Stratosfera sempre più ristretta: CO2 nuovamente responsabile

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Chi segue L’EcoPost con maggiore assiduità lo sa bene: la CO2 è altamente nociva per il nostro pianeta e chi lo abita. Altre volte abbiamo descritto come l’anidride carbonica agisca disturbando i cicli di vita del nostro habitat. Questa sostanza è una dei principali attori responsabili del surriscaldamento globale. E non solo, a quanto sembrerebbe. Una ricerca congiunta ha dimostrato che la CO2 abbia enormi responsabilità anche nel restringimento della stratosfera.

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Uno spessore sempre più contenuto

La rivista specializzata Environmental Research Letters (ERL) è incentrata sulla gestione del cambiamento climatico. Sulle sue pagine, nel numero di maggio 2021, è uscita una ricerca congiunta di studiosi tedeschi, austriaci, spagnoli, cechi e statunitensi. I loro risultati sono allarmanti per quanto riguarda la salute della stratosfera: essa si sarebbe ridotta di ben 400 metri dal 1980 a oggi e diminuirà di un intero altro chilometro entro il 2080 qualora le emissioni non vengano tagliate. Ciò finirà per danneggiare in maniera sensibile l’operatività satellitare, il sistema GPS e le telecomunicazioni in genere.

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Foto di Jerry Xavier da Pixabay 

L’importanza della stratosfera

Che cos’è la stratosfera? Come mai dovremmo curarcene? Come ricorderà chiunque abbia qualche reminiscenza dalle scuole, l’atmosfera terrestre viene convenzionalmente divisa in 5 diversi strati, noti come sfere. Allontanandoci dalla superficie terrestre incontriamo, in ordine, dapprima la cosiddetta tropopausa e poi gli strati appena citati. Quello più vicino alla Terra si chiama troposfera. In seguito, continuando ad allontanarci, incontriamo stratosfera, mesosfera, termosfera ed esosfera, la più lontana dalla superficie.

Si definisce stratosfera quello strato che si origina a una distanza di circa 12 chilometri dalla superficie terrestre. Tale numero è una media. La conformazione terrestre infatti – che come sappiamo non è lineare sebbene qualcuno continui a volercelo far credere – comporta che lasciando i poli e allontanandosi da essi in verticale ci si trovi nella stratosfera dopo essersi alzati di 8 km. Un astronauta che parta da coordinate equatoriali dovrà innalzarsi di 20 km prima di poter dire lo stesso. Questo strato si conclude ad un’altezza di circa 50 km dalla Terra, prima di lasciar posto alla mesosfera. Intorno al confine alto della stratosfera, la temperatura massima è di -3 gradi Celsius, al massimo. A separarla dallo strato successivo troviamo la stratopausa, una zona di transizione che non possiede dimensioni proprie e segnala il passaggio tra le due sfere.

Peculiarità della stratosfera

Questa porzione di atmosfera è caratterizzata da un gradiente termico verticale positivo, molto piccolo. In altre parole, ciò significa che la temperatura della stratosfera – per strano che possa sembrare – aumenta leggermente mano a mano che si sale. Nello strato precedente, la troposfera più vicina alla Terra, avviene il contrario.

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Foto di Richard Gatley su Unsplash

Questo contenuto aumento di temperatura si deve a una particolare reazione chimica che coinvolge le molecole di ozono presenti in stratosfera. Questo gas, noto in chimica con la formula O3, si compone appunto di tre molecole di ossigeno. Nel momento in cui i raggi ultravioletti emessi dal sole vanno a urtarle, esse si dissolvono, separandosi. Dunque le tre molecole di ossigeno si dissociano e questo processo dà vita ai due fenomeni che caratterizzano la stratosfera: produzione di calore e arresto dei raggi ultravioletti.

Maggiori sono le dissociazioni, più alta sarà la produzione di calore. A questo si deve il gradiente termico particolare di questa sfera. Questa emanazione di calore fa sì che la temperatura aumenti al salire di quota. I raggi ultravioletti sono dannosi per la vita. L’importanza della stratosfera nel rallentarne – o addirittura impedirne – l’arrivo sulla superficie terrestre, è capitale. Ciò deve preoccuparci mentre leggiamo che lo spessore di questo strato atmosferico è in così forte riduzione.

Le cause

La ricerca congiunta avrebbe individuato due principali cause per le quali la stratosfera si sta riducendo con questa velocità. Entrambe le ragioni hanno a che fare con i pericolosi gas serra. Da un lato, infatti, essi si espandono a macchia d’olio nell’atmosfera sottostante, schiacciando sempre più verso l’alto il limite inferiore dello strato superiore, in maniera instancabile. Per tal ragione, il confine basso – per così dire – della stratosfera si alza sempre più.

Non solo. I gas serra abbassano le temperature della stratosfera, raffreddandola. In questa maniera la fanno restringere. Per quale motivo? Poiché assorbono il calore e l’aria calda è più dilatata di quella fredda. Così facendo riducono la dispersione nello spazio del calore solare che arriva sulla Terra.

Riduzione della stratosfera: motivi di preoccupazione

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Foto di EMANUELE CRAVA da Pixabay 

La ricerca si è basata su dati risalenti agli ultimi 40 anni, dal 1980 in poi. Non sono disponibili misurazioni antecedenti a questa data. Gli studiosi hanno espresso alcune preoccupazioni perché la stratosfera non è soltanto parte integrante di quella atmosfera che protegge il nostro pianeta rendendolo abitabile per l’umanità, bensì è anche fondamentale per la corretta traiettoria dei satelliti, la propagazione delle onde radio e l’efficienza del sistema di posizionamento GPS. La precisione di tutti questi strumenti potrebbe finire per risentire di questo fenomeno dovuto principalmente – tanto per cambiare – alla nefasta azione dell’uomo sul pianeta.

Se continueremo a emettere gas serra nell’atmosfera, l’assottigliamento stratosferico sarà sempre più netto e deciso. L’impatto umano sulla Terra è troppo marcato e sta causando gravi danni al pianeta. Stiamo alterando addirittura una zona atmosferica che dista 60 chilometri da dove viviamo quotidianamente; dobbiamo fermarci. All’interno della stratosfera si trova quello strato di ozono di cui sentiamo spesso parlare, il quale assorbe le nocive radiazioni solari ultraviolette. Nonostante l’importante firma del protocollo di Montreal (1989), il quale vietò i clorofluorocarburi (CFC) che stavano devastando l’ozono come un tritatutto alle prese con della gelatina, la riduzione dello strato di ozono è continuata. Ciò si deve alla CO2 e a come il suo aumento nell’aria provochi una costante contrazione della stratosfera, accentuando i gravi fenomeni riportati nel paragrafo precedente.

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Scioglimento dei ghiacciai: non domandiamoci se ma quando

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La rivista scientifica internazionale e non-profit chiamata Cryosphere si dedica alla divulgazione e discussione di argomenti ben specifici. Il focus è su tutti gli aspetti relativi all’acqua e al suolo congelati sulla Terra e in altri corpi planetari. Lo fa tramite articoli di ricerca, comunicazioni brevi e papers tecnici. Di recente, ha pubblicato i risultati della ricerca su un modello dell’università della Northumbria. I ricercatori, guidati da Sebastian Rosier, hanno riportato risultati allarmanti per quanto concerne lo scioglimento dei ghiacciai.

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L’allarme dalla ricerca

È una conferma che avremmo gradito non avere. I satelliti ci avevano già mandato osservazioni e segnali che facevano ipotizzare il peggio, eppure è grazie a questo modello che possiamo ora affermarlo. Lo scioglimento dei ghiacciai Pine Island e Thwaites ha raggiunto il punto di non ritorno. Parliamo di due tra i maggiori ghiacciai antartici. Il loro dissolvimento in acqua, unito a quello dei ghiacci nella regione sia inarrestabile e irreversibile. Qualora il modello avesse ragione, com’è ahinoi probabile, l’operazione porterebbe al collasso dell’intera piattaforma glaciale dell’Antartide occidentale. Significa che il livello dei mari si innalzerebbe in media di oltre tre metri, tanto è il ghiaccio contenuto da queste parti.

Massimo Frezzotti insegna geografia fisica a Roma Tre ed è ricercatore per ENEA (Agenzia Nazionale per le Nuove Tecnologie, Energia e Sviluppo Economico Sostenibile), egli ha spiegato così ad ANSA che cosa significhi questa ricerca. “Pine Island e Thwaites sono sotto osservazione da parecchi anni. Finora i modelli glaciologici non erano riusciti a riprodurre i dati emersi con le osservazioni satellitari. Gli indicatori di allerta ricavati dalle osservazioni sono stati riprodotti in questo modello, che conferma come le soglie limite siano già superate. Ciò per via dell’ingresso di acque calde dall’oceano.”

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Foto di WikiImages da Pixabay 

“La temperatura delle acque in Antartide è di -2 gradi ma ora stanno entrando acque di 2 o 3 gradi, con grande temperatura di fusione. Dovunque i ghiacciai si stanno ritirando al contatto tra ghiaccio e oceano. Il motivo sono proprio queste acque calde.” Aggiunge Frezzotti. C’è dunque attendibilità per questa ricerca il cui risultato ci fa arrabbiare. Stando così le cose, sembrerebbe che non abbia più senso domandarci se davvero avverrà lo scioglimento dei ghiacciai, bensì dobbiamo chiederci quando.

Alla radice del problema

Sono ormai passati decenni da quando abbiamo cominciato a studiare il preoccupante fenomeno dello scioglimento dei ghiacciai. La comunità scientifica si è concentrata su questo avvenimento da quando la riduzione della cortina gelata ai Poli si è resa più rapide ed evidente. Erano gli anni ’70 e già cominciavamo a capire che qualcosa non stava andando proprio nel verso giusto. Da 50 anni a questa parte tale alterazione ambientale non è più ravvisabile soltanto all’Artico oppure in Antartide. Basta infatti prendere in esame i vasti ghiacciai montani disseminati in tutto il mondo per vedere di quanto si stia riducendo la loro superficie. Ad oggi possiamo contare 15 milioni di chilometri quadrati ricoperti da ghiaccio sul nostro Pianeta. Parliamo del 69% delle risorse d’acqua dolce del globo.

È allarmante come, dalla seconda metà del ‘900, la quota di ghiacciai persa ogni anno sia aumentata a velocità sempre maggiore. La NASA, tramite le sue sofisticate rilevazioni, ci dice che ogni 12 mesi perdiamo qualcosa come 300 miliardi di tonnellate di ghiaccio al Polo Nord. Al Polo Sud, invece, rinunciamo a 130 miliardi di tonnellate ogni volta che cambiamo il calendario sulla parete. Per quanto concerne le vette montane, sono 35 i miliardi di tonnellate di ghiaccio che scompaiono annualmente. Questi dati sono in continuo peggioramento. Nel 2019 abbiamo raggiunto un massimo negativo: soltanto 3,82 milioni di chilometri quadrati sono rimasti congelati nell’Artico. È davvero molto poco.

Le cause dello scioglimento dei ghiacciai

A cosa dobbiamo tutto ciò? Le cause del disgelo sono principalmente quattro. Innanzitutto lo scioglimento dei ghiacciai si deve alla produzione di anidride carbonica dovuta alle attività umane: trasporti, allevamento, realtà industriali… che, come se non bastasse, è accompagnata da una continua deforestazione dei polmoni verdi mondiali. Questi sarebbero infatti in grado di imprigionare parte di questa CO2. Contribuiscono in maniera decisa al surriscaldamento anche i combustibili fossili, ancora troppo largamente impiegati nel settore energetico. Da questi fattori deriva la quarta causa scatenante, la principale di tutte: l’inarrestabile innalzamento delle temperature globali. È stato stimato che la media mondiale sia cresciuta di un grado dal 1800 a oggi. L’aumento potrebbe raggiungere gli 1,5 o addirittura i 2 gradi in più entro il 2050.

Effetti e conseguenze

Quel che lo scioglimento dei ghiacciai può comportare è disastroso per il Pianeta, inutile usare mezzi termini. L’ecosistema nel suo complesso corre il rischio di andare incontro ad effetti distruttivi. Ovviamente, all’interno dell’ecosistema viviamo anche noi uomini e tutti gli altri animali. Alcuni habitat naturali stanno già subendo le conseguenze del cambiamento e numerosi rappresentanti della flora e della fauna mondiale stanno scomparendo a causa di questi stravolgimenti.

Il primo effetto che potrebbe derivarne è l’innalzamento del livello dei mari. L’università inglese di Bristol portò avanti uno studio, nel 2018, rivelando come lo scioglimento completo dei ghiacciai in Antartide porterebbe a 58 centimetri in più per l’intera massa idrica globale. Si tratta ovviamente di una media, alcune aree sarebbero più a contatto con questo problema di altre. In Groenlandia, ove troviamo una delle masse ghiacciate più estese al mondo, la superficie dell’oceano potrebbe far registrare un pressoché ingestibile +7,4 metri. All’innalzamento dovuto a questo dissolvimento dobbiamo aggiungere i circa 41 centimetri di acqua in più che si dovrebbero allo scioglimento delle calotte montane.

In seguito a questo fenomeno, numerose tra le città situate su coste o lagune finirebbero sommerse, come ad esempio Venezia o Miami.

Business Insider ci mostra cosa attenderebbe l’Europa in caso di scioglimento completo dei ghiacciai.

Stravolgimenti e riduzione della biodiversità

Una massa liquida più voluminosa non potrebbe che causare grossi stravolgimenti all’ambiente marino. Pensiamo ad esempio a quali modifiche potrebbero riguardare tutte le principali correnti cicloniche, dalle quali dipende il benessere di intere comunità. Le aree più a Nord del mondo potrebbero iniziare processi di tropicalizzazione, quelle a ridosso dell’Equatore andare incontro a desertificazione e l’intero Pianeta sarebbe sempre più frequentemente vittima di uragani, trombe d’aria e incendi.

Non sottovalutiamo poi l’importanza dell’albedo terrestre. La superficie candida di neve e ghiaccio riflette instancabile le radiazioni solari, contribuendo in prima persona alla stabilità delle temperature sulla Terra. Più questa porzione si ridurrà più energia sarà assorbita dal terreno, il quale, naturalmente, non potrà che rilasciarla sotto forma di calore. In tal modo, il surriscaldamento globale si farà un problema ancor più serio. Se dunque i mari saranno più alti e le temperature più elevate, che cosa accadrà agli esseri viventi che abitano il nostro ecosistema al suo stato attuale? Le specie tropicali potrebbero migrare verso nord, per ritrovare a latitudini desuete il clima più adatto alla loro vita, sostituendo completamente le popolazioni autoctone. Per i vegetali, i quali ovviamente non si muovono, le conseguenze potrebbero essere ben peggiori. Intere popolazioni di funghi correranno il rischio estinzione a causa del caldo che le soffocherà.

Gli orsi polari sono tra le specie più minacciate dal surriscaldamento globale. Foto di emmastout da Pixabay 

Strettamente legata alla perdita di biodiversità è l’alterazione della catena alimentare la quale non potrà che coinvolgerci tutti. Sempre più specie, incapaci di nutrirsi come sapevano, andranno incontro alla riduzione del numero di esemplari. Messo a sistema, ciò significherà maggiore difficoltà a nutrirsi anche per l’essere umano, il quale ha già seri problemi a produrre il cibo necessario ad una popolazione sempre maggiore. Tutto è collegato.

Scioglimento dei ghiacciai: i più minacciati

Sono numerose le specie animali che già oggi cominciano ad accusare problemi di sopravvivenza legati agli effetti del cambiamento climatico. Anche alcune comunità umane, principalmente quelle residenti negli atolli circondati dall’Oceano Pacifico, lamentano problemi di alluvioni, inondazioni e incendi. Pensiamo soltanto a cosa avvenne in Australia, tra il 2019 e il 2020. Si stima che quei roghi innalzarono le temperature di almeno 1 grado grazie alla continua e ininterrotta emissione di nero di carbonio, il famigerato black carbon. Si tratta di un pigmento prodotto dalla combustione incompleta di prodotti petroliferi pesanti quali catrame di carbone fossile, grassi e oli vegetali.

Vi sono due popolazioni animali particolarmente sensibili al surriscaldamento globale, le quali sono particolarmente minacciate dall’innalzamento delle temperature: tartarughe e orsi polari. Questi ultimi faticano sempre più a trovare prede di cui nutrirsi. Restano dunque digiuni per diverse settimane e costretti a intraprendere a volte anche vere e proprie migrazioni per raggiungere acque pescose. Ciò comporta un dispendio energetico enorme ed è il motivo per il quale sempre più sovente vediamo orsi polari magri e affaticati nei documentari televisivi.

Per quanto riguarda le tartarughe, invece, esse soffrono particolarmente il mutamento del loro habitat naturale dovuto all’innalzamento delle temperature. Questi esemplari devono spingersi sempre più a nord per depositare le loro uova, trovandosi a dover competere con predatori spesso sconosciuti. Si verifica inoltre un problema nella distribuzione dei generi. Il sesso delle tartarughe neonate si deve infatti principalmente alla temperatura nella quale viene lasciata la covata. Da uova messe a riposo con meno di 27 gradi usciranno principalmente maschi mentre da uova lasciate a oltre 30 gradi nasceranno soprattutto femmine. Si corre così il rischio che gli esemplari femminili saranno sempre più numerosi e, dunque, incapaci di trovare un partner per la fecondazione. Lo scioglimento dei ghiacciai è una bomba a orologeria vicinissima al doppio zero; dobbiamo fare qualcosa per ritardarne – se non proprio evitarne, come sarebbe ideale – l’esplosione.

Lo scioglimento dei ghiacciai come bomba ad orologeria: il video di Fanpage dimostra quanto esso sia legato al surriscaldamento globale.

Cosa possiamo fare per arginare lo scioglimento dei ghiacciai?

Questa grave minaccia che incombe su di noi come una spada di Damocle può essere arginata? Qualora ciascuno di noi inizi in maniera seria, da oggi, a operare scelte quotidiane volte a contrastare questa crisi, siamo ancora in tempo per rallentare questo fenomeno. Devono muoversi con impegno e concretezza i governi, i quali devono implementare misure per evitare una crescita troppo incontrollata delle temperature, e devono farlo presto. Già rispettare davvero gli accordi di Parigi del 2015 sarebbe un ottimo primo passo nella giusta direzione, sfortunatamente non lo sta facendo quasi nessuno dei firmatari. Ridurre le emissioni nocive è imperativo per riuscire a mantenere l’innalzamento delle temperature entro gli 1,5/2 gradi centigradi.

Non possiamo però certo delegare tutto a chi prende le decisioni. Anche noi cittadini dobbiamo fare la nostra parte, la quale potrebbe rivelarsi persino più importante di quella politica. Proviamo ad osservare i seguenti comportamenti: se saremmo efficaci e costanti nel farlo l’ambiente ci ringrazierà e potremmo dire di aver orgogliosamente fatto la nostra parte per combattere lo scioglimento dei ghiacciai.

Iniziamo dall’ottimizzare i nostri consumi energetici, in maniera tale da evitare sprechi e ridurre l’impatto sulle emissioni di CO2 in atmosfera. Come fare? Scegliendo elettrodomestici a basso consumo, sostituendo le vecchie lampadine con impianti a led, evitando di lasciare gli elettrodomestici in stand-by e riducendo la temperatura del termostato. Dobbiamo fare in modo di ottenere l’energia di cui abbiamo bisogno da fonti rinnovabili e optare per la mobilità sostenibile, tanto sulle tratte lunghe quanto su quelle più corte. Puntando su un’alimentazione consapevole, incentrata su pietanze locali e stagionali, limiteremmo gli alti costi economici e ambientali legati agli allevamenti intensivi e consumando alimenti a chilometri zero abbatteremmo enormemente i costi di trasporto e stoccaggio.

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Clima: stiamo sbagliando tutto

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Chi ci legge abitualmente lo sa ormai bene. Qui su L’EcoPost raramente diamo buone notizie. Non dipende da noi. Basta guardarsi un pò intorno per vedere con i propri occhi quanto inadeguata sia l’umanità rispetto ad una delle sue battaglie principali: quella per il clima. Tutti parlano di surriscaldamento globale, di disastro climatico e di crisi grave e profonda. Quasi nessuno fa veramente qualcosa di concreto. Le organizzazioni ambientaliste lo gridano da tempo, restando però inascoltate. Inevitabilmente, ci rimettiamo tutti.

Sono già passati 6 anni dagli applausi e la felicità in diretta streaming e televisiva della conclusione della conferenza di Parigi. Quel summit mondiale lasciò molti ambientalisti e numerosi scienziati delusi, eppure era già qualcosa. Purtroppo però, le promesse messe nero su bianco in quella sede sembrano essere restate tali.

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Foto di Gerd Altmann da Pixabay

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Il report sulle energie rinnovabili

Sul fronte della battaglia per il clima una sfida considerevole è quella riguardante l’energia. La transizione verso le rinnovabili è però troppo lenta e questo causa inquinamento. La produzione di elettricità pulita dovrebbe crescere ad un ritmo 8 volte maggiore rispetto alla percentuale con cui lo sta facendo oggi. Una velocità inferiore correrebbe il rischio di non riuscire a smarcarci dal fossile in tempo utile per tenere sotto controllo il surriscaldamento. A quanto ci dicono le indicazioni pubblicate da IRENA – International renewable energy agency, l’agenzia internazionale per le energie rinnovabili – il capitale investito nella transazione deve aumentare in maniera netta per supportare questa accelerazione. In base al report intitolato World energy transitions outlook, da qui al 2050 dovremmo aumentare del 30% gli investimenti nel settore. In soldoni, parliamo di 131 trilioni di dollari in 30 anni, ovvero 4,4 all’anno.

Rispetto a oggi, la capacità mondiale di produrre elettricità rinnovabile dovrà aumentare di oltre 10 volte. La sola elettrificazione dei trasporti dovrà segnare una crescita del 3000%. I numeri sono tanto netti da fare paura. Eppure lo scopo non vuole essere questo, bensì quello di rimarcare una volta in più come non esistano alternative alla transizione energetica. Se infatti vogliamo mantenere le nostre condizioni di vita almeno pari a quelle moderne (risultato che appare sempre più difficile da raggiungere) non possiamo continuare a bere energia come stiamo facendo oggi. Questo è un altro punto chiave. Accanto ad un aumento della produzione deve collocarsi una riduzione della domanda di energia. L’efficienza non può più essere trascurata.

Dalla Danimarca una decisione a favore del clima

I Paesi del Nord Europa, nonostante custodiscano ingenti quantità di petrolio nel sottosuolo, sono più virtuosi della media degli altri Paesi sviluppati quando si tratta di clima. La Danimarca sta portando avanti un disegno interessante, che auspichiamo sia d’esempio ad altri. Il governo del Paese scandinavo si è assicurato la copertura politica – e attende ora quella economica per circa 34 miliardi di dollari – per realizzare il maggior progetto integralmente dedicato alla green energy sulla Terra. Si tratta della realizzazione di un’isola energetica artificiale sulla quale saranno installate centinaia di torri eoliche. Tramite questa infrastruttura la Danimarca punta in maniera concreta alla neutralità climatica entro il 2050. Il parco offshore sorgerà nel Mare del Nord, 80 chilometri lontano dalla costa occidentale. L’estensione dell’isola raggiungerà i 120mila metri quadrati.

In completamento entro il 2033 questo parco fornirà inizialmente 3 gigawatt di elettricità dal vento. Poi i gw saranno portati a 10. Già entro il 2030 Copenhagen punta ad abbattere le proprie emissioni del 70% grazie soprattutto a questa struttura. L’obiettivo è sicuramente ambizioso e sarebbe inverosimile in gran parte dei Paesi europei. In Danimarca, però, il 40% della produzione energetica è già eolica al giorno d’oggi, dunque il risultato è più vicino di quanto si possa credere.

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La preoccupante situazione mondiale

A Parigi, lo sappiamo, era stata presa la decisione di contenere l’aumento del surriscaldamento globale entro il grado e mezzo. In realtà, sul pianeta stiamo andando nella direzione opposta. L’innalzamento delle temperature è proiettato ben più alto e non potrà che aumentare qualora la strada intrapresa per inseguire la ripresa economica al termine della pandemia – che grazie ai vaccini potrebbe non essere troppo distante – sarà quella cinese. La superpotenza asiatica, infatti, ha deciso di recuperare i ritardi nella crescita economica dovuti al coronavirus sorvolando sulle emissioni. Per restare all’interno dei limiti imposti a Parigi il consumo di combustibili fossili, principalmente petrolio e carbone, dovrebbe scendere di oltre il 75% da qui al 2050.

Secondo IRENA, così come per la maggior parte delle associazioni sue colleghe, si può ancora sperare in una transizione energetica sostenibile, però bisogna agire in fretta. Abbiamo scritto queste parole ormai decine di volte, eppure ogni volta che le ripetiamo il tempo è inferiore rispetto al monito precedente. Arrivati ad un certo punto, questo gap non sarà più colmabile. Tutti i Paesi che possiamo definire sviluppati stanno puntando in maniera netta verso la neutralità carbonica. Essa non corrisponde certo all’obiettivo ultimo delle emissioni zero ma è già un buon punto di partenza dal momento che stiamo scrivendo di nazioni che, da sole, producono oltre il 50% delle emissioni globali.

Dalla pandemia un’opportunità

Durante l’emergenza Covid, dalla quale non siamo ancora usciti, abbiamo avuto prova di come quelle economie già più vicine alla soluzione sostenibile si siano dimostrate più resilienti. Ricordiamo infatti lo storico giorno in cui il prezzo del petrolio è sceso sotto lo 0; in tale frangente abbiamo avuto una tangibile prova di quale debba essere la strada da intraprendere. Possiamo dunque prevedere – e augurarci – che saranno sempre più ingenti le risorse investite nella transizione. Investitori e mercati, dal canto loro, sembrano sempre più propensi a collocare i loro capitali in questo ambito. Non tutto è oro quel che luccica, però. Dobbiamo infatti vigilare, come elettori, che i governi e le classi dirigenti puntino davvero alla transizione e non siano soltanto impegnati in atti di greenwashing.

Greenwashing, l’ipocrisia è nemica del clima

È già capitato altre volte che enti si impegnassero moltissimo a parole per il clima, difendendo a spada tratta la necessità di puntare forte sulla transizione ma facendo poi l’esatto contrario. Abbiamo anche denunciato, su queste stesse pagine, banche e aziende che, in barba alle dichiarazioni pubbliche, continuano ad investire in maniera cospicua sul fossile. Purtroppo questo problema esiste. Per salvare la faccia e migliorare la propria reputazione, tanti applicano la strategia di mostrarsi ambientalisti a favor di camera, quando in realtà continuano ad inquinare o a fomentare l’inquinamento con le loro azioni e operazioni finanziarie. Il greenwashing è ipocrisia. Sfortunatamente, però, in tempi come questi dove tutti parlano di clima, cavalcare quell’onda gioca a favore di molti, compresi quelli che non hanno il minimo interesse e la minima sensibilità ambientale.

Piccoli ma importanti passi da intraprendere per il clima

Se dobbiamo agire ora faremmo bene a cominciare fin da subito. Tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare, com’è risaputo, e bisogna evitare di cadere – volutamente o meno – in quella trappola appena descritta che si chiama greenwashing. Come possiamo dunque muoverci?

Approfondimento dell’Università della Calabria sulla neutralità climatica in Europa

Partiamo da un ragionamento a medio termine: nel prossimo futuro saranno le rinnovabili a dominare il mondo dell’energia. Questa è una buona cosa. Non possiamo però certo attendere. Già oggi abbiamo a disposizione tecnologie che ci permettono di procurarci energia abbattendo al massimo, in alcuni casi anche fino allo 0, le emissioni. Queste tecnologie non sono molte, né a buon mercato ma possiamo renderle tali. Come? Perché non iniziare trasferendo la totalità dei fondi e dei sussidi che oggi vanno a beneficio del fossile all’energia rinnovabile? Alcuni Paesi si stanno già attrezzando per farlo ma c’è anche chi non se ne cura affatto. Questo sarebbe il modo più semplice e veloce per convertire il sistema di accaparramento energetico meno impattante e più efficiente. I singoli Paesi potrebbero cominciare a farlo nel loro piccolo. Esattamente come la Danimarca.

IRENA è l’istituzione sovranazionale più importante relativamente alle energie rinnovabili, forte di 163 Stati che ne fanno già parte e altri 21 in fase di adesione. Potrebbe essere l’organismo atto a dare linee guida, quando non proprio a prendere le decisioni in questo ambito ma non vi riesce. Non è infatti mai facile trovare una linea comune quando le decisioni vanno prese in tanti. Numerosi tra gli aderenti, infatti, sono esportatori di petrolio o altre fonti fossili. Per tal motivo, non è certo semplice convincerli a rinunciare ai propri introiti. Se dunque dall’alto non vi è modo, almeno nell’immediato, di mettere tutti d’accordo, incamminando l’intero pianeta su una strada alternativa, possiamo ribaltare la prospettiva e provare a farlo dal basso.

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Schieriamoci

C’è da scongiurare una catastrofe, se per caso il concetto non fosse ancora chiaro. L’anidride carbonica che stiamo emettendo non è sostenibile per il nostro pianeta. Di fatto, ci stiamo avvelenando da soli. È allora compito nostro prendere la sfida nelle nostre mani, cogliere l’importanza del momento e sollecitare chi decide a fare scelte che mirino alla tutela ambientale. Ciò vale a livello locale, nazionale e sovranazionale. Già noi e il nostro vicino dobbiamo cominciare a impegnarci in prima persona. Agire concretamente può apparire faticoso ma è con l’esempio che si insegna. Il miglior modo per convincere altre persone é mostrare che stiamo svolgendo la stessa mansione che abbiamo richiesto a loro.

Il clima terrestre nella storia

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Gli attori principali nelle mutazioni del clima terrestre

Spesso, anche qui sulle pagine de L’EcoPost, ci occupiamo della questione climatica e ambientale al giorno d’oggi. Siamo una guida alla sostenibilità dunque abbiamo la mission e anche l’ambizione di voler accompagnare chi ci legge in un viaggio per ridurre il nostro impatto sul pianeta. Per farlo, naturalmente, affrontiamo la questione immergendola nella contemporaneità. Eppure per capire al meglio l’evoluzione del clima terrestre può essere utile intraprendere un piccolo trekking nella storia della Terra. In fin dei conti, le mutazioni climatiche sono parte della vita del nostro pianeta da sempre e, di fatto, l’unica novità del nostro tempo è la comparsa di un nuovo attore principale: l’uomo.

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La nostra specie è sicuramente il principale motivo dei cambiamenti climatici nella era geologica che vede l’umanità protagonista, il cosiddetto antropocene. Con tale espressione – non prettamente geologica, bensì più che altro un indicatore sociologico – si indica l’epoca che stiamo vivendo, quella in cui è l’uomo il padrone e custode del creato. Non stiamo facendo esattamente un buon lavoro. Prima della nostra comparsa, c’era un altro attore protagonista dal quale dipendevano gli sconvolgimenti del clima terrestre. Si tratta dell’anidride carbonica (CO2). Essa ha sempre giocato un ruolo cruciale nel riscaldamento del pianeta e lo si era capito già in tempi non sospetti, due secoli fa.

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Foto di Gerd Altmann da Pixabay 

La rilevanza dei livelli di anidride carbonica nell’atmosfera

Nel lungo corso della sua vita, il nostro pianeta ha sperimentato diversi livelli di anidride carbonica nell’atmosfera. Vi sono infatti stati momenti – ovviamente dobbiamo pensare a lunghi periodi di tempo – nei quali grandi quantità di CO2 sono uscite dai mari e dalla crosta terrestre. In corrispondenza di questi fenomeni, l’intero pianeta si è riscaldato. Quando invece l’anidride carbonica è rimasta imprigionata, ecco che esso si è raffreddato. Simultaneamente a questi sensibili sbalzi termici, le linee costiere si sono spostate sulla piattaforma continentale e l’altezza del livello dei mari è cambiata più e più volte.

Storici e geologi dividono l’età della terra in eoni, vastissimi periodi di tempo. Quello in cui viviamo oggi si chiama fanerozoico ed è cominciato circa 500 milioni di anni fa. È soprattutto studiando questa epoca che ci siamo accorti di come l’anidride carbonica sia davvero il motore principale del clima terrestre. Dipende infatti dalla quantità di questa ogni profonda variazione climatica avvenuta sulla Terra. Quel che preoccupa è che oggi l’essere umano sta liberando CO2 ad una delle più alte velocità mai riscontrate nelle precedenti ere geologiche. Gli strumenti di rilevazione ci riportano questa verità ed il dato è significativo.

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Il clima terrestre cambia continuamente

I negazionisti climatici e chiunque voglia sottovalutare o comunque trascurare il rischio del surriscaldamento globale è solito ricorrere all’arma sempre affilata per la quale dovremmo preoccuparci meno, in fondo il clima terrestre è continuamente cambiato nel corso della storia. Questo è sicuramente vero. Ciononostante, non si tratta certo di un’argomentazione positiva che possa essere strumentalizzata alla narrazione negazionista. Non si tratta infatti di una notizia buona e da prendere alla leggera. Nelle parole di Wally Broecker, noto climatologo della Columbia University scomparso nel 2019: “Il sistema climatico è una bestia furiosa. Ora noi la stiamo stuzzicando.” In una breve frase, l’esperto sintetizzava davvero bene quel che ci sia in ballo.

Consideriamo infatti che l’intera storia umana che ci sia conosciuta, a partire dai nostri antenati meno evoluti, occupa poche migliaia di anni nella storia del pianeta. In soldoni, significa che non siamo che un battito di ciglia per la Terra; se paragonassimo la storia del pianeta ad un giorno di 24 ore dalla sua nascita fino ad oggi, l’uomo non occuperebbe che gli ultimi pochi secondi.

La finestra che ci ha visto stanziati sulla crosta terrestre è stata la più stabile finestra climatica degli ultimi 650mila anni. Qualora dovessimo finire per svegliarla arrabbiata – quella bestia furiosa di cui parlava Broecker – potremmo scatenare una serie di reazioni chimiche a catena che devasterebbero il nostro habitat fino a un punto di non ritorno. Se superassimo infatti tutti i parametri storici che ora vedremo, potremmo finire per riportare il pianeta ad uno stato simile a quello di decine di milioni di anni fa. In tal caso, esso non sarebbe più adatto ad ospitare l’Homo Sapiens. In questa maniera, non ci dimostreremmo esattamente sapienti.

nel video de Il Lato Positivo, una rapida panoramica di come si presentasse il clima sulla Terra prima dell’arrivo dell’uomo.

Un instabile equilibrio

Le misurazioni ci dicono che quando nell’aria era presente la stessa quantità di CO2 di oggi, l’aria era molto più calda e gli oceani più alti di almeno 20 metri. Ci ricorda forse qualche previsione fatta in tempi recenti? Il pianeta starebbe infatti cercando ancora il suo punto di equilibrio con l’innaturale atmosfera saturata dalla nostra civiltà industriale. Non ci è dato sapere in quale maniera vi riuscirà.

Qualora l’anidride carbonica si assesti sui livelli attuali – o comunque non aumenti di molto – la Terra potrebbe impiegare millenni ad assestarsi. Il fatto è che la transizione potrebbe essere tutt’altro che piacevole e trasformare il pianeta in qualcosa di molto diverso dall’amabile cornice che ha cullato l’umanità dalla sua comparsa al giorno d’oggi. La paleoclimatologia ci insegna che la Terra può rispondere alle provocazioni esterne in maniera davvero aggressiva. L’istinto di autoconservazione del pianeta è infatti tale che potrebbe sbaragliare ogni nostro modello, fino al più catastrofico. È infatti già accaduto in passato.

A lezione dalla storia

Ripercorrendo la storia dei cambiamenti che hanno maggiormente influito sul clima terrestre possiamo mettere le mani avanti, preparandoci al meglio agli sconvolgimenti climatici che potrebbero presto arrivare.

Un viaggio nel tempo

Senza indugiare troppo sulla storia della civiltà umana e mantenendo il focus sul clima terrestre, viaggiamo mentalmente fino a diecimila anni fa. I grandi mammiferi erano appena scomparsi, tanto in Eurasia quanto nelle Americhe, a causa degli esseri umani. Su un pianeta molto diverso da quello che conosciamo oggi, il livello dei mari si stava alzando e il ghiaccio si ritirava, tanto che nel giro di qualche millennio l’acqua di disgelo avrebbe alzato enormemente il livello degli oceani, arrivando fino a sommergere sotto di essi le barriere coralline che fino ad allora avevano visto e goduto della luce del sole.

I primi insediamenti umani risalgono a novemila anni fa e, come ci ricordiamo dalle nozioni storiche apprese a scuola, la civiltà nacque nella Mezzaluna fertile, in America centro-meridionale e in Cina. Per quanto strano possa apparire a noi oggi, all’epoca il Sahara era una distesa verde ricca di laghi che ospitavano flora rigogliosa e fauna variegata; ciò era dovuto agli ultimi sussulti di un’era glaciale che aveva stretto la Terra in una morsa fredda per centomila anni e all’innalzamento generale delle temperature sul pianeta.

Giunti a cinquemila anni fa, mentre scoprivamo la scrittura e cominciavamo ad uscire, come specie, da millenni di analfabetismo, il ghiaccio formatosi durante la glaciazione si era sciolto pressoché completamente e il livello degli oceani si era stabilizzato, dando origine alle linee costiere che conosciamo oggi. Il Sahara cominciò ad inaridirsi, come già era successo numerose altre volte nel corso degli eoni e tutti coloro i quali si erano stanziati in Africa occidentale cominciarono a migrare alla ricerca di territori più accoglienti, trovandone uno di loro gradimento presso il Nilo e dando quindi un grande impulso alla nascita di una delle più magnifiche civiltà della storia umana. L’avvento dei faraoni si deve anche a cause ambientali. Non tutti hanno respinto i migranti climatici nel corso della storia. Qualcuno ha preferito trasformarli in risorsa.

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Foto di Scottslm da Pixabay 

Il clima terrestre oggi

Gli studi ci dicono che da quel momento in avanti il clima terrestre rimase più o meno stabile. Secondo le misurazioni geologiche, il successivo grande cambiamento nelle temperature del pianeta è quello avvenuto negli ultimi decenni. Esso non è però dovuto alla Terra, bensì a chi la abita. Gli antichi ci insegnano come la storia abbia il vizio di ripetersi e sia dunque maestra – Historia magistra vitae, scrisse Cicerone nel suo De Oratore – dunque dovremmo utilizzare bene questo dato.

In passato anche una disavventura climatica localizzata ha portato al crollo e alla scomparsa di una società. Pensiamo ad esempio a cosa accadde all’intero mondo dell’età del bronzo. La prima civiltà umana stanziata e sviluppata scomparve, senza appello, flagellata da una terribile carestia. Le comunità stabilitesi sull’Egeo e sul Mediterraneo orientale non si adattarono al peggioramento del clima. Che sia un monito per il nostro tempo?

Per la più grande società della storia antica, l’Impero Romano, non fu così. L’espansione senza precedenti della cultura latina fu agevolata da secoli di clima mite, temperato, se vogliamo persino caldo. Poi però si crearono sistemi di pressione sull’Islanda e le Azzorre, forti e duraturi, i quali discesero sull’Europa simultaneamente alla disfatta dell’Impero. Tra i nemici dei centurioni, si può annoverare anche il gelo improvviso. Naturalmente, sarebbe azzardato – quando non scorretto – attribuire al clima la regia della storia. È però possibile leggere questi periodi anche attraverso questa chiave.

Che cosa possiamo imparare

Possiamo continuare questo nostro viaggio nel tempo e nel clima terrestre ancora a lungo. Potremmo arrivare fino a 40 milioni di anni fa e parlare di catene montuose come l’Himalaya che stavano crollando. Potremmo concentrarci su eruzioni vulcaniche che non abbiamo visto neppure nei più catastrofici disaster movie. Magari potremmo narrare il viaggio dell’India che si stava distaccando dall’Asia. In quel periodo la CO2 era diffusissima e – di conseguenza – la temperatura terrestre molto elevata. Se continuassimo, però, ci ritroveremmo con un articolo lunghissimo che insiste sempre sullo stesso concetto; concetto che è già stato dato e dal quale occorre ora trarre alcune conclusioni.

Si stima che all’alba dei mammiferi – circa 50 milioni di anni fa – le temperature sul pianeta fossero più alte di almeno 13 gradi rispetto a oggi. Il clima terrestre era del tutto inadatto alla fisiologia umana: troppo caldo e troppo umido. Il lettore potrebbe a questo punto erroneamente pensare che l’accordo di Parigi del 2015 sia fin troppo stringente. Perché preoccuparci tanto di stare entro 1,5 gradi di innalzamento se sappiamo che la Terra può sopportare ben alte temperature? Sta proprio qui la lezione che dovremmo imparare da questo approfondimento; abbiamo bisogno di comprendere bene quali siano i modelli che prendiamo come riferimento.

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Foto di catazul da Pixabay 

Riferimenti insufficienti

Nell’inchiesta pubblicata da Peter Brannen su The Atlantic, dalla quale sono stati tratti i dati riportati in questo articolo, si specifica come la maggior parte delle proiezioni di riferimento impiegate in climatologia si fermino alla fine del secolo. Di fatto, non prevedono cosa avverrà dopo il 2100. Gli sconvolgimenti che conducono a variazioni pari o paragonabili alle temperature di altri eoni si verificano su scale temporali molto più lunghe. I modelli che utilizziamo per predire le variazioni future sono dunque attendibili? Presentano per caso alcune lacune?

Negli Stati Uniti queste domande sono all’ordine del giorno nei briefing degli esperti. I ricercatori stanno infatti allargando il loro orizzonte a quello che potrà accadere dopo, ad esempio nel caso in cui la CO2 nell’aria raggiungerà la nefasta soglia di 1200 parti per milione (ppm, secondo un’unità di misura ormai familiare a chi ci legge). Si tratta di un risultato pessimo, tremendo, ma sfortunatamente tutt’altro che impossibile. La nostra specie sta infatti emettendo anidride carbonica nell’aria ad un ritmo enormemente più veloce di quelli che hanno caratterizzato i periodi più estremi dell’era dei mammiferi. Parliamo di una velocità maggiore di circa 10 volte.

I rischi di un clima terrestre fuori controllo

La devastazione del nostro habitat, comunque, potrebbe essere ben più vicina del prossimo secolo. L’acidificazione degli oceani, ad esempio, è un processo già iniziato. I mari potrebbero raggiungere il tasso di acidità di 56 milioni di anni fa ben prima del 2100, se non invertiremo la rotta suicida che abbiamo impostato. Se ci guardiamo incontro regolandoci con il termometro della natura, ci accorgiamo già oggi di come le stagioni stiano diventando sempre più strane e irregolari. Gli orsi polari hanno perso il loro habitat artico e ora cacciano a riva, intrattenendo una dieta assolutamente inedita per loro. Le fioriture sbocciano prima che ci siano api in grado di impollinare. I pigliamosche popolano i boschi settimane dopo che le uova dei bruchi, loro prede, si siano schiuse. Tutto è sfasato e ciò si deve a noi.

Dieci miliardi di tonnellate di ghiaccio si sono già sciolte. Si stima che la metà delle barriere coralline tropicali sia già morta e il tasso di acidità degli oceani è già aumentato del 30%. Le temperature globali sono aumentate dovunque. Non credo ci sia bisogno di snocciolare altri dati per passare il messaggio che si vuole dare in queste righe: dobbiamo invertire la rotta. L’inerzia del clima terrestre e dei suoi sistemi è tale da concederci ancora di farlo ma occorre cominciare a ridurre seriamente le emissioni di CO2. È dalla rivoluzione industriale che avveleniamo il pianeta.

Approfondimento con il fisico Bruno Carli riguardante l’impatto dell’uomo sul clima terreste

Ombre scure all’orizzonte: il rischio estinzione di massa

Nel 1963, Norman Newell, paleontologo statunitense tra i più apprezzati nel suo settore, scrisse Crisi nella storia della vita. Nell’articolo coniò l’espressione estinzione di massa. Con tale termine si intende un cambiamento nelle condizioni di vita molto più veloce di quanto l’evoluzione possa stargli dietro. I toni usati da Newell sono piuttosto catastrofici, forse fin troppo per gli anni ’60. Non per oggi però. Il binario che stiamo percorrendo finisce sull’orlo di un burrone, se agiamo ora il freno della locomotiva è in grado di arrestarla per tempo. Si tratta però di un grosso se.

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L’acqua diventa una merce e si quota in borsa

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Un noto modo di dire recita che l’acqua è oro. Ora non si tratta più soltanto di un proverbio, in quanto l’acqua è stata effettivamente quotata in borsa. Sarà dunque d’ora in avanti consentito, perfettamente lecito, speculare anche su un bene di tale importanza. Il capitalismo della grande finanza ci è finalmente riuscito, ha abbattuto anche l’ultimo tabù.

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La situazione

Ne avevamo avuto una anticipazione in settembre, quando si era cominciato a parlare di una possibile quotazione a Wall Street per l’acqua. Ora quelle previsioni sono tristemente divenute realtà. Come riferisce CME Group, uno dei principali marketplace derivativi mondiali, è stato creato, internamente all’indice NASDAQ, un mercato dedicato all’acqua. Il nome che gli è stato dato è NASDAQ Veles California Water Index e i suoi fautori ne parlano come del futuro dell’acqua. La realtà appare un pò diversa e l’unico futuro positivo sembra essere quello dei soliti speculatori.

Ricorderete che in Italia votammo, qualche anno fa, un referendum apposito per decidere se mantenere l’acqua come bene pubblico. Il risultato fu piuttosto chiaro, con la netta maggioranza degli elettori che si schierarono con questa posizione. Evidentemente, nel mondo questa idea non è poi così diffusa. Della notizia della quotazione in borsa dell’acqua si è parlato davvero poco, con i giornali ben più presi a raccontarci che cosa potremmo fare o non fare a Natale e Capodanno, quali saranno i piani vaccinali nel mondo e se Matteo Renzi farà davvero cadere il governo Conte. Eppure la questione dell’acqua è ben più importante.

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In che modo l’acqua è divenuta una merce

Chi gioca in borsa non ha interesse nel bene comune. Tutt’altro, quanto più una merce diventa rara tanto più acquisisce valore, dunque può farmi guadagnare, e pure tanto. Poco importa se il mio investimento darà origine a un domino di guerra, povertà e morte; il mondo in cui viviamo è spaccato, diviso da una forbice amplissima, in continuo aumento. Da una parte i ricchi, enormemente abbienti, persino troppo; dall’altra i poveri, persone che non hanno letteralmente di che mangiare; in mezzo una classe media che si assottiglia sempre di più.

L’acqua potabile inizia a scarseggiare. Ne abbiamo già scritto altre volte. Recenti studi hanno dimostrato che ghiacciai e montagne, duramente provati dalla crisi climatica, non riescono più a stoccare e immagazzinare H2O. Le stime per il prossimo future parlano di una possibile ecatombe. In qualche lustro ci ritroveremo impantanati in una crisi idrica planetaria che causerà la morte, per sete, di un numero di persone che potrebbe anche arrivare a due miliardi. Si tratta di un disastro annunciato. Proprio per questo, la grande finanza ha pensato che, tra poco tempo, il prezzo della risorsa comincerà ad oscillare. Perché allora non rendere l’acqua oggetto di investimenti e speculazioni? Perché non arricchirsi sul dramma cui stiamo andando incontro?

Già oggi lo sfruttamento idrico da parte dell’uomo è eccessivo, spesso fuori controllo. Industria e settore primario stanno depauperando sempre più le risorse acquifere del nostro pianeta. L’acqua sembra largamente disponibile, visto che la Terra si compone principalmente di essa, eppure la stragrande maggioranza di essa non è potabile.

La quotazione dell’acqua

La settimana scorsa, l’8 dicembre, il Veles California Water Index quotava l’acqua a 486,53 dollari per piede acro. Questa misura, abbastanza desueta in Europa, è piuttosto diffusa negli Stati Uniti. Un piede acro equivale a 1233 metri cubi. Secondo gli esperti di CME, il fatto che l’acqua sia entrata in borsa è un bene, poiché questa manovra sarà in grado di consentire una migliore gestione del rischio futuro legato ad essa.

Si legge sul sito del marketplace: “Due terzi della popolazione mondiale affronteranno la scarsità d’acqua entro il 2025. Tale crisi rappresenterà un rischio crescente per imprese e comunità in tutto il mondo. In particolare il mercato dell’acqua della California, che vale oltre 1 miliardo di dollari, ne soffrirà in maniera decisa. Grazie ad una forte partnership con il NASDAQ, nonché sulla nostra comprovata esperienza di 175 anni nell’aiuto all’utente finale per la gestione del rischio nel mercato delle materie prime essenziali, abbiamo stipulato un nuovo contratto idrico.” Così descrive l’Index Tim McCourt, responsabile di questo indice azionario e di prodotti d’investimento alternativo per CME.

Il solo utilizzo del termine utente finale parlando di acqua è raccapricciante. Senza alcun buon senso, queste persone parlano di una risorsa fondamentale alla vita come se si trattasse di uno stock di partecipazioni in questa o quell’altra società per azioni. I dati da cui ha mosso il gruppo parlano chiaro. In California ci sono nove milioni di acri di terreno coltivato e il 40% dell’acqua consumata nel maggiore Stato americano è destinato all’irrigazione di queste terre. Ricordiamo che un acro – altro valore in uso nel mondo anglosassone, ove è prassi impiegare misurazioni originali, per così dire – corrisponde a 4046,87 metri quadrati. A detta di CME, l’indice consentirebbe ad ogni produttore di pianificare in anticipo. Prevedendo la modifica del costo base dell’acqua di cui necessita per irrigare, egli potrebbe progettare le sue spese su larga e larghissima scala per il prossimo futuro.

In questo esaustivo contributo video, i dettagli sull’entrata dell’acqua in borsa. Non tutte le opinioni dell’autore corrispondono a quelle de L’EcoPost ma la spiegazione della vicenda è utile a tutti.

Il lancio del primo future acqua

I future dell’acqua, essendo entrati a Wall Street, saranno ora regolati secondo le vigenti norme finanziarie. I contratti acquistati saranno trimestrali, fino al 2022. Ognuno di essi si riferirà a 10 piedi acri di oro blu. È forse necessario, prima di continuare oltre, precisare che cosa si intenda con il termine future. Si tratta di un contratto derivativo, negoziato su un mercato regolamentato. Acquirente e venditore si scambiano una determinata quantità di una specifica attività – reale o finanziaria – a un prezzo prefissato. La liquidazione di questa quantità è riferita ad una data prossima, futura, da qui il termine.

Il future idrico è unico nel suo genere. L’indice fissa un prezzo di riferimento, settimanale. sui diritti legati all’acqua in California. Il prezzo è spot, come si dice in gergo, ovvero corrispondente ad una consegna immediata, al momento stesso della stipula e firma del contratto di compravendita. Può sembrare un’inutile puntualizzazione ma i prezzi in borsa oscillano continuamente e possono variare anche in poche ore. Il costo viene calcolato sulla media ponderata del valore dell’acqua in base alle transazioni nei cinque maggiori mercati californiani.

L’acqua debutta a Wall Street come prima di lei hanno fatto oro, petrolio e altre materie prime. Agricoltori, enti municipali e naturalmente anche fondi speculativi sono ora in grado di scommettere sulla futura disponibilità di acqua nello Stato californiano. Il caldo distretto è il principale mercato agricolo USA e rappresenta, da solo, la quinta economia mondiale. Dal momento che l’acqua è ora una merce, qualcuno potrebbe pensare di inquinarla e sporcarla per renderla più costosa, magari dopo essersene assicurato una buona quantità sul mercato. In fin dei conti, queste sono spesso le regole del gioco speculativo: compra a poco, rendi la merce più desiderabile e poi rivendila a tanto. Just win, baby.

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Cosa attendersi ora?

Non è un caso se il momento in cui l’acqua californiana entra in borsa sia proprio questo. Lo Stato con l’orso grigio sulla bandiera – simbolo di forza – è stato devastato dagli incendi divampati al termine della scorsa estate sull’intera costa occidentale. Inoltre, la California sta uscendo da una siccità lunga ben otto anni. Stravolgimenti ambientali, anche di grande impatto, sono ormai all’ordine del giorno come ben sa chi ci legge con frequenza e numerosi di essi hanno a che fare con la mancanza idrica (siccità, carestie e desertificazione). Si deve probabilmente soprattutto a questo antefatto la creazione dei contratti sull’acqua depositati a Wall Street. Il momento era ghiotto per ideare coperture del genere e venderle sia a coltivatori e, per esempio, aziende elettriche – grandi consumatori di acqua – sia per segnalare a tutti gli investitori del mondo la scarsità della risorsa. È lecito chiedersi se non ci fosse altro modo.

“Probabilmente il cambiamento climatico, la siccità, la crescita della popolazione e l’inquinamento renderanno la questione della scarsità d’acqua e dei suoi prezzi un tema caldo negli anni a venire. Terremo sicuramente d’occhio gli sviluppi di questo nuovo contratto future sull’acqua.” Nel pensiero di Deane Dray, amministratore delegato e analista per RBC Capital Markets – importante banca d’investimento canadese, impegnata sul mercato bancario e finanziario – c’è la sintesi dell’approccio del mondo dei capitali a questa mercificazione dell’acqua. Al mondo della finanza importa ben poco del contesto ambientale circostante, il focus degli addetti ai lavori è soltanto sul rollover.

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Crisi climatica: quel che non abbiamo capito

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Poco più di 12 mesi fa, l’ormai celeberrima attivista Greta Thunberg, pronunciò quello che probabilmente è il suo discorso più famoso. Era il 23 settembre dello scorso anno e a New York si stava tenendo il Climate Action Summit 2019. Alcuni passaggi di quell’intervento della giovane attivista hanno fatto il giro del mondo. Il più indimenticabile tra questi, naturalmente, è il noto j’accuse già passato alla storia come “How dare you! Speech“. Thunberg, senza mezze parole, andò dritta al punto e con un’onestà disarmante, oltre che una lucidità tutt’altro che comune per una sedicenne, disse: “Siamo all’inizio di un’estinzione di massa e voi siete capaci di parlare solo di soldi o della favola di un’eterna crescita economica: come osate!”

Il deciso intervento di Greta Thunberg al Climate Summit 2019, in un video del Guardian che riporta i passaggi più importanti, sottotitolato in inglese.

In fatto di crisi climatica, però, poco sembra essere cambiato, nonostante l’intervento di Thunberg venne applaudito e riscosse numerosi consensi, all’epoca. Sono infatti sempre più numerosi i motivi di preoccupazione per gli ambientalisti di tutto il mondo; ragioni che sono – purtroppo – anche aumentate in seguito alla pandemia. Sempre che sia legittimo ragionare già in ottica post-pandemia. A ciò si aggiunge anche la tirannia del tempo, che è sempre meno perché l’orologio non aspetta certo i tempi dei governi, i ritmi della burocrazia e le scuse delle multinazionali.

Come se parlassimo due lingue diverse

Che il sentiero su cui ci siamo già messi conduca verso una catastrofe epocale, è ormai una certezza. Lo scioglimento dei ghiacciai, ad esempio, è sempre più rapido, come abbiamo appreso anche grazie alle immagini provenienti da Helheim, in Groenlandia. Lo scenario è davvero infelice e i governi peggiorano persino questa situazione con la loro lentezza, la loro inettitudine ambientale e, forse, persino l’intenzione di non agire per evitare di scontentare ricchi finanziatori che hanno interessi non esattamente green.

Probabilmente è stata ancora Thunberg, lo scorso agosto, a tratteggiare al meglio l’attuale stato della lotta ai cambiamenti climatici. In una lettera firmata assieme ad altre attiviste che stanno diventando sempre più celebri – Luisa Neubauer, Anuna De Wever e Adelaïde Charlier – la svedese afferma come il mondo sia, nonostante tutto quel che accade, ancora in una fase di sostanziale negazione della crisi climatica.”

Il pensiero di Thunberg e delle sue sostenitrici è piuttosto semplice. Sono almeno trent’anni che la scienza punta il dito contro la responsabilità umana nella crisi ambientale e ci dà soluzioni per uscirne. Non sono però molti quelli in posizioni di potere che stiano facendo qualcosa per raggiungerle quelle soluzioni. E proprio questo è il paradosso del nostro tempo: da una parte ci arrivano sempre più avvertimenti e conferme su quanto stia accadendo, dall’altra questi fenomeni non convincono i governi – e neppure i singoli, troppo spesso – a modificare i loro comportamenti. È come se scienza e politica non si capissero, come se parlassero due lingue diverse.

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Una manifestazione di Extinction Rebellion. Il gruppo ha ben capito quale sia il rischio che l’umanità stia correndo.

Cosa non abbiamo capito della crisi climatica?

La tematica ambientale acquisisce via via sempre più importanza sui giornali e nella quotidianità, diventa notizia e argomento di conversazione, eppure, di fatto, non vediamo decisioni nette. Sempre più testate hanno una sezione clima, che per alcune è anche molto importante, come per il Guardian o il New York Times. L’ambientalismo è di moda in Paesi come gli Stati Uniti, che da Al Gore fino a Leonardo Di Caprio hanno avuto importanti testimonial che si sono spesi per la causa; eppure il loro governo – uscente – ha deciso di tirarsi fuori dall’Accordo di Parigi e continua a ritenere la questione ambientale una montatura quando non proprio una calunnia. Anche al Summit del 2019, con il quale ho aperto l’articolo, gli USA formalmente non parteciparono, fatto salvo per l’apparizione – breve e trascurabile – di Donald Trump durata circa 10 minuti.

Gli States sono responsabili di oltre il 14% delle emissioni globali climalteranti. Joe Biden, presidente eletto, ha promesso che invertirà la rotta. Ci auguriamo sia vero perché ne abbiamo davvero molto bisogno. Occorre che qualcuno dia l’esempio poiché, dicono gli esperti, il problema sarà risolto solo con un’azione collettiva, su ampia scala. In un bell’articolo di Business Insider, Federico Del Prete ha intervistato Federico Grazzini, coautore del volume Fa un pò caldo. Secondo il meteorologo Grazzini, che non è l’unico con questa idea, c’è davvero molto che non abbiamo capito della crisi climatica.

Quella consapevolezza che ci manca

“Credo che alla base ci sia una mancata consapevolezza del nostro ecosistema in generale. Non parlo solo a proposito delle complesse teorie atmosferiche ma proprio riguardo al funzionamento del nostro mondo.” Il libro di Grazzini offre interessanti spunti, pensati per ragazzi ma utili anche agli adulti, sul momento climatico che stiamo vivendo. Il meteorologo descrive la velocissima destabilizzazione atmosferica che caratterizza la nostra contemporaneità, portando risposte utili e a volte anche davvero semplici.

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Le attività umane hanno avuto e stanno ancora avendo un impatto troppo forte sul nostro Pianeta.

Spesso mi sento chiedere se la situazione sia davvero così grave. La risposta purtroppo è sì. Credo che ai media manchi la capacità di mettere assieme tutti i pezzi della crisi climatica. Essa è in fondo davvero complessa da capire, prima che minacciosa. C’è poi un altro aspetto, più immediato. Una società come la nostra, residente soprattutto nelle città, ha perso un importante elemento di autentico contatto con la natura. Ciò ostacola in qualche maniera la comprensione di quel che stia accadendo.” Aggiunge Grazzini.

“Tutti gli indicatori presi in esame, dall’estensione dei ghiacci nell’Artico fino all’aumento delle ondate di calore, sono coerenti. Essi confermano non solo il riscaldamento globale in sé ma anche la notevole accelerazione di questo fenomeno. Una volta sparito tutto il ghiaccio dell’Artico, nel giro di qualche decennio, tempi molto brevi, andiamo incontro ad uno scenario che non conosciamo. Quel che sappiamo è che si tratterà di qualcosa di poco rassicurante. La scienza ha una certa responsabilità. Comunicando con il pubblico generico, lo scienziato si esprime molto spesso in termini dubitativi. L’incertezza associata ad una stima può dare l’impressione che non si sappia cosa succederà ma non è così.”

Pandemia e crisi climatica

Il ragionamento dello scienziato, inevitabilmente, finisce per coinvolgere anche il cambio di scenario dovuto alla crisi sanitaria globale. “Se so che sto andando molto velocemente contro un precipizio, non ho bisogno di trasmettere con precisione in che modo cadrò. Non cambia granché se raggiungerò il burrone in un secondo oppure in tre. Finirò comunque per precipitare, dunque tanto vale che mi concentri su come frenare.” Sono le parole di Grazzini per concludere il pensiero ora riportato. La pandemia che sta tenendo in ostaggio il mondo è legata a doppio filo all’ambiente e all’inquinamento, come abbiamo già scritto sulle pagine de L’EcoPost. Il meteorologo lavora in Pianura Padana, una delle zone più sviluppate e quindi inquinate d’Europa. Non a caso, è una di quelle ove la pandemia si è diffusa massicciamente fin dall’inizio.

“La pandemia offre molti spunti di riflessione sulla priorità che dovrebbe avere la questione ambientale. La Pianura Padana è molto soggetta a fenomeni di ristagno degli inquinanti, dovuti a condizioni tipiche, normali per la zona. Con l’alta pressione, l’aria ristagna a lungo. Dovremmo essere più attenti degli altri a emettere inquinanti, perché viviamo in un punto sfavorito. La crisi climatica prolunga sempre di più questi periodi di alta pressione. Va fatto uno sforzo maggiore per pulire la nostra aria in inverno, così come in estate, quando entrano in ballo altri fattori. Le risposte vanno date subito, adesso.”

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Inquinamento e virus. Quando la catastrofe ambientale si traduce in crisi sanitaria.

“La pandemia ci ha mostrato che quando smettiamo di muoverci in modo sconclusionato l’inquinamento diminuisce sostanzialmente, in Pianura Padana come altrove. Tutti gli elementi ci sembrano voler dire: che vantaggio c’è a continuare a goderci il cosiddetto benessere se poi esso ci toglie la salute?” Conclude Grazzini. La sua intervista è stata riportata in maniera approfondita perché ricca di stimoli. Quel che ci dice, in definitiva, è come la situazione sia piuttosto grave.

Uscire dalla crisi climatica si può?

Nello stesso intervento con cui abbiamo aperto questa riflessione, la cittadina svedese più famosa dei nostri tempi ricordava alla platea come ci siano interi ecosistemi al collasso, anche nel preciso momento in cui leggete queste parole. Hanno già cominciato quelli immersi nei mari e negli oceani, sempre più caldi. In tali ambienti anche l’acidità, oltre all’aumento della temperatura, porta alla devastazione di interi habitat. Non ci vorrà molto prima che i problemi che stiamo riscontrando in acqua si spostino sulla terraferma. Stiamo seriamente correndo il rischio di affrontare una prossima sesta estinzione di massa. A quanto pare, le altre cinque ci hanno insegnato ben poco.

Ondate di calore, seguite da grandi migrazioni si scorgono già all’orizzonte. Un’umanità destabilizzata nell’economia e negli apparati di governo non potrà che cercare una via d’uscita, ovvero una via di fuga dalla sua patria. I rifugiati climatici, assieme a quelli economici in cerca di una vita degna e ai profughi che abbandonano terre in guerra dove le uniche alternativa sono morte o povertà, possono diventare presto una bomba a orologeria, oltre che il primo segno della nostra sconfitta su tutta la linea sul fronte della battaglia climatica.

Si può ancora uscire da questa situazione ma bisogna smettere di parlarne, di scriverne, e cominciare ad agire. Possiamo ridurre la crisi climatica a riscaldamento globale e poi questo a clima regolare, senza più bizze e stranezze. Per farlo, però, dobbiamo ridurre a 0 le nostre emissioni climalteranti. Se i governi non cominciano a prendere provvedimenti, tocca a noi cittadini, individualmente, schierarci in prima linea nella battaglia per l’ambiente. Abbiamo bisogno di un’azione corale, collettiva. Tu che cosa pensi di fare?

Acqua, un bene comune a rischio

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Un prezioso tesoro chiamato acqua

È un bene primario necessario alla vita in tutte le sue forme conosciute. È il principale costituente di ogni singolo ecosistema esistente sul nostro pianeta. Si tratta dell’elemento da cui ha avuto origine la vita, ai tempi della cosiddetta abiogenesi, circa 4,4 miliardi di anni fa. Non sbagliamo se diciamo che nulla di quel che conosciamo esisterebbe se l’acqua, nel suo stato liquido, non fosse mai comparsa sulla Terra.

Il principale costituente del corpo umano è l’acqua ed essa ricopre circa il 71% della superficie terrestre. Una percentuale destinata ad aumentare, dato il ben avviato scioglimento delle calotte polari e del permafrost, questa però è una storia per un altro giorno.

In termini chimici, quando due atomi di idrogeno si legano tramite legame covalente polare ad uno di ossigeno creano un sistema bifase che, in normali condizioni di pressione e temperatura, si presenta come un liquido incolore e in odore. L’acqua può anche trovarsi allo stato gassoso, sotto forma di vapore acqueo, oppure solido, sotto forma di ghiaccio. Da qui ha avuto origine tutto ciò che conosciamo. L’acqua è uno dei beni più preziosi che possediamo come comunità vivente sul pianeta Terra.

La delicata situazione delle risorse idriche mondiali

Ciononostante, troppo spesso l’acqua viene considerata una merce, piuttosto che un indispensabile strumento di vita. Sul nostro pianeta, l’acqua potabile comincia a scarseggiare. Il sostentamento necessario alla vita di ogni organismo, all’agricoltura e alla produzione industriale, si fa sempre più raro. Dobbiamo tenere sempre presente, infatti, che l’acqua in natura non è quasi mai pura. Grazie alla sua capacità di solvente universale, infatti, contiene al suo interno numerose sostanze disciolte. La maggior parte di queste è di dimensioni microscopiche.

Si stima che sulla Terra siano presenti 1 miliardo e 360 milioni di chilometri cubi di acqua, circa un millesimo del volume complessivo del pianeta. La presenza di acqua potabile in questa cubatura è risibile. Oltre il 97% di questo totale è acqua marina, soprattutto quella che forma gli oceani; il 2% del totale è racchiusa nei ghiacciai e nelle calotte polari; l’1% si trova nelle falde acquifere del sottosuolo mentre appena lo 0,02% è quella presente negli oceani e nei fiumi. L’atmosfera imprigiona, sotto forma di vapore acqueo, circa 13mila chilometri cubi di acqua.

L’acqua dolce, quindi, riveste una percentuale che oscilla poco sopra il 2,5% di questo totale. La principale riserva di acqua potabile sul nostro Pianeta sono i ghiacciai situati in Antartide e Groenlandia, essi custodiscono quasi i due terzi del totale di acqua potabile dell’intero globo. Va dunque da sé che, ogni metro cubo di ghiacciaio perduto, è un metro cubo di acqua che i viventi non possono più utilizzare, poiché essa si discioglie nel mare contaminandosi con le sostanze nocive contenute nell’acqua marina. La restante acqua potabile è contenuta in falde sotterranee o, per una percentuale vicina all’1% del totali di acqua dolce disponibile, in fiumi e laghi. Quest’ultima porzione è la più facilmente accessibile.

L’acqua dolce è sempre più rara

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Chi controlla l’acqua

Chiunque abbia ben presente questa situazione e disponga dei mezzi economici necessari ha già iniziato la partita per il controllo e la gestione delle fonti idriche. Il settore dell’acqua non è più terreno di pertinenza delle multinazionali dell’imbottigliamento; ultimamente, numerosi gruppi finanziari e fondi d’investimento hanno deciso di entrare con prepotenza in questo campo. È facile prevedere che chiunque controllerà le risorse idriche del nostro pianeta, le infrastrutture necessarie alla loro distribuzione o ancora gestirà le tecnologie di decontaminazione, si ritroverà un immenso tesoro tra le mani.

Partnership pubblico – privato: un bene o un male?

Il cosiddetto oro blu è materia in grado di alimentare business formidabili e conflitti drammatici. L’ONU, nel 2010, ha ufficialmente definito “l’acqua potabile e i sevizi igienico-sanitari un diritto umano essenziale per il pieno godimento del diritto alla vita e di tutti gli altri diritti umani.” Eppure, l’Organizzazione Mondiale della Sanità, ente ultimamente piuttosto bistrattato, ritiene che il 55% delle strutture sanitarie dei paesi in via di sviluppo sia privo dei servizi idrici basilari. Spesso infatti, nel Sud del mondo, l’accesso all’acqua rimane al di fuori degli ospedali, rendendo difficile anche l’operazione del lavaggio delle mani.

Per favorire la distribuzione di acqua dolce a chi ne ha più bisogno occorrono però importanti investimenti, troppo esosi per i governi dei paesi in via di sviluppo. Il pubblico infatti non ha i fondi per rallentare una crisi idrica che viene continuamente accelerata dal cambiamento climatico che intensifica la siccità, ampliando le zone aride; per rimediare alla diffusa cattiva gestione di acquedotti e infrastrutture idriche, un problema noto anche nei Paesi sviluppati, figurarsi nel terzo mondo; per interrompere l’inquinamento delle falde e contenere l’inarrestabile aumento della popolazione mondiale. L’acqua è una perfetta sintesi di che cosa significhi la parola globalizzazione, ne rispecchia tutti i vantaggi e gli svantaggi. Qualora intervenissero investitori privati, si potrebbe ottimizzare considerevolmente la gestione dell’acqua. Come si possono però garantire criteri etici, almeno parzialmente, in queste finalità?

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Timori per il futuro

Mentre i ghiacciai continuano a dissolversi come ghiaccioli al sole di Ferragosto e le proiezioni demografiche ci dicono che nel 2050 saremo 9 miliardi di abitanti, è facile nutrire pessimismo per il futuro. Nella complessità di questo scenario è verosimile attendersi che nei prossimi anni svariati Paesi raggiungeranno il fatidico day zero. Il giorno in cui le risorse idriche si esauriranno prima del tempo e dai rubinetti non uscirà più una goccia d’acqua. Negli ultimi anni questa crisi è già stata sfiorata in alcuni centri densamente popolati: Città del Capo (Sudafrica), San Paolo (Brasile) e Chennai (India). Nel 2017, come qualcuno ricorderà, la città di Roma corse lo stesso rischio. Il livello del lago di Bracciano, la riserva idrica della capitale, scese drasticamente, tanto da far temere un parziale prosciugamento dello specchio d’acqua.

Un rapporto, datato 2019, redatto dall’OMS e da UNICEF certifica come nel mondo una persona su tre abbia un accesso limitato all’acqua e ai servizi igienico – sanitari di base. Nelle aree rurali e meno sviluppate, il problema è più grave. Sebbene negli ultimi 20 anni 1,8 miliardi di persone abbia ottenuto accesso all’acqua potabile, “persistono gravi disuguaglianze nell’accessibilità e nella qualità di questi servizi.”

Preservare e tutelare acqua dolce per il prossimo futuro richiederà ingenti risorse economiche. Sappiamo però bene che ogni grande crisi non fa nascere soltanto grandi bisogni, bensì anche grandi opportunità per chiunque sappia leggere la situazione e abbia i capitali per guadagnarci sopra.

Acqua in vendita

Nel sistema economico in cui viviamo, come sappiamo, tutto è business. Stanno dunque spuntando, nelle sale Borsa mondiali, i cosiddetti mercati idrici. Questi rappresentano forme di investimento che cedono i diritti di utilizzi dell’acqua per poterli poi rivendere. In altre parole, un investitore o un fondo può giocare con le forniture idriche di una città o una regione, cedendole al miglior offerente. Ancor peggio, potrà decidere di dissetare una provincia o uno Stato per preservare il proprio investimento. È accettabile che qualcuno abbia la facoltà di aprire e chiudere i rubinetti a piacimento? Non saremmo più sicuri se la fornitura idrica restasse in mano agli Stati piuttosto che essere gestita da attori che si chiamano Barclays, Credit Suisse, Goldman Sachs e Blackstone? Tutti questi facoltosi player della finanza stanno già allungando le proprie mani sulle riserve idriche.

La proprietà e la gestione delle fonti, nella maggior parte dei Paesi, appartiene allo Stato, come nel caso dell’Italia che ha tenuto un referendum dedicato nel 2011. Qualora un governo decidesse di affidare a privati la gestione delle sue fonti, quei privati sarebbero chiaramente obbligati a pagare un canone ma avrebbero poi il diritto di rivendere l’acqua ai loro prezzi. I potenziali guadagni derivanti da questa compravendita sono enormi. Per tal motivo, in alcune zone particolarmente aride e povere, come ad esempio regioni africane o asiatiche, è già cominciata, nel consueto disinteresse occidentale, l’odiosa pratica del land grabbing e quella associata del water grabbing. Chiunque acquisisca un terreno, infatti, è contrattualmente proprietario anche delle eventuali falde acquifere sottostanti.

La politica dei ricchi

Lo Swaziland è un piccolo Stato africano. Il Paese ha una fiorente cultura di canna da zucchero, un ingrediente fondamentale nella produzione della bibita più amata al mondo: la Coca Cola. Non a caso la multinazionale di Atlanta ha una presenza massiccia a quelle latitudini e ha acquistato i diritti di utilizzo di tutte le fonti idriche del territorio. Poiché la canna da zucchero, nella sua maturazione, necessita di ingenti quantità di acqua, gran parte delle risorse idriche vengono sottratte alla popolazione civile, la quale soffre di una cronica scarsità d’acqua per utilizzo domestico.

In questo processo non vi è assolutamente nulla di illegale. La Coca Cola ha stipulato un contratto chiaro e preciso con il Re dello Swaziland, che non ha potuto tirarsi indietro di fronte al massiccio investimento dell’azienda, la quale rappresenta ora il principale datore di lavoro del Paese. Il governo ha privilegiato l’occupazione e il benessere economico dei suoi cittadini, così facendo, però, ha di fatto reso Coca Cola padrona della sua acqua. Naturalmente, l’azienda privilegia le colture alle esigenze della quotidianità della vita degli swazi, non è dal loro benessere che dipendono i dividendi degli azionisti.

C’è il concreto rischio che questa situazione si replichi ovunque, qualora l’acqua fosse privatizzata. Gran parte dell’opinione pubblica italiana, forse pure mondiale, resta favorevole all’acqua pubblica, alla gestione statale di questo bene. Sappiamo però bene come le multinazionali riescano molto spesso ad ottenere ciò che desiderano per incrementare sempre più il giro dei loro affari. Le mire sull’acqua, dunque, non possono che destare sospetto poiché una cosa è certa: la corsa all’acqua è già cominciata.

Il discorso di Greta all’ONU e i numeri della politica

Summit ONU sul clima, Greta Thunberg
Un’accigliata Greta Thunberg all’inizio del proprio discorso tenuto presso la sede delle Nazioni Unite.

Emotivo; così si potrebbe definire il discorso odierno di Greta Thunberg al summit ONU sul clima. Vedere una ragazzina ferita, con gli occhi lucidi e la voce sul punto di spezzarsi, smuoverebbe coscienza a chiunque ne disponga (e forse è proprio questo il problema). Ieri Greta si è infatti rivolta alla schiera dei potenti delle Nazioni Unite con parole di sfida, di rimprovero, dando l’ultimatum definitivo.

Il discorso pronunciato denuncia l’azzardo con il quale i politici si stanno giocando il futuro di Greta, e con il suo il nostro. Non ci è dato sapere quale sia il pensiero reale dei politicanti al sentire pronunciate queste accuse. Nessuno d’altronde gli pone questo genere di domande e nessuno in ogni caso si aspetterebbe in risposta la verità. Ma questo è un altro discorso, che meriterebbe approfondimento. Poco male, tanto l’unica risposta che conta davvero sono i fatti, tutto il resto è… declino planetario.

Il discorso di Greta tradotto in italiano

Il video del discorso originale di Greta Thunberg.
Fonte: canale YouTube di The National.

Il mio messaggio è che vi terremo d’occhio.

Questo è tutto completamente sbagliato. Io non dovrei essere qui sul palco ma a scuola dall’altra parte dell’oceano. Ma voi vi rivolgete a noi giovani come speranza per il futuro. Ma con che coraggio? Voi avete rubato i miei sogni e la mia gioventù con le vostre parole vuote, e io sono una delle più fortunate. La gente sta soffrendo. La gente sta morendo. Interi ecosistemi stanno collassando. Siamo all’inizio di un’estinzione di massa e tutto quello di cui siete capaci di parlare sono denaro e favole riguardo a una crescita economica eterna. Come osate?

Per oltre trent’anni la scienza è stata chiarissima. Con che coraggio continuate a fare finta di niente e venire qui affermando di fare abbastanza, quando le politiche e le soluzioni necessarie non sono neanche all’orizzonte? Dite ascoltarci e di capire l’urgenza, ma per quanto triste e arrabbiata io possa essere, non ho alcuna intenzione di crederci. Perché se veramente capiste la situazione e ciononostante continuaste a fallire a reagire, significherebbe che siete malvagi, e io questo mi rifiuto di crederlo.

La popolare idea di dimezzare le nostre emissioni in dieci anni ci dà solamente il 50% di possibilità di rimanere sotto il grado e mezzo di riscaldamento globale e di prevenire il rischio di avviare una serie reazioni a catena al di fuori del controllo umano. 50% potrebbe essere accettabile per voi. Ma quei numeri non includono punti critici, la gran parte dei cicli di retroazione, e il riscaldamento aggiuntivo nascosto dell’inquinamento dei trasporti aerei o gli aspetti dell’equità e della giustizia climatica. Inoltre, fanno affidamento sul fatto che la mia generazione risucchi miliardi di tonnellate della vostra CO2 dall’atmosfera, con tecnologie che quasi non esistono ancora. Per questo una chance di successo del 50% non è accettabile per noi che dovremmo convivere con le conseguenze.

Per avere una possibilità del 67% di rimanere al disotto di un’innalzamento delle temperature di un grado e mezzo celsius, la quota più ottimistica data dal Gruppo Intergovernativo sul Cambiamento Climatico, il mondo aveva 420 gigatonnellate di CO2 ancora emittibili in data primo gennaio 2018. Oggi, quella stima è già scesa a meno di 350 gigatonnellate. Con che coraggio fate finta che questo vostro piano possa essere attuato come una qualsiasi altra politica e grazie a qualche soluzione tecnologica? Con i livelli di emissioni odierni questo tetto di CO2 sarà superato in meno di 8 anni e mezzo.

Quest’oggi non sarà presentato alcun piano né soluzione adeguato. Perché questi numeri sono troppo scomodi e voi non siete ancora sufficientemente maturi per dire le cose come stanno. Ci state deludendo. Ma i giovani stanno iniziando a rendersi conto del vostro tradimento. Gli occhi di tutte le generazioni future sono posati su di voi e se decidete di deluderci, beh allora io dico: non vi perdoneremo mai. Non la farete franca. Qui, oggi, è dove tracciamo il confine. Il mondo si sta svegliando e il cambiamento avverrà che vi piaccia o meno.

Il discorso di Greta Thunberg tenuto oggi al summit ONU sul clima, tradotto per voi da L’EcoPost.

Greta Thunberg e l’arte del cazziatone

Personalmente io a Greta Thunberg riconosco un merito principale: quello di non rinunciare mai a fare il cazziatone. L’arte del cazziatone sembra facile, ma non lo è. Infatti, chi fa le pulci agli altri, personaggi pubblici e non, corre solitamente il rischio di risultare pedante e ripetitivo. La tendenza è quindi quella di compromettersi in base al contesto e al pubblico e di optare per toni più pacati così da non finire nel dimenticatoio o di essere etichettato come un personaggio scomodo o per questo indesiderato. Questo Greta Thunberg non lo fa.

Lei cazzia (soprattutto politici, presenti e non) costantemente da oltre un anno. La sua intransigenza, e l’auspicabile concretizzazione delle sue aspettative, sono effettivamente l’unica speranza di salvezza. Non che lei sia la salvezza in sé, per quanto bene e ammirazione si possa avere per lei. Bensì lo è l’accettazione progressiva di lei come personaggio pubblico nella narrativa mediatica mondiale, che ha l’effetto di introiettare negli individui la sua narrativa perentoria e di conseguenza il rigore necessario senza il quale l’equilibrio con la natura è impossibile.

Sul tema della narrativa del cambiamento climatico, leggi anche il nostro articolo: Il problema della dialettica attorno al cambiamento climatico

Solo la politica sotto la lente d’ingrandimento?

Greta Thunberg è quindi un’icona, capace di ritagliarsi questo ruolo con continuità, intransigenza e una scelta delle parole sempre adeguata. Lei si è sobbarcata il compito di responsabilizzare la politica mondiale, non proprio quello che ci si aspetterebbe da una sedicenne, per quanto svedese. Ma c’è un dettaglio che non va e non può essere trascurato, che se tutti gli attivisti per lo sviluppo sociale e contro il cambiamento climatico del mondo, con Greta Thunberg in testa, riuscissero a convincere la politica ad agire, questo avrebbe ripercussioni sulla vita di noi tutti.

Il cambiamento politico non rimarrebbe puramente politico, ma si stratificherebbe lungo tutto il tessuto sociale. Cosa succederebbe se la politica agisse concretamente ma buona parte della popolazione si opponesse alle tasse, ai divieti, alle limitazioni, o più semplicemente ai cambiamenti imposti dall’alto? Se è vero che senza la politica la forte volontà di molti non basta, altrettanto vero è che la politica non ha vita facile nel convincere i cittadini di tutto il mondo che per garantire un futuro alle attuali e alle future generazioni, loro, nel loro piccolo, dovranno fare tante rinunce.

Dunque non lasciamo Greta Thunberg da sola, ma non lasciamo neanche la politica da sola. La prima è molto matura, ma è solo una ragazza, la seconda (proprio come ha detto Greta) non è ancora sufficientemente matura per prendere decisioni da sola.

Il video del WWF pubblicato in data 22 settembre 2019, dal titolo “Il Panda all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite”. Fonte: il canale YouTube di WWF Italia

Sul tema dei giovanni come ultima salvezza, leggi anche il nostro articolo: I giovani al summit ONU “Viviamo con la paura del futuro”