Energia eolica: tutto ciò che bisogna sapere sull’energia del futuro

Con la continua evoluzione del nostro Pianeta, siamo costretti a fare i conti con il cambiamento climatico: le energie rinnovabili, come l’energia eolica, dunque non rappresentano più solo un’alternativa, ma l’unica soluzione credibile all’eccessivo utilizzo dei combustibili fossili.

L’energia eolica sta diventando sempre più importante. Essa è alla base dello sviluppo di un futuro carbon neutral, con zero emissioni di CO2. A dirsi sembra un’utopia, ma se si continua con un trend in crescita, entro il 2030, questo tipo di energia verde dovrebbe arrivare a coprire il 20% della domanda elettrica globale.

Leggi questa breve guida per avere tutte le informazioni sull’energia eolica.

La definizione della Treccani

L’energia ricavata dalla conversione della forza cinetica del vento in energia meccanica o elettrica.

Energia eolica: cos’è e come funziona. Alcune caratteristiche

L’energia eolica viene ricavata dalla forza del vento, che viene trasformata in forza-lavoro. Questa tecnologia eolica viene utilizzata fin dall’antichità, pensate per esempio alla barca a vela o al mulino, due strumenti piuttosto datati che utilizzano la forza del vento per muoversi.

Ha avuto un grande sviluppo durante gli anni ’70 quando i costi dell’energia derivata dai combustibili fossili ebbero un’impennata: fu necessario quindi trovare nuove modalità per l’approvvigionamento dell’energia.

A seguito di numerosi studi portati a termine nel corso del ‘900 si capì che per trasformare l’energia eolica in elettricità era necessario uno strumento: la pala eolica.

Le pale eoliche, dette anche areogeneratori, ruotano grazie alla forza del vento producendo energia cinetica che viene trasmessa ad un rotore collegato alle pale stesse.

Il rotore conduce l’energia della rotazione all’albero della pala che la porta direttamente al generatore che a sua volta la trasforma in energia elettrica.

Le pale fanno generalmente parte di parchi eolici, più tecnicamente detti wind farm, ossia ”fattorie del vento”, proprio perché ospitano diverse pale eoliche interconnesse tra loro attraverso un collegamento a tensione media e vengono controllate da remoto.

On-shore, near-shore e off-shore: le differenze

In ingegneria energetica si definisce parco eolico o centrale eolica un insieme di aerogeneratori, più comunemente detti turbine, interconnessi tra di loro e situati in un territorio delimitato con lo scopo di produrre energia elettrica sfruttando quella del vento.

Esistono tre tipologie di parchi eolici (on-shore, near-shore e off-shore) vediamo le differenze.

On-shore

Le wind Farm on-shore sono collocate sulla terraferma in luoghi normalmente molto ventosi, come le zone costiere, montuose oppure pianure interne, in modo da sfruttare appieno tutto il vento disponibile per creare elettricità.

Un vantaggio da non sottovalutare dell’eolico on-shore è che si tratta di una fonte molto economica per la produzione di energia in moltissimi paesi europei.

I parchi eolici ben progettati e gestiti hanno inoltre un impatto davvero minimo sul territorio e sull’ecosistema.
Collocandosi sulla terraferma, l’eolico porta con sé diversi benefici, anche in termini economici, alle comunità che vivono negli immediati dintorni dell’impianto, creando posti di lavoro e aumentando il tasso di occupazione.
Il settore eolico infatti, impiega circa 300 mila persone in tutta Europa, principalmente abitanti di zone rurali e decentrate dove sono solitamente posizionate le pale.

Near-shore

Gli impianti eolici near-shore sono costruiti ad una distanza massima di 10 km dalla costa. Hanno caratteristiche molto simili ai parchi on-shore, anche in termini di produzione.
Il vantaggio è che il rumore dovuto al movimento delle pale giunge meno intensamente ai villaggi costieri, disturbando in misura minore la tranquillità degli abitanti.

Off-shore

I parchi off-shore vengono costruiti in mare aperto, lontano dalla costa e consentono di ottenere energia eolica in grande quantità. I costi di realizzazione e manutenzione sono più elevati rispetto a quelli degli impianti on-shore.

La principale differenza tra l’eolico terrestre e l’off-shore è che per realizzare quest’ultimo sono necessari dei cavi sottomarini, che devono essere costruiti sul fondale, per garantire la trasmissione alla terraferma dell’energia prodotta dalle pale eoliche situate al largo.
La produzione di energia eolica ormai è in qualsiasi caso cotrollata da software in grado di monitorare costantemente la produzione e l’impianto stesso.

Eolico domestico

La consapevolezza che il cambiamento climatico è una questione drammatica che riguarda tutti noi sempre più da vicino, ci spinge a trovare delle soluzioni anche nel quotidiano, in particolar modo nell’ambito domestico.

Una soluzione sostenibile è la transizione alle energie rinnovabili anche nelle singole abitazioni. Il mercato ci offre diverse alternative per la produzione ecosostenibile di energia, una delle quali è rappresentata dagli impianti mini o micro eolici ad uso domestico.

Gli impianti micro-eolici, a differenza dei grandi parchi eolici che sono in grado di soddisfare più grandi fabbisogni di energia, sono semplicemente impianti eolici di piccole dimensioni, talmente piccole da poter essere installati nelle singole abitazioni.

La differenza tra il micro eolico e il mini eolico è solo in termini di potenza: il micro eolico raggiunge al massimo i 20 Kw, mentre il mini eolico raggiunge una potenza compresa tra i 20 Kw e i 200 Kw.

Il vantaggio? Oltre a rappresentare un aiuto per il nostro Pianeta, consente anche di risparmiare sulla bolletta. È vero che i costi di installazione e il materiale può essere costoso, ma è anche vero che dura nel tempo.

Vantaggi e svantaggi dell’energia eolica

Senza dubbio l’energia eolica arreca numerosi vantaggi all’ambiente e alle persone (vedi https://www.wwf.ch/it/i-nostri-obiettivi/energia-eolica), vediamoli insieme:

  • è una fonte rinnovabile e facilmente reperibile (il vento non si esaurisce mai!);
  • zero emissioni di CO2, dunque non inquina e non produce rifiuti;
  • i materiali utilizzati per le pale eoliche si riciclano più facilmente rispetto a quelli delle centrali geotermiche, inoltre durano nel tempo (fino a 25 anni);
  • produzione di energia a basso costo nelle aree del Pianeta ventose.

Visti gli effetti positivi, una domanda sorge però spontanea: se l’eolico da una parte rappresenta una soluzione concreta per minimizzare le emissioni di carbonio, dall’altra ci si chiede che cosa potrebbe comportare una sua espansione.
Visti gli effetti positivi dell’energia eolica non solo sull’ambiente, ma anche in termini di costi, non si può però negare che vi siano anche dei fattori sfavorevoli:

  • l’impatto negativo che le pale eoliche hanno sul panorama;
  • inquinamento acustico, dovuto al movimento delle pale nei loro immediati dintorni. Alcuni esperti hanno dichiarato che il rumore generato dalle turbine causerebbe danni neurologici da non sottovalutare. La soluzione a questo problema sarebbe far prevalere gli impianti off-shore in modo da non fare arrivare sulla costa il suono sgradevole del movimento delle pale;
  • in alcune zone del pianeta possono causare un danno ai volatili, in particolar modo agli uccelli migratori e ai pipistrelli, che potrebbero impigliarsi nelle pale eoliche.

Dove si produce l’energia eolica nel Mondo

Nel panorama mondiale, i più grandi produttori di energia eolica sono la Cina e gli Stati Uniti, ma in questi ultimi anni anche i paesi situati nel Nord Europa si stanno muovendo per sfruttare la ventosità del Mare del Nord aumentando la presenza di aereogeneratori eolici. Per esempio, nel 2017 in Danimarca il 43,3% del consumo elettrico derivava dallo sfruttamento dei venti.

Un’altra nazione che sa come sfruttare il vento è la Grecia, dove l’impianto eolico di Kafireas ha un peso molto importante per l’economia del paese.
Il parco eolico è situato nel comune di Karystos sull’isola di Evia e, con le sue 67 turbine eoliche, è il più grande di tutta la Grecia. Per realizzarlo sono stati spesi ben 300 milioni di euro.
Enel Green Power è l’addetta alla gestione dell’impianto nonché alla sua costruzione. Per edificarlo si è usato il riferimento del cantiere sostenibile, energicamente indipendente e ad emissioni zero, grazie all’installazione di pannelli solari.

Altri 83 paesi del mondo sono soliti ad utilizzare l’energia eolica, infatti nel 2018 la capacità di generare energia eolica nel mondo è aumentata del 9,6%. Sempre nel 2017 il 4,4% del fabbisogno energetico planetario era coperto dall’energia eolica.

La situazione in Italia

In Italia, gli impianti eolici sono maggiormente concentrati al Sud e nelle Isole, essendo i luoghi più ventosi dello Stivale: essi soddisfano circa il 6% della domanda energetica nazionale.

L’Italia è attualmente il quinto paese in Europa per la quantità di impianti eolici installati: la maggior parte di essi fu installata durante lo scorso decennio, quando furono messi a disposizione degli incentivi per la costruzione degli impianti.

Ora, anche a causa del lockdown, la costruzione di nuovi impianti ha subito un drastico rallentamento.

Secondo il PNIEC (Piano Nazionale Integrato per l’Energia e il Clima),entro il 2030 l’Italia dovrebbe arrivare a produrre, grazie allo sfruttamento eolico, circa il 10% lordo del consumo elettrico nazionale.

Gli interventi di repowering (sostituzione delle componenti obsolete degli impianti) e di reblading (installazione di nuove pale più potenti, a seguito dello smantellamento delle vecchie) potrebbero rappresentare una componente importante nella crescita dell’eolico.

Ottime notizie

Il più grande parco eolico del mondo é una novità: si chiama Dogger Bank e verrà costruito entro la fine del 2024 su un altopiano sabbioso situato nel Mare del Nord, dove l’acqua non supera l’altezza di 15/30 metri (basta pensare che questo altopiano, circa 10.000 anni fa era un’isolotto!).

Il campo eolico off-shore ospiterà una serie innumerevole di turbine alte almeno 200 metri, che andranno a soddisfare il 5% della domanda di elettricità proveniente dall’Inghilterra, ossia coprirà il fabbisogno di circa 6 milioni di famiglie.

Il Regno Unito si sta dando da fare per dimostrare il suo reale interesse per l’ambiente ed raggiungere l’obiettivo che si era prefissato per il 2050 di emissioni zero.

Un’altra novità recente è la Baltic Sea Offshore Wind Declaration, un patto siglato nel 2020 da Danimarca, Finlandia, Polonia, Svezia, Germania, Estonia, Lettonia e Lituania.

L’accordo prevede di aumentare la costruzione degli impianti eolici off-shore, sfruttando al massimo la ventosità del mar Baltico fino a produrre 93,5GW di energia.

Verso un futuro ecosostenibile

In questi ultimi anni le classi dirigenti si stanno muovendo in una direzione ecosostenibile. D’altra parte era inevitabile non farlo: il tempo che ci rimane a disposizione per salvare il nostro Pianeta sta diminuendo sempre di più e non abbiamo tempo per le chiacchiere.

È importante che ognuno di noi si adoperi nel suo piccolo per compensare le proprie emissioni di CO2 e per diminuire quindi la propria impronta di carbonio. Solo collaborando si arriverà a quel tanto ambito futuro ad emissioni zero.



Batterie per auto riciclate: Volkswagen apre il primo impianto

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Una soluzione attesa da tempo

Il gigante tedesco dell’automobile, Volkswagen, dopo essere incappata nello scandalo delle emissioni truccate sembra aver compiuto una convinta inversione a U. Nel 2015, anno nel quale venne alla luce la triste vicenda del cosiddetto dieselgate, la casa di Wolfsburg non era esattamente inserita tra i costruttori più attenti all’ambiente. Oggi, sembrerebbe avere intrapreso una strada differente. Volkswagen è infatti in procinto di inaugurare il primo impianto interamente dedicato al riciclo degli accumulatori per automobili elettriche. Il sito potrà recuperare componenti dalle batterie esauste. Si stima che soltanto nella fase pilota saranno riciclate circa 3.600 batterie ogni anno, pari a 1.500 tonnellate di materiali.

Nel video di Inside EVs, una spiegazione di quali siano le principali questioni legate al riciclo delle batterie per automobili elettriche.

Nuova vita da batterie non più utilizzabili

Forse non ne siamo consapevoli, eppure un accumulatore esausto è in grado di fornirci materiali che possono essere utilizzati in altre batterie e non solo. Nell’impianto sarà possibile riciclare alluminio, rame, plastica e anche la chimera di ogni accumulatore: la cosiddetta polvere nera, o black powder, in inglese. Essa si ottiene dal nucleo principale – power core – della batteria e contiene materiali molto importanti, in quanto vitali per il funzionamento dell’accumulatore. Si tratta di nichel, litio, manganese, cobalto e grafite. Sono tutti materiali capaci di immagazzinare e trattenere energia, dunque fondamentali per la destinazione d’uso della scatola elettronica situata nel cuore della nostra autovettura.

La possibilità di riciclare batterie per automobili su scala industriale è attesa da tempo. Si tratta di una possibile nuova frontiera per questo settore, capace di abbassare enormemente i rifiuti prodotti dall’automotive.

Inizia l’era delle batterie riciclate?

Il sito di riciclo è già stato attivato. Nel renderlo noto, il costruttore tedesco ha affermato come si tratti di un coerente passo in avanti verso una responsabilità sostenibile. La decisione vuole essere punto di partenza per l’intera catena di valore delle batterie per veicoli elettrici. L’impianto è situato a Salzgitter, cittadina nella Bassa Sassonia, e ricicla esclusivamente batterie che non possono più essere destinate ad altri scopi. Prima di autorizzare il trattamento, infatti, un’analisi stabilisce se l’accumulatore sia ancora sufficientemente potente per avere una seconda vita, ad esempio in un sistema mobile per lo stoccaggio di energia. Pensiamo alle stazioni flessibili di ricarica rapida o ai robot mobili addetti alla ricarica di altri dispositivi.

Nel video di Com’è fatto? Una spiegazione di come si possa riciclare una batteria. Nella fattispecie, si tratta di una batteria tradizionale a piombo-acido ma parte del processo è simile.

Leggi anche: “Auto elettrica: è legge l’incentivo alla trasformazione

Le dichiarazioni di Volkswagen

Volkswagen Group Components ha compiuto un ulteriore passo avanti verso la propria responsabilità end-to-end sostenibile. Per quanto riguarda la batteria, componente chiave della e-mobility, stiamo implementando il ciclo sostenibile per i materiali riciclabili. Abbiamo un ruolo pionieristico nell’industria su un tema futuro dal grande potenziale in termini di protezione del clima e approvvigionamento delle materie prime.” Così Thomas Schmall, membro del consiglio di amministrazione del gruppo Volkswagen e responsabile per la divisione tecnica nonché presidente del cda per Volkswagen Group Components.

A sentir lui, la casa automobilistica sarebbe davvero impegnata nell’inseguire una soluzione pulita. Naturalmente, abbiamo imparato negli anni che un conto sono le dichiarazioni altisonanti e un altro gli atti nel concreto. Se però questa intenzione di VW fosse seguita da interventi che vanno nella stessa direzione delle belle parole di Schmall, potremmo veramente trovarci di fronte all’inizio dell’era delle batterie riciclate. Quello degli accumulatori è un grave problema, nell’ambito della mobilità elettrica. Qualora si trovasse la quadra per riutilizzare le batterie invece di doverle smaltire, sarebbe un considerevole passo avanti.

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Come funziona l’impianto per la produzione di batterie riciclate?

Da quanto è stato diffuso, sappiamo che, almeno nella fase iniziale, non ci si attendono grandissimi volumi di batterie riciclate. La situazione resterà tale almeno fino alla fine di questo giovane decennio. Nei progetti del sito, però, si parla di un volume operativo che tratti inizialmente fino a 3.600 batterie ogni anno. Negli anni successivi poi, l’impianto potrà essere scalato – come si dice in gergo – per gestire quantità considerevolmente maggiori di accumulatori. Ciò sarà possibile ottimizzando il processo di riciclo. La tecnologia impiegata non richiede la fusione in altoforno – che è un processo a elevata intensità energetica, il quale produce molta anidride carbonica.

L’obiettivo è recuperare – su scala industriale, dunque in considerevoli quantità – materie prime preziose, rare e, spesso, difficili da estrarre. Ben conosciamo le questioni politiche, economiche e sociali che sottostanno all’estrazione di preziosi, ad esempio, nell’Africa continentale. Alluminio, rame, plastiche e tutti quei componenti di cui parlavamo in presentazione, nel primo paragrafo, potranno essere recuperati in ciclo chiuso. L’obiettivo è raggiungere un tasso di riciclo che superi il 90%, sul lungo termine.

Il processo si svolge in questo modo: dapprima si consegnano al sito i sistemi batteria usati ed essi vengono scaricati completamente. Poi li si smantella, introducendoli in un trituratore che li riduce in granuli, dopodiché si lasciano asciugare. La separazione e la lavorazione di ogni singola sostanza si effettuano tramite processi idro-metallurgici. Di questa fase si occupano partner specializzati, mediante impiego di acqua e agenti chimici. Le stime parlano di 1,3 tonnellate di CO2 risparmiate per ogni batteria da 62 kilowattora prodotta utilizzando catodi provenienti da materiali riciclati. Tutta l’energia utilizzata nel processo è rinnovabile.

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Numeri e sensazioni

Tutti per le batterie riciclate

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I componenti essenziali di vecchie celle della batteria possono essere usati per produrre nuovo materiale catodico. Le ricerche ci dicono che le materie prime riciclate per le batterie sono efficienti tanto quanto le nuove. In futuro vogliamo supportare la nostra produzione di celle per batterie con i materiali che recuperiamo. La domanda di accumulatori – e delle relative materie prime – incrementerà in modo drastico. Possiamo fare buon uso di veramente ogni grammo di materiale riciclato.” Afferma Mark Moller, il responsabile della divisione sviluppo tecnico ed e-mobility in Volkswagen. L’esperto non nasconde certo il suo entusiasmo per la nuova frontiera delle batterie elettriche riciclate.

A quanto narrano in effetti gli studi, le attuali batterie per veicoli elettrici cominciano a calare in prestazioni dopo circa 10 anni. In quel momento, infatti, le loro capacità cominciano a deteriorarsi. È proprio quando la potenza si abbassa troppo che devono entrare in funzione impianti come quello a Salzgitter. Volkswagen vuole essere in grado di recuperare oltre il 90% dei componenti delle batterie (si parla di un’elevatissima percentuale, intorno al 97%); attualmente l’azienda dichiara di riuscire a riutilizzare il 53% di ogni batteria elettrica. La potenza di un impianto come quello in Bassa Sassonia mette il costruttore in grado di balzare fino al 72% di riciclo di ogni singola batteria dismessa. Ci troviamo di fronte a un ottimo primo passo. L’innovazione è tale quando diventa di dominio comune. Attendiamo che anche gli altri costruttori di automobili ora seguano la strada aperta da VW.

Firmato decreto per l’efficientamento di scuole e ospedali

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Il ministro dell’ambiente Sergio Costa ha firmato il decreto per regolare la destinazione dei soldi per l’efficientamento degli edifici. Se infatti il Decreto Rilancio prevede è pensato per i privati, questa volta si agirà sui luoghi pubblici, dalle scuole ai centri sportivi agli ospedali.

Leggi anche il nostro articolo: “Decreto rilancio: le misure per l’ambiente

Cosa prevede il decreto per l’efficientamento

La firma di un nuovo decreto ministeriale si è resa necessaria per smistare in modo equo e regolamentato i 200 milioni di euro del fondo Kyoto per le scuole. Lo Stato Italiano infatti non ha ancora usufruito della totalità della cifra disponibile. Il decreto ha quindi lo scopo di disciplinare le domande e regolare la concessione dei finanziamenti per la riqualificazione energetica degli edifici di proprietà pubblica.

Di questi soldi, in sostanza, potranno beneficiare le scuole, gli asili nido, le università, gli edifici dell’alta formazione artistica, musicale e coreutica. Potranno però anche fare domanda gli ospedali, i policlinici, i servizi socio-sanitari e gli impianti sportivi. L’efficientamento riguarderà gli impianti energetici e quelli idrici, così come le modifiche strutturali agli edifici, che serviranno, per esempio, a ridurre al minimo la dispersione di calore.

L’altra faccia della medaglia

La maggior parte delle emissioni deriva dai consumi energetici, e in particolare dal riscaldamento degli edifici. Pertanto, il fatto che il Ministro dell’Ambiente intervenga su questo settore è sicuramente un traguardo importante. Ci si potrebbe chiedere, però, se la comunicazione sia abbastanza efficace nell’invogliare le piccole e grandi realtà locali a prendere provvedimenti in merito. Il fondo Kyoto infatti, il cui bando è stato aperto nel 2015 e rinnovato poi nel 2018, prevedeva uno stanziamento di circa 247 milioni di euro.

Dopo cinque anni, i soldi a disposizione sono ancora quasi immacolati. La speranza è che quest’anno, anche grazie agli incentivi del Decreto Rilancio, la comunicazione in merito all’importanza dell’efficientamento energetico sia più intensa e capillare. D’altra parte, come ha affermato lo stesso Ministro Costa, efficientare significa fare un regalo all’ambiente, all’economia e all’occupazione. Con interventi come questi si incrementa la green economy, già sostenuta dall’ecobonus, e si dà un contributo anche alla grande battaglia contro i cambiamenti climatici che l’emergenza Covid non può far passare in secondo piano”. 

A Chernobyl le radiazioni sono aumentate di 16 volte

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Simbolo di morte e distruzione, ma anche di rinascita e resilienza, il disastro nucleare di Chernobyl avvenuto nell’ormai lontano 1986 continua a fare parlare di sé. Un incendio è infatti divampato nei pressi della ex centrale e le radiazioni che già da decenni venivano incessantemente emanate nell’aria sono aumentate.

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Cause e portata dell’incendio

Nella giornata di sabato 4 aprile, proprio nei pressi del funesto quarto reattore della ex centrale nucleare di Chernobyl, sono scoppiati quattro incendi di natura dolosa. È stato già arrestato un giovane di 27 anni poiché sospettato di aver appiccato il fuoco.

I motivi sono ancora oscuri, ma sicuramente l’assenza quasi totale di controlli e dei soliti flussi di turisti hanno favorito l’accaduto. Il ventisettenne ha dichiarato che l’aver dato fuoco a un po’ d’erba e rifiuti generici si sia trattato di puro “passatempo divertente“.

Qualcuno però ipotizza che lui o chi per lui abbia semplicemente messo in atto una pratica tradizionale e ad oggi illegale adottata dagli agricoltori per ottenere più terreno coltivabile.

Chernobyl teatro di incendi

Gli incendi nell’area dell’ex centrale nucleare si verificano tutti gli anni regolarmente. Dopo l’inverno secco e tiepido appena trascorso, però, il fuoco si è diffuso più facilmente e in un’area più ampia. Secondo l’Exclusion Zone Management Agency, 8600 acri di foresta sono stati raggiunti dalle fiamme. Ma l’estensione del rogo è stato solo il primo di una catena di effetti distruttivi.

La cenere derivata dalla combustione di piante e terreno si è liberata nell’aria. Gli isotopi radioattivi intrappolati da anni al loro interno ora viaggiano liberamente nell’aria, traghettati, appunto, dalle ceneri. Questo ha provocato un’impennata nella radioattività del territorio. Yegor Firsov, capo del Servizio di ispezione ecologica statale ucraino, ha postato su Facebook un video nel quale mostra il contatore Geiger che segna i valori delle radiazioni passati da 0,14 a 2,3.

https://www.facebook.com/100000190799435/videos/3393938787289114/

Ma vi è un altro anello da aggiungere a questa drammatica catena. Lo spropositato aumento delle radiazioni ha reso molto difficili le operazioni di spegnimento, in quanto non è possibile avvicinarsi al luogo dell’incendio senza le dovute precauzioni. Per domare le fiamme, che si sono spente solo domenica mattina, il governo ucraino ha dovuto mobilitare molti elicotteri, 400 vigili del fuoco, 100 autopompe e decine di tonnellate di acqua.

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Abitanti preoccupati

Questo avvenimento ha ridestato preoccupazioni e polemiche sia riguardo alla stessa centrale di Chernobyl, sia riguardo al nucleare in quanto tecnologia del futuro.

Preoccupazioni che arrivano, in primo luogo, da coloro che vivono nelle aree limitrofe alla zona rossa e dagli abitanti di Kiev. Questi, infatti, già sottoposti al lockdown del coronavirus, hanno iniziato a preoccuparsi se fosse il caso di aprire le finestre. Le autorità ucraine, Firsov compreso, hanno però rassicurato tutti sull’assenza di rischio di essere esposti alle radiazioni.

Chernobyl è stata sottovalutata

Viene però da chiedersi quanto queste rassicurazioni siano reali. Non sarebbe infatti la prima volta che il problema della radioattività in quelle zone è stato sottovalutato.

Ad esempio, al momento è vietato a chiunque stabilirsi a meno di 30 chilometri di distanza dalla ex-centrale a causa delle radiazioni. Subito dopo il disastro del 1986, però, quando le radiazioni erano molto più pericolose di adesso, i reattori intatti hanno continuato imperterriti la loro attività. Sono stati bloccati soltanto nell’anno 2000, e fino ad allora hanno provocato ulteriori morti, deformazioni e malattie. Inoltre soltanto nel recentissimo 2016 è stata costruita una cupola anti-radioattiva intorno al quarto reparto.

Ambientalisti indignati

Il fatto che oggi, a fronte di radiazioni così alte, non siano state prese precauzioni per gli abitanti della nazione ha indignato gli ambientalisti. Tra i quali gli esponenti di Legambiente che da anni si battono per la tutela dei popoli più colpiti dal disastro nucleare.

“Questo dato è assolutamente allarmante – ha detto Angelo Gentili della segreteria nazionale di Legambiente – e deve vedere una task force attivarsi immediatamente allo scopo di evitare nuove vittime innocenti. Per non ripetere gli errori del passato, oltre a sollecitare le istituzioni locali ad attivarsi per rendere pubblici tutti i dati, Legambiente chiede che vengano immediatamente messi in sicurezza i cittadini che abitano nei pressi della zona ancora oggi fortemente contaminata”.

Il problema delle radiazioni esiste

Certamente non è questo il momento per creare ulteriore panico tra le persone, visto quello che sta accadendo nel mondo. Il pericolo delle radiazioni, però, esiste ed è una realtà che va affrontata.

A causa dell’assenza di vita umana, a Chernobyl la vegetazione è cresciuta rigogliosa.

Come ha rivelato all’Ecopost Franco Camera, professore associato di fisica nucleare e subnucleare dell’Università degli Studi di Milano, gli isotopi radioattivi chimicamente “imprigionati” nelle foglie, nella corteccia o nel terreno potrebbero ora trovarsi nelle ceneri dell’incendio. Quelle più leggere, che potrebbero essere radioattive, possono essere trasportate dai venti o, più in generale, dai movimenti dell’atmosfera verso zone più lontane.

A maggior ragione, quindi, vista l’imprevedibilità dei fenomeni meteorologici, bisognerebbe prendere alcune precauzioni. Anche se, come scrive il New York Times, già il fatto che le persone al momento siano costrette a rimanere dentro casa e che escano solo dotate di mascherine è l’unica “felice” coincidenza in questa situazione così delicata.

Leggi anche: “Virus, lo sfruttamento ambientale li fa esplodere”

Un altro problema è quello che Olena Miskun, esperta di inquinamento atmosferico del gruppo ambientalista Ecodiya, illustra allo stesso giornale statunitense. Le particelle radioattive possono atterrare nei giardini o nei campi e successivamente essere consumate insieme al cibo ivi cresciuto.

Uno strappo tra gli ecologisti

Una branca dell’ecologismo è ancora fortemente convinta che l’energia nucleare sia la soluzione a tutti i problemi (o quasi) relativi al riscaldamento globale. Sarebbe infatti fonte di energia pulita e creerebbe molti posti di lavoro. In più concentrerebbe su di sé molto denaro ad oggi macchiato di carbone, destinandolo piuttosto allo sviluppo di tecnologie che riducano al minimo i rischi di una strage come quella di Chernobyl o Fukushima.

I problemi relativi al sistema energetico nucleare sono stati esaurientemente esposti in un articolo di Mark Z. Jacobson e Mark A. Delucchi pubblicato nel 2009 sul Scientific American. I due scienziati sostengono come sia possibile (o come sarebbe stato possibile, vista la data) convertire tutto il pianeta a energie rinnovabili entro il 2030. E, secondo loro, il nucleare non sarebbe la soluzione.

Emissioni, emissioni e ancora emissioni

Innanzi tutto l’energia nucleare produce emissioni di carbonio fino a 25 volte superiori rispetto all’energia eolica. Per estrarre, trasportare e arricchire l’uranio, oltre che per costruire un impianto nucleare, occorre bruciare quantitativi enormi di combustibili fossili.

Senza contare che tutta quell’energia inquinante sarà rilasciata per i 10-19 anni necessari per progettare e costruire l’impianto. Un tempo sufficiente perché grande parti delle calotte polari si sciolgano, i mari si alzino, i disastri naturali accadano e così via.

Costruire un impianto eolico invece richiede soltanto dai due ai cinque anni. Investire sul nucleare, quindi, rallenterebbe la transizione, perché l’energia rinnovabile è più veloce ed economica da produrre e mettere in vendita, due attributi fondamentali considerando l’urgenza del problema climatico.

Vi è poi un problema di smaltimento dei rifiuti. Quando un singolo dispositivo eolico, solare o ondoso è inattivo, solo una piccola parte della produzione ne risente. Quando invece una centrale a nucleare va in rovina, sopraggiungono grosse difficoltà per smaltire l’uranio accumulato e tutto ciò che di radioattivo resta in loco.

I rischi del nucleare

Di qui ci colleghiamo all’ultimo punto, ma sicuramente non meno importante, dei fattori che rendono scettici molti ambientalisti riguardo al nucleare. Il danneggiamento o, peggio, la completa distruzione delle centrali nucleari. Il disastro di Chernobyl provocò migliaia di morti, innumerevoli casi di tumore e malattie derivate dalla radioattività del territorio, anche a molti anni di distanza. Gli effetti nel tempo sono stati incalcolabili, visto che l’area vicino all’ex-centrale è ancora, dopo più di trent’anni, inagibile senza le dovute precauzioni.

Fukushima, in Giappone, non fu da meno. 18.500 persone sono morte o disperse a causa dei terremoti e degli tsunami accorsi dopo l’esplosione. 160 mila persone sono state costrette a lasciare le proprie case e le proprie città e di queste molte sono morte negli anni successivi a causa delle condizioni precarie in cui si sono trovate a vivere. Nessuna morte è sopraggiunta a causa dell’esposizione diretta alle radiazioni. Ma, se questo ultimo dato può fare macabramente gioire qualcuno, io piuttosto mi chiederei quanti morti in più ci sarebbero stati se l’esposizione alle radiazioni fosse stata inevitabile.

Proviamo ora a pensare l’intero pianeta puntellato da centinaia di centrali nucleari. Personalmente non mi sentirei al sicuro e temerei per la salute di chiunque si trovi a vivere nelle zone limitrofe. Pensate invece a un mondo pieno di impianti eolici e pannelli solari. Come ha detto l’attore comico Bill Maher “sapete cosa succede quando i mulini a vento cadono in mare? Uno schizzo!”.

Leggi anche: “Artico – la battaglia per il grande nord”

La Germania torna indietro: aprira’ un’altra centrale a carbone

Germania

Predicare bene e razzolare male. La Germania aveva promesso di abbandonare tutte le fonti di energia fossile entro il 2038. Di fatto, però, una nuova centrale a carbone chiamata Datteln 4 e facente parte del gruppo Uniper, aprirà nel 2020.

Una promessa e’ una promessa

L’impianto è stato costruito con una spesa di 1,5 miliardi di euro e sarebbe dovuto entrare in azione già nel 2011. Per questioni ambientali, però, l’avvio è stato sempre rimandato, con la promessa da parte dello Stato di rimborsare Uniper dei soldi persi. Anche per questo, la nazione tedesca e’ ormai diventata un esempio abbastanza virtuoso in campo ambientale. Per esempio, la cancelliera Angela Merkel ha da poco annunciato lo stanziamento di 100 miliardi di euro per progetti a favore dell’ambiente, a fronte dei 450 milioni dell’Italia.

Invece, alla fine, Datteln 4 l’ha scampata. Essendo infatti una delle centrali elettriche a carbone più moderne, le sue emissioni di CO2 sarebbero relativamente basse. Uniper si è detta pronta a scommettere sul nuovo sito, “nell’interesse dell’azienda e della comunità“. Sicuramente questa affermazione e’ vera per la prima parte. Non è ben chiaro pero’ come l’apertura di una centrale a carbone nel 2020 possa essere utile alla comunità.

Pro (pochi) e contro (troppi)

Potrebbe forse creare nuovi posti di lavoro? Bisogna ricordarsi che la Germania e’ una delle nazioni europee con il tasso di occupazione maggiore. Se infatti la media occupazionale europea e’ del 73%, il tasso di occupazione tedesco ammonta all’80%, contro il 63% dell’Italia e il 59,3% della Grecia. Questo non giustifica, certo, il sedersi sugli allori, ma la Germania possiede le risorse economche e culturali per poter colmare quel gap con nuovi progetti e investimenti nelle energie rinnovabili.

Leggi il nostro articolo: “In Cina l’energia rinnovabile costa meno di quella fossile

Inoltre, come riporta Lifegate, l’associazione Bund, divisione tedesca di Friends of the Earth, ha parlato di “emissioni in crescita di 6-8 milioni di tonnellate all’anno a causa della nuova centrale”. Rispetto alle emissioni totali della Germania ad oggi, che ammontano a circa 750 milioni di tonnellate di CO2 all’anno, non è molto. Vi sono infatti ancora 84 centrali a carbone ancora in servizio e la Datteln 4 e’ stata l’ultima in costruzione. Ma si tratta comunque di un impianto con una potenza di 1.100 megawatt. Per farci un’idea, all’interno dell’ex Ilva a Taranto, l’acciaieria piu’ grande d’Europa, vi sono due impianti elettrici che utilizzano le fonti fossili prodotte dall’acciaieria stessa. L’energia che questi due impianti producono insieme e’ di 1.044 megawatt.

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Oltre all’impatto ambientale pero’, quello maggiore si riscontra a livello politico e culturale, poiche’ la Germania avrebbe le potenzialita’ per trainare l’Unione Europea verso un cambiamento di rotta che prediliga le fonti rinnovabili e abolisca totalmente quelle fossili. Cos’ facendo, invece, la Germania dimostra che l’Occidente, forse, non e’ ancora pronto al grande passo.

L’energia è a pedali con Hans Free Electric

Rimettersi in forma, risparmiare sulle bollette e fare del bene al pianeta, tutto in un’ora. Manoj Bhargava, un imprenditore di origini indiane diventato miliardario per l’invenzione di un energy drink, ha reso tutto questo possibile inventando Hans Free Electric, una sorta di bicicletta simile a una cyclette da palestra che permette di creare energia elettrica pedalando.

Come funziona?

Il meccanismo consiste nella trasformazione dell’energia cinetica in energia elettrica, la quale viene immagazzinata in una batteria ed è quindi utilizzabile in qualunque momento: una sorta di elettricità on demand senza pagare bollette o comprare carburante. A differenza dei pannelli solari o le pale eoliche, inoltre, non serve aspettare che il sole splenda o che il vento soffi, ma siamo noi che decidiamo quando e quanta energia produrre.

Aiutare il mondo aiutando gli altri

Una pedalata di circa un’ora con Hans Free Electric fornisce l’energia elettrica necessaria per illuminare un’intera casa rurale per 24 ore. L’intenzione di Manoj Bhargava, infatti, è soprattutto quella di aiutare le popolazioni che non possono permettersi l’energia elettrica, per esempio i contadini del terzo mondo, e di accedere ai servizi per noi ormai scontati come l’utilizzo del cellulare, il computer e il televisore, per non parlare dell’illuminazione e del riscaldamento della casa, o ancora usufruire di acqua calda e cuocere il cibo senza dover bruciare legna, kerosene o carbone.

“La parte dell’umanità che voglio davvero aiutare – ha affermato Bhargava in un’intervista – non sono le persone ricche, ma quelli meno fortunati in termini di benessere. A loro serve la stessa cosa che serve a noi, ovvero avere una vita dignitosa e prendersi cura della famiglia”.

Un prezzo relativo

Inizialmente Hans Free Electric aveva un costo di 200-250 dollari, ma con il tempo è stata perfezionata e resa più efficiente, così che anche il suo costo è sceso a 190 dollari. Per noi può non sembrare molto se pensiamo a quanto si spende all’anno di bolletta elettrica, che per una famiglia di quattro persone oscilla tra i quattrocento e i milleduecento euro. Per le popolazioni meno abbienti, però, Hans Free Electric ha un costo ancora troppo elevato. Nel marzo 2016 Bhargava ha quindi inviato in India 25 biciclette destinate a famiglie di contadini, piccole imprese, istituti sanitari e scuole dove non arriva corrente elettrica. Come ha affermato Bhargava “molti dicono che queste popolazioni hanno bisogno di educazione. Ma se non hanno acqua ed elettricità, l’educazione non li aiuterà”.

https://www.youtube.com/watch?v=sqwdvwxJPsQ
Hans Free Electric in India

Non solo energia

Bhargava, però, non si è fermato qui ed ha brevettato altri importanti oggetti in grado di migliorare il mondo, come un depuratore di acqua piovana, cosiddetto “RainMaker”, e “Renew”, un dispositivo medico che aiuta il sangue a circolare. Nel documentario Billions in change del 2015 si possono conoscere più nel dettaglio queste tre importanti e onorevoli invenzioni.

https://www.youtube.com/watch?v=YY7f1t9y9a0
Documentario

Sito ufficiale: https://billionsinchange.com/solutions/free-electric-past/

Cominciare informati: rassegna stampa 18-24 marzo

ISPRA PRESENTA L’ANNUARIO 2018: BUONE E CATTIVE NOTIZIE

L’Ispra (IStituto Nazionale per la Protezione e la Ricerca Ambientale) ha presentato a Roma l’Annuario per l’anno 2018. La notizia più eclatante è legata alla siccità: il 2017 è stato tra gli anni più secchi dal 1961, secondo solamente al 2001. L’aumento della temperatura media è di +1.3°.

Altra nota negativa è la minaccia alla biodiversità in Italia per la degradazione degli habitat. Inoltre, sono quasi 3200 le specie alloctone, ossia non originarie della penisola, che minacciano la diversità biologica. Il 42% delle specie tutelate dall’UE (Direttiva Habitat) è a rischio.

Rilevanti anche i dati riguardanti il dissesto idrogeologico con 7 milioni di persone che risiedono in aeree a rischio. Le note positive sono la sostanziale diminuzione di emissioni di gas serra (-17,5% dal 1990) e il buono stato delle acque costiere di balneazione tra il 2014 e il 2017. Qui il rapporto ISPRA.

UE FINANZIA L’ENERGIA PULITA MENTRE LE LOBBY GAS E PETROLIO LA CONTRASTANO

La Commissione Europea ha deliberato oggi lo stanziamento di 705 milioni di euro per progetti legati all’energia pulita. Nel frattempo, il report di InfluenceMap rivela come i colossi del gas e del petrolio ExoonMobil, Royal Dutch Shell, Chevron, BP e Total hanno investito 1 miliardo di dollari nella disinformazione relativa al clima. Con l’acquisto di inserzioni pubblicitarie su Facebook e Instagram essi promuovono i benefici legati all’aumento della produzione di carburanti fossili..

GLIFOSFATO: MONSANTO COLPEVOLE E LA BAYER CROLLA IN BORSA.

Per la seconda volta un tribunale americano stabilisce che il glifosfato contenuto nell’erbicida Roundup può causare il cancro. Sulla Borsa di Francoforte, le azioni del colosso farmaceutico tedesco hanno subito un calo del 12 per cento, per un totale del 50% dall’acquisto della Monsanto, avvenuto nel giugno 2018.

Distante, ma comunque collegato è il caso del glifosfato in Europa. Le tempistiche prevedono che entro fine anno venga avviato il processo di rinnovo per la licenza di utilizzo dell’erbicida, in scadenza nel 2022. A questo link potete controllare gli aggiornamenti sul tema: Glifosfato – Commissione europea (la pagina è in inglese).

44 DISCARICHE NON A NORMA, ITALIA CONDANNATA DALLA CORTE.

Bruxelles – Una direttiva del 1999 stabiliva un termine (19 ottobre 2015) per la messa in regola delle discariche. Scaduto il termine massimo in Italia vi erano ancora ben 44 discariche non a norma. Oggi è arrivata la sentenza: Italia condannata.

Stefano Ciafani, presidente nazionale di Legambiente, si dichiara non sorpreso e fa anzi pressione affinché si intervenga al più presto. A suo dire la soluzione è una sola e risiede nello sviluppo dell’economia circolare.
Lamenta infine l’assenza di dibattito sul tema in Italia, nonostante la sua impellenza e indispensabilità.

GIORNATA MONDIALE DELL’ACQUA: SITUAZIONE CRITICA

Il 22 marzo è stata la giornata mondiale dell’acqua ma di motivi per festeggiare ce ne sono pochi. Stando al quadro riportato nel report di Legambiente la situazione delle acque italiane non è eccellente. “Buone & Cattive Acque” si apre con la Direttiva Quadro sulle Acque 2000/60, che richiede il raggiungimento di uno stato ecologico “buono” entro il 2027, termine massimo già rimandato una volta.

I laghi versano nelle peggiore condizioni, con solo il 20% “in regola”. Solo il 43% dei corpi idrici fluviali sono in un buono stato ecologico. Per le acque costiere mancano rilevamenti dello stato chimico ed ecologico. Peggiore di tutti il Distretto Padano con un 100% per quel che riguarda lo stato ecologico.

Per quanto riguarda lo spreco di acqua, l’Italia è il Paese europeo che consuma acqua potabile. Secondo l’Istat ogni cittadino utilizza 428 litri di acqua potabile al giorno, della quale il 47,9% non giunge a destinazione.