Galapagos, flotta cinese nella riserva marina UNESCO

Non è la prima volta che la Cina invade le acque della seconda riserva marina più grande al mondo. Già nel 2017 un’imponente flotta cinese di pescherecci si era avvicinata alle Galapagos, facendo il suo ingresso con 297 navi, una delle quali aveva la stiva carica di 300 tonnellate di pescato illegale.

Una nuova minaccia da parte della Cina

Una massiccia flotta di pescherecci cinesi si è avvicinata ai confini dell’area marina protetta delle Galapagos, minacciando di decimare la biodiversità dell’arcipelago. Questa è considerata patrimonio dell’umanità e la zona protetta circostante alle isole offre riparo alla più grande biomassa di squali del mondo, e non solo. Difatti in queste acque vengono a riprodursi diverse specie, molte delle quali inserite nella red list della IUCN.

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La zona economica esclusiva (ZEE) è un’area del mare, adiacente alle acque territoriali, in cui uno Stato costiero ha diritti sovrani per la gestione delle risorse naturali.

L’immagine illustra chiaramente il limite della ZEE che la flotta cinese non può superare senza incorrere in sanzioni. Quest’ultima si sta mantenendo “legalmente” ai margini della Riserva, entrando comunque in contatto con grandi quantità di pescato.
Crediti: Wikipedia

Circa 265 navi cinesi sono state avvistate entro il limite di 200 miglia nella ZEE dell’arcipelago ecuadoregno per diversi giorni.

I pescherecci in questione sono dei veri e propri cargo con celle frigorifere, sulle quali avvengono i primi processi di lavorazione del pescato. La flotta cinese è situata nella stretta fascia di acque internazionali che si trova tra l’Ecuador e le Galapagos, luogo in cui si apre un’importante rotta migratoria per molte specie a rischio d’estinzione, che nelle acque della riserva trovano rifugio e risorse.

Da questa immagine satellitare si può notare la flotta cinese (in arancione) che pattuglia i confini della riserva marina delle Galapagos.

La flotta in questo momento sta operando nella zona sud ovest dell’arcipelago e la loro presenza non solo sta mettendo a rischio la fauna locale per mezzo della pesca ma, a causa della cattiva gestione, sta anche disseminando rifiuti lungo la propria rotta.

Difatti, massicce quantità di materiali plastici e spazzatura di altro tipo vengono riversati nella Riserva durante la loro permanenza per finire poi sulle vergini coste delle isole.

La contraddizione maggiore risiede nel fatto che la Cina e l’Ecuador siano membri della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare. Questa impone ai due paesi di contribuire alla conservazione della fauna marina, in particolare delle specie migratorie e delle più vulnerabili.

Un programma di monitoraggio effettuato a Cocos island mostra come il numero degli squali martello abbia subito un declino del 50% negli ultimi 20 anni. Il problema è sempre lo stesso: una volta lasciata la riserva marina gli animali diventano vulnerabili agli ami ed alle reti illegali.

La strategia cinese

La Cina si sta apparentemente comportando in maniera legale, mantenendosi ai margini dell’area protetta. Purtroppo però la realtà dei fatti è un’altra; la flotta sta posizionando chilometri di reti lungo ampie porzioni della ZEE. Tutto ciò che si trova all’interno della riserva rimane “tutelato”, ma ciò che tenta di entrare o di uscire da quest’ultima rimane vittima delle reti.

Chilometri di morte che intrappolano e uccidono qualsiasi specie vi capiti a tiro. Dagli enormi squali balena alle piccole tartarughe, dai pesce martello ai tonni; non vi è selezione alcuna. Ciò porta a conseguenze ecologiche catastrofiche. I pescherecci possono aspettare il pesce ai margini di queste aree, così da non essere legalmente perseguibili.

La cattura e il non rilascio degli esemplari più giovani, ad esempio, crea uno squilibrio importante all’interno delle popolazioni locali. In ecologia si parla di reclutamento, che indica l’aggiunta di nuovi individui in una popolazione dovuta alle nuove nascite. Il reclutamento può portare ad un incremento demografico di una popolazione oppure, se le perdite sono uguali o maggiori al n° dei nuovi nati, ad un crollo demografico.

Questo sta ad indicare quanto le aree marine protette siano essenziali per la biodiversità e per le future riserve proteiche, alle quali l’umanità attinge (abbondantemente).

La flotta cinese nel 2017

Nell’agosto del 2017 la Marina ecuadoregna intercettò una grande flotta da pesca illegale cinese che si era avvicinata alla Riserva delle Galapagos. 297 navi, una delle quali aveva nella stiva più di 300 tonnellate di pescato vietato, in gran parte squali.

Pescato illegale da parte della flotta cinese a largo delle isole Galapagos.

Vennero contati 6.600 squali tra cui due specie altamente a rischio di estinzione, i Seta ed i Martello.

L’inchiesta rivelò successivamente che la nave stava recuperando le catture di un centinaio di pescherecci che navigavano al limite delle acque territoriali circostanti. Quito all’epoca aveva convocato l’ambasciatore cinese per consegnare una protesta ufficiale e la giustizia ecuadoregna aveva condannato i proprietari della nave cinese a una multa di circa 6 milioni di dollari

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Il capitano e i suoi tre deputati furono detenuti per tre anni in prigione mentre gli altri 16 membri dell’equipaggio per uno. Tutto ciò non fu abbastanza per rallentare il fenomeno. La strage di quell’anno ancora riecheggia negli animi della popolazione locale, la quale vive nel pieno rispetto della natura.

La seconda Riserva più grande al mondo

Dichiarato patrimonio naturale dell’umanità dal 1978, l’arcipelago delle Galapagos è un vero e proprio bacino di biodiversità.

Le riserve marine vengono create in zone contenenti le nursery (asili- luoghi in cui vengono deposte uova e partoriti cuccioli) o perchè presentano un rilevante interesse per le caratteristiche naturali, con particolare riguardo alla flora/fauna marine/costiere.

La presenza della flotta cinese alle Galapagos è preoccupante in quanto la riserva è considerata la seconda più grande al mondo con i suoi 133.000 km 2 di superficie, ed ospita molte specie marine protette. Anche il governo ecuadoregno ha investito molto nella conservazione di questo patrimonio. All’interno della riserva è autorizzata solo la pesca artigianale mentre la pesca industriale è vietata.

Le aree marine protette delimitate dall’uomo sono di scarsa importanza per i grandi pesci e cetacei che percorrono i lunghi corridoi migratori attraverso gli oceani e l’intervento delle autorità è possibile solo quando le navi entrano nelle riserve. Per questo motivo finchè la flotta cinese continuerà a rimanere lungo i margini della riserva il governo ecuadoregno non potrà richiedere alcun tipo di intervento.

Qui di seguito riportiamo alcune vittorie a livello conservativo delle Isole Galapagos:

  • 1978, l’UNESCO dichiara le Isole Galapagos patrimonio naturale dell’umanità
  • 1986, il governo dell’Ecuador crea la Riserva delle risorse marine delle Galapagos
  • 1990, le isole sono dichiarate Santuario delle balene
  • 1998, viene creata la Riserva marina delle Galapagos
  • 2001, l’UNESCO include la Riserva marina delle Galapagos nella lista del patrimonio naturale dell’umanità

Riflessione

Questo evento dovrebbe far discutere e riflettere su come, in futuro, si dovranno tutelare questi luoghi strategici per la biodiversità di tutto il mondo, non solo delle Galapagos.

Capire come combattere le pressioni ecologiche causate dalle flotte illegali nei pressi delle riserve e quelle dovute ai cambiamenti ambientali. Le protein stocks (riserve di proteine) sparse per gli oceani del mondo sono essenziali per la protezione della biodiversità, per la vita del pianeta ma anche, in futuro, per il rifornimento di cibo per l’umanità.

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Coronavirus: il paradossale calo delle emissioni e l’esperimento Smart Working

Negli scorsi giorni, molte testate giornalistiche hanno riportato la notizia del crollo delle emissioni dovute al Coronavirus. A gennaio sembrerebbe esserci stata una riduzione considerevole in Cina. Anche fra le maggiori città italiane si registrano notevoli cali di polveri sottili nell’aria, potenzialmente legati al rallentamento complessivo delle attività di queste settimane. Gli ambientalisti frenano gli entusiasmi: non appena l’emergenza sarà finita, la produzione riprenderà a pieni ritmi e anzi cercherà di recuperare le perdite. Lo Smart Working, invece, potrebbe essere una soluzione da estendere oltre la crisi.

Il Coronavirus ha portato ad un calo delle emissioni in Cina

Per quanto riguarda la Cina, la fonte principale che riporta un calo delle emissioni è lo studio redatto dal Centre for Research on Energy and Clean Air (CREA) e pubblicato su CarbonBrief.org. Secondo i loro dati, la domanda di energia elettrica e la produzione industriale sono crollate drasticamente dall’inizio di gennaio. Riportiamo il testo introduttivo dello studio: “le misure per contenere il Coronavirus hanno portato ad una riduzione fra il 15 e il 40% della produzione in molti settori chiave dell’industria. Questo corrisponde con ogni probabilità ad un’eliminazione di un quarto o più delle emissioni nazionali di anidride carbonica nelle scorse quattro settimane, un periodo dove l’attività normalmente avrebbe registrato una ripresa dopo le vacanze per il Capodanno Cinese”.

Infatti, in occasione della festività del Capodanno, la Cina vede solitamente un calo nelle proprie emissioni, soprattutto per quanto riguarda la produzione energetica in impianti a carbone. Quest’anno le vacanze cinesi sono state prolungate per contenere l’espansione del Coronavirus. Di conseguenza, l’attività produttiva ha subito un forte rallentamento, tramite la chiusura delle fabbriche, il blocco degli spostamenti via terra e via cielo e le persone che lavorano prevalentemente da casa.

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I dati della NASA confermano

I dati della NASA e dell’European Space Agency (ESA) confermano il trend sopra descritto, con un drastico calo della presenza del diossido d’azoto nell’area sovrastante la Cina. Anch’essi riconducono questo fenomeno alla quarantena forzata dovuta al Coronavirus. Il diossido d’azoto è un gas prevalentemente emesso dai veicoli a motore, dalle centrali elettriche e dagli stabilimenti industriali. Le mappe riportate qui sotto mostrano tre intervalli di tempo del 2019 a confronto con gli stessi periodi del 2020. Gli scienziati della NASA hanno dichiarato che il fenomeno interessava inizialmente solo la zona intorno a Wuhan. Con il passare delle settimane, la riduzione di diossido d’azoto si è allargata in tutto il paese. Fei Liu, ricercatore per la qualità dell’aria, ha ammesso: “Questa è la prima volta che ho visto un calo così drastico su un’area tanto vasta per un determinato evento”.

Calo di polveri sottili in Pianura Padana

In maniera similare, è avvenuta una riduzione dei livelli di PM10 nell’aria nella Pianura Padana. In Emilia Romagna dal 25 febbraio ad oggi non è stato registrato nessun sforamento delle polveri sottili. Arpae ha indicato come prima causa il cambiamento meteorologico, dovuto a una depressione che ha aumentato la ventilazione, ma non ha escluso che proprio il Coronavirus possa aver contribuito alla decrescita.

Anche Arpa Lombardia ha rilasciato dati positivi per l’area milanese. A partire dal 23 febbraio, giorno del primo decreto, non vi sono più stati sforamenti dei limiti consentiti (oltre i 50µg/m³), mentre nelle settimane precedenti l’area metropolitana di Milano aveva registrato livelli superiori per ben 35 volte. L’ente di monitoraggio sottolinea come anche in questo caso la riduzione sia dovuta principalmente ai forti venti che hanno soffiato sulla Pianura Padana. È ancora presto per stabilire con certezza un collegamento con il Coronavirus e il consequenziale blocco delle attività.

Coronavirus: una riduzione solo temporanea

GreenPeace China ha segnalato che l’effetto benefico per il clima è quasi certamente temporaneo. Ad un calo della diffusione del virus seguirà “un aumento della produzione delle fabbriche per compensare le perdite del periodo di inattività”. Inoltre, non c’è nulla da festeggiare se l’unico modo che abbiamo per vedere una riduzione delle emissioni è un’emergenza sanitaria che blocca la società e la cultura. Quella stessa cultura che risulta fondamentale per aumentare la consapevolezza sulla crisi climatica e spingere all’azione.

Anche l’esperto Luca Mercalli è arrivato alle stesse conclusioni: “Dispiace ottenere un risultato positivo attraverso un fatto sbagliato, invece che per un progetto. Per questo periodo ci sarà un rallentamento; se si tratta di una settimana non cambierà nulla, ma se dovesse durare mesi avremmo un’effettiva riduzione dell’impatto climatico. Si è arrivati a questi paradossi”.

Coronavirus e Smart Working: l’esperimento in tutto il mondo

C’è però un fattore della quarantena che potrebbe portare dei benefici a lungo termine: lo Smart Working. Numerosissime aziende e vari settori della società italiana si stanno adattando all’emergenza facendo lavorare i propri dipendenti da casa. Lo scopo è appunto limitare quanto più possibile il contagio e sopperire al fatto che le scuole sono chiuse e i figli non posso restare in casa da soli. Ebbene, secondo la CNN, il Coronavirus avrebbe avviato “il più grande esperimento di Smart Working al mondo“.

In Italia esistono già le prime valutazioni, attuate da ENEA. La ricercatrice Marina Penna ha commentato i dati fin’ora ottenuti con queste parole: “basterebbe anche un solo giorno a settimana di smart working per i tre quarti dei lavoratori pubblici e privati che utilizzano l’automobile per ridurre del 20% il numero di km percorsi in un anno. In questo modo si otterrebbe un risparmio di circa 950 tonnellate di combustibile, oltre a una riduzione di oltre 2,8 milioni di tonnellate di CO2, di 550 tonnellate di polveri sottili e di 8mila tonnellate di ossidi di azoto, con un significativo impatto positivo sulla salute della popolazione”.

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Smart Working: i limiti della sostenibilità

Le fonti del risparmio dello Smart Working sono evidenti: minor mezzi di trasporto, abbattimento del consumo energetico negli uffici. Ma anche in questo caso, bisogna essere cauti nelle previsioni e valutare il quadro d’insieme. La BBC ha sottolineato come lo smartworking possa illudere in termini di sostenibilità. Per un’analisi completa, bisognerebbe valutare numerose variabili, a partire dal mezzo di trasporto utilizzato dai lavoratori (dai più inquinanti mezzi a benzina e gasolio, fino all’auto elettrica, al car-sharing o al trasporto pubblico). Inoltre, almeno per quanto riguarda la stagione invernale, il consumo di energia delle singole case sarebbe maggiore a quello degli uffici, spesso più moderni delle abitazioni e quindi dotati di sistemi di efficienza energetica.

Una nuova normalità

In conclusione, l’epidemia Coronavirus sta portando a dei paradossi ambientali imprevisti. Ci teniamo a ribadire che, oltre ad essere un fenomeno temporaneo, il calo delle emissioni verificatosi in queste settimane non è certamente auspicabile, poiché la mancata produzione sta avvenendo a discapito della salute e della sostenibilità economica degli italiani. D’altra parte però, come hanno scritto in tanti, non possiamo augurarci che le mascherine per contenere l’epidemia siano sostituite un’altra volta da quelle per la qualità dell’aria. La quarantena ci ha costretti a scompaginare la lista delle priorità e a reinventarci giorno per giorno. La pratica dello Smart Working ne è l’esempio più evidente. Il minimo che possiamo fare, quando la normalità tornerà, è evitare che sia la stessa normalità di prima, del tutto insostenibile dal punto di vista ambientale.

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Smettiamola di incolpare Cina e India per le (nostre) emissioni

Sempre più spesso sentiamo risuonare la frase “tutta colpa di Cina e India” quando si parla di emissioni e cambiamento climatico. Sebbene ci sia un sostanziale fondo di verità in questa accusa, sentiamo il dovere di spiegare con dati alla mano che il problema è tanto cinese quanto italiano, inglese e soprattutto americano. Infatti, analizzando il quadro storico, le responsabilità pro-capite e le cause di emissione, ricaviamo un quadro che tutto ci permette tranne che continuare ad avere il nostro solito stile di vita ed accusare Cina e India dal nostro smartphone. Smartphone che con ogni probabilità è stato prodotto proprio in quei paesi, ordinato su Amazon, e che ha quindi richiesto una quantità enorme di anidride carbonica per arrivare fino alle nostre mani.

Cina e India al primo e terzo posto

È vero, Cina e India sono fra i grandi inquinatori del mondo. Risultano rispettivamente primo e terzo nella classifica mondiale, intervallati dagli Stati Uniti. Nel 2017 la Cina ha emesso circa 10 miliardi di tonnellate di CO2, ricoprendo quindi il 27,2% delle emissioni globali, mentre l’India è stata responsabile del 6.8% con un’emissione pari a 2,4 miliardi di tonnellate. È innegabile quindi attribuire ai due colossi asiatici una responsabilità enorme nel quadro del cambiamento climatico. Ed è altrettanto vero che questa tendenza va assolutamente fermata, se si vuole evitare il collasso ecologico di cui tanto sentiamo parlare.

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D’altra parte però, bisogna rintracciare le coordinate storiche, i motivi politici e le ragioni economiche che stanno dietro a questi numeri. In primo luogo, se si analizza l’arco di tempo che parte dalla rivoluzione industriale, ovvero da quando le emissioni hanno iniziato a crescere su larga scala, i dati soprariportati vengono fortemente ridimensionati. Infatti, come riporta Chivers nel libro The No-nonsense Guide to Climate Change, la Cina scende al terzo posto per responsabilità storiche, preceduta da Stati Uniti e Russia. L’India è invece settima, attestandosi dopo Germania, Gran Bretagna, Giappone e Francia. Cosa ha causato allora il forte aumento degli ultimi anni? L’inizio delle emissioni sregolate da parte di Cina e India va attribuito in parte alle regole stabilite dal Protocollo di Kyoto, il primo storico accordo in materia di riscaldamento globale.

Cina e India “in via di sviluppo”. La crescita che ferisce la Terra

L’accordo aveva infatti diviso i vari paesi del mondo in tre categorie: paesi sviluppati, paesi sviluppati con “economie in transizione” e paesi in via di sviluppo. Cina e India furono inserite nell’ultimo gruppo come paesi in via di sviluppo. L’accordo non impose loro nessun vincolo di emissioni per permettere di perseguire il “progresso” già ottenuto dai paesi cosiddetti industrializzati, in gran parte situati in Occidente. Questo perchè negli ultimi quarant’anni ha predominato un’idea di sviluppo misurato in termini puramente economici, senza tener conto delle conseguenze devastanti che una crescita annua di PIL fra i 6 e i 10 punti percentuali possa creare sull’ecosistema.

Quante terre servono a un cittadino occidentale?

Un altro fattore interessante da indagare è l’emissione pro-capite: infatti, Cina e India risultano fra i principali paesi nelle classifiche su base nazionale; un indicatore più veritiero riguarda invece le emissioni prodotte da ogni individuo nei singoli paesi. Come riporta Il Fatto Quotidiano, “nel 2017 un cinese emetteva circa un terzo della CO2 emessa da uno statunitense, e un indiano meno di un terzo di un cittadino italiano”. Avete presente l’Overshoot Day, il giorno in cui l’umanità finisce le risorse naturali previste per quell’anno?

Quando andiamo a calcolare l’impronta ecologica delle singole nazioni, notiamo che paesi come gli Stati Uniti già negli anni Sessanta utilizzavano una quantità di risorse naturali pari a cinque volte le disponibilità del pianeta. La Cina invece, ha iniziato il suo “deficit” nei confronti della terra solo nel 1999 (al momento ha un’impronta ecologica di 2.2 pianeti per sostenere lo stile di vita dei suoi abitanti). I dati disponibili sul sito Global Footprint Network ci mostrano che l’India è addirittura dentro la biocapacità della Terra. Gli italiani ultimamente chiamano spesso in causa cinesi e indiani, ma l‘impronta ecologica del nostro paese si attesta attorno a 2.72 pianeti; nel complesso, l’Italia ha superato i limiti di biocapacità già nel 1965.

Le emissioni per necessità e le emissioni di lusso

Inoltre, dobbiamo considerare la concentrazione della ricchezza. I dati Oxfam ci ricordano che il 10% più ricco della popolazione produce da solo il 50% delle emissioni globali. La metà più povera della popolazione situata nel mondo, pari a 3.5 miliardi, è responsabile di un misero 10% delle emissioni totali di Co2. Questi dati generali non considerano neanche il tipo di fonte delle emissioni. In India, ad esempio, il riscaldamento e la cottura del cibo vengono ancora in gran parte generati da metodi altamente inquinanti, come le biomasse. Riscaldamento e cottura del cibo devono essere considerati bisogni primari e non possono valere quanto le infinite emissioni date da attività di svago o lusso dei paesi sviluppati.

Per fare un esempio su tutti, a Dubai esiste una pista da sci artificiale all’interno di un centro commerciale, con una temperatura esterna media fra i 25 e i 40 gradi. Immaginiamo l’immensa quantità di energia per creare una temperatura ideale per sciare all’interno. Nella stessa città, i clienti che fanno shopping a volte lasciano la macchina con aria condizionata accesa fuori dai negozi; così che, al loro ritorno nel veicolo, non soffrono troppo per lo sbalzo di temperatura interno-esterno. Quanto è giusto comparare le emissioni indiane per riscaldare la cena con l’assurdo sfizio occidentale di divertirsi e sentirsi freschi?

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Cina e India: i nostri ordini su Amazon

Infine, bisogna considerare che il continente asiatico inquina anche per soddisfare le richieste dei consumatori occidentali. Ovvero tutti noi, cittadini italiani, americani, francesi, che dal nostro divano ordiniamo prodotti su Amazon o altre piattaforme con un semplice click dello smartphone. La Cina da sola, rappresenta il 54% del mercato globale e-commerce. Per contro, uno studio americano ha calcolato che circa il 15% dei cittadini di New York riceve come minimo un pacchetto al giorno. Jose Holguin-Veras, Professore all’Università di Rensselaer ha commentato così questo fenomeno: “Quante di queste consegne sono veramente urgenti? Forse il 2% o il 5%?”. Anche lui, ci ricorda che il nostro ruolo di consumatori ha un grosso peso nella crisi climatica: “Noi, come clienti, stiamo guidando il processo. In un certo senso, siamo noi ad avere creato tutto ciò”.

Responsabilità globale, in nome della giustizia climatica

Al netto di tutte queste considerazioni, vogliamo sottolineare che nessuno può esonerare Cina, India e gli altri paesi emergenti dalle emissioni prodotte nei propri paesi. Nessuno stato può ormai esimersi dalla responsabilità storica e intergenerazionale di adeguare i propri concetti di sviluppo, modernità e crescita ai confini planetari del pianeta. Tuttavia, è bene tenere a mente gli argomenti sopraelencati prima di puntare il dito e compiere l’ennesimo tentativo di greenwashing delle nostre coscienze. Sarebbe certo più comodo lasciare che siano gli altri ad agire. Potremmo continuare imperterriti con i nostri stili di vita pieni di sfizi ad alto contenuto di emissioni. Sarebbe più comodo, ma la crisi climatica richiede che tutti facciano la propria parte. Ogni stato e ogni cittadino deve fare qualcosa, tenendo conto delle proprie responsabilità passate, delle possibilità presenti e dei benefici futuri.

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