Le politiche ambientali di Joe Biden: speranza dalle nuove nomine

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Qualche giorno fa i grandi elettori statunitensi si sono finalmente espressi: Joe Biden è ora, a tutti gli effetti, il quarantaseiesimo presidente degli USA e si insedierà tra poco meno di un mese, il 20 gennaio. Il passaggio riguardante i grandi elettori non è che una formalità, un atto che serve a confermare l’intenzione dell’elettorato nel sistema elettorale americano che si compone di due fasi. Prima quella delle urne, andata in scena ad inizio novembre e poi quella del voto dei grandi elettori. Questi ultimi, provenienti in numero variabile da ogni singolo stato, si sono espressi la scorsa settimana.

Il presidente uscente, Donald Trump, come sappiamo, non ha accettato di buon grado la sconfitta, ricorrendo anche a vie legali. In seguito alla consultazione che ha coinvolto i grandi elettori, però, ogni dubbio si è dissipato. Tra un mese, avremo Joe Biden alla Casa Bianca. Il presidente eletto, nel corso della sua campagna elettorale, ha insistito più volte sulla politica climatica. Biden ha promesso che si muoverà in netta controtendenza rispetto al suo predecessore.

Nel video di From Roots to Leaves, attese e speranze per le politiche ambientali nell’amministrazione Joe Biden.

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Quale futuro per le politiche ambientali?

Come abbiamo già diffusamente scritto oqniqualvolta ci siamo occupati di USA e Joe Biden – con articoli e dirette su Facebookle politiche ambientali occuperanno uno spazio davvero importante nei prossimi quattro anni. È proprio per questo motivo che torniamo spesso ad occuparci del presidente americano. Joe Biden ha insistito molto sulla tematica ambientale, prima dell’elezione. Ha affermato di voler puntare forte sulle energie rinnovabili, ha detto che pianterà dei paletti per le multinazionali del fossile e ha promesso di investire moltissimo sulla riconversione energetica. Abbiamo accolto con grande gioia queste sue intenzioni. Ciononostante, ci approcciamo alla presidenza che partirà a breve anche con alcuni legittimi dubbi. Sappiamo infatti bene che una cosa è fare campagna elettorale e una ben diversa è rispettare le promesse fatte quando si cercano consenso e voti.

Che cosa farà dunque Biden? Manterrà le sue promesse in materia di politiche ambientali? O dobbiamo attenderci una presidenza 2020 – 2024 che cambierà poco o nulla rispetto a quanto abbiamo visto dal 2016 ad oggi? Naturalmente, non sono in grado di dare questa risposta. Se però dovessi giudicare le prime mosse del presidente eletto – diciamo pure le primissime, dal momento che deve ancora insediarsi – sarei portato ad essere ottimista. Le prime nomine ufficializzate, infatti, lasciano veramente ben sperare.

Politiche ambientali: un cambio di paradigma

Il principale ente ambientale degli States si chiama Environmental Protection Agency, o EPA. Questo nome ci è poco noto, purtroppo, poiché l’agenzia non ha mai potuto godere di troppa libertà. Sotto l’amministrazione Trump è stata ampiamente imbavagliata, con il presidente che ne limitava continuamente l’operato. L’amministrazione uscente ha persino riscritto alcune leggi per accentrare sul gabinetto presidenziale alcuni dei compiti della Agency. Non dobbiamo stupircene. Trump aveva interesse a difendere la lobby del petrolio, dal momento che numerosi suoi esponenti erano suoi partner d’affari, amici personali o, comunque, convinti elettori.

Dubito che Biden riuscirà a staccare la spina ad una categoria così potente, la quale sta alla base delle economie di numerosi stati federali – pensiamo a che cosa sarebbe il Texas, senza il suo petrolio – eppure ha promesso che lo farà, riconvertendo questa obsoleta fonte energetica, disastrosa per il nostro Pianeta, e spostando i lavoratori di questa industria nel mondo della green energy.

Donne e minoranze nelle nomine di Joe Biden

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Il capo della EPA è di nomina presidenziale e Joe Biden ha scelto Michael Regan per il suo primo mandato. Il Senato dovrà confermare la sua nomina – così come tutte le altre che abbiamo elencato – e, non appena questo step si sarà compiuto, Regan sarà il secondo afroamericano alla guida dell’ente, dopo che Lisa Jackson ne tenne le redini durante la prima presidenza Obama. Oltre a lui, sono stati scelti anche altri nomi strettamente legati all’ambiente, per numerosi ruoli di vertice.

Nel team del futuro presidente troviamo infatti anche Deb Haaland, deputata proveniente dal New Mexico, la quale guiderà il dipartimento degli Interni. Per la prima volta, una nativa americana sarà responsabile di un ministero. Gina McCarthy sarà consigliera nazionale per il clima. Essa assunse la guida della EPA dopo Lisa Jackson, durante il secondo mandato di Obama e fu la donna che impose i primi limiti di emissioni alle centrali elettriche nazionali. Ora avrà il compito di indirizzare gli USA verso le emissioni zero, obiettivo che Biden si è prefissato di raggiungere entro il 2050. Il vice di McCarthy sarà Ali Zaidi, da tempo impegnato in prima linea per l’azione climatica.

Il Ministero dell’Energia sarà guidato da Jennifer Granholm mentre Brenda Mallory prenderà le redini del Council On Environmental Quality, il consiglio sulla qualità dell’ambiente. Si tratta di un’organizzazione che lavora a stretto contatto con il presidente, suggerendogli misure e provvedimenti che tutelino l’ambiente e scoraggiando ogni decisione ad esso nociva.

Notiamo come Biden punti molto sulle donne e sulle minoranze etniche, tenute in disparte da chi lo ha preceduto a Washington. Questa attenzione all’inclusione e questa tutela della diversità fanno onore al presidente. Andiamo ad approfondire ora chi siano le due figure principali in questa lista di nuove nomine.

Il ruolo cruciale dell’EPA e gli obiettivi di Michael Regan

Donald Trump non ha mai visto di buon occhio l’agenzia per l’ambiente. Con una recente norma, il presidente uscente ha cambiato le regole delle analisi costi – benefici prodotte dall’EPA per il gabinetto presidenziale. Questa è la principale mansione della Agency: rendere Washington edotta su quello che ogni provvedimento di politica ambientale comporti per le tasche del contribuente, oltre che per l’habitat e l’ecosistema in cui esso vive, naturalmente. La misura di Trump ha spostato il focus principale dell’EPA dalla tutela ambientale alla valutazione economica, ponendo l’attenzione sugli sbocchi occupazionali. In sostanza l’agenzia per l’ambiente dovrà privilegiare leggi e misure in base a quanto possano far guadagnare il Paese, non a quanto siano impattanti.

Michael Regan al momento è capo del Dipartimento Ambientale del North Carolina e collabora con l’agenzia già da una decina d’anni. Le sue prime sfide saranno quelle di seguire gli sviluppi relativi al disboscamento della foresta di Tongass – la quale non è più area protetta – e di regolamentare le richieste delle compagnie petrolifere di operare all’interno dell’Arctic National Wildlife Refuge. Quest’ultima è una riserva, situata anch’essa in Alaska e nell’Oceano che la bagna, ove l’amministrazione Trump ha consentito le esplorazioni petrolifere. Biden ha promesso che non concederà altre licenze alle compagnie petrolifere ma non ha mai detto che ridurrà quelle attualmente operative. Chissà che Regan non abbia un’idea più restrittiva da sottoporre al presidente.

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Michael Regan. Foto: eenews.net

Con ogni probabilità, l’EPA giocherà un ruolo di primo piano nell’affiancare il gabinetto presidenziale in tema di politiche ambientali. In fin dei conti, il presidente eletto ha promesso un’azione continua e instancabile nella lotta al surriscaldamento globale e, qualora voglia mantenere le sue promesse, avrà sicuramente bisogno di tutto l’aiuto disponibile. Gli obiettivi di Joe Biden sono molto ambiziosi per quanto riguarda il clima, dovranno esserlo anche quelli di Regan. Egli è noto per essere tanto competente quanto battagliero, auspichiamo che combatta con decisione per l’ambiente e la sua tutela.

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Come cambieranno le politiche ambientali con la nomina di Deb Haaland

Il cambiamento climatico è la sfida del nostro tempo.” Questo è il pensiero di Deb Haaland, deputata per lo stato del New Mexico e membro della nazione di nativi americani Laguna Pueblo. La sua nomina da parte del presidente Biden è già stata definita storica perché mai prima di lei un nativo americano aveva ricoperto un simile ruolo. In realtà aver scelto Haaland è ben più importante perché indica il chiaro intento dell’amministrazione in materia di politiche ambientali. È infatti noto a tutti come la futura titolare del Dipartimento degli Interni sia una convinta ambientalista, capace di portare gli USA ad una inversione completa in merito di clima. La giurisdizione del ministero dell’Interno statunitense è infatti davvero molto ampia su numerosi dossier.

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Deb Haaland. Foto: NM Political Report

Supervisione e gestione delle terre federali, management di parchi e riserve, permessi di transito per gasdotti e oleodotti, su tutti questi aspetti la segreteria agli Interni ha voce in capitolo. Haaland e il suo staff, dunque, potranno far sentire la propria voce quando si parlerà di fratturazione idraulica; tema sul quale Biden non si è mai espresso con chiarezza. Il presidente eletto, infatti, ha tenuto una posizione ambivalente nei confronti del fracking: da un lato ha parlato di introdurre un bando per le future concessioni mentre dall’altro non ha mai affermato di voler sospendere le attuali operazioni. La sua vice, Kamala Harris, governatrice della California, proviene da uno Stato tendenzialmente contrario a questo impattante sistema estrattivo; eppure anche lei non si è mai sbilanciata sulla questione.

L’importanza dell’heritage indigeno

Oleodotti e gasdotti hanno violato più volte la sacralità della terra dei nativi americani. Ne abbiamo parlato anche qui, esaminando il caso del Dakota Access e citando quello, del tutto simile, di Keystone XL. La nomina di Deb Haaland per questa posizione sa di sentenza. Appare a questo punto davvero chiaro l’orientamento dell’amministrazione. Le politiche climatiche potranno subire una chiara sterzata verso posizioni decisamente ambientaliste, con Haaland alla guida della vettura degli Interni; essa avrà infatti modo di incidere in maniera seria sui futuri provvedimenti.

Da deputata, la nativa americana firmò un disegno di legge per impegnare Washington a proteggere almeno il 30% dei mari e delle terre federali entro il 2030; una volta preso incarico al dipartimento spetterà a lei gestire quasi 7 milioni di kmq di zone costiere e circa il 20% dell’intero patrimonio terriero degli USA. In un Paese nel quale un quarto delle emissioni ha origine negli impianti di estrazione di idrocarburi siti su terreni pubblici, questa nomina ci sembra davvero una buona notizia.

Luci ed ombre

Le nomine del futuro presidente Joe Biden sono una ventata di aria fresca dopo 4 anni assolutamente stagnanti per quanto riguarda le politiche ambientali statunitensi. Si tratta di un ottimo inizio in questo ambito per il presidente, che ci incoraggia per il prossimo futuro. Attenzione però a non vedere come oro tutto quel che luccichi.

In altri campi, infatti, le nomine di Biden sono state davvero discusse. Farò un solo nome perché non si tratta di questioni di cui ci occupiamo su L’EcoPost: Lloyd Austin. L’ex generale sarà il prossimo Capo del Pentagono. Il suo CV militare parla chiaro e nessuno mette in dubbio la sua competenza, in tanti però ne criticano l’etica. Si tratta di un consigliere di Raytheon Technologies, meglio nota come l’industria della morte. L’azienda produce infatti sistemi missilistici avanzati e droni assassini. Austin è inoltre membro del cda della holding ospedaliera texana Tenet Healthcare Corporation. Un’azienda che fattura annualmente centinaia di miliardi di dollari e non è esattamente un baluardo della salute pubblica.

Le politiche ambientali americane corrono dunque sul binario giusto? Molti degli elementi appena riportati ci fanno ben sperare ma conosciamo bene Biden e la sua storia politica. Sappiamo di come, nella sua lunghissima carriera all’interno dei palazzi, si sia spesso trovato ad appoggiare posizioni tutt’altro che coerenti con quanto espresso dal programma del suo partito, votando quasi da repubblicano. Similmente, sappiamo bene come sia paradigmatico del Grand Old Party privilegiare la crescita economica ad ogni costo, anche quando vada a danno dell’ambiente. Ora che si appresta a rivestire l’incarico più importante della sua vita, Biden saprà dare una direzione netta e decisa al suo Paese? Saprà farsi cicerone di quella transizione energetica di cui il pianeta ha drammaticamente bisogno? Sarà in grado di tenere fede alle sue promesse e segnare una svolta nelle politiche ambientali USA?

La questione ambientale nell’America di Biden

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Ascolta il podcast di introduzione all’articolo di oggi!

Un nuovo inizio

Ora è ufficiale. Da sabato sappiamo che gli USA avranno un nuovo presidente e che si chiamerà Joe Biden. I democratici, pur avendo dovuto probabilmente trattenere il fiato più di quanto credevano, riconquistano la Casa Bianca. Donald Trump è stato sconfitto – anche se ancora non ha accettato i risultati e, anzi ha promesso di battagliare negli Stati decisivi dove i due candidati sono arrivati più vicini – e, salvo sorprese, nel mese di dicembre, a Washington, i grandi elettori voteranno per il ticket di Biden e Kamala Harris. Si tratta di un nuovo inizio per gli Stati Uniti, ci auguriamo che valga altrettanto anche per la questione ambientale, la quale con Trump non è mai stata al centro dell’agenda politica. E neppure in periferia, non compariva proprio, su quell’agenda.

Numerose saranno le difficoltà che il quarantaseiesimo presidente USA si troverà ad affrontare. Abbiamo già tentato di delinearne alcune, la settimana scorsa, quando eravamo ancora incerti sull’esito conclusivo della tornata elettorale. Oggi centriamo il focus su quel che significherà – o meglio, potrebbe significare – per l’ambiente la presidenza Biden.

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Il candidato migliore

Sappiamo bene cosa significhino le elezioni. Ogni candidato vuole vincerle e, dunque, durante la campagna elettorale che precede il voto, è abitudine spararne tante, come si suol dire. Cercare di accontentare ogni categoria, di dare una risposta ad ogni bisogno, di accontentare tutti e non scontentare nessuno; questi sono gli obiettivi ogni volta e spesso si esagera, proponendo decisioni e misure che non si ha alcuna intenzione di perseguire, una volta eletti. Biden si è erto a paladino dell’ambiente prima dell’election day. Potrebbe averlo fatto perché il suo avversario non ne parlava affatto e dunque voleva strappargli l’elettorato più sensibile al tema oppure perché ci tiene davvero. Non ci è dato sapere. Lo scopriremo nei prossimi mesi, naturalmente.

Una prima analisi però possiamo già farla. Senza dubbio quello che ha vinto era il candidato migliore relativamente a queste questioni. Joe Biden ha già promesso che rientrerà negli accordi di Parigi, quelli che mirano a mantenere l’aumento delle temperature sul Pianeta all’interno di 1.5 gradi, e che lo farà già nel giorno del suo insediamento. La data è quella del 20 gennaio e possiamo già segnarcela sul calendario, in modo da vedere se manterrà la sua promessa. Io ritengo di sì perché si tratta di una sua bandiera e, comunque, l’apertura del processo di (re)ingresso non comporta molto sul momento, si tratta di un iter che dura circa un anno e, di fatto, fino al gennaio 2022 gli States potrebbero fare quel che preferiscono ambientalmente parlando. Ricordiamo che Trump aveva deciso di uscirne qualche tempo fa. Dal 4 novembre scorso, la decisione è diventata effettiva.

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Se già si fermasse qui, Biden si dimostrerebbe un presidente più attento al nostro Pianeta rispetto a quello che lo ha preceduto. L’ex vice di Obama, però, ha presentato un programma climatico ben più ambizioso di questo semplice passo indietro.

Il programma ambientale di Biden

Le parole chiave di Biden, leitmotiv del suo intero programma, iniziano tutte con la B, esattamente come il suo cognome: Build Back Better. Ricostruire, di nuovo, e farlo meglio. Questi tre vocaboli aprono anche la – corposa – sezione del programma Biden Harris 2020 dedicata all’ambiente. Si legge sulla piattaforma dem: “in questo momento di crisi profonda, abbiamo l’opportunità di costruire un’economia resiliente e più sostenibile. Possiamo indirizzare gli Stati Uniti su un sentiero irreversibile per giungere ad emissioni zero, non più tardi del 2050. Nel farlo creeremo milioni di posti di lavoro ben pagati. Il presidente Trump ha negato la scienza, lasciato la nostra nazione impreparata e vulnerabile. Nonostante la crisi accelerasse, ha ritirato numerose misure ambientali che si preoccupavano di tutelare la salute pubblica, pur avendo a disposizione prove che mettevano in correlazione l’inquinamento e la maggiore presa del contagio.”

“Esattamente come ha fatto in merito al COVID-19, Donald Trump se l’è presa con la scienza e ha fallito anche contro il surriscaldamento globale. Lo ha definito un inganno. Ha permesso che le nostre strutture si deteriorassero e che i le nostre fattorie si allagassero. Ha impedito che gli americani guidassero il mondo nel campo delle rinnovabili. Le sue azioni non solo ci hanno fatto retrocedere in termini di progresso e giustizia ambientale ma ci hanno anche reso più vulnerabili, deboli e meno resilienti, come nazione.”

Ovviamente le parole sono ben farcite di retorica politica ma il messaggio appare chiaro. Biden accusa Trump di negligenza ambientale e promette di raggiungere le emissioni 0 entro il 2050. Si tratta di un piano davvero ambizioso. Probabilmente, così ambizioso da essere inverosimile. C’è poi dell’altro.

Joe Biden e il suo piano ambientale, un focus sull’energia pulita. Il video, in lingua originale, è di ABC News.

Le cifre

C’è un altro punto importante nel programma ambientale del presidente eletto. Naturalmente, non esamineremo l’intero documento – esso è comunque disponibile qui – ma ci concentreremo soltanto sui due aspetti che ritengo principali. “Necessitiamo di milioni di infrastrutture, lavoratori specializzati e ingegneri per costruire una nuova economia basata sull’energia pulita. Questi lavori creeranno nuove opportunità per giovani e anziani, per le persone provenienti da ogni comunità e background. Miglioreremo la qualità dell’aria per i nostri bambini, il comfort delle nostre case e renderemo le nostre imprese più competitive. Gli investimenti mirati faranno in modo che i nuclei che hanno maggiormente sofferto l’inquinamento saranno i primi a beneficiare di questa rivoluzione. Ci riferiamo alle comunità urbane e rurali a basso reddito, a quelle di colore e ai nativi americani.”

“Biden investirà rapidamente 2 trilioni di dollari soltanto durante il suo primo mandato. Ciò ci metterà sulla giusta strada per raggiungere gli ambiziosi obiettivi che la comunità scientifica ci richiede. Creeremo così molti nuovi posti di lavoro che arricchiranno la classe media.”

Di nuovo, ci troviamo di fronte a pura propaganda. Chiaro indicatore di ciò è il riferimento alla middle class, serbatoio elettorale per eccellenza negli USA. Eppure Biden passa in rassegna le vere necessità del suo Paese. Per chi è poco pratico della scala corta utilizzata nella numerazione anglosassone, due trilioni equivalgono a 2mila miliardi, ovvero al nostro bilione poiché in Italia utilizziamo la scala lunga. L’investimento promesso da Biden fa impallidire. Si tratta di un tesoretto pazzesco, con il quale si potrebbe veramente riuscire a reindirizzare l’economia statunitense. Il condizionale però resta d’obbligo, soprattutto dal momento che si dice di liberare questi fondi in soli 4 anni. Ci auguriamo che Biden vi riesca ma dubitarne è legittimo. Se vi riuscisse, significherebbe che davvero tiene alla questione ambientale.

Joe Biden e la questione ambientale

Badiamo bene a non definire Biden un ambientalista. Come si è scritto, è indubbio che sia meglio lui di chi lo ha preceduto – che comunque sarà in carica per altri due mesi abbondanti – ma non è certo un verde, e neppure un progressista sensibile al tema. Joe Biden è un democratico tradizionale; non lo si può neppure definire un politico di sinistra, è semplicemente meno conservatore di chi lo ha preceduto o difenda i colori repubblicani. Come ha ammesso lui stesso: “il Green New Deal non è un mio piano, non lo considererò.”

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Ciononostante, il presidente eletto ha un programma climatico più che accettabile, visto il precedente. C’è una seria possibilità che affronti la questione ambientale con grinta e determinazione. Almeno per i primi 4 anni. Nel 2024, poi, Biden avrà 82 anni e non è detto che si ripresenti alle elezioni. Potrebbe lasciare la sua eredità alla sua vice, Kamala Harris. Essa, da californiana, è probabilmente ben più progressista di Biden. Però va ricordato che detiene posizioni piuttosto destrorse, per una democratica, su numerose tematiche economiche e sociali.

C’è comunque tempo per preoccuparsi del 2024, intanto vediamo che farà il nuovo inquilino della Casa Bianca. Ha promesso seri investimenti riguardo alle infrastrutture, all’industria automobilistica, ai trasporti, al settore energetico, agli edifici, all’urbanistica, all’innovazione e anche all’agricoltura. Sarà in grado di mantenere le sue promesse?

Dakota Access Pipeline, un giudice ordina la chiusura

Dakota Access Pipeline pipe

Il Dakota Access Pipeline

Circa 3 mesi fa abbiamo già parlato di DAPL. L’acronimo sta per Dakota Access Pipeline e si tratta di uno degli oleodotti più importanti del mondo. Il progetto, controverso fin dalla sua prima progettazione, è stato oggetto di proteste da parte di ambientalisti e nativi americani per il suo impatto ambientale, oltre che per il fatto che il suo tracciato devasti luoghi sacri alle tribù indigene. Dopo diversi anni, dopo numerose manifestazioni e arresti, finalmente un giudice federale ha stabilito la sospensione della produzione.

Ma che cos’è il DAPL? Il serpente nero, come lo chiamano i Sioux di Standing Rock – fin dall’inizio in prima fila contro la realizzazione dell’oleodotto – è un progetto costato 3,7 miliardi di dollari. Completata nel 2017, la pipeline è lunga ben 1900 chilometri. Il tracciato parte dal North Dakota, nei pressi della città di Stanley, in una zona nella quale giace la riserva petrolifera Bakken, una delle più ricche del Nord America. Il progetto DAPL è nato per poter sfruttare questo copioso giacimento. Da Stanley, l’oleodotto scende verso sud sconfinando nel South Dakota, poi vira verso oriente per arrivare in Iowa e termina nello Stato dell’Illinois, nei pressi della località di Patoka. Da qui il greggio viene inviato in raffineria. La capienza record della Dakota Access Pipeline è di 570mila barili di petrolio al giorno.

Dakota Access Pipeline map
Nell’angolo a destra, la mappa della Dakota Access Pipeline. In grigio, la localizzazione della riserva Bakken. A sinistra, l’impatto dell’oleodotto sulla comunità di Standing Rock, nei pressi della città di Bismarck. Foto: The Washington Post su concessione di Energy Transfer

Posizioni contrapposte

Fin dal 2014, quando si è cominciato a progettare il DAPL, c’è stata una forte contrapposizione tra favorevoli e contrari all’opera. Chi si è schierato a favore della realizzazione dell’infrastruttura – una fazione guidata naturalmente dall’indotto legato a Energy Transfer, l’azienda petrolifera concessionaria dell’oleodotto Dakota Access Pipeline – è sceso in campo portando le proprie argomentazioni. La principale, indicata con chiarezza nel business plan, è la riduzione dei costi. Rispetto ad estrarre il greggio in North Dakota e spedirlo in Illinois su rotaia, tramite il DAPL si fa molto prima, se ne sposta di più nello stesso intervallo di tempo e si risparmia in termini economici. Dal punto di vista finanziario, non c’è gara. Tristemente, sappiamo bene quanta importanza abbia questo aspetto nella società di oggi.

Dakota Access Pipeline proteste
Una protesta contro la Dakota Access Pipeline; Foto: Flickr

Dall’altra parte della metaforica barricata troviamo i nativi americani e le associazioni ambientaliste. Nessuno di essi ragiona in termini economici. Il tracciato invade con prepotenza la regione settentrionale della riserva di Standing Rock, dove vivono gli ultimi Sioux, e questo ha devastato alcuni dei loro luoghi di sepoltura. Per gli indiani americani – che mi perdoneranno la non corretta definizione della loro etnia, ma è stato scritto così per intenderci al meglio – la terra ove si seppelliscono gli avi è sacra e non vi si può edificare. Tantomeno sotterrare un serpentone di acciaio per trasportare petrolio. Inoltre, la comunità è legittimamente preoccupata per i rischi connessi all’inquinamento della falda acquifera da cui attinge.

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Le preoccupazioni degli indigeni

Energy Transfer ha garantito l’inesistenza di qualsiasi rischio di perdite connesse al tracciato dell’oleodotto ma, in fin dei conti, le preoccupazioni della comunità sono comprensibili. L’acciaio, come ogni materiale, è sottoposto ad usura e gli incidenti, lo sappiamo bene, avvengono; persino il Titanic era stato definito inaffondabile. Nel sottosuolo, qualora del petrolio dovesse fuoriuscire dal condotto, esso impiegherebbe pochissimo tempo prima di raggiungere, per infiltrazione, la falda acquifera più vicina.

La decisione della corte federale

James E. Boasberg, giudice federale degli Stati Uniti d’America, operante alla corte distrettuale del District of Columbia, ha sancito che la costruzione della Dakota Access Pipeline non ha rispettato gli standard ambientali. È una tesi che i contrari all’opera sostenevano da tempo. La sentenza rappresenta una importante vittoria per la tribù Sioux. Il giudice ha stabilito che la produzione deve fermarsi entro un massimo di 30 giorni. Da qui al 6 agosto, dunque, il DAPL dovrà chiudere i rubinetti. Dopodiché andrà effettuata una nuova – e più severa della precedente – verifica ambientale, per accertare i rischi causati dall’oleodotto.

Boasberg e i giudici della corte federale, dunque, hanno legittimato la posizione degli oppositori alla costruzione dell’infrastruttura. Certo, sarebbe stato meglio se lo avessero fatto prima che essa venisse assemblata ed interrata ma occorrerà farsene una ragione. In fondo non era più tardi di aprile quando la Dakota Access Pipeline riceveva il semaforo verde presso altre sedi; questa sentenza ha ribaltato tutto.

Un condotto lunghissimo

DAPL è parte di un progetto più ampio, denominato Keystone XL Pipeline, un oleodotto pensato per tagliare in due il Nord America, partendo dalla provincia canadese dell’Alberta e giungendo fino al Texas, trasportando petrolio da Nord a Sud. L’amministrazione di Donald Trump si è schierata a favore del progetto. La precedente, quella di Barack Obama, ha sempre parteggiato pubblicamente con i nativi americani ma, va aggiunto, non si è esattamente strappata le vesti per bloccare il cantiere.

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La protesta ha coinvolto anche le nuove generazioni; Foto: Flickr

Gli specialisti dello US Army Corps of Engineers, il nucleo di genieri dell’esercito, il quale ha il compito di svolgere queste pratiche di controllo, condussero la precedente verifica ambientale. Non si sa ancora chi dovrà effettuare la nuova – probabilmente saranno di nuovo loro, gli stessi esperti che hanno già sbagliato una volta – ad ogni modo, però, il Financial Times stima che occorreranno almeno 13 mesi per effettuarla.

La parola del giudice contro la Dakota Access Pipeline

Il pronunciamento che ha stabilito la necessità di una nuova verifica può dirsi storico. Non accade spesso che un giudice federale sfidi così apertamente l’operato di un corpo militare. Quando ha pronunciato la sua sentenza, il giudice Boasberg ha affermato: “Data la serietà del NEPA (National Environmental Policy Act, la legge federale sull’ambiente) che i genieri devono seguire, non è possibile aggiustare l’oleodotto senza prima chiuderlo. È un fatto che la Dakota Access Pipeline si sia assunta il proprio rischio economico conscia del possibile danno ambientale che l’oleodotto può causare, ogni singolo giorno. Per tal motivo, la Corte stabilisce che il flusso di petrolio deve cessare.” Come si diceva, la posizione della corte sposa appieno quella ambientalista.

Mike Faith, capotribù dei Sioux di Standing Rock, ha definito il 6 luglio come una giornata storica per chiunque abbia lottato contro la Dakota Access Pipeline. “L’oleodotto non avrebbe mai dovuto essere costruito qui. Lo abbiamo detto fin dall’inizio. ” Ha affermato. Energy Transfer invece si è detta certa che la decisione non sia avallata dalla legge o da rischi concreti, lasciando pensare ad un possibile ricorso. Lisa Coleman, portavoce dell’azienda petrolifera, ha detto che la sua società crede che il giudice Boasberg abbia abusato del suo potere. Non ha alcun senso per loro chiudere la Dakota Access Pipeline, un’opera che funziona da oltre 3 anni e non ha mai causato alcun tipo di problema.

Un sogno che diventa realtà, come i Sioux hanno reagito alla decisione della corte federale

Non possiamo dirci certi che questa pratica sia chiusa. Gli interessi economici in ballo sono davvero alti, non solo per la società petrolifera e i suoi investitori ma anche per tutto l’indotto che vive di petrolio: chi lo trasporta, chi lo raffina, chi si occupa dello stoccaggio, chi della vendita… Insomma è lecito attendere una contromossa da parte di Energy Transfer e dei suoi legali.

Dakota Access Pipeline, l’analisi di Matt McGrath

Sulla vicenda si è voluto esprimere Matt McGrath, corrispondente della BBC per l’ambiente. McGrath, grande professionista, è un’autorità nel campo e ha analizzato la situazione DAPL per la sua testata. A suo modo di vedere, i proprietari dell’oleodotto devono ora fronteggiare l’esosa prospettiva di chiudere la loro pipeline per oltre un anno. Gli oleodotti sono opere molto controverse, in quanto potenzialmente pericolose. Perdite di petrolio o possibili incidenti, infatti, spaventano tutti. Nel caso della Dakota Access Pipeline, la corte ha stabilito che l’impatto sulla pesca, la caccia o la giustizia ambientale non sia stato preso adeguatamente in considerazione. In definitiva, la sentenza sottolinea come la verifica ambientale sia stata troppo superficiale.

Secondo il punto di vista di Matt McGrath, la decisione relativa al DAPL chiude una brutta settimana per gli affaristi americani del fossile. Non più di qualche giorno prima di questa sentenza, infatti, è stato cancellato il progetto dell’oleodotto atlantico. Un tubo che avrebbe dovuto spostare greggio dalla West Virginia al North Carolina, tagliando a metà lo Stato della Virginia. In quel caso, l’azienda proprietaria e i suoi partner hanno incolpato le lungaggini burocratiche e il polverone scatenato dalle puntuali proteste ambientaliste.

I problemi in cui sono incappate ambedue queste infrastrutture ci danno speranza. Si tratta di due casi che sottolineano come la lotta al fossile sia il nuovo e più recente fronte della battaglia tra economia ed ambiente. È il caso degli USA e di tutto il resto del mondo. La dicotomia ambiente/ economia è la madre dell’intera questione ambientale.

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Dakota Access: l’oleodotto della discordia

Dakota Access può rappresentare un serio rischio per l'ambiente e le comunità indigene

Dakota Access: l’infrastruttura

Lo chiamano DAPL, acronimo di Dakota Access Pipeline. Aldilà del nome musicale e scorrevole però, si tratta di un nuovo smacco autorizzato, firmato e sottoscritto dall’amministrazione Trump nei confronti dell’ambiente. Si tratta di un oleodotto interrato statunitense lungo 1886 km. Il condotto ha origine nel North Dakota occidentale, ove è localizzata la riserva petrolifera denominata Bakken. A partire da questo Stato, la pipeline si snoda sotto i territori del South Dakota, dell’Iowa e dell’Illinois, fino a terminare nei pressi di Patoka. Assieme al suo oleodotto gemello, Energy Transfer Crude Oil Pipeline – il quale nasce a Patoka per concludersi in Texas – forma il celeberrimo sistema Bakken, una delle più discusse infrastrutture energetiche statunitense. Il Bakken è tempio e simulacro di quanto inquinante ed arretrato sia l’approvvigionamento energetico degli States, la prima economia mondiale.

Il Dakota Access in costruzione, Foto: Lifegate

I proprietari di Dakota Access

L’oleodotto è di proprietà dell’azienda Energy Transfer, la quale detiene circa il 36,4% delle quote della MarEn Bakken Company LLC e di altri partner finanziari che sono proprietari di quote più piccole. La MarEn Bakken Company è un’azienda creata per supervisionare il sistema Bakken ed è di proprietà della Enbridge Energy Partners e di MPLX, un’associata di Marathon Petroleum. Marathon è una delle maggiori aziende operanti nel settore della raffinazione petrolifera; nei soli Stati Uniti possiede 16 raffinerie in grado di produrre, giornalmente, oltre 3 milioni di barili di petrolio raffinato. Nella lista Fortune 500 del 2018, quella che classifica le più redditizie aziende mondiali, Marathon era al numero 41. La digressione di questo paragrafo può apparire come stucchevole esercizio finanziario ma è stata riportata per far meglio comprendere, al lettore poco ferrato, quali interessi ruotino attorno a questo progetto.

Il settore petrolifero è una sorta di buco nero, nonostante gli sforzi mirati a convertire l’approvvigionamento energetico mondiale, è ancora uno dei campi più redditizi a livello mondiale. La lobby del petrolio è stata capace. nel corso del ‘900 di allungare i suoi tentacoli ovunque.

Politica ed economia

L’oro nero batte ancora abitualmente cassa a Wall Street e uno squalo come Donald Trump lo sa bene. Stando alla dichiarazione dei redditi del Presidente, egli deteneva, nel maggio 2016, dunque prima di venire eletto, circa 50mila dollari di azioni della Energy Transfer. L’anno precedente aveva dichiarato di detenere una quota azionaria aziendale ancora maggiore (si parla di una cifra tra i 500mila e il milione di dollari). Il Presidente ha dichiarato di aver ceduto le sue quote nel corso dell’estate 2016, notizia riportata anche dal Washington Post. Qualunque sia la situazione del portafoglio azionario di Trump, nulla toglie che la sua trionfale campagna elettorale abbia ricevuto 103mila dollari da Kelcy Warren, il CEO di Energy Transfer Partners.

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Non stupiamoci dei legami tra politici e petrolieri, specialmente negli USA; l’ex governatore del Texas, Rick Perry, è stato membro del board dirigenziale di Energy Transfer fino al 2016. Quell’anno si è dimesso. A seguito della nomina ricevuta da Trump a segretario per l’energia. Dallo scorso anno, non ricopre più tale carica. In un intervento pubblico, il Presidente ha ammesso di appoggiare la realizzazione di DAPL. Secondo una nota del suo staff, la posizione di The Donald “non ha nulla a che fare con gli investimenti personali.”

Rick Perry e Donald Trump, Foto: Business Insider

Le caratteristiche dell’oleodotto

Il diametro della pipeline è di almeno 1,2 metri in ogni suo punto e la capacità è di ben 470mila barili al giorno (circa 75mila m3/d) di petrolio grezzo. La costruzione, partita nel giugno del 2016, si è conclusa ad aprile 2017. Il 14 maggio 2017 il primo barile di petrolio ha percorso il DAPL; il primo giugno seguente, l’oleodotto è diventato commercialmente operativo. Il progetto è costato circa 3,78 miliardi di dollari. Attivisti e politici, non solo statunitensi, hanno evidenziato l’impatto ambientale dell’opera. A seguito di un ricorso, un giudice distrettuale ha stabilito, nel mese di marzo 2020, che il governo non aveva studiato l’impatto ambientale del Dakota Access a sufficienza. In seguito a ciò, lo United States Army Corps of Engineers è stato incaricato di condurre una nuova verifica dell’impatto ambientale. A quasi 3 anni dall’inaugurazione.

Dakota Access e ambiente

Naturalmente, questo articolo non serve solo a constatare l’ovvio. Il centro della questione DAPL non è tanto la collusione tra politica e finanza, non è tanto quello di evidenziare come la lobby petrolifera sia ancora troppo potente da sconfiggere, per quanto entrambi questi due concetti sono molto importanti, all’interno della battaglia ambientale. Il nocciolo della questione, invece, è il fatto che un Paese avanzato come gli USA continuino, imperturbabilmente, ad investire sul fossile.

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La costruzione di un simile serpente di metallo, di un tale mostro ecologico, è stata fortemente avversata, fin dall’inizio della pianificazione. Era il lontano 2014 e il Presidente degli Stati Uniti era ancora Barack Obama; lo stesso che partecipava ai documentari di Leonardo Di Caprio, dicendo che la tutela ambientale doveva essere al centro dell’agenda politica, se ricordate. Obama si è dichiarato contrario alla realizzazione del DAPL e ha preso tempo finché ha potuto; la sua amministrazione però non ha mai fatto nulla di davvero concreto per impedirne la costruzione, accontentandosi di lasciare la palla in mano a chi ne avrebbe preso il posto.

Proteste tribali

Tra i primi ad opporsi alla costruzione vi sono stati i nativi americani della tribù Meskwaki, la cui capotribù, Judith Bender, ha da subito segnalato come il tracciato del Dakota Access corra il rischio di andare a prendere il posto dell’oleodotto Keystone XL, altra pipeline contro la cui realizzazione i nativi si stanno battendo. In merito al Keystone, i nativi sembrano avere il coltello dalla parte del manico, come si suol dire, e la sua effettiva costruzione è in serio dubbio. Le tribù Sioux di Standing Rock e Cheyenne River si sono presto unite alla protesta, poiché il progetto taglia diversi luoghi sacri delle comunità, luoghi che ricadono all’interno di riserve protette e, dunque, dovrebbero essere intoccabili. Dovrebbero, appunto.

Una mappa del tracciato dell’oleodotto. Su di essa è indicata anche la zona delle proteste; la riserva indiana di Standing Rock.

Un’annosa questione

L’argomentazione delle tribù è che la realizzazione dell’oleodotto minacci l’acqua, il popolo, la terra e lo stile di vita dei nativi. La verifica ambientale del 2015, prima che la costruzione cominciasse, ha autorizzato il cantiere. Le tribù hanno continuato a protestare per anni, fino a poche settimane fa, quando hanno accolto con gioia il ricorso giudiziario di cui si è scritto. Secondo alcuni ambientalisti e rappresentanti delle tribù, la prima verifica era intrisa di razzismo ambientale a danno delle tribù di nativi. Se così fosse, non sarebbe certo nulla di nuovo per gli Stati Uniti.

D’altra parte, i costruttori, nella fattispecie Energy Transfer per bocca di Kelcy Warren, sostengono di aver avuto poco meno di 400 incontri con oltre 50 tribù di nativi americani prima di iniziare la realizzazione. Secondo Warren, l’oleodotto non passa sotto alcuna proprietà tribale. I 389 incontri tra i costruttori e le tribù sono documentati e, similmente, difficilmente Warren mente, riguardo all’attraversamento di proprietà private. Come ci insegna la storia, però, le tribu dei cosiddetti indiani non basano la loro vita sul possesso e sulla proprietà privata. Per queste persone anche campi, montagne, alberi e fiumi possono essere sacri e nuclei religioso – spirituali della comunità. Ovviamente, nessuno ha la proprietà di questi elementi naturali se non lo Stato.

Documentario realizzato da VOX sulle proteste a Standing Rock

Praticamente dalla scoperta dell’America in poi, comunità bianche e di nativi americani continuano a scontrarsi sulla questione della proprietà privata. Da quando i colonizzatori europei hanno cominciato a recintare i propri spazi, le tribù si sono trovate praticamente in gabbia sulla loro stessa terra. Pensiamo alla loro situazione come a una perenne privazione di diritti e spazi, come un continuo lockdown. Naturalmente, l’EcoPost si occupa di ambiente e non di cultura angloamericana; in questo preciso contesto, però, le due cose sono legate molto strette.

La minaccia del Dakota Access

Nonostante le tribù native siano state i primi e, probabilmente, principali oppositori del progetto, anche altri americani hanno preso parte alle proteste. Gli Stati interessati dall’oleodotto sono, in gran parte, rurali. Numerosi agricoltori, specialmente quelli che vivono e lavorano in Iowa, si sono detti preoccupati dall’erosione del suolo e la riduzione della fertilità successiva alla realizzazione della pipeline. Il sottosuolo dell’Iowa è piuttosto ricco di risorse idriche, le quali corrono ora il rischio di contaminarsi o venire disperse. A ciò, va aggiunto che vi sono zone, lungo il tragitto del Dakota Access, suscettibili di allagamenti. Qualora si verificasse un simile fenomeno in un punto nel quale, malauguratamente, l’oleodotto avesse una perdita, ci troveremmo di fronte ad un disastro ambientale.

Da parte sua, il costruttore ha garantito che avrebbe riparato qualunque danno causato dagli operai, o dal loro lavoro, alle riserve interrate, facendosi carico dello sradicamento delle erbe infestanti presenti negli Stati, diffusesi inevitabilmente durante le fasi di scavo.

Servizio di FOX News sull’inizio dei lavori per il Dakota Access

Ambiente e salute

Numerose associazioni impegnate per l’ambiente si sono opposte con forza a questo progetto. Greenpeace e lo Science and Environmental Health Network, insieme a 160 scienziati impegnati in prima linea per la tutela ambientale, hanno firmato, a suo tempo, una petizione contro DAPL, rimasta inascoltata. Attivisti per l’ambiente in ogni angolo del mondo si sono scagliati contro la mancanza di considerazione ambientale dimostrata dai progettisti. Principale timore, come già denunciavano gli agricoltori, è la catastrofica possibilità di una perdita di petrolio nelle acque del fiume Missouri, fonte di acqua potabile per milioni di cittadini. Per quanto remoto possa apparire un tale rischio, teniamo presenti due dati che al lettore italiano saranno probabilmente sconosciuti.

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L’operatore dell’oleodotto, Sunoco Logistics, è sotto indagine per circa 200 perdite verificatesi negli impianti che gestisce. Nessun concorrente ha sprecato così tanto olio grezzo, da impianti onshore, dal 2010 ad oggi. Le stime della Pipeline and Hazardous Materials Safety Administration, l’autorità americana in merito, segnalano che la Sunoco abbia sprecato 3406 barili di petrolio (oltre 540 metri cubi) negli ultimi 10 anni.

Fin da subito, dal 2015, inoltre, gli ambientalisti hanno avviato una class action contro il costruttore, accusandolo di aver condotto una analisi ambientale incompleta. A parer loro, il rigore della prima analisi fu troppo poco, citando come progetti ben meno impattanti di DAPL richiedano analisi più approfondite e durature. Entrando nel merito, senza perderci in tecnicismi poco comprensibili, diciamo soltanto che Dakota Access non presenta alcuno spill response plan per il fiume Missouri e non ha dedicato luoghi vicini per il deposito di attrezzature necessarie alla prima risposta ad una crisi ambientale provocata da danneggiamento dell’oleodotto. In sostanza, non c’è nulla di pronto qualora si dovesse davvero fronteggiare un incidente con sversamento di petrolio nel fiume.

Prospettive future

Per tal motivo, il tribunale ha deciso di far condurre una nuova analisi ambientale. Comunque vada, però, gli ambientalisti hanno già perso. L’oleodotto è attivo e ha creato oltre 50 posti di lavoro, tutti già occupati da personale regolarmente assunto. Qualora la nuova analisi dimostri che il progetto è più pericoloso di quanto originariamente stabilito (com’è molto probabile), difficilmente un Paese come gli USA prenderà provvedimenti contro una infrastruttura la quale, nel solo Iowa, genera un indotto che coinvolge circa 4000 lavoratori e mette in circolo milioni di dollari tra produttore, fornitore e consumatore. In barba ai nativi, agli agricoltori, ai cittadini che dipendono dal Missouri e, in ultima analisi, a tutti noi che ci preoccupiamo della questione ambientale, il Dakota Access è al suo posto. Il lungo serpente metallico, incurante della minaccia che presenta all’ambiente, trasferisce petrolio lungo gli States.

Il Dakota Access può rappresentare una seria minaccia per l'ambiente e le comunità indigene
Nativi americani e attivisti festeggiano la sentenza che ordina una nuova verifica ambientale per l’impatto di DAPL, Foto: New York Times

Il Paese delle autostrade leggendarie e della libertà di movimento, concede lo stesso privilegio anche al petrolio. Finché ci sarà questa amministrazione difficilmente le cose cambieranno. In tutta onestà, le probabilità di vedere miglioramenti dal punto di vista ambientale sono molto poche, anche qualora il prossimo Presidente dovesse chiamarsi Joe Biden. L’ex vice di Obama è più noto per le sue gaffe che per la sua politica e le sue posizioni sono conservatrici, non certo progressiste, questo teniamolo bene a mente. Esattamente come nel 2016, la scelta presidenziale a novembre sarà de facto tra un repubblicano radicale ed uno moderato.

Il riassunto della prima giornata del World Economic Forum

Non capita spesso di vedere Greta Thunberg e Donald Trump nello stesso posto. Ieri, durante la prima giornata del meeting annuale del World Economic Forum, i due volti della crisi climatica hanno parlato di fronte ad una platea colma di personalità eccellenti. Inutile precisare che i due discorsi fatti dai rispettivi leader non avessero proprio lo stesso messaggio.

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Cos’è il World Economic Forum?

“Il Forum impegna i più importanti leader politici, culturali ed economici a dare forma all’agenda globale, regionale e industriale”. Questa è la definizione che dà di sé la fondazione no profit con sede a Ginevra, Svizzera. In altre parole si tratta di un’organizzazione che ha l’ambizione di riunire sotto di sé le personalità più influenti del mondo affinché queste possano stabilire strategie di sviluppo che rispettino i principi di giustizia sociale, economica e ambientale. Fondato nel 1971 il World Economic Forum organizza ogni anno un incontro nella città di Davos (Svizzera) in cui i rappresentanti delle realtà coinvolte possono incontrarsi per parlare, faccia a faccia, dei problemi da risolvere.

Negli ultimi due anni questo “annual meeting” ha avuto come tema centrale quello dei cambiamenti climatici. Si è discusso quindi delle possibili soluzioni che le imprese e i governi possono adottare per implementare la tanto necessaria svolta ecologica dell’economia su scala globale. Se gli esiti dell’evento dello scorso anno hanno lasciato interdetto il mondo ambientalista – il Forum si è infatti concluso con un nulla di fatto – quest’anno siamo di nuovo lì, ad aspettare che arrivi qualche buona notizia dal piccolo borgo situato nelle Alpi Svizzere. Difficile sapere già da ora se arriveranno o meno.

Il ritorno di Greta, un anno dopo la prima volta

Uno dei primi ospiti che ha preso parola durante la prima giornata del Forum è stata proprio Greta Thunberg. Un anno fa, sempre a Davos, Greta ha tenuto uno dei suoi primi discorsi. Da quel leggio ha pronunciato per la prima volta la celebre frase: “Our house is on fire”. Quest’anno, in un discorso di 8 minuti circa, la giovane attivista svedese ha ribadito, di fronte alle più influenti personalità dell’economia mondiale, la stringente necessità di iniziare ad agire ora se si vuole limitare l’innalzamento della temperatura media globale a 1,5/2 °C, come specificato nel Paris Agreement.

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La Thunberg ha poi ricordato come il nostro budget di carbonio, al ritmo di immissione di CO2 in atmosfera odierno e senza una svolta incisiva, verrà esaurito entro 8 anni. Questo dato è semplicemente uno dei tanti specificati nel report dell’IPCC pubblicato nel 2018 che, ad oggi, rappresenta “la migliore scienza disponibile”.

La traduzione del discorso di Greta Thunberg: “Cosa direte ai vostri figli?”

“La transizione non sarà affatto semplice. Se non iniziamo ad affrontarla ora, insieme e con tutte le carte scoperte in tavola, non saremo in grado di risolverla in tempo. Sono giunta qui con un gruppo di attivisti e la nostra richiesta è piuttosto semplice. Vogliamo che voi, i più potenti ed influenti leader economici e politici, iniziate ad attuare le misure necessarie. Chiediamo che i partecipanti del WEF – investitori, banche, aziende e istituzioni – blocchino immediatamente ogni tipo di investimento rivolto al settore dell’estrazione e dello sfruttamento dei combustibili fossili con un parallelo spostamento degli sforzi economici verso settori non inquinanti. Non vi chiediamo di farlo entro il 2050 o entro il 2040. E neanche entro il 2021. Vi chiediamo di farlo ora“.

“Ciò che stiamo chiedendo è solamente una minima parte dello sforzo necessario affinché questa battaglia possa essere vinta. Se non lo farete dovrete spiegare ai vostri figli perché vi siete arresi di fronte agli obiettivi degli Accordi di Parigi. Oltretutto senza neanche provare a raggiungerli. Sono qua per dirvi che, a differenza della vostra generazione, la mia non è disposta ad arrendersi senza lottare. Voi cercate di schivare il problema, pensando che le persone si stancheranno di parlarne perché è troppo deprimente. Ma non lo faranno. Siete voi che vi state arrendendo”.

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Mi chiedo quale sarà la giustificazione che darete ai vostri figli per il vostro fallimento che li avrà lasciati soli nell’affrontare il caos climatico che avrete consapevolmente portato sopra di loro. Gli direte che sembrava essere una cosa troppo negativa per l’economia? E che è questo il motivo per cui avete abbandonato l’idea di assicurare condizioni vivibili sulla terra alle future generazioni? Oltretutto senza neanche provarci? La nostra casa è ancora in fiamme e la vostra inazione le sta alimentando di ora in ora. Ciò che vi chiediamo è semplicemente di agire come se amaste i vostri figli sopra ogni cosa”.

La risposta di Trump

Poche ore dopo il discorso di Greta Thunberg ha preso parola, di fronte al Forum, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Il volto più celebre su scala mondiale del negazionismo climatico ha subito puntato il dito contro il pessimismo dei giovani attivisti aggiungendo che “vogliono vederci fare brutte figure ma non glielo permetteremo”. Dopo queste prime corrotte parole Trump ha lasciato spazio ad una serie di affermazioni palesemente ipocrite: “Io sono un grande sostenitore dell’ambiente. É molto importante per me. Quello che desidero sono aria e acqua pulita”. Delle dichiarazioni che sono decisamente in controtendenza rispetto alle politiche attuate dal tycoon americano.

L’ attuale inquilino della Casa Bianca ha poi portato all’attenzione dei presenti i dati sullo sviluppo dell’economia americana, affermando che l’American Dream, sotto la sua amministrazione, sta rinascendo “più forte e più grande di prima”. Peccato che, poco dopo, abbia preso la parola Joseph Stiglitz, professore di economia alla Columbia University, che ha di fatto smentito quanto sostenuto da Trump: “Una ricerca dimostra che il Presidente Trump dice in media 5/6 bugie al giorno. Ma oggi ha decisamente sforato. I dati ci dicono che la crescita economica degli Stati Uniti è stata ben maggiore sotto l’amministrazione Obama ed allo stesso tempo l’aspettativa di vita media dei cittadini americani è calata”.

Il programma “1 Trillion trees” del World Economic Forum

Una delle novità del meeting di quest’anno riguarda l’iniziativa “1 Trillion Trees”. Con questo programma il World Economic Forum ed i suoi sostenitori puntano a piantare 1.000 miliardi di alberi in tutto il mondo. E ben vengano iniziative di questo tipo. Peccato che permettano a chiunque ne faccia parte di portare avanti azioni comunicative di greenwashing, come fatto proprio da Trump che ha annunciato la volontà da parte della sua amministrazione di piantare 1 miliardo di alberi su suolo statunitense, come se bastasse questo a fermare la crisi climatica. I progetti di riforestazione sono volti a compensare le emissioni di anidride carbonica e in tal senso vanno sicuramente sostenuti.

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Greta Thunberg ha però voluto precisare come questi progetti, da soli, siano molto lontani dal risolvere il problema senza una parallela drastica riduzione delle emissioni di gas serra in atmosfera. Se inoltre si considera come contrappeso la quantità di alberi che ancora oggi vengono abbattuti ogni anno, si nota subito come questa misura sia totalmente insufficiente. Piantare alberi, insomma, aiuta ma non sarà mai abbastanza. Così come non lo sarà il meeting annuale del World Economic Forum se, a far da padrone, saranno gli ennesimi slogan pieni di buone intenzioni senza che questi si tramutino poi in fatti. Mancano ancora 3 giorni alla conclusione dell’incontro di Davos. Chissà se, questa volta, sarà servito a qualcosa.

L’Iran esce dall’accordo sul nucleare. Ora ha più uranio arricchito

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L’Iran sta mettendo in pratica quella che sessanta giorni fa era soltanto una minaccia, ovvero uscire definitivamente dall’accordo sul nucleare e aumentare le riserve di uranio.

Il tentativo diplomatico di Obama

Nel 2015 Barack Obama aveva portato a termine una trattativa diplomatica per cui la nazione mediorientale avrebbe dovuto interrompere quasi totalmente il processo di arricchimento dell’uranio. In cambio gli Stati Uniti e gli altri Paesi firmatari avrebbero sospeso le sanzioni commerciali imposte in precedenza all’Iran.

Quando si parla del mercato iraniano, è bene ricordare che si tratta principalmente del commercio petrolifero il quale, come sappiamo, porta con sé effetti ambientali molto dannosi. Per anni però l’economia dell’Iran, e quindi il relativo benessere della Nazione, è dipesa dall’esportazione di petrolio verso le nazioni occidentali che da sempre sfruttano in modo insostenibile questa risorsa.

La svolta di Trump

Nel 2018 Donald Trump ha ritirato l’accordo e ha reimposto le sanzioni all’Iran. Il motivo non era ben chiaro se non che, secondo Trump, l’Iran non avrebbe rispettato gli accordi sul nucleare. Per l’Europa, però, questo fatto non sussisteva. Come poi molti giornali hanno supposto, le sanzioni avevano l’obiettivo di indebolire il ruolo dell’Iran nel panorama geopolitico. Il Paese infatti dopo l’accordo sul nucleare si stava riorganizzando economicamente per esercitare la propria egemonia regionale a discapito di quella americana. Imporre le sanzioni quindi voleva dire favorirne l’instabilità.

Come ha affermato Majid Takht Ravanchi, rappresentante dell’Iran presso le Nazioni Unite a New York, “le sanzioni americane sono state progettate per danneggiare la popolazione civile, in particolare le persone vulnerabili come donne, bambini, anziani e pazienti”. D’altra parte Donald Trump non aveva nascosto le sue intenzioni: “il costo di avere un arsenale nucleare per l’Iran sarà di vivere in un’economia a pezzi per tanto tempo a venire”, ha detto il presidente americano.

Il ruolo dell’Europa

Francia, Gran Bretagna e Germania stavano invece escogitando un modo per aggirare le sanzioni imposte dall’America sul mercato iraniano e quindi salvare l’accordo sul nucleare. Questi tentativi, però, non hanno avuto seguito. “Da loro solo parole“, ha detto il portavoce della commissione Energia del Parlamento iraniano Gharenkhani all’Ansa. Poi l’annuncio definitivo: l’Iran ha aumentato le scorte di uranio arricchito passando dal 3,67% al 5%.

Centrale nucleare

L’uranio è un metallo tossico e altamente radioattivo che, quando arricchito, diventa un elemento fondamentale per alimentare le centrali nucleari. Un eventuale guasto può causare danni irreparabili, come è già successo a Chernobyl nel 1986. Inoltre l’uranio arricchito può anche essere impiegato per costruire armi chimiche e, se in quantità molto elevate, anche la bomba atomica. Si parla però in questo caso del 90%, quindi fortunatamente ancora molto lontano dalla quantità di uranio ufficialmente presente in Iran.