Stretto di Messina e l’incubo della plastica nei fondali

Nello stretto di Messina vivono i mostri. Non stiamo parlando di Scilla e Cariddi, che resero difficile il viaggio a Ulisse. A minacciare questo braccio di mare, che divide la Calabria dalla Sicilia, ci sono i rifiuti, che inquinano il fondale marino, danneggiando l’intero ecosistema. Uno studio, pubblicato sulla rivista Environmental Research Letters e condotta dall’Università di Barcellona, insieme ad altri centri di ricerca internazionali, ha denunciato la situazione.

I residui di materiali vari, che si depositano o vengono trascinati dalle correnti, diventano cibo per gli animali. Gli esperti si sono concentrati sull’identificazione delle esigenze su cui incentrare il monitoraggio, per poter, finalmente, arrivare ad alcune soluzioni durature. Si sono basati sulla definizione di rifiuti marini, che il Programma Ambientale dell’ONU ha descritto come “qualsiasi materiale solido persistente, fabbricato o lavorato, scartato, smaltito o abbandonato nell’ambiente marino e costiero”. Insomma, il microcosmo, in cui ci stiamo per tuffare, è alterato dalle azioni dell’uomo.

Stretto di Messina: il “mare di spazzatura” con la più alta densità di rifiuti al mondo

Gettato direttamente dalle navi o da altre piattaforme marine oppure finito in modo accidentale tra le onde, tutto lo scarto che produciamo viaggia o si sedimenta sul fondale, cambiandone o, addirittura, stravolgendone l’equilibrio. Solamente nel 2010, si è stimato che più di 8 milioni di tonnellate di rifiuti, abbandonati sulla terraferma, siano arrivati nei mari. E le prospettive sono ancor più negative. Si pensi che alcune previsioni indicano come si potrebbero monitorare fino a 90 milioni di tonnellate di emissioni plastiche negli ecosistemi acquatici entro il 2030. Se già sotto questa lente la situazione è allarmante, conoscere cosa succede sotto lo stretto di Messina è utile per comprendere ancora una volta quanto sia necessario cambiare rotta. In alcune parti del fondo, si riscontra la presenza di più di un milione di oggetti per chilometro quadrato.

A complicare il quadro si inserisce la poca conoscenza del fondale, tanto è vero che, nel 2019, gli studi in questo senso hanno rappresentato meno del 25% di tutti gli studi sui rifiuti marini, microplastiche escluse e un 1/7, includendole. La dispersione è diversa: ci sono degli inquinanti leggeri, a bassa densità, che rimangono sospesi per periodi variabili. Altri, invece, si inabissano. Nessun luogo è escluso da questo tipo di cambiamento e i dati permettono di stabilire che vi è un incremento di articoli monouso, lattine e plastiche. Nemmeno la Fossa delle Marianne è stata risparmiata: a 10900 metri, è stato registrato un sacchetto. In alcuni punti, i rifiuti superano il numero degli esseri viventi presenti. Talvolta, li ingeriscono, scambiandoli per prede, mentre si nutrono di altri organismi o quando sono a caccia di banchi. Come se non risultasse abbastanza, potrebbero mangiarli in maniera secondaria, ossia scegliendo organismi che si erano cibati di detriti in precedenza.

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Come monitorare i rifiuti dei fondali marini

Per fare in modo di riuscire a condurre studi approfonditi e fornire delle soluzioni concrete, bisogna fare un passo fondamentale: monitorare i fondali marini. Se quello dello Stretto di Messina è risultato particolarmente inquinato, è stato anche grazie alla messa a punto di strategie diversificate, così da permettere di incrociare i dati e avere una panoramica più completa possibile. Gli esperti, all’interno della loro ricerca, hanno fornito alcuni spunti. Innanzitutto, indagare le acque poco profonde, così da scandagliare il territorio. In secondo luogo, usare le reti a strascico, che possono essere utilizzate per valutare la densità di rifiuti su vasta scala degli stock ittici.

Questo secondo sistema, però, ha dei punti a suo sfavore più forti rispetto al primo. Potrebbe alterare -ancora una volta- l’equilibrio, riportando a galla o smuovendo detriti e rendendo l’ambiente ancora più dinamico. Un secondo elemento da tenere in considerazione è la pericolosità, dovuta al rischio di cattura di munizione inesplose. Si stima che sia circa un milione di tonnellate di armi chimiche giacciano sui fondali globali. Una minaccia per fauna, flora ed esseri umani. Un altro tipo di osservazioni sono quelle visive, con immagini subacquee in grado di studiare quantità e distribuzione. Per quanto la risoluzione delle immagini possa essere ottima, di sicuro non riuscirà a intercettare inquinanti microscopici. Inoltre, sono operazioni complesse, che necessitano di procedure ad hoc e, talvolta, pericolose. Esistono, infine, piattaforme per l’acquisizione di immagini di rifiuti marini. Tutte le informazioni devono essere analizzate, elaborate, annotate e gestite adeguatamente.

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Perché lo Stretto di Messina non diventi il primo “stretto di plastica”

Sentiamo spesso parlare di sensibilizzazione, per quanto riguarda la gestione dei rifiuti. Ormai, siamo abituati a situazioni di degrado ambientale, che, però, non devono diventare la normalità. Tutelare i nostri mari e, prima ancora, i nostri fiumi, non è solo indicatore di civiltà. È un modo per responsabilizzarci e intervenire, provando a smaltire le enormi quantità di materiale inorganico e nocivo che produciamo e abbandoniamo.

La pianta marina che combatte la plastica: la Posidonia oceanica

Vi sarà sicuramente capitato, durante una passeggiata sulla spiaggia, di incontrare delle palline color marrone e non capire di cosa si trattasse. In questo articolo vi introdurremo ad una pianta marina essenziale per l’equilibrio dei nostri mari, ai rischi che corre e al suo aiuto nella battaglia contro la plastica: stiamo parlando della Posidonia oceanica.

La Posidonia oceanica, elemento chiave

La Posidonia oceanica è una pianta adattata alla vita subacquea, endemica del Mediterraneo, cioè presente solo lungo le coste di questo bacino; si tratta di un elemento chiave per la conservazione degli ecosistemi del Mar Mediterraneo. Difatti, questa è in grado, come tutte le piante, di catturare la CO2 dall’atmosfera e, di conseguenza, modificare l’acidità dell’acqua oltre ad ossigenarla. Inoltre, svolge la funzione di habitat e nutrimento per un gran numero di specie di pesci ed invertebrati, in particolare larve e i giovani esemplari, creando vere e proprie “nursery”.

Crediti: Marevivo

Le piante di Posidonia oceanica crescono formando ampie praterie sommerse, su fondali sabbiosi e ghiaiosi. Per un a crescita ottimale ha bisogno di acque estremamente limpide. Per questo motivo, la presenza di fitte e grandi praterie è un chiaro segno della qualità delle acque. Vengono considerate per questo dei “bioindicatori”.

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La funzione delle praterie è paragonabile a quella delle foreste tropicali e delle zone umide: essa svolge un ruolo fondamentale nella regolazione dell’equilibrio ecologico del mare.

I posidonieti svolgono un ruolo importante nei processi relativi agli ecosistemi costieri e alle dune, nella modellazione dei processi sedimentari e nella compattazione delle spiagge di sabbia. Le foglie morte di Posidonia oceanica agiscono come un naturale bacino di riduzione dell’energia delle onde; portando al minimo l’erosione del suolo, della spiaggia e delle dune.

Una valida alleata nella lotta contro la plastica

I ricercatori hanno scoperto che queste piante sottomarine intrappolano le microplastiche in fasci di fibre naturali, noti come “palline di Nettuno”. Secondo lo studio “Seagrasses provide a novel ecosystem service by trapping marine plastics”, queste sono in grado di filtrare e “intrappolare” le plastiche disperse in mare, specialmente nelle aree costiere. Gli scienziati hanno svolto la conta delle particelle presenti in queste sfere riversatesi sulle spiagge in Spagna.

“Ciò dimostra che i detriti di plastica sul fondo del mare possono essere intrappolati nei residui algali, lasciando infine l’ambiente marino riversandosi sulla spiaggia”, ha riferito Anna Sanchez-Vidal, biologa marina dell’Università di Barcellona.

“Questa pulizia rappresenta una continua eliminazione dei detriti di plastica dal mare”, ha aggiunto.

Ancorandosi in acque poco profonde, aiutano a prevenire l’erosione della spiaggia e ad attenuare l’impatto delle mareggiate distruttive.

 ‘Neptune balls’, è ben visibile la plastica intrappolata nelle fibre.
Photograph: Marta Veny/UNIVERSITY OF BARCELONA/AFP/Getty Images

Crescendo dall’Artico ai tropici, la maggior parte delle specie ha foglie lunghe e erbose che possono formare vasti prati sottomarini. Non è chiaro se la raccolta della plastica danneggi le alghe stesse. Sanchez-Vidal e il suo team hanno studiato solo la Posidonia oceanica; ma si pensa che anche altre Fanerogame possano svolgere la medesima funzione.

Le minacce alla Posidonia oceanica

Le principali minacce per le praterie di Posidonia oceanica sono le costruzioni marittime, l’inquinamento delle acque costiere; l’ancoraggio, le spiagge artificiali e l’eliminazione delle foglie morte di Posidonia oceanica dalla spiaggia e le specie aliene.

I posidonieti, che occupano circa 500.000 km2, sono in declino a livello mondiale, con un tasso di perdita stimata del 1-2% all’anno; quattro volte il tasso di perdita delle foreste tropicali e la percentuale sale e raggiungere il 5% nel Mediterraneo. Inoltre, la lenta crescita di queste piante (2 cm/anno) fa si che le perdite siano irreversibili, e che i tempi di recupero della pianta richieda diversi secoli.

Un’altra minaccia ai posidonieti sono le specie aliene, come la Caulerpa taxifolia, conosciuta come “alga killer”. All’inizio degli anni ’80 l’alga è sfuggita dall’Acquario di Monaco attraverso le acque di pulizia delle vasche e ha iniziato a colonizzare il Mediterraneo ad una velocità impressionante. Ai tempi la questione fu sottovalutata perché non si pensava che un’alga marina originaria delle acque tropicali degli oceani Indiano, Pacifico e Atlantico sarebbe riuscita a superare le temperature invernali del Mediterraneo.

Oggi l’alga è invece diffusa in gran parte del Mediterraneo (la colonia più settentrionale è in Croazia) ma anche in California e nell’Australia meridionale. Ora sono considerate una delle 100 peggiori specie invasive a livello mondiale.

Cresce rapidamente soffocando le forme bentoniche delle zone costiere soprattutto se l’ambiente è già disturbato, ad esempio da scarichi di acque usate. Producono una tossina repellente che le rende sgradevoli, così da non avere predatori in natura.

Progetto “Rispetta il tuo Capitale” di Marevivo

Il progetto “Rispetta il tuo capitale” di Marevivo, in collaborazione con Pramerica SGR, ha permesso la riqualificazione, il ripristino ed il monitoraggio di un’importante area marina Italiana, concretizzandone poi i risultati in uno studio in collaborazione con l’Università Bocconi di Milano e l’Università degli Studi di Genova.

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In particolare l’associazione si è occupata di effettuare interventi ambientali innovativi nell’area di Marina di Cecina, in Toscana, per la tutela della Posidonia oceanica.

Le attività condotte hanno permesso un pieno riutilizzo delle risorse necessarie per l’ambiente ed un corretto trattamento dei rifiuti antropici rinvenuti durante le operazioni. La Posidonia spiaggiata è stata recuperata e trasformata in fertilizzante naturale; la sabbia depurata è stata riportata sulla spiaggia di appartenenza e gli scarti sono stati correttamente smaltiti secondo i principi della raccolta differenziata.

Il progetto è proseguito nei mesi di giugno e luglio 2020 in zona Secche di Vada, a nord di Marina di Cecina; con un intervento finalizzato alla pulizia dei fondali marini per liberare il mare e la Posidonia dai rifiuti. Sono stati recuperati grandi quantità di plastica, copertoni di auto e camion, reti abbandonate e altri attrezzi da pesca; tutti materiali potenzialmente pericolosi per gli animali marini e per la crescita e lo sviluppo della Posidonia.

La tutela della Posidonia

I posidonieti sono stati considerati un ecosistema prioritario dalla Comunità Europea con la direttiva n° 43/92 CEE relativa alla “conservazione degli habitat naturali e semi-naturali e della flora e della fauna selvatiche”, recepita nell’ordinamento italiano dal D.P.R. n° 357 del 08/09/1997.

La Posidonia oceanica è specie protetta in quanto inclusa nell’allegato II alla Convenzione di Berna del 19/11/1979 relativa alla “Conservazione della vita selvatica dell’ambiente naturale in Europa” ratificata in Italia con la legge n° 503 del 05/ 08/ 1981.

La Posidonia oceanica è inserita nell’Annesso II alla Convenzione di Barcellona del 1995 per la protezione del Mediterraneo dall’inquinamento, ratificata in Italia con legge n° 175 del 27/05/99.

Video risposta a “I Fatti Vostri”, che buttano un oggetto in mare

i fatti vostri

La puntata de “I Fatti Vostri” andata in onda sulla Rai il 12 giugno 2020 trasmette un messaggio sbagliato e irrispettoso per chiunque cerchi di combattere la crisi climatica e fare qualcosa di buono per il pianeta e per gli altri.

La plastica inquina i mari e la Rai non lo sa?

In particolare, durante gli ultimi 6 minuti, va in onda un servizio che riguarda una ragazza che ha l’abitudine di gettare tutti gli anni in mare una bottiglia di plastica con al suo interno alcuni messaggi di speranza. Questa bottiglia è stata poi trovata da un volontario di ReTake Mola, un’associazione che si occupa di preservare la bellezza del territorio di Mola di Bari.

Lungi da noi mettere alla gogna pubblica questa ragazza, che sicuramente non aveva idea del danno che apporta all’oceano gettando una bottiglia di plastica in mare, la colpa maggiore è della Rai. La più famosa rete televisiva italiana, infatti, dovrebbe avere tutte le informazioni necessarie riguardo a questo argomento, ma del problema dell’inquinamento del mare non fa cenno. Anzi, quasi idolatra la ragazza, con il rischio di influenzare altre persone a fare lo stesso.

La plastica biodegrdabile è comunque dannosa

Invece, la presentatrice pensa bene di fare ricorso a una bottiglia di plastica biodegradabile e di gettarla in mare, facendo quindi passare il messaggio sbagliatissimo che gettare oggetti biodegradabile in mare non sia un’azione altrettanto deplorevole.

La bottiglia di plastica biodegradabile che la presentatrice ha gettato è infatti composta di amido di mais, il quale per biodegradarsi impiega dai 6 mesi all’anno e mezzo. Un mozzicone di sigaretta ci mette un anno. Quindi possiamo dire che una presentatrice Rai ha gettato un mozzicone di sigaretta nel mare in diretta nazionale davanti a un volontario che si occupa di pulire il mare e le spiagge dai rifiuti.

A voi giudicare questo episodio. Noi siamo sconcertati e speriamo che con questo video possiamo fornire qualche informazione in più riguardo al problema della plastica in mare.

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Ripristinare gli oceani entro il 2050: la sfida della scienza

Secondo la ricerca Rebuilding marine life, pubblicata il 1° aprile 2020 sulla rivista scientifica Nature, sarebbe possibile recuperare gli oceani entro il 2050. Permettere il ripristino della vita marina rappresenta una grande sfida per l’umanità; un obbligo etico ed, economicamente, una scelta intelligente per il raggiungimento di un futuro sostenibile.

Qualche dato sugli oceani

L’oceano copre i 3/4 della superficie terrestre e rappresenta il 99% dello spazio vitale del pianeta in volume; contiene circa 200.000 specie identificate, molte delle quali minacciate di estinzione, ma i numeri effettivi potrebbero trovarsi a milioni. Circa il 40% dell’oceano è pesantemente colpito dall’inquinamento, dal depauperamento delle risorse ittiche, dalla perdita di habitat costieri e da altre attività antropiche.

Anemoni di mare. Molte regioni bentoniche dei nostri oceani ospitano questi affascinanti animali .

Attualmente, almeno 1/3 degli stock ittici è sovra sfruttato ed 1/3 degli habitat marini vulnerabili completamente perso. Una buona parte dell’oceano costiero soffre di eutrofizzazione, riduzione dell’ossigeno ed è stressato dal riscaldamento delle acque. Gli oceani assorbono anche circa i 2/3 dell’anidride carbonica prodotta dall’uomo; inoltre, stiamo assistendo ad un aumento del 26% dell’acidificazione degli oceani dall’inizio della rivoluzione industriale.

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L’acqua piovana, l’acqua potabile e il clima sono tutti regolati dalle temperature e dalle correnti dell’oceano. Il 20% delle barriere coralline è distrutto ed un altro 24% è a rischio di collasso. Circa 1 mln di uccelli marini, 100.000 mammiferi marini e annualmente un numero sconosciuto di pesci viene ferito o muore, a causa delle attività umane.

L’inquinamento da plastiche è divenuto ormai un problema mondiale; si stima che circa 8 milioni di tonnellate di rifiuti di plastica entrino globalmente negli oceani ogni anno. Più di 3 miliardi di persone dipendono dalla biodiversità marina e costiera per il proprio sostentamento. Il valore di mercato delle risorse e delle industrie marine e costiere è stimato a 3 trilioni di dollari all’anno; circa il 5% del PIL globale.

Ricordando l’obiettivo 14: vita sott’acqua

Il 25 settembre del 2015 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha approvato l’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, composta da 17 obiettivi; il 14° afferma che si debba “preservare e usare in modo sostenibile gli oceani, i mari e le risorse marine per lo sviluppo sostenibile”. Il raggiungimento di questo obiettivo richiederà la ricostruzione dei sistemi marini, i quali offrono numerosi benefici alla società.

Una drastica riduzione delle popolazioni di predatori, come gli squali, può squilibrare fortemente gli ecosistemi degli oceani.

Nella ricerca pubblicata su Nature si documenta il recupero di molte popolazioni marine, habitat ed ecosistemi a seguito di interventi di conservazione negli anni passati. I tassi di ripresa suggeriscono che entro il 2050 si potrebbe raggiungere un sostanziale recupero dell’abbondanza, della struttura e della funzione della vita negli oceani; sempre se le pressioni maggiori, incluso il cambiamento climatico, saranno mitigate.

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Il conflitto tra la crescente dipendenza dell’uomo dalle risorse oceaniche e il declino della vita marina, focalizza l’attenzione sulla connessione tra conservazione dell’oceano e benessere umano.

Gli interventi sugli oceani

  • La regolamentazione della caccia: la protezione delle specie attraverso la “Convenzione sul commercio internazionale delle specie minacciate di estinzione” (CITES, 1975) e la Moratoria globale sulla caccia commerciale alla balena, sono esempi importanti di azioni internazionali per proteggere la vita marina. Queste sono state integrate da iniziative nazionali per ridurre la pressione di caccia sulle specie in pericolo e proteggere i loro habitat di riproduzione.
L’IWC è l’organismo globale incaricato della conservazione delle balene e della gestione della caccia alle balene.
  • Gestione della pesca: l’incremento nel numero delle popolazioni ittiche depauperate è avvenuto su scala locale e regionale, attraverso azioni di gestione comprovate, tra cui restrizioni di cattura, zone chiuse, regolamentazione della capacità degli attrezzi da pesca. Questi interventi richiedono un’attenta valutazione delle circostanze socioeconomiche, con soluzioni adattate al contesto locale. Le sfide includono povertà e mancanza di lavoro alternativo, pesca illegale e non regolamentata, non dichiarata e gli impatti ecologici che le attività di pesca causano.
  • Miglioramento della qualità dell’acqua. Le politiche per ridurre le immissioni di nutrienti, e fognature per ridurre l’eutrofizzazione delle coste e l’ipossia (assenza di ossigeno – anche dette “zone morte”), sono iniziate quattro decenni fa negli Stati Uniti e nell’Unione Europea, portando oggi ad importanti miglioramenti. Molti inquinanti pericolosi sono stati regolamentati o eliminati gradualmente attraverso la Convenzione di Stoccolma e, in particolare nell’oceano, dalla Convenzione MARPOL, spesso rafforzato dalle politiche nazionali e regionali. L’attenzione recente si è concentrata sulla riduzione e la prevenzione dell’inquinamento da plastica proveniente dall’oceano.
  • Protezione e ripristino degli habitat; La necessità di proteggere meglio gli habitat sensibili ha ispirato le Aree Marine Protette (MPA), come strumento di gestione globale. Nel 2000, solo lo 0,9% dell’oceano era sotto protezione, ma le MPA ora ne ricoprono il 7,4%. La copertura delle MPA continua a crescere dell’8% all’anno. Il ventunesimo secolo ha visto anche un’ondata globale di protezione attiva dell’habitat e iniziative di ripristino. Questi sforzi hanno portato a molti benefici, come il miglioramento delle risorse idriche a seguito del ripristino della barriera corallina.

Gli obiettivi raggiunti

  • Recupero degli stock ittici: gli stock ittici disponibili al mondo sono gestiti in maniera sempre più sostenibile. Molti stock ittici, soggetti a valutazioni a livello globale, suggeriscono un rallentamento del loro esaurimento, sebbene questa tendenza non possa essere verificata per la maggior parte degli stock che non dispongono di valutazioni scientifiche. Inoltre, i 2/3 degli stock ittici commerciali su larga scala sono sfruttati a tassi sostenibili, sebbene, ancora una volta, questa cifra non tenga conto di stock più piccoli, che spesso sono in cattive condizioni. Gli stock valutati in modo scientifico, hanno generalmente una migliore probabilità di recupero grazie al miglioramento dello stato di gestione e regolamentazione rispetto a quelli non valutati, i quali rappresentano ancora la maggior parte degli stock ittici sfruttati, specialmente nei paesi in via di sviluppo.
  • Riduzione dell’inquinamento: Le analisi mostrano che gli inquinanti organici persistenti sono diminuiti anche negli ambienti marini ,che tendono ad accumularli (ad esempio, l’Artico). La transizione verso la benzina senza piombo dagli anni ’80 ha ridotto le concentrazioni di quest’ultimo negli oceani tra il 2010-2016. Il miglioramento delle norme di sicurezza ha anche portato ad una riduzione di 14 volte le grandi fuoriuscite di petrolio dalle petroliere tra il 2010-2019.
  • Ripristino dell’habitat: Le prove che il ripristino della mangrovia può essere ottenuto su larga scala sono venute dalla foresta di mangrovie sul delta del Mekong, probabilmente il più grande restauro di habitat fino ad oggi. Da allora la perdita globale delle foreste di mangrovie è rallentata allo 0,11% all’anno, con popolazioni di mangrovie stabili lungo la costa del Pacifico di Colombia, Costa Rica e Panama e popolazioni in aumento nel Mar Rosso, nel Golfo Arabico e in Cina. Anche i tentativi di ripristino degli ecosistemi di alghe e barriera corallina stanno aumentando a livello globale, sebbene siano spesso di piccola scala.
  • Riduzioni del rischio di estinzione: La percentuale di specie marine valutata nella Lista rossa IUCN come “minacciata di estinzione” è diminuita dal 18,0% nel 2000 all’11,4% nel 2019, con tendenze relativamente uniformi nei bacini oceanici. Tuttavia, molte specie hanno migliorato il loro stato di minaccia nell’ultimo decennio. Per i mammiferi marini, il 47% di 124 popolazioni valutate ha mostrato un aumento significativo negli ultimi decenni, con solo il 13% in calo. Le megattere che migrano dall’Antartide all’Australia orientale sono aumentate dal 10% al 13% all’anno, da poche centinaia di animali nel 1968 alle oltre 40.000 attuali. Pur essendo ancora in pericolo, la maggior parte delle popolazioni di tartarughe marine, per le quali sono disponibili dati, stanno aumentando.

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In conclusione

Gli sforzi per ripristinare la vita marina non possono mirare a riportare l’oceano a un particolare punto di riferimento passato. L’oceano nel tempo è cambiato considerevolmente e – in alcuni casi – irreversibilmente, per mano dell’uomo; basti pensare all’estinzione di almeno 20 specie marine.

L’attenzione dovrebbe essere rivolta all’aumento dell’abbondanza degli habitat/specie “chiave” ed al ripristino della complessità degli ecosistemi bentonici. Il ripristino della struttura ecologica, delle funzioni, della resilienza e dei servizi ecosistemici marini, aumentano la capacità del biota marino di soddisfare le crescenti esigenze di altri 2-3 miliardi di persone entro il 2050.

Per raggiungere tali obiettivi dovrebbero essere intraprese azioni rapide e mirate per evitare eventuali punti di non ritorno, oltre i quali il collasso potrebbe essere irreversibile. Lo studio di Nature indica che il tasso di recupero delle specie e degli habitat marini ad oggi saranno possibili nel caso in cui siano mitigate, o eliminate, le maggiori pressioni, incluso il cambiamento climatico.

La “ristrutturazione” sostanziale degli oceani entro il 2050 è una grande sfida realizzabile per la scienza e la società. Ciò richiederà perseveranza e l’impiego di risorse finanziarie, ma i vantaggi ecologici, economici e sociali saranno di vasta portata. Il successo richiede il lavoro di politiche coordinate, adeguati meccanismi economici e di mercato, progressi scientifici e tecnologici che permettano gli interventi.

Affrontare la sfida della ricostruzione degli oceani entro il 2050 sarebbe una pietra miliare storica nella ricerca dell’umanità, per raggiungere un futuro sostenibile a livello globale.

Da Nord a Sud: le spiagge plastic free d’Italia

In tutta Italia si stanno diffondendo le spiagge plastic free. Sperlonga ha vietato l’uso della plastica dal 1° maggio scorso, mettendo al bando stoviglie, bicchieri, bottiglie e cotton fioc monouso. A poca distanza, l’isola di Capri ha seguito questa iniziativa. Entrambi i comuni prevedono sanzioni tra i 250 e i 500 euro per i trasgressori.

Il comune sparso più meridionale d’Italia, Lampedusa e Linosa, ha aderito a questa battaglia già da un anno. Nelle due isole siciliane si è aggiunto anche il contributo dei maggiori supermercati che hanno eliminato dagli scaffali il materiale plastico in vendita.

Ad Olbia, oltre alla guerra alla plastica si è aggiunta anche quella al fumo. Infatti, l’ordinanza entrata in vigore il 1° giugno prevede aree adibite ai fumatori nelle spiagge. Invece, la zona plastic free è estesa anche ai siti archeologici, aree verdi, parchi pubblici e piazze.

Anche nelle Cinque Terre, nel borgo di Vernazza, il sindaco ha firmato un’ordinanza che mette al bando le sigarette nelle spiagge, scogliere, parchi e sentieri.

In Gallura, il divieto all’uso della plastica si è esteso lungo tutto il litorale, raggiungendo anche San Teodoro ed Arzachena.

Tante altre ancora sono le spiagge divenute plastic free: Tarquinia, Sabaudia, Follonica, Lerici, San Vito Chietino, Napoli, Ischia, Palinuro, Maratea, Vieste, Gallipoli, Trani.

Le previsioni dopo i provvedimenti plastic free

Di certo, l’auspicio è che queste favolose località marittime possano dare il buon esempio con queste politiche plastic free sulle spiagge. Probabilmente, i controlli non potranno fare in modo che le regole vengano rispettate tutte. In questi casi è il primo passo che conta, e la missione principale è sensibilizzare le persone.

Le istituzioni stanno compiendo dei progressi, un ulteriore esempio è il disegno di legge Salvamare, già approvato dal Consiglio dei ministri, che presto verrà discusso in Parlamento. Il testo prevede che i pescatori potranno prelevare i rifiuti che finiscono nelle reti usate per la pesca, così evitando di incorrere ad accuse per trasporto illecito di rifiuti. A questo si aggiungerà l’instaurazione di una filiera sul pescato che prevederà dei benefici per i pescatori.

Le stime delle Nazioni Unite parlano di oltre 8 milioni di tonnellate di rifiuti di plastica che invadono i mari e gli oceani ogni anno. Nel mar Tirreno il 95% dei rifiuti galleggianti che superano i 25 centimetri sono di plastica.

Nel mar Mediterraneo quasi nessun essere vivente è escluso dall’ingestione di plastica, ben 134 sono le specie che la ingurgitano. Dai pesci ai mammiferi marini, passando per gli uccelli marini. Nessuna specie di tartarughe marine è esente dall’avere plastica nello stomaco.

Non per ultimi, anche i mozziconi di sigaretta danneggiano la flora e la fauna. Di recente, ha fatto scalpore la foto che ritrae un uccello marino dare da mangiare al proprio piccolo una cicca. Queste immagini non dovrebbero entrare nel nostro quotidiano, anche se ormai se ne vedono sempre più spesso. Tutto ciò deve far riflettere sulla delicata situazione presente sul pianeta e ognuno, nel suo piccolo, dovrebbe contribuire nel rendere questo un posto migliore.

spiagge plastic free

Il catamarano Le Manta ripulirà gli oceani dai rifiuti

A partire dal 2022 il primo catamarano Manta solcherà i mari del pianeta per recuperare i rifiuti di plastica. L’ideatore del progetto è lo skipper svizzero Yvan Bourgon, che auspica una massiccia produzione di queste imbarcazioni per contrastare nel più breve tempo possibile l’inquinamento degli oceani. Il processo di raccolta dei rifiuti inizia attraverso dei tapis roulant, posti sotto il catamarano, che aspirano gli oggetti. Invece, due gru posizionate a poppa recuperano le reti alla deriva e i rifiuti di grandi dimensioni. Questi sono poi smistati manualmente e, infine, compattati in blocchi di 1 metro cubo. La capacità massima di stoccaggio è di 600 blocchi, ovvero 250 tonnellate di rifiuti.

https://www.youtube.com/watch?v=E_0i0GjBkxg

I dettagli sul progetto del catamarano

Il progetto è stato presentato al Salone delle invenzioni di Ginevra del 2018 dall’associazione fondata da Bourgon solamente due anni prima, chiamata The Sea Cleaners. Con ben 70 metri di lunghezza, 49m di larghezza e 61m di altezza il Manta è soprannominato il “Gigante dei mari”. A bordo si dispone di avanzate tecnologie che rendono l’imbarcazione autonoma e alimentata da energie rinnovabili: due turbine eoliche (500kw/h) e un impianto fotovoltaico (100kw/h). L’energia prodotta aziona i quattro motori elettrici e un sistema di propulsione ibrida formato da quattro DynaRigs. Inoltre, è presente un impianto di pirolisi, ovvero quel processo che trasforma la materia non riciclabile in carburante.

La grande manovrabilità e velocità di questo catamarano permettono un intervento tempestivo in acque profonde, lungo le coste e nei delta dei dieci più grandi fiumi da dove derivano il 90% dei rifiuti di plastica del mondo.

il catamarano

Oltre la lotta all’inquinamento

Un occhio di riguardo è dato anche alla fauna, infatti il progetto prevede l’installazione di un apparecchio acustico che allontana i cetacei nei momenti di raccolta dei rifiuti. Inoltre, il Manta sarà equipaggiato di un laboratorio scientifico che permetterà di acquisire maggiori informazioni sullo stato di salute delle acque. Uno degli altri obiettivi dell’associazione è la crescita dei centri didattici, al fine che venga compreso appieno il problema dell’inquinamento degli oceani.

Infine: “i paesi che avranno maggiormente accesso a questi blocchi saranno quelli colpiti da catastrofi, in particolare quelli del sud-est asiatico e del continente africano” come afferma Bourgon in un’intervista all’emittente radiotelevisiva RSI.