Perché anche la Cop25 è fallita

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All’ultima conferenza della Cop25 i posti vuoti nella grande sala dell’IFEMA a Madrid erano tanti. Molti dei ministri erano partiti due giorni prima, il 13 dicembre, data nella quale la Conferenza sul clima delle Nazioni Unite avrebbe dovuto ufficialmente concludersi. E’ stato invece necessario prolungarla di due giorni e due notti; un tempo in cui, però, i paesi partecipanti hanno risolto ben poco.

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La sessione finale della cop25

La più importante lacuna

La più importante questione irrisolta è quella dell’Articolo 6. L’accordo di Parigi del 2015, infatti, aveva previsto una risoluzione globale per controllare le emissioni di Co2 grazie a un sistema di compravendita tra le nazioni. Ogni Stato ha a disposizione, in base alle proprie disponibilità, un tetto massimo di emissioni da non superare. Se uno di essi fosse particolarmente virtuoso da emettere meno anidride carbonica rispetto al limite imposto, questo Stato potrebbe vendere la restante parte a un altro meno diligente. In questo modo le Nazioni potrebbero cooperare pacificamente tra di loro, senza ricorrere a pesanti punizioni economiche che allontanerebbero ulteriormente i governi da qualunque impegno ambientale.

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Uno degli obiettivi della Cop25 era però quello di aggiornare il tetto massimo di emissioni, in quanto i dati utilizzati per l’accordo di Parigi, non sono ormai più validi. Gli scienziati sostengono infatti che, anche rispettando i vecchi accordi sulle emissioni, la Terra supererà i 2 gradi, arrivando ai 3,5. Alcuni Paesi però non sono disposti a rinnovare il loro impegno sulla base dei nuovi dati. Per esempio, Cina, India, Brasile e Sudafrica hanno dichiarato di aver già fatto il possibile per quanto riguarda il clima. Il problema è che Cina e India sono responsabili da sole di un terzo delle emissioni mondiali di CO2. Anche l’Australia ha fatto un passo indietro, dichiarando di non voler cedere i suoi “carbon credit” guadagnati negli anni passati.

Uno degli scioperi per il clima di quest’anno. Fotografia di Francesco Cufino

Gli insufficienti obiettivi raggiunti

Sono circa ottanta le Nazioni che si sono impegnate per aggiornarsi e ridurre maggiormente le emissioni. Un buon numero, certo, anche se si tratta di paesi che non ricoprono una grande importanza nel panorama mondiale. Questi paesi insieme infatti producono circa il 10 percento delle emissioni globali. Tra questi è presente anche l’Italia e molti altri Paesi europei. Molti osservatori, però, sottolineano come l’Europa, nonostante il nuovo Green New Deal, non abbia un grande peso rispetto ai colossi economici quali Cina, India o Stati Uniti. Questi ultimi, poi, sono nel bel mezzo del processo per l’uscita dagli accordi di Parigi.

Leggi il nostro articolo: “L’unione Europea ha dichiarato lo stato di emergenza climatica”

Passi avanti invece per quanto riguarda la questione dei diritti umani. I partecipanti alla Cop25 infatti hanno approvato il Gender Action Plan, che promuove i diritti e la partecipazione delle donne all’interno dell’azione climatica internazionale. Una buona iniziativa è anche quella del meccanismo Loss&Damage, richiesto dai piccoli stati insulari. Si tratta di un sistema per cui i Paesi del nord del mondo si impegnano ad aiutare quelli meno sviluppati ogniqualvolta vengano colpiti da catastrofi climatiche. Anche qui però vi è un rovescio (negativo) della medaglia. Se infatti i buoni propositi ci sono, manca però un fondo apposito.

Tutte le decisioni, dai fondi per i paesi colpiti dalle catastrofi alla decisione per ogni stato del proprio tetto massimo di gas serra, sono state rimandate alla Cop26 che si terrà a Glasgow l’anno prossimo. Il presidente delle nazioni unite Guterres, così come la giovane attivista Greta Thunberg, non sono affatto contenti della notizia. “La scienza è chiara, ma viene ignorata” ha twittato la ragazza nella giornata di sabato. Un anno, infatti, è molto, specialmente in un momento di emergenza climatica quale stiamo vivendo.

L’intervento di Greta Thunberg alla Cop25

I negazionisti all’attacco della COP25

Prima o poi questo momento doveva arrivare. Durante il quarto giorno della COP25 di Madrid, la lobby dei negazionisti ha iniziato a giocare le sue carte. Nella giornata di ieri sono stati svariati gli attacchi fatti alla scienza del clima da parte di diversi esponenti del settore dei combustibili fossili. La Shell, invece, in un incontro organizzato insieme a BP e Chevron, ha provato a fare quello che le riesce meglio oltre ad inquinare: del greenwashing.

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Heartland: la schiera di negazionisti in prima fila della COP25

Rimane oscuro il motivo per cui personaggi di questo tipo siano stati ammessi all’interno della COP25. Ed invece siamo ancora qua a dover fare i conti con uomini bugiardi e corrotti. L’Heartland Institute è un’associazione che è stata più volte collegata ai fratelli Koch, proprietari della seconda più grande azienda privata degli Stati Uniti. Il fatturato del gruppo è di circa 98 miliardi di dollari. Tutti derivanti dai settori più inquinanti: chimica, raffinazione, fertilizzanti, minerario, trading di materie prime, allevamento di bestiame e, ovviamente, energia fossile. Heartland ha organizzato un evento durato 5 ore e mezza, in cui si sono succeduti una serie di interventi raccapriccianti.

L’intervento di William Happer

Su tutti, lo stesso Istituto, si è detto onorato di poter ospitare il dr. William Happer il cui intervento è durato circa 30 minuti. Il Dr. Happer, braccio destro di Donald Trump, ha più volte paragonato il cambiamento climatico ad una “religione” che ormai si basa sulla fede e non su fatti reali. Addirittura è arrivato anche ad affermare che un aumento di CO2 nell’atmosfera può solamente fare del bene agli ecosistemi. Sebbene siano state tante altre le castronerie pronunciate durante questo incontro, ci sembra sufficiente fermarci qua. Puntualizziamo solo come, la maggior parte dei partecipanti all’incontro, sia tra coloro che hanno firmato una triste lettera negazionista, inviata all’ONU, di cui abbiamo parlato in questo articolo.

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Arabia Saudita e Australia: gli altri negazionisti che complicano la COP25

Come se non bastasse l’esercito di negazionisti schierato da Donald Trump,i lavori della COP25 saranno ulteriormente complicati dalla presenza dei delegati di alcuni stati restii alla conversione ecologica, ovviamente spinti da interessi economici privati neanche troppo ben nascosti. Tra questi troviamo l’Australia, paese ricco di carbone, e l’Arabia Saudita, a sua volta ricca di petrolio.

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Il primo ministro australiano, durante un suo intervento, si è rifiutato di attribuire la colpa dell’aumento nell’intensità degli incendi che hanno devastato tutto il Nord Est del proprio continente poche settimana fa, al cambiamento climatico. Si è limitato a dire che “è stata una stagione degli incendi particolarmente violenta e stancante”. I delegati dell’Arabia Saudita hanno invece chiesto all’IPCC, autore dei più autorevoli studi sui cambiamenti climatici su scala mondiale, di effettuare nuove rilevazioni atte alla finalizzazione di un nuovo documento sul reale impatto dei cambiamenti climatici. Richieste ed affermazioni quanto meno singolari e che, francamente, lasciano il tempo che trovano.

Shell, BP e Chevron: a scuola di Greenwashing

Per chiudere il cerchio non potevano mancare altri tre grandi attori del settore dei combustibili fossili: Shell, BP e Chevron. I rappresentanti delle 3 compagnie petrolifere hanno organizzato un incontro per inaugurare la loro adesione ad un piano denominato “Nature Climate Solution”. Nell’ambito di questo programma le tre aziende si sarebbero impegnate ad investire, ognuna, circa 300 milioni di dollari in 3 anni per progetti legati alla riforestazione e all’agricoltura sostenibile. Dei tagli alle emissioni legate alla propria attività neanche l’ombra. Con questi investimenti la Shell, per dirne una, compenserebbe circa il 3% delle emissioni derivanti dalla propria attività.

Il video degli attivisti che hanno protestato pacificamente durante l’incontro di Shell, BP e Chevron

Di fronte a questi dati anche un bambino capirebbe come, quella messa in atto dalle suddette compagnie petrolifere, non sia altro che una strategia di greenwashing. Senza una diminuzione delle emissioni, raggiungibile da queste compagnie solo attraverso una totale riconversione delle proprie attività verso una politica aziendale ad impatto zero, queste aziende rimarranno inequivocabilmente nella lista nera dei grandi inquinatori. Ed il fatto che, durante un evento di tale importanza organizzato dall’ONU, gli venga permesso di fare tutto ciò è, francamente, preoccupante.

Prevista alle ore 18 la Marcia per il Clima con Greta Thunberg

A fare da contrappeso a questo lato oscuro della COP, oltre alla buona volontà di alcuni dei paesi partecipanti come l’Unione Europea e una lunga sfilza di paesi in via di sviluppo, si terrà oggi nella capitale una grande Marcia per il Clima a cui prenderà parte anche Greta Thunberg, giunta a Madrid questa mattina. Oltre ai ragazzi di Fridays For Future prenderanno parte all’evento anche diversi attivisti di XR provenienti da tutta Europa.

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Sembra di assistere al più classico scontro tra bene e male. E, come accade nelle migliori sceneggiature, i secondi sono ricchi, potenti, bugiardi e particolarmente subdoli. Sarà una battaglia lunga ed estenuante ma vale la pena combatterla. In gioco c’è il futuro di tutti.

Extinction Rebellion a Madrid per la COP25

Prosegue il nostro racconto della Conference of Parties dell’ONU. Oggi, però, vi portiamo fuori dall’ IFEMA exhibition centre di Madrid, ovvero il luogo che sta ospitando la conferenza. Gli attivisti di Extinction Rebellion, in occasione della COP25, si sono dati appuntamento proprio nella capitale spagnola dove stanno portando, come loro solito, delle azioni di protesta non violenta atte ad innalzare l’attenzione dell’opinione pubblica sul problema. A breve arriverà a Madrid anche Greta Thunberg, che intanto ha rilasciato le sue prime dichiarazioni dopo lo sbarco in Portogallo.

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Foto: Extinction Rebellion

Extinction Rebellion occupa Zara durante le proteste della COP25

“Green Words, Toxic Truths”. Con questo slogan gli attivisti di Extinction Rebellion – che non a caso sono a Madrid durante la COP25 – hanno deciso di occupare la sede di Zara sulla Gran Via. La celebre catena di negozi è uno dei marchi di Inditex Group, uno dei colossi del settore della fast fashion. Il target della protesta è stato scelto per una ragione ben precisa, ovvero il palese tentativo di Greenwashing del punto vendita madrileno che ha tentato di approfittare, in maniera piuttosto ipocrita, dell’impegno sociale promosso proprio dalla COP25 e del suo motto “it’s time to act” richiamandolo all’interno del negozio. Tutto ciò ha scatenato le critiche dei ribelli sfociando in un’azione di protesta che ha visto diversi attivisti occupare le vetrine che davano sulla via principale. I “rebels” di XR si sono letteralmente attaccati al vetro applicando della super colla sul palmo delle loro mani.

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Il settore della cosiddetta “fast fashion” è infatti il secondo più inquinante del pianeta, peggiore di quello navale e dell’aviazione messi insieme. É responsabile di circa il 10% delle emissioni a livello globale. Per non parlare delle ingiustizie sociali che porta avanti in paesi del terzo mondo dove hanno sede la maggior parte dei propri stabilimenti produttivi, spesso popolati da lavoratori ampiamente sottopagati e, a volte, anche minori. La protesta, che si è protratta per diverso tempo, si è poi conclusa con l’intervento della polizia che ha provveduto a “staccare”, ovviamente con la forza, i ribelli dalla vetrina.

Le parole di Greta prima di arrivare alla COP25

É atteso con ansia anche l’arrivo di Greta Thunberg in quel di Madrid. La giovane attivista svedese, che è sbarcata ormai un paio di giorni fa dopo una traversata dell’Atlantico durata venti giorni, raggiungerà presto la capitale spagnola dove troverà, ad attenderla, la solita sfilza di politici che le faranno i complimenti per il suo impegno mentre continuano a girare intorno al problema, senza in realtà, almeno per ora, prendere impegni seri e credibili per combattere la crisi climatica. Poco dopo l’attracco del catamarano su cui ha viaggiato, Greta ha rilasciato una breve dichiarazione in cui ha invitato l’opinione pubblica a “non sottovalutare la forza dei ragazzi arrabbiati”.

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“Siamo arrabbiati e frustrati” – prosegue la Thunberg – “e lo siamo per un buon motivo. Se vogliono che smettiamo di esserlo, dovrebbero smetterla loro di renderci tali. Quello che chiediamo è che, specialmente le persone al potere, ascoltino la scienza. Certo è che dovrebbero ascoltare anche noi ma noi non siamo gli esperti. Gli scienziati sono quelli che devono essere ascoltati. Quello che vorremmo da loro è che si uniscano intorno alla scienza. Non dovrebbe essere un fardello di noi bambini e giovani presentare piani. Siamo di fronte ad un’emergenza climatica e dobbiamo vederla da un punto di vista olistico e fare tutto ciò che possiamo per fermarla. Dobbiamo lavorare insieme per fare in modo di assicurare le future condizioni di vita e combattere non solo per noi stessi ma anche per i nostri figli, i nostri nipoti e qualsiasi essere vivente sulla Terra. Ognuno deve fare il massimo affinché ciò possa accadere per assicurarsi di essere dal lato giusto della storia”. Un discorso conciso ma, come al solito, potente. Ora Greta è attesa nella capitale spagnola dove la aspetta una nuova battaglia.

Parole, parole, parole

Proseguono intanto i lavori a Madrid. La giornata di ieri è stata caratterizzata, oltre che dall’encomiabile lavoro degli scienziati dell’IPCC che proseguono nell’esposizione di report allarmanti sullo stato di salute del pianeta, da una serie di dichiarazioni, totalmente prive di concretezza, da parte di praticamente tutti quelli che hanno preso parola durante la conferenza stampa ufficiale. Il Presidente spagnolo Sanchez ha, a ragion veduta, sottolineato l’ importanza storica delle donne nelle lotte ambientali. Prima di lui ha parlato Patricia Espinosa, Segretaria Esecutiva del Dipartimento sui Cambiamenti Climatici dell’ONU: “Non siamo dove dovremmo per assicurarci che le temperature non continueranno a salire. Ma non possiamo perdere la speranza, non è un compito impossibile”.

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Hanno poi preso parola la Presidentessa della COP25 Carolina Schmidtz e la Vice Ministra degli Affari Esteri della Costa Rica, paese che ha ospitato la PreCOP. Non vale neanche la pena riportare le loro parole, tanto sono state banali. Una montagna di bei propositi, ormai alta quasi quanto l’Everest. Ma i fatti? Le proposte? I piani per uscire dai combustibili fossili? Quelli per fermare la deforestazione? E degli allevamenti intensivi, non ne parlate? Del settore della moda, di quello dell’aviazione, della mobilità elettrica, la preservazione degli ecosistemi e della biodiversità, il calo drastico della popolazione degli impollinatori su scala globale. Servono risposte concrete, a fatti che sono reali. Avete ancora 9 giorni per farlo e per dimostrare al mondo che la COP25 non sia solo l’ennesima farsa. É giunto il momento, anche per tutti loro, di scegliere da che parte stare.

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Sindaco di Madrid: “Donerei a Notre Dame, non all’Amazzonia”

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“A chi donerebbe dei soldi, alla Cattedrale di Notre Dame o all’Amazzonia?” “Alla Cattedrale di Notre Dame”. No, non e’ un estratto di un’intervista a un passante casuale, magari disinformato o non particolarmente interessato alle politiche ambientali, o alla politica in generale. Lo ha affermato il sindaco di Madrid in persona, José Luis Martínez-Almeida, durante un programma televisivo locale. E, come se non bastasse, la domanda gli e’ stata posta dai bambini i quali, dopo la sua risposta, son rimasti attoniti. Hanno infatti imemediatamente chiesto il perche’, con facce sorprese, e la risposta di Martínez-Almeida e’ stata: “perche’ e’ uno dei simboli dell’Europa, e noi siamo in Europa”.

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L’Amazzonia e’ piu’ importante di una chiesa

A redarguirlo ci ha pensato un rappresentante del Movimento Indiano d’America Mario Agreda. Lo ha infatti approcciato durante la Cop25 del 3 dicembre dicendogli: “l’Amazzonia è più importante di una chiesa. Te lo dico dal profondo del mio cuore”. E ha aggiunto: “i bambini e i giovani dovranno respirare in futuro”.

Sia la Foresta Amazzonica sia la Cattedrale di Notre Dame qust’anno hanno subito gravi danni a causa degli incendi. Gia’ questa frase, pero’, appare un po’ stridente. Non e’ possibile infatti, a causa dell’enorme differenza, mettere questi misfatti sullo stesso piano. La domanda e’ comunque legittima se posta da bambini, che non riconoscono la prospettiva dei due casi. Toccava al sindaco Martínez-Almeida far capire loro che quella domanda non sarebbe nemmeno da prendere in considerazione, essendo le foreste un elemento naturale senza il quale l’intera umanita’ non esisterebbe e, quindi, nemmemo la Cattedrale di Notre Dame. Ma questo non e’ successo. Il sindaco ha dato invece loro la risposta piu’ sbagliata possibile.

Il ruolo della foresta pluviale

La Foresta Amazzonica, e le foreste in generale, sono importanti per molti e diversi motivi. Per esempio, svolge un ruolo fondamentale nella regolazione dei cicli mondiali di ossigeno e carbonio. Produce infatti circa il sei percento dell’ossigeno del mondo assorbe tempestivamente grandi quantità di anidride carbonica dall’atmosfera. Gli animali che le abitano, contribuiscono con gli avanzi di cibo, le feci, e lecarcasse a stimolare la crescita dei microbi nel suolo, che inquesto modo conservano meglio il carbonio invece di rilasciarlo nell’atmosfera. Ma quando gli alberi vengono bruciati, una grandissima quantita’ di carbonio viene rilasciata nell’atmosfera, oltre che impedire agli alberi di svolgere la loro funzione di purificare l’aria. Ricerche recenti hanno fatto notare come le grandi foreste potrebbero nei fatti emettere più anidride carbonica di quanto non stiano assorbendo.

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L’inquinamento atmosferico e’ la causa principale dei cambiamenti climatici. Proprio ieri alla COP 25 si e’ parlato di quanto il riscaldamento globale incida sui problemi di salute. L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha presentato l’indagine globale “Salute e cambiamenti climatici“. L’istituzione stima che, se le misure previste dall’accordo di Parigi fossero state attuate, si potrebbero evitare oltre un milione di decessi all’anno. Inoltre, sempre secondo l’OMS, i rischi ambientali legati ai cambiamenti climatici, causano 12 milioni di morti ogni anno e i dati stanno solo che peggiorando.

I primi dieci mesi del 2019 sono stati in media 1,1 °C più caldi rispetto ai livelli preindustriali e questo decennio e’ stato il più caldo mai registrato. Anche gli oceani del mondo hanno visto il loro picco di temperature nel 2019, almeno da quando sono iniziate le registrazioni negli anni ’50. La quantità di ghiaccio nelle regioni dell’Artico e dell’Antartico è scesa a minimi storici nell’era post-industriale. Il livello minimo di ghiaccio nell’Artico nel settembre di quest’anno e’ stato il secondo più basso mai registrato.

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La Cop25 e le possibili soluzioni

Durante gli incontri di ieri il focus e’ stato sul modo in cui i governi possano ridurre le emissioni. Nel Programma ambientale delle Nazioni Unite si legge che le emissioni devono diminuire del 7,6% ogni anno affinche’ l’aumento della temperatura media della superifcie non superi 1,5°C , ovvero l’obiettivo ambizioso previsto dall’accordo di Parigi . Ma, se emissioni restano le stesse dei livelli attuali, il mondo si riscalderà di 3,2°C entro il 2100 – il che e’ notevolmente superiore alla temperatura con la quale andremo incontro a una catastrofe climatica.

La speranza e’ che la Cop25 sia utile. Intanto, non fosse stato per questo evento, Mario Agreda non avrebbe forse incontrato il sindaco di Madrid e quest’ultimo non avrebbe cambiato opinione. O ameno questo e’ quello che si puo’ dedurre dall’abbraccio che i due si sono scambiati dopo la loro conversazione. La Cop25, quindi, sta gia’ producendo qualche piccolo frutto.

Al via la COP25. Guterres: “La scelta è tra speranza e capitolazione”

La 25esima Conference of Parties sui cambiamenti climatici è iniziata. Gli occhi di tutto il mondo, ambientalista e non solo, sono puntati a Madrid, dove è stata spostata la COP25 che inizialmente avrebbe dovuto tenersi a Santiago del Cile. Tra gli interventi inaugurali non poteva mancare quello del Segretario Generale dell’ONU, Antonio Guterres, che ha colto l’occasione per prendere una posizione decisa e apertamente critica nei confronti dei governi nazionali dei 196 paesi partecipanti.

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Guterres alla COP25: “Cruciale che nei prossimi 12 mesi arrivino impegni nazionali più ambiziosi”

“Vogliamo davvero passare alla storia come la generazione che si è comportata come uno struzzo mentre il mondo bruciava?”. Se a pronunciare questa frase fosse stata la giovane Greta Thunberg, i suoi detrattori avrebbero sicuramente dato il via ad una lunga serie di dissidenze per via vena “troppo catastrofista” della giovane attivista svedese. Ed invece a pronunciarla, durante la prima giornata di lavori della COP25, è stato Antonio Guterres, non proprio l’ultimo arrivato.

Il discorso completo di Antonio Guterres (min. 6:38)

Il Segretario Generale dell’ONU non è nuovo a dichiarazioni di questo tipo. Le Nazioni Unite, che tra i loro enti di spicco hanno proprio quell’IPCC autore dei più autorevoli studi sui cambiamenti climatici a livello mondiale, hanno più volte posto l’attenzione dei politici su un tema fino ad oggi a dir poco sottovalutato, senza tuttavia riuscire ad alimentare in maniera decisiva il tanto atteso cambio di marcia nella lotta ai cambiamenti climatici. Nella 12 giorni di Madrid, che si concluderà il 13 dicembre, ci riprovano per la 25esima volta. Le parole della giornata inaugurale sono forti e decise. Ora, però, bisogna agire.

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Alcuni dati estrapolati dal discorso di Guterres

Durante il suo discorso il Segretario Generale dell’ONU si è aggrappato a tutta una serie di dati che indicano chiaramente l’urgenza con cui va affrontato il problema: “I segnali sono inequivocabili. Gli ultimi cinque anni sono stati i più caldi mai registrati. Le conseguenze si stanno già avvertendo sotto forma di eventi metereologici più estremi e catastrofi associate, dagli uragani alla siccità, dalle inondazioni agli incendi. Le calotte polari si stanno sciogliendo. Nella sola Groenlandia, a luglio si sono sciolti 179 miliardi di tonnellate di ghiaccio”.

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“Il permafrost nell’Artico si sta scongelando 70 anni prima delle proiezioni” – continua Guterres al suo primo discorso in occasione della COP25 – “L’anno scorso dissi che avevamo bisogno di fare progressi sulla tassazione dei ricavi da carbone e assicurarci che non siano più costruite centrali nuove dopo il 2020. Ma dobbiamo anche assicurare che la transizione a una green economy sia giusta ed equa, in termini di impatto per i lavoratori, di nuovi posti di lavoro, di educazione e di reti sociali di sicurezza. Per decenni l’uomo è stato in guerra con il pianeta e il pianeta ci sta rendendo colpo su colpo, dobbiamo porre fine alla nostra guerra contro la natura e la scienza ci dice che possiamo farcela. Ciò che manca ancora è la volontà politica”.

Von Der Leyen annuncia il Green New Deal. E oggi arriva Greta

Tra i vari partecipanti che hanno preso parola durante il primo giorno della Conferenza spicca Ursula Von Der Leyen. La politica tedesca, da poco a capo della nuova Commissione Europea, ha annunciato davanti alla platea che “l’Unione Europea presenterà entro 10 giorni il proprio Green New Deal. L’Europa vuole diventare il primo continente carbon neutral e vuole farlo entro il 2050”. Parole che vengono ripetute ormai spesso e che, si spera, verranno confermate dai fatti.

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L’intervento di Ursula Von der Leyen

Intanto, oggi, è atteso l’arrivo di Greta Thunberg a Madrid. La giovane attivista svedese è da poco sbarcata in Portogallo, dopo una traversata oceanica durata circa una ventina di giorni. Lo spostamento della sede della COP25 non ha dunque fermato Greta che, per la gioia dei giovani di tutto il mondo, riuscirà a partecipare in prima persona all’ evento nonostante la notizia del suo spostamento da Santiago del Chile alla capitale spagnola sia arrivata poco più di un mese fa. Questa Conference of Parties potrebbe sicuramente passare alla storia, tanto in positivo quanto in negativo. Siamo vicini al punto di non ritorno. Come ha detto Guterres è ora di scegliere tra speranza e capitolazione. Inutile specificare quale sia la scelta più giusta.

Il Cile non ospiterà più la COP25

Ciò che sta succedendo in questi giorni in Cile è sulle pagine dei notiziari di tutto il mondo. Le proteste che stanno invadendo il paese sudamericano hanno, purtroppo, indotto il Presidente Sebastiàn Pinera ad annunciare, nella giornata del 30 ottobre, che il suo paese non potrà ospitare la COP25; una conferenza organizzata dall’ONU con cadenza annuale per discutere delle possibili soluzioni attuabili contro i cambiamenti climatici, in quanto il suo governo al momento ha la priorità di “ristabilire l’ordine pubblico”. Una decisione ragionevole che però finisce per spaventare chi questo evento lo attende con ansia da quasi un anno.

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La COP25 si farà o non si farà?

La paura più grande che sorge tra tutti gli ambientalisti riguarda proprio questa domanda. L’annullamento di un evento del genere potrebbe infatti peggiorare drasticamente la situazione. Per affrontare i cambiamenti climatici è necessario un simultaneo impegno da parte di tutti i governi del mondo. Eventi di questo tipo contribuiscono in questo senso a rafforzare i rapporti e la collaborazione tra essi, o quanto meno tra quelli di maggior buonsenso.

Il video dell’annuncio

Risulta tuttavia difficile capire, a solo pochi giorni dall’annuncio, se la Conference of Parties, giunta alla sua 25esima edizione, sarà definitivamente annullata o se invece cambierà semplicemente la sua cornice. Giovedi’ si e’ aperta una piccola speranza in quanto il Primo Ministro spagnolo Pedro Sanchez ha proposto Madrid come sede sostitutiva dell’evento. La Segretaria Esecutivo sul Cambiamento Climatico dell’Onu, Patricia Espinosa ha affermato che l’offerta della Spagna è un segno “incoraggiante” del multilateralismo e consentirebbe agli organizzatori di attenersi ai tempi originali del vertice.

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Mai nella storia della COP un paese aveva rinunciato ad ospitare l’evento con così breve preavviso. La conferenza si sarebbe dovuta tenere tra il 2 ed il 13 dicembre. Riuscire a riorganizzare l’evento in un solo mese è quanto meno un compito arduo. L’UNFCCC e’ infatti ancora in attesa di una lettera ufficiale dalla Spagna ed e’ atteso per venerdi’ a Bonn un incontro tra i funzionari spagnoli e le Nazioni Unite.

La maledizione della COP25

La 25esima edizione sembra essere maledetta. Proprio nell’anno in cui il problema dei cambiamenti climatici ha iniziato a scalare le gerarchie dei media, grazie soprattutto alle proteste dei giovani di Fridays For Future e non solo, l’evento più importante dell’anno rischia di saltare.

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Il paese inizialmente designato per ospitarla era infatti il Brasile. Purtroppo però, nel Novembre scorso, una delle prime decisioni prese dal neopresidente Bolsonaro, è stata proprio quella di cancellare la propria disponibilità a farsi carico dell’organizzazione della conferenza. Un fatto che non sorprende ma che, per dovere di cronaca, riportiamo affinchè il ritratto di Jair Bolsonaro, definitiivamente ascrivibile nella lista degli amici del cambiamento climatico, possa essere arricchito da questa brutta figura.

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Tra i candidati per ospitare la COP25 c’era in principio anche la Costa Rica che ha poi ritirato la propria candidatura per paura delle spese che avrebbe dovuto affrontare.

E adesso?

Trovare una location alternativa prevede costi organizzativi molto alti, oltre che non pochi problemi logistici. Suggestiva, ma senza ancora nessun riscontro dai piani alti, l’idea lanciata via social da Fridays for Future. Onde evitare l’emissione di tonnellate di CO2 generate dagli innumerevoli jet privati dei vari politici che avrebbero dovuto recarsi in Sud America, perché non trovare un modo per far sì che la conferenza possa tenersi virtualmente?

Cosa di meglio, piuttosto che l’ennesima conferenza localizzata – con i soliti infiniti voli transcontinentali e annesse tonnellate di emissioni, e che il più delle volte finisce nelle solite belle parole, con tanta aria fritta e zero impegni – di un bel “conference-change”: che la COP25 sia la prima COP a zero emissioni, ma col pieno di contenuti e impegni veri! #CaroAntonioGuterres: per essere il primo vero summit del futuro, che la COP25 si tenga “virtualmente”, e carbon-free

Fridays For Future

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Gli attivisti del movimento targato Greta Thunberg, che proprio in questi giorni era in viaggio per recarsi in Cile dove avrebbe dovuto partecipare alla conferenza, hanno colto l’occasione per sottolineare come questa sia un’opportunità più unica che rara per iniziare a razzolare bene, oltre che predicare e basta. Una delle più costanti critiche mosse dai movimenti ambientalisti ad eventi di questo tipo riguarda infatti proprio la loro mancanza di concretezza. Troppo spesso abbiamo assistito a discorsi pieni di enfasi e di belle promesse infrangersi di fronte alla realtà dei fatti. Di bei propositi ne abbiamo sentiti fin troppi. Ora è giunto il momento della coerenza.