Nutri-score: la discussa catalogazione nutrizionale

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Lo hanno ideato in Francia e la Germania lo ha subito appoggiato. Parliamo di un sistema di etichettatura e catalogazione di prodotti alimentari, nato tra il 2013 e il 2014 al di là delle Alpi. Accostando visivamente cinque colori progressivi, da verde scuro ad arancione scuro, e cinque lettere – dalla A alla E – si rispecchia il punteggio nutrizionale FSA. Così funziona il Nutri-score, il sistema di assegnazione punti nato per comunicare lo score, o punteggio, di ogni singolo alimento nei termini della Food Standards Agency (FSA).

L’etichetta Nutri-score è dunque un preciso calcolo che mette in secondo piano – per non dire ignora – la totalità della dieta. Esso analizza la salubrità di un prodotto solo ed esclusivamente sulla base dei suoi nutrienti. A seconda di quanti zuccheri, sodio e acidi grassi saturi siano contenuti in 100 grammi di prodotto, esso dà un punteggio. Tramite un semplice rapporto matematico, insomma, si suddividono i cibi in due insiemi: alimenti sani (buoni) o alimenti poco salubri (cattivi).

Nutri-score tavolata
Foto di Nenad Maric da Pixabay 

Unione Europea e Nutri-score

Da quanto è stato ideato a oggi, non sono state molte le nazioni ad aver sposato appieno il Nutri-score. Pochi Paesi, ad oggi, hanno richiesto la sua obbligatoria esposizione sulla parte frontale delle confezioni alimentari. Ciò, però, potrebbe cambiare davvero molto presto, a seguito di una decisione presa… dall’alto. La Commissione Europea, infatti, ha dichiarato di voler proporre un sistema di etichettatura nutrizionale a partire dal 2022. La svolta è parte della strategia farm to fork ed entrerebbe in vigore nel giro di qualche mese.

La decisione, con ogni probabilità, produrrà un conflitto interno. La Francia, coadiuvata da Germania, Belgio e altri Paesi, spinge per l’adozione di Nutri-score quanto prima. L’Italia, invece, è fortemente contraria, convinta che sia necessario adottare un’indicazione diversa. L’idea italiana è quella di una etichettatura cosiddetta a batteria. Essa indica tutti i valori nutrizionali relativi alla porzione consumata.

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La risposta italiana a Nutri-score

L’Italia aveva proposto la sua idea di etichettatura qualche mese fa, nel novembre 2020, per bocca dell’allora ministro all’agricoltura Teresa Bellanova. La soluzione italiana fu denominata NutrInform Battery e si oppose – come fa ancora – al Nutri-score a semaforo. Gli indicatori restano 5 ma sono ben diversi dalla legenda francese. NutrInform – che non è obbligatorio ma adottato solo da chi ne faccia esplicita richiesta – appare si più completo ma anche abbastanza più complesso.

Esso indica il valore energetico (espresso in joule o calorie) del prodotto; i grassi; i grassi saturi; gli zuccheri e il sale in esso contenuti, tutti espressi in grammi. Le rilevazioni si riferiscono alla singola porzione dell’alimento. Poiché l’espressione del singolo dato non aiuta il consumatore a comprendere la salubrità di quel che mangia (principale critica al Nutri-score), ecco che la batteria può indicarci il contenuto in percentuale di ognuno dei 5 indicatori rispetto alla quantità giornaliera di assunzione raccomandata. La soluzione grafica è l’icona della batteria del telefono più o meno carica a seconda del contenuto di quel nutriente in 50 grammi (una porzione) di prodotto.

Sebbene Nutri-score risulti più immediato alla lettura, le sue indicazioni – per usare le parole con cui lo definì il Ministro Bellanova – sono semplicistiche più che semplici. Le lettere del Nutri-score, infatti, sono ottenute da un calcolo piuttosto complesso che tiene conto dei contenuti buoni dell’alimento in rapporto a quelli cattivi. Un calcolo del genere, oltre a non essere attendibile al 100%, finisce inevitabilmente per penalizzare la gran parte degli elaborati piatti tipici italiani.

Nutri-score e NutrInform
Raffronto grafico tra NutrInform (sopra) e Nutri-score (sotto). La grafica della proposta italiana è controintuitiva: più la batteria è carica, più nocivo sarà il prodotto. Elaborazione: greenplanner.it

Alle origini dello scontro

Olio d’oliva, prosciutti, salami tipici e gran parte degli alimenti che tengono alto il valore dell’export italiano sarebbero penalizzati dal giudizio di Nutri-score. I nutrienti in essi contenuti, infatti, non sono esattamente la quintessenza della salute e del benessere. È proprio per tale motivo che NutrInform Battery non si potrà applicare a prodotti riconosciuti DOP, IGT o SGT, sigle che contraddistinguono gran parte delle nostre eccellenze gastronomiche.

Alle origini dello scontro Italia – Francia, che in realtà coinvolge anche altri paesi, non vi sono soltanto la salute e la trasparenza. Si tratta di una battaglia prettamente commerciale. L’idea della Commissione Europea di orientarsi verso una sola etichetta nutrizionale, in modo da evitare confusione e incertezza tra i consumatori europei, ha innescato una miccia che potrebbe presto divenire esplosiva.

Nutri-score, un dramma per l’export italiano?

Nel caso in cui Nutri-score diventasse effettivamente lo standard nell’etichettatura nutrizionale europea, di fronte all’Italia si parerebbe un problema tangibile. Immaginiamoci, alla luce di quanto già scritto, quali problemi causerebbe il sistema a semaforo all’esportazione delle nostre eccellenze alimentari. La reputazione della cucina italiana subirebbe un grosso colpo. I nostri prodotti più noti e golosi non supererebbero probabilmente la classificazione della lettera C, la terza su cinque totali, ove il numero 5 è il più basso possibile. L’olio EVO (extravergine di oliva), re della nostra cucina, diverrebbe un prodotto mediocre, da colore arancione e lettera C, come si diceva.

In definitiva, non si scontrano soltanto due differenti tipi di etichetta, bensì due modi diversi e opposti di considerare gli alimenti e il loro apporto nutrizionale. Dietro alla grafica di semaforo da verde a rosso di Nutri-score e della batteria più o meno carica di NutrInform si cela potenzialmente il futuro della dieta mediterranea. Da decenni i nutrizionisti ci ripetono che sia il miglior modo di alimentarsi. Ora Nutri-score potrebbe cambiare ogni cosa. Oppure no.

Nutri-score dieta mediterranea
Alcuni cibi caratteristici della dieta mediterranea. Foto: Dana Tentis da Pexels

Implicazioni ambientali

In realtà, non dobbiamo farci trascinare da una discussione strumentalizzata. Sebbene Nutri-score corra il rischio di danneggiare l’export italiano, in realtà esso potrebbe compiacere gli ambientalisti. Cerchiamo di spiegare per quale motivo.

Partiamo con il precisare che la dieta mediterranea non è soltanto – ma neanche prevalentemente – olio d’oliva, parmigiano e prosciutto. Per definizione essa privilegia grassi di origine vegetale e ammette un consumo limitato di latticini e insaccati. Questa alimentazione, teniamo ben presente, si basa principalmente sull’abbondante consumo di frutta, vegetali e cereali prima di olio, formaggi e affettati. La retorica italiana sul Nutri-score non è sempre del tutto corretta.

Alla luce di ciò, in questa sua corretta versione, la dieta mediterranea è amica dell’ambiente. Gli alimenti maggiormente impattanti sono proprio quelli che andrebbero consumati più di rado. Prodotti come frutta, verdura e cereali difficilmente verranno penalizzati da Nutri-score, in quanto contengono nutrienti salubri. Per tal motivo, non sarebbe tanto la dieta mediterranea a venire penalizzata, bensì alcuni suoi prodotti che, comunque, dovrebbero essere consumati con moderazione. La dialettica del governo italiano, dunque, segue una logica prettamente commerciale.

Qualunque sia la decisione che prenderà Bruxelles – ove Nutri-score appare in vantaggio – ricordiamo che tutte le nostre decisioni alimentari finiscono per ripercuotersi sull’ambiente. Quello che mangiamo, i prodotti che scegliamo, hanno un impatto, che può essere più o meno nocivo per il pianeta. Nutri-score, NutrInform o qualunque altra etichetta sarà adottata dall’UE, le implicazioni ambientali del cibo che serviamo quotidianamente a tavola hanno un prezzo, dobbiamo tenerlo a mente.

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Land grabbing: l’accaparramento delle terre nel 2020

Negli ultimi decenni, il tema della sovranità alimentare sta assumendo crescente rilevanza nel contesto degli equilibri geo-economici internazionali e nelle strategie politiche ed economiche di diverse potenze. Si stanno intensificando gli sforzi necessari non solo a garantire in maniera sistemica la tutela delle filiere di approvvigionamento, ma anche ad acquisire un ruolo predominante nella partita globale del mercato del cibo. La globalizzazione neoliberista e le sue conseguenze hanno creato mercati e terreni di competizione anche nel settore cruciale e delicato delle materie prime alimentari. In questo contesto, la sovrapposizione tra le logiche economiche del capitalismo finanziario, l’attivismo politico degli attori dei Paesi più sviluppati e la presenza di ampie aree aperte alla “conquista” degli operatori esteri nei Paesi in via di sviluppo ha scatenato una corsa globale agli investimenti e all’accaparramento degli asset agro-alimentari ed ambientali. Pochi fenomeni certificano meglio queste dinamiche quanto il cosiddetto land grabbing (letteralmente “accaparramento della terra”).

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Cosa si intende con il termine “land grabbing”

Con questo termine “pigliatutto” si è definito in ambito mediatico e politico la corsa all’accaparramento di terre in Paesi in via di sviluppo scatenatasi a seguito della crisi mondiale dei prezzi alimentari connessa alla buriana economica del 2007-2008 e all’aumento dell’attivismo economico sulla scena globale di economie emergenti, principalmente asiatiche, desiderose di tutelare la propria sovranità alimentare.

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Le dinamiche del land grabbing

L’accaparramento della terra comprende al suo interno sia l’acquisizione di contratti a opera di attori privati che quella posta in essere da governi, fondi sovrani, partecipate pubbliche. L’azione non è di per sé connotata con termini critici o accezione negativa. Il volume assunto nel corso degli anni dal fenomeno, però, lascia intendere che nella prima parte del XXI secolo si sia verificato un vero e proprio assalto alla disponibilità di terreni produttivi posti sotto la sovranità di Paesi ricchi di risorse naturali ma privi del capitale umano, tecnico o finanziario per valorizzarlo. Questa asimmetria ha aperto la strada alla conquista economica da parte di operatori europei, nordamericani o orientali.

Con l’aggravante che, in diversi casi, i terreni sono sottratti a comunità locali, piccoli coltivatori o imprese di dimensione famigliare per passare nelle mani di grandi gruppi multinazionali o imprese finanziarie che con la loro azione, come ha rilevato Raj Patel ne I padroni del cibo, contribuiscono a impoverire la varietà biologica dei prodotti coltivati, la resilienza delle colture agli shock ambientali, la qualità dei terreni.

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Le cause del land grabbing. Il caso dell’Africa

Come si è argomentato su Eurasia – Rivista di studi geopolitici, a inizio 2020. “L’accaparramento della terra è un fenomeno che si inserisce pienamente nel grande filone dell’approccio alle risorse naturali tipico del finanzcapitalismo”, estremamente predatorio come hanno già avuto modo di denunciare da sinistra il sociologo Luciano Gallino e il geografo David Harvey e da destra il filosofo conservatore Roger Scruton (scomparso a inizio anno).

“In questo processo”, si notava principalmente in riferimento al caso dell’Africa (continente oggetto di circa due terzi degli investimenti) “il paradosso più lacerante in cui si impiglia il finanzcapitalismo è che la creazione di ricchezza finanziaria, ottenuta dalla cosiddetta valorizzazione di risorse naturali, è in realtà ampiamente sorpassata dalla distruzione permanente della ricchezza ecologica del pianeta (risorse ittiche, foreste e altri biomi a rischio)”, fattispecie ancor più vera quando i terreni oggetti di acquisto sono poi abbandonati allo sfruttamento minerario.  A ciò il land grabbing assomma “la distruzione dei potenziali e più prossimi mercati di sbocco attraverso la riduzione della sicurezza alimentare e, di converso, della stabilità interna dei Paesi che cedono terreni destinati alla produzione per l’esportazione”.

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Approvvigionamento alimentare e land grabbing

L’approvvigionamento alimentare ha assunto una rilevanza maggiore con l’avvento della crisi pandemica. La corsa all’accaparramento non ha, però, tenuto in considerazione la salvaguardia dell’ambiente. I terreni, adibiti alla produzione di una sola coltura, perdono biodiversità, inaridendo il suolo. Trascurano la sostenibilità della filiera, escludendo le popolazioni indigene dal processo di lavorazione. Questo impoverimento generale degli ecosistemi naturali può avere conseguenze gravi anche sull’uomo. Almeno la metà delle trasmissioni di malattie da animali a essere umani è causata da mutazioni di virus dovuti a promiscuità ambientali. Così, i governi facilitano le transazioni, per riuscire a ottenere l’accesso al credito.

Tra i gruppi di studio maggiormente attenti al monitoraggio del fenomeno si segnalano Focsiv, la federazione dei volontari nel mondo e Cidse, l’alleanza delle Ong cattoliche internazionali. In particolare, Focsiv ha realizzato il rapporto “I padroni della Terra”, giunto nel 2020 alla terza edizione. Elaborando i dati dei contratti e cercando di studiare i casi concreti Focsiv, riporta il Servizio d’Informazione Religiosa, vuole dare le misure reali di “una “continua corsa alla terra”. Nuovi investimenti su grandi appezzamenti per la produzione di monoculture per l’alimentazione umana e animale escludono le popolazioni indigene. Degradano la terra, facendone perdere le biodiversità e contribuendo al riscaldamento del pianeta.

Investitori e target: una misura del fenomeno

I 2100 contratti monitorati nel 2020 mostrano l’interesse per 79 milioni di ettari di terreno. Il numero in relativa diminuzione rispetto al 2018. In quell’anno, la superficie presa in considerazione era di ben 88 milioni di ettari, pari a otto volte la dimensione del Portogallo o tre volte quella dell’Ecuador. In ogni caso, enormemente significativo.

La pandemia non ha rallentato le compravendite, che stanno continuando. Con più di 17 milioni di ettari, la Cina si attesta come il maggior Paese investitore. Dopo il colosso asiatico, ci sono Stati Uniti, il Canada, il Regno Unito e la Svizzera. Come target principali compaiono il Perù, la Repubblica Democratica del Congo, l’Ucraina e il Brasile. Interessante è la posizione della Russia, che ricopre entrambi i ruoli. La motivazione risiede nel tipo di accordi stipulati, visto che spesso sono imprese nazionali ad appropriarsi dei terreni.

Terre prese, vendute, distrutte

Ogni anno, Focsiv approfondisce le situazioni in alcuni Stati particolarmente colpiti dal land grabbing. I Paesi che comprendono parte della foresta amazzonica sono tra loro. Nonostante alcune costituzioni proteggano la natura, tanto da essere un esempio a livello globale di buen vivir, la realtà si dimostra differente. Ecuador, Perù e Colombia hanno aumentato in modo deciso le esplorazioni petrolifere, minacciando sistematicamente l’equilibrio del polmone verde del mondo. Le aziende e banche coinvolte continuano ad affermare la loro sensibilità per la protezione ambientale. Ma le trivellazioni comportano un impatto decisivo sul clima e sui diritti umani delle popolazioni indigene. Esse tentano, con grandi sacrifici, di opporsi alla distruzione del territorio di cui si sentono protettori. 

Le proteste dei popoli hanno, però, portato a una rallentamento, almeno parziale, dell’attività distruttiva, facendo causa per non aver agito secondo il principio del consenso informato. In Ecuador, la nazione indigena dei Waoriani ha bloccato la produzione industriale, costringendo l’intero Paese a fermarsi. La resistenza ha inciso sulle compravendite, che, nel gennaio 2020, sono state sospese.

Alcuni casi esempio di land grabbing e le relative conseguenze

Ecuador: Andes Petroleum e land grabbing

Petrolio in cambio di prestiti: questo è l’accordo tra Andes Petroleum e il governo ecuadoriano. La partnership è stata siglata con due aziende cinesi, China National Petroleum Corporation (CNPC) e China Petrochemical Corporation (Sinopec). Leader nel settore estrattivo, tentano da anni di arrivare a monopolio delle risorse nello stato sudamericano. Le popolazioni indigene presente hanno dovuto emigrare o non possono più vivere in isolamento. Inoltre, denunciano interferenze e scorrettezze nelle concessioni, appellandosi alla Commissione Interamericana per i Diritti Umani (CIDH), che si è espressa a favore dei Kichwa e dei Sarayaku, costringendo lo Stato a ripagarli del danno. 

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10000 barili al giorno: la Frontera peruviana

Non solo interessi cinesi. Anche i canadesi desiderano perforare il suolo sudamericano per fini estrattivi, attraverso la Frontera Energy Corp (FECCF). Dopo dieci anni di proteste, nel 2017 l’impresa ha deciso di abbandonare le terre, a seguito dei continui sabotaggi da parte degli attivisti e degli indigeni. Il più grande giacimento peruviano, al massimo della produzione, riusciva a produrre 10000 barili al giorno. Come riportano alcune fonti locali, sono stati registrati «lagune con petrolio, animali contaminati, pesci morti, disordini sociali e maltrattamenti di uomini, donne e bambini». Per bonificare l’area, dovrà essere impiegato più di un miliardo di dollari.

Le conseguenze ambientali e sociali sono devastanti per l’ecosistema e, spesso, risultano irreversibili. Lo spreco di risorse, l’inquinamento di falde e corsi d’acqua, la sempre maggiore sterilità dei terreni distruggono irrimediabilmente la possibilità di abitare o, almeno, custodire, queste aree. Importanza fondamentale è data alla riflessione di Papa Francesco, durante il Sinodo per l’Amazzonia contro il nuovo colonialismo. Durante le giornate di dialogo, sono stati approfonditi temi come la giustizia ambientale e quella sociale, condannando i crimini contro la natura e chi tenta di proteggerla, fino alla morte. Lo stesso report è dedicato ai «472 leader indigeni che sono stati uccisi dal 2017 al 2019 per essersi opposti alla devastazione e all’inquinamento su grande scala di foreste, terra e acqua, lottando in difesa del Pianeta e del diritto di ciascuno a vivere in un ambiente salubre e sostenibile.»

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Dall’America all’Africa: land grabbing in Repubblica Democratica del Congo

L’approvvigionamento energetico è un tassello importante per le nostre società. Anche la transizione “verde” ha ripercussioni su altre parti del mondo, visto che i problemi di produzione sono sistemici. Esempio chiaro è la “battery economy”, ossia la filiera delle batterie ricaricabili. Espropri, violazioni dei diritti umani, land grabbing sono solo alcuni degli effetti collaterali e negativi per Paesi come la Repubblica Democratica del Congo (RDC), che soffrono questa violenza a causa della presenza di nichel, litio e cobalto. 

I controlli insufficienti da parte di grandi multinazionali hanno peggiorato la situazione  nello Stato. Questo è valido, in particolar modo, nella provincia di Lualaba, dove viene prodotto il 70% del cobalto. Poche organizzazione non governative, come la Good Sheperd International Foudation e la Bon Pasteur Kolwezi, continuano a monitorare il territorio. Cercano di strappare i bambini dal lavoro minorile, facendoli studiare.

Inoltre, tentano di stabilire connessioni in diverse piattaforme multi-stakeholders, per garantire il confronto. Di sicuro, un primo passo, che, però, non è sufficiente per cambiare in profondità le distorsioni e gli abusi perpetrati, anche a causa dell’assenza di un quadro normativo comune ed efficace. Così, la corruzione diventa sempre più generalizzata, impossibilitando una raccolta dati che possa far emergere la reale condizione di lavoratori e ambiente. Come si evince dal rapporto, «la domanda di cobalto, in quanto componente fondamentale, ha subito un aumento esponenziale negli ultimi anni.» Infatti, essa è triplicata tra il 2010 e il 2016, con un’ulteriore crescita del 64% entro il 2025. 

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Land Grabbing Illustrazione

Accaparramento e investimenti in Camerun

La posizione geografica del Camerun è vantaggiosa: posizionato sopra l’equatore, questo Stato possiede terreni fertili, appetibili sia a imprenditori locali che stranieri. L’incidenza di povertà si attesta a quasi il 40% della popolazione, che è ricco, al tempo stesso, di risorse naturali. Nel solo 2020, sono stati stipulati 48 contratti, su un terreno che si estende per più di due milioni di ettari. Di essi, circa il 50% è nazionale. Per quanto riguarda gli investitori internazionali, invece, l’Italia si attesta al primo posto, con 310000 ettari, suddivisi in due contratti.

Casi come Heracklès Farm e Socapalm/Socfin mettono in luce le problematiche della privatizzazione di grandi appezzamenti adibiti a monocoltura. Dirette conseguenze diventano, così, denunce e turbolenze politiche. La contaminazione chimica e l’inaridimento del suolo in zone fertili come quelle del Camerun aiutano la desertificazione, costringendo alla povertà la popolazione. 

A pagarne il prezzo più alto è l’intera popolazione, in particolare donne e bambini. Con la privazione dei mezzi di sussistenza, causati dagli espropri, i diritti delle minoranze e dei gruppi fragili sono calpestati con più facilità. Per assicurare un miglioramento dello standard di vita, si raccomanda di assicurare legalmente le terre ai legittimi proprietà, compensare le comunità vittime di landd grabbing, fornire strumenti per attuare politiche di investimento sostenibile, formalizzando la parità di accesso alla terra da parte di uomini e donne. 

Di Andrea Muratore* e Natalie Sclippa

*Della redazione di Kritica Economica.

MacArthur Foundation: cinque benefici dell’economia circolare per il cibo

In questo 2020 di crisi pandemica, l’insicurezza alimentare diventa, ancora una volta, il perno di una riflessione profonda. Da un lato, la difficoltà nel reperire alcuni prodotti induce alla corsa ai supermercati; dall’altro, pensare a una modalità differente di concepire l’intera filiera è molto difficile. Tra distorsioni evidenti del mercato e allontanamento dalla stagionalità di frutta e verdura, si inserisce il report “Cinque benefici di un’economia circolare per il cibo”. La Fondazione Ellen MacArthur, che ha lo scopo di sviluppare e promuovere l’idea di economia circolare, ha recentemente condiviso cinque conseguenze, sostenibili dal punto di vista ambientale, climatico e sanitario. Esse sono: rigenerare i sistemi naturali, combattere il cambiamento climatico, aumentare l’accesso a cibo nutriente, aiutare le comunità locali e, infine, risparmiare e creare valore.

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Crisi e fame di giustizia

«La crisi alimentare sembra essere sparita dalle prime pagine dei giornali e fa solo una breve comparsa nelle dichiarazioni finali degli incontri ad alto livello o quando la siccità, la mancanza di credito o la volatilità del mercato rinfocolano la paura di carestie. Quel che è peggio è che queste paure si realizzano perché quanto più i tentativi di eliminare la fame si concentrano sugli effetti superficiali anzichè le cause di fondo, tanto più i nostri sistemi alimentari si rivelano instabili, vulnerabili e soggetti a crolli. La povertà e l’ingiustizia -e non la scarsità di cibo- sono tuttora le cause principali della fame.»

Riflettono così Eric Holt-Gimenéz e Raj Patel con Annie Shattuck,nel loro libro “Food Rebellions! La crisi e la fame di giustizia“, pubblicato 11 anni fa, a seguito della crisi del 2008. Una situazione che si è ripetuta da marzo, costringendo tutti a ripensare ai propri consumi. Il Nobel per la Pace, poi, assegnato al Programma Alimentare Mondiale, ribadisce come il cibo debba ritornare al centro di un dibattito acceso. Trovare soluzioni a problemi complessi può aiutare ad allenare competenze fondamentali, in un tempo di instabilità climatica, economica e sociale.

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Conoscenza e responsabilità: un’economia circolare per il cibo

Affrontare con responsabilità le sfide di approvvigionamento alimentare è il primo passo per renderlo realmente sostenibile. Circa un quarto delle emissioni globali di gas serra sono riconducibili alla deforestazione, agli allevamenti intensivi e a un errato management del suolo. La minaccia per l’ambiente è evidente. Il sistema lineare di produzione è, quindi , non sostenibile e, per questo, sull’orlo del baratro.

Non tutto è perduto. Esistono, infatti, dei progetti per ristabilire una connessione reale tra consumatore e produttore. La linearità deve essere soppiantata da una visione circolare. I cinque benefici riportati dalla Fondazione Ellen MacArthur sono ambiziosi, ma non per questo impossibili.

La rigenerazione dei sistemi naturali

Rigenerazione è una parola fondamentale per i sistemi naturali. È necessario coniugare la necessità di sfamare una popolazione mondiale in continua crescita con la protezione dell’ambiente. Tecniche di produzione sostenibili, resilienti, che migliorino la qualità del prodotti e del territorio, favoriscono il miglioramento delle aree e la loro resistenza a fenomeni climatici estremi. Per questo motivo, è utile puntare sulla diversità: delle sementi e del raccolto, in modo da supportare la rotazione. L’agrobiodiversità permette di proteggere specie animali e vegetali a rischio, ma una vera condivisione di conoscenze e tecniche è ancora poco diffusa.

Dipendiamo da pochissime varietà di semi, ma esistono alcuni esempi di cambiamento. Uno di questi è il chinampa, un orto galleggiante tradizionale del Messico. Questo tipo di produzione consentiva il sostentamento di 15/20 persone all’anno per ettaro.

Combattere il cambiamento climatico

Rimediare, attenuare, adattare: questi i verbi chiave per combattere il cambiamento climatico. L’economia circolare per il cibo potrebbe ridurre le emissioni del 49% entro il 2050. Per riuscire nell’intento, bisogna concentrarsi sulla diminuzione dello spreco e dell’utilizzo di fertilizzanti chimici, optando per quelli organici, in quanto quelli usati inquinano terreni e falde. Sfruttare il potenziale degli scarti per la produzione energetica può concorrere alla svolta green. Come si legge nell’approfondimento, «ogni anno le città generano più di 2,8 miliardi di tonnellate di rifiuti alimentari e soltanto il 2% di essi ritorna a far parte del sistema».

Così, dal 2016, è nata la “Piattaforma dell’Ue sulle perdite e sugli sprechi alimentari”, per prevenire la produzione di rifiuti e minimizzare la dispersione di risorse. Ogni anno, collabora con attori chiave pubblici e privati per identificare, misurare, analizzare e trovare delle soluzioni durature per dimezzare entro il 2030 la quantità pro capite a livello di dettaglianti e consumatori.

La risposta dei clienti può essere decisiva. Uno studio condotto dalla piattaforma Ue sulle perdite e gli sprechi alimentari, pubblicata a marzo 2020, ha divulgato alcune buone pratiche messe in atto a livello locale o nazionale all’interno dell’Unione Europea, per diminuire la pressione sulle attività commerciali durante la pandemia da Covid-19. Sono molte le realtà locali, a livello europeo, che cercano di diminuire lo scarto e, allo stesso tempo, far fronte alle difficoltà economiche della popolazione. Così, sono nate iniziative come “la spesa sospesa”, che permette di regalare beni di prima necessità a chi non è in grado di permettersi di comprarli.

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Accesso a cibo nutriente

L’economia circolare per il cibo è utile anche per riconnettere le città alle periferie.

La necessità di solidità e resilienza del sistema alimentare è alla base del superamento di momenti di crisi e motore di sviluppo. Gli eventi estremi che con maggior frequenza si abbattono sul continente europeo, la siccità e le catastrofi ambientali mettono in luce l’interrelazione tra lo stile di vita e le modalità di approvvigionamento e consumo. Il valore che i cittadini europei attribuiscono al cibo è alto. Infatti, anche se le zone urbane si espandono sempre di più, i consumatori rimangono vigili sulla provenienza dei prodotti e sulla loro lavorazione. Come dimostrato dall’Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare, la preoccupazione ,data dalla presenza di additivi come coloranti, conservanti o aromi utilizzati, di ingredienti geneticamente modificati e di tossinfezioni, nel 2019, è stata elevata.

Il viaggio dei prodotti è un tassello importante della filiera alimentare. La pandemia ha compromesso le importazioni e le esportazioni, bloccando alimenti e quindi sbilanciando la domanda e l’offerta globale e riconducendole a un livello più locale. Il beneficio deve essere condiviso da tutti, indipendentemente dalla posizione geografica. La redistribuzione del surplus, inoltre, può nutrire fino a un miliardo di persone entro il 2050.

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Supporto alle comunità locali

La nuova filiera alimentare dovrà basarsi sulla resilienza dell’intero processo, attraverso un coordinamento della risposta alle crisi dei sistemi alimentari, per garantire l’approvvigionamento e la sicurezza. Si devono scardinare quelle pratiche dannose e sostituirle con approcci locali, che stimolino la rinascita dell’agricoltura anche in altre zone, come le periferie o i loro centri. Accorciare le filiere risulta benefico non solo economicamente, ma anche perché è una modalità per avvicinare il produttore al consumatore. La dicotomia città-campagna, in ambito alimentare, deve essere superata.

Anche per questo è nata l’iniziativa Green Cities, promossa dall’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO). «L’iniziativa FAO Green Cities migliorerà i mezzi di sussistenza e il benessere delle popolazioni urbane e periurbane di 1000 città in tutto il mondo entro il 2030, insieme all’ambiente urbano, rafforzando i collegamenti rurali urbani, la resilienza delle popolazioni urbane agli shock esterni e il contributo alla mitigazione dei cambiamenti climatici e all’adattamento, garantendo nel contempo l’accesso a diete sane provenienti da sistemi sostenibili.»

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Creare valore nell’economia circolare per il cibo

La sostenibilità economica non può essere tralasciata. Risparmi diretti e indiretti sono da tenere in considerazione. Interessante è il costo effettivo dei prodotti che mettiamo sulla tavola. Per ogni dollaro speso in cibo non controllato, le conseguenze sociali sono doppie, attestandosi sui due dollari. Una riduzione dei fertilizzanti e agenti chimici porta, nel breve periodo, a un miglioramento qualitativo del cibo. A lungo termine, esso è foriero di un cambiamento positivo dello standard di salute delle persone, che, quindi, potranno risparmiare in cure. Questo non solo permetterà l’elaborazione di un codice di condotta comune per le azioni di marketing, ma stimolerà pratiche sostenibili in tutte le fasi di trasformazione, minimizzando l’impiego di imballaggi e radicando modelli di business circolari.

«Dati del report ‘Cities and Circular Economy for food’ della Fondazione Ellen MacArthur riportano che  produrre alimenti con metodi rigenerativi, acquistare cibo locale, e valorizzare gli scarti alimentari potrebbe generare entro il 2050 per le città dei benefici annuali pari a 2,7 trilioni di dollari. Una cifra non indifferente alla quale si legano vantaggi anche in termini di creazione di nuovi posti di lavoro. Un esempio in Europa è la città di Bruxelles che producendo il 30% del suo cibo localmente e con metodi rigenerativi, riducendo gli scarti alimentari e trasformandone parte in compost, stima di ottenere più di 130 milioni di dollari all’anno.» riporta Caterina Ambrosini di EconomiaCircolare.com.

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Pensare a una vera economia circolare per il cibo

La sfida del cambiamento climatico deve condurre tutti gli attori a una visione condivisa di scelte radicali, magari inizialmente dolorose, ma che sono l’unica modalità per non rischiare di sprecare o mal utilizzare le risorse del nostro pianeta. Il report della MacArthur Foundation intende offrire una panoramica ambiziosa per una politica sempre più ecocentrica.

Per questo motivo, gli agricoltori e gli allevatori devono essere inclusi in un processo di innovazione, per avere gli strumenti per affrontare le nuove sfide alimentari. Se l’azione non dovesse risultare incisiva, a pagarne il prezzo più alto sarà l’intera struttura sociale, basata sul benessere e non sull’equilibrio con la natura.

La (non) riforma della PAC: il fallimento è servito

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Il Parlamento europeo ha votato a favore del compromesso sulla riforma della PAC, la Politica Agricola Comune. Partito Popolare europeo, Socialisti e democratici e Renew Europe hanno concordato una riserva di bilancio nei tre regolamenti in discussione durante la sessione plenaria della scorsa settimana. Questo voto è fondamentale per capire il futuro della transizione ecologica del Green Deal, proposto dalla Presidente della Commissione Europea, Ursula Von der Leyen. Osservare come verranno spesi i 350 miliardi di euro del prossimo bilancio settennale, un terzo dei fondi complessivi dell’UE, è importante. Greenpeace ha sentenziato la votazione, definendola come una “condanna a morte per le piccole imprese e la natura”.

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Nascita della PAC e obiettivi

Finita la seconda guerra mondiale, la scarsità alimentare dovuta alle conseguenze belliche incideva pesantemente sulla qualità della vita della popolazione europea. Garantire uno standard sufficiente a livello nazionale non risultava adeguato al risanamento dell’intero continente. Così, si decise di inserire l’agricoltura nelle competenze della Comunità Economica Europea. I target vennero sanciti nel Trattato di Roma del 1957.

Durante la Conferenza di Stresa, dal 3 al 12 luglio 1958, si gettarono le basi operative della PAC. Si decise che l’agricoltura dovesse essere considerata parte dell’economia, in modo da aumentare gli scambi intracomunitari. Riequilibrando il rapporto fra domanda e offerta agricole, si poteva consolidare il legame tra politica di mercato e politica del mercato agricola. Infine, evitando fenomeni di sovrapproduzione, sarebbe stato più facile assicurare all’agricoltura un livello di remunerazione dei capitali come negli altri settori.

Entrò in vigore nel 1962, con l’obiettivo di approvvigionare i cittadini e fornire i giusti standard di vita ai contadini, garantendo l’autosufficienza alimentare. Le sue finalità erano incentrate sull’incremento della produttività, sviluppando progresso tecnico e assicurando lo sviluppo razionale della produzione.

La policy sottostava a tre principi fondamentali. Il primo era il mercato comune, per poter commerciare all’interno dei confini comunitari beni come farina, riso, grano, zucchero, carne, vino e alcuni tipi di frutta e di verdura. Il secondo venne identificato nella preferenza o priorità comunitaria. Nel caso in cui ci fosse stato un surplus di offerta, con conseguente discesa dei prezzi, la Comunità Europea avrebbe aiutato l’equilibrio attraverso un aumento delle scorte. Infine, si stabilì la solidarietà comunitaria. Per fare ciò, si creò un Fondo europeo agricolo di orientamento e garanzia (FEOGA), così da permettere un’organizzazione meticolosa delle risorse a disposizione.

Scontri sulla PAC

Le intenzioni della PAC si scontrarono quasi subito con la frammentazione nazionale sulle politiche agricole.

Secco Leendert Mansholt, definito uno dei padri della PAC, in un suo intervento del 1970, spiegò questa differenza marcata: «sul piano nazionale, gli Stati dispensano denari che non servono a nulla, per creare imprese così piccole che condannano i propri coltivatori alla miseria mentre si espandono gli altri settori dell’economia e si accresce il livello di vita di altre categorie della produzione.

Sono stati citati esempi a sufficienza: uno Stato sovvenziona la costruzione di stalle per quindici bovini, quando una azienda redditizia deve contare su almeno quaranta capi; altri accordano facilitazioni per l’acquisto di trattori, quando la maggioranza dei trattori europei sono impiegati a poco più della metà della loro capacità reale; si sovvenziona l’acquisto delle mietitrebbie, quando il paro esistente non è utilizzato, in media, che per un terzo della sua capacità reale.»

Innumerevoli (e fallimentari) tentativi di riforma della PAC

E fu con il cosiddetto Piano Mansholt del 1968 che queste contraddizioni vennero definite chiaramente. La pubblicazione, nominata Memorandum sulla riforma dell’agricoltura nella Comunità economica europea, aveva lo scopo di riformare in modo incisivo la PAC. Da una parte, si impegnava a operare una revisione della politica di sostegno dei mercati agricoli; dall’altra, chiedeva la messa in atto di politiche socio-strutturali, per permettere a tutti gli operatori del settore di godere delle stesse opportunità lavorative e di crescita. Il suggerimento di tagliare il sostegno dei prezzi sollevò numerose critiche, tanto che il progetto venne accantonato, lasciando immutato, per tutti gli anni ’70, l’equilibrio precario su cui si mantenevano le aziende.

Non fu l’unico tentativo. Il varo del Piano Delors nel febbraio 1987 assunse un importante significato. La ratifica dell’Atto Unico, avvenuta poco tempo prima, ridava slancio alla riforma della PAC, prefiggendosi di contenere la spesa, riformare i fondi e aumentando le risorse proprie del bilancio comunitario. Mercato comune e PAC furono riassunti compresi in un più vasto pacchetto di riordino, visto l’allargamento. Affrontare le disuguaglianze regionali era necessario per aumentare la produttività e il benessere di tutto il territorio comunitario.

La riforma Fischler della PAC del 2003

La multifunzionalità, intesa come una visione ad ampio raggio di conservazione ambientale e sviluppo rurale, divenne il fulcro della nuova riforma, denominata Fischler, del 2003. Essa poneva le basi di una costruzione della PAC, che la rendesse all’avanguardia, prendendo in considerazione i diversi campi strategici di interesse. Non si poteva più prescindere da fattori quali la sicurezza alimentare, la qualità dell’ambiente e il benessere animale. Una revisione metodica degli strumenti, calcolando le conseguenze delle azioni prettamente economiche di un’UE sempre più estesa e influente a livello internazionale.

Lo stesso Commissario Fischler dichiarò durante i dibattiti del 2003 che «[la] comune aspirazione è una politica agricola coerentemente imperniata su obiettivi economici, sociali e ambientali. Questo ideale, che ancora non abbiamo raggiunto, è alla base delle proposte di riforma della Commissione. Non intendo nascondere che esistono divergenze nella valutazione e nella scelta delle misure concrete più opportune e che molti sono gli aspetti ancora da definire.»

Revisione della PAC del 2014

Nel 2014, con l’insediamento della Commissione Juncker, forte delle riforme dell’anno precedente per rendere la crescita più intelligente e inclusiva, sono stati proposti degli obiettivi strategici ancora più ambiziosi. Una produzione alimentare sostenibile, una gestione sostenibile delle risorse naturali e un’azione per il clima, attraverso uno sviluppo territoriale equilibrato sono diventati i perni della nuova riflessione europea.

La linea tracciata doveva essere implementata da strategie più complesse e articolate, adattandosi alle nuove sfide. Il 18 giugno 2018 venivano discusse al Consiglio per l’Agricoltura e la Pesca tre proposte legislative di riforma: i regolamenti sui piani strategici della Politica Agricola Comune e per il mercato comune unico, e la regolamentazione sul finanziamento, il management e il monitoraggio della PAC.

Per ripensare alla funzione della PAC sono stati elencati nove obiettivi per migliorare la qualità degli alimenti, sostenendo la produzione. Tra questi, vi sono il riequilibrio della distribuzione del potere nella filiera, la tutela dell’ambiente e il sostegno generazionale.

Le difficoltà di una vera riforma della PAC

Se ci si limitasse alla valutazione delle istituzioni europee, il quadro sarebbe confortante, se non addirittura positivo. Ma le difficoltà a raggiungere un consenso in sede sovranazionale sono marcate. Ed è per questo motivo che le riforme della PAC sono sempre state complicate da far approvare e poi attuare.

Alcune volte, proposte difficili da un punto di vista di risposta elettorale sono addossate a livello centrale europeo dai governi nazionali. Altri gruppi di interesse spingono perché si attui una legislazione che permetta loro dei benefici. Grandi associazioni nazionali, come quelle presenti in Francia e in Germania, sono riuscite, nei decenni, a imporre le proprie idee, minacciando scontri e disordini.

Se da una parte, però, la questione economica è sicuramente rilevante, dall’altra, le conseguenze dei pagamenti diretti avrebbero causato una rottura all’interno del settore agricolo, che si sentiva costretto ad accettare quelli che sembravano più una misura di welfare, che una di sostegno alla produzione. La realtà si dimostrò diversa. Proprio perché esistevano disparità enormi tra le diverse categorie di agricoltori, la nuova distribuzione dei pagamenti avrebbe, almeno in parte, colmato le enormi disuguaglianze tra piccole e grandi aziende.

Come evidenziato dall’Agenzia Europea per l’Ambiente (AEA), “Le due principali sfide cui l’agricoltura si trova a far fronte in Europa sono il cambiamento climatico e il consumo di suolo, ossia la sua conversione, ad esempio, in insediamenti e infrastrutture. Il cambiamento climatico impone l’adattamento delle varietà di colture e determina fenomeni meteorologici estremi e richiede, quindi, una significativa gestione dei rischi. Il consumo di suolo si traduce in una diminuzione dei terreni agricoli, in molti regioni.”

La nuova PAC, in teoria

La proposta di regolamento del Parlamento europeo e del Consiglio, per sostenere i piani strategici che gli Stati Membri devono redigere nell’ambito della PAC, doveva tenere in considerazione vari ambiti. Tra questi, sicuramente garantire la sicurezza alimentare, contribuendo a migliorare la risposta dell’UE alle nuove esigenze della società in materia di alimentazione e salute.

L’obiettivo era lo sviluppo di un’agricoltura sostenibile e del benessere animale, con una nutrizione più sana ed evitando gli sprechi alimentari. La nuova PAC doveva essere inserita all’interno del piano più vasto di transizione verde, il Green Deal europeo. Attraverso una strategia comune, si sarebbe arrivati a un sistema alimentare “equo, sano e rispettoso dell’ambiente”.

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La realtà dei fatti: il compromesso al ribasso

425 voti a favore, 212 contrari e 51 astenuti. Questo è il risultato delle votazioni per appello nominale del 23 ottobre alla sessione plenaria del Parlamento europeo.

Così, mentre in Italia si dibatteva sul nome da dare ai burger vegani, la PAC si allontanava sempre più dagli obiettivi del Green Deal, svuotandosi di significato. L’attenzione social non è bastata a frenare il compromesso al ribasso. Ancora una volta, le grandi lobby del Copa-Cogeca , l’associazione dei grandi agricoltori europei, ha avuto la meglio.

Chi perde, di nuovo? La natura, la biodiversità, i piccoli agricoltori.

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PAChinermi e pappagalli

Le decisioni assunte dal Parlamento europeo si discostano dalla transizione verde. Visto che il 60% dei fondi PAC potrà essere destinato a pratiche anche non agroecologiche, non si fermerà l’utilizzo sconsiderato di fertilizzanti e pesticidi. La conversione green è, nuovamente, rallentata. Ancora una volta, le grandi aziende beneficeranno dell’80% dei sussidi.

Inoltre, i siti Natura 2000 potranno essere destinati all’aratura, diventando prati permanenti, tranne in poche eccezioni.

Infine, per affossare ancora di più la situazione già poco rosea, ecco che, a fronte di un’approvazione di un emendamento sulla connessione tra PAC e accordo di Parigi, ne sono stati bocciati dieci che auspicavano un avvicinamento ai target del Green Deal.

Nota positiva è la “condizionalità sociale”, ossia l’azzeramento dei fondi a quegli agricoltori che non concedono giusti contratti di lavoro.

E ora? Il movimento #WithdrawTheCAP, per una vera riforma della PAC

«Il cibo ci rimanda […] a tutte le questioni del giorno: ci parla del nostro rispetto per noi stessi, della nostra capacità di conversare con gli altri, della nostra attenzione verso i più deboli, dei rapporti di genere, della nostra apertura al mondo, della condizione delle nostre leggi, del nostro rapporto con il lavoro, con la natura, con il clima e con il mondo animale. Il cibo ci parla, meglio di ogni altra cosa, delle disuguaglianze tra coloro, sempre più rari, che possono ancora mangiare sano e tutti gli altri.» Così scrive Jacques Attali nel suo libro “Cibo. Una storia globale dalle origini al futuro”.

Il voto della scorsa settimana deve essere rivisto. Per questo motivo, è necessaria una mobilitazione sociale. Non si può continuare a minimizzare l’impatto che la filiera alimentare ha nella nostra società ed economia. Disinteressarsi significa non prendere posizione su un aspetto che è indispensabile per la sopravvivenza del genere umano e del pianeta terra.

Bas Eickhout, eurodeputato verde, ha sottolineato come « Le catene di approvvigionamento più corte, i pagamenti adeguati e i posti di lavoro sicuri possono rendere la politica agricola europea un modello per alimenti sani, prodotti localmente e venduti. Questa riforma della PAC impedirà ai paesi dell’UE di spendere di più per misure ambiziose per proteggere il clima e l’ambiente e migliorare il benessere degli animali. »

Associazioni di categoria, piccoli produttori e ambientalisti si sono riuniti con l’hashtag #WithdrawTheCap -ritirate la PAC- per sensibilizzare e iniziare un dialogo costruttivo. Rendere la PAC sostenibile è necessario. Non è più il tempo di tergiversare.

Coronavirus: compriamo locale e di stagione. Ora più che mai

Non è stato difficile, da parte dei media ma anche da chi quei momenti li ha vissuti davvero, paragonare questo periodo di restrizioni a causa del coronavirus a ciò che avveniva durante e dopo le due guerre mondiali. Coprifuoco, limitazioni alla libera circolazione, preoccupazione per i propri cari, ospedali pieni, medici costretti a prendere decisioni indicibili, le sirene delle ambulanze che sfrecciano a ogni ora del giorno e della notte su strade vuote, lasciando un vuoto anche in noi stessi ad ogni passaggio.

Noi stiamo un po’ meglio

Sono però abbastanza sicura che, se chiedessi a mio nonno quanto il paragone con la guerra sia azzeccato, mi risponderebbe che no, non è la stessa cosa. Tolto, ovviamente, il settore ospedaliero il quale, purtroppo o per fortuna, non si trova pienamente all’interno del nostro raggio di consapevolezza.

Mio nonno ci raccontava sempre una storia che, ora me ne rendo conto, aveva il secondo fine di educare me e i miei fratelli alla parsimonia e alla gratitudine. Come regalo della prima comunione, egli aveva ricevuto il permesso di mangiare un uovo intero, senza doverlo dividere con i suoi otto fratelli.

Ecco la differenza: per il momento noi, di uova, possiamo mangiarne quante ne vogliamo. Dobbiamo solo avere l’accortezza di comprarle una volta alla settimana, di stare a distanza dalle persone e, se siamo tra i fortunati che sono riusciti ad accaparrarsela, indossare una mascherina. Infine, se è possibile, comprarle dal contadino di fiducia, oppure controllare che provengano da un allevamento vicino alla nostra città. Di seguito vi spiego il perché.

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La crisi del settore turistico

Uno dei più temibili effetti di questa epidemia in Italia è quello che ha colpito il settore turistico. Chi ci fa visita ama comprare il cibo locale e vivere la vera “Italian experience“. Certo, qualcuno viene abbindolato da falsi “local restaurants” che di local hanno ben poco.

Ma, con i numeri del turismo registrati in Italia, possiamo essere certi che molti viaggiatori hanno un ruolo importante nel supportare i veri local shops. Secondo l’Istat nel 2018 gli esercizi ricettivi italiani hanno registrato circa 428,8 milioni di presenze e 128,1 milioni di arrivi, raggiungendo il massimo storico. Questi numeri hanno reso l’Italia il terzo Paese in Europa per numero di turisti, dopo Spagna e Francia.

E adesso? Il nulla. Milioni e milioni di persone bramose di assaggiare le specialità italiane sono sparite nel giro di pochi giorni. Una grande tristezza per tutti, una rovina per molti.

No ristoranti, no fornitori

Un altro effetto negativo dell’epidemia di coronavirus è quello della chiusura di bar e ristoranti. All’inizio era una decisione presa dai locali stessi per tutelare le loro attività.

Dovendo infatti mantenere delle rigide regole di orari e gestione della clientela, come ad esempio la distanza di un metro tra le persone, molti hanno preferito non rischiare multe salate, o non essere la causa di contagi evitabili. Tantissime attività, quindi, hanno chiuso le serrande ben prima della decisione del premier Conte di chiudere qualunque bar, locale e ristorante d’Italia.

Anche questo provvedimento sta avendo un effetto disastroso sui produttori locali. Molti ristoranti infatti, se di discreta qualità, utilizzano ingredienti di prima scelta, locali e di stagione, per dare al cliente la migliore esperienza culinaria possibile. I piccoli fornitori, quindi, che si sono trovati l’osteria di fiducia chiusa per un mese, hanno perso gran parte della loro clientela fissa, registrando un crollo delle vendite mai visto prima.

Un settore piegato alle grandi catene

Secondo il rapporto FIPE (Federazione Italiana Pubblici Servizi), nel 2017 in Italia vi erano 333.647 attività di ristorazione. Si può solo immaginare quanti produttori e fornitori hanno risentito della loro chiusura repentina. In più, l’Italia stava andando già incontro a una crisi importante nella ristorazione, che ha visto cessare in un anno 26.000 attività di ristorazione a fronte delle 13.600 avviate. Questo significa 34 attività che ogni giorno abbassano la saracinesca.

Spesso, poi, queste sono proprio le attività più piccole e locali le quali, con l’aumentare della concorrenza delle grandi catene, non riescono a tenerne il passo. Questo è dovuto anche al cambiamento delle abitudini di consumo da parte dei fruitori.

Per esempio, è più facile che chi si trova a Milano voglia andare in una caffetteria di moda come Starbucks piuttosto che in una un po’ più nascosta, meno in voga, anche se più “locale”. E non serve un’inchiesta giornalistica per verificarlo. La fila lenta e perenne davanti a Starbucks l’ho vista con i miei occhi, e il locale non sembra essere nemmeno molto piccolo.

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La vittoria schiacciante dei supermercati

Adesso che gli italiani non escono più a mangiare, voi direte, saranno costretti a fare più spesso la spesa. I produttori, quindi, dovrebbero anzi registrare un aumento nelle vendite.

In effetti, prima di questa emergenza i consumi alimentari fuori casa erano il 36% del totale e avevano un valore di 43,2 miliardi di euro. Il problema, però, è che anche stando a casa gli italiani prediligono di gran lunga rifornirsi al supermercato. Secondo una ricerca del Censis sono 45 milioni le persone che si riforniscono nella grande distribuzione, ovvero il 75% della popolazione.

E’ stato anche appurato come il settore della grande distribuzione alimentare sia uno di quelli che più ha beneficiato dell’avvento del coronavirus, insieme a quello farmaceutico e del commercio online. Si stima infatti che, se l’epidemia continuasse a tormentare l’Italia anche dopo l’estate, i guadagni del suddetto settore passerebbero dai 108 miliardi del 2019 a 132 miliardi nel 2020. Se quindi i piccoli produttori locali già soffrivano per la concorrenza con i supermercati, oggi questa concorrenza è salita alle stelle.

Uno dei motivi, comprensibili, per i quali le persone preferiscono la grande distribuzione è quello di fare abbondante scorta di beni, così da non uscire di casa più del necessario. L’altro lato della medaglia, però, vede il formarsi di una concentrazione di persone altissima, sia fuori che all’interno dei supermercati, molto rischiosa sia per noi che per i dipendenti, esposti ogni giorno a una enorme quantità di potenziali infetti. I supermercati, inoltre, sono spesso distanti dai quartieri abitati, richiedendo così più e, quindi, contatti.

Il problema dei supermercati è anche l’utilizzo spropositato della plastica negli imballaggi

Cambiare le nostre abitudini

Questo potrebbe accadere anche all’interno dei piccoli negozi locali, certo. Qui, allora, entrano in gioco le nostre abitudini di consumo, alimentari e non, che il coronavirus potrebbe spronarci a cambiare. Se decidiamo di comprare meno e meglio, infatti, ridurremo automaticamente anche le nostre uscite.

Se l’andare al supermercato è la conseguenza del non saperci privare degli alimenti industriali, confezionati e pronti, che ci bastano per pochi giorni e ci svuotano il portafogli, allora non è più giustificabile. Un esempio sono gli snack e le bibite, ma anche, per esempio, i prodotti di bellezza. Ancora peggiori sono i prodotti esotici tanto in voga, come l’avocado, senza il quale non è possibile postare una foto con la descrizione “#iorestoacasa e mangio healthy” , mentre l’economia italiana collassa all’ombra di quello stesso avocado.

Utile, invece, ridurre la quantità di cibo che mangiamo e prediligere la qualità e la località. Dai fruttivendoli non ci saranno gli avocado e le fragole incolore e insapore, scongelate e conservate in una scatola di plastica. Non ci saranno interi scaffali di cibi pronti e la scelta sarà tra poche, semplici materie prime. Però sappiamo tutti che qui è possibile trovare alimenti più sani, magari biologici, di stagione, con la filiera corta e che supportano l’agricoltura italiana.

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Fatelo per l’Italia

Questo titolo suona forse anacronisticamente patriottico. Ma è un dato di fatto che l’Italia e il resto del mondo dovranno affrontare una grave crisi economica, durante e anche dopo il coronavirus. E noi cittadini, in quanto dipendenti da quella economia, dobbiamo fare la nostra parte per salvare il salvabile. Supportare i produttori italiani, quindi, non può che portare beneficio.

Sembra che ne avremo un grande bisogno anche perché, proprio mentre scrivo, le frontiere di tutto il mondo stanno chiudendo. Per adesso il blocco non riguarda le reti commerciali, nonostante alcuni opinionisti ritengano che dopo il coronavirus le catene di approvvigionamento saranno spostate più vicino “a casa” piuttosto che dislocate in terre lontane.

La salute prima di tutto, anche del pianeta

Al momento, inoltre, moltissime persone coinvolte nel settore del commercio internazionale stanno ancora lavorando, stanno entrando in contatto tra loro e stano viaggiando tra una nazione e l’altra. Penso ai piloti di aerei, treni e navi che si occupano del trasporto delle merci e che rischiano di prendere il coronavirus, oltre che di diffonderlo.

Se blocchiamo queste attività cambiando le nostre abitudini di acquisto, certamente molti perderanno il lavoro e l’economia mondiale ne risentirà, ma quello a cui bisogna pensare, come dimostrano i sacrifici che tutti noi ad oggi stiamo facendo, è la nostra salute. E se questo cambio di rotta e queste nuove misure continueranno anche dopo l’emergenza sanitaria e porteranno a meno trasporti, meno emissioni, più qualità e più territorialità, sicuramente l’ambiente ringrazierà. Perché, quindi, non prepararci e abituarci già adesso?

Scelte etiche anche al supermercato

Comunque, ci tengo a specificare che, se non avete la possibilità di evitare il supermercato, oppure non conoscete un produttore locale, o ancora quello che si spaccia per produttore locale è in realtà un rivenditore di prodotti industriali, non disperate. Al di là che si stanno sviluppando servizi di spesa a domicilio molto efficienti, sia dai grandi supermercati sia dai piccoli produttori, i quali possono prevenire moltissimi potenziali contagi da coronavirus.

Anche al supermercato si possono fare scelte più etiche di altre. Per esempio, acquistare prodotti con certificazioni di provenienza, che abbiano una filiera corta e che, di conseguenza, siano italiani. Ma anche e sopratutto scegliere materie prime e di stagione, non cibi già pronti o scongelati. Dopodiché potete potete postare con cuore più leggero una foto del vostro piatto.

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