E se fossimo costretti a emigrare, in cerca di un clima più favorevole? Le migrazioni interne sembrano un problema lontano, ma secondo le proiezioni del CMCC è una realtà molto vicina, specialmente per le due penisole mediterranee
Grecia e Italia sono solitamente percepite come terre di immigrazione da altri Paesi, specie per le migliaia di chilometri di costa di cui dispongono. Ma se, a emigrare a causa dei cambiamenti climatici, anche solo internamente, dovessero essere le popolazioni di questi due Stati? La differenza tra percezione e realtà si sta allargando. Così, alcuni dati di uno studio della Banca Europea per gli Investimenti (BEI) contrastano con le proiezioni del Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici (CMCC), un’istituzione di ricerca scientifica, che si impegna a informare e favorire il dialogo tra scienziati, decisori politici e opinione pubblica.
Il sondaggio BEI
Partiamo dalla percezione. Immaginate di rispondere a un sondaggio, in cui si pone la domanda: “Quali di questi eventi estremi ti preoccupa di più?”. Tra le opzioni, anche l’innalzamento dei mari e la scarsità d’acqua. Per il campione di 2000 persone preso in considerazione per Paese, solo il 20% degli italiani e il 13% dei greci ha dichiarato di essere intimorito dalle inondazioni costiere. Per quanto riguarda la siccità, i numeri non si discostano di molto: 22% per i primi, 27% per i secondi.
Ora, un altro quesito: “Pensi che nel futuro ti dovrai spostare?”, sempre in relazione al mutamento delle condizioni climatiche. Si dovrà cambiare città o traslocare nell’entroterra, a causa di circostanze avverse? 3/4 degli intervistati italiani hanno risposto negativamente, come il 56% degli ellenici. Nei due casi, più della metà è convinta di poter rimanere nel luogo in cui risiede al momento.
Le proiezioni CMCC sulle migrazioni interne e gli eventi acquatici estremi
La percezione, però, è lontana dalla realtà. Pur non essendoci proiezioni precise su cosa accadrà nei prossimi anni, i segni di un cambiamento dell’ecosistema sono già attuali. Come tali, dovrebbero metterci in allerta. Lo studio del Centro Euro-Mediterraneo ha sottolineato, riprendendo le ricerche del Panel Internazionale sui Cambiamenti Climatici (IPCC), che il riscaldamento, l’acidificazione delle acque e l’erosione costiera concorrono ad aumentare i rischi di inondazioni ed eventi estremi -come i Medicane, gli uragani mediterranei – per le comunità che vivono affacciate al mare.
Come indica in modo preciso, per quanto riguarda il Mediterraneo, “le anomalie della temperatura superficiale del mare indicano un aumento di circa 1,2°C su base annuale. […] In particolare, l’aumento maggiore rispetto al periodo di riferimento delle temperature invernali e primaverili si ha per il bacino Adriatico, con valori compresi tra 1,5°C e 2°C.” Nel periodo estivo, si hanno anomalie più alte e diffuse nel mar Tirreno, con un innalzamento di circa 1,5°C, nello Ionio e nell’Alto Adriatico.
Ma le temperature cosa c’entrano con l’innalzamento del mare? Molto. I valori attesi per il mare Adriatico sono di +7, e +8 centimetri per il Tirreno, con dei picchi nelle stagioni primaverile e autunnale.
Adattamento e mitigazioni diventano parole chiave, per reagire a una situazione di rischio notevole, visto che tutte le aree costiere italiane saranno caratterizzate da un aumento di temperature rispetto al periodo 1981-2010. Sempre tenendo conto di questo arco temporale, anche l’innalzamento del mare per il 2021-2050 si attesta sopra i 7 centimetri per il bacino del mar Adriatico e del Mar Ionio, fino a un massimo di 9 nel Mar Tirreno e nel Mar Mediterraneo Centrale e Occidentale. È tempo di far combaciare percezione e realtà, prima di dover riempire le valigie.
La Giornata Mondiale dell’acqua 2021 ci ricorda quanto questo elemento abbia un immenso valore per l’umanità. Questa celebrazione non appare, agli occhi dell’opinione pubblica, qualcosa di inutile e ridondante. I casi sono quindi due. O questo concetto viene dato per scontato al punto da aver appiattito o anche annullato le nostre quotidiane attenzioni verso di esso. Oppure esiste davvero un’inconsapevolezza diffusa di quanto l’acqua sia fondamentale per la sopravvivenza della nostra specie. In entrambi i casi è bene salire sul carro della Giornata Mondiale dell’acqua e dedicare qualche minuto a informarci sull’argomento. Quest’anno a trainarci è l’importante tema: “Valorizzare l’acqua” (“valuing water”).
“Valuing water”, il tema della Giornata Mondiale dell’Acqua
Qualcosa ha un valore inestimabile quando è unico. Pensiamo alle opere d’arte autografate, o ad alcuni eventi storici che hanno cambiato le sorti del mondo, o più semplicemente a ogni essere umano. Tutti noi, in quanto unici, abbiamo un valore inestimabile. E, se riflettiamo bene, anche l’acqua lo è. Non esiste infatti al momento qualcosa, a livello di formula chimica, che possa sostituirla. Cosa che invece non accade per alimenti come il grano, la carne, il latte, i cui principi nutritivi si trovano in molti altri alimenti che sono ad essi intercambiabili. Per quanto infatti anche questi beni abbiano un valore, non è minimamente paragonabile a quello dell’acqua.
La sua unicità e la sua utilità in moltissimi ambiti della vita fa quindi sì che il suo valore vada molto oltre a quello monetario. Talvolta però anche l’importanza di ciò che consideriamo inestimabile viene calpestata. Agli uomini è stato dato un prezzo durante la tratta degli schiavi, eventi storici di pregnanza incalcolabile come il diritto di voto alle donne sembrano voler essere cancellati dal calendario da qualche idealista esaltato. L’arte subisce un costante declassamento nelle economie di mercato, che vedono poco riconosciuto il valore di scrittori, artisti, scultori, attori teatrali.
Il valore economico dell’acqua
Questo destino, purtroppo, è stato riservato anche all’acqua, la cui valenza viene abbassata o alzata a seconda della sua disponibilità o reperibilità, e non del suo valore assoluto. Nei paesi più ricchi infatti l’acqua è un bene che quasi viene dato per scontato e pertanto vale molto poco. Non è raro, infatti, che venga sprecata sia a livello domestico ma anche pubblico. Pensiamo che in Italia nel 2019 è andato perso il 37% dell’acqua immessa nelle reti dei capoluoghi. E l’Italia è comunque un Paese che soffre di carenza idrica.
Al contrario nei paesi più poveri l’acqua ha un prezzo troppo alto a causa proprio della sua scarsità, ma anche del prezzo di mercato che non può (o non vuole) adattarsi alle condizioni di vita delle diverse popolazioni. L’acqua è quindi una risorsa irraggiungibile per molti. Ad oggi785 milioni di persone non dispongono di una fonte di acqua potabile e 2 miliardi di persone non hanno accesso ai servizi igienici di base.
La ricerca compulsiva dell’acqua nello spazio è dovuta al fatto che la vita sul nostro pianeta sia nata proprio grazie ad essa. E senza questo elemento allo stato liquido la Terra per come noi la conosciamo non esisterebbe. Il corpo umano, poi, è formato in gran parte da acqua e ne abbiamo bisogno ogni giorno per dissetarci e sopravvivere. Oltre però a queste principali funzioni, qual è l’impatto di questo prezioso elemento nella vita degli uomini?
Con l’acqua irrighiamo i campi nei quali cresce tutto il cibo che mangiamo. Per un chilo di grano servono tra i cinquecento e i quattromila litri di acqua. Per un chilo di legumi ne servono 4055 litri e per un chilo di carne bovina 15.415 litri. Le risorse idriche sono anche importanti per coprirci. Per produrre un chilo di cotone servono dai 10 mila ai 20 mila litri di acqua. Per non parlare dei tessuti che derivano dagli allevamenti animali, come la lana o la pelle.
Perché questi terreni siano mantenuti floridi, inoltre, sono fondamentali gli insetti impollinatori. Infatti, l’84% delle specie coltivate dipendono anche da questi organismi, ai quali serve acqua per vivere. Questo bene è poi necessario per la crescita degli alberi, senza i quali sarebbe difficile trovare riserve di ossigeno.
Gli usi secondari, ma altrettanto importanti dell’acqua
Da quando l’acqua corrente e pulita è entrata nelle nostre case la nostra aspettativa di vita si è alzata moltissimo (73,6 anni per gli uomini e 80,2 anni per le donne, contro i 35-40 del Settecento). Tra i fattori che hanno innescato il fenomeno vi è la diminuzione della mortalità perinatale e per malattie infettive, dovuta appunto al miglioramento dell’igiene e dello stato di nutrizione della popolazione, ai programmi di vaccinazione e all’introduzione della terapia antibiotica.
Un esempio che mette in luce il ruolo fondamentale dell’acqua è quello degli scarichi privati che indirizzano i nostri “scarti” verso le fognature e non, come si usava fare nei primi agglomerati cittadini, in strada. Questa abitudine era causa di gravi malattie e inquinamento delle falde acquifere; fattori che incidevano sopratutto sulla popolazione più povera. Sono anche diminuite le latrine pubbliche, anche se il fenomeno non è affatto eradicato nei paesi più poveri e sovraffollati. Spesso sono caratterizzate da condizioni igieniche precarie e sono defilate dalle abitazioni. Oppure molte persone, sopratutto donne, cercano un luogo più pulito e altrettanto nascosto, che talvolta diventa scenario di violenze impunite. Ne parliamo meglio in questo articolo, in cui spieghiamo perché le donne sono più colpite dai cambiamenti climatici.
L’acqua è poi fondamentale per il funzionamento delle strutture ospedaliere, per il primo soccorso e per la produzione di medicinali. Questo elemento ha poi molte proprietà terapeutiche, sia a livello fisico che psicologico. Alcuni esempi? L’acqua termale, gli infusi di erbe, e persino la musicoterapia, che spesso utilizza i rilassanti suoni dell’acqua che scorre e che gocciola come potente agente rilassante. Tutte proprietà da non sottovalutare in un’epoca in cui una grande parte della popolazione soffre di problemi psicologici anche gravi dovuti alla frenesia e allo stress della vita contemporanea.
Cosa accade se l’acqua finisce? La giornata mondiale dell’acqua ce lo ricorda
Molte persone, lo ribadiamo, dipendono direttamente dalle fonti di acqua dolce o salata. Un esempio sono i pescatori, che risentono moltissimo dell’inquinamento delle acque e della pesca eccessiva, di cui parliamo qui. Alcune aree del mondo più di altre, che sono totalmente dipendenti dalla presenza e dalla salubrità dei bacini acquiferi, stanno subendo danni incalcolabili a causa della siccità.
Un esempio è la regione che sorge intorno al lago Ciad, il quale in soli cinquant’anni si è ridotto del 90%. La quantità di pesce nel lago è diminuita del 60% e il natron, un impasto di sali naturali ricavato dalle alghe e usato per conservare cibi, conciare pelli e lavorare tessuti è quasi scomparso. Pescatori, allevatori e agricoltori stanno perdendo il lavoro e i beni di prima necessità. Questo li ha portati alla fuga, rimpolpando così quella categoria di migranti cosiddetti “climatici”.
Talvolta le conseguenze della mancanza di acqua sono meno dirette, ma altrettanto tragiche. Molti ritengono che la guerra in Siria sia dovuta, almeno in parte, alla terribile siccità che ha colpito il paese tra il 2007 e il 2010. Questo ha spinto molte persone a spostarsi nelle principali metropoli dove il sovraffollamento e la mala gestione di un’immigrazione improvvisa e massiccia ha creato un clima di forte instabilità. La situazione ha quindi creato le condizioni ideali perché politici e gruppi armati perseguissero i loro interessi.
Come ci ricorda il tema della odierna Giornata Mondiale dell’acqua, a questo bene bisogna dare il giusto valore. Se infatti ci si concentra solo su quello politico ed economico, le tragedie sono dietro l’angolo. Lifegate ha recentemente parlato del fiume Brahmaputra, un importante corso d’acqua che bagna sia Pechino che Nuova Delhi. La corsa energetica di Cina e India, due Paesi in grande sviluppo, è sfrenata e ciò impedisce ai capi politici di accordarsi diplomaticamente sulla gestione delle risorse idriche. Le vicendevoli accuse di sovrasfruttamento, la riduzione apposita della portata delle acque nei territori confinanti e gli interventi militari, stanno avendo conseguenze devastanti per l’irrigazione e la potabilità dell’acqua nelle città e i villaggi.
I ghiacciai custodiscono l’acqua. Finché esistono
La mancanza di acqua potabile però non sarà un problema solo per le zone più calde o povere del mondo. La principale riserva di acqua potabile sul nostro Pianeta sono i ghiacciai situati in Antartide e Groenlandia. Essi custodiscono quasi i due terzi del totale di acqua potabile dell’intero globo. Se l’intera calotta antartica si sciogliesse, il mare si innalzerebbe di 61 metri. Senza arrivare a scenari apocalittici, però, anche qualche metro di acqua in più comprometterebbe l’esistenza di intere città o nazioni. Un piccolo e sicuramente non esauriente esempio riguarda la costa ovest degli Stati Uniti. Qui, un tratto della famosa strada Highway 1 verrà spostato verso l’entroterra per evitare la sua attesa sommersione.
In Islanda la prima fonte di acqua potabile è data dai ghiacciai, il che permette ai cittadini di non acquistare bottiglie di plastica e sopratutto di bere acqua purissima. Uno dei ghiacciai più grandi, il Sólheimajökull, si è ridotto di 110 metri in 8 anni in termini di lunghezza e di 50 metri in profondità. Nel 2019 siamo stati proprio qui e abbiamo visto coni nostri occhi la sofferenza di questo ghiacciaio, di cui parliamo in questo articolo. Guardando a “casa nostra”, le Alpi costituiscono la maggior riserva d’acqua europea. Lo scioglimento di questi ghiacciai significa meno acqua nei fiumi, e quindi a valle e in città. Dal 1960 al 2017 la stagione delle nevi nelle Alpi si è accorciata in media di 38 giorni l’anno.
Un ghiacciaio islandese
Gli eventi (online) da non perdere nella Giornata Mondiale dell’acqua
22 marzo dalle 17.00. Earth Day insieme al Ministero della Transizione Ecologica organizzano un Digital Talk in diretta streaming su earthday.it. Si parlerà di guerre dell’acqua, ricerca spaziale, infrastrutture idriche, tecnologie di desalinizzazione. Durante l’evento giornalisti, esponenti di associazioni, enti e imprese dibatteranno su criticità, politiche, ricerca e tecnologie per gestire e tutelare la risorsa naturale più importante.
22 marzo – Intera giornata. Per la prima volta le affascinanti rive destra dei laghi di Mantova non ospiteranno eventi in presenza. La kermesse si svolgerà però online con l’evento FIUMI DI PRIMAVERA. Qui scuole, enti pubblici, agenzie di gestione ambientale, associazioni, università tratteranno temi molto importanti. Nella mattinata si parlerà di acqua e cambiamento climatico, consumi idrici in agricoltura, sprechi e i comportamenti virtuosi. Si tratterà anche di produzione di acqua potabile, servizi ecosistemici, uso di immagini satellitari per il monitoraggio della acque e microplastiche. Il pomeriggio invece sarà a carattere più tecnico-scientifico. La diretta si potrà seguire sul canale YouTube di GLOBE Italia.
22 marzo dalle 13:00 alle 14:30. Per chi comprende l’inglese, l’evento ufficiale del World Water Day2021sarà disponibile in diretta qui. Per l’occasione si vuole celebrare l’acqua e accrescere la consapevolezza della crisi idrica globale. Il focus sarà il raggiungimento dell’obiettivo di sviluppo sostenibile (SDG) numero 6: acqua e servizi igienico-sanitari per tutti entro il 2030. Sempre lunedì sarà disponibile il nuovo atteso report delle Nazioni Unite sulla Giornata Mondiale dell’acqua 2021. Il rapporto valuta lo stato attuale nella valutazione dell’acqua in diversi settori. Identifica poi i modi in cui la valutazione può essere promossa come strumento per migliorare la gestione delle risorse idriche e raggiungere gli obiettivi globali di sviluppo sostenibile.
Gli eventi dei giorni successivi
23 marzo alle ore 10:00. L’Associazione Publicacqua organizza quasi una intera settimana di eventi a partire dal 22 marzo con il festival di Mantova sopra citato. Il 23 si svolgerà l’evento I SUONI DELL’ACQUA. Con il contributo del Museo della Musica Fondazione Tronci potremo immergerci nel mondo della musica e dell’acqua con Omar Cecchi e Gennaro Scarpato. I musicisti si esibiranno in una suggestiva performanceutilizzando strumenti che riproducono il suono dell’acqua o che usano l’acqua per funzionare. L’attività è pensata per studenti e insegnanti degli ultimi anni della primaria e secondaria di 1° grado. L’evento sarà trasmesso in diretta su questo canale YouTube.
25 marzo ore 15:00 – 17:00. VALUING WATER + WATER AND CLIMATE CHANGE è un evento in cui l’artista di fama internazionale Giorgio Andreotta Calò dialoga con la critica d’arte Barbara Casavecchia. Giorgio Andreotta Calò è attualmente in mostra al Centro Pecci (Prato, PO) con la sua opera Produttivo, un insieme di 2000 metri lineari di carotaggi provenienti dalle miniere di carbone a sud-ovest della Sardegna. Egli, insieme a Barbara Casavecchia, accompagneranno gli studenti in un viaggio verticale attraverso le profondità degli oceani e le viscere della terra. L’obiettivo è riflettere sul proprio ruolo nella gestione delle risorse naturali e nella preservazione dell’ecosistema in cui viviamo. L’incontro sarà registrato e rimontato in un breve video, che entrerà a far parte dei materiali audiovisivi della Web Tv del Centro Pecci, restando a disposizione di tutti gli utenti
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Ascolta il podcast di introduzione all’articolo di oggi!
Un noto modo di dire recita che l’acqua è oro. Ora non si tratta più soltanto di un proverbio, in quanto l’acqua è stata effettivamente quotata in borsa. Sarà dunque d’ora in avanti consentito, perfettamente lecito, speculare anche su un bene di tale importanza. Il capitalismo della grande finanza ci è finalmente riuscito, ha abbattuto anche l’ultimo tabù.
La situazione
Ne avevamo avuto una anticipazione in settembre, quando si era cominciato a parlare di una possibile quotazione a Wall Street per l’acqua. Ora quelle previsioni sono tristemente divenute realtà. Come riferisce CME Group, uno dei principali marketplace derivativi mondiali, è stato creato, internamente all’indice NASDAQ, un mercato dedicato all’acqua. Il nome che gli è stato dato è NASDAQ Veles California Water Index e i suoi fautori ne parlano come del futuro dell’acqua. La realtà appare un pò diversa e l’unico futuro positivo sembra essere quello dei soliti speculatori.
Ricorderete che in Italia votammo, qualche anno fa, un referendum apposito per decidere se mantenere l’acqua come bene pubblico. Il risultato fu piuttosto chiaro, con la netta maggioranza degli elettori che si schierarono con questa posizione. Evidentemente, nel mondo questa idea non è poi così diffusa. Della notizia della quotazione in borsa dell’acqua si è parlato davvero poco, con i giornali ben più presi a raccontarci che cosa potremmo fare o non fare a Natale e Capodanno, quali saranno i piani vaccinali nel mondo e se Matteo Renzi farà davvero cadere il governo Conte. Eppure la questione dell’acqua è ben più importante.
Chi gioca in borsa non ha interesse nel bene comune. Tutt’altro, quanto più una merce diventa rara tanto più acquisisce valore, dunque può farmi guadagnare, e pure tanto. Poco importa se il mio investimento darà origine a un domino di guerra, povertà e morte; il mondo in cui viviamo è spaccato, diviso da una forbice amplissima, in continuo aumento. Da una parte i ricchi, enormemente abbienti, persino troppo; dall’altra i poveri, persone che non hanno letteralmente di che mangiare; in mezzo una classe media che si assottiglia sempre di più.
L’acqua potabile inizia a scarseggiare. Ne abbiamo già scritto altre volte. Recenti studi hanno dimostrato che ghiacciai e montagne, duramente provati dalla crisi climatica, non riescono più a stoccare e immagazzinare H2O. Le stime per il prossimo future parlano di una possibile ecatombe. In qualche lustro ci ritroveremo impantanati in una crisi idrica planetaria che causerà la morte, per sete, di un numero di persone che potrebbe anche arrivare a due miliardi. Si tratta di un disastro annunciato. Proprio per questo, la grande finanza ha pensato che, tra poco tempo, il prezzo della risorsa comincerà ad oscillare. Perché allora non rendere l’acqua oggetto di investimenti e speculazioni? Perché non arricchirsi sul dramma cui stiamo andando incontro?
Già oggi lo sfruttamento idrico da parte dell’uomo è eccessivo, spesso fuori controllo. Industria e settore primario stanno depauperando sempre più le risorse acquifere del nostro pianeta. L’acqua sembra largamente disponibile, visto che la Terra si compone principalmente di essa, eppure la stragrande maggioranza di essa non è potabile.
La quotazione dell’acqua
La settimana scorsa, l’8 dicembre, il Veles California Water Index quotava l’acqua a 486,53 dollari per piede acro. Questa misura, abbastanza desueta in Europa, è piuttosto diffusa negli Stati Uniti. Un piede acro equivale a 1233 metri cubi. Secondo gli esperti di CME, il fatto che l’acqua sia entrata in borsa è un bene, poiché questa manovra sarà in grado di consentire una migliore gestione del rischio futuro legato ad essa.
Si legge sul sito del marketplace: “Due terzi della popolazione mondiale affronteranno la scarsità d’acqua entro il 2025. Tale crisi rappresenterà un rischio crescente per imprese e comunità in tutto il mondo. In particolare il mercato dell’acqua della California, che vale oltre 1 miliardo di dollari, ne soffrirà in maniera decisa. Grazie ad una forte partnership con il NASDAQ, nonché sulla nostra comprovata esperienza di 175 anni nell’aiuto all’utente finale per la gestione del rischio nel mercato delle materie prime essenziali, abbiamo stipulato un nuovo contratto idrico.” Così descrive l’IndexTim McCourt, responsabile di questo indice azionario e di prodotti d’investimento alternativo per CME.
Il solo utilizzo del termine utente finale parlando di acqua è raccapricciante. Senza alcun buon senso, queste persone parlano di una risorsa fondamentale alla vita come se si trattasse di uno stock di partecipazioni in questa o quell’altra società per azioni. I dati da cui ha mosso il gruppo parlano chiaro. In California ci sono nove milioni di acri di terreno coltivato e il 40% dell’acqua consumata nel maggiore Stato americano è destinato all’irrigazione di queste terre. Ricordiamo che un acro – altro valore in uso nel mondo anglosassone, ove è prassi impiegare misurazioni originali, per così dire – corrisponde a 4046,87 metri quadrati. A detta di CME, l’indice consentirebbe ad ogni produttore di pianificare in anticipo. Prevedendo la modifica del costo base dell’acqua di cui necessita per irrigare, egli potrebbe progettare le sue spese su larga e larghissima scala per il prossimo futuro.
In questo esaustivo contributo video, i dettagli sull’entrata dell’acqua in borsa. Non tutte le opinioni dell’autore corrispondono a quelle de L’EcoPost ma la spiegazione della vicenda è utile a tutti.
Il lancio del primo future acqua
I future dell’acqua, essendo entrati a Wall Street, saranno ora regolati secondo le vigenti norme finanziarie. I contratti acquistati saranno trimestrali, fino al 2022. Ognuno di essi si riferirà a 10 piedi acri di oro blu. È forse necessario, prima di continuare oltre, precisare che cosa si intenda con il termine future. Si tratta di un contratto derivativo, negoziato su un mercato regolamentato. Acquirente e venditore si scambiano una determinata quantità di una specifica attività – reale o finanziaria – a un prezzo prefissato. La liquidazione di questa quantità è riferita ad una data prossima, futura, da qui il termine.
Il future idrico è unico nel suo genere. L’indice fissa un prezzo di riferimento, settimanale. sui diritti legati all’acqua in California. Il prezzo è spot, come si dice in gergo, ovvero corrispondente ad una consegna immediata, al momento stesso della stipula e firma del contratto di compravendita. Può sembrare un’inutile puntualizzazione ma i prezzi in borsa oscillano continuamente e possono variare anche in poche ore. Il costo viene calcolato sulla media ponderata del valore dell’acqua in base alle transazioni nei cinque maggiori mercati californiani.
L’acqua debutta a Wall Street come prima di lei hanno fatto oro, petrolio e altre materie prime. Agricoltori, enti municipali e naturalmente anche fondi speculativi sono ora in grado di scommettere sulla futura disponibilità di acqua nello Stato californiano. Il caldo distretto è il principale mercato agricolo USA e rappresenta, da solo, la quinta economia mondiale. Dal momento che l’acqua è ora una merce, qualcuno potrebbe pensare di inquinarla e sporcarla per renderla più costosa, magari dopo essersene assicurato una buona quantità sul mercato. In fin dei conti, queste sono spesso le regole del gioco speculativo: compra a poco, rendi la merce più desiderabile e poi rivendila a tanto. Just win, baby.
Cosa attendersi ora?
Non è un caso se il momento in cui l’acqua californiana entra in borsa sia proprio questo. Lo Stato con l’orso grigio sulla bandiera – simbolo di forza – è stato devastato dagli incendi divampati al termine della scorsa estate sull’intera costa occidentale. Inoltre, la California sta uscendo da una siccità lunga ben otto anni. Stravolgimenti ambientali, anche di grande impatto, sono ormai all’ordine del giorno come ben sa chi ci legge con frequenza e numerosi di essi hanno a che fare con la mancanza idrica (siccità, carestie e desertificazione). Si deve probabilmente soprattutto a questo antefatto la creazione dei contratti sull’acqua depositati a Wall Street. Il momento era ghiotto per ideare coperture del genere e venderle sia a coltivatori e, per esempio, aziende elettriche – grandi consumatori di acqua – sia per segnalare a tutti gli investitori del mondo la scarsità della risorsa. È lecito chiedersi se non ci fosse altro modo.
“Probabilmente il cambiamento climatico, la siccità, la crescita della popolazione e l’inquinamento renderanno la questione della scarsità d’acqua e dei suoi prezzi un tema caldo negli anni a venire. Terremo sicuramente d’occhio gli sviluppi di questo nuovo contratto future sull’acqua.” Nel pensiero di Deane Dray, amministratore delegato e analista per RBC Capital Markets – importante banca d’investimento canadese, impegnata sul mercato bancario e finanziario – c’è la sintesi dell’approccio del mondo dei capitali a questa mercificazione dell’acqua. Al mondo della finanza importa ben poco del contesto ambientale circostante, il focus degli addetti ai lavori è soltanto sul rollover.
L’Italia, il Paese di cui tutto il mondo invidia il cibo, il clima e le risorse è sempre più in balia dei cambiamenticlimatici. Stiamo infatti già affrontando i problemi che solo qualche anno fa attanagliavano le nazioni cosiddette tropicali. La mancanza di acqua è uno di questi e ha interessato la Puglia, la Basilicata e la Sicilia durante tutto il mese di ottobre, che statisticamente è uno dei più piovosi dell’anno.
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Le regioni più colpite dalla scarsità d’acqua
La valutazione della carenza di acqua nelle regioni italiane viene condotta dall’analisi dei bacini idrici, ovvero enormi contenitori di acqua piovana utili a sfruttare il più possibile ciò che il cielo ci invia ogni anno gratuitamente. I dati più recenti rivelati dall’ ANBI (Associazione Nazionale Bonifica e Irrigazione), però, non sono incoraggianti.
Nei bacini idrici della Basilicata si trovano ora 78,4 milioni di metri cubi di acqua. Può sembrare molto se non si considerano i metri cubi presenti in questi stessi bacini nel 2019: ben 110 milioni, ovvero 35 milioni di metri cubi di acqua in più. In Puglia lo scarto (negativo) è di 75 milioni di metri cubi. Alla lista delle regioni che stanno affrontando una crisi idrica si è da pochissimo aggiunta la Campania, i cui fiumi stanno subendo un calo significativo della loro capacità: il bacino di Piano della Rocca sul fiume Alento contiene soltanto 6,5 milioni di metri cubi d’acqua, che consiste nel 26% della sua capacità. L’invaso di Conza della Campania, sull’Ofanto, nonostante sia in lieve crescita, presenta comunque un deficit significativo rispetto a un anno fa di oltre 4,7 milioni di metri cubi.
Ancora più preoccupante è il caso della Sicilia. Il 70% del suo ricchissimo territorio rischia infatti la desertificazione. Il dato è stato diffuso lo scorso giugno dal CNR (Consiglio Nazionale delle Ricerche) ed è stato confermato dai dati ANBI. La portata dei bacini idrici siciliani è infatti passata dai 69,9 milioni di metri cubi di acqua del 2019 ai 53,8 milioni di quest’anno.
La prima e più intuibile causa della scarsità d’acqua nei bacini di molte regioni italiane è quella di una inusuale siccità e, quindi, dei cambiamenti climatici. Già a febbraio Coldiretti annunciava che all’Italia mancavano l’80% di piogge, con un inverno più caldo di 1,87 gradi rispetto alla media. In Sicilia sopratutto i picchi di calore e siccità sono in costante aumento e la piovosità dell’isola diminuisce di anno in anno. Secondo l’Osservatorio europeo sulla siccità (European drought observatory) nel 2020 soltanto il mese di marzo avrebbe registrato piogge quantitativamente significative sull’isola. Una quantità ingente di acqua è caduta soltanto a luglio quando Palermo è stata colpita da una bomba d’acqua degna di un paese situato nelle vicinanze dell’equatore (ne parliamo in questo articolo).
La diminuzione delle precipitazioni annuali preoccupa gli scienziati ormai da decenni. Dai primi anni del 900 ai primi del 2000 infatti il tasso di diminuzione delle piogge è stato di quasi 2 millimetri all’anno. Ecco perché è importante fare tesoro delle piogge e raccogliere più acqua possibile nei bacini idrici del Bel Paese. Qui però sopraggiunge un altro problema legato alla poca attenzione che viene riservata alle questioni ambientali oltre che alla prevenzione di eventi meteorologici estremi, siano essi alluvioni o siccità prolungate. Anche perché i bacini dell’Appennino meridionale sono per lo più a gestione pluriennale: impiegheranno molti mesi per riguadagnare quote e volumi confortanti, a patto che piova.
Non solo siccità: ecco perché manca l’acqua in italia
Senza girarci troppo intorno, i bacini idrici italiani non funzionano bene. Come ha spiegato il presidente di ANBI Francesco Vincenzi, in Sicilia la rete di distribuzione irrigua è insufficiente e la capacità degli invasi è fortemente condizionata dagli interramenti, contro i quali è necessaria una vera e propria campagna di escavi. Nel 2019 l’Ispra ha pubblicato dei dati riguardanti i consumi e le perdite di acqua in Italia. Da questi si evince che in Sicilia il 50% dell’acqua potabile “si disperde” a causa di “corrosione, giunzioni difettose, deterioramento o rotture delle tubazioni”. Ciò significa fondamentalmente che la metà dei volumi immessi in rete non raggiunge gli utenti come invece dovrebbe. La situazione è anche migliore rispetto alla Basilicata dove viene disperso il 56,3% dell’acqua raccolta. In Sardegna ne viene persa il 55,6 per cento e nel Lazio il 52,9 per cento.
Il direttore generale di ANBI ha affermato che anche in Sicilia, come nel resto d’Italia mettiamo a disposizione delle autorità competenti l’esperienza e le capacità tecniche presenti nei Consorzi di bonifica ed irrigazione. Ribadiamo, però, la necessità di una loro ristrutturazione secondo principi di efficienza e sostenibilità economica. Da troppi anni, infatti, una mal interpretata funzione della politica ne condiziona l’operatività a servizio del territorio, possibile nell’isola come già avviene nel resto d’Italia“.
Mozia, Sicilia
La carenza di acqua causa perdite economiche
Alcuni aiuti, quindi, ci sono. Lo dimostra anche la Sardegna, per la quale sono stati stanziati 20 milioni di euro per l’efficientamento del canale adduttore dell’invaso di Liscia, mirati a ridurre le perdite in un territorio soggetto a gravi carenze idriche. Una tale preoccupazione da parte delle autorità competenti nasce sopratutto quando iniziano ad esserci anche deficit economici relativi al settore agricolo delle regioni. “La siccità è diventata l’evento avverso più rilevante per l’agricoltura. I fenomeni estremi hanno provocato danni alla produzione agricola, alle strutture e alle infrastrutture con una perdita di 14 miliardi di euro in 10 anni”. Ha dichiarato Coldiretti.
A conferma di ciò si può consultare il rapporto Istat “Utilizzo e qualità della risorsa idrica in Italia“. La premessa dello studio è il fatto che nel nostro paese il settore agricolo si contraddistingue come il più grande utilizzatore di acqua. I bacini idrici infatti servono anche all’irrigazione del terreno, indispensabile per la prosperità delle zone con più spinta specializzazione produttiva. Un esempio è la piana del Sele, dove si coltivano grandissime quantità di ortaggi e frutta. Qui l’irrigazione deve essere assicurata tutto l’anno.
Carenza d’acqua in Italia e allevamenti intensivi: uno stretto legame
Inutile però nascondersi dietro a un dito. All’interno del settore agricolo i maggiori responsabili del consumo idrico nazionale sono gli allevamenti intensivi. Sempre secondo l’Istat ai primi posti per superficie irrigata per tipologia di coltivazione c’è il mais a granella, erbai e altre foraggere, fruttiferi e agrumi. Ma cosa facciamo di tutta questa produzione? “Solo una piccola parte è destinata all’alimentazione umana, mentre la gran parte va ai mangimi degli allevamenti intensivi”. Sostiene Sorlini, professoressa Emerita di Microbiologia Agraria dell’Università di Milano e Presidentessa della Casa dell’Agricoltura. Oltre al fatto che, come sappiamo, gli animali richiedono anche moltissima acqua da bere “direttamente”.
Un’altra schiacciante prova riguarda il consumo di risorse idriche regionale in rapporto alla presenza di allevamenti intensivi. La Lombardia, guarda caso, detiene entrambi i primati. Questo rivela un legame palese tra l’eccessivo sfruttamento del bestiame e un consumo di acqua altrettanto irresponsabile.
Cosa puoi fare tu per alleviare la carenza d’acqua in Italia
Come si legge in un articolo di Internazionale al quale facevamo riferimento in un altro nostro articolo, nella società si sta spargendo il mito del consumatore verde. Un consumatore che, per quanto attento ai suoi piccoli gesti quotidiani, fa poca differenza senza le azioni a favore dell’ambiente di politici, imprenditori ed economisti. Per esempio chiudere il rubinetto mentre ci si lava i denti è una buona pratica che però fa poca differenza a fronte dei consumi di un allevamento di 10.000 galline (e, quindi, intensivo). Avendo quindi ben presente questo, noi de L’Ecopost non scoraggeremo mai i nostri lettori nell’avere qualche accortezza relativa al consumo diretto e indiretto di acqua. Ecco alcuni consigli:
Adotta una dieta povera o priva di carne, specialmente quella derivata dagli allevamenti intensivi. In questo modo invieremo insieme un forte messaggio a chi detiene il potere di questo settore.
Vota politici che hanno a cuore l’ambiente.
Riduci la durata delle docce.
Se lavi i piatti a mano riempi una bacinella dove insaponare le stoviglie. Sciacquale poi con l’acqua corrente solo un un secondo momento.
Spegni il rubinetto quando non necessario (per esempio mentre spazzoli i denti).
Riempi il più possibile la lavatrice e la lavastoviglie per ridurne gli utilizzi.
Quando hai a disposizione dell’acqua di scarto o piovana utilizzala per lo scarico del WC.
È allarme acqua inquinata in Veneto: gli abitanti delle province di Vicenza, Padova e Verona lamentano patologie inusuali, in un numero di casi alto e inconsueto. La causa sembrerebbe essere l’inquinamento dell’acqua della falda locale, causato da una società chimica che ha operato per oltre 50 anni in provincia di Vicenza.
L’azienda chimica Miteni
La Miteni era una importante società chimica italiana. La sede aziendale era a Trissino, un centro abitato da circa 8700 persone nel vicentino. La società fu fondata nel 1965 come centro di ricerca al servizio dell’azienda tessile Marzotto. Il suo primo nome, infatti, fu RiMar (Ricerche Marzotto). Il suo principale lavoro era la produzione di acidi carbossilici perfluorurati, utilizzati per impermeabilizzare i tessuti. I processi chimici per produrre questi acidi sono lo scambio di alogeno (HALEX) – che impiega cloro e trifluoruro di antimonio, il cosiddetto reagente di Swarts – o l’impiego di sali di diazonio.
Nel 1988 la società viene rilevata da Mitsubishi ed EniChem (oggi Syndial, la petrolchimica del gruppo ENI) e acquisisce il nome Miteni, il quale non è altro che una crasi delle due aziende controllanti: Mitsubishi ed Eni. Da quel momento la società si concentra sulla produzione di intermedi contenenti fluoro. I suoi clienti di riferimento sono gli attori del settore agrochimico e farmaceutico. Pochi anni dopo, nel 1996, il gruppo Mitsubishi acquisisce il 100% della proprietà delle azioni di Miteni, diventandone proprietario unico. Ricordiamo che la società giapponese non è solo un grande produttore di automobili e condizionatori; si tratta infatti della principale holding finanziaria del Paese orientale, nonché di una delle più importanti al mondo.
Il fallimento
Nel 2009, un nuovo cambio al vertice ha visto il gigantesco gruppo ICIG acquisire l’azienda di Trissino. La Miteni fu collocata nel gruppo di aziende di chimica raffinata del gruppo, raggruppate sotto l’egida di WeylChem. Alcuni anni dopo si monitorò la contaminazione della falda freatica di Trissino. Nell’acqua, furono ritrovati depositi di tensioattivi perfluorurati (PFAS) pericolosamente alti; tracce di sostanze nocive come PFOA, GenX e C6O4 furono rinvenute all’interno della riserva locale di acqua potabile. Il 26 ottobre del 2018 il cda di Miteni deliberò il deposito di un’istanza di fallimento. Un paio di settimane dopo, con una sentenza risalente al 9 novembre 2018 la Miteni S.p.A. è stata dichiarata fallita. Le sue scorie, però, galleggiano ancora nelle acque di Trissino.
L’8 giugno scorso, presso il tribunale di Vicenza. si è tenuta l’udienza preliminare del processo contro la Miteni. L’accusa mossa all’azienda è quella di inquinamento colposo. Un gruppo di genitori era davanti al tribunale, facilmente riconoscibile per via delle magliette indossate. Sulle t-shirt era scritto “State avvelenando i nostri figli”. Oltre a questo grido di rabbia, che è simultaneamente anche una richiesta di aiuto, era stato stampato un nome e il referto di un’analisi del sangue.
L’iniziativa è del comitato Mamme no PFAS, nato 3 anni fa con lo scopo di proteggere il diritto di tutti all’acqua pulita. L’inviato in Italia della testata francese Libération, Eric Jozsef, le ha incontrate e ne ha intervistato una fondatrice: Michela Piccoli, infermiera. Essa ha affermato: “Mia figlia Maria ha 18 anni. Nel sangue ha un tasso di acido perfluoroottanoico (PFOA) di 86,9 nanogrammi per millilitro. Normalmente, tale tasso varia tra 1,5 e 8 ng/ml.”
La falda freatica interessata dalle scorie della Miteni si estende per circa 700 chilometri quadrati, l’ampiezza del Lago di Garda. Essa fornisce acqua dolce alle province di Verona, Vicenza e Padova. Secondo le campionature, risulterebbe completamente contaminata. La Miteni avrebbe riversato, in un fiume che scorre nella zona di Trissino, sostanze perfluoroalchiliche(PFAS) fino ad una concentrazione di 1,2 milioni di nanogrammi per litro. Gli intossicati a causa dell’acqua inquinata in Veneto ammonterebbero a 350mila persone.
PFAS nell’acqua
Che cosa sono i PFAS? Per quale motivo sono così pericolosi? Gli acidi perfluoroacrilici sono una famiglia di composti chimici. Il loro impiego prevalente è nel campo dell’industria. Si tratta di catene alchiliche idrofobiche fluorurate, per semplificare, sono acidi molto forti. Vengono utilizzati allo stato liquido e la loro struttura chimica è in grado di conferirli stabilità termica e resistenza ai principali processi naturali di degradazione. Per questi motivi sono pericolosi inquinanti e hanno contaminato completamente la falda acquifera veneta in questione.
Hanno caratteristiche di impermeabilizzazione notevoli. I PFAS sono oleo e idrorepellenti. Vengono impiegati nella filiera di concia delle pelli, nel trattamento dei tappeti, nella produzione di carta e cartone per uso alimentare, nel rivestimento di padelle antiaderenti e nella produzione di abbigliamento tecnico. Allo stato attuale della ricerca medica, si ritiene che gli acidi perfluoroacrilici agiscano sul sistema endocrino – compromettendo crescita e fertilità – e che siano cancerogeni. La lunga esposizione a PFAS può favorire l’insorgenza di tumori (a reni e testicoli), sviluppare malattie tiroidee, dare origine a ipertensione gravidica e coliti ulcerose.
Come avviene la contaminazione delle acque
In caso di smaltimento non corretto nell’ambiente o, ancor peggio, di sversamento illegale, i PFAS penetrano facilmente nelle falde acquifere. Giunti nell’acqua, la inquinano e, attraverso essa, raggiungono campi e prodotti agricoli. Dunque gli alimenti di cui ci nutriamo. Un’alta concentrazione di queste sostanze non è tossica solo per l’uomo, bensì anche per ogni altro organismo vivente. Gli acidi perfluoroacrilici, infatti, si accumulano nell’organismo attraverso un processo di bioamplificazione. Tale fenomeno avviene quando gli organismi al vertice della piramide alimentare ingeriscono quantità inquinanti superiori a quelle diffuse nell’ambiente. Prendiamo ad esempio l’uomo che si nutre di animali e vegetali già imbevuti di PFAS, esso resterà vittima di bioamplificazione.
A partire da ottobre 2018, la Giunta Regionale del Veneto ha imposto limiti stringenti alla presenza di sostanze perfluoroalchiliche nell’acqua. Sembra però proprio uno di quei proverbiali casi nei quali si serra la stalla soltanto dopo la fuga dei buoi.
Acqua inquinata in Veneto: le accuse
“Per il numero degli abitanti coinvolti e la dimensione della falda freatica, la seconda più grande d’Europa, si tratta di una vicenda eccezionale. L’azienda era al corrente da molto tempo della contaminazione. Aveva l’obbligo di segnalarla alle autorità ma non lo ha fatto. Solo nel 2017 abbiamo saputo della gravità della situazione, all’esito delle prime analisi del sangue.” Afferma Matteo Ceruti, avvocato di decine di mamme no PFAS che si sono costituite parte civile nel processo a Miteni.
Lo scandalo ha cominciato ad assumere le proporzioni attuali nel 2013. Durante uno studio commissionato dall’Unione Europea sulla presenza di sostanze perfluorate nei fiumi, è stato individuato l’inquinamento dell’acqua in Veneto causato da Miteni. A seguito delle ultime rilevazioni, il commissario per la crisi PFAS in Veneto, Nicola Dell’Acqua – nomen omen – ha ammesso: “Per decenni l’acqua, così com’è, non potrà essere utilizzata.”
All’interno della zona rossa già descritta, il 90% delle persone riporta valori anomali di PFAS nel sangue. La media locale è di 78 nanogrammi per millilitro di sostanze perfluoroalchiliche nel sangue. Un dato agghiacciante, se consideriamo che gli abitanti dell’Ohio, contaminati dai PFAS dell’azienda DuPont, registrano valori più bassi di due terzi, in media. “Le sostanze accumulate possono restare nell’organismo anche più di 10 anni.” Specifica Carlo Foresta, endocrinologo all’Università di Padova. Sui territori interessati si stanno costruendo 60 chilometri di tubazione per bypassare il problema dell’acqua inquinata in Veneto utilizzando le riserve montane. Ogni rubinetto è stato dotato di filtri per la purificazione idrica.
Veneto in Cattive Acque
A febbraio è uscito anche in Italia il film Cattive Acque, interpretato da Mark Ruffalo. Racconta la storia dell’avvocato Robert Bilott, il quale portò in tribunale la DuPont a seguito dell’inquinamento delle acque di Parkersburg, causato dalle emissioni aziendali di PFAS. Al termine di una lunghissima battaglia, la quale lo provò duramente anche nella sfera privata, Bilott riuscì ad ottenere un importante risultato. Obbligò l’azienda a rimborsare ben 671 milioni di dollari per risolvere la class action nella quale l’avvocato coinvolse ogni singola vittima di quell’acqua inquinata.
Trailer italiano del film Cattive Acque. La vicenda raccontata somiglia molto a quella veneta di cui si occupa l’articolo
Come spesso accade nei film, la vicenda della DuPont ha avuto un lieto fine. Anche nella realtà l’industria chimica di Wilmington ha dovuto sborsare tale cifra. Non sappiamo che cosa avverrà all’interno delle aule del tribunale di Vicenza ma ci auguriamo che anche per la Miteni si possa arrivare ad una simile soluzione. Il precedente statunitense sarà sicuramente incluso tra le carte processuali.
Nessun rimborso, neppure il più insperato, potrà ripulire il sangue ai veneti. L’acqua inquinata in Veneto significherà malessere e patologie per i locali ancora per molto tempo. È tempo di cominciare a prendere atto di come stiamo distruggendo le nostre riserve idriche e del male che ci stiamo causando autonomamente. La falda freatica inquinata avanza verso Venezia al ritmo di un chilometro e mezzo all’anno. Come dice Nicola Dell’Acqua: “In Europa ci sono altre Miteni. Se si fissano limiti soltanto in una regione, le industrie chimiche si sposteranno in un’altra.”
È un bene primario necessario alla vita in tutte le sue forme conosciute. È il principale costituente di ogni singolo ecosistema esistente sul nostro pianeta. Si tratta dell’elemento da cui ha avuto origine la vita, ai tempi della cosiddetta abiogenesi, circa 4,4 miliardi di anni fa. Non sbagliamo se diciamo che nulla di quel che conosciamo esisterebbe se l’acqua, nel suo stato liquido, non fosse mai comparsa sulla Terra.
Il principale costituente del corpo umano è l’acqua ed essa ricopre circa il 71% della superficie terrestre. Una percentuale destinata ad aumentare, dato il ben avviato scioglimento delle calotte polari e del permafrost, questa però è una storia per un altro giorno.
In termini chimici, quando due atomi di idrogeno si legano tramite legame covalente polare ad uno di ossigeno creano un sistema bifase che, in normali condizioni di pressione e temperatura, si presenta come un liquido incolore e in odore. L’acqua può anche trovarsi allo stato gassoso, sotto forma di vapore acqueo, oppure solido, sotto forma di ghiaccio. Da qui ha avuto origine tutto ciò che conosciamo. L’acqua è uno dei beni più preziosi che possediamo come comunità vivente sul pianeta Terra.
La delicata situazione delle risorse idriche mondiali
Ciononostante, troppo spesso l’acqua viene considerata una merce, piuttosto che un indispensabile strumento di vita. Sul nostro pianeta, l’acqua potabile comincia a scarseggiare. Il sostentamento necessario alla vita di ogni organismo, all’agricoltura e alla produzione industriale, si fa sempre più raro. Dobbiamo tenere sempre presente, infatti, che l’acqua in natura non è quasi mai pura. Grazie alla sua capacità di solvente universale, infatti, contiene al suo interno numerose sostanze disciolte. La maggior parte di queste è di dimensioni microscopiche.
Si stima che sulla Terra siano presenti 1 miliardo e 360 milioni di chilometri cubi di acqua, circa un millesimo del volume complessivo del pianeta. La presenza di acqua potabile in questa cubatura è risibile. Oltre il 97% di questo totale è acqua marina, soprattutto quella che forma gli oceani; il 2% del totale è racchiusa nei ghiacciai e nelle calotte polari; l’1% si trova nelle falde acquifere del sottosuolo mentre appena lo 0,02% è quella presente negli oceani e nei fiumi. L’atmosfera imprigiona, sotto forma di vapore acqueo, circa 13mila chilometri cubi di acqua.
L’acqua dolce, quindi, riveste una percentuale che oscilla poco sopra il 2,5% di questo totale. La principale riserva di acqua potabile sul nostro Pianeta sono i ghiacciai situati in Antartide e Groenlandia, essi custodiscono quasi i due terzi del totale di acqua potabile dell’intero globo. Va dunque da sé che, ogni metro cubo di ghiacciaio perduto, è un metro cubo di acqua che i viventi non possono più utilizzare, poiché essa si discioglie nel mare contaminandosi con le sostanze nocive contenute nell’acqua marina. La restante acqua potabile è contenuta in falde sotterranee o, per una percentuale vicina all’1% del totali di acqua dolce disponibile, in fiumi e laghi. Quest’ultima porzione è la più facilmente accessibile.
Chiunque abbia ben presente questa situazione e disponga dei mezzi economici necessari ha già iniziato la partita per il controllo e la gestione delle fonti idriche. Il settore dell’acqua non è più terreno di pertinenza delle multinazionali dell’imbottigliamento; ultimamente, numerosi gruppi finanziari e fondi d’investimento hanno deciso di entrare con prepotenza in questo campo. È facile prevedere che chiunque controllerà le risorse idriche del nostro pianeta, le infrastrutture necessarie alla loro distribuzione o ancora gestirà le tecnologie di decontaminazione, si ritroverà un immenso tesoro tra le mani.
Partnership pubblico – privato: un bene o un male?
Il cosiddetto oro blu è materia in grado di alimentare business formidabili e conflitti drammatici. L’ONU, nel 2010, ha ufficialmente definito “l’acqua potabile e i sevizi igienico-sanitari un diritto umano essenziale per il pieno godimento del diritto alla vita e di tutti gli altri diritti umani.” Eppure, l’Organizzazione Mondiale della Sanità, ente ultimamente piuttosto bistrattato, ritiene che il 55% delle strutture sanitarie dei paesi in via di sviluppo sia privo dei servizi idrici basilari. Spesso infatti, nel Sud del mondo, l’accesso all’acqua rimane al di fuori degli ospedali, rendendo difficile anche l’operazione del lavaggio delle mani.
Per favorire la distribuzione di acqua dolce a chi ne ha più bisogno occorrono però importanti investimenti, troppo esosi per i governi dei paesi in via di sviluppo. Il pubblico infatti non ha i fondi per rallentare una crisi idrica che viene continuamente accelerata dal cambiamento climatico che intensifica la siccità, ampliando le zone aride; per rimediare alla diffusa cattiva gestione di acquedotti e infrastrutture idriche, un problema noto anche nei Paesi sviluppati, figurarsi nel terzo mondo; per interrompere l’inquinamento delle falde e contenere l’inarrestabile aumento della popolazione mondiale. L’acqua è una perfetta sintesi di che cosa significhi la parola globalizzazione, ne rispecchia tutti i vantaggi e gli svantaggi. Qualora intervenissero investitori privati, si potrebbe ottimizzare considerevolmente la gestione dell’acqua. Come si possono però garantire criteri etici, almeno parzialmente, in queste finalità?
Mentre i ghiacciai continuano a dissolversi come ghiaccioli al sole di Ferragosto e le proiezioni demografiche ci dicono che nel 2050 saremo 9 miliardi di abitanti, è facile nutrire pessimismo per il futuro. Nella complessità di questo scenario è verosimile attendersi che nei prossimi anni svariati Paesi raggiungeranno il fatidico day zero. Il giorno in cui le risorse idriche si esauriranno prima del tempo e dai rubinetti non uscirà più una goccia d’acqua. Negli ultimi anni questa crisi è già stata sfiorata in alcuni centri densamente popolati: Città del Capo (Sudafrica), San Paolo (Brasile) e Chennai (India). Nel 2017, come qualcuno ricorderà, la città di Roma corse lo stesso rischio. Il livello del lago di Bracciano, la riserva idrica della capitale, scese drasticamente, tanto da far temere un parziale prosciugamento dello specchio d’acqua.
Un rapporto, datato 2019, redatto dall’OMS e da UNICEF certifica come nel mondo una persona su tre abbia un accesso limitato all’acqua e ai servizi igienico – sanitari di base. Nelle aree rurali e meno sviluppate, il problema è più grave. Sebbene negli ultimi 20 anni 1,8 miliardi di persone abbia ottenuto accesso all’acqua potabile, “persistono gravi disuguaglianze nell’accessibilità e nella qualità di questi servizi.”
Preservare e tutelare acqua dolce per il prossimo futuro richiederà ingenti risorse economiche. Sappiamo però bene che ogni grande crisi non fa nascere soltanto grandi bisogni, bensì anche grandi opportunità per chiunque sappia leggere la situazione e abbia i capitali per guadagnarci sopra.
Acqua in vendita
Nel sistema economico in cui viviamo, come sappiamo, tutto è business. Stanno dunque spuntando, nelle sale Borsa mondiali, i cosiddetti mercati idrici. Questi rappresentano forme di investimento che cedono i diritti di utilizzi dell’acqua per poterli poi rivendere. In altre parole, un investitore o un fondo può giocare con le forniture idriche di una città o una regione, cedendole al miglior offerente. Ancor peggio, potrà decidere di dissetare una provincia o uno Stato per preservare il proprio investimento. È accettabile che qualcuno abbia la facoltà di aprire e chiudere i rubinetti a piacimento? Non saremmo più sicuri se la fornitura idrica restasse in mano agli Stati piuttosto che essere gestita da attori che si chiamano Barclays, Credit Suisse, Goldman Sachs e Blackstone? Tutti questi facoltosi player della finanza stanno già allungando le proprie mani sulle riserve idriche.
La proprietà e la gestione delle fonti, nella maggior parte dei Paesi, appartiene allo Stato, come nel caso dell’Italia che ha tenuto un referendum dedicato nel 2011. Qualora un governo decidesse di affidare a privati la gestione delle sue fonti, quei privati sarebbero chiaramente obbligati a pagare un canone ma avrebbero poi il diritto di rivendere l’acqua ai loro prezzi. I potenziali guadagni derivanti da questa compravendita sono enormi. Per tal motivo, in alcune zone particolarmente aride e povere, come ad esempio regioni africane o asiatiche, è già cominciata, nel consueto disinteresse occidentale, l’odiosa pratica del land grabbinge quella associata del water grabbing. Chiunque acquisisca un terreno, infatti, è contrattualmente proprietario anche delle eventuali falde acquifere sottostanti.
La politica dei ricchi
Lo Swaziland è un piccolo Stato africano. Il Paese ha una fiorente cultura di canna da zucchero, un ingrediente fondamentale nella produzione della bibita più amata al mondo: la Coca Cola. Non a caso la multinazionale di Atlanta ha una presenza massiccia a quelle latitudini e ha acquistato i diritti di utilizzo di tutte le fonti idriche del territorio. Poiché la canna da zucchero, nella sua maturazione, necessita di ingenti quantità di acqua, gran parte delle risorse idriche vengono sottratte alla popolazione civile, la quale soffre di una cronica scarsità d’acqua per utilizzo domestico.
In questo processo non vi è assolutamente nulla di illegale. La Coca Cola ha stipulato un contratto chiaro e preciso con il Re dello Swaziland, che non ha potuto tirarsi indietro di fronte al massiccio investimento dell’azienda, la quale rappresenta ora il principale datore di lavoro del Paese. Il governo ha privilegiato l’occupazione e il benessere economico dei suoi cittadini, così facendo, però, ha di fatto reso Coca Cola padrona della sua acqua. Naturalmente, l’azienda privilegia le colture alle esigenze della quotidianità della vita degli swazi, non è dal loro benessere che dipendono i dividendi degli azionisti.
C’è il concreto rischio che questa situazione si replichi ovunque, qualora l’acqua fosse privatizzata. Gran parte dell’opinione pubblica italiana, forse pure mondiale, resta favorevole all’acqua pubblica, alla gestione statale di questo bene. Sappiamo però bene come le multinazionali riescano molto spesso ad ottenere ciò che desiderano per incrementare sempre più il giro dei loro affari. Le mire sull’acqua, dunque, non possono che destare sospetto poiché una cosa è certa: la corsa all’acqua è già cominciata.
In questi giorni difficili ognuno cerca di fare quello che può per aiutare sé stesso e gli altri. Così hanno fatto anche alcune piattaforme streaming e siti di intrattenimento, mettendo a disposizione alcuni film e documentari gratuitamente. E così ha fatto Idfa, International Documentary Film Festival di Amsterdam, sul cui sito si possono guardare alcuni dei loro migliori documentari. Uno di questi è “Scenes from a Dry City“, che racconta la crisi in Sudafrica e di cui ora vi parlo.
Le similarità delle crisi
Questo breve ma bellissimo documentario mostra gli effetti della siccità che si è abbattuta sul Sudafrica nel 2018. Anche se il background di questa crisi è diverso da quello che stiamo vivendo noi oggi, ho trovato interessante come alcuni aspetti delle due difficili situazioni siano molto simili.
Le misure restrittive
Innanzi tutto il modo con cui il governo ha deciso di affrontare e risolvere la crisi, ovvero imponendo delle restrizioni alla popolazione riguardo alla quantità di acqua da utilizzare. Nel documentario si vede, per esempio, la polizia che pattuglia le strade controllando che le persone seguano le regole. Un clima di terrore in alcuni casi necessario nel quale anche noi ci stiamo abituando a vivere.
Disparità sociale
In secondo luogo, il documentario mostra le disparità sociali che la mancanza di acqua ha portato alla luce e che in Sudafrica sono ancora molto marcate. Se per alcuni infatti il limite di acqua da utilizzare eccedeva di molto la quantità che normalmente hanno a disposizione, per i più ricchi è stato più difficile adattarsi alle nuove condizioni di consumo. Dall’altro lato, però, le persone più benestanti possono far fronte alla crisi in modo più agevole, utilizzando i loro soldi e i loro mezzi per sopperire ad altre mancanze.
Lo stesso sta accadendo qui. Da un lato, per coloro che di solito non si possono permettere di andare spesso al ristorante o viaggiare, oppure di avere un lavoro flessibile, la vita non è cambiata drasticamente. Dall’altro queste persone sono le stesse che vivono in case molto piccole e poco adatte a una quarantena lunga più di un mese. Inoltre sono coloro che risentono maggiormente della crisi economica che si è abbattuta sulla Nazione poiché, per esempio, non hanno molti soldi da parte e devono affidarsi totalmente alla cassa integrazione.
Dio non è morto
E poi vi sono loro, i gruppi religiosi, che in periodi di crisi rimpolpano le loro fila più che mai. Comprensibilmente, aggiungerei, visto che uno dei motivi per cui sono nate le religioni nell’antichità era quello di rassicurare gli esseri umani di fronte all’inspiegabilità della natura e delle ingiustizie del mondo. Di fronte quindi a questi nefasti e improvvisi eventi, le persone si rifugiano nell’unica consolazione che in quel momento riescono a trovare: quella di Dio.
Prolificano quindi anche le risposte ciniche e schiette di chi, invece, in Dio non crede, oppure semplicemente vuole delle spiegazioni più realistiche. In Sudafrica, per esempio, c’è chi si è affidato ai politici che lottano per abbattere le barriere sociali o perché l’acqua sia disponibile gratuitamente per tutti. Oppure chi protesta perché nel mondo vi sia più rispetto per le risorse naturali del pianeta. In Italia, allo stesso modo, per combattere il coronavirus molti si affidano soltanto ai medici e agli infermieri. Altri confidano anche nei politici, perché trovino soluzioni drastiche e veloci a questo problema.
Da ultimo, ma sicuramente non per importanza, emerge dal video la necessità che tutti facciano la propria parte. La sensazione è che solo così il Sudafrica sia riuscito ad uscire dalla siccità, o almeno dal periodo di maggiore difficoltà.
Il Papa stesso ieri in Vaticano ha incoraggiato i popoli, anzi, le persone di tutto il mondo ad agire uniti, perché “nessuno si salva da solo”.
Insomma, in poco più di dieci minuti i registi François Verster e Simon Wood sono riusciti a mostrarci le caratteristiche di una crisi nazionale, nelle cui immagini e parole ad oggi riusciamo, purtroppo, ad immedesimarci.
ISPRA PRESENTA L’ANNUARIO 2018: BUONE E CATTIVE NOTIZIE
L’Ispra (IStituto Nazionale per la Protezione e la Ricerca Ambientale) ha presentato a Roma l’Annuario per l’anno 2018. La notizia più eclatante è legata alla siccità: il 2017 è stato tra gli anni più secchi dal 1961, secondo solamente al 2001. L’aumento della temperatura media è di +1.3°.
Altra nota negativa è la minaccia alla biodiversità in Italia per la degradazione degli habitat. Inoltre, sono quasi 3200 le specie alloctone, ossia non originarie della penisola, che minacciano la diversità biologica. Il 42% delle specie tutelate dall’UE (Direttiva Habitat) è a rischio.
Rilevanti anche i dati riguardanti il dissesto idrogeologico con 7 milioni di persone che risiedono in aeree a rischio. Le note positive sono la sostanziale diminuzione di emissioni di gas serra (-17,5% dal 1990) e il buono stato delle acque costiere di balneazione tra il 2014 e il 2017. Qui il rapporto ISPRA.
UE FINANZIA L’ENERGIA PULITA MENTRE LE LOBBY GAS E PETROLIO LA CONTRASTANO
La Commissione Europea ha deliberato oggi lo stanziamento di 705 milioni di euro per progetti legati all’energia pulita. Nel frattempo, il report di InfluenceMap rivela come i colossi del gas e del petrolio ExoonMobil, Royal Dutch Shell, Chevron, BP e Total hanno investito 1 miliardo di dollari nella disinformazione relativa al clima. Con l’acquisto di inserzioni pubblicitarie su Facebook e Instagram essi promuovono i benefici legati all’aumento della produzione di carburanti fossili..
GLIFOSFATO: MONSANTO COLPEVOLE E LA BAYER CROLLA IN BORSA.
Per la seconda volta un tribunale americano stabilisce che il glifosfato contenuto nell’erbicida Roundup può causare il cancro. Sulla Borsa di Francoforte, le azioni del colosso farmaceutico tedesco hanno subito un calo del 12 per cento, per un totale del 50% dall’acquisto della Monsanto, avvenuto nel giugno 2018.
Distante, ma comunque collegato è il caso del glifosfato in Europa. Le tempistiche prevedono che entro fine anno venga avviato il processo di rinnovo per la licenza di utilizzo dell’erbicida, in scadenza nel 2022. A questo link potete controllare gli aggiornamenti sul tema: Glifosfato – Commissione europea (la pagina è in inglese).
44 DISCARICHE NON A NORMA, ITALIA CONDANNATA DALLA CORTE.
Bruxelles – Una direttiva del 1999 stabiliva un termine (19 ottobre 2015) per la messa in regola delle discariche. Scaduto il termine massimo in Italia vi erano ancora ben 44 discariche non a norma. Oggi è arrivata la sentenza: Italia condannata.
Stefano Ciafani, presidente nazionale di Legambiente, si dichiara non sorpreso e fa anzi pressione affinché si intervenga al più presto. A suo dire la soluzione è una sola e risiede nello sviluppo dell’economia circolare. Lamenta infine l’assenza di dibattito sul tema in Italia, nonostante la sua impellenza e indispensabilità.
GIORNATA MONDIALE DELL’ACQUA: SITUAZIONE CRITICA
Il 22 marzo è stata la giornata mondiale dell’acqua ma di motivi per festeggiare ce ne sono pochi. Stando al quadro riportato nel report di Legambiente la situazione delle acque italiane non è eccellente. “Buone & Cattive Acque” si apre con la Direttiva Quadro sulle Acque 2000/60, che richiede il raggiungimento di uno stato ecologico “buono” entro il 2027, termine massimo già rimandato una volta.
I laghi versano nelle peggiore condizioni, con solo il 20% “in regola”. Solo il 43% dei corpi idrici fluviali sono in un buono stato ecologico. Per le acque costiere mancano rilevamenti dello stato chimico ed ecologico. Peggiore di tutti il Distretto Padano con un 100% per quel che riguarda lo stato ecologico.
Per quanto riguarda lo spreco di acqua, l’Italia è il Paese europeo che consuma acqua potabile. Secondo l’Istat ogni cittadino utilizza 428 litri di acqua potabile al giorno, della quale il 47,9% non giunge a destinazione.
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