Le città italiane più inquinate

L’inquinamento atmosferico è un problema complesso che dipende da molteplici fattori: in primis traffico, riscaldamento domestico, agricoltura e industria. Tutte queste attività umane emettono nell’atmosfera una certa quantità di composti inquinanti, come le polveri sottili (il Pm10 e Pm2.5), gli ossidi di azoto (in particolare l’NO2) e l’ozono troposferico (O3), i quali influiscono negativamente sulla salute delle persone, provocando l’insorgenza di patologie respiratorie, cardiovascolari, metaboliche e neurologiche. Oltre ai problemi legati alla salute ci sono inoltre delle enormi complicazioni dal punto di vista ambientale.

Ma quali sono le città italiane più inquinate in cui vivere?

Leggi anche: Polveri sottili il killer silenzioso: è record di morti

Città che superano i limiti giornalieri di PM10

Secondo l’Agenzia Europea dell’Ambiente, in Europa circa il 90 % degli abitanti delle città europee è esposto a concentrazioni di inquinanti superiori ai livelli di qualità dell’aria ritenuti dannosi per la salute. Per esempio, si stima che il particolato sottile (Pm2.5) riduca l’aspettativa di vita nell’UE di più di 8 mesi.

Se guardiamo la situazione del nostro paese, i dati sono ancora più preoccupanti. Ogni anno in Italia sono oltre 50 mila le morti premature dovute all’esposizione eccessiva ad inquinanti atmosferici. Un impatto che dal punto di vista economico arriva a diverse decine di miliardi all’anno tra spese sanitarie e giornate di lavoro perse, per la precisione tra i 47 e i 142 miliardi di euro/anno.

Secondo l’ultimo report di Legambiente sull’inquinamento atmosferico, nel 2020 più di un terzo delle città italiane analizzate (35 su 96) hanno superato i limiti giornalieri di legge per il Pm10 (stabilito in 35 giorni in un anno solare con una media giornaliera superiore ai 50 microgrammi di polveri sottili per metro cubo). Addirittura sono undici le città nelle quali si sono avuti più del doppio dei giorni di superamento dei limiti.

A Torino il valore peggiore in assoluto: 98 giorni di superamenti, quasi tre volte sopra il limite dei 35 giorni. Quindi Venezia con 88 giorni, Padova 84, Rovigo 83, Treviso 80, Milano 79, Avellino e Cremona 78, Frosinone 77, poi Modena e Vicenza che con 75 giorni di superamento dei limiti, chiudono le 10 peggiori città italiane.

Città che superano le medie annuali di PM10

I superamenti giornalieri rappresentano però solo un “campanello d’allarme” che rileva i periodi più critici dello smog durante l’anno. Le medie annuali di polveri sottili, invece, danno un’idea migliore sulla cronicità dell’inquinamento e sono il parametro di riferimento per la tutela della salute, come indicato dalle linee guida dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) che stabilisce in 20 microgrammi per metro cubo la media annuale per il Pm10 da non superare.

Secondo il report, sono 60 le città italiane (il 62% del campione analizzato) che hanno fatto registrare una media annuale superiore a quanto indicato dall’OMS. Anche in questo caso le città del nord Italia sono quelle con le rilevazioni più preoccupanti. Sempre in testa Torino con 35 microgrammi/mc come media annuale, seguita da Milano, Padova e Rovigo (34µg/mc), Venezia e Treviso (33 µg/mc), Cremona, Lodi, Vicenza, Modena e Verona (32 µg/mc).

Oltre alle città del nord però hanno superato il limite suggerito dall’OMS anche città come Avellino (31µg/mc), Frosinone (30 µg/mc), Terni (29 µg/mc), Napoli (28 µg/mc), Roma (26 µg/mc), Genova e Ancona (24 µg/mc), Bari (23 µg/mc), Catania (23 µg/mc) solo per citarne alcune.

Nel complesso, si può notare che le città del nord Italia e del bacino padano hanno i dati più allarmanti. Al sud invece i dati sono migliori, ma preoccupano Roma e la Campania, quest’ultima con alcune città in lista rossa.

Cosa è cambiato con il Covid?

In assoluto, i valori di inquinamento atmosferico dell’anno appena trascorso non sono diminuiti rispetto alle rilevazioni precedenti. Considerando le restrizioni applicate a causa dell’emergenza da Covid19, chi legge si starà chiedendo: come mai?

Durante il periodo del lockdown del marzo/aprile/maggio scorso, la diminuzione della concentrazione di polveri sottili (Pm10) e biossido di azoto (No2) è stata rispettivamente di circa il 20%, e tra il 40% e 60%. Quindi un lieve beneficio dal blocco del traffico c’è stato. Ma i valori di inquinamento complessivi non sono diminuiti principalmente per due motivi:

  • La prima spiegazione è che le misure hanno avuto il loro effetto benefico, ma che il danno era stato sostanzialmente già fatto. Infatti il periodo critico dell’inquinamento è quello compreso tra i mesi gennaio/febbraio e novembre/dicembre, dove si registrano i picchi più alti di inquinamento, con marzo e ottobre che invece sono, da un punto di vista delle concentrazioni e dei superamenti, mesi di transizione.
  • L’altro, e più importante, elemento di cui tener conto è che in realtà da tempo ormai, grazie ai parziali miglioramenti nei settori tradizionali (mobilità, industria e riscaldamento domestico), le concentrazioni di polveri sottili, in particolare in area Padana, sono sostenute in modo molto limitato da queste emissioni di fonte primaria, ovvero rilasciate al punto di scarico in atmosfera.

Ad essere sempre più prevalenti sono infatti le polveri di formazione secondaria, cioè quelle derivanti da reazioni chimiche che si verificano direttamente in atmosfera. Spesso le polveri di formazione secondaria sono formate da microcristalli di sali d’ammonio la cui fonte prioritaria è l’allevamento del bestiame, attività che non ha avuto alcuna limitazione con il lockdown. Questo spiega le ragioni dell’invariabilità del dato medio annuo, che ha visto una scarsa o nulla riduzione delle concentrazioni medie di polveri sospese, a fronte della sensibile riduzione dell’inquinamento da NO2 (la cui fonte prevalente è il traffico).

L’analisi

Per Legambiente i dati allarmanti sono il frutto di tre ragioni. In primis la “mancanza di pianificazione e di ambizione dei Piani nazionali e regionali”. Poi si è notato che i pochi accordi di programma raggiunti, nella realtà dei fatti, “sono stati puntualmente elusi e aggirati grazie al ricorso sistematico alla deroga”. Il riferimento più lampante è al blocco degli Euro4 nelle città che sarebbe dovuto entrare in vigore dal primo ottobre 2020 e che è stato prima posticipato al gennaio 2021 e poi all’aprile successivo.

Infine, la classe dirigente italiana non ha mai preso in considerazione l’opportunità di rinnovare profondamente settori cruciali come la mobilità, l’agricoltura, la zootecnia, le aree portuali, rendendo l’emergenza smog ormai cronica.

È chiaro che la classe politica del nostro paese non ha saputo affrontare in maniera strutturale il problema dell’inquinamento atmosferico. Lo testimoniano i dati in questione e le due procedure di infrazione comminate all’Italia per il mancato rispetto dei limiti europei previsti per il Pm10 e gli ossidi di azoto, a cui si è aggiunta una nuova lettera di costituzione in mora da parte della Commissione europea in riferimento alle eccessive concentrazioni di Pm2,5.

Alla luce di tutto ciò, e dei danni dei composti inquinanti alla salute dei cittadini, ci chiediamo quando la politica italiana cambierà rotta e agirà in maniera decisa e con obiettivi chiari per contrastare l’inquinamento atmosferico.

“Progetto di Lustro”. Il piano verde per i fondi Next Generation

progetto di lustro

Si chiama “Progetto di Lustro” ed è stato presentato martedì 23 marzo alla Camera in conferenza stampa. È un dossier con 5 azioni chiave per orientare i fondi del Next Generation UE verso una vera transizione ecologica. La sua realizzazione ha coinvolto 15 associazioni, fra cui Legambiente, il Forum Disuguaglianze Diversità e Slow Food Italia. La presentazione nella sala stampa della Camera è stata guidata da Rossella Muroni, a capo del neogruppo parlamentare Facciamo Eco, a cui appartiene anche l’ex ministro dell’istruzione Lorenzo Fioramonti. Dopo anni di assenza dal Parlamento Italiano, i Verdi tornano in campo in stretta collaborazione con le maggiori associazioni ecologiste del paese.

Progetto di Lustro: come nasce e cosa contiene

Rivoluzione verde e digitale, giovani, donne, innovazione, inclusione, lavoro giusto e pulito. Su questi pilastri è nato “Progetto di Lustro”, il piano per investire i fondi del Recovery Fund in chiave ecologica e sostenibile. Sostenibile non solo dal punto di vista ambientale, ma anche economico e sociale. Ciò è ben evidente se si osservano le 15 associazioni partner – Rinascimento Green, 6000 sardine, Slow Food Italia, Slow Food Youth Network, Eumans, Green Italia, #POP, Arci nazionale, Kyoto Club, Fondazione Grameen Italia, Forum Disuguaglianze Diversità, Legambiente Onlus, Associazione le réseau, Movimenta, Focsiv – e lo slogan scelto per la campagna: “Non c’è giustizia climatica senza giustizia sociale”. Il piano, visionabile al seguente link, è stato costruito seguendo cinque progetti faro, cinque principi per l’applicazione del fondo e cinque linee guida per indirizzare il lavoro del governo.

I 5 progetti faro del Progetto di Lustro sono:
1) Efficientamento energetico: riduzione delle emissioni delle abitazioni e del sistema produttivo. Reddito energetico, comunità energetiche
2) Cambio del modello produttivo e di consumo: conversione nella logica della filiera e dell’economia circolare, abbassamento delle emissioni in industria, imprese e agricoltura
3) Mobilità sostenibile: elettrificazione della mobilità e incremento della rete ferroviaria
4) Scuole e università: Investimenti in ricerca, intervento di riqualificazione delle strutture
5) Sicurezza del territorio: ristoro dei territori inquinati, a rischio idrogeologico

Leggi anche: “Mobilità sostenibile, nasce il nuovo ministero”

Società civile e politica: la nascita di Facciamo Eco

Il nome “Progetto di Lustro” nasce dalla volontà di mettere in pratica azioni efficaci in un arco temporale ben definito. Un lustro appunto, ovvero cinque anni, in cui il governo italiano dovrebbe “approfittare” dei fondi in arrivo dall’Unione Europea per compiere la svolta ecologista da tempo richiesta dalla società civile. A sostenere le diverse associazioni sul piano politico c’è il gruppo parlamentare Facciamo Eco-Federazione dei Verdi. Questa nuova componente è nata a inizio marzo 2021 dalla volontà di riportare le istanze ecologiste in parlamento ed è composta da esponenti fuoriusciti dal gruppo misto, fra cui Rossella Muroni (ex Leu e già Presidente di Legambiente), Lorenzo Fioramonti (ex 5 stelle ed ex ministro dell’Istruzione) e Alessandro Fusacchia (ex +Europa).

Si tratta di personalità politiche che da tempo dialogano con i rami più diversificati della società civile, compreso il movimento giovanile Fridays For Future. Ed è proprio alle giovani generazioni che si orientano le principali proposte di Facciamo Eco:

Oggi la “next generation” si mobilita per continuare a chiedere ad alta voce di difendere il Clima e di cambiare il nostro sistema di produrre, consumare, vivere. Sono i giovani dei Fridays For Future che ormai da 3 anni portano in piazza milioni di persone per ricordare alla politica che non c’è un Pianeta B e che la lotta al mutamento climatico deve essere prioritaria. Anche per questo la componente FacciamoEco intende impegnarsi, per difendere e rappresentare le istanze ecologiche di quella prossima generazione di cui stiamo impiegando non più solo le risorse naturali ma ora anche le risorse economiche che arriveranno dall’Unione europea.

Dal sito di Facciamo Eco

Leggi il nostro articolo: “Eni mette gli occhi sul Recovery Fund”

Una “cultura verde” al centro del Progetto di Lustro

Fra le proposte avanzate da Facciamo Eco c’è anche l’istituzione di un servizio civile ambientale “in grado di coniugare la lotta all’emergenza climatica con la lotta alla disoccupazione giovanile”. Su questa stessa linea il piano “Progetto di Lustro” tenta di rendere organiche tematiche fin’ora affrontate separatamente. Istruzione, tutela dell’ambiente e lavoro fanno invece parte di un unica visione per il futuro, che deve essere appunto sostenibile sotto tutti i punti di vista.

“Vogliamo scuole e università sicure e moderne, che non inquinino, e che preparino i giovani alle sfide del futuro”.

Non c’è giustizia climatica senza giustizia sociale

Ai nostri lettori questi concetti potranno sembrare banali. Eppure, è bene ribadirlo, non risultano altrettanto banali ai nostri politici, che si ostinano a proporre piani totalmente inadeguati per la sfida che ci aspetta. È di questa settimana la notizia della visita ufficiale del Ministro degli Esteri Luigi Di Maio e dell’ad di Eni Claudio Descalzi al nuovo premier libico Abdul Hamid Dbeibah. Sebbene nelle dichiarazioni abbiano citato anche la volontà di aumentare la produzione di rinnovabili, lo scopo della visita era senza dubbio assicurarsi l’appoggio della nuova leadership per i progetti offshore di Eni. Il fatto che l’Italia sia stato il primo paese europeo ricevuto dal nuovo governo non dovrebbe affatto stupire. Eni è infatti il primo produttore di gas in Libia.

Più volte in questo blog abbiamo ribadito come la nostra dipendenza energetica dal Nord Africa infici enormemente la credibilità politica dell’Italia. Il caso Regeni e la detenzione di Patrick Zaki ci ricordano ogni giorno che la strada per la transizione ecologica è un percorso che coinvolge a stretto giro la tutela dei diritti umani. Dall’inizio del suo mandato Fioramonti non ha mai smesso di ribadire questo concetto, denunciando più volte l’imbarazzante strategia dell’Italia nel caso Regeni e non solo. Quando si parla di creare una “cultura ecologica” si intende proprio questo: educare le giovani generazioni alla sostenibilità e allo stesso tempo rendere giustizia a chi è stato vittima di un sistema politico-economico che da decenni è ostaggio di gas e petrolio. “Non c’è giustizia climatica senza giustizia sociale”: un invito immediato, creato dal basso, per indirizzare chi ci governa dall’alto verso l’unica rotta possibile.

Leggi anche: “Giulio Regeni e l’ENI: il filo nero della mancata verità”

Ecomafia: quando il profitto ruba il futuro

Il viavai di camion era continuo. Tonnellate di materiali venivano spostati da un luogo all’altro, stoccati in capannoni abbandonati e, poi, dati alle fiamme. Spazzatura non ben identificata bruciava e diventava fumo tossico, che si propagava nell’aria. Questa non è l’inizio di una nuova serie fantascientifica sulla fine del mondo, ma la descrizione di uno dei reati contro l’ambiente più diffusi nel nostro Paese: il traffico illecito di rifiuti. E non è il solo tipo di azione che inquina irrimediabilmente il nostro territorio. Ogni ora, infatti, si commettono quattro ecoreati. Così, per riassumere i dati riguardanti i delitti contro il patrimonio, le infrazioni e gli arresti a essi correlati, Legambiente ha redatto il rapporto “Ecomafia 2020”. Ma non è, solo, questione di numeri. Parlare di ecomafia significa vigilare sulla nostra salute, sulla qualità dei prodotti che mettiamo sulla tavola, sul futuro che stiamo sognando e che associazioni criminali vogliono rubarci, per uno sporco profitto immediato.

In realtà, se ci pensiamo bene, perdiamo tutti. Perde chi si impegna ogni giorno per fare le cose in regola, chi ha deciso di sforzarsi quotidianamente con la raccolta differenziata, chi desidera proteggere il fiume o il mare vicino a casa. Perde anche chi inquina, perché respira aria malata, si nutre di prodotti avvelenati, si veste con maglioni e pantaloni contaminati. Così, conoscere i numeri, anche se spaventosi, può aiutare a capire quanto questi crimini siano radicati e diffusi. Si propagano silenziosi e, di solito, ce ne si accorge troppo tardi, quando, ormai, il danno è irreparabile. Ma la professionalità delle forze dell’ordine e l’attenzione di tutti i cittadini possono fare la differenza. Per farla, però, serve conoscere la situazione in cui ci troviamo, il punto di partenza, per comprendere dove ricostruire e come ripristinare.

Ecomafia: riconoscerla, intercettarla, sconfiggerla

Bisognerebbe, quindi, munirsi di pazienza, stilare un elenco di tutte le infrazioni commesse nel nostro Paese, in ognuna delle venti regioni, nessuna esclusa. Il primo grande errore che potremmo commettere, infatti, è quello di pensare di essere esentati dalla criminalità. Per lungo tempo, abbiamo catalogato le mafie come fenomeni radicati solamente in alcuni territori. Ed è proprio nel silenzio, che la malavita fa gli affari migliori. A ben vedere, un’analisi così estesa sembra un’impresa. Fortunatamente, ci viene in aiuto Legambiente. Nel rapporto presentato qualche giorno fa, ha divulgato le sue ricerche. Ha chiesto a esperti del settore, ha lavorato a stretto contatto con il Ministero dell’Ambiente, ha fatto sì che l’impegno si trasformasse in azione e l’azione in cambiamento. Le cifre contenute nel documento sono allarmanti, ma il numero in forte crescita di quasi tutti gli indicatori presi in considerazione è la dimostrazione che qualcosa si sta muovendo.

È giunto il momento di condividere alcuni dei risultati emersi. Innanzitutto, è utile separare da subito le cinque macroaree prese in considerazione: il ciclo del cemento, quello dei rifiuti, i reati contro gli animali, gli incendi e l’archeomafia, ossia il traffico illecito di opere d’arte e reperti, messi in atto da organizzazioni criminali. L’ordine in cui sono state citate compone la classifica negativa. Con 11484 reati e più di 10500 denunce, il settore del cemento detiene un triste primato nel 2019, con un incremento considerevole dei sequestri – + 30,2%- rispetto all’anno precedente. 198 arresti hanno riguardato il commercio dei rifiuti, con un aumento del 112,9%, in relazione ai dodici mesi precedenti. Anche i reati contro gli animali continuano a crescere con un’impennata degli arresti e di sequestri. Numeri elevati arrivano anche dagli ultimi due ambiti, con un +95% degli incendi e addirittura più di 900mila oggetti recuperati dalle forze dell’ordine.

Indovina chi viene a cena?

Insomma, a vedere queste cifre, sembra che tutti gli sforzi siano vani. In realtà, vanno intese in un’ottica diversa, perché sono la dimostrazione che la normativa sta funzionando e stanno emergendo molte contravvenzioni, finora sommerse. Questo ragionamento dovrebbe metterci in guardia e renderci più vigili. Proviamo a fare un altro esempio. Il Natale si sta avvicinando e, anche se quest’anno sarà di diversa entità, comunque vorremo festeggiare. Desideriamo mettere in tavola pietanze gustose. Ma cosa accadrebbe se, invece, quei piatti contenessero cibo coltivato in terre inquinate, alimenti provenienti da quella filiera illecita dell’agroalimentare che si insinua nel mercato legale e lo sporca, danneggiando tutti? I consumatori hanno la forza di migliorare le regole di mercato, scegliendo prodotti controllati e certificati, combattendo le mafie in tutti i settori.

Leggi anche: “Spreco alimentare: quanto cibo buttiamo nella spazzatura?”

Una slide della presentazione di LegambienteOnlus riguardante la corruzione e l’ecomafia.

Sono piccoli gesti quotidiani, scelte oculate. Proviamo a chiudere gli occhi e immaginarci in un futuro non troppo lontano. L’immagine che potrebbe materializzarsi davanti a noi molto probabilmente sarebbe costellata di elementi positivi: spazi condivisi, un lavoro che ci appassiona, una salute forte. Il grave problema è che, se continuiamo a guardare altrove e a sottovalutare l’impatto dell’ecomafia, rischiamo di essere scaraventati in un ambiente che avrà le sembianze dell’inizio di una serie fantascientifica sulla fine del mondo.

Green Diesel Eni. Maxi multa per pubblicità ingannevole

Il Green Diesel di Eni non è sostenibile, proprio come ogni altro combustibile fossile. Il protagonista della storia, nonché autore del misfatto, è la nota azienda distributrice di carburante per automobili. E’ infatti dal 2016 che ENI pubblicizza il suo carburante Eni Green Diesel+ come opzione ecocompatibile, ingannando, di fatto, i consumatori. Legambiente ha denunciato l’azienda, la quale è stata multata con la massima penale: 5 milioni di euro per “pratica commerciale ingannevole“.

Il video-riassunto dell’articolo

Cos’è il Green Diesel Eni e perché non è sostenibile

Il gasolio Green Diesel di Eni contiene una componente del 15% di olio vegetale, chiamata HVO (Hydrotreated Vegetable Oil). In Italia il biodiesel è prodotto presso presso le raffinerie Eni di Venezia e di Gela, che utilizzano l’olio di palma grezzo e i suoi derivati.

L’olio di palma è rinnovabile. Ma..

L’olio di palma è, certo, una fonte rinnovabile. Eni, in sua stessa difesa, aveva sottolineato l’intuitiva evidenza del minore impatto ambientale di questo carburante, in quanto contiene, oltre alla componente fossile, anche quella rinnovabile.

Ciò, però, non giustifica l’etichettatura dell’intero prodotto come “green”, “sostenibile” o “rinnovabile” o addirittura “che si prende cura dell’ambiente”. Termini che abbiamo trovato sin dal 2016 su televisione, radio, giornali, cinema, web e stazioni di servizio. Tanto più che i fruitori di questi media spesso non sono in grado di distinguere il significato assoluto di una frase da quello, invece, relativo.

La prima accusa quindi è stata quella della strumentalizzazione, da parte di ENI, della crescente sensibilità alle tematiche ambientali delle persone per un prodotto il cui contributo ecologico è, nei fatti, ambiguo, minimo o addirittura indimostrato.

La componente rinnovabile è infatti definita “sostenibile” dalla normativa solo se garantisce una riduzione delle emissioni di CO2 almeno pari al 50% rispetto alla componente fossile. Per la riduzione delle emissioni da parte del biodiesel vi sono, invece, molte incertezze. L’AGCM (Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato), evidenzia che per “alcune delle vantate caratteristiche del prodotto, come l’ingente riduzione delle emissioni di gas serra, non esiste alcuna giustificazione o calcolo”.

Il Green Diesel di Eni non è sostenibile

Nel Green Diesel di Eni vi sono altri gravi problemi. Infatti, i danni ambientali e umani causati dalla coltivazione di palme da olio sono tristemente noti. L’olio di palma proviene principalmente dall’Indonesia dalla Malesia, due paesi dove sono stati registrati imponenti tassi di deforestazione negli ultimi due decenni, anche a causa di queste coltivazioni.

Leggi il nostro articolo: “Alluvione in Indonesia: almeno 60 morti”

Per questi motivi, l’Europa ha già etichettato l’olio di palma nel gasolio come insostenibile. La coltivazione di queste piante è infatti tra le principali cause nella distruzione delle foreste pluviali e della fauna selvatica. Secondo uno studio per la Commissione europea, il biodiesel prodotto con olio di palma sarebbe, anzi, tre volte peggiore per il clima rispetto a un prodotto diesel normale, se si tiene conto delle emissioni indirette causate dallo sfruttamento non sostenibile delle risorse naturali.

Leggi il nostro articolo: Olio di palma, dannoso per noi o per l’ambiente?

Una decisione storica

Il presidente di Legambiente, Stefano Ciafani, sottolinea che «Quella di oggi è decisione storica, perché per la prima volta in Italia si parla ufficialmente di greenwashing. Finalmente viene anche smascherato questo grande inganno ai danni dei cittadini da parte di uno dei maggiori nemici del clima qual’ è Eni.”

green diesel eni

“L’Autorità garante della concorrenza e del mercato – continua Ciafani – ci ha dato ragione, ma non basta. Ora è tempo che anche il Governo scommetta davvero su un Green New Deal italiano, iniziando proprio dalla definizione immediata di una strategia di uscita graduale ma netta e inesorabile dai 19 miliardi di euro di sussidi diretti e indiretti alle fonti fossili. Devono anche interrompere gli incentivi all’uso dell’olio di palma nel diesel”.

Leggi il nostro articolo: “Governo Conte-bis. Arriva la promessa del Green New Deal”

Il diesel non mai è sostenibile

Perché sì, in Europa vi sono degli ingenti incentivi per la produzione di biodiesel. Si parla di 4,7 miliardi di euro messi a disposizione dal 2018 al 2022. E’ per questo che, se l’olio di palma è stato ridotto notevolmente (-11%) per la produzione di cibo e mangimi, è invece aumentato del 3% come componente dei carburanti. Gli europei, quindi, mangiano meno olio di palma ma ne consumano sempre di più e senza saperlo per le loro auto.

Fortunatamente il suo uso verrà gradualmente ridotto a partire dal 2023 con l’obiettivo della completa assenza nel 2030. L’Eni Diesel+ non è, quindi, sostenibile. Come ha dichiarato Veronica Aneris, responsabile Transport & Environment (T&E), “in Italia non esiste il diesel green. Le compagnie petrolifere devono smettere di cercare di indurre in errore cittadini e politici con il falso claim del diesel che rispetta l’ambiente e la salute. Dovrebbero invece investire in soluzioni realmente sostenibili, come l’elettricità rinnovabile e i biocarburanti avanzati. E il governo deve fare la sua parte nello spingere le multinazionali dei fossili a dare il giusto contributo nella transizione a emissioni zero“.

Non rimane più tempo per scegliere il “meno peggio”, sempre che lo sia. La chiave è uscire dal meccanismo di sfruttamento delle fonti fossili, senza raggiri ed escamotage delle aziende verso chi realmente vorrebbe rispettare l’ambiente.

Le province italiane più green del 2019

Il Sole24Ore ha pubblicato il 26esimo rapporto Ecosistema Urbano, redatto in collaborazione con Legambiente e Ambiente Italia. Una speciale classifica che raggruppa tutti i capoluoghi delle province del paese in base ad una serie di indicatori green raggruppati in 5 macroaree: aria, acqua, mobilità, rifiuti e ambiente.

province-green

I parametri della classifica

Per stilare la classifica è stato creato un ipotetico sistema di punteggi che, sommati, possono arrivare ad un massimo di 100 punti. Come metro per l’attribuzione dei punti è stato utilizzato il rispetto delle leggi ambientali in vigore insieme ad una valutazione generale della qualità ambientale per ognuno degli indicatori presi in considerazione. Le 5 macrocategorie sono a loro volta composta da 18 voci che insieme vanno a creare una valutazione complessiva ma che, allo stesso tempo, mostrano anche quali siano i punti forti o di debolezza delle varie province.

Leggi il nostro articolo: “Cosa è rimaste della strage di alberi del Nord Italia. Un anno dopo”

Entrando più nello specifico le sottocategorie includono Solare termico e fotovoltaico, Verde urbano, Alberi, Isole pedonali ed Uso efficiente del suolo (macro-categoria ambiente); Ozono, Pm10 e Biossido di Azoto (macro-categoria aria); Capacità di depurazione, Dispersione della rete idrica, Consumi idrici domestici (macro-categoria acqua); Piste ciclabili, Incidenti stradali, Tasso di motorizzazione, Offerta del trasporto pubblico, Passeggeri del trasporto pubblico (macro-categoria mobilità); Raccolta differenziata e Produzione di rifiuti urbani pericolosi (macro-categoria rifiuti)

La top 10 delle province green

Il primo dato che salta all’occhio riguarda il distacco che c’è tra Nord e Sud Italia. L’unica provincia meridionale a piazzarsi nella top 10 è quella di Oristano. Le restanti posizioni sono saldamente occupate da province situate nella parte settentrionale della penisola. Prima classificata è quella di Trento. A completare il podio troviamo Mantova e Bolzano. A seguire, tra le 10 province più green del paese, Pordenone, Parma, Pesaro-Urbino, Treviso, Belluno e Ferrara.

Alcuni focus sul report

Se allarghiamo il cerchio andando ad analizzare la top 50 troviamo un’ulteriore conferma del divario tra queste due zone d’Italia. Le uniche province meridionali a comparire tra i primi 50 nomi sono, oltra alla già citata Oristano, Cosenza (14esimo posto), Catanzaro (31esimo), Nuoro (35esimo), Cagliari (45esimo), Benevento (47esimo) e Potenza (50esimo). Un misero 14%. Viene da sé che le regioni più rappresentate nei primi 50 posti siano principalmente quelle settentrionali: Lombardia, Trentino, Friuli, Toscana, Piemonte, Emilia-Romagna e Marche.

La flop 10 delle province green

Come sempre quando viene stilata una classifica oltre a dei vincitori ci saranno sempre anche degli sconfitti. A comporre la schiera delle 10 province meno green d’Italia troviamo Catania, Ragusa, Palermo, Isernia, Latina, Trapani, Massa, Alessandria, Crotone, Matera e Frosinone. Inutile dire che per le amministrazioni di queste province è giunto il momento di iniziare a prendere seriamente in considerazione l’attuazione di una serie di misure incisive atte a mitigare il problema.

Il commento del report da parte di uno dei redattori

Altalenante, invece, la situazione delle province più popolose. Roma e Torino si piazzano rispettivamente all’88esimo e 89esimo posto su 102, peggio di Bari, Foggia e Napoli che rientrano comunque nelle 20 province meno green del paese. Milano è 32esima, Firenze 24esima, Venezia 16esima mentre Bologna si piazza al 13esimo posto.

L’utilità del Rapporto Ecosistema Urbano

Il lavoro portato avanti, con costanza e giudizio, dai redattori del rapporto è di una preziosità unica. Con i dati raccolti dagli addetti ai lavori ogni amministrazione ha infatti la possibilità di analizzare in maniera dettagliata quali siano i propri punti di forza e quali quelli di debolezza in materia ambientale. Tutto ciò rende, potenzialmente, molto più facile il lavoro delle amministrazioni locali che possono quindi indirizzare gli investimenti green in maniera oculata e mirata. Senza considerare la allettante possibilità di esportare in altre province i modelli che si sono rivelati vincenti in determinate aree territoriali e per un preciso indicatore tra quelli presi in considerazione nella classifica.

Leggi il nostro articolo: “La fast-fashion è il patibolo del pianeta”

Il problema, però, spesso giace non tanto nella disponibilità di questi dati, che più pubblici di così non possono essere, quanto proprio nella rilevanza che le varie istituzioni danno ai temi ambientali. La molla che deve scattare all’interno dei palazzi istituzionali riguarda proprio il valore aggiunto che una rivoluzione green potrebbe dare al nostro paese sia dal punto di vista economico sia da quello della valorizzazione del territorio. Fino a quando non avverrà questa transizione, soprattutto in quelle zone del paese che sono rimaste più indietro, la strada resterà in salita.

Leggi il nostro articolo: “Disastro ambientale in Brasile. 2.100 km di costa devastati dal petrolio”

Vuoi vedere come si piazza la tua provincia? Consulta la classifica completa interattiva disponibile sul sito del Sole24Ore

Treno Verde è arrivato, e ci porta nel futuro

Treno Verde

Ascolta l’articolo:

Non è mai bello perdere il treno, specialmente se si tratta di quello del futuro. Treno Verde è una campagna promossa da Legambiente che, insieme a Ferrovie dello Stato, vuole incentivare l’utilizzo dei mezzi di trasporto alternativi a fronte delle automobili private.

Quanto sono inquinate le città?

Treno Verde farà tappa in dodici stazioni italiane, nelle quali espleterà due principali funzioni. La prima è quella del monitoraggio della qualità dell’aria e i flussi di traffico in città. I volontari di Legambiente, infatti, effettueranno un controllo itinerante nei punti più “critici” delle città. Le misurazioni hot spot delle polveri sottili dureranno un’ora e i risultati saranno poi esposti sullo stesso Treno Verde. In questo modo sarà possibile riflettere e discutere sulla qualità dell’aria che i cittadini ogni giorno respirano e che provoca ogni anno 60 mila morti premature.

Una mostra per un futuro a emissioni zero

In secondo luogo, a bordo del Treno Verde, sarà allestita una mostra dedicata alla mobilità sostenibile in quanto possibile soluzione al riscaldamento globale. La mostra è interattiva e permette di vedere, toccare e sentire l’enorme quantità di inquinamento acustico e atmosferico al quale siamo sottoposti ogni giorno e del quale spesso non ci accorgiamo.

Nella prima carrozza saranno approfonditi i rischi dello smog sul nostro organismo e sul nostro pianeta. Nella seconda carrozza si potranno conoscere le possibili soluzioni per contrastare le fonti fossili e le buone pratiche già attuate dalle città italiane ed estere. La terza carrozza è invece curata da Ecopneus, un’azienda che si occupa di riciclare i pneumatici, dando loro una seconda vita. Infine, nella quarta carrozza, vi sarà un grande spazio per ospitare conferenze, dibattiti e laboratori che guideranno chiunque vi assista nel cambiare in prima persona la propria città, per un futuro a emissioni zero.

Un cambiamento semplice e vantaggioso

Questa transizione è più semplice e vantaggiosa di quel che si creda. Con il car sharing e il car mobbing, restare imbottigliati nel traffico sarà solo un lontano ricordo. Se vi sembrano parole arrivate da un altro pianeta, vi sbagliate. Iniziate a vedere il car sharing come un taxi sempre a vostra disposizione, ma il cui guidatore siete voi, con un costo decisamente inferiore. In questo modo, infatti, pagate soltanto l’effettivo utilizzo della macchina e non la sua proprietà, togliendo molte fastidiose incombenze quali assicurazione, revisione, bollo ed eventuali danni nel corso degli anni. Il car mobbing consiste semplicemente nella buona pratica di invitare amci, colleghi, parenti o perché no, sconosciuti (tramite apposite App) a condividere il viaggio insieme a voi. Non dimentichiamoci poi del trasporto pubblico come treno, metropolitana e pullman. Più si utilizza, più più sarà efficiente, e più sarà efficiente, più sarà piacevole utilizzarlo. Infine, perché non optare, quando possibile, per i piccoli mezzi di locomozione quali la bicicletta, il monopattino o, se siete giovani (fuori o dentro) lo skateboard.

La rivoluzione è già tra di noi, e il Treno Verde arriva con lo scopo di farci aprire gli occhi.

Tappe e orari

L’ingresso alla mostra del Treno Verde è totalmente gratuito ed essa è aperta al pubblico dal lunedì al sabato dalle 16 alle 19. Le scuole prenotate possono accedere dalle 8,30 alle 14. La domenica l’accesso è possibile dalle 10 alle 13. A Roma Termini la mostra sarà aperta dalle 10 alle 13,45.

Le tappe sono le seguenti:

Palermo – 18, 19, 20 febbraio

Bari– 22, 23, 24 febbraio

Napoli Centrale– 26, 27, 28 febbraio

Roma Termini*– 2, 3, 4 marzo

Pescara– 6, 7, 8 marzo

Arezzo– 10, 11, 12 marzo

Civitanova Marche– 14, 15, 16 marzo

Rimini – 18, 19, 20 marzo

Padova– 22, 23, 24 marzo

Genova Piazza Principe– 26, 27, 28 marzo

Torino–  30, 31 marzo, 1 aprile

Milano Porta Garibaldi– 3, 4, 5 aprile

Per maggiori informazioni, visitare il sito ufficiale.