, era d’obbligo rimandarli indietro in quanto questi materiali sono potenzialmente dannosi per l’ambiente e per le persone.

Non bisogna però pensare che la contaminazione derivi soltanto da sostanze tossiche. Questa infatti sussiste anche quando i materiali si mischiano tra loro, compromettendo la purezza del prodotto originario e rendendolo definitivamente non riciclabile. Sempre a causa della contaminazione l’Indonesia aveva già rispedito in Francia 49 container di rifiuti. Anche la Malesia a marzo ha rimandato nei Paesi d’origine (Australia, Bangladesh, Canada, Cina, Giappone, Arabia Saudita e Stati Uniti) 450 tonnellate di plastica contaminata. Le Filippine, dal canto loro, hanno spedito in Canada 69 container pieni di spazzatura.

Proteste e provvedimenti

Tutto questo ha preso il via da alcune proteste avvenute nei mesi scorsi in tutto il Sud Est Asiatico. Forse sono da ringraziare i nuovi media come internet e i social che hanno reso noto a tutti il problema di quelle che oramai sono le “discariche dell’Occidente”. Forse è stato anche lo scambio proficuo di informazioni tra abitanti e viaggiatori, che sempre più spesso giungono in questi Paesi. Oppure semplicemente era diventato impossibile per gli abitanti chiudere gli occhi di fronte all’enorme quantità di rifiuti che vengono costantemente riversati nei mari e nei fiumi del sud est asiatico.

La massa di spazzatura spedita in questi paesi da quelli più ricchi è infatti drasticamente aumentata dopo che la Cina ha bloccato l’importazione di rifiuti da Paesi quali Australia, America ed Europa. La Cina nel 2016 ha raccolto 600 mila tonnellate di plastica al mese rendendola uno dei maggiori Paesi per il riciclo di plastica. Senza la Cina, l’Indonesia, la Malesia e le Filippine sono state quindi scelte come nuove “discariche”. Fortunatamente però, come i fatti degli scorsi giorni hanno dimostrato, i Paesi in via di sviluppo non si stanno del tutto piegando in maniera remissiva ai loro ricchi carcerieri.

Discarica di Surabaja, Indonesia (afp)

Come risolvere il problema?

L’Australia sta pensando a come risolvere rapidamente il problema dell’Indonesia e degli altri Paesi che rifiutano la loro spazzatura. Peter Shmigel, il capo dell’Australian Council of Recycling, si è esposto dicendo che il governo dovrebbe investire più soldi nel riciclaggio, utilizzando questi vecchi-nuovi materiali per progetti pubblici. Riciclare, però, non è sempre facile poiché il rischio di contaminazione è alto. Per questo anche il nostro ruolo da civili è importantissimo. Un’attenzione maggiore a come differenziamo la nostra spazzatura, giorno per giorno, nelle nostre case è vitale per il bene del Pianeta. E, ancora meglio. è seguire il primo comandamento dell’ecologia: comprare meno, comprare meglio, riducendo al minimo la produzione dei rifiuti. (Leggi qui alcuni consigli per la raccolta differenziata)