Islanda, CO2 trasformata in roccia. Ma a che prezzo?

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L’Islanda è anche soprannominata la Terra del fuoco. Sembra un controsenso, soprattutto se il nome viene accostato a quello inglese “Iceland” che significa, letteralmente, terra del ghiaccio. Nel sottosuolo di quasi tutta l’isola, però, si nasconde una miniera preziosissima di calore, dato dal fatto che l’Islanda è una terra vulcanica. E proprio questa parte sotterranea potrebbe diventare anche una enorme riserva di gas serra che, invece di essere dispersi in atmosfera, verrebbero “trasformati” in roccia, senza nuocere alla salute umana e ambientale.

Come funziona la trasformazione di CO2 in roccia

Il meccanismo dello stoccaggio del carbonio non è nuovo nel mondo dell’energia, tanto che è già stato implementato in altre aree del mondo oltre all’Islanda, come negli Stati Uniti e in Canada. Gli impianti tradizionali prevedono che la CO2 venga iniettata nel terreno e affinché questa, trascorso un certo periodo di tempo, si mineralizzi. A questo punto diventa, sostanzialmente, una roccia carbonatica, come può esserlo il marmo o il calcare.

Solitamente le rocce già presenti nel terreno, che sono impermeabili, fungono da “coperchio”, impedendo al gas di fuoriuscire. In Islanda, però, le rocce sono vulcaniche, quindi basaltiche e porose. Ciò significa che manca l’importantissima parte impermeabile che permette lo stoccaggio del gas. Ed è qui che è entrata in gioco CarbFix, che ha sviluppato un metodo grazie al quale la CO2, prima di essere immessa nel terreno, viene disciolta in acqua. In questo modo si crea un fluido pesante che tenderà a scendere molto in profondità nelle rocce, riducendo il rischio che il gas risalga in superficie.

Da dove viene la CO2 dell’Islanda

L’Islanda è considerata una delle nazioni più green al mondo. Questa remota isola dell’estremo nord infatti, grazie all’alta presenza di vulcani, ha a disposizione moltissima energia geotermica gratuita e rinnovabile. Circa l’80% delle abitazioni della nazione sono riscaldate e illuminate grazie alla geotermia che proviene, appunto, dall’acqua calda presente nel sottosuolo. Allo stesso tempo, però, l’Islanda è anche una delle nazioni che emettono più anidride carbonica, in rapporto al numero di abitanti. Come dimostrano i dati, nel 2017 la nazione ha prodotto ben 10,82 tonnellate di anidride carbonica pro capite. La terra del ghiaccio ha quindi superato di molto persino l’Italia, che ne ha prodotte “solo” 5,75.

Cosa ci sta sotto? Ovviamente l’industria pesante e tutto ciò che ne deriva, ovvero un grande profitto e, purtroppo, anche molto danno all’ambiente. Il settore industriale in Islanda contribuisce a produrre il 48% alle emissioni di anidride carbonica del paese. Nonostante questi impianti industriali siano alimentati da energia rinnovabile, idroelettrica e geotermica, la CO2 rilasciata nell’atmosfera è parte del processo di produzione di metalli. La più grande delle strutture industriali del paese produce infatti acciaio e alluminio, gran parte del quale viene esportato e utilizzato nell’industria automobilistica.

Il lato oscuro dell’energia pulita

L’impianto idroelettrico Kárahnjúkar genera 5.000 GWh all’anno, ovvero più di un quarto di tutta l’elettricità prodotta in Islanda nel 2016. Tutta questa energia, però, viene utilizzata per alimentare quella stessa industria di alluminio. Lo stesso discorso vale per l’enorme impianto geotermico di Hellisheiði. Come fa notare la rivista scientifica phys.org, questo è uno studiatissimo e insidiosissimo esempio di greenwashing. Infatti, una realtà virtuosa come può essere un impianto che produce energia rinnovabile può nasconderne un’altra che di green non ha assolutamente nulla.

Innanzi tutto Alcoa, la multinazionale che ha acquisito l’acciaieria, ha trovato un escamotage per pagare pochissimo il consumo energetico. Questo infatti sarebbe legato ai prezzi del volatile mercato globale dell’alluminio, senza quindi contare ciò che realmente spetterebbe all’Islanda per lo sfruttamento energetico. Inoltre Alcoa avrebbe scelto proprio l’Islanda per sfuggire al pagamento di alcune tasse cui avrebbe dovuto sottoporsi costruendo un’acciaieria nel “continente”. Ciò ha fatto sì che Reykjavík, il cui governo credeva di beneficiare della crescita economica data dall’acciaieria, non abbia guadagnato quanto era stato previsto. Sia in termini economici ma anche e soprattutto ambientali e sociali.

Infatti gli impianti energetici precedentemente nominati, costruiti, ricordiamolo, con il solo scopo di alimentare l’acciaieria, sono essi stessi dannosi per l’ambiente circostante. Innanzi tutto per la loro costruzione sono andati irrimediabilmente persi i fragili ecosistemi della zona; la popolazione ittica locale è crollata e quella di renne selvatiche ha perso parte dei suoi pascoli e dei suoi terreni riproduttivi. Per estrarre energia geotermica, poi, l’acqua calda o il vapore che risalgono in superficie spesso trasportano contaminanti, come lo zolfo o l’azoto. Questi elementi finiscono quindi in atmosfera o nei corsi d’acqua.

In Islanda sono presenti moltissime “piscine” di acqua naturalmente calda, talvolta anche pubbliche e gratuite

I risvolti ambientali di CarbFix

Ciò che è rimasto al territorio islandese non è altro che la necessità di costruire un’ ulteriore infrastruttura, come quella di Carbfix, per smaltire la enorme quantità di anidride carbonica prodotta dall’acciaieria. Questo quindi sarebbe lo scopo qualora il progetto si diffondesse nel resto del mondo: buttare sotto il tappeto, o meglio, sottoterra, la polvere derivante da un sistema economico sbagliato e insostenibile.

Per di più, anche CarbFix avrebbe un risvolto ambientale da non sottovalutare: il consumo eccessivo di acqua. Nell’impianto di Hellisheiði si utilizzano circa 27 tonnellate di acqua per ogni tonnellata di CO2 iniettata nel substrato roccioso. Edda Aradottír, project manager di CarbFix, afferma che l’acqua può essere riutilizzata dopo la mineralizzazione. Il problema si pone per le nazioni con meno acqua a disposizione rispetto all’Islanda che, almeno per ora, è ricchissima di ghiacciai e, quindi, di acqua pulita. Aradóttir e i suoi colleghi stanno sviluppando un modo per utilizzare l’acqua di mare. Tuttavia, questa ritiene molto di più rispetto all’acqua dolce e ne servirebbe una quantità maggiore. “In più gli elementi disciolti nel mare interferirebbero con la chimica del processo”, ha affermato Sandra Ósk Snæbjörnsdóttir, ricercatrice presso CarbFix.

Infine questa tecnologia è molto efficiente quando si tratta di stoccare altissime concentrazioni di anidride carbonica, ma potrebbe rappresentare un problema quando il gas “si presenta in quantità minori”. Questo palese controsenso apre molti quesiti ai quali ad oggi possiamo dare soltanto risposte scettiche e negative.

Eliminare la CO2 in Islanda? Il vero scopo di CarbFix

Sappiamo, ormai, che il riscaldamento globale è un processo irreversibile e poco contenibile. Progetti come CarbFix potrebbero quindi rivelarsi molto utili nel frenare la crisi climatica. Questo ragionamento, però, funzionerebbe solo a patto che industriali e politici non se ne approfittino. Non devono, quindi, usare queste nuove tecnologie come giustificativo per continuare ad inquinare oltre che creare disuguaglianze economiche e sociali nel mondo.

Il riscaldamento globale è infatti un danno che non deve essere sommariamente riparato. Piuttosto è un problema che deve essere eliminato alla radice. Se ciò avvenisse rappresenterebbe l’anticamera di una nuova era nella quale l’energia pulita sia davvero pulita e in cui CarbFix potrebbe essere usato per disfarsi di gas serra emessi solo in via eccezionale e con motivazioni eticamente valide.

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Chasing Ice, un documentario che insegue i ghiacciai

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Mi trovo all’ultimo piano del Perlan Museum, poco fuori dal centro città di Reykjavík, capitale dell’Islanda. E’ la parte più toccante dell’esposizione, quella che mostra come il cambiamento climatico sta compromettendo la nazione, a partire dai suoi immensi, splendidi ghiacciai.

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Un video illuminante

Mi soffermo su un video che mostra il Sólheimajökull, il ghiacciaio sul quale pochi mesi prima avevo camminato e del quale già sapevo la triste storia. Il video mi ha ulteriormente informato di quanto effettivamente il ghiacciaio si sia ridotto a partire dai primi anni 2000 fino ad oggi.

Mi sono poi anche chiesta chi fosse stato così lungimirante, oltre che ben organizzato, da riprendere quello e molti altri ghiacciai nella loro lenta (ma allo stesso tempo veloce) scomparsa. Ed ecco che l’universo, per dirla alla “new age”, mi ha risposto. Il documentario “Chasing Ice” riguarda proprio James Balog, l’ideatore del progetto Extreme Ice Survey (EIS), grazie al quale oggi abbiamo dei video bellissimi e spaventosi di questi ghiacciai morenti.

Marzo 2008. Un enorme iceberg si è staccato dalla calotta groenlandese, ed è circondato da ninfee di ghiaccio in procinto di rompersi ai confini della baia di Disko

Tanti ghiacciai, un unico problema

Balog è un famoso fotografo innamorato e assiduo frequentatore della terra islandese. Dopo aver realizzato che il ghiacciaio Sólheima si stava riducendo per ampiezza e spessore ad una velocità mai vista prima, egli ha deciso di documentare il tutto. Ha posizionato e programmato delle fotocamere alimentate a energia solare in modo che scattassero a intervalli regolari, per poi unire i frame e formare una sorta di gigantesco time-lapse. Ha poi fatto lo stesso con altri ghiacciai presenti in Groenlandia, Alaska, Canada e successivamente in molte altre parti del mondo.

Non senza problemi tecnici e fisici Balog ha terminato il progetto, portando alla luce, oltre ad alcune immagini impressionanti che dimostrano la ritirata dei ghiacciai, anche alcuni terribili dati.

In soli tre anni, per esempio, il ghiacciaio Columbia in Alaska si è ritirato di 3 chilometri e la sua profondità si è ridotta di 400 metri, più dell’altezza della Torre Eiffel o dell’Empire State Building. E questi cambiamenti non sono statici, ma aumentano esponenzialmente.

Il ghiacciaio Ilulissat, Groenlandia

Il ghiacciaio Ilulissat in Groenlandia riversa più ghiaccio negli oceani di tutti gli altri ghiacciai dell’emisfero settentrionale messi insieme. Ebbene, a partire dagli anni novanta Ilulissat ha duplicato la sua velocità di scioglimento.

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La parte a mio avviso più scioccante del documentario è verso la fine, quando viene mostrata la potenza distruttiva del riscaldamento globale sul ghiacciaio Ilulissat. Dalle riprese si vede infatti come il ghiaccio si stacca dalla calotta centrale, si riversa su se stesso e prende il largo verso l’oceano, creando uno scenario a dir poco apocalittico.

Secondo i dati scientifici, ci sono voluti 100 anni, dal 1900 al 2000, perché Ilulissat si ritirasse di 12 chilometri. Dopodiché, dal 2000 al 2010, quindi in soli 10 anni, si è ritirato di 14,4 chilometri.

Ci siamo arresi?

E poi vi sono le immagini che più mi stanno a cuore, quelle del ghiacciaio Sólheima. Ho visto infatti con i miei occhi che lì, proprio dove pochi anni fa vi era un enorme, imponente ghiacciaio, adesso vi è un lago.

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Il lago davanti al ghiacciaio Solheima

E proprio lì l’anno scorso le guide turistiche islandesi hanno iniziato a tenere corsi di Kayak. A questo proposito, si prevede che tra meno di 10 anni la camminata sul ghiaccio lascerà totalmente il posto alle attività lacustri. Resilienza, ci ha detto la guida.

O forse dovremmo iniziare a chiamarla con il proprio nome, ovvero una resa? La stessa Greta Thunberg ha riscontrato questo atteggiamento di rassegnazione nei parlamentari dell’Unione Europea, dopo che hanno promesso un azzeramento delle emissioni entro il 2050.

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Da qui a quella data, però, dovranno passare 30 anni. Trenta lunghi anni durante i quali i ghiacciai si scioglieranno a una velocità sempre maggiore. Come si vede in Chasing Ice tutto quel tempo non ce l’abbiamo e i video scioccanti ma estremamente utili di James Balog, forse, ce ne faranno rendere conto.

Il documentario è fruibile su Netflix oppure si può noleggiare su Apple iTunes e Google Play.

Caccia alle balene, partite 8 navi dal Giappone. Islanda rinuncia

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Per la prima volta dopo 17 anni quest‘estate i cacciatori di balene islandesi interrompono la loro attività. Dall’altra parte del mondo, invece, dopo 31 anni la caccia alle balene a scopi commerciali ricomincia. Con questa decisione il ministro della Pesca giapponese Takamori Yoshikawa ha voluto puntare a un ritorno dell’attività e, quindi, a quello del commercio di carne di balena.

Una pratica di lunga data

In realtà la caccia alla balena è sempre stata praticata in Giappone, anche dopo la moratoria del 1986 dell‘ International Whaling Commission. Questo è un organo internazionale che si occupa, appunto, di proteggere le balene e limitarne la caccia. Sia il Giappone che l’Islanda ne facevano parte, anche se entrambe le nazioni sono sempre riuscite ad evitare penali. I due paesi, infatti, hanno continuato a cacciare balene con la scusa di farlo per scopi scientifici. Tali fini pero‘ si sono rivelati tutt’altro che reali. Il Giappone uccideva ogni anno dalle 200 alle 1200 balene e l’Islanda 700, un po’ troppe per delle semplici analisi scientifiche.

I richiami e lotte da parte degli ambientalisti crescevano sempre di più, soprattutto da parte di Greenpeace. L’associazione già nel 1975 lanciò la sua campagna contro la caccia alle balene, affrontando le baleniere in mare aperto, fermando gli arpioni con i gommoni e portando per la prima volta le immagini di questa terribile e inaccettabile caccia. Le balene sono infatti in cima alla catena alimentare degli oceani e la loro scomparsa ne comprometterebbe l’equilibrio e la biodiversità. Inoltre, sono animali già a rischio estinzione, che non andrebbero cacciati in grandi quantità bensì tutelati. Il Giappone, di tutta risposta, tentava di convincere la Commissione che la caccia alle balene per scopi commerciali potesse essere regolata e, quindi, sostenibile.

Una decisione drastica

Le richieste dello Stato nipponico non sono però state ascoltate. Di conseguenza, alla fine dell’anno scorso il Giappone ha deciso di togliersi definitivamente dalla Commissione annunciando che dal 1 luglio avrebbe ripreso la caccia alle balene a scopi commerciali. E così è stato. Proprio ieri, lunedì 1 luglio, sono salpate cinque navi con gli arpioni nascosti sotto i teloni dal porto di Kushiro nel nord del Giappone. Altre tre, invece, sono partite da Shimonoseki nel sud-ovest dell’arcipelago.

Il vero motivo di questa decisione resta pero ancora oscuro, visto che la domanda di carne di balena e drasticamente diminuita negli ultimi anni. Infatti, negli anni Sessanta in Giappone si consumavano 200 mila tonnellate di carne di balena all’anno, mentre in anni recenti si è arrivati a 5 mila tonnellate. L‘unica spiegazione plausibile potrebbe essere quella del mercato nero, che in questo modo verrebbe supportato dallo Stato.

Quando le nostre scelte contano

L‘Islanda dal canto suo, dopo aver registrato lo stesso trend negativo, la settimana scorsa ha rinunciato alla caccia in questa stagione, per la prima volta dal 2003. Gunnar Bergmann Jónsson, CEO della compagnia di whaling IP Útgerð, ha affermato che la sua compagnia preferirebbe evitare la caccia alle balene per concentrarsi invece sui cetrioli di mare. La compagnia, tuttavia, importerà carne di balena minke dalla Norvegia per soddisfare la poca richiesta in Islanda e, probabilmente, inizierà a cacciare nuovamente le balene minke nella primavera del 2020.

Questi episodi sono l’ennesima prova del fatto che noi in quanto consumatori possiamo realmente cambiare le cose. I cacciatori e commercianti certo non guardano in faccia alle persone e men che meno agli animali e al pianeta. Sono i nostri soldi e il modo in cui scegliamo di spenderli a darci un potere che nemmeno i più grandi leader possono ignorare.

Islanda: un ghiacciaio enorme sta morendo

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Vik è un grazioso paese di 300 abitanti nel sud dell’Islanda ed è l’unico vero centro abitato della zona. La cittadina più vicina si trova a 80 chilometri di distanza, si chiama Hvolsvöllur e i suoi abitanti sono 900. I bambini che hanno avuto la fortuna di nascere in questo paradiso naturale frequentano la Hvolsskólil, la scuola elementare del paese, piccolissima e apparentemente insignificante. I suoi studenti però hanno dato vita a un progetto importante per la diffusione della consapevolezza ambientale. A partire dal 2010 hanno infatti misurato quanto il ghiacciaio Sólheimajökull in Islanda si è ritirato nel corso degli anni, scrivendo le misurazioni su un cartello visibile a tutti.

Islanda, un progetto importante sul ghiacciaio

Il cartello ai piedi del ghiacciaio
Sólheimajökull. A sinistra si legge l’anno di inizio del progetto e il nome della scuola. Appena sotto gli anni 2011 e 2012 e il ritiro del ghiacciaio misurato in metri. Nella colonna di destra gli anni 2013-2018.

Sembra un progetto lungimirante, ma già nel 2010 il ghiacciaio si era ridotto di 43 metri. Il 2013 e il 2014 sono stati gli anni migliori con un ritiro di “soli” 8 e 7,9 metri rispettivamente. Dal 2015 è invece iniziato un crollo esponenziale e inesorabile, che probabilmente non lascerà più spazio a tempi “migliori”. Da un calo di 16 metri nel 2015 si è passati a 24 nel 2016, 50 nel 2017 e 110 metri nel 2018. Nonostante quindi il ghiacciaio si rigeneri sempre dopo lo scioglimento estivo, avanzando di 40 metri ogni anno, questo evidentemente non è abbastanza. Oggi i ghiacciai si sciolgono con una velocità e una quantità mai viste prima alla quale la natura non riesce a tener testa.

Mai più camminate sul ghiaccio

La nostra guida si chiama Bjartur ed è un giovane ragazzo islandese che svolge forse uno dei lavori più belli del mondo: la guida turistica tra le montagne della Nazione. All’inizio del tour ci comunica che solo sei anni fa per raggiungere il ghiacciaio dalla sede di partenza bastavano 5 minuti. Oggi ce ne vogliono 15. Ci informa anche che da quest’anno la sua compagnia ha introdotto le lezioni di kayak nel nuovo lago formatosi a causa dello scioglimento. “Le navigazioni in kayak sono andate piuttosto bene – ci dice – e sarà sicuramente il nostro nuovo business. Inoltre tra dieci anni il ghiacciaio non esisterà più e la camminata di oggi non sarà più fattibile”. Questo è un perfetto esempio di resilienza, ovvero la capacità di una comunità di sopravvivere a un cambiamento che potrebbe minacciarne l’economia.

Il ghiacciaio in Islanda è fonte di acqua

Il ghiacciaio Sólheimajökull si è ritirato di 110 metri solo nel 2018

Durante la nostra camminata sul ghiacciaio il vento era potente, così come quello che ci siamo trovati davanti. Una distesa immensa di ghiaccio leggermente coperta di neve, resa accecante dal sole che batteva sulla sua superficie. La guida ci ha spiegato che siamo stati fortunati poiché il vento, per quanto forte, è sempre meglio della pioggia. Per ora le precipitazioni non sono la fonte primaria di acqua pulita in Islanda, bensì lo sono i ghiacciai. Questi, quindi, non sono solo una fonte di reddito, grazie ai tour guidati, ma svolgono una funzione fondamentale per la vita dell’isola. I supermercati islandesi vendono pochissima acqua in bottiglia. I ristoranti, anche quelli più prestigiosi, servono l’acqua pura, fresca e buonissima del rubinetto. Forse però, tra non molti anni, la pioggia sarà per loro una benedizione visto il destino cui i ghiacciai stanno andando incontro.

Toccare il fondo

Dopo circa mezzora di camminata troviamo una struttura di metallo abbastanza strana, per quanto semplice e non fastidiosa alla vista. Bjartur ci spiega che, per quanto le misurazioni della scuola elementare siano valide, l’Università d’Islanda ha voluto verificare non solo la riduzione del ghiacciaio in termini di lunghezza, ma anche di profondità. Questo strumento è stato installato nel 2013 da un gruppo di studenti della facoltà di glaciologia i quali hanno creato tre fori di 10 metri e inserito dei fili con un peso alla fine, in modo che arrivassero in fondo. Con lo scioglimento del ghiaccio i fili sono fuoriusciti. Grazie a questo semplice strumento sono riusciti a dedurre il tasso di scioglimento del ghiacciaio. Durante i tre anni delle misurazioni il tasso di scioglimento è stato in media di 6-7 centimetri al giorno, raggiungendo i 10.11 cm nel periodo estivo. Questo significa che il ghiacciaio si è abbassato di 10 metri solamente durante l’estate. “Qualche anno fa – dice Bjartur – questo stesso tour si svolgeva a 50 metri sopra le nostre teste”.

Lo strumento di misurazione in una foto del 2016

Durante il ritorno al campo base, Bjartur mi dice rassegnato che si sente impotente e che gli islandesi non sanno bene cosa fare per fermare lo scioglimento. Provano a rispettare l’ambiente, ma non è abbastanza. Tutta la popolazione mondiale dovrebbe contribuire e non sembra che ciò avverrà nel breve periodo. Io, oggi, con questo articolo chiedo aiuto in nome di Bjartur e tutti i cittadini islandesi. Anche se, tra non molto, anche noi pagheremo le conseguenze di questo veloce, inesorabile scioglimento dei ghiacciai.

Artico – La battaglia per il Grande Nord

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Artico La battaglia per il Grande Nord” è un libro scritto dal giornalista italiano Marzio G. Mian, il cui obiettivo è quello di rendere nota a tutti la guerra fredda che si sta svolgendo silenziosa ai margini del mondo.

Con questo libro, frutto di dieci anni di “esplorazioni giornalistiche”, ho cercato di colmare un vuoto: la cronaca del Nuovo Artico oggi, attraverso le storie di chi lo vive e il racconto delle forze spiegate sul campo nella battaglia per la conquista dell’ultima delle frontiere.

Artico: meno neve e più selfie

Il Nuovo Artico di cui parla Mian è irriconoscibile dal Vecchio, e lo sarà sempre di più. Un’entità che nel passato viveva soltanto nell’immaginario popolare come luogo irraggiungibile e inabitabile se non da mostri o dèi, è diventato oggi una delle più preziose fonti di guadagno del mondo.

Il petrolio che si cela al di sotto di strati ormai non più molto spessi di ghiaccio gioca un ruolo fondamentale. Anche il commercio di pesce è aumentato con lo spostamento di molte specie verso nord, non più timorose del mare freddo di un tempo.

I viaggi che prima erano considerati vere e proprie esplorazioni si sono trasformate in crociere. Le zone desolate, silenziose e per questo di un fascino unico, diventano bellezze un po’ più comuni, dove si moltiplicano i selfie e si dimezza la neve.

La fetta del mondo che paga il prezzo più alto per effetto del cambiamento climatico è anche quella che, per le stesse ragioni, offre immense oportunità di conquista e di potere, nuove rotte marittime commerciali, esotiche destinazioni turistiche, nuove frontiere di sviluppo e di ricchezza.

Scienza, politica, emozione

Le prove e le argomentazioni della sua protesta contro la conquista sconsiderata del Grande Nord sono di vario tipo, dai freddi dati scientifici e politici a elementi di grande intensità emotiva. Mian narra storie crude e strazianti sugli abitanti dell’Artico che coinvolgono il lettore, il quale finalmente sente la verità di cui ha bisogno. Questo luogo a noi apparentemente lontano, nei fatti condiziona la vita sulla terra come nessun altro sul pianeta.

“Quello che succede nell’Artico non rimane nell’Artico” è il mantra degli scienziati.

 

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Riscaldamento dell’artico e potere

Per spiegarne il motivo Mian riporta molti dati scientifici, come per esempio il meccanismo di ricambio delle correnti marine nell’Artico che, inceppato dal riscaldamento globale, innesca nel sud del mondo siccità e desertificazione, quindi milioni di profughi climatici. Accanto alla scienza troviamo la complessa e controversa politica che, come Mian ci dimostra, tanto complessa non è. L’obiettivo è uno solo per tutti: il potere. E, quindi, i soldi. Che siano per la Nazione o per loro stessi, saranno sempre il carburante dei politici. La pace nel mondo e l’ambiente sono solo strumenti per raggiungerli. Per esempio, l’ex ministro dell’industria groenlandese Jens-Erik Kirkegaard ha affermato senza peli sulla lingua che

Più i ghiacci si sciolgono, più il nostro Paese sarà sotto i riflettori. Il cambiamento climatico ci fa pubblicità gratis, è sempre più facile attirare capitali.

Molto approfondito anche il caso della Russia, da anni in lotta con il mondo per il dominio di zone che non riesce a gestire se non con la tirannia e la violenza, a danno della popolazione.

[Queste] Contraddizioni non interessano a Putin. Il petrolio e il nikel dell’Artico servono per finanziare gli arsenali e sostenere la sua diplomazia delle cannoniere.

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Politiche green di facciata

In questo calderone politico Mian aggiunge anche le nazioni scandinave, che il mondo ammira come esempi virtuosi. Di fatto, però, secondo l’autore userebbero la mobilità elettrica, l’eolico e le altre politiche verdi come maschera per coprire il loro monopolio del petrolio, dal cui sporco e pericoloso mercato ci guadagnano i soldi per loro stessi e per quelle politiche green di facciata.

Scampato pericolo

L’autore arriva anche a sbilanciarsi, forse un po’ troppo, su argomenti non attinenti all’ambiente, come il movimento femminista estremo e la battaglia per il genderless. Con tutta questa carne al fuoco sul finale, Mian rischia di bruciarsi e di rendere non più credibile e non più “apolitico” l’intero libro. Questo però non succede, perché Mian si ferma proprio sulla soglia dell’abisso, evitando la caduta e permettendo al libro di diventare una delle pietre miliari dell’ambientalismo mondiale.

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