La Polonia soffoca nello smog

Emissioni da una fabbrica

Clima polacco

In Polonia l’aria è incredibilmente inquinata. Come ben sa chi è stato a Varsavia, specialmente durante l’estate, entrando nella capitale polacca da una delle sue numerose autostrade, non occorre far altro che alzare gli occhi verso il cielo per notare una densa foschia. Per il 60% dei polacchi, coloro i quali vivono nelle aree urbane e più densamente popolate, la bella stagione non porta con sé solamente il caldo. Bensì anche la consapevolezza di come le loro case si trovino sotto una tangibile coltre di smog.

Per quanto la situazione possa apparire grave in estate, è in realtà durante l’inverno che il problema raggiunge il suo punto apicale. In alcune zone della Polonia, come ad esempio a Cracovia, nel sud, la gente dice che l’aria è tanto spessa che si può mordere. Lo dicono scherzando ma con la tipica amarezza di chi sa che proprio scherzando si afferma una parte di verità. Lo stato polacco è casa soltanto al 5% della popolazione del nostro continente, eppure la Polonia conta ben 33 delle 50 città più inquinate d’Europa. Non si tratta certo di un record invidiabile.

Smog a Varsavia. Foto: Tech Media

Il movimento ecologista in Polonia

Lo stato ha sempre avuto un movimento ecologista, sin da quando ha spezzato le opprimenti catene del dominio sovietico, entrando a far parte della CSI prima e della UE poi. Tale corrente è però stata fisiologicamente composta da gruppi piccoli e sfortunatamente ben poco influenti. Seguendo i movimenti mondiali, ad ogni modo, l’attivismo ecologista polacco si è evoluto, si è trasformato, nel corso degli ultimi anni. Sulla scena politica del Paese si sono diffusi gruppi come Youth Climate Strike, il movimento di origine studentesca che sciopera per il clima, ed Extinction Rebellion Poland. Entrambi i gruppi hanno stupito l’opinione pubblica, riuscendo ad organizzare grandi manifestazioni popolari nel paese, le quali hanno coinvolto tanto i veterani dell’attivismo ambientalista quanto la classe dirigente.

Il logo del gruppo Extinction Rebellion. Foto: Facebook Extinction Rebellion Polska

Una politica sorda

Sebbene gli attivisti polacchi, coadiuvati dalle ong e dagli scienziati che operano nel paese diano instancabilmente voce alle preoccupazioni, sempre più serie qui come in tutto il pianeta, dei cittadini per l’ambiente, il governo conservatore continua strenuamente ad opporsi ad ogni iniziativa volta a ridurre lo sfruttamento del carbone. In Polonia detiene il potere il partito Diritto e Giustizia (PIS), guidato da Jaroslaw Kaczynski, noto per le sue posizioni fortemente destrorse e conservatrici. Il Presidente della Repubblica è Andrzej Duda, contro il quale la Commissione Europea ha aperto una procedura di infrazione, nel 2017, a seguito di un tentativo di accentramento dei poteri di nomina e selezione dei magistrati sulla figura del Presidente.

A causa di questa ottusità governativa, è in corso in Polonia un duro scontro sulla tematica ambientale. Per utilizzare le parole del partito dei verdi polacco, entrato in Parlamento a seguito delle elezioni dell’ottobre 2019: “Il governo non sta facendo nulla. E’ come se si limitasse a spostare le sedie sul Titanic mentre il transatlantico affonda.”

Jaroslaw Kaczinsky (sinistra) e Andrzej Duda (destra). Foto: Tok FM

I problemi ambientali in Polonia

L’Agenzia Europea per l’Ambiente stima che, nel corso del solo anno 2015, siano morti prematuramente, a causa di disturbi riconducibili all’inquinamento atmosferico, circa 45mila polacchi. La scarsa attenzione ambientale ha fatto in modo che si creasse un’area denominata deserto di Bledow. La deforestazione e la forsennata raccolta del legname, in questa zona, associate allo svuotamento della sottostante falda acquifera ha causato la scomparsa pressoché totale della vegetazione. Lo sfruttamento della zona di Bledow non è storia recente. Si può infatti ricondurre ad attività minerarie iniziate nel medioevo. Ora il cambiamento climatico ha aggravato la situazione, portando a periodi di siccità estremi e sempre più frequenti.

Secondo gli ecologisti nessun governo, oggi come nel passato, ha mai fatto abbastanza per fronteggiare l’emergenza ambientale. A detta di molti poi, le politiche del governo a guida PIS starebbero complicando ancor di più la lotta al cambiamento climatico che incombe.

Lo smog a Cracovia

Scelte anacronistiche

Il PIS è primo partito in Polonia dal 2005. Nel corso del suo governo ha dapprima varato l’apertura di nuove miniere carbonifere in Slesia; in seguito ha consentito lo sfruttamento del legname della foresta di Bialowieza, una delle ultime foreste vergini europee e infine, evidentemente non pago, ha deliberato una severissima normativa sui parchi eolici, considerata da alcuni analisti ed esperti delle rinnovabili come il maggior ostacolo possibile allo sviluppo di forme di energia pulita nel paese.

Non contento di ciò, il partito ha anche proposto grandi piani infrastrutturali, quali cementificazioni e nuove costruzioni per milioni di metri cubi, inevitabilmente destinati a danneggiare gravemente, probabilmente in maniera persino strutturale, l’ambiente. Spicca, se così vogliam dire, il canale che dovrebbe attraversare lo stretto promontorio della Vistola. Lo sciagurato progetto, lungo oltre un chilometro, potrebbe seriamente compromettere l’habitat della fauna selvatica residente in loco. A cosa si devono queste francamente inspiegabili scelte? Ovviamente vi è dietro un cinico e preciso disegno politico.

La strategia di Diritto e Giustizia in Polonia

Il principale obiettivo politico di PIS è quello di non perdere il sostegno elettorale dei minatori e dell’industria dei combustibili fossili. Questa categoria è una potente lobby in Polonia, serbatoio di voti che fanno molta gola al partito, al fine di prolungare la propria egemonia. Nonostante sia cristallino a chiunque come la strategia ambientale del governo sia destinata ad avere un impatto enormemente negativo sul Paese, per il PIS contano di più le preferenze elettorali che il futuro dei propri figli. Una volta in più, appare evidente come il potere sia il principale avversario nella lotta al global warming.

Il logo del partito Diritto e Giustizia. Foto: Devdiscourse

Le mobilitazioni danno speranza

Di fronte alle prove, sempre più innegabili, dell’avanzamento pressoché indisturbato del cambiamento climatico, c’è una nuova generazione di ambientalisti in Polonia davvero determinata a farsi ascoltare. I nuclei vitali di Extinction Rebellion e Youth Climate Strike nel paese sono composti di ragazzi. Questi attivisti sono spesso alle prime esperienze in campo politico e sociale. Molte di queste persone confessano di essersi attivate in maniera tardiva, pur avendo nutrito da tempo preoccupazioni verso il clima.

Un esauriente articolo pubblicato sull’Internazionale 1343 ha riportato la voce di alcuni esponenti polacchi dei due gruppi ora citati: “C’è una bella differenza tra capire qualcosa con la testa e farlo con il cuore. Se ti fermi a pensare agli effetti della crisi climatica ti viene davvero da piangere.” Sono le parole di Przemek Siewior, 29 anni, militante da circa un paio di mesi di Extinction Rebellion Poland. A lui fa eco la giovane Ania Pawlowska, 16 anni, di Youth Climate Strike: “Non ero del tutto consapevole della portata del problema. Dopo il grande sciopero studentesco del 15 marzo 2019 ho capito davvero cosa c’è in gioco. Quel giorno sono rimasta terrorizzata. Mi sentivo davvero frustrata per non aver capito prima i rischi connessi al cambiamento climatico.”

Alla conclusione dell’intervista di Pawlowska è il caso di prestare attenzione: “Se è una cosa così importante, perché nessuno fa niente? Perché non me ne hanno parlato a scuola?”

Sciopero studentesco a Varsavia

Un cambiamento dal basso

In Polonia i nuovi attivisti parlano spesso dello shock provato quando si son resi conto della gravità della questione. Di come si sentano delusi, diciamo pure traditi dal loro governo. Per tal motivo, come molti loro colleghi in giro per il mondo, tendono a considerare il conflitto uno strumento utile per forzare il cambiamento. Per conflitto non s’intende certo una guerra, bensì le numerose forme di protesta pacifica organizzata, come ad esempio la disobbedienza civile, molto più efficaci degli scontri armati.

Il cambiamento climatico sembrerebbe essere diventato preoccupazione prioritaria in Polonia, anche per chi non fa parte di gruppi ecologisti. Durante la campagna elettorale dell’autunno 2019 oltre il 60% dei polacchi ha dichiarato che il cambiamento climatico va posto al centro del dibattito pubblico. Tale accresciuta consapevolezza si deve in primo luogo agli evidenti effetti del riscaldamento globale nel paese. La siccità ha infatti portato ad un sensibile aumento del prezzo dei generi alimentari (si parla di rincari fino al 6%, contro il fisiologico 2% della UE). Oltre a ciò, va considerato l’importante ruolo giocato dalle proteste giovanili di cui abbiamo scritto.

Quale futuro per la Polonia?

Le campagne dei gruppi ambientalisti, dunque, sembrerebbero aver già portato ad effetti concreti sulla società. I dibattiti sul clima in Polonia sono diventati frequenti e, di conseguenza, anche l’atteggiamento dell’opinione pubblica a riguardo è cambiato. Gli ecologisti non appaiono più come strani, estremisti di sinistra, verdi lontani dalla politica vera e frichettoni che parlano solo di problemi astratti. Molte persone si dicono consapevoli, preoccupate e, soprattutto, ed è qui che va riposta la speranza, vogliono fare qualcosa di concreto.

Ciononostante, in Polonia e non solo, il divario tra le azioni governative e le misure auspicate da ambientalisti e scienziati, continua a crescere giorno dopo giorno. Riprendendo le parole del partito dei verdi polacco: “Dobbiamo cominciare subito a ridurre drasticamente le emissioni, cambiando il nostro sistema economico. Il Gruppo Intergovernativo sul Cambiamento Climatico dice che ci sono il 70% di possibilità di rispettare le soglie imposte dalla comunità scientifica se seguiamo le raccomandazioni fatte. Per il momento, però, non sembra che lo stiamo facendo.”

L’onda verde globale. Oggi milioni di giovani in piazza

L’onda verde non si arresta. Anzi, qualcuno direbbe che è appena cominciata. Milioni di giovani in tutto il mondo stanno riempendo le piazze nel nome della giustizia climatica. Ha iniziato la Nuova Zelanda quando in Italia era ancora notte, seguita da Hong Kong, Korea e via via spostandosi lungo i fusi orari verso sinistra. Un salto di qualità notevole se si pensa che il movimento è partito con una sola ragazzina seduta in piazza un anno e un mese fa. Sempre più giovani, sempre più studenti, sempre più cittadini, decidono di unirsi per lanciare un messaggio chiaro e preciso: il cambiamento climatico è qui ed ora, non possiamo più rimandare.

Leggi il nostro articolo: “Lo sciopero per il clima? Non è solo una scusa per saltare la scuola”

L’onda verde italiana

I numeri italiani sono ancora da stimare con precisione, si parla di più di un milione. Si può intanto notare una notevole crescita del movimento, sia nei grandi capoluoghi che nelle città più piccole. Ho personalmente partecipato allo sciopero di questa mattina a Fano, nelle Marche. Un corteo di cartelli colorati ha sfilato dall’Arco d’Augusto alla piazza principale, intervallati dai cori resi famosi a livello nazionale e internazionale. Numerose voci hanno poi animato il presidio in piazza, a partire dal professor Taffetani dell’Università Politecnica delle Marche. Il professore ha fatto presente ai ragazzi che è giusto richiamare le immagini degli orsi polari morenti o dell’Amazzonia in fiamme, ma che allo stesso tempo bisogna puntare i riflettori sui problemi e le soluzioni intorno a noi.

Problemi e soluzioni a portata di mano

Ad esempio, il professore ha menzionato lo scempio ambientale che sta avvenendo sul Monte Catria, dove migliaia di faggi secolari sono stati tagliati per far posto ad un nuovo impianto sciistico. L’associazione ambientalista Lupus In Fabula ha tentato più di una volta di bloccare i lavori, richiamando la follia di questo progetto: “Estirpare due ettari di bosco maturo, quando l’evidenza dei cambiamenti climatici dovrebbe indurre ogni amministratore pubblico a piantare nuovi alberi, rappresenta un attentato alle future generazioni”.

Taffetani ha allo stesso modo ricordato che non bisogna solamente aspettare che la politica faccia qualcosa dall’alto, perché i cittadini hanno in mano una vasta varietà di scelte con cui migliorare la propria impronta ecologica. Cambiare le proprie abitudine alimentari, ha detto il professore, è un’azione concreta che tutti noi possiamo fare nell’immediato. Soprattutto nelle Marche, culla del cibo biologico grazie alla sfida culturale lanciata da Gino Girolomoni più di quarant’anni fa.

Leggi il nostro articolo: “Greta e 15 giovanni hanno sporto denuncia contro gli inquinatori”

L’onda verde contagia i più piccoli

Il microfono è poi passato in mano ai piccoli della scuola elementare Luigi Rossi, accompagnati dalle loro maestre. Sono solo bambini, cosa ne capiscono? Invece, con grande stupore, le parole più incisive sono state pronunciate proprio da uno di loro: “Sarò forse l’unico a dire questa cosa. La terra non sopravviverà. È vero, siamo molto più bravi di ieri e del giorno prima, ma secondo me, poi posso sbagliare e tutto, siamo troppo abituati a questa realtà. Grazie per avermi fatto esprimere questa opinione”. Parole forti, che ci testimoniano come le nuove generazioni stiano acquisendo una consapevolezza enorme della crisi climatica, con tutta la paura che questo comporta. Sicuramente un grande lavoro di sensibilizzazione è stato svolto dalle maestre e dai professori nelle attività scolastiche di tutti i giorni.

Un professore del Liceo Artistico Apolloni ha infatti voluto ricordare che la lotta al cambiamento climatico deve intersecarsi con tutte le piccole lotte che vivono nel quotidiano fra i banchi. Greta Thunberg, simbolo di questo movimento, non ha mai nascosto che la Sindrome di Asperger è per lei un superpotere, anziché un limite. La diversità, in tutte le forme che esistono – ambientale, sociale, culturale – va difesa e condivisa per arricchire questo mondo oggi così impaurito e bloccato in una guerra identitaria fra Noi e Loro. La crisi climatica ci ricorda invece che siamo tutti sulla stessa barca, e che per fermare il cambiamento climatico serve il contributo di tutti, ognuno con le proprie qualità.

Leggi il nostro articolo: I giovani al Summit Onu: “viviamo con la paura del futuro”

Fridays For Future: la voce dei giovani

I ragazzi di Fridays For Future Fano hanno concluso gli interventi. Margherita, una delle coordinatrici, ha rivolto un messaggio chiaro e preciso ai suoi coetanei: “I più grandi problemi della nostra società sono l’ignoranza e la disinformazione e questi problemi fanno parte della mia generazione così come di tutte le altre. Anche di chi con una certa maturità ed esperienza dovrebbe avere imparato ad indagare, informarsi, porsi dei dubbi, mettere in discussione le proprie conoscenze. Eppure è dovuta intervenire una sedicenne per aprirci gli occhi e tutto il movimento che ha creato non è nemmeno bastato.

E intendo la parola ignoranza nel suo significato etimologico di “non sapere, non conoscere, non informarsi”, appunto: non possiamo credere che un problema non sia tale quando effettivamente non lo conosciamo; non possiamo dire che è inutile manifestare per il clima se non si conoscono effettivamente i motivi della manifestazione. (…) Non so voi ma io, comunque, sono stanca: sono stanca di dover ancora spiegare ai miei coetanei i motivi della protesta: dove sono gli insegnanti che ne parlano? Ci sono certamente pratiche avviate e sono sempre di più, ma non basta! E rivolgendomi ai miei coetanei, perché non ascoltate?”.

L’onda verde continuerà a crescere

Perché non ascoltate? Certamente alcuni di questi ragazzi saranno scesi in piazza solo per saltare la scuola. Altri saranno stati trascinati dai loro compagni più convinti. Resta il fatto che il movimento ambientalista si è risvegliato, con parole e gesti nuovi. Migliaia di giovani saranno ancora “ignoranti”, nel senso inteso da Margherita, ma tantissimi altri sono pronti a contagiare, condividere, sensibilizzare, fino a che tutti non potranno fare a meno di parlarne, di sentirsi coinvolti e di scendere in piazza. L’onda verde non si arresta, l’onda verde è appena cominciata.

Leggi il nostro articolo: “Il problema della dialettica attorno al cambiamento climatico”

Lo sciopero per il clima? Non è solo una scusa per saltare la scuola

In molti sanno che il 27 settembre ci sarà il terzo sciopero globale per il clima. Il primo, avvenuto il 15 marzo scorso, ha segnato sicuramente la storia raccogliendo milioni di attivisti in tutto il mondo. Nonostante questo successo e la crescita costante del movimento Fridays For Future, i più scettici continuano ad attaccare Greta Thunberg, la ragazza svedese che per prima si sedette davanti al Parlamento Svedese con un cartello che diceva “Sciopero per il clima”. I complottisti insinuano che sia manovrata da altri, che sia solo un pupazzetto in mano a qualche potente. Più in generale i suoi oppositori sostengono che non sia questo il modo, una ragazzina della sua età dovrebbe essere a scuola. Seguendo il suo viaggio in America però, è possibile capire che lo sciopero è solo un mezzo per arrivare a un fine più grande: costringere la politica ad ascoltare la scienza.

Leggi il nostro articolo: “Sulle orme di Greta. Tutto pronto per la #weekforfuture

sciopero-clima

Lo sciopero per il clima globale del 27 settembre

Un nostro recente articolo ha illustrato come il terzo sciopero globale in programma per il 27 settembre sia preceduto da un’intera settimana di mobilitazione, iniziata oggi, dove Greta alternerà le marce in strada con gli incontri istituzionali. Greta ha già parlato di fronte al Congresso americano e parlerà di fronte all’ONU nella giornata di martedì, ma sono gli incontri informali che devono catturare la nostra attenzione. A due settimane dallo sbarco negli Stati Uniti, Greta ha partecipato ad una conferenza intitolata The Right to a Future. Dopo la testimonianza di alcuni attivisti, Greta si è intrattenuta in una lunga conversazione con Naomi Klein, ambientalista e autrice di diversi libri in materia (è uscito ieri in Italia l’ultimo libro Il mondo in fiamme. Contro il capitalismo per salvare il clima).

Nel loro dialogo, le due attiviste hanno discusso dell’importanza che lo sciopero per il clima comporta per la società nel suo insieme. Molti di quelli che appoggiano Greta in linea di principio, non riescono a condividere la modalità dello sciopero, che viene visto come un modo dei tanti per far saltare la scuola agli studenti. Ma il punto fondamentale sostenuto da Greta e dagli attivisti che l’hanno seguita è proprio questo: il diritto allo studio non dovrebbe essere contrapposto al diritto di vivere a lungo su questa Terra. Uno dei cartelli più diffusi durante le marce recita: “Perché dovremmo andare a scuola se non c’è un futuro?”, imitando il discorso fatto da Greta prima dell’incontro con Papa Francesco nell’aprile scorso.

Lo sciopero per il clima: una mobilitazione di speranza

Lo sciopero diventa quindi una modalità estrema, una mobilitazione di massa che costringa gli adulti a prendere decisioni drastiche per i danni creati fin da quando questi giovani studenti non erano ancora in vita. Greta aveva già raccontato parecchie volte di come sia stato difficoltoso convivere con la consapevolezza della crisi climatica. All’inizio, la giovane svedese ha dovuto affrontare un lungo periodo di depressione, anche a causa della sua sensibilità acuta dovuta alla Sindrome di Asperger. È poi riuscita a passare alla speranza grazie ai milioni di studenti che si sono aggiunti alla lotta per il clima, che le scrivono e a loro volta scioperano per contagiare i propri amici, insegnanti, concittadini.

Il potere della pressione dal basso è stato anche uno dei principali argomenti nel dibattito a distanza fra Greta e Alexandria Ocasio-Cortez, la giovane deputata puertoricana che ha portato al Congresso il Green New Deal. In quella occasione, Greta aveva dichiarato: Gli studenti che scioperano mi danno molta speranza. E anche il fatto che tante persone non sono a conoscenza della crisi climatica. Vanno avanti così e continuano a non fare nulla non perché sono cattive, o perché non vogliono. Non stiamo distruggendo la biosfera perché siamo egoisti. Lo stiamo facendo solo perché non ce ne rendiamo conto. Questo mi fa sperare, perché una volta che sapranno, che prenderanno coscienza, potranno cambiare atteggiamento e fare qualcosa.”

Leggi il nostro articolo: “Il problema della dialettica attorno al cambiamento climatico”

L’appoggio di Alexandria Ocasio-Cortez. Il Green New Deal

Dal canto suo, Alexandria Ocasio-Cortez ha fatto notare come l’ultimo anno sia stato decisivo per far sì che il piano di rivoluzione verde da lei proposto passasse da essere un’utopia di pochi estremisti ad essere uno degli argomenti più discussi nel dibattito politico: “uno o due anni fa solo il 20 per cento degli elettori democratici statunitensi, i più progressisti del paese, considerava prioritario il problema del clima. Grazie alle nostre iniziative, e quelle che stanno organizzando i giovani, quella percentuale è aumentata. I sondaggi mostrano che circa il 70 per cento degli elettori democratici pensa che il new deal verde dovrebbe essere una priorità, ed è pronto a sostenere i candidati che sono favorevoli alla sua approvazione”.

La giovane deputata americana, con 5 milioni di follower su Twitter, è continuamente vittima di attacchi da parte degli haters, così come Greta: perché il suo piano è troppo ambizioso; perché non ci sono le coperture economiche; perché un piano di rivoluzione verde attaccherebbe nel profondo il sistema politico americano sorretto dalle lobby da decenni. Eppure, la sua schiacciante vittoria ha dimostrato che i giovani sono pronti a cambiare rotta, a perseguire un modello che ci permetta di rimanere dentro i confini ecologici della terra.

Una lobby verde per costringere la politica ad ascoltare la scienza

È quindi naturale che la Ocasio-Cortez si sia schierata con tutti gli studenti che stanno riempendo le strade per creare una lobby di tutt’altro genere. Una lobby senza soldi, che è però costituita da milioni di elettrici ed elettori, pronti a sostenere i candidati che mettano l’ambiente al primo posto: “A cosa serve andare davanti al parlamento con un cartello? Non riduce immediatamente le emissioni di anidride carbonica. Non cambia direttamente le leggi. Ma manda un messaggio ai potenti, e la gente sottovaluta l’importanza di quel messaggio”. Come dice la giovane deputata, alzare in aria un cartello non cambierà la storia dall’oggi al domani, ma ha un potenziale enorme nel lungo termine. Per ogni attivista in strada, un voto nelle urne. I politici non potranno più fare a meno di ascoltarli.

Leggi il nostro articolo: “Per fermare il cambiamento climatico serve (anche) una rivoluzione popolare”

“La causa è il capitalismo”. Gli USA e l’assenza dal Climate Strike

Tutti, durante il tempo libero, ci siamo imbattuti in quelle compilation divertenti in cui decine di cani colpevoli e consapevoli di esserlo si voltano dall’altra parte mentre il padrone li rimprovera. Ieri gli Stati Uniti si sono comportati allo stesso modo pensando che, voltandosi dall’altra parte, la tempesta fosse presto passata senza troppi intoppi.

Solo un grande silenzio

E così è successo. Solo un grande silenzio da parte dei giornali americani online prima e dopo la giornata di ieri, in cui migliaia di città sono insorte per chiedere ai governi un cambiamento di rotta nelle loro economie (quelle sì) contro-natura. Il più grande e importante giornale degli Stati Uniti, il New York Times non ha nemmeno nominato il ClimateStrike. Il secondo giornale degli USA, il Washington Post, ha dedicato all’evento un piccolo paragrafo in fondo, nella sezione “mondo” (simile alla nostra “esteri”) come fosse qualcosa che non li riguarda, che appartiene al resto del pianeta.

Sul Los Angeles Times, edito in uno dei Paesi più progressisti degli Stati Uniti (per fare un esempio, nel 2018 in California un referendum ha legalizzato il possesso di marijuana a scopo ricreativo), l’articolo si trova in fondo, accanto a una galleria fotografica che mostra un trucchetto per tagliare velocemente un ananas. Il San Francisco Chronicle posiziona il Climate Strike nella colonnina di sinistra, sempre in fondo. Come tutti i giornali locali vuole portare acqua al suo mulino e nel titolo si legge che migliaia di studenti hanno protestato a San Francisco contro l’inazione per i cambiamenti climatici.

Meglio rispetto agli altri, ma a lettori poco informati potrebbe sembrare che sia stato solo un piccolo sciopero di una nicchia ambientalista. Nell’articolo non viene nominato lo sciopero mondiale, non Greta Thunberg, non le migliaia di piazze gremite di persone in tutto il mondo. Invece, si legge questo: duemila studenti (duemila! Soltanto a Milano ne sono stati stimati più di 100 mila), con la benedizione di insegnanti e parenti (fondamentale per tenere a bada questi violenti anarchici) hanno marciato da Mission Street fino a Union Square”. Non un commento, non piccolissimo segno di approvazione, solo una notizia che come tante domani uscirà dal suo ultimo posto nella colonnina di sinistra per far spazio ad altre importanti questioni.

Non puntiamo il dito

E questo silenzio non è stato così assordante. Oggi ho rilevato anche l’assenza di una denuncia aperta da parte degli altri media mondiali. Non è questione di un semplice puntare il dito, di riversare le colpe, di vedere lo spillo nell’occhio degli altri e non la trave nel nostro. Perché le travi responsabili della distruzione del pianeta per come noi lo conosciamo sono due e si trovano una nel nostro occhio, una in quello degli Stati Uniti. L’Europa e gli USA da sole, infatti, sono responsabili del 50% percento delle emissioni mondiali e l’altra metà si divide in tutte le altre nazioni.

Non solo le emissioni

E le emissioni non sono l’unico problema. Gli Stati Uniti sono il più grande produttore mondiale di rifiuti, con 624.700 tonnellate al giorno, ovvero 2,58 kg a persona (1.71 kg il Giappone, 1.79 kg del Regno Unito e 1.92 kg la Francia). Inoltre gli statunitensi sono i più grandi compratori di vestiti della Terra con 37 kg a testa all’anno, seguiti dagli australiani con 27 chili all’anno. E sappiamo tutti che quei capi vengono dai Paesi in via di sviluppo, dove gli occidentali sfruttano la manodopera e le materie prime a basso costo (Qui l’articolo su The True Cost)

Sarà impossibile sopravvivere

La lista potrebbe continuare, ma i dati da soli non servono a molto se i media non li riportano, se nelle scuole non se ne parla, se i politici non prendono soluzioni. Il problema dell’America è, quindi, culturale. Su uno degli innumerevoli cartelli durante gli scioperi in Italia si leggeva: “Il problema è il capitalismo”. Una frase ormai usata e abusata sin dal novecento e fa paura pensare a quanto ancora sia attuale, a quanto ancora faccia effetto.

La cultura capitalista che ha trovato i suoi natali proprio negli Stati Uniti e di cui poi si sono fatti promotori, è incentrata sulla crescita incessante, che vede i soldi non come un mezzo, ma come un fine, che rende il guadagnare fine a se stesso e possibilmente infinito. Ma questa terra infinita non è. Le risorse sono limitate e già in questo momento noi stiamo utilizzando 1,3 pianeti per soddisfare i nostri bisogni. E siamo 7 miliardi di persone. In pochi anni saremo 10 miliardi e allora sarà davvero impossibile sopravvivere. Perché è di questo che si tratta.

Saremo noi a morire

Troppo spesso in questi giorni ho sentito e letto la frase “salviamo il pianeta”. Ma il pianeta sarà l’unico a restare intatto, saremo noi a morire. Noi e tutte le specie viventi, animali e piante. Il “salvare il pianeta”, quindi, significa salvarlo per come è adesso. E, comunque, bisognerebbe chiedere alla Terra cosa davvero vuole. Continuare ad essere di bell’aspetto, colorata, con prati, oceani, foreste e con la musica, l’arte, la poesia, la danza. Oppure vuota e grigia ma, almeno, libera da noi per poter rinascere in futuro. Prendendosi, insomma, una tregua.

Le foto del ClimateStrike in USA

Ora vogliamo comunque rendere omaggio agli studenti americani che hanno sfidato il boicottaggio nazionale e hanno sfilato per le strade delle cittadine americane. Perché, che i media ne parlino o no, anche loro vogliono un futuro migliore. Anzi, vogliono un futuro e basta.

Un grazie particolare alle studentesse di @school_strike_for_climate_LA.

EcoNews: le notizie del 15 marzo

ClimateStrike: il grande giorno è arrivato, e riaccende la speranza

Oggi si è svolta la manifestazione ambientalista più grande della storia del pianeta. Forse il motivo è che non riguarda più soltanto gli ambientalisti, ma tutti noi. Il movimento Fridays For Future guidato da Greta Thunberg ha coinvolto più di cento nazioni, migliaia di città e milioni di persone. La maggior parte di queste erano studenti, il cui futuro è in grave pericolo e per questo hanno pacificamente marciato per un cambiamento veloce e globale.

La notizia è presente in tutti i giornali italiani.

Costa: le prime dichiarazioni sull’assemblea ONU a Nairobi

“Finalmente si lascia l’economia lineare per approdare a quella circolare” ha detto Costa dopo l’assemblea di Nairobi avvenuta ieri, 14 marzo. A quanto dice il ministro dell’ambiente, però, non è abbastanza. Temi quali la deforestazione così come la pulizia dei mari non sono stati presi in seria considerazione. Intanto si dice vicino ai giovani per lo sciopero per il clima. Leggi qui l’articolo ANSA