Mater Amazonia, la mostra presso il Museo Etnologico Vaticano “Anima Mundi” termina il 26 ottobre

Mater Amazonia. The deep breath of the world, è il nome della mostra dedicata al cuore verde della Terra, l’Amazzonia, che porta la firma dei Musei Vaticani. Allestita nei rinnovati spazi del Museo Etnologico Vaticano Anima Mundi, è stata voluta ed inaugurata dal Santo Padre. La mostra è stata prorogata fino al 26 ottobre 2020.

Mater Amazonia. The deep breath of the world

La mostra nasce dal desiderio di Papa Francesco di portare l’attenzione sui temi odierni riguardanti l’Amazzonia.

Locandina della mostra Mater Amazonia, presso il Museo Etnologico Vaticano.

L’enciclica Laudato sì” ed il sinodo sull’Amazzonia sono la dimostrazione di quanto questo tema sia centrale nel cuore del Papa, tanto da volere e da inaugurare il 18/10/19 una mostra che potesse creare un dialogo concreto tra il pubblico e questo territorio.

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La mostra permette al visitatore di immergersi nel cuore naturale e culturale della foresta, ed è divisa in due settori.

Un indigeno presenzia all’inaugurazione della mostra, presso il Museo Etnologico Vaticano.

Il primo, di tipo educativo-generale, con l’ausilio di alcuni pannelli descrittivi, introduce all’Amazzonia, alle sue popolazioni indigene, alla sua struttura e biodiversità.

Il secondo settore invece, attraverso l’utilizzo del multimediale, trasporta in un’attiva denuncia ecologica nei confronti dell’impatto antropico, sotto forma di incendi, deforestazione, estrazioni minerarie, espansione delle città ed inquinamento. Inoltre, si susseguono scene di vita quotidiana alternate a parole di saggezza degli indigeni nonché di speranza da parte del Santo Padre:

“La difesa della terra non ha altro scopo che la difesa della vita” .

Papa Francesco, incontro con la popolazione indigena dell’Amazzonia, Puerto Maldonado, gennaio 2018

Nella realtà naturale si inserisce quella umana; difatti al centro della mostra sono esposti 120 oggetti rappresentativi delle popolazioni indigene, provenienti da tutti e 9 i Paesi toccati dalla foresta. Attraverso di essi, la mostra vuole sottolineare lo stretto rapporto di equilibrio tra le popolazioni indigene e la natura stessa, generatosi in migliaia di anni.

La posizione della Chiesa

Forte è la posizione della Chiesa: il Cristianesimo può contribuire nel preservare l’ambiente ed essere accanto alle popolazioni indigene locali. Per questo motivo sono presenti due grandi pannelli dedicati ai missionari ed alle missionarie, testimoni di una realtà vissuta in prima linea.

Spiccano i nomi di Chico Mendes, sindacalista, politico e ambientalista brasiliano assassinato nel 1988 e Don Luigi Bolla, il quale, nonostante i pericoli e le minacce di ogni tipo, continuò ad indagare sui costumi, l’etnologia e la cultura degli Shuar ecuadoregni, fino alla sua morte nel 2013.

Don Luigi Bolla
Crediti: Beatrice Martini

“La situazione dell’Amazzonia è triste paradigma di quanto sta avvenendo in più parti del pianeta, una mentalità cieca e distruttrice, che predilige il profitto alla giustizia e mette in evidenza l’atteggiamento predatorio con il quale l’uomo si rapporta con la natura.”

Papa Francesco.

Alla fine della sala, come a fare da ponte con la mostra sull’Oceania, è esposto un copricapo di piume proveniente dalla Papua Nuova Guinea. Questa collocazione sta a simboleggiare che, al mondo, esistono tante Amazzonie e che i problemi appena affrontati nella mostra sono in realtà globali.

Anima Mundi, il rinnovato Museo Etnologico del Vaticano

Dopo un periodo di chiusura per ristrutturazione, riapre finalmente al pubblico il Museo Etnologico Vaticano e lo fa con un primo spazio dedicato all’Australia e all’Oceania. Il nome Anima Mundi (anima del mondo), racchiude un significato profondo: i Musei Vaticani visti come una casa comune, che spalanca le porte ai popoli del Mondo intero.

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Il curatore del Museo Etnologico Vaticano, Padre Nicola Mapelli, ci accompagna in un viaggio attraverso le meraviglie, le culture ed i conflitti ecologico/sociali dei Paesi rappresentati. L’Anima Mundi vuole cambiare il paradigma del museo come mero contenitore e trasformarlo in un luogo di incontro.

Difatti, il 15/10/2010 nel museo etnologico ci fu l’inaugurazione di una mostra chiamata “Ritual Life”, dedicata all’arte e alla cultura degli Aborigeni australiani. Per organizzarla, i curatori della mostra P. Nicola Mapelli e Katherine Aigner hanno visitato le comunità di origine degli oggetti, per comprenderne a fondo il significato e per avere l’autorizzazione ad esporli. All’inaugurazione in Vaticano, furono presenti diversi Aborigeni australiani che resero vive quelle opere tramite danze tradizionali.

Crediti: Beatrice Martini

“Ci hanno insegnato che il nostro sistema culturale è molto fragile. Hanno conoscenze ancestrali e profonde. Da quell’incontro di visioni diverse è nata una grande voglia di ristrutturare completamente il museo e Padre Mapelli si è fatto artefice di questa rivoluzione”.

Stefania Pandozy, Responsabile del Laboratorio di Restauro Polimaterico dei Musei Vaticani

Trasparenza e Riconnessione nel Museo Etnologico

Trasparenza: è la parola d’ordine nel museo, per la quale Padre Mapelli ha insistito molto.

Il Mondo è come una piazza in cui le culture dialogano, ed il museo vuole rievocare tale assenza di barriere; presentando al pubblico ampi spazi carichi di luce, senza punti di chiusura nelle vetrine ed opere libere dall’ingombro dei classici sostegni. Tutto ciò grazie ai supporti morfologici creati nel rispetto dell’opera.

Crediti: Beatrice Martini

Nella mostra permanente dedicata all’Australia e all’Oceania è esposto solo lo 0,5% dell’intera collezione di quella parte del mondo. Complessivamente, la collezione del Museo Anima Mundi vanta ben 80.000 opere, conservate in moderni depositi climatizzati, collocati al di sopra dell’esposizione. Il concetto di trasparenza è stato applicato anche a questi ultimi, per non far passare l’idea di possesso ed accumulo degli oggetti da parte del mondo occidentale, come troppo spesso accade.

Essenziale nel processo di rivoluzione del Museo è stata la filosofia di “Riconnessione” sostenuta da Padre Mapelli: a questo scopo, nel corso del tempo ha viaggiato nei luoghi più remoti del Pianeta per incontrare i discendenti di coloro che hanno inviato le opere, facendosi raccontare cosa significassero e chi fossero gli artisti.

Vi è anche una sezione del Museo dedicata ai non vedenti, i quali possono “avvicinarsi” all’opera ed entrare in contatto con essa attraverso riproduzioni di opere, profumi e suoni che rievocano paesi distanti. La collezione dell’Oceania e dell’Australia presenta al pubblico pezzi unici ed invidiati da tutto il Mondo.

Stefania Pandozy e Padre Mapelli (foto scattata prima della pandemia)

L’Anima Mundi e la sua forte denuncia ecologico/sociale

La mostra, con il suo sguardo sul Mondo, intende sollecitare una riflessione profonda su alcuni temi, molto cari al pontefice: il dialogo con i popoli indigeni e la cura della casa comune. Quello che si snoda attualmente nel Museo è un vero e proprio viaggio, che va dallaPolinesia alla Melanesia, dalla Micronesia alla Nuova Guinea e dall’Australia alla Nuova Zelanda.

Intervistato, Padre Mapelli ha tenuto molto a dar voce e spazio a quelli che oggigiorno sono temi assai delicati: l’impatto antropico nei confronti dell’ambiente e delle minoranze, spesso in estremo legame con quest’ultimo.

“Una volta giunti in Australia ci si presenta davanti agli occhi il mondo spirituale degli Aborigeni australiani, definito “Dreaming”. Nella visione di vari gruppi, gli antenati hanno camminato sul territorio australiano lasciando molti segni ed infine, una volta giunto il momento di andarsene, trasformandosi nella realtà naturale. Dunque, per gli Aborigeni australiani, la natura è molto importante perché non rappresenta solo terra e acqua, ma l’antenato stesso; il quale viene estirpato e dissacrato con i soprusi ambientali.”

E continua:

“Per questo motivo gli Aborigeni lottano fortemente contro le attività che creano danni ai luoghi per loro sacri. L’Australia è uno dei principali produttori di uranio e le comunità stanno avviando forti lotte contro i depositi delle scorie radioattive, ovviamente progettate nelle riserve dei nativi. Altra tragedia quella degli esperimenti nucleari (7 esplosioni) che gli inglesi fecero in Australia. Il Pacifico è stata una delle zone più martoriate dai test atomici americani e inglesi in Micronesia, e francesi in Polinesia.”

Ristabilire un contatto profondo

Arrivati in Melanesia, non si può non dar voce ad un disastro sociale e ambientale consumatosi sull’isola di Bouganville:

“Le popolazioni indigene dell’isola di Bougainville si schierarono contro i piani di una società mineraria, la quale estraeva minerali dal suolo locale. Come prodotto di pulitura di questi ultimi, produceva immense quantità di mercurio e altre sostanze tossiche. Queste, per incuria, finirono nell’oceano e nelle falde, creando gravi danni fisici alle persone e all’ambiente. Il vescovo dell’isola era molto legato a questo tema tanto da creare un festival ‘dell’acqua’, il quale mirava a sensibilizzare ed istruire circa la sua importanza”.

Per Padre Mapelli gli elementi della natura non devono quindi essere trattati come materia inerte, concetto ormai predominante nella mentalità occidentale, ma bisogna ristabilire un contatto profondo, per contribuire a preservare un Mondo ormai sempre più sfruttato.

Infine:

“La Nuova Zelanda è una nazione “nuclear free”, non possiede centrali ne accetta il passaggio di sottomarini a propulsione nucleare nelle proprie acque territoriali. Dal punto di vista conservativo dell’ambiente ha qualcosa da insegnare al resto del Mondo”.

Il Laboratorio di Restauro Polimaterico del Museo Etnologico Vaticano (tutto al femminile)

Dal 1997 ad oggi, il Laboratorio di Restauro Polimaterico dei Musei Vaticani ha permesso di conservareoltre 60.000 manufatti. Questo si compone di un’equipe tutta al femminile, con restauratrici provenienti da diversi settori della conservazione.

La sua istituzione è stata dunque una vera e propria sfida, che ha visto nascere un nuovo linguaggio; questo ha permesso di avviare un lavoro di gruppo allo scopo di definire peculiarità e criticità di vari materiali che spesso, in questo genere di opere, ritroviamo come elementi costitutivi di un unico pezzo, stabilendo priorità e protocolli conservativi. Proprio la compresenza di più materiali sullo stesso manufatto ha portato a dover definire in comune quale sia il più fragile da salvaguardare nonché, dettaglio non secondario,  la scelta del microclima idoneo per preservarlo.

Il team di restauratrici (foto scattata prima della pandemia)

Ancora Stefania Pandozy:

 “Padre Mapelli difende la conservazione del bene tangibile ed intangibile attraverso la politica di riconnessione, considerando gli oggetti degli ambasciatori; il laboratorio Polimaterico opera questa difesa individuando ed approfondendo il valore dell’opera stessa nella cultura di origine, affatto scontato come per le opere occidentali,  e attraverso una politica del ‘minimo intervento’. Le componenti del team hanno chiaramente rinunciato alla visibilità ed al valore connesso all’epoca di un manufatto (un Michelangelo ha, nell’immaginario collettivo,  una risonanza diversa da una corona di piume della Papua Nuova Guinea). Un oggetto etnografico può essere di grandissimo valore nella contemporaneità se, per esempio, parliamo di una maschera della Terra del Fuoco che viene distrutta alla fine del rito”.

L’importanza di creare un dialogo

Il Laboratorio è riuscito a conservare i pigmenti naturali di alcuni manufatti presenti nel Museo, così da permettere ai popoli indigeni la possibilità di ammirare nuovamente i colori di un tempo; cosa che invece spesso non è possibile, a causa di una totale assenza di cultura dei musei.

“Si sono emozionati molto alla vista dei colori ritrovati, e ci hanno permesso di esporli nel Museo. Dunque, questa diviene anche un’operazione culturale di grande valore, che prevede la cura e la condivisione del bene materiale. In questo momento storico, in cui il dialogo interculturale è così fondante, pensiamo che un museo come questo possa portare un valore aggiunto, una prova che si può cambiare paradigma. Qui abbiamo una dimostrazione di ciò: la trasparenza, l’essenzialità delle architetture e l’attenzione al particolare, ci possono aiutare a vedere le cose in un altro modo”.

Amazzonia: un grido d’aiuto dall’Assemblea Mondiale

“Ora basta! Vogliamo difendere la nostra cultura, la nostra Amazzonia, condividendola con l’umanità. E se tu sei addormentato, se tu credi di poter vivere […] senza il bacino dell’Amazzonia, […] svegliati! […] Ci rimane davvero poco tempo. Invito tutti e tutte, da differenti parti del mondo: lasciamo perdere l’egoismo, l’invidia, la rabbia. […] È in gioco la nostra vita e la nostra casa, la nostra foresta, la nostra permanenza sul pianeta.” Così Gregorio Mirabal, esponente del Coordinamento delle Organizzazioni Indigene del Bacino Amazzonico (COICA), presenta l’Assemblea Mondiale per salvare il polmone verde del pianeta. Una due-giorni di denuncia collettiva. La lotta dei popoli che abitano quelle terre disboscate, incendiate e saccheggiate “dall’estrattivismo che violenta, obbedendo solo al potere e all’avidità”.

Amazzonizzati!: lo slogan dell’Assemblea Mondiale

Adesso o mai più. La pandemia in corso ha esacerbato i problemi che già esistevano prima del virus. “Questo tessuto nasce nell’angosciante certezza di sapere che non c’è più tempo. È ora di unirsi nella diversità dei saperi dei popoli di Abya Yala e del mondo, e nelle culture del prendersi cura, per restituire lo spirito della foresta all’umanità.” Una dichiarazione forte, un grido di disperazione. La compenetrazione tra uomo e natura è ancora più forte in questi territori. “I fiumi amazzonici ci attraversano, ci danno respiro, ci cantano canzoni di libertà; siamo figlie e figli della Terra e dell’Acqua, di cui le nostre radici si nutrono e in cui coesistono con le stelle del Giaguaro dell’Universo”.

È giunto il momento di rinascere. Utilizzano la metafora del parto: il dolore per nuova vita. Un tessuto ribelle di molti spiriti della foresta e del cemento. Tanti sono i protagonisti dell’Assemblea Mondiale che si è tenuta il 18 e 19 luglio, portando le istanze non solo delle loro comunità, ma facendo rete. I problemi, infatti, sono comuni. Le proposte sono volte a:

  • rafforzare il sistema di salute comunale interculturale in modo permanente;
  • posticipare l’attività di estrazione vicino alle comunità per non aumentare l’etnocidio;
  • proteggere i popoli in isolamento o contatto iniziale (PIACI);
  • sollecitare una missione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità;
  • implementare il Piano di Azione per l’Amazzonia Indigena per eradicare 200 anni di esclusione e razzismo strutturale.

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L’Assemblea Mondiale contro lo sfruttamento dell’Amazzonia

“La deforestazione è una delle principali fonti di emissioni di gas a effetto serra in Perù. Si deve, in gran parte, al cambiamento nell’uso del suolo dato dall’ampliamento del terreno agricolo, ai progetti per nuove infrastrutture e alle attività estrattive legali e illegali”, ha continuato la delegazione peruviana, descrivendo la situazione sempre più difficile. Per mantenere il fragile equilibrio sarebbe necessario aumentare le possibilità di godere della sovranità alimentare, aiutando la medicina tradizionale e dando impulso a un’economia resiliente.

La critica contro le autorità è aspra. A fronte dei discorsi ufficiali del governo peruviano durante forum internazionali, la politica interna è poi basata sull’estrazione come volano per la riattivazione dell’economia. Grandi progetti idroelettrici e minerari minacciano fortemente non solo gli abitanti, ma anche e soprattutto la biodiversità di questo territorio.

Ecuador e Bolivia all’Assemblea Mondiale

L’appello è raccolto da altri Stati. “L’estrattivismo in Ecuador è un virus più pericoloso del Coronavirus“. La pandemia ha portato alla luce tutte le contraddizioni del Paese, aumentando l’instabilità, la violenza e la violazione dei diritti. I casi di positività al Covid-19 nella regione, a metà luglio, erano più di duemila. “Quando a tutti veniva detto: “Restate a casa”, le attvità nella foresta amazzonica hanno accelerato.”, senza nessun tipo di controllo. La rottura di tre oleodotti durante il lockdown ha causato danni disastrosi per i fiumi della regione e messo a repentaglio la salute delle specie autoctone. “Bisogna transitare verso un nuovo paradigma che privilegi la vita.” hanno ribadito con forza.

L’Ecuador è il primo Paese al mondo a garantire diritti alla natura costituzionalmente. “Si devono stimolare le energie rinnovabili, la agroecologia, la sovranità alimentare, il trasporto alternativo, il turismo sostenibile e l’economia circolare.”

Rita Saavedra, attivista boliviana, continua la lotta personale e collettiva. “Ora le nuove autorità cercano di introdurre illegalmente semi transgenici” per rimpiazzare le colture che danno sostentamento da secoli e che sono sostenibili dal punto di vista ambientale. Dopo il Brasile, la Bolivia diventerebbe il secondo Paese per utilizzo di OGM. Cristina Hernaiz, attivista ambientale Rìos de Pie, è sicura quando afferma: “la pendemia è una malattia sistemica, generata dallo sfruttamento capitalista e coloniale. Saimo qui per dire al mondo che desideriamo giustizia razziale, che storicamente ci ha schiavizzato. Ci ha condotto alla crisi climatica attuale.”

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L’Amazzonia è in grave pericolo

I problemi per la foresta amazzonica sono molteplici. Le stime dell’Istituto di ricerca ambientale dell’Amazzonia (IPAM) stanno monitorando la situazione. A giugno, grazie alle elaborazioni satellitari, sono stati individuati quasi 2300 incendi. È il numero più alto registrato dal 2007. La stagione estiva è quella in cui si registrano più roghi. Le cause, spesso, non sono naturali. Gli incendi dolosi, infatti, sono in costante aumento. Si cercano nuove terre in cui far pascolare il bestiame o coltivare abusivamente.

La deforestazione rimane una delle preoccupazioni più grandi. La riduzione delle aree verdi è aumentata del 55% nei primi quattro mesi del 2020, rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Anche per questo motivo, il Brasile ha messo a disposizione migliaia di soldati per la protezione della foresta amazzonica.

“Non vogliamo essere etichettati come antagonisti dell’ambiente” ha affermato Hamilton Mourao, vice presidente brasiliano. Il ministro dell’ambiente, Ricardo Salles, ha, però, sottolineato quanto l’emergenza sanitaria abbia aggravato la situazione. Non ha spiegato le motivazioni, ma spera che si argini la problematica.

La resilienza della foresta amazzonica

Le conclusioni di uno studio dell’Università di Lancaster frenano gli entusiasmi. L’abilità della foresta amazzonica di ricrescere sarebbe sovrastimata. La mitigazione è, infatti, inferiore, specialmente nei periodi di scarsità idrica. La crescita degli alberi ha rallentato, mentre le temperature sono aumentate di 0,1 °C ogni decennio.

“Con le siccità previste nel futuro, dobbiamo essere prudenti sull’abilità delle foreste secondarie di mitigare il cambiamento climatico. I nostri risultati hanno sottolineato la necessità di accordi internazionali per minimizzare gli impatti.” hanno sollecitato i ricercatori brasiliani e inglesi.

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Perchè dovremmo avere cura delle popolazioni indigene?

“La nostra stessa esistenza è intrinsecamente correlata al benessere e all’equilibrio del mondo naturale. Pertanto, mentre continuiamo a invadere e distruggere ecosistemi vitali – come barriere coralline e foreste pluviali tropicali – stiamo minando la nostra stessa sopravvivenza come specie umana e quella di molte altre specie vegetali e animali. La natura non chiamerà la polizia né ci farà causa in tribunale per questo, ci sta chiaramente mostrando che il cambiamento climatico è una sofferenza autoinflitta”. Così esordisce Ben Meeus, impiegato nel programma di difesa delle foreste pluviali, sponsorizzato dal Programma ambientale delle Nazioni Unite.

L’Assemblea Mondiale per l’Amazzonia è l’ultima tappa di un percorso di salvaguardia di queste popolazioni che vivono in sintonia con l’ambiente. Giocano un ruolo cruciale per la conservazione dell’habitat naturale e contro la perdita di biodiversità. Uno studio del 2018, intitolato Cornered by protected areas (Messi all’angolo dalle aree protette), stimola la riflessione sulle capacità di questi popoli. Nonostante gli annunci, i principali risultati della ricerca mettono in luce varie problematiche.

Agli annunci non hanno seguito le azioni. La Dichiarazione dei diritti dei Popoli Indigeni del 2007 è stato un passo significativo, ma non rivoluzionario. Le minoranze soffrono ancora del limitato riconoscimento e rispetto dei loro diritti.

La conservazione dei territori è una pratica che si sta espandendo, ma è fonte di ingiustizie per le popolazioni indigene, che si vedono costrette a emigrare e aumentando il disagio sociale. Le comunità rurali proteggono effettivamente la biodiversità e conservano al meglio il territorio, investendo in esso.

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Ristabilire l’equilibrio in Amazzonia

Dallo studio e dalle conclusione dell’Assemblea Mondiale emergono delle azioni urgenti da mettere in campo:

  • creare un meccanismo indipendente, trasparente, e globale di monitoraggio delle aree a rischio;
  • sviluppare un sistema nazionale di controllo sulla conservazione che sia effettiva;
  • rafforzare e promuovere approcci fondati sui diritti e sui modelli di conservazione;
  • assicurare un coinvolgimento delle organizzazioni internazionali, in primo luogo le Nazioni Unite.

Il grido disperato che si alza dalla foresta amazzonica è forte. Non ascoltarlo sarebbe l’ennesimo tentativo di oscurare una parte importantissima della comunità globale che è in perfetta sintonia con il pianeta. Rispettare le popolazioni indigene significa rispettare la terra.

Ecuador, nuova vittoria per gli indigeni Waorani

In Ecuador il 17 giugno 2020 il giudice del tribunale di Pichincha (una provincia del Paese) si è pronunciato a favore dei diritti alla salute, alla vita e all’autodeterminazione degli Waorani; sono state concesse misure cautelari parziali che impongono al governo ecuadoregno di intraprendere azioni urgenti per contenere il virus nel territorio indigeno. 

La covid-19 in Ecuador

Il primo caso di coronavirus nel Paese è stato annunciato dal governo il 29 febbraio e la città di Guayaquil ne è diventata l’epicentro della diffusione in Ecuador; il paese non è riuscito a gestire nuovi contagi, portando il sistema sanitario al collasso.

Dopo il Brasile e il Perù, l’Ecuador è uno dei paesi con il più alto numero di casi da covid-19 in America Latina. Il presidente Lenín Moreno ha dichiarato l’emergenza sanitaria il 12 marzo; il tasso nazionale di infezione è aumentato drammaticamente a partire dal 17 dello stesso mese.

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Il numero sempre maggiore di morti ha portato il paese a dover utilizzare bare di cartone; vengono chiamate le “corona-bare”. Inoltre, molto spesso le famiglie sono costrette a tenere in casa i corpi dei propri cari, tra lo sconforto ed il dolore.

Un’altra grande preoccupazione riguarda l’ingresso del virus nella foresta amazzonica, specialmente in aree abitate da tribù indigene isolate. I nativi sono più vulnerabili alle malattie trasmesse dai virus, a causa della malnutrizione e la quasi totale assenza della sanità.

Una nuova vittoria in Ecuador

Poco più di un anno dopo la storica vittoria legale del Popolo Waorani contro le trivellazioni petrolifere nell’Amazzonia ecuadoriana, la nazione indigena ha nuovamente trionfato. Questa volta la causa era mirata a proteggere le proprie comunità dall’accelerazione del COVID-19 nel loro territorio.

Il 17 giugno 2020, il giudice Delicia de los Ángeles Garcés Abad, del tribunale provinciale di Pichincha, si è pronunciato a favore dei diritti dei Waorani alla salute, alla vita e all’autodeterminazione. La sentenza del tribunale impone al Ministero della Salute di coordinarsi con la leadership Waorani per condurre test COVID-19 con l’aiuto di personale medico.

Garantendo l’assistenza con forniture mediche presso i centri sanitari delle comunità locali; e, per fornire ai Waorani informazioni adeguate e culturalmente rilevanti per fronteggiare la pandemia.

La causa, presentata il 21 maggio 2020, è stata diretta contro il presidente dell’Ecuador Lenín Moreno e il vicepresidente Otto Sonnenholzner, rispettivamente rappresentante legale e delegato del Comitato nazionale per le emergenze, Ministero della sanità, Segreteria umana Diritti, Ministero dell’Ambiente e dell’Acqua e Procuratore Generale. Questi dovranno inviare un rapporto entro otto giorni, che descriva dettagliatamente il monitoraggio delle estrazioni illegali, disboscamento e traffico di droga nel territorio degli Waorani.

In una dichiarazione pubblica al momento della presentazione della causa, i Waorani hanno sottolineato che le loro azioni fossero volte in primo luogo a proteggere i loro anziani (o “Pekinani”), così come i loro parenti isolati all’interno del “Untouchable Zone” nel Parco Nazionale Yasuní.

Una delle principali richieste (senza risposta) degli Waorani è una moratoria immediata su tutte le attività estrattive nel loro territorio. Proprio a causa della della loro vicinanza alle “strade del petrolio”, e del continuo traffico di legname, le comunità sono entrate in contatto con la covid-19. Nonostante l’aumento dei rischi, le operazioni petrolifere e il disboscamento legale e illegale nel loro territorio sono continuate, aumentando il potenziale diffondersi del virus verso i popoli più isolati. 

I Waorani, che contano circa cinquemila soggetti, hanno registrato almeno 188 casi confermati di COVID-19. Si sono auto-organizzati con l’aiuto di università, coalizioni indigene e di civili per affrontare la crisi sanitaria nel loro territorio.

“Oggi la giustizia ecuadoriana si è pronunciata a favore della nostra richiesta di misure precauzionali di fronte all’inazione del governo durante questa pandemia. Il popolo Waorani e i nostri parenti isolati sono in grave pericolo poiché il virus continua a diffondersi rapidamente attraverso l’Amazzonia. Sfortunatamente, la risposta del governo è stata inadeguata e non si sono coordinati con la nostra leadership. Siamo lieti che il giudice abbia ordinato misure precauzionali, ma dobbiamo rimanere vigili. 

Gilberto Nenquimo, il presidente della nazione Waorani

Il leader di Waorani Nemonte Nenquimo, che l’anno scorso ha contribuito a guidare la storica vittoria del suo popolo contro le compagnie petrolifere, afferma:

“Abbiamo combattuto per migliaia di anni per difendere il nostro territorio e le nostre vite da molteplici minacce: conquistatori, battitori di gomma, taglialegna e poi le compagnie petrolifere. Ora, stiamo combattendo contro il virus covid-19 con la nostra antica saggezza e la nostra conoscenza delle piante medicinali. Ma lo Stato sta mettendo a rischio la vita dei nostri anziani (i saggi) e dei nostri parenti che vivono delle profondità della foresta. La nostra richiesta di moratoria sulle operazioni petrolifere non è stata rispettata. È ovvio che lo Stato sta dando la priorità all’estrazione di risorse sul nostro territorio piuttosto che salvarci la vita. Siamo felici di aver vinto queste misure precauzionali, ma c’è ancora molto da fare per proteggere la nostra gente. Lo Stato deve ascoltarci e rispettarci. “

La precedente battaglia (e vittoria)

Il 26 aprile 2019 il popolo Waorani ha vinto una sentenza storica nella corte ecuadoriana, proteggendo mezzo milione di acri dalle trivellazioni petrolifere nella foresta amazzonica. La decisione del tribunale annulla immediatamente il processo di consultazione con i Waorani intrapreso dal governo ecuadoriano nel 2012, sospendendo indefinitamente la vendita all’asta delle loro terre alle compagnie petrolifere.

“Il governo ha cercato di vendere le nostre terre alle compagnie petrolifere senza il nostro permesso. La nostra foresta pluviale è la nostra vita. Decidiamo noi cosa succederà nelle nostre terre. Non venderemo mai la nostra foresta alle compagnie petrolifere. Oggi i tribunali hanno riconosciuto che il popolo Waorani e tutti i popoli indigeni hanno diritti sui propri territori, che devono essere rispettati. Gli interessi del governo verso il petrolio non hanno più valore dei nostri diritti, delle nostre foreste, delle nostre vite”.

Ha dichiarato Nemonte Nenquimo, Presidente della Waorani Pastaza Organization e querelante nella causa. 

Rappresentati indigeni protestano per i propri diritti; grazie alle battaglie di questi ultimi la foresta amazzonica dell’Ecuador ha ancora delle speranze.

La decisione della corte rappresenta una grave battuta d’arresto per i piani del governo ecuadoriano di sviluppare risorse petrolifere attraverso l’Amazzonia centro-meridionale, e potrebbe segnare un momento spartiacque nel movimento indigeno per proteggere, in modo permanente, la foresta pluviale dalla trivellazione petrolifera e da altri progetti estrattivi.

La causa popolare Waorani ha evidenziato il netto divario tra la sete economica del governo ecuadoriano ed i diritti riconosciuti a livello internazionale delle popolazioni indigene

Amazon Frontlines ed il progetto “memoria”

“I nostri anziani stanno morendo e con loro migliaia di anni di conoscenza rischiano di scomparire. Le nostre storie hanno il potere di mantenere vive le nostre conoscenze per le generazioni future”

Queste le parole di Flor Tangoy, appartenente al gruppo dei Siona, le quali si uniscono a quelle di molti altri giovani indigeni che lottano per i diritti delle proprie comunità e, soprattutto, per la propria casa; l’Amazzonia. Molti di loro affiancano l’organizzazione no-profit Amazon Frontlines che tenta di aiutare gli indigeni dell’Ecuador a sopravvivere in un mondo in continuo cambiamento.

L’organizzazione no-profit che affianca in Ecuador gli indigeni Secoya, Waorani, Siona e Kofan.
Credits: amazon frontlines

Per centinaia di anni, gli anziani delle comunità indigene hanno condiviso le loro storie ed i loro ricordi con i propri figli, nipoti e vicini. Senza lingue scritte, le culture Secoya, Waorani, Siona e Kofan dipendono dalle storie e dai legami generazionali creati attraverso la tradizione orale.

La colonizzazione, la deforestazione e le dinamiche del mondo contemporaneo si insinuano sempre più nelle realtà indigene in Amazzonia, ed è sempre più difficile trasferire la memoria degli antenati di generazione in generazione.

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L’organizzazione Amazon Frontlines supporta i giovani indigeni nel raccontare le loro storie, mantenendo vivi i ricordi degli indigeni. Ora più che mai, queste ultime devono essere condivise con il mondo esterno, il cui modo di vivere distruttivo è la causa principale della perdita culturale di queste popolazioni.

L’organizzazione sta istruendo giovani indigeni ad utilizzare video, foto e altre tecniche di narrazione per trasmettere le conoscenze e le storie dei propri antenati all’interno delle comunità. Questo permetterà la creazione di film che consentiranno a coloro che vivono al di fuori dell’Amazzonia di capire le mutevoli realtà di questi preziosi popoli.

La pandemia può tornare per lo sfruttamento dell’Amazzonia

pandemia

Che la pandemia di coronavirus sia scoppiata in seguito allo sfruttamento delle risorse ambientali non è più un mistero. Forse però è meno chiaro che un’altra pandemia potrebbe diffondersi per lo stesso motivo. Lo dimostra il fatto che i politici non sembrano aver attuato efficaci politiche ambientali globalmente diffuse. Di questo parliamo nel nostro recente articolo.

La pandemia può derivare dalla deforestazione

L’enorme e complesso ecosistema della Foresta Amazzonica è il luogo ideale per lo sviluppo dei virus come il COVID-19. Questi, però, vivono indisturbati e in equilibrio con tutte le altre specie, che ormai hanno sviluppato gli anticorpi. Il problema arriva quando l’equilibrio viene spezzato. La deforestazione, per esempio, distrugge l’habitat naturale di molte specie di animali, i quali saranno costretti a spostarsi, portando con sé i virus. Non solo, nelle aree senza alberi si creano spesso nuovi insediamenti umani, che quindi entrano in contatto con gli esseri viventi che abitano quelle zone.

pandemia

La deforestazione dell’Amazzonia, di cui abbiamo ampiamente parlato sul nostro sito, è un problema che non stenta ad estinguersi, anzi. Dopo l’elezione del presidente brasiliano Jair Bolsonaro il disboscamento della foresta Amazzonica è aumentato dell’85% rispetto all’anno precedente. Il tutto si aggiunge ai devastanti incendi scoppiati nell’area nell’agosto del 2019, che hanno provocato la perdita di oltre 12 milioni di ettari di foresta.

Un mercato redditizio, nonostante la pandemia

Non solo gli incendi, ma nemmeno la pandemia ha arrestato il disboscamento dell’Amazzonia. Secondo l’Istituto nazionale per la ricerca spaziale brasiliano (Inpe), dall’inizio dell”anno sono già stati rasi al suolo altri 1.205 chilometri quadrati di foresta, un aumento del 55 per cento rispetto allo stesso periodo del 2019. Lo scopo è immaginabile.

Il presidente brasiliano vuole far fruttare queste aree ora libere dagli alberi per la crescita economica del paese e, presumibilmente, per gonfiare le sue stesse tasche. Gli allevamenti, le colture di soia, ma anche la caccia sono infatti mercati molto fruttuosi. Non fosse che questi favoriscono il contatto tra l’uomo e gli animali che un tempo abitavano la foresta.

Non è la prima volta e non sarà l’ultima

Ovviamente, lo sfruttamento delle risorse non è rappresentato solo dalla deforestazione, ma anche dagli allevamenti intensivi. Il Covid-19 è stato trasmesso da un pipistrello tramite un pangolino, entrambi animali selvatici venduti nei mercati di strada. Anche l’influenza aviaria si è manifestata per la prima volta in Asia Meridionale. Il suo epicentro sono stati gli allevamenti intensivi di polli e, anche in questo caso, la vendita di questi animali vivi nei mercati.

Lo stesso è accaduto con il virus dell’ebola in Africa, introdotto nelle comunità umane attraverso il contatto con sangue, secrezioni, organi di animali selvatici infetti, come scimpanzé, gorilla, pipistrelli della frutta, scimmie. L’ebola è stata trasmessa con il consumo alimentare di questi animali, ma è molto probabile che il contrabbando illegale abbia giocato un ruolo decisivo nella diffusione del virus. Infatti, le specie che sono minacciate di estinzione a causa di attività umane come la deforestazione, il bracconaggio o il commercio illegale ospitano due volte più virus zoonotici rispetto ad animali le cui popolazioni stanno diminuendo per cause non legate all’uomo.

Non bisogna quindi incolpare gli animali per la Pandemia attuale e quelle che verranno. Come ha dichiarato al Business Insider David Lapola, un ecologo dell’Università di Campinas, Brasile, la colpa è invece da cercare nelle pratiche che disturbano gli ecosistemi, e che costringono le specie ad adattarsi ad altri ambienti.

Deforestazione Amazzonia: quando la natura non ha voce

Durante il 2019 il mondo intero ha rivolto uno sguardo sgomento alla regina delle foreste, l’Amazzonia. Questa, difatti, ha bruciato senza sosta per molti mesi, facendo avanzare impuniti nel territorio coltivatori e allevatori. Un momento drammatico per il polmone verde del mondo. Nel 2019 la foresta ha subito un aumento dell’83% dei roghi rispetto allo stesso periodo dello scorso anno ed un ulteriore aumento del fenomeno di deforestazione in Amazzonia.

deforestazione amazzonia
1.0 Il seguente grafico indica il numero totale di incendi, per anno, nei mesi da gennaio ad agosto; si può chiaramente notare come nel 2019 gli incendi siano duplicati rispetto al 2018.
Immagine: BBC

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Il Brasile e la sua crescita “insostenibile”

Le cause che ogni anno portano ad una sempre maggiore deforestazione in Amazzonia, sono da ricercare in più ambiti. Tutti, comunque, rimandano ad un rilancio dello sviluppo economico del Paese:

  • Agricolo: gli agricoltori sono incoraggiati dalle politiche espansionistiche del nuovo governo ad occupare la foresta per far spazio a coltivazioni di soia, frumento e mangimi. Il 10-15% dei terreni sottratti a quest’ultima è dedicato a quelle coltivazioni.
  • Zootecnico: essendo il Brasile uno dei maggiori esportatori di carne bovina al mondo, vi è una sempre maggiore richiesta di zone da pascolo. Vi è dedicato ben 75-80% dei terreni sottratti alla foresta.
  • Minerario ed estrattivo: il 10% dei terreni, con determinate caratteristiche, è utilizzato per l’estrazione di metalli preziosi, gas, petrolio.
  • Traffico illegale di legname: il 2-3% dei territori viene sfruttato per il commercio illegale di legname.
  • Politico: il Presidente Jair Bolsonaro nega all’Amazzonia il titolo di “patrimonio dell’umanità”. Facendo ciò rivendica la sovranità del Brasile su di essa, così da poterla sfruttare a piacimento.
  • Infrastrutturale: il governo attuale, appoggiato dalle forze armate, starebbe progettando la costruzione di dighe, strade e ponti nel cuore della foresta, per facilitarne ulteriormente lo sfruttamento.

Deforestazione Amazzonia: tutta colpa di Bolsonaro?

Sarebbe alquanto riduttivo addossare la totale colpa dell’attuale situazione sul presidente Bolsonaro.

Va però evidenziato che l’attuale governo, dal momento del suo insediamento, ha sistematicamente smantellato la politica ambientale del Brasile (vedi grafico 2.0); ne è un esempio l’accorpamento dei ministeri dell’agricoltura e dell’ambiente.

Possiamo riscontrare le cause embrionali in una condizione deleteria che impregna il Brasile da troppo tempo, e nella quale l’attuale governo ha trovato terreno fertile: la pessima istruzione e disinformazione in molte fasce della popolazione; povertà dilagante, analfabetismo e risentimento verso l’utilizzo dei propri territori da parte di Paesi definiti “coloniali” ed “oppressori”.

Tutto questo porta una gran parte del popolo brasiliano ad affidarsi a coloro che promettono ricchezza e indipendenza economica dal resto del mondo.

Bolsonaro è una figura alquanto controversa, la quale tenta, come il suo vicino Trump, di risollevare il proprio paese ad ogni costo, anche mettendo a rischio un ecosistema necessario per il Pianeta.

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Deforestazione Amazzonia: cosa stiamo rischiando di perdere

La foresta Amazzonica, che è presente al 65% in territorio brasiliano, è letteralmente un serbatoio di vita, dove la biodiversità viene espressa in forme uniche e meravigliose.

Due meravigliosi esemplari di Ara macao.

È una delle aree naturali più importanti e meno conosciute del nostro Pianeta; ricca di acque dolci e sistemi idrologici, flora e fauna ancora da scoprire.

Un ecosistema delicato ed in perfetto equilibrio, che dona protezione e nutrimento a moltissime specie. L’Amazzonia ospita infatti il 10-15% delle specie al mondo conosciute e costituisce una riserva genetica senza eguali.

La distruzione, l’alterazione e la frammentazione dell’habitat forestale, mettono in serio pericolo tutto questo. Una volta diventate incapaci di spostarsi e orientarsi, le popolazioni che abitano la foresta vengono private della possibilità di riprodursi e alimentarsi e rischiano così l’estinzione.

La lenta ed inesorabile deforestazione dell’Amazzonia comporta conseguenze gravissime all’ecosistema forestale ed, indirettamente, anche all’intero genere umano.

Esempio di biodiversità, non solo animale, che si potrebbe perdere attraverso la deforestazione in Amazzonia.

Ciò che molti ignorano è la capacità di regolazione del clima ed il servizio di stoccaggio del carbonio, offerti dalla foresta.

Questa dunque funge da vero e proprio “condizionatore d’aria” mondiale; è in grado di trasformare l’energia solare in vapore acqueo, che a sua volta poi alimenta la foresta stessa con altre piogge.

Permette poi la regolazione di molti altri fenomeni: mitiga le escursioni termiche grazie alla sua umidità, immagazzina CO2, rifornisce la terra di ossigeno. Con la sua distruzione rischiamo di perdere fra il 17 e il 20% di tutte le risorse d’acqua dolce.

Un patrimonio culturale

La deforestazione dell’Amazzonia ha anche un drammatico risvolto sociale:  è occupata da molte popolazioni che, sebbene abbiano culture relativamente simili, presentano un’elevata differenziazione linguistica.

Questo ci dimostra l’inestimabile valore intrinseco della foresta, non solo come espressione di biodiversità ma anche come custode di cultura.

Un indigeno ed il suo peculiare abbigliamento.

Gli indigeni, vivendo da secoli in questi territori, sono ineffabili conoscitori delle proprietà medicinali e curative delle piante; risultano strettamente legati allo sfruttamento della foresta e dei suoi corsi d’acqua.

Negli ultimi anni si è registrato un aumento delle violenze e repressioni verso gli Indios ed i “Guardiani della foresta”. Molte persone si sono unite dando vita ad ONG e gruppi ambientalisti, nel tentativo di mandare un forte messaggio di opposizione nei confronti della deforestazione e distruzione del bioma Amazzonia.

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Ci sarà un’inversione di marcia?

Mentre gli scienziati di tutto il mondo chiedono a gran voce un repentino cambio di rotta, non è sembrata stridere poi così tanto la notizia della rimozione di Ricardo Galvao dall’INPE (Istituto Nazionale di ricerche spaziali brasiliano).

A luglio 2019, l’ex Presidente dell’istituto venne accusato dal governo di mentire e nuocere all’immagine nazionale, dopo la pubblicazione di dati che mostrano un drammatico aumento della deforestazione in Amazzonia nei mesi precedenti.

Attualmente, tra i leader di molti Paesi, sembra dilagare lo scetticismo nei confronti della scienza e dei suoi dati che, evidentemente, risultano “scomodi”. Tutto ciò, dunque, ostacola il raggiungimento di una gestione sostenibile della foresta.

Chiunque sia dotato di senso critico, non può non aver provato rabbia e vergogna durante il discorso di Jair Bolsonaro all’assemblea generale delle Nazioni Unite lo scorso anno:

“E’ sbagliato sostenere che l’Amazzonia faccia parte del patrimonio dell’umanità, gestire l’emergenza roghi spetta solo al Brasile che sceglierà cosa fare; è un malinteso confermato dagli scienziati dire che le nostre foreste amazzoniche siano i polmoni del mondo. Durante questa stagione la siccità favorisce incendi spontanei”.

Jair Bolsonaro durante il suo intervento alla 74esima Assemblea generale delle Nazioni Unite.
Immagine: Open

Proposte? Noi le elenchiamo in questi punti:

  • Lo sfruttamento delle risorse deve essere sostenibile ed in equilibrio con l’ecosistema amazzonico.
  • Accesso universale all’istruzione. Non sapere né leggere né scrivere significa precludersi qualsiasi possibilità di avere un futuro migliore e, soprattutto, di compiere scelte politiche.
  • Rendere consapevole il popolo brasiliano dell’essenzialità della foresta e l’importanza della sua tutela,  per il bene loro e del mondo intero.
  • Istituire nuove riserve protette a tutela della biodiversità ed ampliare quelle già esistenti, potenziando i controlli contro l’illegalità.      
  • Avvicinare gli agricoltori a nuove tecniche di gestione dei terreni, permettendo loro di poter lavorare negli stessi appezzamenti senza portarli alla sterilità (ad esempio evitando i pesticidi).
  • Creare un turismo ecosostenibile il cui perno siano le meraviglie che l’Amazzonia possiede. Conoscere e tutelare le popolazioni che ci vivono e, possibilmente, includerle nella politica del Paese.
  • Chiedere all’Europa ed agli altri Paesi importatori di attuare specifici controlli di tracciabilità sui prodotti (come la soia e la carne) provenienti dal Brasile;
L’Italia è presente nella classifica degli importatori di carne brasiliana.
Immagine: Corriere della sera

Acquistando prodotti made in Brasile (Amazzonia) supportiamo quelle aziende che spingono i coltivatori al disboscamento: in questo modo la parola fine non verrà mai scritta in questo drammatico copione.

Sindaco di Madrid: “Donerei a Notre Dame, non all’Amazzonia”

Amazzonia

“A chi donerebbe dei soldi, alla Cattedrale di Notre Dame o all’Amazzonia?” “Alla Cattedrale di Notre Dame”. No, non e’ un estratto di un’intervista a un passante casuale, magari disinformato o non particolarmente interessato alle politiche ambientali, o alla politica in generale. Lo ha affermato il sindaco di Madrid in persona, José Luis Martínez-Almeida, durante un programma televisivo locale. E, come se non bastasse, la domanda gli e’ stata posta dai bambini i quali, dopo la sua risposta, son rimasti attoniti. Hanno infatti imemediatamente chiesto il perche’, con facce sorprese, e la risposta di Martínez-Almeida e’ stata: “perche’ e’ uno dei simboli dell’Europa, e noi siamo in Europa”.

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L’Amazzonia e’ piu’ importante di una chiesa

A redarguirlo ci ha pensato un rappresentante del Movimento Indiano d’America Mario Agreda. Lo ha infatti approcciato durante la Cop25 del 3 dicembre dicendogli: “l’Amazzonia è più importante di una chiesa. Te lo dico dal profondo del mio cuore”. E ha aggiunto: “i bambini e i giovani dovranno respirare in futuro”.

Sia la Foresta Amazzonica sia la Cattedrale di Notre Dame qust’anno hanno subito gravi danni a causa degli incendi. Gia’ questa frase, pero’, appare un po’ stridente. Non e’ possibile infatti, a causa dell’enorme differenza, mettere questi misfatti sullo stesso piano. La domanda e’ comunque legittima se posta da bambini, che non riconoscono la prospettiva dei due casi. Toccava al sindaco Martínez-Almeida far capire loro che quella domanda non sarebbe nemmeno da prendere in considerazione, essendo le foreste un elemento naturale senza il quale l’intera umanita’ non esisterebbe e, quindi, nemmemo la Cattedrale di Notre Dame. Ma questo non e’ successo. Il sindaco ha dato invece loro la risposta piu’ sbagliata possibile.

Il ruolo della foresta pluviale

La Foresta Amazzonica, e le foreste in generale, sono importanti per molti e diversi motivi. Per esempio, svolge un ruolo fondamentale nella regolazione dei cicli mondiali di ossigeno e carbonio. Produce infatti circa il sei percento dell’ossigeno del mondo assorbe tempestivamente grandi quantità di anidride carbonica dall’atmosfera. Gli animali che le abitano, contribuiscono con gli avanzi di cibo, le feci, e lecarcasse a stimolare la crescita dei microbi nel suolo, che inquesto modo conservano meglio il carbonio invece di rilasciarlo nell’atmosfera. Ma quando gli alberi vengono bruciati, una grandissima quantita’ di carbonio viene rilasciata nell’atmosfera, oltre che impedire agli alberi di svolgere la loro funzione di purificare l’aria. Ricerche recenti hanno fatto notare come le grandi foreste potrebbero nei fatti emettere più anidride carbonica di quanto non stiano assorbendo.

Leggi ilnostro articolo: L’Amazzonia brucia. 20.000 ettari in fumo

L’inquinamento atmosferico e’ la causa principale dei cambiamenti climatici. Proprio ieri alla COP 25 si e’ parlato di quanto il riscaldamento globale incida sui problemi di salute. L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha presentato l’indagine globale “Salute e cambiamenti climatici“. L’istituzione stima che, se le misure previste dall’accordo di Parigi fossero state attuate, si potrebbero evitare oltre un milione di decessi all’anno. Inoltre, sempre secondo l’OMS, i rischi ambientali legati ai cambiamenti climatici, causano 12 milioni di morti ogni anno e i dati stanno solo che peggiorando.

I primi dieci mesi del 2019 sono stati in media 1,1 °C più caldi rispetto ai livelli preindustriali e questo decennio e’ stato il più caldo mai registrato. Anche gli oceani del mondo hanno visto il loro picco di temperature nel 2019, almeno da quando sono iniziate le registrazioni negli anni ’50. La quantità di ghiaccio nelle regioni dell’Artico e dell’Antartico è scesa a minimi storici nell’era post-industriale. Il livello minimo di ghiaccio nell’Artico nel settembre di quest’anno e’ stato il secondo più basso mai registrato.

Leggi il nostro articolo: “Non solo Amazzonia. Migliaia di incendi anche in Africa

La Cop25 e le possibili soluzioni

Durante gli incontri di ieri il focus e’ stato sul modo in cui i governi possano ridurre le emissioni. Nel Programma ambientale delle Nazioni Unite si legge che le emissioni devono diminuire del 7,6% ogni anno affinche’ l’aumento della temperatura media della superifcie non superi 1,5°C , ovvero l’obiettivo ambizioso previsto dall’accordo di Parigi . Ma, se emissioni restano le stesse dei livelli attuali, il mondo si riscalderà di 3,2°C entro il 2100 – il che e’ notevolmente superiore alla temperatura con la quale andremo incontro a una catastrofe climatica.

La speranza e’ che la Cop25 sia utile. Intanto, non fosse stato per questo evento, Mario Agreda non avrebbe forse incontrato il sindaco di Madrid e quest’ultimo non avrebbe cambiato opinione. O ameno questo e’ quello che si puo’ dedurre dall’abbraccio che i due si sono scambiati dopo la loro conversazione. La Cop25, quindi, sta gia’ producendo qualche piccolo frutto.

Colombia: firmato il Patto di Leticia per proteggere l’Amazzonia

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Gli incendi che hanno colpito la Foresta Amazzonica negli ultimi mesi hanno sicuramente lasciato il segno; non solo in termini di ettari di alberi andati in fumo. Come riportato da un comunicato Ansa datato 8 settembre, i 7 paesi lungo i quali si estende l’Amazzonia hanno infatti firmato il “Patto di Leticia”. L’obiettivo è di stabilire “un accordo per instaurare meccanismi di vigilanza e reciproco appoggio per scongiurare future tragedie ambientali”.

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Chi sono i paesi firmatari del Patto di Leticia per l’Amazzonia

Hanno preso parte all’incontro per la stipulazione dell’accordo i presidenti di 5 paesi. Ivan Duque, presidente della Colombia, Martin Vizcarra del Perù, Lenin Moreno dell’Ecuador, Evo Morales della Bolivia e, sorprendentemente, Jair Bolsonaro del Brasile. All’incontro hanno anche partecipato dei rappresentanti di Guyana e Suriname oltre che alcuni rappresentati di diverse popolazioni indigene che abitano la Foresta Amazzonica.

Leggi il nostro articolo: Non solo Amazzonia. Migliaia di incendi anche in Africa

La firma del trattato è avvenuta in una tipica “maloca” dell’Università di Leticia, proprio per aumentare il carattere simbolico dell’evento. L’unico assente è stato il Presidente del Venezuela Nicolas Maduro, probabilmente per motivi legati a divergenze politiche di vario genere. Assenza che è stata commentata duramente dal presidente boliviano. Morales ha infatti sottolineato come la salvaguardia della Foresta sia prioritaria rispetto a qualsivoglia divergenza di opinione che poco ha da spartire con il carattere dell’accordo.

Il contenuto dell Patto di Leticia

Il principale punto del Patto di Leticia vuole sancire la creazione di un meccanismo di cooperazione regionale che permetta di combattere le economie illegali che mettono a rischio la selva amazzonica. Per questo scopo sarà creata una Rete Amazzonica di Cooperazione formata dagli enti che si occupano delle emergenze legate ai disastri naturali già esistenti in ognuno dei paesi firmatari . Allo stesso modo verranno anche interscambiati know-how relativi al monitoraggio dello stato di salute dell’Amazzonia.

Leggi il nostro articolo: L’Amazzonia brucia. 20.000 ettari in fumo

Sarà abbastanza?

A prima vista questa non può essere altro che una buona notizia. Un accordo in questa direzione era fondamentale per riuscire a tenere sotto controllo una foresta così vasta. Sarebbe stato ingiusto attribuire ad un solo paese, come accaduto con il Brasile, tutte le responsabilità relative ad incendi, deforestazione e, dall’altro lato, conservazione dell’Amazzonia. Sebbene infatti L’Ecopost sia stato tra i primi accusatori del presidente Bolsonaro, che non vogliamo in alcun modo scagionare per quanto accaduto in Brasile negli ultimi mesi, va detto che le stesse dinamiche che hanno portato allo scatenamento degli incendi di così vasta portata in terra carioca si siano verificate, seppur in aree meno ampie di foresta, anche negli altri paesi firmatari dell’accordo.

Ora, non resta che vedere se questa sia solo l’ennesima trovata per ripulire l’immagine di questi Stati al cospetto delle istituzioni internazionali oppure se, come ci auguriamo, quanto verificatosi in Amazzonia abbia smosso le coscienze di coloro che devono occuparsi in prima persona della salvaguardia di un tale patrimonio, naturalistico e non solo.

Leggi il nostro articolo; Più carne più deforestazione. Il report di Greenpeace

Per trarre le conclusioni del caso sarà necessario attendere gli sviluppi futuri. Poco importa quale sia il movente se a trarne il più grande vantaggio sarà la Foresta Amazzonica. Ciò che conta, oggi, è che un primo timido passo è stato mosso nella giusta direzione. Con l’augurio che si faccia ancora tanta strada.

Non solo Amazzonia: migliaia di incendi anche in Africa

Mentre gli incendi continuano a devastare la Foresta Amazzonica, non solo in Brasile ma nel Sud America intero, c’è un’altra zona del mondo che, è proprio il caso di dirlo, è stata messa a ferro e fuoco dall’uomo negli ultimi giorni. Si tratta dell’area centro-occidentale del continente africano. In Angola e Repubblica Democratica del Congo gli incendi stanno devastando delle aree verdi ancora più grandi di quelle registrate in Amazzonia. Come al solito, nel silenzio generale. Se, infatti, la questione amazzonica ha, molto lentamente, guadagnato l’attenzione dei media non si può dire lo stesso per ciò che sta succedendo in Africa. Ma ciò non vuol dire che il problema sia minore.

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In rosso le aree colpite da incendi negli ultimi 7 giorni. Fonte: Global Forest Watch

Più di 10.000 incendi in Africa centro-occidentale

Se si prendono in considerazione solo gli ultimi 7 giorni i dati sono impietosi. Il numero di roghi registrati in Brasile in questo lasso di tempo si attesta a 2.217. Se giriamo invece lo sguardo in Angola e nella Repubblica Democratica del Congo il dato sale a 10.395. Le immagini che si possono vedere sull’applicazione Global Forest Watch, che si avvale dei dati raccolti dai satelliti Terra e Aqua della Nasa, sono a dir poco scioccanti.

Leggi l’articolo: Più carne più deforestazione. Il report di Greenpeace

Oltre ai due Stati già citati, le fiamme stanno colpendo anche vaste aree di Zambia, Malawi, Tanzania, Mozambico e Madagascar. In poche parole gli incendi stanno devastando tutta l’Africa centro-meridionale. Risulta addirittura molto complicato quantificare i danni in termini di ettari di aree verdi scomparse.

Come opera la lobby dell’agribusinees

Come in Amazzonia e, più in generale, nella maggior parte dei casi questi tristi avvenimenti sono di origine dolosa. L’uomo dunque appicca volontariamente questi incendi con un unico scopo. Quello di liberare ampie fette di terreno che possano poi essere utilizzate per sistemi di coltivazione intensivi o per l’allevamento del bestiame, anche questo allevato in maniera intensiva. La cenere che si deposita dopo i roghi, infatti, sul breve termine rende il terreno più fertile. Purtroppo però questo processo lo rende rapidamente inutilizzabile. Va inoltre specificato come in Brasile, almeno fino all’arrivo di Bolsonaro, l’utilizzo di queste tecniche era, per quanto possibile e seppur con qualche falla, regolamentato.

Leggi l’articolo: L’Amazzonia brucia. 20.000 ettari in fumo

In queste zone dell’Africa, invece, risulta molto più difficile riuscire a stringere la cinghia a causa, spesso, della mancanza di risorse necessarie per la salvaguardia di queste zone. A fare le spese degli incendi in Africa non sono solo le foreste ma anche ampie zone di savane, praterie ed altri ecosistemi. Anche la cadenza temporale di questi eventi non è affatto casuale. A fine Settembre, infatti, arriverà la stagione delle piogge. Tutto ciò non fa altro che confermare la malafede e la dolosità di questi incendi.

Non solo criminali, c’è anche chi combatte

Il rischio di sentirsi totalmente impotenti di fronte a tutto questo è dietro l’angolo. Per non scoraggiarsi, oltre a guardare chi gli alberi li brucia, occorre mettere sotto i riflettori anche chi, invece, ha compreso a pieno la necessità di rimboschire il pianeta invece di deforestarlo.

Leggi l’articolo: Ecosia: piantare alberi navigando sul web

In Etiopia, come già riportato dalla nostra redazione, sono infatti stati piantati 353 milioni di alberi in un solo giorno. Un avvenimento simile è stato registrato anche in India dove, in appena 12 ore, sono stati piantati 6 milioni di alberi. In Italia sono già pronti 400.000 alberi per rimboschire le foreste distrutte lo scorso anno nelle Dolomiti. Ecosia, il motore di ricerca che pianta alberi e a cui sarebbe buona cosa convertirsi, ha annunciato che, nei prossimi 6 mesi, pianterà 1 milione di arbusti in più rispetto a quanto previsto in Brasile.

Leggi l’articolo: “GreenLegacy: l’Etiopia ha piantato 353 milioni di alberi in un giorno

Insomma, di fronte ad una lobby che mira dritto al profitto infischiandosene di un qualsiasi vincolo etico e morale, c’è anche chi resiste e si mette in gioco in prima linea per combattere quest’enorme ingiustizia. Ciò che ci serve non è altra soia piena di sostanze chimiche, né tanto meno altra carne da mangiare. Quello di cui abbiamo bisogno è un pianeta in salute che sia in grado di mettere freno all’avanzamento dei cambiamenti climatici. Il tempo stringe. Salviamo gli alberi e salveremo noi stessi.