Europee 2019 – L’ambiente nei programmi elettorali: Europa Verde

Europa verde

Manca meno di un settimana alla chiamata alle urne per eleggere il nuovo Parlamento Europeo per il quinquennio 2019-2024. In un periodo politicamente, socialmente ed economicamente tumultuoso come quello attuale è particolarmente importante fare scelte consapevoli. Soprattutto per quel che riguarda l’ambiente. Per questo noi di L’Ecopost abbiamo deciso di presentarvi un riassunto degli obiettivi in materia d’ambiente dei programmi dei maggiori partiti politici candidati alle elezioni per l’Italia. In questo articolo analizziamo Europa Verde.

Europa Verde: un’introduzione

Europa Verde non è un partito ma una lista, contenente al suo interno Possibile e la Federazione dei Verdi (o semplicemente i Verdi). Un nuovo esperimento politico insomma. Oltre all’ecologismo, i credo che caratterizzano questo schieramento politico sono l’europeismo, la solidarietà e la parità dei sessi.

Possibile

I colori e il logo di Associazione Possibile
Il logo di Possibile è formato da un cerchio color lampone (il colore centrale dell’immagine) con due linee parallele e orizzontali a rappresentare il simbolo dell’uguale e il nome “POSSIBILE” immediatamente sotto.

Nasce nel 2013 da una costola militante del Partito Democratico, con il nome di Associazione People, per passare poi a Possibile un anno dopo. Al momento del passaggio da associazione a partito politico a tutti gli effetti, Giuseppe Civati, fuoriuscito dal PD, viene eletto primo Segretario nel 2016 in seguito a un congresso. Segreteria durata poco più di due anni. Il partito si dichiara promotore dei “valori della democrazia, dell’antifascismo, della partecipazione, dell’uguaglianza e della concorrenza, della laicità e dello svolgimento delle funzioni pubbliche nell’esclusivo interesse dei cittadini, rispettando e promuovendo i principi e le regole dell’etica pubblica“.

Federazione dei Verdi

Logo "Sole che ride" dei Verdi italiani
Logo dei Verdi italiani con lo storico simbolo del Sole che ride, originario del Movimento antinucleare danese e donato al partito italiano dal leader radicale Marco Pannella.

Non vanta una storia politica né particolarmente di successo, né priva di contraddizioni. Nati negli anni 80′, hanno inizialmente goduto di un significativo supporto elettorale (anche grazie al disastro di Černobyl’), raccogliendo oltre il milione dei voti alle prime elezioni europee (1989) e un milione alle elezioni parlamentari del 1996. Da allora il partito è affossato nel quasi totale anonimato dello spettro nazionale, non riuscendo più a eleggere onorevoli in parlamento, anche a causa di una certa instabilità politica che li ha visti associarsi a varie formazioni durante gli anni, sempre all’interno della cosiddetta sinistra. Il loro consenso è andato quasi scomparendo (a differenza di quanto accade nei paesi del centro e del nord d’Europa). Specialmente nell’ultimo decennio con l’entrata in scena del Movimento 5 Stelle che anche sulle tematiche ambientali ha costruito il suo sostegno iniziale.

“Non c’è un Pianeta B, non c’è una lista B” – il programma di Europa Verde

Europa Verde è affiliata all’European Green Party (Partito Verde Europeo), di cui ha sottoscritto il Manifesto Comune, in cui è contenuta la propria visione politica. Il che lo rende un partito transnazionale, con una visione d’europa globale e non limitata ai confini nazionali.

L’ambiente è uno, il primo, dei dodici punti in cui si suddivide il programma. Il tema principale non poteva che essere il cambiamento climatico. La risposta è l’energia rinnovabile al 100% e l’economia a zero emissioni (-55% entro il 2030). L’eliminazione graduale di energia da fossile e nucleare e la cessazione immediata dei sussidi per queste due fonti energetiche, i quali verrebbero poi rigirati sui finanziamenti a soluzioni sostenibili (p.e. efficienza energetica, treni transfrontalieri e agricoltura sostenibile).

Tra le richieste vi sono una legge sul clima che preveda bilanci di carbonio vincolanti e il ripristino di carbonio nelle foreste e nel suolo, così come un prezzo minimo considerevole sul carbonio nel sistema di scambio delle quote di emissioni (per controbilanciare i Paesi non UE che si rifiutano di limitare le emissioni). Anche il fracking (le trivellazioni per l’estrazione di risorse energetiche fossili dal sottosuolo) sarà bandito.

Gli altri punti sono: trasporti; ambiente e protezione della natura; economia circolare; agricoltura, cibo e animali; e giustizia ambientale.

12 punti del programma di Europa Verde
I punti programmatici di Europa Verde alle elezioni europee del 26 maggio 2019

Trasporto

L’ampliamento del trasporto su rotaia e le attuali rotte navali rappresentano l’alternativa migliore per non evitare ulteriori danni. Sia per il trasporto di persone che di merci. I treni dovranno essere più accessibili e convenienti, inclusi treni veloci e notturni. I veicoli di qualsiasi tipo dovranno diventare a zero emissioni.

Ambiente e protezione della natura

La protezione ambientale passa per l’agricoltura sostenibile, la messa al bando di sostanze chimiche pericolose, l’espansione delle aree protette (+20% di aree marine protette), e la lotta al disboscamento insostenibile e illegale, con l’aiuto di nuove norme e nuovi, più efficaci strumenti. I combustibili pesanti vietati nelle regioni artiche e antartiche.

Economia circolare

Lotta all’usa&getta (“La nostra attuale economia si basa sul ciclo seguente: si prendono le risorse dalla natura, si fabbricano prodotti, si usano e si buttano via” dal Manifesto Comune), con prodotti con una vita e una garanzia più lunga e facili da riparare. Tassazione o divieto d’utilizzo delle materie plastiche non riciclabili e aumento del riciclaggio e del riutilizzo. Limiti per l’esportazione di rifiuti e tasse sull’estrazione e l’importazione di materie prime.

Agricoltura, cibo e animali

Riforma della Politica agricola comune europea (PAC) verso soluzioni sostenibili, come il biologico e le agro-ecologie. Salvare le api, rivitalizzare le aree rurali (e stop all’espansione urbana) e mettere in sicurezza gli alimenti. Condizioni eque e meritocratiche per gli agricoltori. Niente più pesticidi nocivi. Maggiore trasparenza e rintracciabilità del prodotto e promozione di un’alimentazione con meno carne e più vegetali.

Stop periodico e categorico alla pesca. Soppressione della pesca a strascico di fondo e altre metodologie dannose per gli ecosistemi. Stop al maltrattamento degli animali, al trasporto di animali su lunga distanza, agli allevamenti da pelliccia, ai sussidi alla zootecnica industriale. Agli animali da allevamento dovrebbe essere garantita una vita il più naturale possibile.

Giustizia ambientale

Istituzione di un tribunale internazionale per l’ambiente che si pronunci sulle violazioni più gravi. Promozione del diritto all’informazione e dell’accesso alla giustizia ambientale per tutta la società civile. Grandi opere possibili solo se in accordo con comunità locali.

Il commento sul programma ambientale di Europa Verde

Questo punto programmatico può apparire scontato per chi si interessa di ambiente (e legge L’Ecopost), ma non lo è. Infatti l’effettiva realizzazione di questi obiettivi, sempre più centrali nel dibattito politico di molti paesi europei ed extraeuropei, richiede una coesione e una volontà ferree. Tutto il resto sono delle misure incidentali. Senza questo cambio di marcia qualunque politica sarà limitata nel tempo, poiché il pianeta non sarà più lo stesso.

Festival dello Sviluppo Sostenibile: in partenza la terza edizione

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Di cosa tratta il Festival?

Dal 21 maggio al 6 giugno 2019 si terrà il Festival dello Sviluppo Sostenibile. Questa manifestazione, giunta alla terza edizione, mira a sensibilizzare e mobilitare la comunità sui temi della sostenibilità economica, sociale e ambientale. Tra i punti focali vi è la promozione della costruzione di un mondo sostenibile attraverso il dialogo e il confronto tra i cittadini, le amministrazioni, le università, le imprese e la società civile.
L’iniziativa è realizzata dall’ASviS, ovvero l’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile che riunisce oltre 200 organizzazioni del mondo economico e sociale. Più di 600 sono gli eventi organizzati per questa edizione 2019. La missione del Festival è quella di far crescere la consapevolezza dell’importanza degli Obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite. Questa si svolge nell’arco di 17 giorni, tanti quanti sono gli obiettivi.

“Mettiamo mano al nostro futuro”

Il messaggio lanciato dall’ASviS in questa edizione è “Mettiamo mano al nostro futuro”. Il portavoce Enrico Giovannini afferma che questo appello «chiama all’azione tutti, sia individuale sia collettiva, perché la sensibilità verso la sostenibilità è in aumento, sempre più cittadini chiedono politiche per lo sviluppo sostenibile, consapevoli ormai che siano l’unica strada
per garantire crescita e benessere».
Inoltre, la grande partecipazione nelle passate edizioni, come riportano i dati pubblicati sul sito dell’ASviS, indica che la popolazione italiana stia mostrando sempre più un maggiore interesse gli Obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Onu. Nell’edizione del 2018 ci sono stati 702 eventi e una grandissima diffusione mediatica.

Gli appuntamenti dell’ASviS

Il 21 maggio ci sarà l’inaugurazione della manifestazione, con il primo dei tre eventi dell’ASviS, presso l’Auditorium Parco della Musica di Roma con il convegno “Per un’Europa campionessa mondiale di sviluppo sostenibile”. Saranno presenti figure di spicco, quali il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, il Governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco ed altri esponenti internazionali. Il primo appuntamento si concluderà con il concerto dei musicisti della European Union Youth Orchestra.
Il 22 maggio si svolgerà a Milano presso l’Auditorium di Assolombarda il convegno “Le imprese e la finanza per lo sviluppo sostenibile. Opportunità da cogliere e ostacoli da rimuovere”. Prenderanno parte importanti esponenti e organizzazioni del mondo imprenditoriale.
Infine, il terzo appuntamento del 6 giugno, “Italia 2030: un paese in via di sviluppo sostenibile”, si terrà alla Camera dei Deputati. In più, durante quest’ultimo evento saranno esposti i risultati ed i progetti sviluppati nell’arco dell’intera manifestazione.

Dunque, il Festival sarà un vero e proprio palcoscenico per il confronto e il dialogo tra tutti gli strati della società. Perciò, chiunque avrà interesse potrà partecipare ad uno o più dei centinaia di eventi in tutta Italia.

Lotta ai cambiamenti climatici: l’Italia si chiama fuori

Presidente del consiglio Conte a Sibiu

Il 9 maggio a Sibiu, in Romania, si è tenuta una riunione a cui hanno partecipato i rappresentanti di 27 paesi facenti parte dell’Unione Europea. Per l’Italia ha presenziato il premier Giuseppe Conte. Lo scopo di questo incontro era quello di discutere sul futuro comune post Brexit. Tuttavia, dopo che ogni decisione finale sul tema è stata prorogata al mese di Ottobre, alcuni Stati membri hanno colto l’occasione per presentare al consiglio un paper che sottolineasse l’importanza di iniziare a prendere serie contromisure contro i cambiamenti climatici.

Gli 8 paesi firmatari di questo documento, che è stato pubblicato e analizzato dall’Independent, sono Belgio, Danimarca, Francia, Lussemburgo, Paesi Bassi, Portogallo, Spagna e Svezia. Germania, Polonia e, purtroppo per noi, Italia hanno invece deciso di non sottoscrivere questa richiesta. Un’ulteriore occasione persa da parte del Governo italiano per dimostrare di essere in grado di prendere scelte coscienziose e non volte solamente a scopi propagandistici.

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Cosa chiedono gli 8 Stati firmatari

Il modo migliore per riassumere il contenuto del documento, intitolato “Non paper on Climate for the Future of Europe”, è racchiuso nello slogan ambientalista “agire ora”. Scendendo più nel dettaglio la richiesta fatta dagli 8 paesi sopra elencati è quella di azzerare le emissioni di gas serra dei paesi membri “al più tardi” entro il 2050. Se infatti, in precedenza, tutti gli accordi sul clima prevedevano di farlo “entro” il 2050, questa volta sono state invece utilizzate per la prima volta le parole “at latest”. Un cambiamento tanto piccolo quanto significativo che sta a sottolineare la grande ambizione dei paesi firmatari in merito ai temi legati al cambiamento climatico.

Ecco una parte del testo del documento: “Sarà cruciale reindirizzare i flussi finanziari verso l’azione climatica. Il budget europeo, attualmente in negoziazione, sarà uno strumento fondamentale in questo senso. Almeno il 25% delle spese dovranno essere indirizzate verso progetti che vogliono combattere il cambiamento climatico. Il budget non dovrà in alcun modo finanziare ogni qualsivoglia politica che vada contro questo obiettivo.”

Un’occasione persa dall’Italia per schierarsi sul tema dei cambiamenti climatici

Che il Ministro dell’Interno Matteo Salvini ed il suo partito non prendano in considerazione uno dei problemi che più minaccia la vera sicurezza delle future generazioni non è una novità. Già nel momento in cui il Parlamento Europeo ha dovuto esprimersi sull’accettazione dei target inseriti nel Paris Agreement, tutti gli esponenti della Lega avevano votato contro questo provvedimento. Tuttavia tra le principali battaglie del Movimento 5 Stelle, prima di iniziare a governare, c’era proprio quella dell’ambiente. Propositi che, alla luce di quanto visto dall’inizio di questo governo, sono rimasti solo parole.

In un mese in cui il comune di Acri, l’Irlanda ed il Regno Unito hanno dichiarato lo stato di emergenza climatica, l’Italia mette in cascina un’altra pessima figura a livello internazionale. Il treno per la transizione ecologica sta per partire. I movimenti ecologisti, su tutti Extinction Rebellion e Fridays For Future, si stanno espandendo giorno dopo giorno. I democratici negli USA inneggiano ad un Green New Deal. La Nuova Zelanda ha approvato un documento per azzerare le proprie emissioni di CO2 il prima possibile. E molti paesi dell’UE stanno spingendo per accelerare il cambiamento verso un’economia a basso impatto ambientale.

Il governo gialloverde è invece colpevole di un silenzio assordante sul tema. Ignorare l’argomento non farà sparire nè il problema, né tanto meno l’evidenza scientifica che sta guidando le scelte di governi più coscienziosi. Risulta utile inoltre ricordare che l’Italia è uno dei paesi che subirà maggiormente le conseguenze dei cambiamenti climatici. Mettere la testa sotto la sabbia è dunque un atteggiamento imperdonabile, soprattutto per chi dovrebbe avere come priorità assoluta quella di fare il bene del proprio paese. Se non vogliamo rimanere indietro, per l’ennesima volta, occorre darsi una mossa.

Il comune di Acri ha dichiarato lo stato di emergenza climatica

La buona notizia arriva dalla Calabria. Più precisamente dal Comune di Acri, in provincia di Cosenza. Il consiglio comunale di Acri. tenutosi in data 29 aprile 2019, ha posto all’ordine del giorno la dichiarazione dello stato di emergenza climatica. Decisiva l’influenza dei ragazzi di Fridays For Future – Acri che, nella giornata del 15 marzo durante lo sciopero mondiale per il futuro, hanno riempito le piazze della città attirando l’attenzione dei politici e dei media locali. La mozione è stata approvata in modo unanime ed è la prima nel suo genere nel nostro Paese. In tutta Europa, invece, le municipalità che hanno già ufficializzato un provvedimento del genere sono più di 200.

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La speranza è che presto anche gli organi statali annuncino un provvedimento simile. Rossella Muroni, di LeU, ha dichiarato di voler presentare alla Camera “una mozione per dichiarare l’emergenza climatica anche in Italia e impegnare il governo su fronti strategici quali: energia, trasporti, edilizia, uscita dai sussidi fossili e stop al consumo delle risorse naturali”.

I punti del Comunicato di Acri sulla dichiarazione di emergenza climatica

All’interno del provvedimento, scaricabile al link, la giunta dichiara che:

  • A livello politico non è stato fatto abbastanza
  • Occorre modificare le abitudini di consumo
  • Occorre orientare le scelte dei governi, dei mercati e delle imprese verso una maggiore sostenibilità ambientale
  • Approva il report dell’IPCC dell’8 ottobre 2018
  • Riconosce nella lotta al cambiamento climatico e alle relative conseguenze un ruolo di massima priorità all’interno dell’agenda politica.
  • Di attenersi alle direttive del Paris Agreement

La prima di una lunga serie?

La prima pietra, dunque, è stata riposta anche nel nostro paese. Ed a farlo è stato un piccolo comune del cosentino di 20.000 abitanti. Nonostante il silenzio sui cambiamenti climatici da parte dei più importanti personaggi politici sui cambiamenti climatici del nostro paese c’è ancora chi crede nella politica come uno strumento per fare del bene, per prendere decisioni che servano a migliorare la qualità della vita della collettività.

Ora, sperando che in tanti seguano l’esempio di Acri e del Regno Unito, non resta che passare dalle parole ai fatti. Senza dimenticare che per spingere in questa direzione serve l’apporto di tutti. Intanto mancano meno di 20 giorni al secondo sciopero globale per il clima previsto per il 24 maggio, a cui prenderanno parte più di 3.000 piazze in tutto il mondo. Un numero destinato a crescere, sempre di più. Fino a quando non avranno ascoltato.   

Nuovo report ONU: più di 1 milione di specie a rischio estinzione

Ad affermarlo è l’Intergovernmental Science-Policy Platform on Biodiversity and Ecosystem Services. L’IPBES è un ente dell’ONU che si occupa dello studio dello stato di salute degli ecosistemi e della biodiversità a livello mondiale. Questo organo ha la stessa natura dell’IPCC, l’ente delle Nazioni Unite che studia i cambiamenti climatici, responsabile della stesura del report uscito nell’ottobre scorso che ha potenziato la portata di movimenti come Fridays For Future e Extinction Rebellion. Questo documento costituisce un ulteriore allarme lanciato da parte della comunità scientifica riguardo al pessimo stato di salute in cui verte il sistema Terra. Mai nella sotria dell’uomo così tante specie sono state a rischio estinzione.

Un declino pericoloso e senza precedenti

Queste le parole usate dall’IPBES per riassumere il contenuto del documento. Lo studio è stato condotto da 145 esperti di 50 nazionalità diverse ed ha ricevuto il contributo di altri 310 autori. Per condurlo sono stati necessari 3 anni. I dati su cui si basa sono stati presi da 15.000 fonti scientifiche o istituzionali. Secondo l’ente questo è il “più grande e comprensivo studio mai effettuato sul tema”. Il presidente dell’organizzazione, Robert Watson, ha parlato di “un’evidenza schiacciante che ci ha permesso di constatare uno scenario nefasto”.

E aggiunge :”La salute degli ecosistemi su cui tutte le specie viventi dipendono, noi compresi, si sta deteriorando più velocemente che mai. Stiamo erodendo le vere e proprie fondamenta della nostra economia, dei nostri stili di vita, della sicurezza alimentare, della salute e della qualità della vita a livello mondiale”. L’ultimo report dell’ONU sul tema delle specie in via d’estinzione risaliva al 2005 e questo diventa dunque il documento più autorevole della storia dell’umanità in merito all’argomento dell’estinzione di massa delle specie a cui stiamo assistendo oggi.

Il riassunto del documento ONU sull’estinzione delle specie

  • Circa 1 milione di specie di animali e piante sono minacciate dall’estinzione, una quantità mai vista prima nella storia dell’umanità
  • La quantità di specie autoctone nella maggior parte degli habitat terrestri è calata in media del 20%. Per gli anfibi questa percentuale sale al 40%, per i coralli è del 33%, per i mammiferi marini del 30%, per gli insetti del 10%. Almeno 680 specie di vertebrati si sono estinte dal 1600.
  • Le principali cause sono, in ordine di importanza, un cambiamento nell’utilizzo di superficie terrestre e marina, sfruttamento diretto degli organismi, cambiamento climatico, inquinamento ed inserimento di specie non autoctone negli habitat.
  • Con un ulteriore aumento della temperatura media globale il cambiamento climatico diventerà la causa principale di queste perdite.
  • Il trend negativo registrato per quanto riguarda la salute degli ecosistemi e la biodiversità inciderà sulla possibilità di raggiungere l’80% (35 su 44) dei target stabiliti secondo gli obiettivi di sviluppo sostenibili andando ad acuire problemi come povertà, fame, salute, acqua, città, clima, oceani e terreno. La perdita di biodiversità non è un problema relativo solo all’ecologia ma avrà anche riscontri sullo sviluppo, l’economia, la sicurezza, le questioni sociali e morali.
  • I principali indicatori che vanno di pari passo con la perdita di biodiversità sono l’aumento della popolazione mondiale, il consumo di risorse pro capite, l’estrazione delle risorse e l’incremento della produzione.
  • Circa il 75% dell’ambiente su terraferma e il 66% di quello marino sono stati significativamente alterati dalle azioni umane. In media questi trend sono molto più negativi nelle aree in cui vivono popolazioni indigene o comunità locali.
  • Più di un terzo delle risorse del pianeta e circa il 75% dell’acqua dolce sono utilizzati per monocolture o allevamenti.
  • Il valore della produzione agricola è cresciuto del 300% rispetto al 1970. Circa 60 miliardi di tonnellate di risorse, rinnovabili e non, vengono estratte dal pianeta ogni anno. Il doppio rispetto al 1980.
  • La degradazione del suolo ha ridotto la produttività della superficie dei terreni del 23%. Circa 577 miliardi di dollari di prodotti agricoli sono a rischio a causa della perdita degli impollinatori.
  • Tra i 100 e 300 milioni di persone hanno visto aumentare il rischio di essere colpite da alluvioni e uragani a causa della perdita degli habitat costieri che li proteggono.
  • Nel 2015 il 33% delle specie di pesci sono stati pescati a livelli non sostenibili. Il 60% sono state sfruttate a livelli massimali. Solo il 7% delle specie è stato pescato a livelli sostenibili.
  • Le aree urbane sono più che raddoppiate dal 1992.
  • L’inquinamento da plastica è decuplicato rispetto al 1980. Tra i 300 e i 400 milioni di tonnellate di metalli pesanti, solventi, rifiuti tossici e altri scarti provenienti dalle attività industriali vengono gettati ogni anno in acqua. I fertilizzanti immessi negli ecosistemi costieri hanno prodotto più di 400 zone morte per un totale di 245.000 chilometri quadrati, un’area più grande del Regno Unito.

Non è troppo tardi per cambiare

Lo stesso Watson ci tiene però a precisare che “non è troppo tardi per fare la differenza, ma bisogna iniziare ora un cambiamento a tutti i livelli della società, sia globale sia locale. Grazie ad un cambio di direzione netto la natura può ancora essere conservata, ristabilita ed usata in modo sostenibile. Un cambiamento su tutti i fronti, grazie ad una riorganizzazione di tutti i sistemi che si può raggiungere tramite fattori economici, tecnologici e sociali, includendo anche un cambio dei paradigmi, dei valori e degli obiettivi di ognuno”. L’ostacolo più grande verso il cambiamento è riconosciuto dall’IPBES in coloro che hanno i maggiori interessi nel mantenimento dello status quo. L’ente dell’ONU ha dichiarato inoltre che questa opposizione possa essere sovrastata soltanto se verrà riconosciuta dall’opinione pubblica la necessità di mettere l’interesse dei molti di fronte a quello dei pochi.

La risposta di Greta

La notizia non è sfuggita alla giovane Greta Thunberg che, rilanciando un articolo della rivista scientifica “Nature”, ha commentato così: “Dove sono le breaking news? Gli speciali dei telegiornali? Le prime pagine? Dove sono le riunioni di emergenza? I summit per la crisi? Cosa potrebbe essere più importante? Stiamo fallendo ma non è ancora tutto deciso. Possiamo ancora mettere le cose a posto. Ma non se continuiamo come oggi. In tal caso non avremmo una chance”. Come al solito la giovane attivista svedese non ha avuto peli sulla lingua, denunciando il silenzio dei media riguardo al collasso ecologico del pianeta.

Nei giorni in cui usciva questo report non c’è traccia di esso in nessuna delle prime pagine delle testate nazionali, né nella giornata di ieri né in quella di oggi, con l’unica eccezione costituita da “La Repubblica” del 7 maggio. Eppure un trafiletto della parte alta della “front page” del Corriere della Sera da la notizia della nascita del figlio del principe Harry e di Meghan Markle. Inutile sottolineare che l’importanza delle due notizie non è neanche lontanamente comparabile.

Greta ha ragione. Siamo in tempo per cambiare le cose e per assicurare alle generazioni che verranno un futuro sicuro su questo pianeta. Ma è giunto il momento che i media, non solo a mezzo stampa, inizino a fare la propria parte, informando i cittadini sui rischi legati al cambiamento climatici e sulla gravità delle possibili conseguenze. Fino a quando parlare del figlio del Principe Harry sarà più importante di una notizia sulla minaccia di estinzione di più di 1.000.000 di specie viventi sulla terra, non abbiamo speranze.

Anche il Parlamento del Regno Unito ha dichiarato lo stato di emergenza climatica

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Dopo la storica presa di posizione da parte della prima ministra scozzese Nicola Sturgeon anche il Parlamento del Regno Unito ha dichiarato lo stato di emergenza climatica. A solamente tre giorni dalle potenti parole della Sturgeon questo costituisce senza dubbio alcuno un altro momento storico in tema di cambiamenti climatici.

Questa presa di posizione non avviene affatto in modo casuale. Nei giorni che sono andati dal 15 al 24 aprile tutto il Regno Unito è stato messo sotto scacco dalle manifestazioni del movimento ambientalista “Extinction Rebellion”. I protestanti, occupando strade e manifestando in lungo e in largo, sono riusciti a portare il tema dei cambiamenti climatici in cima all’agenda politica nazionale. A farsi cavaliere di questa battaglia è stato il leader del partito laburista Jeremy Corbin. Il politico inglese ha infatti espresso la sua felicità affermando che questo “è un enorme passo in avanti”. Non resta che vedere quali effetti avrà in termini pratici.

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Le peculiarità della presa d’impegno del Regno Unito sull’emergenza climatica

La più forte critica che è stata mossa verso questa presa di posizione riguarda proprio la mozione approvata. Questa infatti non è in alcun modo vincolante per il governo che, a livello legale, non è strettamente tenuto a compiere azioni atte a fermare il cambiamento climatico. Resta tuttavia ottimismo per un provvedimento che entrerà sicuramente nella storia del paese e, forse, del mondo. Lo stesso partito laburista sta anche lavorando ad un Green New Deal sulla falsa riga di quello voluto dai democratici negli Stati Uniti.

Qualche preoccupazione in più sorge nel momento in cui alle parole non corrispondono i fatti. Secondo il giornale britannico “The Independent”, il Regno Unito ha appena ricevuto il via libera da parte del consiglio regionale della Cumbria, una regione del Nord dell’isola, circa l’approvazione di un progetto relativo alla creazione nuove miniere di carbone. A confermare che, nonostante questa sia indubbiamente una buona notizia, il cambiamento non arriva da un giorno all’altro. Ma da qualche parte si deve pur cominciare.

Un messaggio da Greta e uno per Trump

Si è rallegrata della notizia la giovane Greta Thunberg che in un tweet ha mostrato la sua felicità con queste parole: “Una notizia storica che da speranza. Ora anche altre nazioni devono seguire questo esempio. E le parole devono trasformarsi in delle azioni immediate”. Positiva anche la reazione di Extinction Rebellion, che continuerà comunque a fare pressioni per accelerare la transizione.

Una stoccata è arrivata anche a Donald Trump, proprio da parte di Corbyn. Mentre commentava la buona notizia il parlamentare inglese ha parlato di come sia necessario “chiarire al presidente degli Stati Uniti Donald Trump che non può ignorare gli accordi e le azioni internazionali sulla crisi climatica”. Il leader del partito laburista inglese ha anche aggiunto: “Questa decisione può scatenare un’ondata di azioni da parte dei governi e dei parlamenti di tutto il mondo. Ci impegniamo a lavorare il più vicino possibile ai paesi che sono seriamente intenzionati a porre fine alla catastrofe climatica”.

Tantissime belle parole dunque che vanno ad abbellire una notizia che, già di per sé, fa sorridere. La presa di posizione del Regno Unito sul dichiarare lo stato di emergenza climatica passserà sicuramente alla storia. Ora non ci resta che stare a vedere e sperare che le parole si tramutino in fatti. Con la consapevolezza che la battaglia sarà e lunga e faticosa e che sarà necessario continuare a lottare per fare fronte più grande minaccia che si sia mai parata di fronte all’essere umano: il cambiamento climatico.

La Scozia ha dichiarato lo stato di emergenza climatica

28 Aprile 2019. Un giorno che potrebbe passare alla storia. Per la prima volta il Primo Ministro di uno Stato europeo ha dichiarato che il suo paese, la Scozia, si trova in uno stato di “emergenza climatica”. A dare la svolta è stato proprio l’incontro di Nicola Sturgeon con i giovani attivisti di Fridays For Future. “Qualche settimana fa ho incontrato alcuni dei giovani attivisti che hanno scioperato per accrescere la notorietà dei problemi legati ai cambiamenti climatici. Vogliono che i governi di tutto il mondo dichiarino l’emergenza climatica. E hanno ragione”. Queste alcune delle parole della Sturgeon che potrebbero rappresentare una svolta nel panorama ambientalista.

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Foto dell’isola di Skye, in Scozia

La Scozia potrebbe non esser la sola a dichiarare l’emergenza climatica

Il paese anglo-sassone non è nuovo ad una dimostrazione di sensibilità verso il problema. La prima ministra infatti aveva già dichiarato l’obiettivo del paese di diventare carbon-neutral entro il 2050 favorendo, tra le altre cose, anche la vendita di macchine elettriche. La scelta della Surgeon segue quella di diversi comuni inglesi, anch’essi nella cerchia delle realtà che hanno dichiarato lo stato di emergenza climatica, soprattutto dopo le proteste che hanno bloccato le strade di mezzo paese organizzate da Extinction Rebellion.

Nel frattempo, secondo la BBC, il partito laburista inglese dovrebbe fare pressione sul governo britannico per seguire la Scozia con una dichiarazione ufficiale che dovrebbe essere sulla falsa riga di quella scozzese. “Dobbiamo iniziare a fare i conti con le nostre responsabilità.” – ha aggiunto Nicola Sturgeon – “La Scozia è già tra i migliori paesi al mondo nella lotta al cambiamento climatico. Dobbiamo continuare ad essere da esempio. Gli obblighi che abbiamo nei confronti delle future generazioni sono i più importanti che ci portiamo dietro.

La prima di una lunga serie?

Il Comitato sui Cambiamenti Climatici scozzese dovrebbe pubblicare un nuovo report in settimana, in cui verranno presentati i risultati dei target di emissione effettivamente raggiunti. “Se il Comitato ci dirà che possiamo accelerare e fare meglio rispetto a quanto precedentemente pianificato lo faremo”. Tra le misure attuate dalla Sturgeon c’è anche la messa al bando delle attività di fracking in tutto il territorio nazionale. Questa è infatti una procedura di ricerca di petrolio o gas molto invasiva che distrugge chilometri di sottosuolo. Anche la Gran Bretagna dovrebbe provvedere ad applicare lo stesso divieto molto presto. 

Parole di conforto sono arrivate anche dal Ministro dell’Energia scozzese, un’istituzione che è presente nella maggior parte dei paesi occidentali ma non in Italia, Paul Wheelhouse: “Il dibattito sui cambiamenti climatici è urgente e il governo ha il dovere di rispondere in modo responsabile per lasciare accesa la luce della speranza”. Questo avvenimento storico avviene a breve distanza dalla nascita ed espansione di grandi movimenti ambientalisti internazionali come FridaysForFuture ed Extinction Rebellion. Un’ulteriore conferma della forza di queste proteste che sono riuscite ad ottenere risultati mai visti prima in tema di ambiente. E allora non ci resta che continuare a fare sentire la nostra voce. La Scozia e l’Inghilterra non hanno potuto fare a meno di cedere al diffuso desiderio di cambiamento dei loro cittadini. Sperando che le loro azioni non smentiscano la parola data. Chissà che non possa accadere lo stesso anche in tutto il resto del mondo.

Extinction Rebellion: più di 1.000 arresti in Inghilterra

In Italia nessuno ne parla ma in questi giorni in Inghilterra sta avendo luogo la più grande “disobbedienza civile mai registrata nella storia recente del Regno Unito”. Queste le parole con cui il Guardian descrive ciò che sta succedendo da più di una settimana a questa parte. Già vi avevamo parlato di Extinction Rebellion, un movimento ambientalista di protesta contro le inazioni dei governi verso i cambiamenti climatici.

Il 15 aprile scorso è iniziata la “Rebellion Week” che verrà portata avanti “ad oltranza”. Queste le parole degli organizzatori che hanno messo assieme una serie di azioni non violente mirate ad accrescere l’attenzione dei politici verso un tema che non può più essere ignorato. Il risultato? 1.000 arresti. Ma anche la comparsa di Greta Thunberg durante le manifestazioni ed un successivo incontro tra la piccola attivista svedese e i rappresentanti del governo inglese (qui il suo discorso completo).

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I blocchi delle strade da parte di Extinction Rebellion

Una delle azioni più partecipate è stato il blocco di diverse strade da parte dei manifestanti. Su tutte quella di Waterloo Bridge, a cui hanno preso parte in migliaia. I “ribelli” hanno occupato una delle sponde del ponte, bloccando il traffico e portando avanti un sit-in che è durato fino a domenica pomeriggio. A poco sono serviti gli interventi da parte della polizia locale, data la disponibilità da parte dei protestanti ad essere arrestati in onore della causa.

Non ci sono stati episodi di violenza di nessun tipo e nonostante la portata degli eventi oltremanica non se n’è parlato più di tanto nel continente. Forse, proprio i politici, temono un diffondersi del movimento che li costringerebbe ad iniziare a fare realmente qualcosa per contrastare i cambiamenti climatici.

Il “die-in” del Museo di Storia Naturale

Tra gli altri atti di protesta uno di quelli che ha destato più clamore, dopo i blocchi delle strade, è stato il “die-in” tenutosi al “Natural History Museum” di Londra. Con questo termine gli attivisti definiscono un’azione coordinata che consiste nel vedere un gruppo di persone sdraiate per terra che simulano la propria morte, esponendo cartelli di denuncia simili a quelli che abbiamo potuto vedere durante le svariate manifestazioni dei FridaysForFuture. Eventi analoghi si sono tenuti anche ad Oxford Circus e in tante altre località in Inghilterra e nel mondo. Nella giornata di giovedì 18 Aprile i membri di Extinction Rebellion hanno anche bloccato un treno che stava trasportando carbone nella città di Brisbane.

Cosa vuole Extinction Rebellion

Il movimento Extinction Rebellion è nato circa 6 mesi fa proprio nel Regno Unito. Le richieste sono piuttosto semplici: più trasparenza da parte delle istituzioni sui veri rischi legati al cambiamento climatico, più azione da parte dei governi per contrastarlo e un passaggio alle economie carbon free entro il 2025. Nel giro di pochi mesi si sono formati diversi gruppi locali in svariate parti del mondo.

Anche in Italia è nata una delegazione che ha già iniziato a riunirsi e ad operare in città come Milano o Roma. Ad appoggiare le iniziative ovviamente c’è anche Greta Thunberg. Durante la sua visita nella capitale inglese, che ha succeduto quella in Italia, Greta non ha esitato ad incoraggiare i protestanti a continuare la propria battaglia. Mentre la polizia continua ad arrestare i manifestanti l’organizzazione continua la sua ribellione pacifica. “Fino a quando sarà necessario”.

 

Greta Thunberg a Roma oggi: il video del discorso e la traduzione

“Con Greta salviamo il pianeta”. E’ lo slogan che urlavano a squarciagola le 25mila persone che si sono presentate stamattina in Piazza del Popolo a Roma. Una folla che ha accolto con entusiasmo e grandi aspettative Greta Thunberg, che con il suo viso calmo, sorridente e determinato alle 13:00 è salita sul palco, quest’ultimo alimentato per l’occasione solo da energia motrice.

Vi erano infatti 120 biciclette che animavano il generatore. Un’ idea di Andrea Satta dei Tetes de Bois, un gruppo musicale che prima dell’arrivo di Greta ha presentato la sua nuova canzone, ispirata proprio alle parole dell’attivista svedese. Il suo discorso è stato toccante e qui lo riportiamo integralmente tradotto:

Il discorso di Greta

Greta Thunberg sul palco di Piazza del Popolo a Roma

“L’umanità si trova a un bivio. ora dobbiamo decidere quale strada prendere. Dobbiamo decidere come vogliamo che siano le future condizioni di vita di tutte le specie. Noi siamo qui oggi perché abbiamo scelto il percorso da prendere, e ora dobbiamo aspettare che gli altri seguano il nostro esempio. Mentre viaggiavo per parlare nei diversi Paesi sono sempre stata disponibile a scrivere riguardo alle politiche climatiche specifiche per ogni Nazione. Ma questo non è del tutto necessario, perché il problema di fondo è lo stesso ovunque: non è stato fatto nulla per fermare o almeno rallentare la crisi climatica ed ecologica.

Negli ultimi sei mesi milioni di studenti hanno scioperato per il clima, ma nulla è cambiato. Le emissioni infatti stanno ancora aumentando e, onestamente, non vedo all’orizzonte nessun cambiamento politico. Questo è il motivo per cui dobbiamo prepararci, perché questo richiederà molto tempo. Non ci vorranno settimane, non ci vorranno mesi, ma ci vorranno anni.

Noi giovani non stiamo sacrificando la nostra educazione e la nostra adolescenza perché gli adulti e i politici ci dicano cosa loro considerano essere politicamente possibile in un società che loro hanno creato. Non siamo scesi in strada perché loro si facciano i selfies con noi e dirci che ammirano moltissimo quello che facciamo. Noi giovani lo facciamo per svegliare gli adulti, perché vogliamo che agiscano, perché vogliamo riavere le nostre speranze e i nostri sogni. Non siamo noi ad aver creato questa crisi. Noi siamo semplicemente nati in un mondo in cui vi era già una crisi che per anni è stata ignorata. E ora abbiamo deciso di agire contro di essa, perché ci hanno sempre nutriti con bugie e promesse infrante”.

Non siamo noi ad aver creato questa crisi. Noi siamo semplicemente nati in un mondo in cui vi era già una crisi che per anni è stata ignorata. E ora abbiamo deciso di agire contro di essa, perché siamo sempre stati nutriti con bugie e promesse infrante”.

Tante iniziative, un solo obiettivo

Durante tutta la mattina l’atmosfera in Piazza del popolo è stata gioviale, con musica, canti, balli ed esposizioni di arti visive nei quattro gazebo presenti nella piazza. Il tutto, ovviamente, a tema ambientale. Un filo conduttore non solo metaforico, ma realmente presente. Il cosiddetto “filo per il clima”, infatti, è una corda che collega i quattro gazebo e il palco, dove le persone possono attaccare con una molletta di legno dei foglietti con i loro pensieri, riflessioni e aspirazioni riguardo al clima.

Tutto molto bello, insomma, anche se, anche grazie al discorso di Greta, non si è perso di vista l’obiettivo principale: quello di chiedere alle istituzioni, ai politici, i governi di agire, per garantire ai giovani di tutto il mondo il futuro che desiderano .

Fridays For Future: venerdì Greta sarà a Roma

Finalmente è iniziato il countdown. Venerdì 19 Aprile Greta Thunberg scenderà in piazza a Roma, insieme ai manifestanti di Fridays For Future Italia. La giovane svedese, che già dopo le manifestazioni del 15 marzo aveva espresso il suo apprezzamento per la grande partecipazione mostrata dagli studenti italiani,nelle scorse settimane ha presenziato anche ai cortei che si sono tenuti a Berlino e in Belgio, per mostrare il suo supporto a chi ha deciso di seguire il suo esempio.

La visita in Italia avviene come tappa supplementare di un viaggio, ovviamente via terra, che l’ha portata a parlare anche di fronte all’Unione Europea e che oggi l’ha portata ad incontrare il Papa in Vaticano. Il ritrovo sarà in Piazza del Popolo alle ore 10. Un’occasione più unica che rara per stare con chi, forse, sarà il simbolo della rivoluzione ecologica più importante della storia. Per l’occasione il palco centrale sarà alimentato dalle biciclette dei manifestanti.

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Fuori il report della prima assemblea nazionale di Fridays For Future Italia

In vista dell’arrivo della giovane attivista, e con un occhio puntato al secondo sciopero globale indetto per Maggio, i rappresentati delle divisioni locali del movimento si sono riuniti a Milano. L’incontro è servito a stabilire una serie di linee guida comuni a tutto il movimento italiano. Dopo la conferenza, a cui hanno preso parte anche scienziati di grande caratura, è stato pubblicato un documento di sintesi consultabile al link.

Durante questo incontro, il primo dal vivo, sono state valiati diversi piani d’azione per lo sciopero del prossimo 24 maggio. Si è anche programmata la prossima assemblea nazionale che si terrà a Settembre a Napoli. Sono state 104 le città rappresentate, per un totale di presenza che si aggira intorno alle 500 persone. Per “avviare un il percorso costituente di un movimento globale, pacifico, apartitico e contro ogni forma di discriminazione”.

Al via anche la International Rebellion Week

Già vi avevamo parlato anche di un altro movimento ambientalista transnazionale che sta prendendo piede in Europa e non solo: Extinction Rebellion. Il 15 marzo, a Londra ed in altri 55 paesi, è iniziata la International Rebellion Week. I vari gruppi di attivisti dislocati per le varie città hanno attuato, e continueranno a farlo, delle azioni di protesta per “ribellarsi all’estinzione”. Già disponibili tramite i loro canali social le prime immagini, tra le quali una visita non troppo gradita alla sede londinese della Shell colpevole di “essere consapevole prima di tutti dei rischi legati allo sviluppo di un’econoimia basata sulle fonti fossili”.

La protesta continuerà almeno per una settimana. Ma alcuni esponenti del movimento hanno dichiarato che la “ribellione” continuerà “fino a quando sarà necessario”. Solo durante la prima notte, nella capitale inglese, sono state arrestate più di 100 persone, nonostante una delle principali regole che i membri del movimento sono tenuti a rispettare sia quella della comunicazione non violenta.

A quando delle risposte concrete?

Dopo la lunga coda di iniziative ambientaliste a cui abbiamo assistito negli utlimi mesi, ancora non è giunta nessuna risposta concreta salvo qualche piccola eccezione. C’è ancora troppo silenzio da parte dei media tradizionali verso una causa che andrà con ogni probabilità ad intaccare il futuro del genere umano sul pianeta. Troppa omertà da parte di chi ha contribuito a democratizzare una cultura dell’uso inefficiente delle risorse, dell’usa e getta e del profitto economico sopra ogni cosa.

Le persone vogliono altro. Vogliono difendere l’ambiente ed il futuro dei loro figli. Ne è un’ ulteriore testimonianza la lunghissima lista di iniziative private a cui abbiamo assistito negli ultimi tempi, durante le quali gruppi di persone si sono ritrovare per pulire le spiagge o i parchi. Ecco perché noi seguiremo Greta e continueremo a farci sentire “per tutto il tempo che sarà necessario”.